Ascolta & Leggi: Il volo americano di Claudio Borghi, musiche di Balmorhea

Sono legato da un sincero vincolo di stima a Claudio Borghi, insigne studioso di fisica e poeta, la cui figura avvicino allo splendido ricordo di Ubaldo de Robertis. Ecco alcuni estratti dal suo libro “americano” uscito poco tempo fa The Still Flight per Chelsea Editions, reperibile qui:

http://www.chelseaeditionsbooks.org/Borghi.htm

La musica è stata scelta dietro indicazione dell’autore. Buon ascolto e buona lettura.

Selezione da The still flight (Il volo fermo)
Chelsea Editions, New York 2018

Traduzione di Vittoria Armanini

Nota dell’autore (traduzione delle Author’s Note)

Molti testi che ho scritto sondano il corpo di una visione. Fisica o metafisica non so dire, né credo abbia senso saperlo o capirlo.
Ho sempre sentito la poesia (in versi o in prosa, lirica o filosofica, impressionistica o narrativa non importa, se la sostanza è poetica) come un movimento musicale o un quadro senza tempo, in cui l’io, o l’anima – non so che nome dare all’essere nel mondo –, cerca la strada di una possibile ripartenza, come il tempo potesse azzerarsi, la storia ricominciare dal principio.
Esistono un divenire cosmico e un divenire individuale, una Storia e tante storie che si scrivono insieme. Nel flusso del tempo, che per ogni storia significa trasformazione verso una fine, la poesia intona il verbo del rinascere, come se il pensiero, e con esso la musica che si disegna nell’inanellarsi dei versi, potesse inventare una strada diversa da quella già scritta, pur nella cangiante meraviglia di cui la mente sonda forme e strutture, nel mondo.
La poesia cerca il centro da cui sgorga la sua e ogni emanazione, a cui l’essere desidera abbandonarsi senza più pulsare – né pensare. In questo abbandono, in questo farsi spontaneo come un dono proveniente da un altrove che non ci è dato conoscere, credo consista l’autenticità della parola poetica che, ricongiungendosi con un cuore elementare, conquista il corpo della visione e ne respira, intero e definitivo, il senso.

*

Il volo fermo

La verità attraversa la mente come una colomba imbianca la notte.
Il tempo flusso calmo dell’anima – sostanza del corpo eterno che ogni vita contiene.
La mente, ferito andare, tesa nell’ideare fino all’intenebrarsi dei sensi, nella terra senza nome.
Nel vento dell’oblio un volo fermo, senza stagione, luce consapevole di rasserenare il paesaggio, coincidenza, nell’io, di atomo e mondo.

The still flight

Truth crosses the mind like a dove whitens the night.
Time calm flow of the soul – substance of the eternal body containing every life.
Mind, wounded walking, engrossed in thinking until the senses become dark, in the land without name.
In the wind of oblivion a still flight, without season, light aware of reassuring the landscape, coincidence, in the self, between atom and world.

*

Senza lingua di parole una speranza
di forma nei sensi si risveglia,
prende vita e respira lungamente
e al ritmo delle stagioni lentamente
si addormenta. Un volo si accende,
alta la luce sbianca la distanza.
E la corda del tempo vibrando
si tende, nell’apertura cosciente
della mente che nomina ed esplora
il luogo e lo trattiene, nel plurimo
viaggio di innumeri creature
che lo spazio hanno infestato di fusioni
e dissoluzioni e distruzioni, e l’attimo
vissuto frana e si disgrega nel mentre
che in musica distesa si rapprende.

Without a language of words a hope
of shape in the senses awakens,
it comes to life and at length it breathes
and by the rhythm of the seasons slowly
it falls asleep. A flight lights up,
high a light whitens the distance.
And the string of time vibrates
and tightens, in the conscious opening
of the mind that nominates and explores
the place and retains it, in the plural
journey of innumerable creatures
that have infested the space with mergers
and dissolutions and destructions, and the lived
instant landslides and disintegrates while
clotting in quiet music.

*

Anima, che strofa ti credi
di chiusa canzone, lascia sottile
il suono della memoria spargersi
mentre il corpo si consuma, la traccia
involontaria che nel respiro e nel ritmo
sopravvive, non è materia, lo sai,
che possa consistere, eppure speri
che al lume dell’idea tutto il buio
si possa diradare. Nulla si intravede
che sappia tracciare una via
al culmine o all’approdo, tutto
senza mappa si svolge, né al fondo
un luogo è dato su cui planare.
Sarà un moltiplicarsi come
di polvere di fuoco, del tempo
l’ultima favilla persa. Nel punto
in cui un altrove accendersi vuole
ultimo si appanna, si incupisce il mondo.

Soul, you believe to be a verse
of a closed song, you let the sound
of memory thinly spread
while the body fades, the involuntary
trace that survives in the breath and in the rhythm,
it’s not a substance, you know,
that can consist, and yet you hope
that at the light of the idea all the darkness
will dissolve. Nothing is in sight
that knows how to draw a path
to the peak or to the landing, everything
unfolds without a map, and the bottom
isn’t given a place to glide on.
It will be a growing
of a dust of fire, of time
lost the last spark. In the point
where an elsewhere wishes to flare up
last is tarnished, is darkened, the world.

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Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo mantovano. Ha pubblicato diversi articoli scientifici su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Mimesis sono usciti, nel 2018, i due saggi Dagli orologi al tempo e Il tempo generato dagli orologi. Ha pubblicato le raccolte di versi e prose Dentro la sfera (Effigie, 2014), La trama vivente (Effigie, 2016) e L’anima sinfonica (Negretto, 2017). Di recente pubblicazione (dicembre 2018) l’antologia bilingue di versi e prose The still flight, tratta dai tre volumi editi, con alcuni inediti, presso l’editore newyorkese Chelsea Editions.

letture amArgine: Il Tempo generato dagli orologi (Mimesis 2018) di Claudio Borghi

Proponiamo una breve sintesi delle pagine conclusive del saggio di Claudio Borghi Il tempo generato dagli orologi, uscito il 3 maggio scorso, in contemporanea con Dagli orologi al tempo (verso una nuova teoria del tempo), presso l’editore Mimesis.
I due lavori, che raccolgono articoli pubblicati su riviste nazionali e internazionali di fisica ed epistemologia, propongono riflessioni di natura fisico-filosofica senz’altro originali, non di rado controcorrente rispetto al pensiero dominante, in materia di tempo fisico.
E’ interessante il fatto che Borghi, autore anche di tre libri di versi e prose (Dentro la sfera, Effigie 2014, La trama vivente, Effigie 2016, e L’anima sinfonica, Negretto 2017), sostenga che ricerca scientifica e scrittura letteraria si siano alimentate l’un l’altra.

