Ascolta & Leggi: Genesis e Poesie di Roberta Borgia

Non è certo la poesia a odiare il poeta, in genere è chi si fregia abusivamente del titolo di poeta a odiare la poesia, a farne un proprio fine. Con sollievo ho letto e apprezzato i buoni lavori di questa brava autrice, versi freschi, spesso emozionanti, alcuni sanno colpire con forza ed esattezza, come se Roberta Borgia sapesse fin da subito quali corde e quali sensibilità toccare nel lettore. Le Poesie sono tratte tratte dalla raccolta La condizione acerba, chi volesse approfondire può reperire qui l’intero lavoro su carta:

http://sillabedisale.it/shop/poesia/la-condizione-acerba/

L’appartamento

Sulla tavola
solo bicchieri rotti,
trappole per le mie mani.

Ma, in fondo, le dita per cosa schioccano
se non per incidere una nota
sul mio ventre?

Cigolano, tacitano, mancano
persino, le porte aperte
di fronte alla mia mente.

E specchi e bugie ovunque,
aspirazioni rincorse e poi
soppresse.

Ed è il ritmo del mio respiro
che mi censura
nel giorno e nella notte.

*

La vera bellezza

Se d’un tratto divento quiescente
finché mutano il mio sangue e il mio
prezzo, linee d’ombra insidiano il tragitto
nascondendo fessure e rilievi.

Cos’è questa pena già espiata, questa
tratta di vergini aforismi, come ancora
di chi si vende ad una ressa
ma nell’agio di un incontro pregresso?

E poi nel chiedermi se resistere
schivando e scivolando via carponi
scorgo presto in quel timido vocio
un dubbio, una domanda, una pulsione.

Sottomessa e spinta da un vago
rimprovero, mi accosto
accondiscendente e privilegiata.

*

L’abitudine

La finestra di una casa
non si apre mai
se non è certa di affacciarsi
allo stesso panorama, che
sia il mare a pochi passi
o la stanza di un vicino.
E trattiene le impronte
di chi angosciato
avverte le vibrazioni
della vita, sui vetri.
Prova che lì al di fuori
è il vento che muove tutto.

*

PLATEA

Aspettavamo seduti. Come
seduti sui piedistalli

immaginiamo, nei ritratti,
i morti. E la necessità

divincolava. Ci intimavano
di non tossire. Non era più

un’attesa: l’impulso bastava
a non sentirci compromessi.

Il panneggio delle
quinte ci viziava.

*

IL POETA FEMMINA

Il poeta femmina
tornò all’eco

dopo aver richiuso
la finestra.

E l’aria aveva già
contaminato le dita.

Passò delicatamente
l’odio fra i capelli.

Li distese, li attorcigliò.
Seguitò strappandoli.

*

La poesia

La poesia odia il poeta che l’assiste
senza lo sguardo a quell’altrove intimorito.
Odiava anche l’arma vuota d’inchiostro

mentre parlavi di te e io annuivo,
fingendo di costruirti una memoria.
“Stare fuori, chiusi d’aria e di rumori”

Solo questo hai lasciato impresso,
un pensiero tronco.
Ma bene ai poeti che s’amano

per gioco, compagni di birra
e annegati nei consensi.
Io preferisco l’acqua, così scontata

e sporca dei detriti che ha limato.
La inghiotto così, sotto sguardi perentori
e lucidati. E ho un po’ vergogna

quando m’attardo e sbadiglio, per
l’eccitazione del brindare alle preghiere
soporifere di queste anime accese.

*****************************************************

Roberta Borgia nasce a Messina nel 1982.
Le sue liriche sono state inserite in riviste, laboratori e blog letterari, quali Isola Nera- diretta dalla scrittrice Giovanna Mulas;
Bottega di Poesia del quotidiano La Repubblica, a cura di Gian Luca Favetto;
presso il laboratorio di Poesia del Nostro Tempo.
Menzione di merito al Premio Internazionale Salvatore Quasimodo, la poesia Messina viene recitata da Alessandro Quasimodo, nell’ambito del progetto “Alessandro Quasimodo legge i poeti contemporanei”.
Risulta finalista al Premio Internazionale Città Di Como, con la silloge edita La condizione Acerba, pubblicata nel maggio 2019 presso la casa editrice Sillabe di Sale.

