Ascolta & Leggi: Penguin Café Orchestra con Pasquale Panella Biografia del Cannibale e Lapsus con gli occhi

Biografia del cannibale

Noi siamo contemporanei
solo di ciò che ci mangiamo

E in mezzo, tra il naso e le scarpe, i sogni
nei sogni si avverano sempre. Non quelli
del sonno ma quelli da svegli, nei quali la
realtà avviene al di là di… Continua: al di là
di ogni malafede e cattiva coscienza, che siano
stramaledette! De Sade ha Savarin come
mosca sul naso, dice di lui: è un gastronomo,
è zero, parla sputazzando nel piatto in cui tu
mangi, e quello che mangi te lo teorizza mentre
lo mangi, che pappa orrenda. Sai cos’è?
Allucinazione da rosmarino. Scoperchia la
portata, toglie la cupola, la calotta, e la scodella
è il cranio, il suo: grufola nel proprio cervello mantecato.
I suoi testi? Un’autobio grafia del cannibale. E
quando dico gastronomo intendo nostro contemporaneo:
i nostri contemporanei, i nostri gastronomi; niente ti è più contemporaneo
di
quello che mangi e di chi ti ammoscia su cosa,
su quanto e in che modo; e tu lo sei di ciò
di cui ti sbrodoli ossia dei condimenti sapienziali d’ogni cosa.
Io odio questa violenza competente del pugno,
del pizzico, della noce (la noce!) di burro,
del lasciar soffriggere, della spruzzata, la
spruzzata dico! di pepe… e quella correttezza
delle dosi odio, quell’incorruttibilità saltata
in padella, quella sobrietà, quella continenza,
quella temperanza, quella moderazione;
in una parola: quella assoluzione di sé.
Che schifo. Per il resto è tutto un unto sul
mento mentre dicono a me, che son divino, divino
in terra e ridicolo marchese in alto, mentre
dicono a me, con le bave, le loro, loro e
non mie, alla bocca, con gli occhi perfidi e avvelenati,
loro e non miei, dicono a me: tu un
uovo, un puro uovo, quel candido albume, tu,
quel tuorlo delicato, un uovo tu non lo sai cucinare!
Alla faccia del bicarbonato! dico io.
Così dice De Sade mentre è una mongolfiera
in fiamme, un cocomero scoppiato, un pallone
a ugello libero che vola pazzamente a zig
zag fino a infilarsi, oramai tutto floscio, tra i
rombi della grata di una finestra di cucina interrata,
finendo il volo, quasi fosse quell’uovo,
dalla padella sul cappello bianco di un
cuisinier, anzi di un cordon bleu, o, per essere
esatti, di un gourmand o, meglio, di Brillat-Savarin,
la cui figura cominciava immediatamente sotto quel cappello.
Io rimasi fuori. Mi passa accanto una carretta
con sopra i libri usati perché qui devo
fare una citazione. Sembrano corpicini di decapitati;
le pagine, molli come braccia aperte,
sussultano secondo la via; alcuni, colpiti a
fucilate dai loro stessi autori, erano già rigidi;
leggo in un titolo: Hollywood, e risento le parole
del marchese che in un soffio, prima di
sparire come un palloncino a reazione, diceva
spiraleggiando: mi piace il cinema perché
non lo faccio, quindi lo sono. Gli è presa questa
cosa del cinema, questa evasione. Andiamo
avanti: allora leggo ad apertura di pagina,
in mezzo a un mare di amarezze, leggo una
frase che galleggia, tenuta su dai sugheri delle
virgolette, è un pezzetto di rete, di tramaglio,
è del signor Jung, madre della psicanalisi;
la cita la Garbo: “Ciò che non sale sulla
superficie del conscio si ripresenta a noi sotto
forma di fatto”. Bel colpo! Si ripresenta sotto
forma di fatto, bella mossa. Ottimo giro, giusta
piega per una ragione d’esistere, questa:
farsi incoscienti d’essere sceicchi diamantosi,
sconsapevoli d’avere l’oro in bocca che
ogni chiacchierata è una collana e esce come
la sciarpa dai prestigiatori, obliare con l’ammicco
tutto il meglio, anzi sognare da svegli
facendo l’occhiolino e poi disconoscere, dormirci
sopra e ecco che, il giorno dopo, tutto si ripresenta quale un fatto.