«Il mondo è fatto di eventi, non di cose», scrive Carlo Rovelli ne L’ordine del tempo (Adelphi 2017), nel senso che non abbiamo a che fare con corpi esistenti nella loro fissità di oggetti che interagiscono a distanza. Parafrasando il titolo del saggio pubblicato da Rovelli nel 2014, La realtà non è come ci appare (Adelphi), una possibile conclusione potrebbe essere: la realtà è tutto ciò che accade, nel senso che la realtà degli eventi osservati è costituita da una rete di relazioni e interazioni. Quale conclusione trae Rovelli, nell’ottica di giustificare la forma emersa del tempo quale viene sperimentata su scala macroscopica? Si direbbe che occorra accettare le diverse prospettive entro le quali il tempo mostra la sua fenomenologia alla nostra visione intellettuale, il che implicitamente significa che il tempo è uno, ma molteplici sono le forme teoriche tramite le quali ne sondiamo le proprietà, in accordo con le quali gli si attribuisce:
a) una dinamica evolutiva assoluta che dal passato procede verso il futuro passando per il presente, indipendentemente dall’osservatore (tempo assoluto di Newton);
b) una dinamica evolutiva in cui non c’è condivisione del presente da parte dei diversi osservatori, ognuno dei quali può costruirsene una propria secondo la quale ordina i fenomeni, non condivisa dagli altri (tempo relativo di Einstein);
c) una realtà legata all’incremento dell’entropia all’interno del corpo (che può essere, ma non necessariamente, un orologio) utilizzato per misurare la durata di un fenomeno in cui tale corpo è coinvolto, quindi legata alla sua dinamica evolutiva interna (tempo termico).
Se queste possono essere considerate le forme emerse in cui il tempo è stato interpretato nell’ambito delle teorie fisiche degli ultimi trecento anni, negli ultimi decenni la ricerca delle strutture fondamentali su cui si regge l’impalcatura dei fenomeni macroscopici porta a dover ridurre gli enti teorico-empirici a una molteplicità di campi, gravitazionali, elettrici, magnetici, nucleari, ecc., reciprocamente interagenti senza necessità di alcun background spaziotemporale, in quanto le equazioni della fisica fondamentale (gravità quantistica) esprimono relazioni tra campi e loro proprietà senza dover riferire la variazione delle grandezze al tempo. E’ tuttavia evidente che tale prospettiva riduzionistica non consente di spiegare i fenomeni naturali su scala macroscopica: è come pretendere di far emergere la spiegazione del funzionamento di un organismo vivente esibendone individualmente gli organi che contiene o, ancora peggio, i singoli atomi di cui tali organi sono fatti. A ben vedere, la domanda sulla natura del tempo è analoga alla domanda sul perché le cose sono come appaiono, nella loro nuda singolarità di forma e divenire.
La domanda più radicale è un’altra: tralasciando la teoria di Newton, che si limita ad assegnare al tempo una astratta realtà matematica, è possibile, entro gli ambiti in cui sono state formulate, trovare una sintesi tra la teoria relativistica del tempo proprio e la teoria termodinamica del tempo interno? L’autore del presente lavoro ha sviluppato accurate analisi critiche circa la non equivalenza tra tempo relativistico e tempo termico, alla luce delle quali occorre concludere che si tratta di grandezze irriducibili l’una all’altra, in quanto si riferiscono alla misura di durate in cui entrano in gioco rispettivamente fenomeni reversibili (tempo relativistico) o irreversibili (tempo termico). Nella prospettiva di una incompatibilità tra il concetto teorico-operativo di tempo nei principali ambiti in cui è stata indagata la sua natura empirica, occorre necessariamente aprire una nuova prospettiva di ricerca sulla natura del tempo fisico, dovendo riconoscere che le teorie di cui disponiamo, tralasciando la meccanica newtoniana, ci consentono di sondare: su scala macroscopica fenomeni idealmente reversibili o irreversibili; su scala microscopica una rete di relazioni tra campi in cui il tempo può essere dimenticato, senza perdere coerenza e completezza nella descrizione teorica dei fenomeni.
Pare tuttavia evidente che il diverso ordine del tempo irreversibile rispetto a quello reversibile non possa essere derivato da una radice senza tempo, in quanto l’unico tempo reale su cui occorre concentrare l’attenzione è il tempo termico, tutti gli altri essendo o utili variabili matematiche o rappresentazioni idealizzate della realtà fisica in cui si ignora ciò che accade all’interno degli orologi reali e, più in generale, dei corpi soggetti al divenire che sono, evidentemente, tutti quelli che ci circondano.

«Non sento discontinuità tra fisica e poesia: l’idea del tempo interno mi è maturata dentro poeticamente prima che fisicamente. Osservando un volo di uccelli sollevarsi da terra, una mattina, ho pensato: c’è il tempo esterno, il tempo del movimento, il tempo-movimento, e il tempo che misura un divenire interno al volo: sono due tempi diversi, e il fatto che la fisica abbia dato, eccezion fatta per la termodinamica (vedi Prigogine, ecc.), risalto al tempo come misura del movimento (da Aristotele a Newton a Einstein, ecc.), non significa che il concetto di tempo si esaurisca nel movimento. Il divenire è potenzialità di cambiamento, lontano dall’equilibrio può accadere di tutto, che nascano e fioriscano e si evolvano in modo inatteso diversi mondi possibili, materiali o ideali.» Claudio Borghi

dialoghi amArgine: Davide Inchierchia In Trasparenza con una poesia di Claudio Borghi

Questo articolo nasce da una serie di colloqui e riflessioni tra l’autore e il fisico, poeta “ladro di fuoco” Claudio Borghi. Il risultato è a parer mio spunto interessante.

SCIENZA, METAFISICA E PENSIERO DELLA TRASCENDENZA

La nuova scienza e il fondamento qualitativo

Stando alle più recenti acquisizioni in ambito scientifico, dalle indagini nelle profondità sub-atomiche della materia alle esplorazioni nello spazio-tempo delle galassie più remote, dalla fisica quantistica post-einsteiniana alla biologia trans-genetica, passando per le inedite frontiere cognitive delle neuroscienze, la nuova conoscenza della natura – e della natura umana – in poco più di un secolo ha senz’altro oltrepassato il paradigma moderno classico, galileiano-cartesiano. Quest’ultimo non è stato semplicemente cancellato con un colpo di spugna, ma si è trattato piuttosto di ri-comprenderlo entro una prospettiva epistemologica più ampia e complessa: non esiste una realtà propriamente ‘esterna’, dotata di leggi obiettive e determinabili in modo assertorio; la realtà che si offre alla esperienza e agli strumenti della scienza è invece già ‘interna’ all’atto conoscitivo dell’osservatore, che del mondo reale definisce dunque fisionomia e contorni, essendo del mondo l’inoltrepassabile condizione di possibilità (si consideri il noto “principio di in-determinazione” di Heisenberg).
Tutto questo ha una conseguenza di decisiva importanza dal punto di vista del sapere in generale, a prescindere dalle specifiche implicazioni teoriche e tecnico-sperimentali: alla categoria della “quantità”, un tempo il criterio assoluto di verificabilità della scienza, oggi è subentrata la categoria della “qualità”. Nella nuova impostazione contemporanea il fenomeno naturale, tanto più è dotato di ‘senso’, quanto più esso diverrà ‘sensibile’ alle sollecitazioni della procedura empirica che è in grado di rappresentarlo: ciò che del fenomeno è quantitativamente esprimibile (in relazioni e funzioni matematiche) si fonda allora sulla variabilità qualitativa (probabilistica) del campo esperienziale e concettuale – soggettivo – in cui l’oggettività fenomenica prende forma e significato.

