di cancri e danaro

Dobbiamo riflettere: com’è stato possibile
passare dal nazismo alla solidarietà pelosa?
La strada è molto lineare,
più di quanto sembri:
fino a ieri, abbiamo fatto mangime per tonni
di tanti perdigiorno,
nessuno ha detto nulla, solo i lavoratori,
defraudati dei loro diritti, hanno mostrato
altruismo ben più dei ricchi paperoni,
barricati, nascosti e senza volto:
i loro portavoce
vengono eletti a suffragio universale
ogni tanto, lustro più o lustro meno.
Sei mesi di illusioni, cinque anni di amnesie,
nessuno pensa all’altruismo da operetta
come a un collutorio.
Sciacquo le gengive, l’alito è più buono,
meno batteri e sputo tutto nello scarico.
Il mondo è come nuovo!
Facilmente verrà il giorno
in cui molti dovranno sorseggiare la stessa acqua,
ma non saranno negri, gente di colore
per essere corretti: e quello stesso giorno
moriremo tutti, malati come siamo
di cancri e danaro.
Il mondo bianco non è riformabile.

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Speranze malconce

Sacramento violento
raccontare ogni giorno,
inevitabile sprofondo
di pavimenti in argilla
al minimo rialzarsi le falde.
Ceneri e fuochi
non nell’ordine:
raccontare, quante parole
dentro!
Strette desiderose
d’abbraccio,
presenti, sentirle arrivare
con udito
da cane.
Speranze malconce
mai domi portarle
pur di non veder morire
giardini da cui
non si può uscire vivi.
Sarebbe rimanere
a Valsanzibio,
possedere l’impossibile,
tornare
al nuovo già stato.

Come ogni sera

La calza di Biancaneve
piena di smagliature
l’altra fugge nei fossi:
certi miracoli di nebbia
stanno in piedi da soli,
le voci, anche quest’anno
non hanno eco.
Gobbo il significato
nel volerne attribuire
costi quel che costi.
Nessuno canta alle finestre.
Ai rari incroci
i pochi passanti curano
anzitutto l’impossibilità
di concedere gli occhi.
I fossi gelano trasparenti,
il freddo è calore in giacenza.
Tornando a casa battuto
scriverò, come ogni sera,
contro l’abolizione
del genere umano.

Il Fumatoio (versione in spagnolo di Vicente Vives)

Entra in ospedale, vai in ospedale.
Costa, borderline e capello di paglia,
aspetta il perdono ai primi caldi.
Vincenzo esamina muri
li riprende, aspetta forniture di pece,
oggi ha quarantasei anni,
domani trentasei.
Aspetta parecchio, ha il fagotto pronto,
finché aprono le porte
per sgaiattolare via, con chiunque sia;
lo tradisce il passo dei suoi ottant’anni,
la porta si richiude lenta:
è il mare, tomba d’Ulisse.
Elena ha preparato il suo funerale,
scelti i fiori, tirato sul prezzo della cassa.
Le piace fare le cose per bene,
mancano soltanto un prete e l’adattamento:
vuoi comprare la sua bara vuota
a un prezzo da amatore?
Il Fumatoio, d’ampia e luminosa
porta finestra, gode
una vista profonda, bellissima,
è guardare e non toccare,
non sembra Villa Azzurra;
il militare ha rotto il vetro
con un pugno, l’infermiere dovrà
sorvegliare se stesso, il cinese dà l’idea
di un ninja spaesato e composto;
ma Villa Nina un po’ più sotto.

EL FUMATOIO

Entra en el hospital, ve al hospital.
Costa, limítrofe y pelo pajizo,
Espera el perdón en el primer calor.
Vincenzo examina las paredes
llévalos de vuelta, espera por los suministros de tono,
hoy tiene cuarenta y seis años,
mañana treinta y seis.
Espera mucho tiempo, ten el paquete listo,
hasta que abran las puertas
sgaiattolare lejos, con quienquiera que sea;
El paso de sus ochenta años lo traiciona.
la puerta se cierra lentamente
Es el mar, la tumba de Ulises.
Elena ha preparado su funeral.
Elegí las flores, sacó el precio de la caja.
A ella le gusta hacer las cosas bien
Solo falta un sacerdote y la adaptación:
quieres comprar su ataúd vacío
¿A un precio amateur?
El Fumatoio, amplio y luminoso.
ventana de la puerta, disfrutar
una vista hermosa y profunda
es mirar y no tocar,
no se parece a la villa Azzurra;
los militares rompieron el vidrio
con un puño, la enfermera tendrá que
supervisarse a sí mismo, el chino da la idea
de un ninja confuso y compuesto;
Pero Villa Nina un poco más abajo.

il livello del mare

Dolcezze d’ufficio
per amori lasciati a mare,
quando spancia sugli scogli
e va in mille pezzi.

Ho fatto poesie magnifiche
le ho scordate tutte,
non sono cambiato molto
solo si è alzato
il livello del mare.

Colombi coperti di nebbia
o qualsiasi cosa siano,
finirà anche il ricordo,
riprendono dopo pranzo
a scaldare i tetti.

il Non è

Forse a casa c’è la vasca riempita,
ma nessuno ha fatto il bagno:
sarai felice e pulito fuori.

Mosche. Non meno di tante mosche
ad ampliare i colori stanchi
in domeniche cattive. Le troverai
tra l’erba, nelle necessità,
ritmate a un silenzio interminabile.
La carne dei rovi è fredda,
mosche ovunque, sgarbate
scadono dal sudiciume alle labbra
fin dentro il naso
in sponde mai scavate.

Dammi una mano.
La mozzò, gettandola
sopra il manto unto di neve
nello sprofondo lasciò
una striscia dello stesso colore
di buon vino rosé dannato.

Goditi la crisi.
Disse l’ancella ritenuta più fedele,
Nutrice in pasto a desideri
troppo terreni, dove ogni io è sepolto
da lanci violenti di cordoli,
capolavori di ingegneria,
gli stessi allenati al declino
sempre pronti a indicare il Non è.

Aquileia nel tempo degli Unni

Ninna, oggi sei in antenna?
Storie sì, ma provvisorie,
i dubbi invece, sintomi di progresso:
rovistare una trappola per topi
non fa bene alle dita.

Sai, potresti provare
una di quelle pettinature cotonate
molto in voga nei primi Ottanta;
coprivano bene il pensare,
specie a chi teneva in borsa
un cuore di amante.

Aquileia fu un assedio bellissimo,
venne un terremoto lo stesso giorno
della partenza degli Unni:
e vivaddio! Non ripartirono più,
trapassarono tutti i cristiani,
praticando il ben noto adagio.
Ai tuoi fedeli, signore
la vita non è tolta, ma stiracchiata.
Piero, ritrova tu il fervore.

Non cambiano nemmeno oggi
le circostanziate domande, le risposte;
se hai bisogno di un leguleio
troverai sterco in abiti costosi.
L’oceano è attraversabile
a nuoto con una mano sola,
l’erotismo cede confuso,
niente t’aspetta oltre.