Ascolta & Leggi: Claudio Monteverdi e poesie di Amalia Guglielminetti

Un grande talento prestato alla poesia italiana di un secolo fa, buona lettura.

Vortice

Noi ci fissammo, con un folgorio
d’occhi tenace. Io so che in quel momento
il cuore ti tremò del tremor mio.

Eravamo seduti con il mento
nella mano, in un’ombra di veranda,
in qual tempo, in qual giorno, io non rammento.

Rammento che giungeva a ondate, blanda,
una lontana musica e che spesso
ripeteva un motivo di domanda.

A un tratto ci trovammo così presso
da provarne vertigini, e smarriti
impallidimmo del pallore stesso

come su un buio vortice che inviti.

*

Pallore

Oggi mi trovi pallida, ma sai
che un poco sempre io son pallida. È strano
come il mio volto non s’accenda mai.

Solo la bocca un fior di melagrano
sboccia sotto il tuo bacio, e il cuore pulsa,
– oh così forte! – sotto la tua mano.

Ma goda o soffra l’anima convulsa,
il marmo della fronte non confessa
gioia di amore o strazio di ripulsa.

Quanto più sfatta io piego su me stessa,
più s’impietra la maschera del volto.
Ma quando cedo dall’angoscia oppressa,

piango non vista il mio pianto raccolto.

*

La solitudine

Siamo soli nel mondo: ciascun vive in mezzo a un deserto.
Nulla per noi è certo fuorchè questo vuoto profondo.

E i contigüi casi degli uomini, e i sogni e le cose
son come ombre fumose vanenti su torbidi occasi.

Talvolta amor mezzano avvicina due solitari,
li illude un’ora e ignari e ignoti li avventa lontano.

Ciascun ch’ami il suo orgoglio la sua verità o il suo errore
è un mesto viaggiatore superstite sopra uno scoglio.

S’illude egli alle prime carezze dell’onde e del vento,
ma tosto lo sgomento dello spazio enorme l’opprime.

Né v’ha cosa più triste della non colmabil lacuna,
dell’ombra che s’aduna fosca fra chi esiste e chi esiste.

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per saperne di più

https://it.wikipedia.org/wiki/Amalia_Guglielminetti

Ascolta & Leggi: Bruno Di Pietro videopoesie con testo

Ringrazio Bruno Di Pietro per avere concesso al blog queste videopoesie corredate dai testi. Una poesia, quella di Di Pietro, ricca di riferimenti storico mitologici ed esoterici (la luna nera per esempio), che conferiscono fascino inusuale a testi già di forte e scintillante bellezza. Dunque, buon ascolto e buona lettura.

sarà come
dopo la luna nera
di quarto in quarto
di marea in marea
sprofondare e rialzarsi
per derive di vénti
e seni e bocche schiuse
(cose da niente i baci)

*

di come un mattino di ottobre
seduto sulla riva del mare
spettinato dal grecale
pesando la retata del pescato
tu abbia immaginato
una nuova terra un nuovo cielo

di come ti sia sembrato labile
il margine fra l’onda e il lido
e avresti voluto per detto
tutto il dicibile

dirai un giorno

e di come allora
fiutato il vento
come un vecchio marinaio
sia iniziato il cammino
verso il non ancora

*

VI. Augusto a Somma evoca Orazio e Mecenate

Tutt’altro che pallida, Quinto, è la morte.
Nulla s’impara nella perdita dei più cari affetti
come in quell’ostile autunno che portò via te e Gaio.
Ritroveremo nell’Ade il sapore
delle olive e del vino della Sabina
e quei silenzi in cui ognuno pensava con se stesso?
Il mio viaggio verso l’origine si ferma a Somma
non si può vedere l’inizio prima della fine.
Sono in quella radura del tempo e dello spazio
che non ha sponde: non più qui non ancora altrove.

Devo salutare le costellazioni
mentre incoronano il vulcano.
Svanisce la quieta maestà delle stelle
di fronte alla minacciosa infinità priva di futuro.
Svanisce l’erba in questi afosi giorni estivi
svaniscono le rose prima del crepuscolo.

È questa la notte dell’antico niente
e persino le ali della luce sono lente
quando non sai più se l’ora passata
è un’ora persa o un’ora guadagnata.

Ascolta.
Il cigolío degli scalmi
lo sciabordío dei remi
annunciano l’avvento del battelliere
( e tu ne tremi).

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BRUNO DI PIETRO (1954) vive e lavora a Napoli esercitando la professione forense.