Una secolare diatriba

Nonostante tale consapevolezza scientifica oggi pienamente certificata sulla costitutiva prospetticità di ogni conoscenza, che rende non più praticabile la via del naturalismo immediato – non esiste ‘dato’ naturale che non sia già ‘mediato’ dal rapporto simbolico soggetto/oggetto – una secolare diatriba più o meno palese, protrattasi fino ai nostri giorni, vede la scienza contrapposta agli altri saperi (in primis alla filosofia) nella ricerca di ciò che le cose ‘sono’ in se stesse: è il problema della “essenza” ultima della realtà.
Tale contrapposizione ha prodotto e tuttora produce una sequela di fraintendimenti ed equivocità, riassumibili in due estremi esemplari solo apparentemente contraddittori. Da una parte si trova il razionalismo di chi ritiene del tutto obsoleta nell’era moderna la questione dell’essenza: essa altro non sarebbe che il retaggio di una visione mitica del mondo, il frutto di un’ancestrale – e pre-scientifica – illusione umana, che oggi troverebbe spiegazione nelle ‘energie’ invisibili ma strutturali dell’universo materiale (si pensi al nebuloso dibattito seguito alla scoperta del bosone di Higgs, ribattezzato dai media “particella di Dio”). Dall’altra parte si assiste al dilagare nella stessa modernità di un diffuso esoterismo: l’essenza delle cose non riguarderebbe in alcun modo la scienza, laddove soltanto un sapere di tipo iniziatico consentirebbe l’accesso a luoghi ‘occulti’ dell’esistenza (è il caso della persistente credenza nel “paranormale”, che associa generiche istanze mistico-religiose a presunte facoltà extra-sensoriali o, in versioni postmoderne più aggiornate, a fantomatiche attività extra-terrestri).
Ora, la domanda sull’essenza ultima – sia essa quella della ragione ‘illuministica’ o di un’intuizione ‘illuminata’ – è davvero riducibile a ciò che resterebbe ‘nascosto’ all’esperienza delle cose, in una misteriosa ‘alterità’ estranea alla nostra percezione e alla nostra vita di esseri pensanti?

Verso l’ “in sé” delle cose: riscoperta di un pensiero ‘trascendente’

Se l’infaticabile lavoro della scienza autentica consente di fugare fantasmi vecchi e nuovi, la filosofia dal canto suo può contribuire con pari rigore a fare chiarezza su un senso del nostro “esserci” troppo spesso mal compreso o stultificato da una certa ideologia scientista (falsamente scientifica) ancora dilagante. In effetti, ben prima che fosse annunciata in ambito epistemologico l’esigenza critica dei ‘limiti’ della conoscenza (Kant), la grande tradizione metafisica dell’Occidente (greco e cristiano) già mostrò di intendere il rapporto scienza/coscienza con una radicalità di visione che è forse necessario riscoprire.
Siamo perlopiù abituati a pensare in un contesto fortemente improntato alla cultura ‘nichilista’ che, dal tardo romanticismo di Nietzsche e passando per l’esistenzialismo dominante di Heidegger, ha segnato tanta parte del Novecento filosofico. Eppure, nonostante le diagnosi ‘faustiane’ del nichilismo – inconsapevole controfigura storica dello scientismo anzidetto, che ravvisa nella metafisica una paradossale scienza dell’ ’inverificabile’ destinata al tramonto (Russell) – la responsabilità ermeneutica impone in filosofia una maggiore onestà intellettuale nei confronti del passato.
L’antica domanda sull’essere o, nei termini sopra accennati, sull’essenza delle cose mai è stata confusa nelle antiche riflessioni speculative con una (pseudo) ricerca di ‘entità’ che risiederebbero al di fuori di ciò che possiamo scientificamente descrivere. Nessuna imperscrutabile ‘ulteriorità’ segretamente celata alla contingenza empirica della ragione: l’autentica metafisica si volge invece alla ‘interiorità’ dell’essere che trascende lo stesso soggetto e che, di conseguenza, trascende ogni possibile empiria.
Ma in che modo intendere tale ‘trascendenza’ ontologica, senza cadere in fuorvianti irrazionalismi o in una qualche nuova forma di oscurantismo? Ritornando all’idea “chiara e distinta” dell’intrinseca razionalità, essa stessa già metafisica, del soggetto conoscente.
Se infatti la conoscenza nasce, come si diceva, nella tensione prospettica verso le cose, il “concetto” che ne deriva – e che sta a fondamento del progredire indefinito delle scienze – non può sussistere semplicemente ‘là fuori’ tra le cose, non è un fenomeno tra gli altri innumerevoli fenomeni: esso è piuttosto ‘evento’ originario, la ‘soglia’ attraverso cui l’esistenza tutta ‘entra’ nella dimensione qualitativa della verità. Per ipotesi assurda, quand’anche non conoscessimo nulla della materia inorganica ed organica, quand’anche non conoscessimo nulla delle forze che compongono l’universo, ogni soggetto in quanto pensante ‘sa’ se stesso, poiché già da sempre è ‘manifesto’ a se stesso (Pascal). Scorgiamo così una suggestiva dinamica di senso, in cui la scienza – anziché funzione ‘tecno-logica’ soltanto – appare prima ancora espressione ‘ana-logica’ della natura universale, dell’unico essere nella sua essenziale ‘riflessività’: ogni Io, pensando, si costituisce quale essente che ha ‘centro’ in se stesso a sé e domanda per questo, a sua volta, quale sia il ‘centro’ proprio di ciascun altro essente.

In trasparenza

L’esistenza nel mondo fisico consiste – può dirsi ‘una’ – in ragione della gravitazione solare; la luce del Sole, ad un livello fisicamente maggiore, è coinvolta nella più intensa ‘unità’ gravitazionale del Cosmo; con un’intensità incomparabilmente superiore l’intera realtà, attraverso la ‘luce’ della Coscienza aperta “in unitatem” a sé, trae se stessa verso la gravitazione meta-fisica dell’ultimo «In sé». Fondamento o Causa prima che pare pertanto del tutto irragionevole immaginare – come fa dire Heidegger, ma travisandone le intenzioni, alla storia del pensiero metafisico – quale “sostanza” posta in un abissale ‘al di là’ degli oggetti conosciuti o conoscibili, costituendosi nel versante opposto quale “principio” fontale che risiede ‘al di qua’ della stessa mente capace di conoscenza: ciò che in sé ‘com-prende’ ogni logica, il Logos – il Medesimo o “Non-Altro” (come platonicamente traduce il Cusano) – che è dunque non Abisso senza fondo ma Vertice d’infinita solarità (Agostino), Singolarità originaria nella cui ‘identità’ unificatrice ogni singola intelligenza, ogni singola interiorità ontologica (non certo psicologica!) può riconoscere – sia pur in misura infinitesima – il proprio irriducibile “sé” quale ‘immagine’ dell’Identico.
Scienza e metafisica, insomma, come due saperi ben distinti ma nient’affatto avversi nel medesimo “itinerarium mentis” (Bonaventura) che conduce al ‘sapersi’ dell’essere. Dalla Natura come manifestarsi prospettico all’Io dell’uni-totalità degli enti, all’uni-versale attualità dell’Io manifesto a se stesso nella trasparenza – ‘speculativa’ – infinitamente in-attuale dell’Uno-Unico: l’eterno vivente “È”, «non circumscritto che tutto circumscrive», dell’alta Luce che «da sé è vera» (Dante).

