in Grappa

Due anni fa scalai il Monte Grappa
nell’ipotesi non fosse stato possibile
risalirlo attorno ai costoni tormentati
di ricordi vecchi cent’anni almeno.

Mi incantarono le malghe, il morlacco,
il bastardo, gli abitanti del posto
travestiti da militi austro ungheresi.
Prima gli italiani, ma non ci sono più.

Una pioggia piacevole e incombente
ricordava ogni tanto di bagnare
boschi e prati, dove un sole in ombra
riusciva a far pace con l’oscurità.

In tanto silenzio ricordo poche parole.
Le trincee vuote, come zebre,
non riuscivano a dormire sole.

Annunci

Biciclette a mano

Camminando appaiate
due ex bambine si confidano il futuro,
ancora non è chiaro, passerà.
Intanto il custode del convento,
sant’uomo, perde la pazienza
cercando la chiave che non trova.
Il traffico sibila ogni giorno,
ogni notte, tutti hanno fretta
di correre altrove.
La sorte relegata in un cantuccio.
Il tizio prende a calci
una birra mezza piena
in piedi sul ciglio del marciapiede,
un randagio di passaggio
si scuce camminando sopra i cocci.
Qualcuno chiede: quanto mi vuoi bene?
Eterno universo, l’altro risponde,
causando un tamponamento a catena;
lavori in corso, il cartello impone
biciclette a mano. Qualcuno equivoca,
i più fingono di non sapere.

Marzo a fine settembre

L’allungo a riguadagnare marzo
dalla mia fine settembre, la tua
è magia di stagione indefinita.

Un tempo temevo ti urtassero,
ora so di coscienti ossa lunghe.

Figlia, il temporale nelle tue vele
è vento a favore. Itaca, ovunque
sarà, si lascerà incontrare.

Imbastita, la donna dentro,
imprendibile, volerà oltre le maree.

Tra i sassi addormentati in riva
sbocceranno fiori; saranno fiori
e poche spine d’ordinanza.

Il maglione di lana caprina

Il maglione di lana caprina
pizzica sotto il mento.
Il freddo punge il maglione,
nessuno parla, aggrappato
al ricordo del tascapane
caduto dopo lo scivolone.
Perduto tra le maree.

Tutto è commozione, silenzio.
Verrebbe da piangere
se non fosse più urgente
sopravvivere a quello che è
per ora, un pugno di tempo,
vissuto, fanciullezza,
mamma e papà, vicinissimi.

Troppo per dimenticare
latte caldo, amore, buone parole
e il futuro: vedrai, avrai, sarai
qualsiasi cosa, certo.
Chi ha cuore sa:
qualcuno ha donato la vita.

Sarai migliore di noi
lasciati al silenzio, al ricordo,
sotto il polverone.

in basso a destra

qualcuno, sempre in basso a destra,
ha un’aria da fine impero, all’ultimo
sopravvive ammaccato: giù da terra
guarda e si nota parecchio tormento.
era così, anche durante l’occupazione,
innamorato delle maestrine, pronto
a fuggire al primo soffio d’aria cattiva,
diario nascosto, pantaloni cortissimi,
troppo per la sua età, e oggi
sembra dire, sono qui e non mi va
perché sono venuto male,
per tutta la vita mi rideranno dietro:
com’eri buffo! Sei tu in questa foto?

La virata in bianco e nero, insolente
scoloritura d’autore che, potendo,
nuoce ancor più, soprattutto in basso
a destra, dove i reietti irrigidiscono.
non parlano, non fanno domande,
specie quelle inutili, senza risposta
a destra dentro la busta della spesa,
a sinistra nel sacchetto dell’immondizia

Mah

Non ho mai capito cosa sia stato buio
cosa amore vero. Dici no,
che mi hai amato a modo tuo, e debbo scordarti.
Fallo anche tu mia piccola estate!
Qualcosa senz’altro ti ha fatta più splendente
di qualsiasi stella: hai brillato appassionata
prima di eclissarti.

Elaborando il lutto, si vorrebbe, inconsolabili,
stringere qualcosa di appartenuto,
insomma una traccia di chi è passato.
Il vero guaio è non averti mai toccata,
ma tutte le volte in cui la pietra
sembrava definitivamente sopra, ecco
(dicevi spesso), uno squarcio di sereno
a mostrarti di nuovo.

Mah, poi alla fine sparivi di nuovo,
era amore, era un fronte nuvoloso,
vallo a sapere. Magari sono stato io
a invadere la Polonia nel Trentanove,
sempre non sia stato Alzheimer.
Nemmeno mi sono mai sbattuto
per fare il bel gesto del Morto. Sono una frana.
Inventariando ho cercato di vedere i più i meno.
L’amore non fa sconti, certo è cosa più seria.

Troia, mentecatta, sfondona, fica marcia,
spero rimanga sotto i ferri, giusto per citarmi.
Bipolare, vigliacco, eunuco, onanista (perdona
la licenza) curati impotente, tanto per citarti.

Quante ce ne siamo dette, no, scritte!
Parlare non è mai stata brezza da giardino.
Alla fine, vedi, qualcosa mi è rimasto,
a parte quel bel paio di slip neri
nemmeno della mia taglia. E’ il mio cuore,
a fettine, buono solo per un’insalata.

Domani farà Lume a marzo

Domani mattina si vedrà
se l’ideogramma tracciato
sul soffitto è ancora là;
quest’aria nuova,
satura di profumi e rami falciati,
rende minimo l’ottuso disprezzo
di molti viventi per la realtà.
Eppure durante la notte
è risveglio al buio,
ci si provoca spesso ripensando
il dolore, il desiderio, i postumi
di una cattiva digestione.
L’immobilità non è possibile.
I ragni non hanno profumo.
Il desiderio non vuota il corpo
già pieno e presente
anche in altre stanze,
ogni giorno sporche, dimenticate:
dov’è depressione caspico padana
o all’angolo di casa Usher.
Questa notte è stata
semplice dolore,
domani farà Lume a marzo.

Lom a Mèrz (lume a marzo) 26-27-28 febbraio e 1-2-3 marzo

Molte sono le località romagnole, specie in Appennino, dove si tramanda questa usanza che ha origini Celtiche. Per le campagne, sulle colline, ma anche in molte piazze cittadine verso sera si accendono fuochi propiziatori per fare lume alla primavera in arrivo. Tutti quei fuochi accesi punteggiano le nostre zone, e danno l’idea di un cielo rovesciato sulla terra.
In alcune località gli ultimi tre giorni di febbraio sono anche conosciuti come “i dè dla canucéra”. Secondo la tradizione si credeva che in questi giorni vi fosse un’ora sconosciuta a tutti in cui ogni cosa riusciva male.
Nelle campagne in questi giorni i contadini se ne stavano senza far nulla per paura che andasse loro a male il futuro raccolto.