Ascolta & Leggi: The Melvins con inediti di Paolo Caianiello

Paolo Caianiello è stato, a mio avviso, uno di quegli incontri fortunati che di tanto in tanto avvengono in web. Con piacere pubblico i testi che mi ha inviato. Autore brillante, dolce, emozionale, predominano nei suoi lavori temi intimisti d’amore e assenza sullo sfondo della natura e del mondo circostante. Buona poesia di gradevole lettura.

ALTROVE

La brezza del grecale
attraversa il cortile
delle mie vertebre
e libera se ne va,
altrove.

Ci fosse un’altalena
sul lastrico di questo silenzio
m’affaccerei oltre l’abisso
di questa prigione
come fanno i capodogli
quando devono respirare

Ma qui,
rinchiuso in quest’ergastolo di vuoto
ti cerco tra le stelle
come facevamo quei giorni
quando giocavamo a moscacieca
e l’erba ci cresceva sotto i piedi

*

89 PAROLE

Quando tu non ci sei
conto le piastrelle di casa;
Soffio sui lampadari
per far tremare la terra;
Azzero il peso del nulla
nascosto nel nulla delle cose;
Apro il frigo e mangio una mela.

Quando tu non ci sei
sento le lancette dell’orologio fare rumore;
Esco in strada per vedere se piove;
Compro il giornale di domani;
Assaggio le nuvole e mi accorgo che sanno di sole.

Quando tu non ci sei
penso a quando verrai per farmi rivivere ancora.

Ecco cosa faccio quando tu non ci sei.

*

L’ALTRA FACCIA DELLA LUNA

Ho visto
i tuoi occhi
negli occhi d’altri occhi
e il cielo d’improvviso
staccarsi dal cielo,
il mare annegare nel mare,
la luna bruciare nel pozzo
e mille crateri sul cuore.

Ho visto le tue mani
chiudersi nelle mani
d’altre mani
e la grandine
frantumarmi le ossa.

Restarmene una vita intera
nel nulla di una stanza
come un ramo morto di una pianta
tra l’odore di chiuso nei mobili,
i panni ammucchiati sulla sedia,
l’orologio fermo a tutte le ore,
Cristo impolverato sul muro.

Ho aperto gli occhi
e tu eri con me amore
a rovistare nel silenzio
la mia stessa paura di perderti.

*

VORREI

Ci dividemmo lo spazio cartesiano,
il grano spigato a bruire nel vento,
la casa, le mura ombrose, i fossili,
le tartarughe e la rabbia.
Mi opposi solo sui baci e allora
il giudice li contò uno per uno,
invecchiando.

Il cielo balzano tornò a giocare;
il vento s’arrese; l’acqua livida sui prati
raccolse la lentezza delle nuvole e noi,
slegati da mille catene,
c’ingannammo con inutili storie.

Vorrei evaporare dalla madre terra,
salire in alto come fa il mare
per cercarti non so dove.
Vorrei il mio e il tuo perdono.

Qui, nascosto dietro uno specchio di dolore,
torno all’origine di quegli occhi lucenti,
l’istante irrazionale in cui ci scoprimmo innamorati.

****************************************************

Nato nel 1965, vivo nel territorio Giuliano dal 1988, sposato e con due figli. Ho pubblicato nel 2015 un romanzo dal titolo “OSTIUM DEI”. Da circa due anni (in modo del tutto casuale) ho iniziato a scrivere poesie e nel 2019 ho partecipato al concorso di poesia “Gorizia Città degli innamorati” classificandomi al secondo posto con la Poesia “VORREI”. Tutte, o quasi, le mie poesie seppur legate all’amore, hanno come fattore comune “l’assenza” e la sofferenza che comporta, alcuni le definiscono tristi, ma per me hanno qualcosa di ben più profondo. Caratterialmente sono emotivo, sensibile, sognatore, romantico.

Ascolta & Leggi: Benjamin Clementine e Joyce Mansour

Alcune poesie di Joyce Mansour, tratte dalla Rivista Anterem n. 97, traduzione di Rita Florit.