Davide Inchierchia

*

Si traccia sapiente la ricerca,
disegna una trama che vedi dipanarsi sicura
dalla mente alle cose,
in cui il sapere pretende conquistare,
o vedere con occhi definitivi,
il senso della materia, dell’energia e delle forme.
Si colma in un processo di conquista la scienza,
in un abbraccio verticale,
tentando la fusione dello sparso
nel cerchio unico della coscienza.
Eppure le cose dentro mutano e si sfibrano
fino a sfiorire e sgretolarsi,
l’esperienza priva la mente
della possibilità ultima del contatto,
l’abbraccio bramato si dissolve, i corpi
come evanescenze si allontanano, la visione
come una marea si ritira spegnendosi,
viva lasciando solo l’illusione
di un possibile rinnovarsi:
come un dono offerto intero
al prato deserto della contemplazione
ritorna nel luogo inattingibile,
da cui nell’anima, potente, si era riversato.

Claudio Borghi

letture amArgine: Beppe Salvia letto da Claudio Borghi

I begli occhi del ladro

E’ presa la vena, carezzala, fa
arco col braccio, appanna il lume, luce
celeste brilla una febbre sul braccio;
scalda l’anima copri lo specchio, fa
che una coltre allontani le voci, la
lamina d’argento s’è scaldata, è
la bianca fiamma che adesso mescola
a una gocciola che tersa traspare
la bianca bianca eroina, la vena
è radice il laccio stringe l’ago
riluce brilla buca il braccio, brina
scioglie che sulle ciglia brillava, va
in vena, è il momento del mantice, la
misura di sidro che versa dal calice,
son chiusi i begli occhi del ladro.


La poesia di Beppe Salvia (Potenza 1954 – Roma 1985) nasce nell’arco temporale successivo a Satura di Montale (1971), a cui alcuni critici fanno risalire l’origine, se non la causa scatenante di un’involuzione progressiva, formale e sostanziale, all’insegna di un minimalismo elegiaco e autoreferenziale, della scrittura in versi nell’ambito della letteratura italiana. Per quanto i testi più intensi di Salvia, legati a vicissitudini stilistiche a cui non sono estranee le influenze dello sperimentalismo della neoavanguardia, siano pienamente riconducibili a una matrice lirico-elegiaca, è indiscutibile il valore estetico ed espressivo della sua opera più rappresentativa, Cuore (cieli celesti), a riprova del fatto che gli stilemi critici precostituiti sono spesso inefficaci laddove pretendano ricondurre la storia della poesia a linee guida schematiche e rigide e il giudizio sulle singole opere a categorie sterili e classificatorie.

Giunto dalla nativa Lucania a Roma nel 1971, Beppe pubblica testi poetici a partire dal 1976 su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Nel 1980 fonda la rivista Braci con Claudio Damiani, Arnaldo Colasanti, Gino Scartaghiande e Giuseppe Salvatori, su cui negli anni seguenti pubblica suoi versi e prose. Negli stessi anni collabora a Prato Pagano, prima almanacco e poi rivista, la cui redazione si riunisce nella casa di Gabriella Sica: sulla rivista escono testi di Beppe, che fornirà un contributo anche alla veste grafica. I libri di Salvia escono tutti, a cura degli amici, dopo la tragica morte a Roma: Elisa Sansovino, Estate (Quaderni di Prato pagano, Il Melograno-Abete Edizioni, 1985); Cuore (cieli celesti) (Rotundo,1988); Elemosine Eleusine, a cura di Arnaldo Colasanti (Edizioni della Cometa, 1989).

La scrittura di Salvia è densa, formalmente compatta, profonda. La sua breve vicenda creativa si risolve, nei libri editi, in poco più di un centinaio di testi, tra versi e prose (in prevalenza versi), in cui traspare una filigrana emotiva fitta quanto fragile, sorvegliata da un’intelligenza che sembra voler stringere la presa sull’opera come fosse il riflesso immediato, contingente e precario, dell’esistenza. Ogni poesia di Beppe è un resoconto esistenziale, anche quando scrive un breve editoriale introduttivo per il primo numero di Braci, uscito nel 1980:

Il lume accanto allo scrittoio

Noi proviamo in questa notte a scrivere della vita e della morte. La letteratura ufficiale ancora adombra con grave e dimessa incuria la volontà di lenire (sorridere è uno stile come tacere) e ispira, subìto pentita, nuove rinnovate schiere di verseggiatori sentimentali e scolari giustamente beffardi. In queste nostre pagine dunque noi proviamo a far vivere ogni nostro dolore o limite o sofferenza o gioia poiché vogliamo ridare allo scritto, un pensiero vergato perché rimanga, il suo più immediato valore che è quello di partecipare esso stesso del vivere, e far vivere anche noi che fuggiamo altrimenti, nel suo duplice calore di ricordo e d’attesa. Poiché del presente il pensare è fuggiasco.
E noi, noi moderni, costretti a sperare o dimenticare, riviviamo ogni giorno un giorno troppo uguale. Si perde così ogni passione. Anche perché le passioni non più scritte o coltivate in una scrittura interiore son tutte eguali. E il piacere è gioia e la gioia è dolore. E il ricordo felicità e la felicità dimenticanza.
Allora non più i nostri versi si ingannano se appaiono confusi, ma ben più grato è il nostro amore per essi se un disteso piacere li rende aggraziati e al contempo un rigore di pensiero li provi al diffuso dolore.
Per non rischiare di contemplare i nostri volti abbiano scritto di essi. Poiché un volto pur bello, e se bello ancor più, ha la virtù di sparire rimediarsi allontanare il suo più profondo rilievo.
Altrimenti in quelle parole a fatica tratte a descrivere passioni e orrori la bellezza è seconda. Il favore che ad esse parole scrivendo chiediamo è di rifletterci il volto mille volte lo stesso le mille volte che esso, è mutevole il tempo, s’acciglia e si trasforma. Non è semplice chiedere questo; è come sedurre il destino, ma nell’opera è l’opera. Il merito e il valore ce ne disinteressiamo.

