Tre Sorrisi (da Coscienze di Mulini a Vento, 2007)

(Un nuovo estratto dal mio libro dimenticato)

Ho visto quel che non si vede,
ma non esiste ciò che ho visto.

Una brace illumina e ombreggia
volti sconosciuti che inseguono l’aurora
muovendo ai lati d’una scacchiera in stallo.
Chi sono io?
Non dovrei chiedermi,
ma sembro il sorriso scoccato dal palco
di un teatro mai aperto.

Potrei nascere dalla tomba
e raggiungere, camminando, mia madre
per rinfrescarle in viso il gelido make up,
ripensare seriamente al volo.
Sorrido. Soltanto il desiderio
rifà profilo alle cose,
tutti sono ritorni.

Che sia riagguantare lo sfuggito
con il morso di un cavallo scosso,
che sia su strade poco illuminate.
Chi sono io?
(altro sorriso)

Amarsi è l’incontro con qualcuno
che sappia rompere il silenzio.

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Scocca l’ora del proibito: poesia erotica, vera gloria, noia o vanagloria?

LA TOPA
Sottobosco di pelo
caverna oscura
che in grembo femminil natura ha posto
ove dannato all’amorosa arsura
il membro peccator si cuoce arrosto.
Bolle mai sempre
in quella tana impura
di liquefatta pece un fier composto.
Gorgogliano là dentro in rea mistura
fetida bava e sanguinonso mosto.
L’orlo dell’ampia grotta è un taglio immondo
che quanto grande sia non si decide
né Archimede trovò quant’è profondo.
Amor vi gettò l’arco e più nol vide.
L’ancora Tifi e non trovo vi ‘l fondo.
Gettò la clava e la perdette Alcide
Oh va a ripiglialla.

(Roberto Benigni da uno dei suoi spettacoli live negli anni ’80)

«La differenza tra erotismo e pornografia è la differenza tra il sesso celebrativo e quello masturbatorio»
(Herbert Marcuse, da Eros e civiltà)

Estremamente difficoltoso è il distinguo tra erotismo, pornografia e banalità, ma una distinzione, in poesia e nella letteratura in genere, può essere azzardata definendo l’erotismo un percorso di conoscenza, la pornografia la ripetizione stereotipata di una meccanica. Un’altra differenza è che nell’erotismo non è obbligatoria la descrizione dell’atto sessuale in sé, ma ci si può limitare anche alla tensione all’atmosfera ai rimandi. Considerare comunque la banalità imperante che rende inservibile e del tutto sciocco il tempo gettato in minchiate come questa:

Lo cinsi con le braccia e con le gambe, aggrappandomi a lui mentre mi perforava, raggiungendo posti dentro di me che non sapevo nemmeno di avere. Suscitava sensazioni così intense che mi misi a urlare e lo strinsi forte mentre il primo orgasmo mi esplodeva dentro.
«Sì, Mia, dài. Mi stringi così bene. Ancora, tesoro.» Wes mi cavalcò per tutta la durata del mio orgasmo, ma ancora non aveva raggiunto il suo. Merda, quell’uomo era uno stallone.
Prima che potessi protestare, mi fece girare e mi sollevò i fianchi. «Hai un culo perfetto.» Mi schiaffeggiò una natica, poi affondò nel calore tra le mie gambe, prima ancora che il bruciore dello schiaffo svanisse. «Oddio, tu sì che ci sai fare» ansimai, lasciandomi cadere sugli avambracci.
Mi prese per la vita e iniziò a pompare a un ritmo incalzante. Sentivo il rumore dei nostri corpi nudi che sbattevano l’uno contro l’altro.

E questa roba vende bene. Volete una banalità d’autore? Eccola:

Vieni, entra e coglimi

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…
comprimimi discioglimi tormentami…
infiammami programmami rinnovami.
Accelera… rallenta… disorientami.

Cuocimi bollimi addentami… covami.
Poi fondimi e confondimi… spaventami…
nuocimi, perdimi e trovami, giovami.
Scovami… ardimi bruciami arroventami.

Stringimi e allentami, calami e aumentami.
Domami, sgominami poi sgomentami…
dissociami divorami… comprovami.

