Ascolta & Leggi: Maria Margotti, donna di valore

Maria Margotti (Alfonsine, 9 settembre 1915 – Molinella, 17 maggio 1949) giovanissima, dopo la morte del padre, diventa mondina. Partecipa attivamente alla Resistenza e dopo la Liberazione, nel 1946 entra come operaia in una fornace della cooperativa di Filo d’Argenta. Partecipa alle lotte sindacali per le sette ore di lavoro, il miglioramento del vitto, il rispetto della legge di collocamento, l’assistenza in caso di malattia.
Il 16 maggio 1949 oltre seimila braccianti e mondine si concentrarono nelle campagne presso Molinella, provenienti dai vicini paesi delle province di Bologna, Ravenna, Ferrara cercando di dissuadere i crumiri, che rendevano vane le proteste operaie. Intervenne la polizia con un’azione di repressione particolarmente dura e violenta ed il giorno dopo venne organizzata una manifestazione di protesta. Maria Margotti venne falciata da una raffica di mitra sparata dal carabiniere Francesco Galeati nei pressi di Marmorta di Molinella, mentre altre 30 persone rimasero ferite.

Su alzati, alzati Maria andiamo a casa
Maria resta lì abbracciata alla terra
Non sanno le compagne se sogna o riposa
Non vogliono che sia di nuovo come in guerra
Pedala ogni donna il vento sulla camicetta
Quant’è alto il ponte al Reno stamattina
Pedalano veloci le donne in bicicletta
Sussulta la pianura la lotta si avvicina
Maggio diciassette anno quarantanove
La lotta dei braccianti quanto sarà dura?
Le donne vanno allegre nulla le smuove
Oggi è il Grande sciopero non si ha paura
Le donne del collettivo, quando passano loro
Sembra che passi la campagna intera
Del fieno e della terra senti l’odore
È il respiro di questo sole che le bagna
Su alzati Maria, torniamo dalla via maestra
Quella che i fascisti presidiavano sempre
Era sporca la loro paura temevano la vita
La nostra lo sgomento la teneva pulita
Su alzati Maria andiamo a casa
Maria non si alza abbraccia ancora la sua terra
Lo sparo, quello sparo ci ha colte di sorpresa
Chi l’avrebbe immaginato così anche il dopoguerra
Maria adagiata sulla tavola eri muta
Le tue figlie sgomente, ti lavano il viso
La Pina dodici anni la Berta quattordici
Che strazio diventare donne senza preavviso
Le donne del collettivo, quando passano loro
Sembra che passi la campagna intera
Del fieno e della terra senti l’odore
È il respiro di questo sole che le bagna
Maria hanno scritto che sembravi vecchia
Che stupidaggine eri bella eri una di noi
Non volevano tornassimo dove ti hanno uccisa
Siamo andate lo stesso piangevano anche i fiori
Maria a ciascuna di noi poteva toccare
La Biagia, la Elva, la Alves, la Leda,
La Edma, la Fernanda, la Teresa, la Rina
Li senti come sono belli i nostri nomi
Dicevi “Vengo con voi lo faccio per le figlie”
Ora vai Maria, davvero puoi andare
In centomila a salutarti piange anche il cielo
Torniamo a casa con questo vuoto addosso
Le donne del collettivo, quando passano loro
Sembra che passi la campagna intera
Del fieno e della terra senti l’odore
È il respiro di questo sole che le bagna
Su alzati, alzati Maria andiamo a casa
Maria resta lì abbracciata alla terra

Annunci

Ascolta & Leggi: Piero Ciampi, Carolina Almerighi, Antonio Delfini

Chiudo gli occhi

Chiudo gli occhi.
Vivo nei sogni,
Dolci sogni di bambina
Splendono a luce spenta.
Mi sussurrano “tutto andrà bene”.
La solitudine prende piede,
Io la faccio mia.
Mi travolge,
Io mi giro
salutando vecchie paure.
Cresci nella consapevolezza
Del domani, il tuo:
Solo tu puoi trasformarlo,
Adattarlo al tuo cammino.
Gambe forti reggono
Fatiche.
Un sorriso,
Migliorerà la tua sera
Splendi forte, come il sole.