Il ritmo di questa scrittura è stranamente sincopato, quasi trapelasse un’indecisione circa quello che l’autore sta per fare, quasi non sapesse bene cosa scrivere, eppure da questa riservatezza nasce un ibrido unico, un impasto tra verso e prosa di grande originalità espressiva. Involontaria? Cosa importa? Qui c’è una sensibilità che entra per osmosi nel lettore rendendolo partecipe di ogni passaggio emotivo, quasi la mente di chi legge fosse rischiarata dallo stesso breve lume da cui sono fasciate le mani dello scrittore.
Come paradigmatico della ricerca poetica di Salvia vogliamo considerare il libro Cuore (cieli celesti), senz’altro il suo testo più significativo e inventivo. Si sentono tanti influssi potenziali, di diversissima matrice, da Petrarca a Leopardi a Zanzotto, in particolare si osserva con evidenza il tentativo di trovare una forma personale, senza tralasciare indecisioni ed approssimazioni, a testimonianza di un cammino accidentato, necessario a trovare un’identità, a tracciare un itinerario di verità e bellezza. Per quanto ogni singola composizione sia formalmente risolta al suo interno, si ha spesso la sensazione di una conquista temporanea e precaria se non di una sfida personale con una materia espressiva stilisticamente da dominare, anche a discapito dell’impianto e dell’equilibrio complessivo. La cosa è fisiologica, vien da dire, trattandosi di opere riscostruite da altri laddove l’autore non le aveva predisposte per la pubblicazione, tranne Estate, uscito, per suo volere, curiosamente a nome di una presunta autrice femminile, Elisa Sansovino, indice di una giocosa indole pessoana come di una radicata costitutiva insicurezza circa la propria identità autoriale. In effetti il passo indeciso, per quanto si tratti di testi formalmente molto compatti ed espressivamente efficaci, rispecchia una fragilità che lo stesso autore sembra percepire come irreversibile. Ha talento e fascino (lo testimoniano gli amici, tra cui Claudio Damiani), ma sembra disinteressarsene: sente che quello che cerca e vuole appartiene al regno dell’ineffabile, dell’emozione che sfugge, del centro inattingibile sul piano dell’esperienza sensibile. Alcuni testi, in Cuore (cieli celesti), sono sperimentazioni stilistiche, tentativi quasi formalistici che ricordano lo Zanzotto degli anni settanta e ottanta, in particolare quello di Galateo in Bosco che ritorna al sonetto, in una sorta di volontaria clausura che sa di involuzione manieristica, una barriera interiore a difesa della purezza del centro profondo dalla materia impura del mondo. Beppe padroneggia la forma, scrive sonetti metricamente perfetti ma spesso senza rime, sente di poter dominare lo strumento stilistico, ma gli effetti non possono bastargli, sa di essere su un crinale, sa che la poesia, giunta a perfezione, si chiude nella dissoluzione della forma fine a se stessa. E qui sta il punto di svolta: la poesia di Salvia diventa, di colpo, nudamente lirica ed elegiaca, limpido riflesso dell’io che disegna le trame dell’esistenza, la quotidianità, l’amicizia, l’amore, come precipitando all’indietro di centinaia di anni trova se stessa in un alveo originario, petrarchesco se si vuole, o leopardiano, in apparente aperta dissonanza con lo sperimentalismo perseguito fino a poc’anzi, e in una sorta di terra senza tempo, di pura distillata emozione, conquista la sua naturale grandezza.

Adesso io ho una nuova casa, bella
anche adesso che non v’ho messo mano
ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri
infranti, il legno fradicio. Ma bella
per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città.
Io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna.

*

A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.

*

C’è chi, al contrario di me, non dispera,
che con salute e forza e virtù e buona
fortuna, si arrivi a morire dopo
tanti bei giorni, pieni di tantissime
cose di questo mondo o di un altro mondo;
o dopo tanti giorni e quella gioia soltanto
povera dei giorni. Io son felice,
a questo mondo, solo di questo e spero
che a me il destino procuri con le sue
pesti e le pietà e i suoi dolori
un solo giorno più bello di tutti questi
miei dolorosi giorni; o di questo mio
dolore si dimentichi per un solo
giorno.

*

il mare è vasto e azzurro come il cielo,
e di questa ritmica melodia
vibrano foglie e fiori e le chiome
ampie dei pini. La malinconia
un tempo m’afferrava quando, vecchio
calligrafo di grigi fogli, ferro
e fuoco sono i versi, della casa
mia infinita, le persiane verdi
e il rosa scialbo e l’edera già grigia,
io sognavo inutilmente. Adesso
io amo questa nostra vita mite
e quei colori e quei versi, e tutta
infinita grandezza e la pazienza
del nulla attorno a queste sillabe.

*

Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.

*

I miei malanni si sono acquietati,
e ho trovato un lavoro. Sono meno
ansioso e più bello, e ho fortuna.
E’ primavera ormai e passo il tempo
libero a girare per strada. Guardo
chi non conobbe il dolore e ricordo
i giorni perduti. Perdo il mio tempo
con gli amici e soffro ancora un poco
per la mia solitudine.
Ora ho tempo per leggere per scrivere
e forse faccio un viaggio, e forse no.
Sono felice e triste. Sono distratto
e vagando m’accorgo di che è perduto.

*

M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine,
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.

*

Ma oltre queste verità e dentro queste
vuote parole ho perso la misura.
Ora io so soltanto che son seduto
a questo tavolo e che per tanto buone
ragioni ho tempo e odio da spendere.
E mi basta così senza nemmeno
maledire. Non è perdere al gioco,
e poi fa bene vivere. Un’arte
marziale voglio imparare, di che sempre
si possa indugiare di far male.
Un teatro astratto di colpi e pensieri
per i giorni neri. E poi le gioie e insieme
con gli amici far niente.

*

È quasi primavera, io dipingo
già fuori sul terrazzo, tra odori
di mari lontani e queste vicine
piante di odori. La salvia la menta
il basilico e i sedani dipingo
su tele bianche con pochi colori.
Il verde perché son verdi le piante,
e bianco il bianco nulla della tela,
e il rosso dei tramonti su la vela
del cielo che apre un teatro vero
e questi miei pensieri. Io dipingo
la sera quando i tormenti più vivi
accendono il cielo e bruciano il cuore,
e all’alba quando già nulla è la vita.

*

Lettera
Viene la sera, è vero, silenziosa
piove una luce d’ombra e come
fossero i nostri sensi inevitabili
improvvisi, noi lamentiamo
una più vasta scienza.
Aver di quella il frutto
appariscente, la bella brama,
e l’ombra perfino, di sussurri
e di giochi, come bimbi.
Ma io lo so Serena io non posso,
in questi tempi segnati dal segreto
di cui s’invade
la nostra intimità,
vivere adesso se non con tale affanno
e così lieve.
Di questo amaro stento già si fa più vero
un sentimento pago di letizia, al modo
che alla sera insieme
andando per le strade
chiare, l’ho visto, d’ombra
e di segreto,
noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire
salvi quasi per caso, e in questo prodighi.
I baci sono bellissimi doni.

Un commento a questi testi mi pare superfluo: illuminano direttamente il cuore, senza filtri intellettuali, come fa la poesia quando raggiunge il centro a cui naturalmente tende. E questo esito, alto quanto imprendibile, nitido quanto anacronistico, è una sorta di dichiarazione di resa dell’anima alla poesia, in equilibro precario tra semplicità e profondità, al dono unico e raro dell’ispirazione. Si pensi, come utile parallelo, alla contemporanea vicenda creativa di Cesare Viviani, che nella sua prima produzione, dagli anni sessanta alla metà degli anni ottanta, risente di istanze palesemente neoavanguardistiche, per trasformarsi in breve tempo, a partire da L’opera lasciata sola (1987), in una esplorazione interiore spiritualistica e metafisica che si è, più recentemente, trasfigurata nel resoconto di un’esperienza palesemente mistica. Viene da interrogarsi sul senso del progresso, stilistico e contenutistico, in tanti autori, inclusi i cosiddetti maggiori, che spesso hanno trovato la propria identità superando d’un balzo la finzione della ricerca che per decenni ne ha ammantato le opere, come la strada maestra fosse quella da sempre scritta nei testi immortali, non in una vetusta sterile statica tradizione, ma in un eterno presente, il presente dell’emozione che balbetta l’inadeguatezza di ogni io alla vita che deve portare con sé, nel corpo che respira e pulsa e si accende nei sensi.

