Ricordo di Mario Rigoni Stern (1 novembre 1921 – 16 giugno 2008)

Eravamo numeri. Non più uomini. Il mio era 7943. Ero uno dei tanti. Mi avevano preso sulle montagne ai confini con l’Austria, mentre tentavo di arrivare a casa, dopo l’8 settembre del ’43. Mi portarono a piedi fino a Innsbruck e poi, dopo quattro o cinque giorni, ci caricarono sui treni e ci portarono in un territorio molto lontano, che a noi era sconosciuto, oltre la Polonia, vicino alla Lituania, nella Masuria, in un lager dove poco tempo prima erano morti migliaia di uomini; gli storici parlano di cinquanta-sessantamila russi. Erano prigionieri, morti di fame e di tifo. Noi andammo ad occupare le baracche che avevano lasciato libere, nello Stammlager I-B. Dopo quattro o cinque giorni, ci proposero di arruolarci nella repubblica di Salò, ossia di aderire all’Italia di Mussolini. Eravamo un gruppo di amici che avevano fatto la guerra in Albania e in Russia. Eravamo rimasti in pochi. Ci siamo messi davanti allo schieramento, e quando hanno detto « Alpini, fate un passo avanti, tornate a combattere! », abbiamo fatto un passo indietro. Gli altri ci hanno seguito. E fummo coperti di insulti, di improperi. Avevamo visto cos’eravamo noi in guerra, in Francia prima, poi in Albania e in Russia. Avevamo capito di essere dalla parte del torto. Dopo quello che avevamo visto, non potevamo più essere alleati con i Tedeschi. Perciò da allora fummo dei traditori. Fummo della gente che non voleva più combattere. E ci trattarono come tali. Nell’ordine dei lager venivamo subito dopo gli Ebrei e gli Slavi; poi venivamo noi che non eravamo nemmeno riconosciuti dalla Croce Rossa Internazionale. Ci chiamavano internati militari, ma eravamo prigionieri dentro i reticolati, con le mitragliatrici piazzate nelle torrette che ci seguivano ogni volta che ci spostavamo. Abbiamo resistito. Tanti di noi non sono tornati. Più di ottantamila nostri compagni sono morti in quei lager, durante la prigionia. Io ritornai nella primavera del 1945, a piedi, dall’Austria, dove ero fuggito dal mio ultimo campo di concentramento. Arrivai a casa che pesavo poco più di cinquanta chili, pieno di fame e di febbre. E feci molta fatica a riprendere la vita normale. Non riuscivo nemmeno a sedermi a tavola con i miei, o a dormire nel mio letto. Ci vollero molti mesi per riavere la mia vita. Avevamo dietro le spalle la Storia che ci aveva fatto aprire gli occhi su quello che eravamo noi e su quello che erano quelli che ci dicevano essere nostri nemici. Quello che ci avevano insegnato nella nostra giovinezza era tutto sbagliato. Non bisognava credere, obbedire, combattere. Non bisognava che l’obbedienza fosse cieca, pronta e assoluta. Non bisognava che libro e moschetto fosse il fascista perfetto. Avevamo imparato a dire no sui campi della guerra. Ed è molto più difficile dire no che sì. E anche voi ragazzi imparate a dire dei no alle lusinghe che vi sono intorno. Imparate a dire no a chi vi vuol far credere che la vita sia facile. Imparate a dire no a chi vi vuole proporre delle cose che sono contro la vostra coscienza. Seguite solo la vostra voce. È molto più difficile dire no che sì.

da Il coraggio di dire no (Einaudi, 2013)

Preghiera del Trasmettitore

Siamo giovani,
pirati dell’aria e dell’etere,
capaci di montare un casino
per mandare in cielo una lettera sola,
che belle le ragazze di Piove di Sacco,
bella la vita e il buon vino:
ogni giorno imbarazzati dalla divisa
con un fucile che ha vinto altre guerre
 
grazie a Te qui c’era pace,
non si sparava, solo qualche volta
al poligono di sabbia e bombe scadenti,
grazie a Te non scoppiavano,
non abbiamo lasciato croci,
solo qualche messaggio al cielo
 
non perder troppo tempo con noi lavativi,
palloncini e campanelli inutili
pronti a tornare a mamme e fidanzate
con qualche puttanata sulla coscienza,
dimentichi di Te
che non smetti di pensarci
 

due mesi di pena per ogni omicidio commesso

«Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento.(*)» Oggi questo mister simpatia esce di galera per fine pena: ha scontato due mesi per ogni omicidio compiuto, compreso lo strangolamento e lo scioglimento nell’acido di un bambino, ironia della sorte, per i benefici di una legge voluta da Giovanni Falcone, la più nota delle sue vittime. This is Italy.
*(Giovanni Brusca, dichiarazione tratta dal libro Ho ucciso Giovanni Falcone, di Saverio Lodato, Mondadori)

La non cultura di esaltazione della morte è fascismo.