(Carolina Almerighi, Castelbolognese, 29 luglio 2019)

*

Sono stanco

Sono stanco di parlare di te.
Tu sei morta.
Da viva ascoltavi per far dei ricatti.
Tu sempre sognavi e godevi
che morisse d’un colpo il tuo spasimante.
Fai schifo da morta.
Da viva facevi ammalare di cuore
i poeti per il ribrezzo
che sempre facevi a chi ti guardava.
Ma chi ti sognava?
Un vecchio, perseguitato dai preti,
dagli affetti più antichi,
un vecchio d’altri tempi fregavi
tu mai fregata dai vivi.
Forse oggi un morto ti frega
e, anima in pena all’inferno del nulla,
lui che ti frega annota notando:
«Qui è stata fregata la morta
che io morto ho sposato da morta.
Sposati studiammo la psicanalisi
e sepolti restammo intrisi nel nulla».
Parlando di te parla il vuoto.
Già tu non senti. E il vuoto sul vuoto.
Io solo ormai vivo — e non più morente
posso sentire il vuoto che te morta
vai vuotando nel vuoto del morto.
Era un morto da vivo.
Tu eri morta dapprima.
Eri morta dal tempo dei nonni
che morti pensarono di mettere al mondo
il gran morto: il padre tuo che fu beccamorto,
Il tuo corso di vita (è un imbroglio?)
fu più corto del regime Badoglio:
perché nel frattempo contavi
(ricordi? Non puoi ricordare!)
i soldi che intanto rubavi a colui che vita ti diede
quando pensoso di te stava assente,
Quarantacinque giorni sono stati
ma i tempi — tu sai — li ho contati.
Ebbi parvenza di averti vista in salotto
con la seggetta antica rubata dal morto,
Non più di ventiquattr’ore.
E’ un po’ poco (lo ammetti?)
stare al mondo una sola giornata,
fregare e non restare fregata!
Non lo sai — e mai lo saprai:
la vita è pur breve.
Ci si muore oppure ci si vive.
Ma da morti, come tu che sei morta,
non si vive e neppure si muore.
Povero vuoto sei tu!
Solo un poeta surrealista italiano
poté dar vita al vuoto inumano
che prese dal nome tuo infame
la mala sorte di immagini grame,
Quanto mai lune e razzi lancerò
per trovare il punto del tuo vuoto!
Da domani voglio riposare un po’
– ti giuro – e tornare andare a nuoto:
quando proprio più non ne potrò
farò il morto e… forse ti vedrò.

(Antonio Delfini, Roma, 14 agosto 1960)
************************************************

Ascolta & Leggi: R.E.M. Bukowski Baudelaire

ALLA PUTTANA CHE SI E’ PRESA LE MIE POESIE

alcuni dicono che dovremmo tenere lontano il rancore personale dalla poesia,
rimanere distaccati, e c’è del vero in questo,
ma cristo;
dodici poesie sparite e io non conservo le copie e hai anche i miei
quadri, i migliori; è opprimente:
stai cercando di annientarmi come tutti gli altri?
perché non ti sei presa i miei soldi? di solito li prendono
dai pantaloni sonnolenti e ubriachi storditi nell’angolo.
la prossima volta prenditi il mio braccio sinistro o un cinquantone
ma non le mie poesie:
non sono Shakespeare
ma prima o poi semplicemente
non ce ne saranno più, né distaccate né di altro tipo;
ci saranno sempre soldi e puttane e ubriaconi
fino all’ultima bomba,
ma come Dio ha detto,
accavallando le gambe,
vedo che ho creato fin troppi poeti
ma non altrettanta
poesia.

*

L’ALBATRO

Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano albatri, grandi uccelli di mare,
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
la nave che scivola sugli abissi amari.

Appena deposti sulla tolda,
questi re dell’azzurro, vergognosi e timidi,
se ne stanno tristi con le grandi ali bianche
penzoloni come remi ai loro fianchi.

Com’è buffo e docile l’alato viaggiatore!
Poco prima così bello, com’è comico e brutto!
Uno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro, zoppicando, scimmiotta l’infermo che volava!

Il poeta è come quel principe delle nuvole,
che sfida la tempesta e ride dell’arciere;
ma, in esilio sulla terra, tra gli scherni,
con le sue ali di gigante non riesce a camminare.