Lapsus con gli occhi

Abbiamo inventato la realtà, quella avvenente.
L’ho inventata io perché, mentre voi
leggevate questa invenzione stupenda, anch’io
ho letto meglio. Sarà stata, in quel punto
della frase, una mia passata d’astigmatismo
che fa vedere due elle al posto di una,
due ttì, sarà non so che sarà, però devo dirlo:
non c’è scritto “sotto forma di fatto”, sono io
che ho svisato, travisando, sono io il veggente,
c’è scritto “sotto forma di fato” (come chiamarlo?
un lapsus con gli occhi?), c’è scritto così,
come se ci fosse scritto “allora son buoni
tutti” o “viva Maria” oppure “fottetevi” con
due ttì, anzi tre. E capirai… Alle volte queste
parole solenni, fato, destino, sorte, queste parole
si srotolano fino a diventar tappeti scorrenti
sul terra terra del discorso, fanno luccicare
lampadari, riempiono d’arazzi la pagina,
versano da bere, fanno schioppare i fiori nei
vasi e sui parati. Poi proiettano cose, sì, persone,
spiagge, magie, come al cinema (ancora?
sì ma un altro cinema: tu sei in una sala e
ti vedi in un’altra come, te stesso, un film),
proiezioni nel mentre stai comodo sopra carnose
poltrone da sera, sull’isola di mattonelle
dipinte a labirinto, e ti senti al centro d’ogni
ovunque, in certi appartamenti da centro
storico, appunto. E non succede niente… Oddio!
De Sade, quest’uomo variabile, è finito,
da uovo spadellato, sopra il tubo da cappello,
bianco, di un leccardone, di un archimagiro…
(continua)

Pasquale Panella (15-2-2000)

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per saperne di più:

https://it.wikipedia.org/wiki/Pasquale_Panella

https://it.wikipedia.org/wiki/Penguin_Cafe_Orchestra

Ascolta & Leggi: La Moldava e un omaggio a Carlo Bordini

Quando un vero Poeta ci lascia, allora siamo tutti un po’ più poveri.

Poesia per Medellin

In una foto degli scampati a un’inondazione
un uomo cammina nell’acqua che gli arriva al petto
un cane gli nuota accanto, ma si vede che l’uomo lo tiene accanto
a sé con una mano
sulle spalle l’uomo ha una bambina
che tiene in una mano le scarpe dell’uomo
la bambina tiene una mano sui capelli dell’uomo
e guarda verso il piccolo cane con un’aria un po’ assorta
mi ricorda altre figure femminili
conosciute in Colombia
come se la vita fosse un gioco
da affrontare con leggerezza

La mia acqua
ci ho messo moltissimo per non essere morbido e morboso, e per
essere un semplice pezzo di legno
Questo essere un pezzo di legno è la mia corona, la mia aquila
della mia miseria è la mia acqua

Ho imparato il linguaggio delle macchine, con cui non è
necessario parlare
L’incompleto è sempre assoluto

Ciò che ho rifiutato

*

Arti Marziali

non fare mai quello che ti è stato insegnato
sconvolgi tutte le regole
usa le tecniche per il contrario per cui sono state inventate
spiazza l’avversario
Usa ciò che ti hanno insegnato in modo contrario, per battere chi
te l’ha insegnato
/e per mostrargli che non c’è niente di certo/ [//, neanche le sue
tecniche//]
pensa sempre
inventa sempre qualcosa
usa le vecchie regole per fare cose nuove
tradiscilo non affrontarlo lealmente
usa il paradosso [e] sii il più possibile pirandelliano
[P]per esempio dire:
scherzare sempre
“Il Fmi e la banca mondiale sono istituzioni che operano nella
segretezza e sono
responsabili dell’instabilità e della povertà
che dovrebbero curare” (Manifesto 19 aprile 2000)
Dichiarazione di Trevor Ngwane, di Jubilee
2000 del Sudafrica:
“questo è un movimento globale,
cominciato a Seattle, e basato su valori di
dignità umana e giustizia”