Le acque di quel paese non defluiscono mai
I marinai non temono affatto la tempesta
Le donne non cominciano più i girotondi dell’infanzia
Le loro case dissonanti vogano come navi
Cieche affondano sotto la neve
Cieche zampillano ancora nella schiuma della primavera
Confondono il tempo che fa col tempo che passa
Ma il nido così perfettamente circoscritto s’asfissia
La pioggia e le lenzuola calde covano uova di serpente
Lasciate ogni speranza il vento del Nord ha taciuto
Gli occhi vuoti della dimenticanza sono fissi per sempre
E lo sconosciuto non tornerà più dall’esilio

*

Mai e poi mai

La ruota smette di girare
Gira ancora
Risa perpetue delle fabbricanti di pioggia
Il nero centrifugo scoppia sulla carta
Tale l’ombra venuta dalla foresta
L’immagine pavida avvia il passo nella radura
Segno visibile della rana
Nel vuoto vissuto
La corteccia dilegua il pomeriggio
L’ala de viaggiatore voga alla deriva
Ecco l’acqua dell’acquarello
L’itinerario del sogno diretto a matita
Labirinti di marmo
Figure instabili
Zone di silenzio fluttuante come un’ebbrezza
Colui che vede illumina

*

Lettera morta

Essere o apparire
Essere o non essere
Essere o forse essere (poco)
Essere o scomparire
L’importante è essere con
Potrei essere morta
In fondo è uguale
Essere separata non è essere parata
Da destra a sinistra questo dà
Essere frammentaria
Errante senz’accento né pugni dietro le grida
Apparire o riapparire
Quella che pare essere qui
Può darsi, se
Pari all’apparecchio
Che separa e ripara
L’essere morto
Quella che pare essere, sono

**************************************************

Joyce Mansour, nata Joyce Patricia Adès (Bowden (Inghilterra), 25 luglio 1928 – Parigi, 27 agosto 1986), è stata una scrittrice e poetessa egiziana surrealista francofona nata in Inghilterra e trasferitasi a Parigi.
Come poetessa surrealista Joyce Mansour fu tra le più apprezzate. Breton stesso, nel corso di un’intervista del 1960, la citò quale migliore poetessa surrealista in lingua francese del secondo dopoguerra; la sua notorietà varcò i confini della Francia ed il suo lavoro poetico ottenne risonanza internazionale. Scrisse sedici volumi di poesie ed una serie di importanti opere di prosa e testi teatrali.
Le sue opere si distinsero per la carica surrealistica ed erotica; il poeta e critico d’arte Alain Jouffroy ne attribuì la mancanza di pudore ad una sorta di rivendicazione femminile nei confronti dell’erotismo, considerato una creazione esclusiva maschile.
Diverse sue raccolte vennero illustrate da artisti quali Pierre Alechinsky, Enrico Baj, Hans Bellmer, Jorge Camacho, Wifredo Lam, Matta, Pierre Molinier, Reinhoud d’Haese e Max Walter Svanberg. Alcune poesie furono musicate e cantate.

Ascolta & Leggi: Architecture in Helsinki ed estratti da Una mattina mi son svegliata di Massimo Sannelli.

Non credo ci fosse bisogno di conferme, Massimo Sannelli nel suo nuovo e book Una mattina mi son svegliata conferma tutto il suo talento senza sconti, senza compromessi.

L’intero e book, per la collana Lotta di Classico, è scaricabile senza costi qui:

https://lottadiclassico.files.wordpress.com/2020/01/ummss.pdf

*

la regina (io sono) posa nuda. nuda si espone alla macchina.
nuda la macchina fotografa. anche il re posa nudo: io sono.
«e ‘n garbuggio de lélloa»; e si chiama frequenza questa cosa
che mormora, non materia. ma si chiama
amore tutta l’onda della mente, la sua
indisciplina senza ore, la sua lama convolta; e tutta la parte destra

che è vicina all’orecchio ride:
è un gusto, è nuovo; ma si chiama frequenza, si chiama
potenza questa linea: cioè la nerità, fatta con suono e suono.

*

un alluminio al lobo a tanta mulier
dolce che sei, ma uomo, dolce, che tu diventi:
un’allegrezza è tanta grazia súbito, e dolce. Questo appunto
riunisce tutti i dati della buona
cosa di ora: non sei solo, non sei piú solo. La strada

ha un altro lampo dai decenni.
La strana idea di essere fluido si diffonde, amèn.