*

Ascolta & Leggi: Pavolv’s Dog con Il Fosso, un racconto inedito di Silvia Giusti e Paolo Beretta

A volte le sorprese non mancano, questa è estremamente piacevole, un bel racconto con poesia scritto a quattro mani da Silvia Giusti (lapoetessarossa) e Paolo Beretta (uncielovispodistelle) che, entrambi, ho avuto il piacere di incontrare personalmente lo scorso 14 giugno a Como, ospiti tutti di Antonio Bianchetti (ilbarman) e di Vincenzo Petronelli. Grazie.

Premessa

Quando succedono cose che non ci aspettiamo, siamo colti, talvolta, da un misto di stupore e impotenza. Siamo esseri umani, fragili e sognatori. Chi scrive, chi si diletta a scrivere, trae spesso ispirazione da tali accadimenti.
Non racconteremo dunque i fatti, ma attraverso un esercizio nella tecnica dello straniamento, racconteremo di un vissuto (a margine della serata), per farne paradigma.
E un ringraziamento.

IL FOSSO

E’ una serata dedicata alla poesia con la presentazione di un libro. E’ presente l’autore e l’amico che lo ha invitato. Non c’è niente di strano in questo gruppo di persone dentro una sala, al piano interrato di una biblioteca. Sono sedute ad ascoltare il poeta e il suo interlocutore. L’ospite lo ha presentato brevemente e gli ha lasciato presto la parola. Il poeta racconta, si racconta e legge i suoi versi. Questo gruppo di persone che in parte non si conoscono e non si sono mai viste si riconoscono perché amano la parola. Le persone ascoltano, sorridono, applaudono, qualcuno domanda e il poeta risponde.
In ultima fila, semi nascosto da una colonna e da una signora con una folta chioma riccia c’è un uomo con una vistosa cicatrice su una guancia. Il poeta lo ha riconosciuto. Decide così di leggere un componimento non previsto, una vecchia poesia, mai edita. La introduce così.

Per quel che mi riguarda voi tutti nella vita potete essere chiunque, panettieri, professori, baristi, medici, giornalisti. Qualcuno di voi potrebbe avere una seconda vita. Molti di voi hanno segreti, e almeno uno che non hanno mai raccontato a nessuno. Per esempio nessuno sa il mio.
Ve lo leggo.

IL FOSSO

L’acqua mi bagnava le ginocchia
mentre morivo la prima volta
Sapevo di letame
in bocca il sapore del sangue
Afrori dolciastri a fare da incensi
Il cane offeso guaiva e mordeva
latrava di follia
e prevalsa
La mia voce non c’era
annegata nel fosso
dove nemmeno una rana
seguiva il corteo
Lui se ne andò ebbro
con lo stupore negli occhi
Io con una cicatrice,
ferita nel costato
La sento che gracida
talvolta, nel silenzio della notte

11 luglio 1982

La platea rimane in silenzio.
Dopo un momento il poeta riprende a parlare.

Un giorno, quando ero molto giovane, ho picchiato un mio compagno di scuola. Potrebbe non essere materia poetica. Invece. Il giorno prima avevamo giocato a pallone. Stavo per segnare. Un compagno mi ha fermato nell’area di rigore in modo scorretto. L’arbitro non ha visto nulla. Sono rimasto senza parole. Il compagno non mi ha nemmeno aiutato a rialzarmi. Anzi mi ha voltato le spalle. Gliel’ho giurata. Il giorno dopo all’uscita da scuola l’ho seguito. Abitavamo in due paesi diversi e per tornare a casa percorrevamo la stessa strada ma in senso opposto. Eravamo in bicicletta. Sul rettilineo lungo i campi appena arati c’era odore di terra smossa e di letame. L’ho affiancato, come un gregario, ma lui, colto di sorpresa, ha sbandato ed è caduto nel fosso accanto alla strada. Si è rialzato bestemmiando. La bici aveva una ruota storta. Sceso dalla bicicletta, mi sono avvicinato e l’ho spinto ancora dentro il fosso. Mi sono scagliato sopra di lui sferrandogli una serie di calci e pugni. Poi sono risalito sulla strada e l’ho lasciato lì. Ho ripreso la bicicletta e mi sono messo a pedalare come un matto, ridendo e piangendo allo stesso tempo. Non l’ho mai raccontato a nessuno. Il mio compagno di scuola è rimasto assente per una settimana. Quando finalmente è tornato aveva una vistosa cicatrice sulla guancia. Aveva detto a tutti che era caduto dalla bici mentre tornava a casa, un coniglio gli aveva tagliato la strada e lui era finito nel fosso. Non ci siamo mai più parlati. Ha cambiato città ed è diventato un giornalista sportivo piuttosto famoso, un signore delle telecronache, pacato e puntuale. E’ uno di quelli che quando le squadre sanno di avere lui a commentare si impegnano e giocare bene senza sgarrare troppo. Perché un giorno ha raccontato in una intervista il motivo di quella cicatrice, senza fare nomi ovviamente. E’ diventato un bell’uomo il mio compagno di scuola. Se quella cicatrice lo ha reso diverso e speciale è anche un po’ merito mio. La poesia l’ho scritta nella notte dell’11 luglio 1982, quando l’Italia vinse i Mondiali di Spagna. Ero con un gruppo di amici in giro a festeggiare e lo intravidi tra la folla, con una corona di alloro in testa. Seppi, da un altro che lo conosceva, che si era laureato quel giorno.