*

Sasso

Questa indulgenza che gli uomini si concedono col sonno
non assomiglia all’abbandono della morte?
una piccola morte un po’ anticipata, un breve riposo,
Questo goloso anticipo della morte,
così questo rammendare piccole cose porta le cose migliori,
le più femminee,
queste cose femminee
e non ha importanza la reliquia come oscuro residuo
scrivo questo per dire che la morte e il sonno sono simili,
ovviamente, of course,
ma soprattutto che mi sono ugualmente cari,
e in questo atonale abbandono simile a legno di violino,
quando ancora non è stato percosso dall’arco,
e la vita e insieme ancora la non-nascita
e la morte del feto già vecchio
oh come roco il respiro
come torpido scorre il tuo sangue

*

Suicidio

Nulla di ciò che è vivo mi interesserà
Sarà come non essere mai nato
Che è il mio sogno di sempre
Non ricorderò nulla.
Non ricorderò nemmeno di essere morto
Non saprò mai di essere stato vivo
E non saprò
Di averti amata
Gli altri si meraviglieranno
Si chiederanno perché.
Non capiranno.
Se sarò bravo
non mi accorgerò nemmeno del passaggio
Non ricorderò nemmeno di aver scritto questa poesia

*

Marina

Il mare entra tutti i giorni nel mio giardino.
Circonda le pietre e in uno slancio
bagna gli aranci ancora verdi.
Da molti anni l’ho visto singhiozzare.
Sollevare le sue creste, abbattersi sull’arena.
Rompersi in ali di luce viola e scarlatte
Grave e sontuoso nel suo mormorare lontano.
Il sole addormenta le cicale.
Candide e ingenue errano le nuvole.

Questo penso quando contemplo
Le immagini fulgenti del mezzogiorno.
L’ape sopra le uve di spiaggia
Succhia in estasi il loro purpureo nettare,
ebbra di un dolce sogno celeste.

*

Epitaffio

Mio padre morì senza averne bisogno
la vita era per lui chiara e netta
i confini delle cose precisi
perché scrivo queste cose
prima della morte di mio padre
non so ma certo
qualcosa in lui non lo spingeva a morire.

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testi tratti da
http://www.carlobordini.com/poesie.html

Carlo Bordini (1938 – 2020). E’ stato militante trotskista. Ha insegnato storia moderna presso il Dipartimento di Studi storici dell’università di Roma La Sapienza, dove si è specializzato nella storia della Corsica nel XVIII secolo e in storia della famiglia e dell’amore.

Ha pubblicato i seguenti volumi di poesie:

Strana categoria (ciclostilato in proprio), 1975;
Poesie leggere, Barbablu, 1981;
Strategia, Savelli, 1981;
Pericolo, Aelia Laelia, 1984;
Mangiare, Empirìa, 1995;
Polvere, Empirìa, 1999.
Pericolo – poesie 1975-2004 (antologia), Manni, 2004
Purpureo Nettare, Alla pasticceria del pesce, 2006 (con acquarelli di Rosa Foschi)
Poema inutile, Empirìa, 2007 (con disegni di Rosa Foschi)
Sasso, Scheiwiller, 2008.

Nel 2010 l’editore Luca Sossella ha pubblicato una raccolta completa della sua opera poetica aggiornata al 2010: Carlo Bordini, I costruttori di vulcani. Tutte le poesie 1975-2010.

Ha pubblicato inoltre: Non è un gioco – Appunti di viaggio sulla poesia in America Latina, Sossella, 2009.

Ha curato, con Antonio Veneziani, Dal fondo, la poesia dei marginali, Savelli, 1978, Avagliano 2007.
Ha curato, con Andrea Di Consoli, Renault 4 – Scrittori a Roma prima della morte di Moro, Avagliano 2007.

Nel 1999 la pittrice Rosa Foschi ha illustrato il poemetto Polvere in due volumi in folio.