*

per Elissa abbandonata: io amerò la voce.
la regina ascolta: Aphex Twin
o menzogne o il metallo, insieme. Regina, qui improvviso su di me,
nel mio lavoro. E scaldo la casa per chi viene; e posso
abbracciarlo, posso amarlo; è la domenica,
che è un’opera di pane e di tessuto. Cosí copro il corpo:
ed è vuoto, senza abiti.

*

scende un’ombra di velo dal quinto piano,
e sul pavimento si disfa. Ci sono i testimoni. Sono venuta – dice;
e sfamo il contrario di me. dice: Io conosco le larve; io vinco.
E poi si lancia, con le larve.

(tra ventiquattro anni sono qui, al nuovo grande vetro della casa.
ci sono piante e scale consumate; non larve. Ho visto. Una bella
vela di nube – un nibbio? Un operaio urlato – e il poco

resto di luce di dicembre si compie).

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Ascolta & Leggi: Loreena McKennith – Mariangela Ruggiu – Il Suono del Grano

Uscito nel 2018 per l’editore Terra D’Ulivi, Il suono del Grano di Mariangela Ruggiu è una raccolta di poesie piene di cuore e scritte da un’ottima penna. Già il libro parte benissimo senza la farcitura di una prefazione, in cui di solito il prefatore tende a mettersi in mostra e parla ben poco del libro in sé. Prosegue benissimo, proponendo ottima poesia. Il nocciolo di questi componimenti è una sorta di girotondo tra ricordi d’infanzia in cui svetta altissima la figura, quasi religiosa, della madre, e tutto un insieme di sensazioni/ricordo che vanno dalla terra a quanta sofferenza vede attorno a sé il Poeta. Spesso le tessere sono fatte di mani, fame, il grano stesso, metafora del buono che può curare e raddrizzare ogni male. La terra è madre, dalla terra, col suono di chi lo sa percepire, germina il grano. E il grano è amore, che unisce tante solitudini, le affratella verso un unico destino in cui la morte sarà conseguenza naturale dello stato delle cose. Un modo di fare poesia sincero, pieno, di lettura agevole e godibile, senza nessuna concessione o farcitura a effetti speciali o lemmi difficili. Nessun autocompiacimento, ma la forza degli occhi e delle mani che sanno reggere la penna e condividere ottime lettere con chi avrà la fortuna di leggerle.

Il libro è reperibile qui:
http://www.edizioniterradulivi.it/il-suono-del-grano/184

*

nel chiarore della neve
le domande non hanno ombra

la bambina cammina lieve senza affondare
non conosce il peso del dubbio

così è iniziato il viaggio
poi abbiamo visto la neve sciogliersi
e farsi nero il bordo delle cose

abbiamo misurato la distanza con le parole
l’abbiamo colmata con i nomi
e li diciamo lentamente

*

poesia dell’addio

guardami da lontano
un attimo prima di svanire

quando il tocco si fa freddo
e più freddo il cuore

non più mattini uguali
e soliti rituali, c’è un punto
che tutto cambia
un addio sottinteso
consumato senza parole

non lo sapevamo il senso delle carezze
l’impronta delle dita, il profumo della pelle

non lo sapevamo
che era l’ultima volta

*

prima di diventare un seme leggero
il giallo scolora, il verde si piega

c’è il tempo che possiamo sfidare il vento
osare le montagne, ma non sappiamo del cielo
che abbiamo tra le mani, del profumo
che la notte lascia sulla pelle

non conosciamo le porte da attraversare
non sappiamo le tante vite che siamo

ci chiudiamo dentro un amore
e smettiamo di innamorarci

poi incontriamo sconosciuti dentro di noi
con il nostro nome

*

da troppo tempo sto qui seduta
e guardo passare il tempo della guerra

pensavo
se sto ferma passerà

passerà il tempo
passerà la guerra

o almeno una risposta passerà

sono passate parole
in forma di poesia

era poesia, ne sono certa perché ho pianto

poi mi sono alzata in piedi

posso scrivere ancora

anche se questa guerra non finisce
e il pane non basta per tutti
e muoiono i bambini uccisi dalla fame

a miliardi camminiamo intorno al mondo
senza terra, superflui

cammino anch’io

non cambia niente
ma ora so, ed amo ancora

*

certi figli
hanno il cuore atrofizzato
in un corpo apparente

sfilano nelle parole e sfidano
il giusto convenzionale

hanno coltelli al posto delle dita
e una lingua sconosciuta
che li chiude nei suoni senza parole