Questa breva nota vuole essere solo in parte un contributo critico. E’ in sostanza un atto d’amore, a cui si riduce l’esperienza della poesia quando si rivela nella sua nudità, espressiva e primitiva, come la vita intera, in cui si accumulano immagini e concetti e teorie che ci rendono falsamente familiare e accessibile il mondo. La poesia è l’origine, il centro, precede le tante parole con cui ci illudiamo di afferrarla: tra il principio e la fine c’è una corsa senza estensione, che chiamiamo tempo della vita. La spoglia di ogni esistenza è in sé poetica, trascende ogni ricerca formale. Questo dice la poesia di Beppe, questo, al fondo di ogni esistenza, è il senso del contatto con il mistero del mondo e dell’anima, quel fascio di idee sensazioni percezioni emozioni che in un istante diventa cenere, la cenere di ogni opera, testimonianza e sintesi intellettuale-emozionale di vita vissuta.

dialettiche amArgine: Claudio Borghi e Davide Inchierchia su la Metafisica della Luce (part two)

La seconda e ultima parte del dialogo che segue è nato da riflessioni di Davide Inchierchia sulla metafisica della luce in Dante, innescate dalla lettura dell’ultimo libro di Claudio Borghi L’anima sinfonica, presentato in questo blog il 22 aprile scorso. Sono ispirate ad un tema molto frequente nei testi di Borghi: la ricerca del senso, al confine sempre mutevole – ma sempre nuovamente ridefinibile – tra poesia, filosofia e scienza, che costituisce un elemento di innegabile suggestione e novità nei suoi testi poetici, da cui possono scaturire interessanti spunti circa una possibile sintesi tra metafisica e scienza, cosmologia dantesca e cosmologia relativistica, medioevo e contemporaneità.



Claudio
Un tema ricorrente nella prima sezione de L’anima sinfonica, L’attesa nel nulla, è quello del nascere come chiave di senso del divenire. Il problema del divenire è risolto nel dinamismo del nascere incessante di creature e forme, in cui una luce necessaria di novità si riversa nell’intero corpo dell’essere: il nascere è la chiave di senso, l’anello tra essere e divenire. Da non dimenticare il concetto di nascita eterna in Meister Eckhart, all’epoca centro profondo delle mie meditazioni. Con l’intento di chiarire la forza di questa intuizione, punto focale della mia metafisica della luce, cito alcuni passi dall’ultimo paragrafo de L’attesa nel nulla, un esempio dell’arazzo aforistico tramato di lirismo, misticismo e filosofia che ispira in buona parte la scrittura del libro:


L’attesa nel nulla

6

La vita è un diramarsi dalla radice all’essere, un salire dalla terra dell’infanzia colorata – nota chiara dell’esistenza – al cielo dello spegnersi dei sensi.

L’io è coscienza discesa nel pianissimo modularsi delle erbe, melodia calata dolcemente nel prato del tempo, pensiero senza luce sciolto nella sua musica tormentata – che ripete malinconicamente il ritmo di un basso batter d’ali.

Il divenire è l’inspiegabile, l’assurdo pieno che l’uomo attraversa.
La vita scorre attraverso il mondo. Nessuna creatura possiede la musica che sente fluire dentro.
La vita è una goccia che brilla fuori dal tempo.

Il divenire è un inquieto scorrere interiore, una fuga di onde bianche, un brillare inesauribile dell’organismo impregnato di luce ideale irreale fantastica – chiuso nella materia.
La vita è un’idea stretta tra la nascita e la morte, incatenata al necessario fluire delle cose che attraversano il pensiero.

Il nascere entra nel divenire.
Il divenire è Uno – il nascere un rinnovarsi eterno.
L’anima scopre il senso del divenire passando per il nascere.
La materia è perché nasce.

Le parole non possono dire la luce, ma queste parole mi segnano l’anima come delle formule – risuonano, moltiplicano significati nel chiuso della sfera dell’io che vive.

Le parole si fanno pensiero, rilucono, riverberano forme, si aprono, si coagulano condensandosi in cose – raccolgono sensi profondi racchiusi in materia.

La mente vive la linfa dell’attimo sospeso nell’assenza di senso, beve la totalità del mondo nella luce dell’ascesi inconcepibile, dove coglie lo sboccio dell’albero supremo – si accende, prende forma divina, si trova a bruciare come Dio – non più ramo, non più cielo, annientata ogni dimensione, ridotto lo spazio al breve luogo dell’io, fiamma piena del fuoco che brucia nel cuore, celato da un corpo stupito e sorpreso.

Il divenire – inesauribile trama dell’universo – è un nulla.
Il divenire è il nulla del nato.
La fiamma dell’estasi, accesasi dal profondo dell’io che si sorprende rapito fuori di sé, si stacca dal mondo.

Immanente essenza luminosa, l’anima è una corolla su cui trascorre la linfa del pensiero – l’altissimo Dio oscilla come un fiore centrale, luce immersa in un accendersi bianco e rotondo.

(…)

Davide
Interessante il parallelo che si innesca, quasi spontaneamente, con l’uni-totalità, l’irradiarsi “centrale” della luce dell’Essere, in cui si può riassumere l’intera novitas del Paradiso dantesco. Rispetto alle altre coeve rappresentazioni medievali dell’universo la prospettiva che Dante mette all’opera mostra di saper ancora parlare alla nostra sensibilità ‘laica’ contemporanea: ciò accade qualora la conoscenza ontologica sia riscoperta finalmente quale espressione di una più ampia dimensione analogica. Così come la luce fisica, nella modalità in cui oggi la pensiamo, trae dall’interno la materia oscura verso l’“unità” dell’originario centro cosmico (secondo una delle potenziali spiegazioni disponibili sul fenomeno dell’anti-materia, legato al controverso problema cosmogonico del Big Bang), così la luce metafisica nella visione dantesca trae ogni esistenza “in unitatem” verso l’Origine: ciascun essente – oltre il proprio sé contingente – può riconoscere se stesso nella “presenza” dell’eterno Inizio (cfr. M. Cacciari, “Della cosa ultima”, 2004). Nessuna contraddizione tra mondo materiale e mondo spirituale: anche l’immanenza della realtà nasce infatti dall’unico trascendimento operato dalla coscienza, che è “luce” poiché manifesta se stessa a sé. Nessun dualismo si rende insomma necessario tra intelletto e anima, nessuna paradossale “doppia verità” nel sapere; la Verità è già da sempre una e in atto, già da sempre “aperta” prima e al di qua delle nostre capacità di specificarne eventualmente il nome. Il Vero è l’Intero che a noi si offre in quanto siamo liberi (grazie alla scienza o alla sapienza, non importa) di “entrare” in risonanza e partecipare alle infinite variazioni di quel «raggio dell’alta luce che da sé è vera» (Paradiso, XXXIII, 53-54).