Ha pubblicato, come narratore:

Pezzi di ricambio (racconti e frammenti), Empirìa 2003;
Manuale di autodistruzione, Fazi 1998 – 2004;
Gustavo – una malattia mentale, Avagliano 2006.
I diritti inumani ed altre storie, La camera verde, 2009.

Ha recentemente terminato un romanzo, tuttora inedito, dal titolo: “Memorie di un rivoluzionario timido”. Alcuni brani di questo romanzo sono stati pubblicati sulla rivista in rete Reti di Dedalus,(www.retididedalus.it), gennaio 2014 .
Sue poesie inedite, dopo il 2010, sono apparse su varie riviste. Tra queste: L’Ulisse, numero 16, marzo 2013. La poesia “New York” è pubblicata in Maria Grazia Pontorno, Roots, Charta editore, 2013.

Ha partecipato a diversi festival di poesia in vari paesi nel mondo. E’ tradotto in varie lingue.

Ascolta & Leggi: Jorma Kaukonen & poesie di Charles Wright

GUIDANDO IN TENNESSEE (1981)

Strano quel che riporta il passato.
I genitori, ad esempio, come si profilano fervidi
nei brevi e istantanei
lampi di memoria, un piede davanti all’altro
perfino a ritroso, e così inaccusabili.

E le città in cui vivemmo un tempo
e chi eravamo allora, le vie percorse in su e in giù
ritornano davanti a noi come brina
su cui batte la luce della luna, e ritorna Gesù, Stefano [Martire
e San Paolo della Spada…

– Io sono la loro musica,
madri e padri e luoghi dove ci affrettammo nella notte:
accosto la bocca alla polvere e canto la loro canzone.
Ricordati di noi, Galeotto, e fischietta il nostro motivo [quando verrà l’ora,
per amore di carità.

*

DIARIO DEL PRATO (1988)

– Nebbia fra gli alberi, chiazze d’acqua sporca e erba [tagliata
sul passo carraio,
………………s’ingrossa ad occidente il pomeriggio,
un paio d’ore di strada più giù:
strano come la luce ruoti concentrica sul suo asse
…………………………………………avanti e indietro
dopo la pioggia, come se il mondo visibile
fremesse in una goccia d’acqua
…………………………appesa a un filo d’erba:
il passato non è mai il passato:
………………………steso come una lunga lingua
ci camminiamo verso l’umida bocca del futuro,
…………..dove nuovi denti
ammiccano come stelle novelle intorno a noi,
e i venti che ci pizzicano e ci tormentano le orecchie
………………………suonano curiosamente come [vecchie canzoni.

– Crepuscolo profondo e insetti luminosi
………………………compongono un alfabeto sul muro [di levante,
la corazza del cielo venata di blu ronza
a suo modo, estranea a tutto.
Alberi si dissolvono nell’opera della notte,
…………………………case si dileguano nell’aria:
lassù da qualche parte un’immagine aspetta il suo [momento
bruciando come Abramo nel freddo, chiare
……………………………………immensità dei cieli,
aspetta d’accogliermi per completare la mia equazione:
quel che conta è astratto, ed è quel che è l’amore,
candescente nella memoria,
……………………………………………continuo
e incancellabile, come l’amore…

– La ghiandaia fa balzi da canguro nell’erba alta del prato,
poi sù, in un colpo di pennello
………………………………e sulla siepe ad arco.
La luce grava sulle azalee,
i banchi di nuvole di ieri ancora là, affrescati
……………………………sotto la cornice del cielo,
veloce trasfusione di porpora nel verde braccio del [pomeriggio.
Fiori di luce solare come di cera vanno alla deriva
………………………nel frutteto nano e galleggiano
sotto peschi e peri pigmei
su tutta l’America,
………………………………………ed anche qui i fiori
continuano a cadere, all’improvviso, chissà da dove.
L’ombra del merlo arde nella creta rossa di sotto.