noi troppo lontani
abbiamo preparato un corredo di cose
senza gesti, senz’amore

e li guardiamo increduli
tagliuzzarsi la pelle,
tentativo inutile di arrivare al cuore

il nostro, il loro

perso nelle notti che l’amore
era lasciarsi
senza essersi trovati mai

*

non ci sono parole
che abbiano il suono del grano

ci sono poesie
che non si possono scrivere

*****************************************************

NOTA DELL’AUTRICE E TRACCIA BIOGRAFICA

Scrivere una nota biografica è sempre stato per me più difficile dello scrivere poesie, forse perché riconosco alla poesia un esistere scisso dal suo autore, un’entità che prescinde dalla vicenda personale e contingente del poeta… forse che L’infinito di Leopardi sarebbe meno bella e meno significativa se ignorassimo chi fosse il suo autore? Ma c’è stata anche una sorta di ritrosia a mettere in relazione ciò che la poesia esprime con la mia persona; ora ho maturato la consapevolezza che il poeta è solo uno strumento che la poesia usa per scriversi, e quando questo succede, è un privilegio che non ci rende però più importanti di chi la poesia la accoglie e la ama leggendola.
Ho quasi 62 anni, ma mi sento un giovane poeta inesperto perché, dopo averla amata fin da bambina e avendone scritto con l’ardore adolescenziale, da donna smisi di scriverne per riprendere casualmente meno di 10 anni fa, è stato un caso anche se credo che niente sia per caso… avevo letto di un editore che cercava autori da pubblicare (a pagamento), io, che sapevo poco o niente del mercato dell’editoria, io volevo solo raccogliere i miei scritti giovanili, senza ambizioni e senza pensare di riprendere a scrivere.
Così comprai il mio primo libro, che intitolai Amori soli, però successe qualcosa quando mi ritrovai quel librino tra le mani, istintivamente sentii che non era il giusto approccio, che un libro, qualunque libro, meritava maggior attenzione, più lavoro, più responsabilità. Così racchiusi quell’esperienza nel mio passato recente e cercai di sopravvivere al mio senso di inadeguatezza come uno scolaro alle prime armi. Presi a leggere qualunque cosa avesse a che fare con la poesia, e ripresi a scrivere, ma non era un ricominciare… tutto il silenzio accumulato negli anni del non scrivere (ma non avevo mai smesso la mia ricerca di conoscenza) tutto quel silenzio si fece improvvisamente parola in forma più o meno corretta di poesia che, nella mia libertà di comunicare, pubblicavo nella mia piccola casa mediatica condividendola prima con gli amici, e poi con tutti. Qualcuno mi contestava l’esagerazione del tanto scrivere, ma io non mi sono mai fermata, era come un fiume che aveva trovato il suo alveo e confluiva al mare. Le critiche mi miglioravano e i complimenti mi sembravano immeritati, anche se una poetessa prestata all’editoria mi convinse a pubblicare un secondo libro, mi fidai dell’esperienza altrui e nacque Versi@versi, ma anche questo libro non ebbe molta fortuna, la mia sostenitrice si staccò dalla casa editrice ed io da sola non seppi gestire la pubblicazione che rimase così del tutto ignorata, anche se a me, seppure ne vedessi alcuni difetti, comunque piaceva; non ne soffrii tanto, perché più che un riconoscimento mi interessava scrivere, così il mio fb si arricchiva negli anni delle poesie che conservavo negli album delle foto, e le conservo ancora.
Però venne il momento in cui sentii il bisogno di avere risposte sulla mia scrittura, così partecipai ad alcuni concorsi con alcune raccolte che vennero pubblicate per tre volte in antologie, due volte da Fara editore e una volta da Terra d’ulivi edizioni, così la mia autostima migliorò e preparai la mia terza pubblicazione: il libro Il viaggio, edito da Terra d’ulivi edizioni nel 2016; in realtà considero questo il mio primo libro, perché prese corpo nella consapevolezza acquisita del mio senso della poesia e del volerla condividere. Il mio bisogno di conferme mi spinse a partecipare a diversi concorsi letterari, diverse volte sono stata indicata come finalista, ma non ho partecipato alle premiazioni perché non amavo, e non amo, l’aspetto mondano della poesia, senza contare l’impegno economico e di tempo che richiede il varcare il mare. Mi bastava avere la lettura di persone a me estranee e che la mia poesia parlasse loro; non ho frequentato ambienti poetici né reali né virtuali, ma ho avuto comunque il privilegio di incontrare diversi portatori di poesia, scrittori e non, ma sempre Poeti, e con loro ho condiviso tratti del mio viaggio, un ringraziamento particolare va a Flavio Almerighi che, con grande generosità, ha accolto la mia poesia portandola nel suo blog e regalandole un po’ di visibilità, cosa che io non so proprio fare.
Per completare il mio percorso biografico devo segnalare Il secondo posto del libro Il viaggio nel Premio internazionale di poesia Citta di Sassari, in cui lo stesso libro venne apprezzato, sempre al secondo posto, anche dalla giuria delle scuole. Dopo due anni la pubblicazione dell’ultimo libro: Il suono del grano che ha ricevuto apprezzamento dai lettori e in qualche concorso.
Tutte le poesie postate su fb sono pubbliche e condivisibili, cosi mi capita a volte di incontrarle nel web, o che vengano portate da qualche blog anche a mia insaputa, questo è quello che mi aspetto
dalla poesia, che vada da sola.