Legami annegami e infine annientami.
Addormentami e ancora entra… riprovami.
Incoronami. Eternami. Inargentami. (Patrizia Valduga, ha dimenticato di inserire “manomettimi”)

In definitiva, la distinzione tra erotismo, pornografia e banale noia (tra ciò che può urtare o meno la sensibilità di chi legge, o provocare un buon sonno profondo) sta tutta nella mente d’ogni lettore.

Invitatemi a trascorrere la notte nella vostra bocca
Raccontatemi la giovinezza dei fiumi
Premete la mia lingua contro il vostro occhio di vetro
Datemi a balia la vostra gamba
E poi dormiamo, fratello di mio fratello,
ché i nostri baci muoiono più veloci della notte. (Joyce Mansour)
*
Il suo alito è aroma di miele ai chiodi di garofano,
La sua bocca, deliziosa come un mango maturo.
Baciare la sua pelle è assaggiare il loto
L’incavo del suo ombelico è un ricettacolo di spezie.
Quali altri piaceri vi si adagino, lo sa la lingua,
Ma non può dirlo. (Srngarakarika, Kumaradadatta, XII secolo d.C.)
*
Le tirai giù le mutande
ma avevo anche una mezza idea
di ritirargliele su
quella tristezza
che ti assale all’improvviso
con quelle persone che dicono
adoro Van Gogh
stavamo con la porta chiusa
nella sua camera cattolica
e lei mugolava
senza che avessi ancora fatto nulla (Alberto Calligaris)
*
Lui le assegna tutte le conformazioni
dell’Europa.
Lei gli offre un’esplosione di pappagalli.
Lui le regala lisci capelli biondi
e una bianca frenesia.
Lei gli dà lana nera. L’oscurità dei suoi frutti gemelli.
Lui le dona uranio, platino, alluminio
e concordia.
Lei le sue “natiche Bantu”.
Lui celebra la spina dorsale sotto la pelle di lei.
Lei canta il suo alabastro e glielo accarezza.
Lui fa come Colombo
Che cade sulle rive intricate del suo frutteto riccio.
Lei gli consegna di nuovo le Indie tutte
ma questa volta chiude le lunghe gambe
piano piano
facendo della testa di lui il trono d’oro del suo impero. (Grace Nichols “Conformazioni”)
*
Separare il tatto dalle mani
verso un repertorio differente
di esercizi di sottrazione

Toccare solo la tua voce
Poi: solo il tuo odore
Poi: solo la tua luce

Poi:
l’incompiuto in tua presenza
non conoscere

E calzare di nuovo il tatto
per toccare il tuo corpo
per toccare nella tua nudità
là nudità stessa della nudità (Ulalume González De León “Corpo Intero)
*
Celebrazione

Quando ti inginocchi sotto di me
e nelle tue mani
tieni la mia virilità come uno scettro,

Quando avvolgi la lingua
sul gioiello d’ambra
e solleciti la mia benedizione,
Capisco quelle ragazze romane
che danzavano attorno a una verga di pietra
e la baciavano finchè la pietra non era calda.

Inginocchiati, amore, mille metri sotto di me,
che a malapena possa vederti la bocca e le mani
che celebrano il rito,

Inginocchiati finchè non mi rovescio sulle tue spalle
con un rantolo, come quegli dei sul tetto
che Sansone fece crollare. (Leonard Cohen)
*
Il cervo

mi sveglio con la calda lingua di un cervo tra le gambe.
attraverso la porta aperta penetra la piana luce della sera.
il cervo mi punzecchia lievemente i seni leccandoli. lascio
che con la ruvida lingua mi lambisca il sesso,
il petto e il viso, m’inebria il suo profumo,
profumo di terra, di muschio, di fradicio e di paura.
odore d’istinto.
poi mi si sdraia accanto, accanto al mio ventre, da poter
accarezzare i suoi peli setolosi, ha la testa vigile sollevata
e lo sguardo fisso lateralmente, nel bosco.