A quel punto il poeta lascia stare gli occhi chiari e il rossetto deciso della giovane donna che ha di fronte e guarda là, nell’angolo dietro la signora dai folti capelli ricci. L’uomo con la cicatrice non c’è più, al suo posto solo una crepa in un vecchio muro.

A Flavio,
da Silvia e Paolo
**********************************************************************

Ascolta & Leggi: Pezzi di vetro – Francesco De Gregori e poesie di Andrea Burato

“tra demoni di cemento in versi appago una sete” potrebbe essere questa, mescolando un paio di suoi versi, l’intenzione poetica di Andrea Burato, una voce che si fa largo tra le tante voci che sempre più frequentemente appaiono sui social, proponendo nuova poesia. Apprezzo questa voce, perché con la dovuta attenzione sa cantare e la musica è buona, certo i margini di miglioramento ci sono, ma sono convinto che questo autore riuscirà a maturare e a farsi strada nel coro, nella cacofonia, delle tante voci che appaiono e scompaiono ogni giorno in rete, quanto meno perché riesce a farsi ricordare. Le poesie sono state pubblicate su Instagram, tra esse ho scelto alcune tra le più recenti.

8 Aprile 2019

Invischiato in patemi di catrame
Milano inghiotte pensieri e bestemmie
scorre tra i clacson intrisa di luci
e una casa solinga brama presenze
mi so lontano e assente
presente tra chi conosco e non ancora
un eccesso del senso come detto
e non so che piangerti nei rivoli di sale
un fiume incerto di parole e nero
d’Avola adorna le voci dei poeti
Milano oleosa e aperta tra mani
amiche sui navigli e una coca
quanto sanno di me e del male
quanto sa Milano di Via Stefini
nulla o non importa
a Milano siamo chiacchiere da bar
brusio perso tra demoni di cemento

*

18 marzo 2019

Anche se ora vedo non ho occhi
lo scoppio d’un fucile non passa
smarrito nei silenzi della nebbia
muore senza timore di ferire
non ha mani per raccogliere
un senso perduto che sfugge
questa sera è chiara la mia voce
le sue spalle nervose e lisce
la paura di venti denari persi
sparsi sul tavolo di una vita
ma anche se ora ti vedo
non ho più occhi per guardare

*

19 febbraio 2019

Il guizzo di una biscia d’acqua
balena in un attimo sullo specchio
poche increspature ricordano
la vita in un baleno si piega
alle lamiere e pezzi di cristallo
dal pozzo guardavo la luna
non l’alto e un fragore di ferro
e lame mi desta subitaneo
Il mio guizzo per un attimo
è diventato contorta carcassa

*

2 gennaio 2019

La notte è una sarta
certosina cuce orli
cogitabondi in linee curve
al passo incerto dà filo
a fioriti turchese dei pensieri
è tarda quando mi lascia esausto
ho un sentore di rimpianto
stretto tra le cuciture
di parole tra le trame
non pago cerco
un nuovo risvolto
in versi appago una sete