Benché gli anelli siano distanti l’uno dall’altro, e molti ostacoli siano stati posti di fronte ai combattenti da coloro che si muovono agli ordini del sionismo così da rendere talora impossibile il perseguimento del jihad, il Movimento di Resistenza Islamico ha sempre cercato di corrispondere alle promesse di Allah, senza chiedersi quanto tempo ci sarebbe voluto. Il Profeta – le preghiere e la pace di Allah siano con Lui – dichiarò: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo; ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei” (citato da al-Bukhari e da Muslim). (Statuto di Hamas, articolo 7, ultimo capoverso) Tutto questo mi fa pensare che anche allah e maometto siano due bei peracottari.

Il bombardamento di Porto Corsini

Mia cara, il sereno è in te
pensando al profondo che ci unisce.
(Tenente di vascello S. H. Weber)
.
Fedeli ai propri tiranni serpenti
sudditi lucertola prepararono visite
a coorti di finestre accese.
.
Qualcuno, fuggito da Rimini,
dimenticò foglietti sul treno perduto:
non esistono guerre a fin di bene.
.
Il pensiero affonda gli uomini,
assieme all’incrociatore fresco di inchiostro,
al non pensiero
circa la scelta della smorfia da indossare
per dividere ogni sé dalla propria colpa
il giorno dopo.
.
Sarà lo scrittoio, non il suo gatto,
a tradire lo scrittore sfuggito
alla propria auto assoluzione;
anche allora era Pentecoste.
.
*****
.
Il 23 magggio 1915, domenica di Pentecoste, l’Italia dichiarò guerra all’Impero Austro Ungarico. Il giorno seguente, il 24 maggio, la maggior parte della flotta austriaca a Pola salpò per l’Adriatico.  Di questo gruppo di navi facevano parte 11 corazzate tra cui la Viribus Unitis. In seguito si aggiunsero altre unità. La flotta bombardò diverse città sulla costa adriatica della penisola, soprattutto Ancona e la sua provincia.  Il cacciatorpedineire Streiter attaccò una stazione di segnalazione vicino a Torre Mileto e l’incrociatore leggero Novara, poi con il cacciatorpediniere Scharfschütze e due navi siluranti, colpì una base navale e le sue batterie costiere a Porto Corsini.

Insalata di lago

Fosse soltanto fermare:
e non esorto polsi e vene
quanto un’elica veloce e irrisoluta
come di rondine il pensiero.
.
Il nemico è umano, non beve sangue
ma festeggia.
Tutti onorano la Pasqua.
Il passaggio nella fossa comune
è semplice formalità
dopo l’ultima fine settimana
insaporita con insalata di lago
e attrici lische dal seno enorme.
.
E’ bisogno estremo di celebrare fuochi
e bellezze di aerei in picchiata,
malattie chimiche e auto incidentate.
 

L’odore del sonno

Il sonno della ragione genera mostri (Goya)
.
E’ il mattino la freccia più appuntita
lo sguardo sconnesso, l’odore del sonno,
i capelli tra demonio, santità,
sempre anarchici e più scaltri della visuale.
.
Il vento si racconta e non atterra,
qualcosa sbatte, qualcuno corre senza dove,
e nulla cambia: soliti canali sepolti,
soliti disoccupati.
.
L’affetto è tutto, senza esitare
innamoramento verso il proprio carnefice,
la notizia falsa che tutto abbassa
fuorché i prezzi.
.
Ipanema è Calcutta è Roma
garrotate all’estremo, l’inverno pigro
va verso l’autunno:
la vita è questa,
si può osservare tutto da fuori,
aumentare il distacco nel gran ballo delle ore.

Il piano

una serie di parentesi storiche
poi graffe a cercare il risultato
di genti smarrite
dalla scoperta del fuoco
fino all’invenzione di una nidiata di dei
che, gelosi e sospetti, non disdegnano
libagioni di sangue
e organi interni, tutti uguali
nell’elegia all’occhio distratto,
ai re non piacciono le diversità:
preferiscono perpetuarsi, facce nuove
stessa musica
a condurre è pur sempre il piano

Nostra Signora dei confini

Proteggi dai colpi e dall’elettricità
chi non li vede e cerca un varco
verso case e amici nuovi, gli stessi,
dopo la grande rapina
consumata ai loro danni.

Fa sì che passino indenni e non ci siano
freddo, o ferite da rimarginare,
oltre quelle che già bruciano
e spingono gli uomini
a lasciare le loro case.

Nostra Signora dei confini proteggi noi,
i rapinatori, che li abbiamo disegnati
a colpi di squadra e matita, e iprite,
poi di cannone, e ancora, ancora,
pensiamo al bene assoluto
di una carità pelosa.