Mah

Non ho mai capito cosa sia stato buio
cosa amore vero. Dici no,
che mi hai amato a modo tuo, e debbo scordarti.
Fallo anche tu mia piccola estate!
Qualcosa senz’altro ti ha fatta più splendente
di qualsiasi stella: hai brillato appassionata
prima di eclissarti.

Elaborando il lutto, si vorrebbe, inconsolabili,
stringere qualcosa di appartenuto,
insomma una traccia di chi è passato.
Il vero guaio è non averti mai toccata,
ma tutte le volte in cui la pietra
sembrava definitivamente sopra, ecco
(dicevi spesso), uno squarcio di sereno
a mostrarti di nuovo.

Mah, poi alla fine sparivi di nuovo,
era amore, era un fronte nuvoloso,
vallo a sapere. Magari sono stato io
a invadere la Polonia nel Trentanove,
sempre non sia stato Alzheimer.
Nemmeno mi sono mai sbattuto
per fare il bel gesto del Morto. Sono una frana.
Inventariando ho cercato di vedere i più i meno.
L’amore non fa sconti, certo è cosa più seria.

Troia, mentecatta, sfondona, fica marcia,
spero rimanga sotto i ferri, giusto per citarmi.
Bipolare, vigliacco, eunuco, onanista (perdona
la licenza) curati impotente, tanto per citarti.

Quante ce ne siamo dette, no, scritte!
Parlare non è mai stata brezza da giardino.
Alla fine, vedi, qualcosa mi è rimasto,
a parte quel bel paio di slip neri
nemmeno della mia taglia. E’ il mio cuore,
a fettine, buono solo per un’insalata.

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Domani farà Lume a marzo

Domani mattina si vedrà
se l’ideogramma tracciato
sul soffitto è ancora là;
quest’aria nuova,
satura di profumi e rami falciati,
rende minimo l’ottuso disprezzo
di molti viventi per la realtà.
Eppure durante la notte
è risveglio al buio,
ci si provoca spesso ripensando
il dolore, il desiderio, i postumi
di una cattiva digestione.
L’immobilità non è possibile.
I ragni non hanno profumo.
Il desiderio non vuota il corpo
già pieno e presente
anche in altre stanze,
ogni giorno sporche, dimenticate:
dov’è depressione caspico padana
o all’angolo di casa Usher.
Questa notte è stata
semplice dolore,
domani farà Lume a marzo.

Lom a Mèrz (lume a marzo) 26-27-28 febbraio e 1-2-3 marzo

Molte sono le località romagnole, specie in Appennino, dove si tramanda questa usanza che ha origini Celtiche. Per le campagne, sulle colline, ma anche in molte piazze cittadine verso sera si accendono fuochi propiziatori per fare lume alla primavera in arrivo. Tutti quei fuochi accesi punteggiano le nostre zone, e danno l’idea di un cielo rovesciato sulla terra.
In alcune località gli ultimi tre giorni di febbraio sono anche conosciuti come “i dè dla canucéra”. Secondo la tradizione si credeva che in questi giorni vi fosse un’ora sconosciuta a tutti in cui ogni cosa riusciva male.
Nelle campagne in questi giorni i contadini se ne stavano senza far nulla per paura che andasse loro a male il futuro raccolto.

Il Senio

Il Senio c’è sempre stato.
Perfino la trattoria
dove andavo a pranzo
nei momenti importuni di solitudine.
Un tempo scorreva un po’ più dentro,
trovammo molti Longobardi
addormentati senza essersi accorti
che il torrente stava deviando.
Mio nonno ebbe l’idea,
non proprio azzeccata,
di farsi casa vicino all’argine:
ancora oggi tutti ricordano
il lungo, sciupato, autunno inverno
della Linea Gotica.
L’Emilia lo attraversa
su un ponte sempreverde, scavalca
molti sassi, acqua stagnante,
correnti impetuose da far paura
due, tre volte l’anno
se non sta il tempo.
Il Senio ha sempre funzionato,
madre, padre, semplice conoscente,
fratello no: Caino e Abele
sono stati un cattivo esempio.
Il Senio va via
con poca acqua, sempre in piena
per tutto quanto lascia.

baci e abbracci

Mamma, presto uscirai, e
mio Dio, nemmeno ti riconoscerò
dopo così tanto tempo.
Vent’anni senza poterci vedere
a parte qualche sogno.

