fine carriera

cretino a fine carriera,
ho speso la vita a detestare ogni fatica
fingendomi portatore d’armonia,
amato dai colleghi
malgrado il disordine delle carte

versificatore modesto,
ho fatto il ragioniere convivendo
d’amori provvisori,
lontani quelli veri

il tempo rimasto urla un gran recupero,
i ricci sempre ribelli,
l’Etna è di gran lunga più tranquillo ma
forse per neve, si macchiano di bianco

vieni primavera,
treno senza più ritardi, portami con te
dov’è amore il bimbo sciolto tra i fiori,
lo sguardo delle cose ancora vive,
uguale ogni giorno nel tempo che verrà

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fermoinquietudine

cambia l’aria.
ringhiava poco fa
un freddo bastardo, sul terrazzo
ora picchia un tempo incosciente

sono là, sempre fermo,
cattedrale regalata alle fiamme:
qualcosa scava una ruga in fronte,
e va dentro il cuore,
marea salata, disabituata a tutto
fuorché all’acqua e al contrattacco

se mai qualcuno si affacciasse,
scoprirebbe una tradizione,
l’abbandono

Acqua e tempo

Tra secondo e primo tempo
il mosto non è più acqua, nemmeno vino.
Scrivere sull’acqua
renderà carsici.

Il peso di questo lago
è tutto sul petto, ribelle,
al pensiero di un futuro breve e incerto
per i figli.

E il clima imprevedibile cambia
sulla terra priva di radici d’essere.
La mantide, atea adesso, spasimando cade.

Questi luoghi furono foresta
e prima ancora mare. Quanti, quante
sono passate là prima di andarsene.

Ovunque siano adesso.

Cara Mamma,

credo che la nostra immortalità sia nei gesti d’amore, nel senso di memoria che non ci lascia mai.
Questa, senza dubbio, è la nostra vera eternità.
Ho riconosciuto il tuo profilo, malgrado tutto, e ho potuto rivederti un’ultima volta.
Non ti dimenticherò, almeno finché avrò fiato. Ti voglio bene.

Scusami!

Scusami! Scusami!
Ripete dispiaciuta.
Sono stata cattiva. Aggiunge.
Da molto tempo non siamo più
i centri del nostro universo.

Inizio aprile da mollusco.
Dentro non ho perle.

Un treno sbagliato
mi ha portato
verso silenzi d’edera.
Interrotto dall’abbaiare stridulo
di un bastardino invisibile,
arrabbiato a priori.

Vorrei ancora abitarti l’ala
madre santa.

in Grappa

Due anni fa scalai il Monte Grappa
nell’ipotesi non fosse stato possibile
risalirlo attorno ai costoni tormentati
di ricordi vecchi cent’anni almeno.

Mi incantarono le malghe, il morlacco,
il bastardo, gli abitanti del posto
travestiti da militi austro ungheresi.
Prima gli italiani, ma non ci sono più.

Una pioggia piacevole e incombente
ricordava ogni tanto di bagnare
boschi e prati, dove un sole in ombra
riusciva a far pace con l’oscurità.

In tanto silenzio ricordo poche parole.
Le trincee vuote, come zebre,
non riuscivano a dormire sole.

Biciclette a mano

Camminando appaiate
due ex bambine si confidano il futuro,
ancora non è chiaro, passerà.
Intanto il custode del convento,
sant’uomo, perde la pazienza
cercando la chiave che non trova.
Il traffico sibila ogni giorno,
ogni notte, tutti hanno fretta
di correre altrove.
La sorte relegata in un cantuccio.
Il tizio prende a calci
una birra mezza piena
in piedi sul ciglio del marciapiede,
un randagio di passaggio
si scuce camminando sopra i cocci.
Qualcuno chiede: quanto mi vuoi bene?
Eterno universo, l’altro risponde,
causando un tamponamento a catena;
lavori in corso, il cartello impone
biciclette a mano. Qualcuno equivoca,
i più fingono di non sapere.