Ha pubblicato le raccolte poetiche: “Colpa del mare” ( Oédipus, Salerno-Milano 2002)“[SMS] e una quartina scostumata” (d’If,Napoli 2002)“Futuri lillà” (d’If, Napoli,2003)“Acque/dotti. Frammenti di Massimiano” (Bibliopolis,Napoli 2007) “Della stessa sostanza del figlio” (Evaluna,Napoli 2008) “Il fiore del Danubio” (Evaluna,Napoli 2010)“Il merlo maschio” (I libri del merlo, Saviano 2011) “minuscole” (IL LABORATORIO/Le edizioni, Nola 2016) “Impero” (Oèdipus,Salerno-Milano, 2017) “Undici distici per undici ritratti” (Levania Rivista di Poesia n° 6/2017).”Colpa del mare e altri poemetti” (Oèdipus ,Salerno Milano 2018); “Baie” (Oèdipus ,Salerno-Milano 2019)

È presente in diverse antologie fra cui : Mundus. Poesia per un’etica del rifiuto (Valtrend, Napoli 2008) Accenti (Soc. Dante Alighieri, Napoli 2010) Alter ego. Poeti al MANN (Arte’m , Napoli 2012). Errico Ruotolo, Opere (1961-2007) (Fondazione Morra,Napoli,2012) Polesìa (Trivio 2018, Oèdipus Edizioni)
Articoli e interventi sulle sue opere sono presenti in riviste e blog (Nazione Indiana, Infiniti Mondi, ClanDestino, Trasversale, Versante Ripido, Frequenze Poetiche, Atelier, Levania , Trivio , InVerso, Menabò, Poetarum Silva). E’ stato cofondatore con Gabriele Frasca e Mariano Baino della Casa Editrice “d’If” e socio della Casa Editrice “Cronopio”.

Ascolta & Leggi: Esistono i poeti? (feat. Steps Ahead)

Forse esistono, ma ne conosco pochissimi. Vanno distinti dai mestieranti, dai facitori di opinioni un tanto al chilo. In genere i poeti sono più morti che vivi. L’Italia poi è il paese più strano che ci sia sotto questo punto di vista. C’è un sottobosco fittissimo, che ogni tanto prende fuoco e servono tutti i Canadair disponibili anche solo per circoscrivere le fiamme. Troppi cespugli invadono i sentieri, ed è tutto un gran casino. Quindi cosa fanno? Si mettono assieme, più sono mediocri e più lo fanno. Hanno un gran bisogno di affetto e rassicurazione, soprattutto che si parli di loro. Perché i poeti italiani di oggi sono questo, se non li noti non esistono. Dunque, se uno se ne sta nell’ombra, può essere anche il nuovo Dante Alighieri ma non esiste e non ce la può fare.
Eppure la solitudine scelta è la condizione migliore per poter riflettere e soprattutto creare, non creare per chi, ma semplicemente per delineare quel parto che porterà a un nuovo gesto creativo. Sono, siamo, del tutto incoerenti come persone, a volte anche esseri abbietti. Il poeta non è bello, ma è gobbo ed erudito, se la cava sempre, specie se sa crearsi un seguito.
Perché poi ne ho scritto di nuovo?
Voglio forse mettermi a fare l’opinionista anch’io?

Ascolta & Leggi: Erik Satie con una ricognizione metafisica di Davide Inchierchia.

La scienza oggi, tra fenomenologia ed ontologia.
Una ricognizione metafisica
di Davide Inchierchia

Per rispondere alla domanda cruciale che incalza da più fronti del sapere contemporaneo – che ne è della Filosofia nell’epoca in cui «Sophia» si è compiutamente realizzata in Scienza? – sono oggi rintracciabili alcune prospettive di senso che individuano altrettante accezioni del “conoscere” filosofico.

1. Analitica semantico-concettuale e linguaggio.

Se si assume come del tutto evidente la piena identificazione tra scienza dell’essente e gnoseologia teoretico-linguistica; ovvero, se la Cosa coincide senza residui con il Concetto che definendola la determina oggettivamente – idea aristotelica che, attraverso il razionalismo della modernità cartesiana, si compie nella Logica dialettico- idealistica hegeliana e giunge fino ai logicismi e neoidealismi novecenteschi – filosofia
diventa qui il sapere della Totalità, in quanto “semantizzazione” assoluta dell’ente.
Per ogni DATO empirico esisterebbe un SIGNIFICATO razionale che ne descrive analiticamente lo statuto ontologico: ad una analisi di tipo epistemico delle proposizioni predicativo-referenziali si affianca, distinta ma non separabile, la sintesi epistemologica delle loro MEDIAZIONI sistemiche.
Si tratta di una linea interpretativa oggi per certi versi dominante che, a partire dalle discipline scientifico-naturali in senso stretto, si estende ai “linguaggi” che appartengono ad ambiti tra loro formalmente anche molto dissimili (come l’estetica artistica e l’intelligenza artificiale), ma tutti accomunati dal criterio cognitivista – con esiti nominalistici non di rado dalla forte connotazione convenzionalistica – secondo
cui conoscenza sarebbe atomisticamente la sola riduzione tecno-logica dell’ente alle sue “proprietà” strutturali ed elementari.