*

Andrea Burato nasce 44 anni fa in provincia di Verona e sin da piccolo manifesta una profonda attrazione per tutto ciò che è lettura e scrittura. La sensibilità che lo accompagna è oggetto di scherno e bullismo finché a 16 anni dà una svolta drammaticamente opposta al suo modo di essere, inizia a frequentare un dojo di Arti Marziali e per i successivi anni non esiterà a mettere in atto ciò che impara. Raggiunge i livelli di allenatore, istruttore e infine Maestro di Karate, ottiene parecchie affermazioni sportive, tra cui il primo posto ai Nazionali di Kumite 2009 FEKAM finché nel 2015 un grave terremoto emotivo letteralmente lo travolge, spaccando l’involucro di pietra di cui si era circondato e riportando all’esterno la scrittura, elemento che lo aveva caratterizzato sin di primi anni delle scuole e che si incanala verso lo sfogo ideale della scrittura poetica. Nel 2017 trova in internet il luogo ideale per pubblicare le sue prime liriche: attraverso la piattaforma Instagram conoscerà molti poeti di valore sino ad approdare nel gruppo poetico “Versipelle” del quale fa parte dal 2018. Ad oggi ha scritto oltre 200 poesie centrate principalmente sul tema emotivo del sentimento, dell’abbandono e del vuoto esistenziale, ha partecipato a svariate manifestazioni poetiche e fa parte di rinomati gruppi poetici su internet. Alcune sue liriche sono state pubblicate nell’antologia “Nel corpo della voce” curata e commentata da Elena Deserventi ed edita da Controluna.

Ascolta & Leggi: Via con me – Paolo Conte; Le perle di Loch Ness – Cristina Annino.

Cristina Annino ha una coerenza di fondo e una capacità profonda di tradurre la creatività in quadri, poetici e non solo, ben fuori dal comune. Una poesia, la sua, che continua a trarre linfa vitale dai grandi filoni del Novecento poetico, ricca di sarcasmo, umanità, personalità e, mi si perdoni l’ossimoro, impersonalità (nel senso di non invadenza dell’Io). Chi penserebbe mai che l’oscuro, inquietante e misterioso Lochness dalle acque d’inchiostro, possa partorire perle? Anche qui una poesia brillante, mai ripiegata e mai banale. “Le perle di Loch Ness” (Arcipelago Itaca, 2019), è più che mai la conferma dell’inquieto che agita la creatività del Poeta, della sua capacità di rigenerarsi, anche andando oltre la mera forma della poetica ermetica. Ed è, come sempre, una prova brillante, interessante, da leggere e soppesare. Il brano di Paolo Conte mi è stato indicato dall’Autrice del libro.

Mosche

Chi può capire che girarsi così, sullo
zucchero! passare i muri con
le palme… Si gonfia
un personale sigillo di mestizia.
Neppure
l’esercito della Salvezza ci usò
per la banda, avanti tutte con
i corni, volando
da guardiani notturni. Noi,
l’olfatto si trasforma in lavoro.
Che fiato non abbiamo per dire
l’ingiustizia! L’anima dell’uomo
ricopia tutto, ma scorda
spesso lo spirito che esiste
ovunque vaga. Si incarna
nel luogo di se stesso. La prego
mi risponda…

*

Il giorno fa giornata

Viene avanti così, col torace a carati
che gli gonfia l’oro dei denti; brilla
di luce propria. Cresce a ogni
pedata che da, floscio, potente,
dal lato destro gli casca ogni cosa.
Col bacino, sede d’uccelli, rimette
in moto il mondo meschinamente.
Quale ossigeno beve? impiegato
postale o carro armato che inchina
le ruote per abbagliare, poi di colpo,
tira via le coperte con le
persone, la fauna pendente dalla foglie. E
corre, corrente ma dove va? l’esistenza
ogni giorno sbattendola come un polpo.

*

Che dire? Anche fuori dall’universo,
Céline tossico in astinenza, palleggia
occhi a terra, due mine. L’aurora
l’aveva con sé, tra le mani, come pure
la paglia. Con quei pigiami di notte,
ogni volta un canestro.

*

La notte del diluvio

Mi perseguitò, non dava
tregua: un tacco lesbico che
girava con me, dormiva
insieme. Mai la volli, la misi
all’angolo parecchie volte, e
le chiesi perché, se la vita è una
carità … (fischiava sempre per
trasferito senso della grammatica).
**
Diventò
tossica, poi rupestre, poi niente. Molle
rientrava in me. Alla fine rese
il mio corpo una stirpe. E fece
quel che poté, torcendosi le dita; più
delle Alpi, Appennini, le Ande!
Ogni notte così. Pioveva
su noi colossalmente, cascava
nella camera tutto: monti, vivi, piante,
che io scacciavo come Cristo dal
tempio i mercanti.