Claudio
La proposizione hegeliana (Il Vero è l’Intero) pare essere una trasfigurazione dell’intuizione poetica dantesca: non c’è progresso nell’avanzare della mente verso l’Ultimo, c’è uno schiarirsi autonomo, involontario della visione, in cui la ragione si abbandona al senso che si dona oltre il sé, oltre il pensiero. In quest’ottica è significativo un passo dell’Itinerario verso l’Ultimo, la seconda sezione de L’anima sinfonica: un riverbero metafisico, in cui risuonano sia Dante che Giordano Bruno, in un’atmosfera di rivelazione pervasa di indicibile inquietudine.

Alto stupore

Alta stasi l’universo, corpo chiuso.
Alto il pensiero, nel tutto diffuso.
Alto il volo, nell’Uno smarrito.
Alto il battito, al centro scandito.

La mente si contrae in uno sguardo vuoto.
Atomo del nulla, la vita pulsa sul confine.
Il tempo scorre in un moto che confonde.
Il senso si disperde, come polvere svanisce.

Il cosmo-pensiero rinnova l’armonia prestabilita che come musica si intona, ramificandosi sinfonica.

L’anima percorre il cielo, rabbrividisce come si trovasse di fronte a un disegno che conosce da sempre. Immersa nel flusso incessante chiude il cosmo, lo riflette, diventa io, fiorisce in un’onda in cui si fondono stupore e terrore.

L’estasi sfugge in un sapore di freddo.
Il pensiero rimane a bere il suo fantasticare fanciullesco, nota bianca di memoria che si apre come un cristallo di spazio, un tremare di pianto, un sussurrare di grilli.

Fluisce il tempo interiore nell’indifferenza del mondo.
L’anima vive, pulsa, immagina, scruta, e ignora l’Ultimo.

L’acqua specchia la multiforme presenza di questa fredda trasparenza del cuore, di questo volto tremante in fuga – come un sasso discende lentissimo il pensiero ricreandosi in un’altra dimensione, nella verticalità di un altro spazio.

Si chiude la mente in un sonno inconcepibile, profondo, definitivo.

Si chiude come un fiore.

La prima parte dell’articolo è qui:

https://almerighi.wordpress.com/2017/05/31/dialettiche-amargine-claudio-borghi-e-davide-inchierchia-su-la-metafisica-della-luce-part-one/

dialettiche amArgine: Claudio Borghi e Davide Inchierchia su La Metafisica della Luce (part one)

Il dialogo che segue è nato da riflessioni di Davide Inchierchia sulla metafisica della luce in Dante, innescate dalla lettura dell’ultimo libro di Claudio Borghi L’anima sinfonica, presentato in questo blog il 22 aprile scorso. Sono ispirate ad un tema molto frequente nei testi di Borghi: la ricerca del senso, al confine sempre mutevole – ma sempre nuovamente ridefinibile – tra poesia, filosofia e scienza, che costituisce un elemento di innegabile suggestione e novità nei suoi testi poetici, da cui possono scaturire interessanti spunti circa una possibile sintesi tra metafisica e scienza, cosmologia dantesca e cosmologia relativistica, medioevo e contemporaneità.

SULLA METAFISICA DELLA LUCE
(dialogo tra Davide Inchierchia e Claudio Borghi)

Davide
Questa riflessione, oltre che dalla mia passione per la poesia metafisica dantesca, mi è stata ispirata dalla lettura de L’anima sinfonica: è un testo complesso e articolato, decisamente in sintonia col mio interesse per il pensiero spirituale (in accezione teoretico-filosofica). Se è vero che la cosmologia dantesca nel «Paradiso» riflette una concezione fisica e astronomica (quella di matrice aristotelico-tolemaica) che oggi noi consideriamo scientificamente inaccettabile – l’ordine gerarchico dei pianeti e delle sfere celesti come entità sovrannaturali – ciononostante è possibile oggi, forse più che in passato, riconoscere il valore e il significato specificamente allegorico e speculativo di tale cosmologia, per nulla inficiati dalla suddetta cornice tradizionale cui comunque essa rinvia. Il «Paradiso» può essere inteso, in effetti, come una grande opera architettonica dello spirito, fondata su una altrettanto grande esperienza metafisica della luce. L’identificazione cara a Dante tra cieli cosmici e cieli angelici, per noi apparentemente così problematica, può invece diventare nuovamente intellegibile se riconsiderata a partire dall’idea della luce come principio ontologico costitutivo della realtà tutta. È acquisizione del nostro secolo la natura elettromagnetica delle strutture più profonde che compongono la materia: dopo la sintesi epistemologica einsteiniana, col nuovo paradigma relativistico e la connessa riconfigurazione energetica della meccanica galileiano-newtoniana, sappiamo che al di sotto dei fenomeni spazio-temporali vi è la dinamica “immateriale” della luce. A prescindere dalle diverse implicazioni (anche confliggenti) che rendono non certo univoca l’interpretazione offerta dalla comunità scientifica odierna alla teoria della relatività generale, un punto è senz’altro dato per condiviso: la luce è il centro assoluto del pur policentrico universo conosciuto.

Claudio
Trovo stimolanti queste riflessioni, il cui oggetto specifico sono Dante e la cosmologia dantesca, ma anche le connessioni tutt’altro che avventate con la fisica moderna, in particolare con la cosmologia relativistica. La luce in relatività ha in effetti uno status privilegiato, la sua velocità è limite e invariante, per cui risulta quasi anomalo pensarla come una sua proprietà, visto che non si compone con le altre velocità ed è, il principio della sua invarianza, il fondamento logico-teoretico dell’intero edificio relativistico. La metafisica della luce, a cui è ispirata L’anima sinfonica, in cui ogni riga risuona dell’armonia meravigliosa inquietante del Tutto emanato dall’Uno, era un’intuizione che avrei poi ritrovato ed esplorato in forma diversa nei miei studi scientifici, scoprendo, per quanto i profani siano poco propensi a crederlo, che ogni teoria, per quanto strutturata razionalmente, è fondata su postulati metafisici, che possiamo solo accettare, senza poterli spiegare. Non esiste risposta alla domanda sul perché hanno una certa forma: possiamo solo ammetterne la verità e testarne le conseguenze logico-empiriche. Ovviamente nessun edificio teorico è inconfutabile e una nuova teoria può essere costruita su postulati più fondamentali della precedente, ma occorre riconoscere che la razionalità, nella sua essenza ultima, si fonda sul miracolo dell’essere le cose come sono, sulla luce del Logos che risplende in sé, in cui la Fonte, del tempo, del pensiero, della molteplicità diveniente delle forme, si presenta come inaccessibile e inconoscibile per l’intelletto finito. In un certo senso il mio cammino, inizialmente mistico-metafisico, si è saldato con la consapevolezza sorprendente dell’essere metafisica anche la scienza nei suoi fondamenti ultimi, cosa che, come ogni profano, prima di studiarla non sospettavo nemmeno.