2. Critica trascendentale e fenomenologia

Laddove invece la stessa scienza si riconosce in termini non obiettivistici e deterministici bensì quantistico-probabilistici, tra il “manifestarsi” dell’essente e il “dire” che lo predica sopravviene una DIFFERENZA ONTOLOGICA che la filosofia ha cura di salvaguardare e tematizzare teoreticamente (non retoricamente).
Oggettività della conoscenza è possibile qui in virtù della inter-soggettività delle funzioni categoriali: l’essente è il FENOMENO che “appare” se e solo se sollecitato operativamente dal concetto; è l’OSSERVABILE la cui “forma” si trova in continua emergenza entro una prassi procedurale di necessaria “trans-formazione” modale.
Ad una scienza dell’ente in quanto SEMBIANTE – idea anch’essa di matrice aristotelica che, filtrata attraverso il criticismo kantiano, nutre il versante post-dialettico tardo-moderno, alla base delle varie declinazioni contemporanee del pensiero husserliano e heideggeriano – corrisponderà pertanto una filosofia ancora della Totalità, ma ora “aperta” alla IN-DETERMINAZIONE simbolica. All’ente nel suo apparire è del tutto costitutivo un “nascosto” quale condizione trascendentale del manifestarsi; la fenomeno-logia del mostrarsi non esaurisce l’onto-logia dell’ente che EX-siste sempre “differendo”; l’essente che si fa OGGETTO di rappresentazioni molteplici per il soggetto cela, in se stesso, la propria “invisibile” SOSTANZA, cui tuttavia il fenomeno fa necessariamente segno in ciascuna delle sue modalità “visibili”.

3. Negazione e decostruzionismo ​

Le costellazioni di pensiero appena delineate, protagoniste del grande dibattito filosofico-scientifico attuale, appartengono entrambe al medesimo orizzonte ermeneutico, non privo di interne contraddizioni. Nella prospettiva analitica così come nell’impostazione trascendentale, per quanto non sovrapponibili nella definizione e nel metodo, il REALE consiste unicamente nella RELAZIONE delle sue espressioni “potenziali”. In effetti sia esso un “fatto” performativo già qui e ora logicamente e tecnicamente disponibile, oppure sia esso indeterministicamente una virtuale “sopravvenienza” di là da venire, l’ente conosciuto scientificamente può “essere” solamente in rapporto ad “altro” da sé: la Cosa della scienza “ri-vela” – non in astratto, ma nella concretezza del suo oggettivo apparire – l’indicabile eppure mai generalizzabile, inattuale SINGOLARITA’ dell’esistente.
«Determinatio est negatio», affermava Aristotele: ogni episteme dell’Universale è possibile alla sola condizione del “negarsi” ontologico del Singolo.
Ora, davanti a tale perturbante “a-poria” dell’essente – l’insondabile “abissalità” insita nella ricerca di un FONDAMENTO che, nel momento del suo ESSER-FONDANTE, si mostra al tempo stesso IN-FONDATO – sono oggi filosoficamente alquanto inefficaci le reazioni irrazionalistiche talvolta rifiorenti del Pensiero Negativo che, nel solco di Nietzsche, vorrebbe riesumare i passati fantasmi del Nichilismo ma che, risolvendosi nella mera retorica del “Nulla nientificante”, non ha più né la forza teoretica né la cogenza storico-epocale delle note istanze nietzscheane.
Sembrano altresì peregrine ed ormai ineffettuali le pur suggestive e prolifiche teorie della Finitezza o del cosiddetto Nuovo Realismo. Il tentativo volto a decostruire genealogicamente i retaggi “mito-logici” di ogni Logos è operazione certo benemerita ed anzi doverosa, ma non sufficiente ed utile fintantoché non diventi autoreferenziale o dai toni patetico-sentimentali: l’umbratile “parvenza” dei nostri limiti conoscitivi –
limiti psicologici, antropologici, culturali – offusca sì il Finito ponendolo costantemente a sospetto d’illusorietà, ma non riesce affatto ad annientare tuttavia il problema del rigenerarsi – idealmente infinito – della sua “manifestatività”.