Ricordo come sei stata,
soprattutto quanto sei stata.
Amata fin dal dopoguerra
per via di riccioli color carbone
e il nido rimasto freddo.

Inseguirti per le scale a chiocciola,
sapendo chi eri, ma non vedevo.
I vasi di gerani sugli spalti del forte,
quelli pronti a cadere
al primo alito di vento.

Oggi sono grigio anch’io, mamma,
non ho perso i capelli,
la vista poco più incerta,
il cuore un pochino smagliato.
Il tuo bimbo è cresciuto come ha potuto.

Il resto è nelle risposte mai date,
mai avute. E’ dire,
senza avere voglia di parlarne,
continuo lamentarsi del tempo
senza confini definiti.

Morlacco

Un tempo al bar o dal prete
si parlava volentieri di fica,
si parlava molto, ma non si praticava.
Qualche volta erano calci al pallone
in sfide epiche con gambette
rosse di freddo e botte fresche.

C’era chi esagerava, finiva dritto
nel mastello dell’acqua piovana
già piena di bucato.
Durante i lunghi silenzi in chiesa,
meditabondo e inginocchiato
tra severe navate oscure e sante,
il pensiero scivolava da biscia
dentro il solito buco.

Oggi si parla solo di pensioni,
quando andare, come andare,
a quale biglietteria rivolgersi.
Qualche ardito ha pensieri di rivolta.
Tutti lo amano, nessuno lo segue.

Resta poco, anche le scritte
tra non molto saranno bilingui,
ma non farà male. Resta poco.
Il tempo accelera doppio, e noi giovani,
malgrado tutto resta poco.

Qualche tributo a Pindaro,
il sonno con le serie preferite.
Senza Poesia non avrei mai
incontrato il Morlacco:
dei vecchi castellani
si è persa pure l’ombra.

Spesso ci si conosce poco,
e non basta trattenere uno sputo
la mattina davanti allo specchio,
basta così.

nel limbo di lana e pelle

C’è tutta la prontezza in parole
pronunciate prima di pensare.
Tutto avviene per concretezza,
specie quando non si capisce.
La sintesi corre dentro piazze vuote,
partite per seguire altre strade.
Le ho messe ad asciugare
sotto la pioggia ogni giorno.

Dice Lei.
Le tengo sotto una gogna ben visibile
a tutti i passanti. Possano saziarsi.

Risponde Lui.
Quanto potranno essere sostenibili
due lampioni accesi di fronte?
Sono passato dalla libreria,
la scorsa estate, era chiusa.
Aveva il catalogo di tutta
una natura furiosamente umana.
Volevo acquistarlo, si è fatto inverno
nulla di nuovo, niente è cambiato:
immagine fredda, incastrata
nel limbo di lana e pelle.

Essere completato

Ogni segna ore è resoconto,
musica ferma, ore in affitto
fino al fondo della civiltà,
la speranza è una sporca rima:
l’estate arriverà.
Tutto in cambio, niente cambia,
siamo incorreggibili padano veneti
intolleranti fino alle ossa:
che quei negri là ci portano via
il sacro mestiere di rondini,
l’Essere completato finito da tempo,
senza donne perché
non abbiamo mezzo di capirle.
Ci mandavano in montagna
a respirare aria buona;
partigiani paranoici da irrobustire
con ferite d’amore e cicatrene.
La stagione rock finisce qua,
Clint sembra tagliato col flessibile,
la speranza cercata in chiesa
è musica ambient da cimiteri.
Gli estremi onori avranno luogo
in aeroporti deserti, inagibili,
la classe politica meritatissima
fino all’ultimo: ignorante,
trasformista, figlia di padre ignoto.