*

Bernini impura beatitudine

Quell’anima che sta sopra e rapina
di brutto, quel sasso caduto in corpo
più della neve che inclina
velocemente la schiena, tutto asfalto
insieme, poi
ponte di godimento. Quel solitario
atto, quell’abside di traverso sopra
tele di marmo, ovunque sia
il desiderio. È cieco
piacere misericordioso fraterno,
non odora di niente, di vene forse
immense come una pala di chiese
con rapimenti unici e anche
preghiere nelle dita scosse per
conto loro.

******************************************************
qui qualche notizia biografica su Cristina Annino

https://it.wikipedia.org/wiki/Cristina_Annino

il libro è reperibile qui:

Libri in uscita

Ascolta & Leggi: Stella Fissa il libro di Riccardo Mattii (musica dei Byrds)

E’ uscito un piccolo grande libro, dono di Beatrice Mattii e Marianna Galotto che lo hanno curato. Stella Fissa di Riccardo Mattii edito da Campi di Carta Editore. Il libro, consigliatissimo, è reperibile qui:

Riccardo Mattii

Stella Fissa raccoglie gli scritti, note, pensieri, poesie, micro racconti scritti da Riccardo fino alla sua scomparsa prematura il 28 febbraio 2018 a soli 51 anni. Un libro pieno d’amore, ironia, auto ironia, e belle cose. Ottime poesie soprattutto, ma anche racconti brevi efficacissimi e note di tutta una vita. Riccardo era noto in web col nickname Sinapsi, o Sin Apsi. L’ho incontrato/scontrato una quindicina di anni fa circa, durante i tempi eroici e pionieristici di scrivi.com : lo ha sempre contraddistinto, oltre a una buona dose di genialità, un carattere a tratti urticante, ma Riccardo è sempre stato una persona vera. Questo volume non è un souvenir, un album di ricordi, merita di essere letto soprattutto per gli ottimi contenuti letterari. Riccardo è stato anarchico tutta la vita, non lo fosse stato sarebbe stato un grande poeta, invece era semplicemente un genio. Alla sua memoria, e alla fortuna di chi lo ha incontrato, anche solo in web. Insomma, questo libro, come potrete verificare dagli estratti qui sotto, non è un oggettino prendi polvere, è un ottimo libro di ottima scrittura, soprattutto. Ciao Sin! Ti vorrò sempre bene.

per chi volesse visitarlo, il suo blog è ancora in rete, qui:
http://t4nt4lo.blogspot.com/

UN MARZIANO SCRIVE CARTOLINE A CASA

Posso solo desiderare, non volere.
E misurare la grandezza dell’amore con la distanza che
separa da colei che non ama.
E farlo con una costanza che, incoffensabilmente,
cambia di continuo idea nel seguire il tempo che affrettando
il passo, arretra in uno spazio così Gigante, che ci sarà chissà
chi o chissà cosa, ma solo qua e là.
E molto silenzioso, o forse muto.

*

UNDER A PIOVIGGINOUS GRIG SKY

Sotto un cielo piovigginoso Corvo sospeso,
intabarrato in uno scialle di annichilimento
avverto attraverso i cunicoli esigui dell’anima
il tempo che precipita, violento, rapido e ignorato.
Il suono del traffico lontano pare vaneggiante rumore
di mare
e immagino oltre il verde montuoso premuto di nuvole
bianche onde correre a casa in un lago d’inverno.

*

MARIANNA 11

Ce ne hai messo di tempo
per attraversarmi
eppure non sono che un deserto
di pochi passi.

*

RICETTA POETICA

1) Prendete un poeta non snervato
ripulitelo di ogni speranza
e farcitelo poi con droghe,
tristezza capziosa, concetti astratti
e con un po’ di dolore fresco
che sanguini terrore.

2) Ricucite il poeta così farcito
con il filo di un inquietante ragionamento
e lasciatelo macerare in un lungo smorire
di giorni invernali,

3) Cuocetelo al fuoco lento del tempo e del caso
in un brodo di rimpianti e di amori perduti,
quando l’impasto bolle, rimestate aggiungendo
luce di un corpo femminile, (attenti qui che non bruci di
passione)
ed un pizzico di morte.

Potrete così gustare ottime poesie che vanno servite fredde
su piatti guarniti di tenebra, la sostanza del destino.

**************************************