4. «Physis» e metafisica della presenza

Una discussione filosofica che si dichiari all’altezza della Sophia moderna, un sapere cioè che intenda “pensare” in coerenza e rigore “alla luce” dell’essente – questa radicale “trasparenza” è ciò cui l’Idea del sapiente da sempre va in cerca nella Cosa che “concreta-mente” gli appare – sarà allora di necessità un sapere certo contingente ma che saprà vedere nella scienza (anziché un temibile ostacolo da oltrepassare) una fonte viva ed incessante d’intellegibilità.
Senza pregiudiziali ideologiche di sorta, e a stretto contatto con le genealogie critiche e le semantiche del Linguaggio, la Metafisica può (forse deve) riscoprire così tutta la sua classicità. Ma ciò significa, tornando non ad un pensiero arcaico ma ad un “pensare archeico” – il pensiero dell’Originario – tornare a ricongiungersi e a dialogare nel profondo con la “metafisicità” immanente, seppur spesso inconsapevole, a tanta Fisica del contemporaneo (al contemporaneo dibattito post-relativistico sull’ontologia della materia/energia), la quale – a sua volta rinunciando agli stereotipi dello scientismo dogmatico – sappia beninteso riconoscere la medesima “scientificità” della Filosofia.
Nessun concetto, filosofico o scientifico, nasce concettuale.
Autentica conoscenza sorgerà sempre di nuovo a partire dalla “natura” di Aletheia: da quella primigenia PRESENZA dell’essente, la cui “ulteriorità” è possibile di scorcio RAPPRESENTARE, ma non de-terminare né com-prendere poiché già da sempre l’ente SI PRESENTA speculativamente, riflettendosi nella “interiorità” del pensante.
Potremo dire dunque con Heidegger, parafrasando il Platone del mito della Caverna
(cfr. M. Heidegger, «La dottrina platonica della verità», 1942):
non ci si libera mai davvero dalle “ombre” dei sensi e dell’intelletto, se non uscendo
una volta ancora nell’ “Aperto” di Physis.

DAVIDE INCHIERCHIA è nato a Mantova il 7 giugno 1983, risiede a Curtatone, si è laureato in Scienze Filosofiche a Bologna nel 2008, è libraio (mestiere che francamente gli invidio) presso il palazzo Ducale di Mantova.

Ascolta & Leggi: Ezio Bosso e Alexandra Bastari

Vent’anni, potrebbe essere quasi mia nipote, uno scricciolo insomma. Alexandra Bastari (alcuni la ricorderanno con lo pseudonimo di Giuditta Michelangeli) fa della penna diletto, un modo per produrre piccole grandi poesie che sanno toccare il profondo di chi le legge. Per certi versi ricorda un po’ la Elisa Sansovino, dietro cui si nascose il grande Beppe Salvia. Qui una selezione delle ultimissime apparse sul suo blog, che invito a seguire.

https://alexandrabastariscrive.wordpress.com/

qui l’ebook libro amArgine, che a suo tempo le dedicai, scaricabile gratuitamente:

Libri amArgine 10 Alexandra Bastari

REGOLARE IL PASSO DEGLI ANNI

Regolare il passo degli anni
girando la manopola dell’acqua calda
– un’inceppatura nel legittimismo dinastico
dei re
dice che il flusso capillare cambia
grafia
se rimani fedele all’ordine sbagliato
delle cose, e ti fai
ipallage
valore aggiunto dello scoliasta
biglietto piegato a nascondino
sotto il bicchiere di carta

*

URSA MAJOR

Se proietto in alto la punta del dito
penso che potremmo essere i gomiti
del carro dell’orsa
speculari e opposti, lì a parlarci
tra i soffi degli Aesir
– celebrazione di uno spazio a ricordarci
la curva piccola dell’amaca.

Quaggiù il chiodo è solo una stella appesa
allenata alla fiducia
sopravvissuta
alla densità della parete.

*

SOSPIRARE

Questo sottobicchiere luminoso
è una corolla di spirito
mi incalza – mi chiama a giacere
sul piattino
a schermarmi il sole nuovo
dal petto
a quietare il nervosismo del mignolo
levato come un’antenna sulla tazza
– a chiudere il dito sul palmo secco

*

SENZA VOCE

Si sapesse pure dagli occhi:
pazienza, mi dico
rimboccala tu una foce a delta

Per te sono sempre stata lì,
chiasso non generato
lingua che tocca il fondo del bicchiere
voce alla storiografia dei muti

*

GUSCIO

Forse quello che ricarica
l’eco improbabile del guscio
è questo urlare con le mani a coppa
l’esistenza
come gli animali che non sanno
il proprio nome.

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Ascolta & Leggi: Claude Debussy con poesie di Giuseppe La Mura

Giuseppe La Mura, è un artista che sa scrivere l’amore vivendone l’invissuto, trasformando ogni giorno l’impossibilità in autentica poesia. Ogni tanto mi piace ospitarlo qui, quasi a sua insaputa e senza che me lo chieda, schivo com’è. Ho scelto alcuni brani della sua produzione più recente, buona lettura e grazie a Giuseppe.