Dall’anno scorso collaboro con la rivista Menabò con delle note di lettura in cui lascio le mie impressioni sui libri che leggo, sottolineando la bellezza della poesia che incontro.

Mariangela Ruggiu

* * *

Ascolta & Leggi: Emerson Lake & Palmer (Trilogy) – Gillian Clarke (Poesie)

Una ricetta per l’acqua

……………………………………..per Sujata Bhatt

Quindici metri più giù
l’acqua scorre nel buio.
Le piogge che hanno passato la storia
filtrando da pagina a pagina
attraverso gli strati,

fluiscono nere nelle falde acquifere
per emergere a portare il loro dono,
la formula come un incantesimo,
una sorsata di freddo che divampa
al tocco della luce.

Calcio, magnesio, potassio, sodio,
cloruro, solfato, nitrato, ferro.

Sorseggiala, la poesia della pietra,
un latino minerale nel sangue, nelle ossa.

*

La prima parola per acqua,
Wysg. Usk. Esk. Wye.
I primi click, schiocchi, monosillabi,
stille sibilanti a imitazione
del suono di tutto quel brillio.

O del suono della sete,
il succhiare e il lappare mentre una piccola pozza
s’increspa nella coppa di due mani,
un’estasi che tracima su pelle, capelli, bocca,
gocce che imperlano la polvere.

*

La seconda parola per acqua.
Dŵfr. Dŵr. Dyfroedd. Dover.

Immagina il momento in cui un uomo,
una donna cantando in un’età buia,

da quelle alture di gesso fissarono
il mare vasto, franto

e cantarono questa parola, canto e parola
sulla lingua, nella gola,

trovando un nome per un elemento.
Dovunque sulla terra, la prima parola umana

piccola come quella singola goccia di pioggia
che occorre a un merlo per cominciare il canto dell’alba.

*

Quella goccia sulla lingua
fu la prima parola al mondo
testa rovesciata, occhi chiusi, bocca aperta
a bere la pioggia,
wysg, uisc, dŵur, hudra, aqua, agua, eau, wasser

*

A Recipe for Water

………………………………..for Sujata Bhatt

Fifty feet down
water flows in the dark.
Rains that spent history
seeping page by page
through the strata,

run black in the aquifers
to rise bringing their gift,
the formula like a spell,
a gulp of cold that flares
at the touch of light.

Calcium, Magnesium, Potassium, Sodium,
Chloride, Sulphate, Nitrate, Iron.

Sip this, the poetry of stone,
a mineral Latin in our blood, our bone.

*

The first word for water.
Wysg. Usk. Esk. Wye.
First clicks, clucks, monosyllables,
sibilant spillings in imitation
of the sound of all that shining.

Or the sound of thirst,
the suck and lap as a small pool ripples
in the cup of two hands,
an ecstasy of spill on skin, hair, mouth,
drops beading the dust.

*

The second word for water.
Dŵfr. Dŵr. Dyfroedd. Dover.

Imagine the moment a man,
a woman singing in a dark age,
gazed from those chalk heights
at the vast and broken seas

and sang this word, song and word
on the tongue, in the throat,

finding a name for an element.
Everywhere on earth, the first human word

as small as the single drop of rain
a blackbird needs to begin a dawn song.