nell’oscurità risalta il suo nudo pene rosso.
quando il tempo si addensa e tendo il braccio nel buio, sfioro
un corpo maschile. la mia smania d’amore è cocente.
mi ama con naturalezza e da vicino.
nelle mani ha i venti del nord e del sud.
attraverso il suo corpo scorrono i fiumi e si muovono gli oceani.
la bocca è calda e piena come la pioggia estiva,
la stanza è colma di voci terrestri ed extraterrestri.
a volte qualche raggio smarrito della luna gli scopre il volto.
non mi guarda negli occhi come se volesse difendermi da se stesso.

talvolta mi ama con trasporto da non farmi sentire più la gravità.
talvolta la voluttà sgorga dal suo ombelico come una piccola
sorgente limpida, talvolta dal suo interno vomita la lava,
ma non mi ferisce mai.
sempre con immensa attenzione mi posa con il ventre sulla terra,
e quando mi morde il collo e fiuto il suo caldo alito, lo so
che verrò inevitabilmente risparmiata.

ai primi albori nei suoi capelli tasto due cornetti
le setole dalla testa si allargano sulla schiena, fino al coccige.
sul ventre gli spunta la soffice erba animale.
all’alba mi scruta una testa di cervo con occhi ormai appena umani,
con occhi di là del confine.
le sempre più coriacee mani mi accarezzano assenti.
gli cresce una corona.

nel capanno si fa strada la fragranza del mattino e il cervo si alza.
quando esco davanti alla porta, mi guarda in maniera
da spaccarmi in due pezzi sull’istante e bruciarmi.
e mentre ascolto frusciare l’eco dei suoi veloci passi animaleschi,
sento che dalle mie due riarse metà crescono fiori
selvatici. Voglio parlare di te notte. Monologhi, a cura di Jolka Millič (Multimedia Edizioni, 2013)
*
Mi poserò sul tuo ventre
come una salamandra al sole
che dalla bocca effonde
lieve svaporio di rugiada

Mi poserò sul tuo pube
come una fata morgana
e tutto il fiammato delle stelle
dentro di me carezze a fuoco (Assunta Finiguerra)
***
Insomma, a parere mio, comporre poesia erotica non è per nulla in discesa, il rischio di scadere nell’ovvio, nella pornografia da trivella petrolifera, di pestare una merda, è sempre in agguato. Il mio vuole essere un semplice punto di vista, spunto di riflessione, e poi nemmeno così esaustivo.

Il Cucchiaio di Legno (2006) da Coscienze di Mulini a Vento

Hai mai sentito parlare di brani
che ispirano poesie – e altro ancora,
di catene ben peggiori di quella alimentare
quando prestare alimenti è obbligo,
non più piacere?

Oppure di quegli epiloghi settimanali,
quando la luce amplifica talmente tanto
da rivelare ovunque tracce d’Io – vidi
un carretto fantasma sparire e l’orizzonte
esprimere benissimo le rotondità della terra

Avendola conosciuta si deve sospettare
della morte, eterna transazione a scacchi,
eppure al buio l’ascolto. Parla di anziane
che stanno come foglie, e non fa mai tempo
a conoscerle meglio, causa intenso turn over.

È così che abbiamo dormito stanotte,
con l’idea del rimpasto di noi stessi
e non per chi, senza coperta,
ha preso il volo in corridoi di sola andata
e su tutti, un cucchiaio di legno.

La verità nei fossi (2005)

Botton d’Oro lo chiamano il giallo
piccolo fiore cresciuto nei fossi,
verità che primavera indora
di minuscole grolle.

Bellezza inavvertita non coglie,
se recisa piange acida un latte
e divora, ma incanta chi si ferma
mare d’oro che risacca al vento.

Rimane nei suoi fossi e attende
la farfalla che danzi intorno
e altro non fa se non ridar sorrisi
a chi la sa vedere.

cadenza

Prostrato a un infinito
stato di grazia, e giorni,
giorni oramai d’inquiete
che il quotidiano miete
ogni fiore, ogni profumo
e ne fa secco. Mani sì,
d’inconsistenza al grido
una sull’altra e sonno
dai malagevoli sogni,
fino ai tagli di luce
da finestre disimparate
e brandelli di faccende
ancora in mezzo.

(2007 da “Coscienze di mulini a vento”)