La notte è una Poesia
Una pagina bianca
Su cui scrivere.
Gli amanti la comporranno in silenzio
Saranno baci
Mani che s’intrecciano
Occhi che si cercano
Corpi che si annusano.
Chi invece sarà solo
Scriverà soltanto.
Avrà pagine bianche
Come le notti.
Ci sarà
Chi le riempirà provando a immaginare
Le emozioni degli amanti.
Chi attingerà dai ricordi
L’Amore vissuto,
L’Amore provato,
L’Amore sognato.

*

Un universo di libri,
Di vite, di storie
Vere, assurde, di fantascienza.
Storie di uomini e donne.
Lessi, sfogliai,
Spogliai avidamente tante storie di donne,
Pagine della loro vita,
Mondi mi si aprivano davanti ai miei occhi,
Tra le mie dita.
Alcune mi incuriosivano tanto erano assurde,
Altre mi annoiarono,
Altre ancora non mi piacevano.
Un giorno,
Camminando nella biblioteca,
Nel percorso giornaliero della vita,
Incontrai Te.
E me ne innamorai subito,
Già leggendo soltanto il prologo,
L’introduzione.
E mai intuizione fu così giusta.
Iniziai a venire a leggerti,
Ad ascoltarti,
A capirti.
E più leggevo più m’innamoravo,
Ti tenevo stretta sul petto,
Proprio come fanno le adolescenti,
Che si tengono strette
Le pagine dei loro diari segreti sul seno,
A contatto col loro Cuore,
Per sentire quanto batte forte l’Amore.
Poi ogni giorno veniva sera,
E non potevo portarti a casa,
Non era mio quel libro,
Non potevo continuare a tenerti stratta sul petto,
Non potevo sfogliare le pagine,
Leggerti stando a letto.
Ti riponevo,
E con malinconia,
Ti davo appuntamento al giorno dopo.
E così fu,
Sera dopo sera.
Adesso,
Ho l’Amore ce l’ho nel petto,
Conosco di quel libro ogni parola,
Conosco l’Amore,
Conosco la malinconia
E conosco anche il dolore
Di non poterlo tenere stretto con me,
Accanto ogni notte,
Farci l’Amore,
Ogni sera.

*

Cos’è la solitudine
È il silenzio dentro
La pace nell’anima
È la parte più intima di me stesso
Dove conosco l’Amore.
L’impossibilità di Amare Te
Mi ha portato in altri luoghi
Un bosco sconosciuto
Che avevo dentro di me.
E adesso mi son perso
Dentro di me
Dentro quel bosco
Dentro il senso più profondo dell’Amore.

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Ascolta & Leggi: Agostino Rossi cinque poesie (feat. The Doors)

Seconda puntata delle poesie di Agostino Rossi, questa volta scelte dall’autore.

SORRISO DOLCE

Perché sorgi?

Il fiore si schiude
un passero canta

Le ore rincorrono
il giorno

Bambini gridano
nel parco
madri affacciate
chiamano:
la cena è pronta!

La notte
è attesa del risveglio
di un istante senza buio
senza vita

Speranza

Perché sorgi?

Dopo la pioggia
il sereno

il sorriso

forse

*

FINIRA’ L’INVERNO

Finirà
questo inverno
questa finta
primavera

Sarà solo storia
quando
ci troveremo
a contare
i petali
di una margherita
sfiorita

*

A MIO PADRE

stringi i denti guerriero
devi essere forte
cavaliere senz’armi
soggiogato alla sorte
per quest’ultimo viaggio
con timore si parte

sta ammiccando l’estate
e già bussa alle porte
ma conduce per mano
la promessa di morte
il destino spietato
ha girato le carte

il tuo lento cammino
sta seguendo il sentiero
ed in ogni tuo passo
greve resta un pensiero
ora devi inghiottire
il boccone più amaro

e ripeti pregando
sempre quelle parole

non lo voglio il dolore
dammi solo il coraggio

nei profumi di Maggio
s’appassiscono i fiori
un sudario pulito
di siringhe e dottori

dilavati i colori
e la luce fa male
incessante supplizio
la paura ti assale

e nell’ultimo grido
la tua voce risale

madre cara ti prego
prendi queste mie mani
non lasciarmi cadere
non lasciarmi più andare

oh padre
padre mio
ovunque ora tu sei
per sempre in me sarai

*

GUERRIERO

Non girerò le pagine
del mio quaderno
perché il tuo nome
scivoli
nell’oblio

Non getterò le foto
delle tue stagioni
per imbiancare
pareti

Non salirò la cima
della montagna
per toccare
la luna
quando posso nutrirmi
del sole
e dei tuoi occhi