*

That drop on the tongue
was the first word in the world
head back, eyes closed, mouth open
to drink the rain
wysg, uisc, dŵur, hudra, aqua, agua, eau, wasser

***

Sabrina

C’è una ninfa gentile non lontano da qui
Che con umida briglia governa il fluente corso del Severn.
Sabrina è il suo nome, una vergine pura.

Milton, ‘Comus’

Prima della storia ci fu la mitologia.
Impressa tra gli strati narrativi è l’impronta
del segno umano. Facciamo congetture su
chi erano, e dove e perché.
Su come la figlia dell’infedele Locrino annegò
tra l’Età Glaciale e l’Età della Pietra
per diventare la dea del fiume, una briglia nel fiume.
Oggi in queste rapide acque puoi scorgere
nel vortice delle correnti le membra bianche
di una fanciulla trascinata in un banco di pesciolini [d’argento
che rotea e rotea in quella turbolenza
tra salmoni che migrano, trote di mare, lamprede, anguille
piccole e grandi che prendono le antiche strade dell’acqua
sotto l’ombra di migliaia di uccelli che tornano a casa.

*

Sabrina

There is a gentle nymph not far from hence
That with moist curb sways the smooth Severn stream.
Sabrina is her name, a virgin pure

Milton, ‘Comus’

Before history there was mythology.
Fingerprinted between the strata of story
Is the human sign. We make a guess
At who they were, and where and why it was.
How the daughter of faithless Locrinus drowned
Between an Ice Age and the Age of Stone
To become the river-goddess, a curb in the river.
Today in these fast waters you might glimpse
In the sway of the currents the white limbs
Of a girl caught in a shoal of silvers
Turning and turning in the turbulence
Among migrating salmon, sewin, elvers,
Lampreys, eels taking their ancient water-roads
Under the shadows of thousands of homing birds.

***

Avvento

Tempi bui. Dicembre.
L’asse terrestre inclinato,
i minuti fuggono dal giorno
un poco alla volta.

Così il sonno va oltre il buio,
nelle ore grigie siamo sonnambuli.
Impossibile credere nella luce,
o in una nascita, fino

al primo sorgere del sole invernale, quando la volpe
se ne torna a casa con la bocca insanguinata,
tutta la chimica dell’alba negli occhi,
e il cielo è attonito.

*

Advent

Dark times. December.
Earth’s axis on the slant
and the minutes fall from the day
a few at a time.

So we outsleep the dark,
sleepwalking the grey hours.
Impossible to believe in light,
or a birth, until

this winter sunrise, fox
going home with blood in its mouth,
all the dawn’s chemicals in its eye,
and the sky astonished.

***

Il giorno più buio

Perfino nel cuore dell’inverno,
le lunghe notti, i giorni crepuscolari,
viene un momento in cui tra le nuvole filtra
un sole freddo, invisibile.

Allora il mare porta a casa il suo carico,
le pietre rilasciano i loro metalli
e un sussulto di sole accende stagni e pozze
finché ogni rivolo d’oro

è un Nilo, Tigri, Eufrate, Giordano
che formula luce.

*

The Darkest Day

Even in the dead of winter,
the nights long, the days twilit,
comes a moment when clouds break
for a cold, invisible sun.

Then the sea brings home its cargo,
the stones release their metals
and a startle of sun fires pool and puddle
till every rivulet of gold

is Nile, Tigris, Euphrates, Jordan,
uttering light.

***
(da Una ricetta per l’acqua di Gillian Clarke, traduzione e postfazione di Giorgia Sensi, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2014)

Ascolta e Leggi: Salvatore Sciarrino e tre poesie di Donatella Giancaspero

Ospito oggi con piacere la poesia di Donatella Giancaspero, ringraziandola vivamente per aver concesso i propri testi dietro mia sollecitazione. Questa poesia ha i tratti della contaminazione con altre arti, specie quella musicale che fa parte della formazione dell’autrice. Un’estensione di suoni frammisti alla potenza del silenzio che li corrobora e li fa echeggiare con maggior forza dentro il lettore. Il secondo e terzo brano vivono di una serie d’occhi e d’inquadrature paragonabili al vecchio e dimenticato L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov. Non voglio frappormi oltre tra suono, poesia e immagini, (è troppo banale dire tutte belle?) buona lettura.

