apocrifi

Agli epitaffi addormentati
su pietre odiose
in qualche sepolcreto industriale
fuori mano
cadono suoni e letterature.

Amare, terza persona singolare,
pensando l’infinito.
Che è due fuochi.
Ognuno trae origine, alimento,
dal proprio incendiario.

Resti, più che altro,
fiori d’altre primavere
compressi in abitini senza radice.
Gli umori, instabili chimiche,
non trovano pace né darsena.

Servirà altro tempo al falsario
per ultimare il Salmo,
necessarie nuove lingue da inventare.
Ne avrà?

con minuti cenni d’amore

Col prossimo freddo
a qualcuno tornerà voglia di leggere,
di riesplorare il proprio corpo
con minuti cenni d’amore.
Di pregare nel chiuso di una cella,
dove non ci si potrà esporre
se non a Dio.
Trovare un nuovo riparo,
per cambiarsi d’abito e faccia.
Mettere alla porta
il cancro all’anima, che consuma.

buonanotte

cambia idea spesso,
le intransigenze di ieri
sono commozioni oggi,
basta un pochino di marea
e subito cambia la terra,
porta via fermezze, gentilezze,
mentre la vita scorre,
acqua su cui nessuno scrive,
che bello accarezzarle il pelo
quando è contrariata
e cade ogni principio,
si ottunde la fermezza,
e il guerriero
si fa tenero orsacchiotto
da portare a letto,
addormentare, buonanotte

i ratti

tutto bolle, dispera,
sopravvive, fornica,
non abita più,
mai fermo

i ratti non ci stanno,
preferiscono in silenzio
fare figli, nascondersi,
mangiare, essere mangiati

recitano preghiere
mangiano poesie
nei luoghi meno esposti.
non sanno, eppure lo fanno

ma i ratti vengono,
silenziosi come il sole
ogni notte, se apri
conoscerai il tuo tempo

lo stato dilegua liquido
in ogni fessura,
ora vorrebbe rientrare
allo stato solido

sassi appuntiti

domani sto bene, lo prometto

in mezzo a due versi corre
un fiume di ricordi, d’assenze,
e i tanti errori lo seccano
mettendo a nudo sassi appuntiti
addormentati sul fondo,
quelli che giovani,
quando era bagno
dentro un’acqua piena di creta,
ferivano i piedi
e non se ne trovava mai uno:
cosa vuoi che sia,
a meno che non arrivino
altri motivi per essere felici,
tutto quanto è un ergastolo
tra bidoni della spazzatura,
a fare i ratti non protagonisti,
occhi e faccia martellati
gonfi da non riconoscersi
e la sera per nascondersi,
non essere predati
da felini di taglia molto larga,
bastano le zanzare

facciamo una vacanza, oggi

frequenza ottantasette

hai paura?
il farmacista prende la pressione,
alta, da pneumatico

il cuore batte dentro il braccio
e fa un po’ senso,
passo in rassegna ogni paura
nell’adunata generale,
una ha la barba malfatta,
l’altra una piega sulla giubba,
la baionetta senza sicura,
i pensieri altrove

a ognuna manca qualcosa,
sembrano amori trascorsi
saltando sulla corrente
da un tronco all’altro,
tra maree poco distanti:
dovrei cambiarmi le mutande,
impegnarmi di più

frequenza ottantasette battiti,
sono vivo, me ne vado

Perduto sulla terra

… la scuola terminò, e ci accorgemmo
di non avere appreso educazione e libertà.
A meno che non siano stanziate altre risorse,
le rivoluzioni, da domani, non si faranno più.
I destinati alla gioia dormono su binari morti.

Nessuna capriola rialza la giornata uggiosa.
Occhi da nibbio idealista sull’avere sul dare.
Non ci sei più, ma sappi, mai ho amato l’idea.
Mi sento un acquazzone perduto sulla terra.
Basterà un po’ di sole, andranno via gli Unni?

fine carriera

cretino a fine carriera,
ho speso la vita a detestare ogni fatica
fingendomi portatore d’armonia,
amato dai colleghi
malgrado il disordine delle carte

versificatore modesto,
ho fatto il ragioniere convivendo
d’amori provvisori,
lontani quelli veri

il tempo rimasto urla un gran recupero,
i ricci sempre ribelli,
l’Etna è di gran lunga più tranquillo ma
forse per neve, si macchiano di bianco

vieni primavera,
treno senza più ritardi, portami con te
dov’è amore il bimbo sciolto tra i fiori,
lo sguardo delle cose ancora vive,
uguale ogni giorno nel tempo che verrà

fermoinquietudine

cambia l’aria.
ringhiava poco fa
un freddo bastardo, sul terrazzo
ora picchia un tempo incosciente

sono là, sempre fermo,
cattedrale regalata alle fiamme:
qualcosa scava una ruga in fronte,
e va dentro il cuore,
marea salata, disabituata a tutto
fuorché all’acqua e al contrattacco

se mai qualcuno si affacciasse,
scoprirebbe una tradizione,
l’abbandono