Resterò immobile
guerriero
di argilla
sepolto
di sabbia
e di tempo

*

CAREZZE

Vorrei dirti
Parole che accarezzano
Quando le mani
Non possono

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Agostino Rossi, classe 1964, nato e cresciuto a Castel Bolognese, dove tutt’ora risiede, sposato e padre di due figli, spinto dalla passione per il canto, la musica, la fotografia e la lettura, fin dall’adolescenza si cimenta nel componimento di opere musicali (che ama definire “musiche per immagini”) e scritti di prosa e di poesia anche
se, a causa della maniacale ricerca della perfezione, che lo “costringe” a riprendere in mano le proprie opere, non è autore prolifico. Le poesie, come le musiche, sono intrise di nostalgica malinconia, “condizione ideale”
ripete spesso “per alimentare il terreno della creatività”.

Ascolta & Leggi: Poesie di Salvatore Leone, musica di Ennio Morricone

Ogni poeta che si rispetti sa essere nudo, ma col pudore di un pasto, con la forza decisa di chi sa di essere da sempre e ogni giorno un bersaglio. La poesia di Salvatore Leone vive una propria identità, commovente e destabilizzante, ed è raro in questo tempo di scommesse e raccomandazioni. Eccovi tre suoi inediti, buona lettura.

visitate il suo blog:
https://ssalvatoreleone.wordpress.com/

*

Con te era diverso,
agli altri mordevo un capezzolo
per sentirli gridare.
Non sai come ci si sente, addosso
e ti butti nelle braccia di Manolo, Francisco e Mohamed
senza distinguere i volti, pareti umide e salate.
Sai, mi alitavano sul collo
bestie a me sconosciute, lingue larghe e rosse.
Non ricordo tutti questi nomi, ho ancora in testa
il suono della cerniera che si abbassa, lo scintillio
della fibbia sganciata di fretta.
Agli altri mordevo un capezzolo, perché mi ero convinto
di una cosa, per ovviare alla tua mancanza
avrei dovuto mangiare un uomo, intero, iniziando dal petto.
Mi sono perso tra le cosce di Saber
come un maledetto ebreo.
Sai che in Chueca mi hanno stordito, con la droga
dello stupro nel bicchiere, senza una ragione?
Come se ti appartenessi ancora.
Mi sono svegliato in un letto barocco
pieno di addolorate e santi.
Non sai come ci si sente.
Ecco com’è andata in tutti questi anni,
mordevo, mordevo al capezzolo
e all’addome.

*

Mi sono improvvisato poeta

E adesso? Provo ribrezzo
per chi non ha la tua portata di strada,
la curva addolcita del tuo viso.
E il sapore al gomito è piuttosto acre.
Non ti ho detto di Aymen, che mi copriva
con un lenzuolo, non appena il canto si alzava
dai minareti, rinnegandomi a dio
almeno quattro volte al giorno.
Pregava nudo, rivolto a Est, fronte nel marmo freddo,
si piegava a mezza luna con l’alba sulla schiena.

Mi sono abituato alla solitudine
con la rivolta dei gelsomini, a porte sprangate
ho buttato giù due righe. Il vino c’era.
Mi sei venuto in mente quando gli sciacalli di Ben Alì
terrorizzavano grandi e piccoli nelle case.
Allora ho buttato giù due righe,
mi sono improvvisato poeta
nelle carceri argentee della luna,
in qualche modo tu dovevi sopravvivere.

Sono rimasto infantile
perché andavo per strada nelle ore di coprifuoco,
non per incoscienza, ma per sbadataggine
dondolando le braccia, scanzonato
e sorridendo al mio cecchino.

Ho rovinato le mie ossa in un hammam
non temo i tramonti ormai adulti sul ventre
non temo l’imbrunire, mi sono improvvisato guardiano
ai primi luminari delle tue scapole.

*

Kate Moss

Vivienne Westwood
non parlava con nessuno, aggiustava un ricciolo
allo specchio, incurante del via vai intorno, tra piume
e gonnelloni scozzesi. Per l’autunno inverno 94/95
decise di sfilare a Milano, chiamarono noi studentelli di moda,
come staff di vestilisti. Porgere gli abiti alle modelle
che non si reggevano in piedi, e vigilare sugli outfits,
poteva essere una gavetta.
Quel giorno Kate Moss arrivò piccola e più strabica del solito,
avrei voluto uno sguardo così divaricato,
per spiegare tutto il mare, da Capo a Capo in una sola volta.
Vivienne Westwood mi fissava da lontano
sorridendo teneramente come una madre.
Poi abbassò gli occhi, si infilò in un pesante abito
settecentesco, per andare lì fuori ad accogliere ovazioni e rose.
Camminai lungo il Naviglio Grande di notte
per anni, ero sempre piegato alle ringhiere.
Alla mia giovane età dovevo comprendere
se carezzare un metro di seta
ti avrebbe reso giustizia.