Tre colpi dal piano di sopra

Tre colpi dal piano di sopra. Il quarto
fa vacillare uno studio del Gradus ad Parnassum.
Insieme, qualcos’altro, ritratto
nell’intercapedine fra l’intonaco e un’eco di scale.

Chiodo su chiodo, gli sconosciuti
si cercano dentro il sentore delle stanze.
Nell’insistenza delle macchie sul soffitto.

Un intervallo di quinta discendente alla finestra.
Ci domandiamo che ora sarà da qui a trent’anni,
nelle smart home di risorti edifici.

Intanto, i treni cittadini irrompono nel rombo del temporale.
Un refrain senza indicazione di tempo replica in verticale
la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.
Sotto gli occhi delle facciate, sospinto a mano.

Da una persiana all’altra.

*

Senza attesa

Entra luce, in cucina, non il sole – è fuori,
laterale ai palazzi –.
Sul balcone, nei vasi di plastica allineati,
dimorano spini, oppure nudi terricci di cenere.
In quello di terracotta, un fotogramma a colori.

Entra afa e un lembo di cielo sbiancato.

L’uomo di fronte, in canottiera.
Dal quinto piano affaccia alla strada il suo stare così,
senza attesa.
Il fumo della sigaretta libera un pensiero
tra due suoni in sordina, sorpresi alla voce.

Sul marciapiede vanno. Con poche parole.
La stazione a due passi da casa
– il trolley slittante sulle sconnessure
ha una ruota rotta –.

A testa bassa per non sapere
che viso fa il distacco, di che segni
lo marca.

*

Ripieghiamo in direzione del bar

Ripieghiamo in direzione del bar, sul margine di un autunno.
Le suole obbediscono al selciato, che marcisce tra piovaschi
e smottamenti di luce tra le crepe.

Da un isolato all’altro, i passanti inoltrano il crepuscolo
verso l’inverno.
Camminano con noi fino alla meta. Poi,
li lasciamo andare.
Lasciamo anche il rifugio delle tasche,
in quell’istante che apre la porta agli specchi
e agli occhi rievocativi.

Stanno in silenzio sul bancone – davanti, il caffè che mi offri –,
senza risposta alla domanda «quanto zucchero?».

Sai, delle piccole cose non sono più tanto sicura, ormai:
vado un po’ per tentativi…

Un sorriso opaco, di rimando, dalla lastra dietro il bancone.
E il sorso pieno col retrogusto dell’inettitudine.
Nel fondo, resta il dubbio.

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Nota biografica

Donatella Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Dopo il liceo si iscrive alla Facoltà di Lettere (Università La Sapienza), con indirizzo demo-etno-antropologico. Parallelamente, studia pianoforte,
conseguendo il Diploma nel 1990. Dopo alcuni anni di insegnamento musicale, intraprende lo
studio della composizione, fino al Compimento Inferiore (IV anno). Realizza, quindi, alcuni Lieder
su testi propri e un’opéra-ballet, Vittoria Colonna e Michelangelo, per due voci e piccola Orchestra
su soggetto e testi di Daniele Pieroni.

Nel 1998, inizia a pubblicare poesie per le Edizioni d’arte Il Bulino, Roma: Ritagli di carta e cielo,
Chiaroscuro, Se una crepa di vento, … a questo limite del tempo.
Altre poesie sono presenti in antologie e varie pubblicazioni: ad esempio, in Novena, libro d’arte della Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni; nelle Edizioni Pulcinoelefante (Impromptu, 2005); ne I fogli di Formello, 2007; nelle Copertine di M.me Webb (Discanto, 2006); Al ritrovato approdo, 2013; Prendilo come dono, 2015; in Teorema del corpo – donne scrivono l’eros a cura di Dona Amati (Fusibilia) e in Big Splash, network poetico a cura di Caterina Davinio (Fermenti).
Nel 2015 pubblica la silloge Ma da un presagio d’ali, per le edizioni La Vita Felice (Milano).
Terza classificata al Premio Astrolabio (Pisa 2013).
Consulente editoriale, ha collaborato come redattrice alla rivista telematica L’Ombra delle Parole .
Scrive per la rivista cartacea Il Mangiaparole (Ed. Progetto Cultura, Roma).