Nubi in corso

Ricordo un sogno fianco a fianco
in passeggio verso infelicità e nostalgie.
A volte il commiato copre i piedi
sotto un plaid di sabbia.
Non è stata sabbia né ghiaia.

L’alba svela un’isola,
il tempo prosegue deciso sullo stesso corso.
Notti più lunghe e tutto meno
anche una sigaretta è più breve.

Nubi in corso
da coprire ovunque sia il lumicino.
Niente mare tutto intorno.
Spengo

Il pezzo mancante

Non ero
l’edificio di stanotte,
soltanto il raggiro
di essermi pensato tale.
Insofferenza e omicidio
sono nati col genere umano,
si stimano, e molto
sessualmente attratti.

Solitudine è saperla vivere,
poterla scampare.
Chi sa bastarsi è perduto
sulla strada dritta
nel deserto tagliato in due,
dove l’autista
tiene alto il volume
e le due parti non si trovano.

In un primo momento
entrambe si chiedevano
dove l’ho già vista?

La volta dopo

Straordinario distacco dalla carne,
desiderio, assenza di ogni genere,
lieve da accostare in volo
note liquide di pianoforti anarchici
suonati con mani di bambino.

Devi cambiar vita, il ventre guida
è motore d’aereo, peso inutile
da sganciare sulla prima stanza
di chi ha già preso sonno.
Dormire senza sogni è già fine vita.

La creta sarà la stessa,
tuttavia liberata
dalle torsioni del corsivo.
Le correnti, inaudito già perduto,
attendono il ritorno delle rose.

Sfiancati e calmi, nell’ipotesi,
tua per sempre anche non fossi mio.
Inavvertitamente a nudo
tutto il cristallo macchiato
dentro le scarpe di ogni uomo.

Quante volte, incontrati versi,
dimenticati a ogni passaggio,
per ricordarli, scaldarli,
amarli incondizionatamente
la volta dopo!

E nemmeno c’è tempo
eccetto la data di scadenza:
al di qua o al di là del fiume
Caronte non ha mai chiesto compensi
ai più piccoli.

[Max 3.5 Col] Oggetto: Fw: Cittadella, cimitero e limbo – Allegato:Limbo__interno_2.jpg

lo spettacolo del cielo

Amore, lo so, tendo a calpestare lo sporco,
pozzanghere di ogni fatta, non vedo le buche
e debbo passare il giorno dopo
a pulirmi piedi, scarpe, calzini:
ma, sarò prosastico e imbecille,
hai visto lo spettacolo del cielo?

la canzone è vecchia, senza parole, è poesia,
l’ascolto fin dai quattordici anni
ancora non ho smesso, mi commuove ogni volta,
specie oggi, che cambio vita:
niente più spesa settimanale, o mille mila
cose da fare tutte con poco verso

Pinco alla pensione non c’è mai arrivato,
nemmeno Spago, Ilario, Mengo, Michele,
nemmeno Davide, Giacomo, tutti quanti là,
a parlare linguaggi di pietra

quante volte, arrabbiato, ho detto
basta con questo schifo! la civiltà del lavoro
è morta e sepolta, non posso farci niente!

sono libero adesso di andare a guardar cantieri
e costruzioni, inutili impalcature,
ho un groppo in gola grosso, grosso

si direbbe grande, come
lo spettacolo del cielo

(OGGI E’ L’ULTIMO GIORNO, DA DOMANI SARO’ UNA SPECIE DI PENSIONATO)

L’incurabile

Un dio che può essere compreso
non è Dio. (William Somerset Maugham)

Il primo giorno è intatta,
solo diagnosi, presa male
e quel ch’è fatto è fatto.

Il centesimo giorno è lotta,
il nemico spinge, vuole sfondare,
la mente rifiuta,
il fronte stagna, perdite immani,
evidente è il disastro.

Il primo anno è stato duro,
niente di cui stupirsi, sapevano
anche i muri, nessuna passeggiata,
la mente è vigile ancora
e non intende rinunciare.
Mano a mano la bellezza fugge,
i capelli torneranno, forse,
a primavera.

Certi anni sono rondini,
la bella stagione non ha voglia
e alla nebbia subentra l’afa.

L’ultimo giorno è rifiuto,
per l’ennesima volta no!
E’ troppo presto ho da fare!
La notizia era attesa,
si sa prima o poi succede,
viene sempre troppo prima.

Splendida precarietà

Il treno fa ingresso trionfale
a passo da parata in Monselice,
splendida precarietà!

Fermo restando il comitato d’accoglienza
per lo più composto
da uno stuolo di viaggiatori
diretti in senso opposto,
fermi per partire.

Appassite le dita di rosa
fino all’ultima,
il sole picchietta d’ordinanza
non so più cosa mi rimanga in ombra
cosa no, vorrei dormire.

Pessoa, informato sui fatti,
osserva il mondo da una maglietta
sempre in guardia.