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Salvatore Leone è nato in Sicilia nel 1971. Dal 2012 raccoglie i suoi testi inediti nel blog Il vizio dell’aria.
Ha pubblicato Nero Femmina (libri amArgine 2019), ed è presente in antologie tra sui “I poeti dell’ovulo” di Paolo Castronuovo.

Per chi volesse scaricare Nero Femmina:
Libri amArgine 8 Salvatore Leone

Ascolta & Leggi: un inedito e tre domande ad Angela Greco (feat. Mike Oldfield)

Ospite oggi è Angela Greco, che ringrazio per l’estrema disponibilità, sia nel regalare ai lettori del blog questo formidabile inedito e l’aver risposto alla mini intervista qui sotto.

della pioggia è rimasta
la rosa imperlata di domande;
gocce minime di cielo in attesa
di mani capaci di tessere
una speranza.

§
Il primo giorno dopo la domenica
nemmeno l’angelo ha voglia di partecipare;
la primavera si fa giorno già lontano.

In quale stagione siamo?

Voli d’uccelli confusi dicono che
ieri abbiamo lasciato qualcosa,
in un luogo che non è più lo stesso.

Oltre il vetro di questa finestra,
il sole accenna un momento di luce;
o, forse, è l’illusione di quel che eravamo.

§
In questo tempo fermo
il viaggio è un odore, un profumo
da lontano, le mani belle,
ora che non si può toccare nulla
senza timori, senza pensieri.

La mattina dal letto di ferro
si alza verso la penna;
righi dritti tradiscono equilibrio,
per poi scendere man mano
verso l’angolo dimenticato.

Pezzi di carta da ricomporre
nel vano tentativo di ricomporsi.

§
A te Vengo Errante, madre,
mentre pronuncio ogni nome,
ogni dolore e ancor più
ogni silenzio, che tu sai bene udire.

Prego riscrivendo parole,
cercando in un altrove, ricordando.
E tu, anche, prega
anche per noi, adesso,
in questo momento
passato già nel dire
e non ancora prossimo,
se non per più alta volontà.

Adesso, che non abbiamo altro,
se non il cielo, nell’ora più difficile
e ad ogni nuova morte,
nostra e non solo nostra.

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1) Dove sta andando la tua Poesia?

Alla luce di quanto vissuto nella prima metà di questo 2020 continuare a scrivere poesie senza pormi interrogativi iniziava a non corrispondere più al bisogno interiore che ho iniziato ad avvertire già da tempo e di cui il mio ultimo edito contiene i prodromi. Scrivere per scrivere, belle parole da affidare ad un foglio, magari anche un po’ ruffiane per accattivarsi il plauso dei lettori non mi è mai appartenuto, ma ancor di più in questo momento di crisi, di incertezza, di paura. A metà febbraio ho chiuso quella che sarà la prima sezione del prossimo libro; a marzo, ho continuato a scrivere versi, ma qualcosa era cambiato nel tono, nell’umore, nella forma, nella visuale. Di questa mutazione ho preso consapevolezza solo da poco e per questo ho accettato di inviarti alcuni inediti, che reputo di transizione. Transizione che spesso è accaduta nella mia poesia, ma, che in questo periodo, è stata supportata da una vera e propria crisi personale, scatenata dalla situazione generale. Non sto qui a dire quel che fisiologicamente mi è accaduto, perché sono accadimenti che leggo essere stati comuni a molti, ma l’espressione più significativa di quello che a tutti gli effetti è stato un cambiamento, lo ha subito proprio la poesia. Dove stia andando non lo so, non l’ho mai saputo, a me basta che non si fermi, che non stagni, ma ancor più non posso saperlo oggi, dove va la mia poesia. Sicuramente siamo in ricerca, io e la mia poesia, ma se ieri dicevo che la mia poesia ricercava nel linguaggio la contemporaneità e l’essere umano in essa, oggi ti dico che sono proprio io come persona a cercare l’Uomo o quel che resta di esso a rischio anche di mettere da parte la stessa Poesia. Credo che questa ricerca sia un percorso quasi obbligato alla mia età, nel mezzo di quel cammino così bene cantato dal nostro padre Dante, se si vuole davvero essere parte della Storia e non «un’immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarvi traccia» di manzoniana memoria.

2) Puoi spiegare meglio il legame tra la tua terra e la tua poesia?