Davide
In effetti, laddove riteniamo la luce, in termini abituali, come una sorta di ‘contenitore’ percettivo dei corpi con cui interagiamo nell’esperienza quotidiana, la stessa luce intesa in termini relativistici non è qualcosa che possa ‘aggiungersi’ dall’esterno ad una materia di per sé già esistente e compiuta. Al contrario, la luce costituisce l’essenza primaria della materia, la sua costante fonte generatrice, la materia essendo non altro che il “correlativo oggettivo” della luce medesima. Superato il limite della superficie percettiva del mondo, quando si raggiunge il nucleo più intimo della realtà, luce e materia si trovano di fatto in un rapporto rovesciato rispetto al comune riscontro empirico: qui infatti è la luce per così dire a ‘contenere’ la materia dall’interno di sé (cfr. i recenti studi sulla gravitazione quantistica proposti in C. Rovelli, “La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose”, 2014). Analogamente, nel Paradiso Dante, oltrepassato il limite sub-lunare del mondo terrestre, inizia un percorso di salita preceduto da un ‘rovesciamento’ della realtà materiale reso possibile proprio dalla attrazione della, o meglio, nella luce. Aspetto decisivo, a caratterizzare l’ascesa di Dante attraverso i cieli che lo condurranno fino all’Empireo, è infatti lo “spirare” luminoso delle anime susseguenti: non, si badi, nel consueto senso (aristotelico-scolastico) che le anime si troverebbero già in una luce preesistente in cui sarebbero assorte in statica contemplazione; bensì, tutt’al contrario, nel senso dinamico – assolutamente originale dantesco – che le anime sono chiamate a “trasmettere” in libertà la luce che ricevono, ciascuna in una diversa intensità di rifrazione corrispondente alla peculiare “qualità” interiore del loro spirito. La materia, la sostanza di questi «spiriti costellati» – come Dante suggestivamente li definisce – si rende dunque progressivamente intuibile, visibile agli occhi e alla mente del poeta-profeta, in ragione della minore o maggiore ‘trasparenza’ alla luce. Un’unica e sola luce determina qualitativamente le distinte “singolarità” delle anime: ne costituisce l’“identità” essenziale, come risposta alla vocazione di quella «alta gravità» dell’Uno che Dante (attraverso il linguaggio neoplatonico di Bonaventura) illustra con lucida razionalità teoretica, quasi geometrica, senza nulla concedere al dogmatismo della sua epoca, ad una religiosità ormai irrigiditasi in categorie vuote di pensiero.

Claudio
La luce è una sintesi metaforica della comunione tra l’Uno e le anime-corpi: l’intuizione originale di Dante consiste nel percepire la materia e lo spirito sullo stesso piano, superando lo sterile dualismo che vorrebbe il corpo una forma transeunte e l’anima la sola essenza vitale permanente. L’esistenza individuale, nelle sue contraddizioni, nella sua multiforme provvisorietà e contingenza, intellettuale ed esperienziale, si configura come una necessità interna all’Uno, che in un certo senso si invera nella autenticità della dimensione, sospesa tra pienezza sensibile e privazione, estasi e dolore, in cui si risolve e si manifesta la vita delle creature. Una chiave fondamentale di lettura della metafisica dantesca è il rigenerarsi poetico dell’emanatismo plotiniano, in cui Platone e Aristotele trovano una sintesi necessaria e vivente di altissima profondità. L’intuizione poetica vivifica il pensiero, lo accende, lo rende pulsante, ed è in questa ottica che l’arte può diventare, in ogni tempo, oggi come allora, decisiva nello sviluppo della cultura, non nell’ottica riduttiva di essere un mero corollario formale di scoperte, filosofiche o scientifiche, che vengono prodotte altrove, ma di essere il luogo in cui la rapsodia intellettuale ed emozionale in cui è immersa l’esistenza umana, pur nella sua occasionalità e fragilità, assume una valenza trascendente.

DAVIDE INCHIERCHIA è nato a Mantova il 7 giugno 1983, risiede a Curtatone, si è laureato in Scienze Filosofiche a Bologna nel 2008, è libraio (mestiere che francamente gli invidio) presso il palazzo Ducale di Mantova.

letture amArgine: il nuovo libro di Claudio Borghi

Scrisse in una delle sue più belle canzoni/poesie Federico Fiumani dei Diaframma: “L’odore delle rose è una reazione chimica/se un giorno lo scoprissi non lo ameresti più? / Il senso delle cose è una coperta stesa/su un passato ancora vivo ma te lo ricordi tu ?”
Se un giorno scoprissi che la poesia può benissimo scaturire anche dalla mente di un fisico non la ameresti più? E’ singolare e stimolante la scrittura di Claudio Borghi, a dimostrazione che gli intellettuali completi, dediti sia alle scienze che alle lettere, esistono ancora. Claudio Borghi e l’indimenticato Ubaldo De Robertis ne sono fulgidi esempi.
Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo della sua città natale.
Oltre a essere noto per le pubblicazioni scientifiche su riviste specializzate nazionali ed estere, ha dato alle stampe le due raccolte di poesie Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016). Imminente l’uscita de L’Anima Sinfonica per Negretto Editore http://www.negrettoeditore.it/
Da questo libro, disponibile a breve, è tratto il brano Tema della rosa (prologo e versi). Buona lettura.

Tema della rosa

La rosa è il simbolo dell’increato. Apre un mare di strana confusione metafisica, di impotenza a capire. Principio terreno del nulla, porta dell’assenza e della contemplazione del vuoto, la rosa è un gioco mentale, un’immagine di verità incompiuta, di silenzio, sostanza che racchiude lo sgorgare dell’invenzione. La rosa è l’implicito.

Rosa e cigno. Il cigno splende come luce di rivelazione, emotività della parola intraducibile, della parola creata che esteriormente rivela la vita. Il cigno è la bellezza aperta, la rosa la bellezza chiusa. Il cigno è la bellezza risolta, la rosa lo stupore isolato. Ogni rosa nasconde un cigno.

La mente trova infine se stessa come rosa staccata da sé, rinata nella coscienza rapita, preludio al distacco inconcepibile in cui il sipario dell’essere si chiude, alla resurrezione della rosa fisica nella rosa eterna.

Il mosaico del tempo brilla di luce strana. Il pensiero si abbandona alla misera vicenda quotidiana, dimentica la musica insondabile e inudibile colta in un semplice bagliore d’estasi. Il cuore lascia che il segno confuso della luce prenda forma nell’io nascosto, come una presenza di mattina diffusa.

*

Si apre ingrandendosi come la rosa
la mente di chiarore accesa,
dal nero incessante trae linfa e sale,

sale la forma attesa, si forma
il coro delle cose, si apre
ingrandendosi come la rosa –

la nota dal centro si dilata,
fiamma d’erba, gemma elementare,
battito silenzioso, luce alata,

nell’intonarsi invisibile del volo
cede la notte, si arrende il buio,
l’assenza impallidisce rivelata

splende l’acqua

cade l’ombra

svariano consistenze, trasparenze,
minima la vita freme in batter d’ali,
in massa dilagano fitte presenze,

il tempo scocca del non detto,
formandosi il verbo si accende,
verde calmo solca l’aria, netto

il coro si colma, cresce lento,
per il velo della coscienza
la luce inoltrandosi si diffonde

fino a spegnersi nel basso
tremare oscuro, sfiora la mente,
nel centro la tocca e la invade piano

– dove finisce il cuore in eterno sollevarsi?

in alto beve il nulla, sospeso
nel chiaro flutto senza forma,
in bianca estenuazione senza futuro

– in alto dunque l’ultima presenza del palpito?