La mia terra, la pre-Murgia tarantina e l’arco ionico delle Gravine (geograficamente è il comprensorio specifico dove ricade la mia Massafra) sono un luogo antichissimo, custode di testimonianze fin dalla Preistoria, luogo di passaggio, finibus terrae e al contempo inizio, porta per altre terre; una terra, la Puglia in generale, estremamente variegata e straordinariamente ricca di suggestioni della quale, nonostante la mia origine franco-provenzale per parte di madre e che pure riconosco in tanti aspetti di me, mi sento felicemente parte. La mia terra è davvero madre per me ed è, soprattutto, la mia musa, inesauribile, dalla quale ho imparato tenacità e testardaggine, caratteristiche che accomunano persone, piante e animali di queste mie zone e rivelatesi molto utili proprio nei momenti meno luminosi. Sai, ci sono stati momenti in cui si è creato letteralmente il vuoto attorno a me, per svariate cause, e sai, invece, chi era al mio fianco? La mia terra. Si, lei per me è viaggio e Itaca nello stesso momento e il legame che si avverte tra la mia poesia e i miei luoghi è lo stesso che, anche senza parole, c’è tra chi partorisce e chi viene al mondo. Legame che soffre le inevitabili fasi fisiologiche della crescita, ma che sai essere indissolubile anche nei momenti peggiori. La mia poesia è la mia terra fatta parola e tramandata a chi verrà.

3) Come vedi lo stato attuale dell’arte della poesia nel nostro Paese?

Il periodo di emergenza sanitaria ha decretato la salita in cattedra della retorica e non solo in ambito poetico. Sembra che si siano rotte le cateratte del cielo del dire quel che l’altro vuole sentirsi dire e ho notato un fiorire esagerato di atti poetici dettati solo dalla circostanza, una brutta regressione di cui, insomma, potevamo farne decisamente a meno, se solo avessimo creduto un po’ di più nella Poesia stessa, che insegna l’attesa, lo stare nel momento per poi dirne successivamente. Invece, metaforicamente, mi è sembrato una sorta di fuggi fuggi generale, nel quale tutti sembravano afflitti dalla sindrome da ultimo giorno e giù a scrivere corbellerie supportati pure dall’uso smodato dei mezzi di comunicazione elettronica, che al meglio hanno fatto luce sulle maschere di questa assurda tragedia vissuta, come se i soggetti non avessero mai più dovuto avere il tempo di rileggere quelle scritture. Io ti confesso che in questi ultimi tre mesi, mi sono fermata sulla sponda del fiume e ho semplicemente aspettato, certa della massima panta rei, preferendo una poesia non dettata dalle strette circostanza, ma che potesse essere (e spero lo sia) memoria e custode degli accadimenti, scritta, insomma col senno del poi per evitare, appunto, di scadere nella retorica, elemento che alla lunga droga, assopisce e fa perdere la voglia di lottare per cambiare lo stato dei fatti. E per me la Poesia deve ancora mirare a questo.
In Italia, non solo in Poesia, mancano sempre la capacità di pensare con la propria testa, un sano discernimento e il coraggio di staccarsi da quel che è consolidato, di dire fuori dal coro, di procedere in prima persona senza accettare il giogo dei vari tritacarne editoriali o scuole di scrittura e di pensiero, che creano greggi ben tutelati e belanti tutti sulla stessa nota, in una omologazione che personalmente tollero ancora meno di sei mesi fa.

p.s. Grazie di cuore a Flavio e ai lettori. Avevo davvero voglia di parlare!!

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Angela Greco è nata il primo maggio del 1976 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Ed.Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa); Arcani (Ed.Achille e La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).
È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (http://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Prova: tre inediti e un suono di Frankie Fancello.

Musica e parole di Frankie Fancello. Visitate il suo blog

esercizi arbitrari

In questo articolo provo ad aggiungere ai testi una musica che possa accompagnare la lettura. I tre testi qui presenti sono degli inediti e la musica l’ho composta io stesso.
É una prova per vedere se questa formula mi convince, così da riproporla, migliorandola, altre volte (anche nella speranza di trovare un player audio, almeno esteticamente, migliore).
Quindi, alla fine della fiera, premete play e lasciatevi accompagnare durante la lettura.

Leggere la crudeltà
immaginando il mare al di là della strada.
Percorriamo un sentiero in metastasi.
Palazzi ricurvi ci riparano,
sono il limite della nostra esperienza.
Sopra, un fulgore di neon, un odore agreste.

Siamo tradotti ma da cosa?
Ci conosciamo solo affamati.

Un vento giovane ci punta con fraseggi ostili.
Disobbedisce all’armonia naturale
per contrastare le nostre pulsioni – poi la sera,
custoditi da un tono laconico,
restituiamo le armi alla terra,
veniamo a patti coi nostri maestri.

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