– Esclusione è il segreto: ciò che manca è ciò che appare
più visibile all’occhio:
………………………………più le cose sono luminose,
più sottraggono cosa le circonda,
sbucciando via la pelle arsa del mondo
………………………rendendo visibile l’invisibile:
corpo dopo corpo, tutti risorgono nella luce
tattili e ancora molli,
quel rododendro, quella passiflora, quell’abete,
un’architettura dell’assenza,
…………………………un paesaggio le cui parole
sono impronte, immagini che si sfanno se si chiudono le [palpebre:
le porto via perché rimangano lì-
………………quel cespuglio, ad esempio, quello stelo…

– Un calabrone della misura del mio pollice
……………………………si solleva come Gerione
dalla dura tenebra dantesca
sotto la finestra e lambisce la bolgia di stagno della [grondaia,
poi si ritrae come un colibrì
……………………scomparendo, languido, a spirale,
omeri su cui ho voluto sedermi, un volo che ho voluto fare,
depositato nell’oltreluce
……………………………di città accalcate nell’erba,
intermittenti illuminazioni, pianura ferrigna che giace
ingombra di musica e piccoli fuochi,
…………………………proda rocciosa della fossa
alla fine d’ogni strada,
i primi volti che emergono:
……………………………Bico, sei tu qui, amico mio?

*

ULTIMO DIARIO (1988)

Condannati dalla nostra stessa bocca,
…………………noi che confidiamo nelle cose visibili.

Ben presto dimenticheremo il mondo.
………………………E ben presto il mondo [dimenticherà noi.

Il soffio della vita, da questa all’altra trapassando,
è quel che dice il vento, nella sua sola parola
…………………………………la gioia della terra.

Lussuria della lingua, lussuria dell’occhio,
……………condannati dalla nostra stessa bocca…

*

VITE DI SANTI, parte 1 (1997)

Nodo allentato su una corda corta,
la vita continua a sgusciar via sotto di me, intatta ma
calante,
………il suo schema perde schema,
l’abisso blu dell’aria d’ogni giorno
l’inala e l’esala
…………in nuvolette come di fumo,
in piccole filze e fili di vento.

Tutto quello che il lapis dice è cancellabile,
ma non le nostre voci, parole nere e permanenti,
che imbrattano la vita come fuliggine,
……………………………ma non le nostre memorie,
incise come sagome nella mente,
ma non le nostre irrecuperabili azioni…
Il lapis tutto sparge e poi tutto riprende.

Per esempio, eccomi qui fra Hollywood Boulevard e Vine,
a quasi 60 anni, la vigilia di Natale, carni in mostra e [mezzani
e incessante su Walk of Fame
……………………………………lo spengersi di canne
sperando che qualcosa di non-troppo-terribile accada sulla [strada.
La raffica di pioggia si è bloccata di schianto,
le fronde della palma ciondolano seducenti
……………………La vita, come si dice, è bella.

*

NINNA NANNA (2014)

Ho detto quel che dovevo dire
con tutta la melodia che mi fu data.

Ho detto quel che dovevo dire
nel fondo più in fondo che potessi arrivare.
…………………Sono stato dove

volevo stare ma non a Gerusalemme,
che non esiste, ed è tempo di partire credo,

tempo d’andare,
tempo d’incontrare chi non ho mai incontrato,
……………………………tempo di dire buonanotte.

Donaci il silenzio, non donarci risposte,
donaci ombre e i loro accoliti
…………………………nascosti nel cielo.

*

per saperne di più:

https://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Wright_(poeta)

Ascolta & Leggi: Prokofiev con poesie di Beatrice Niccolai

“Beatrice, volare così in alto da afferrare la preda ambita senza luoghi comuni né vane parole”. (Franco Battiato)

Queste sere

Mi concedo al nulla,
girovagando per quei vicoli nascosti
del mio dentro
confondendoti spesso
con il primo pensiero distante.
Arrampicarmi sugli specchi,
dove, nel tuo riflesso,
trovo il mio cedimento
e una sconfitta
preziosa quanto l’acqua.
Tu non lo sai,
quanti morsi dà al cuore
questa sete.

*

Sulla mietitura del tuo seme

Sei l’attimo distante
in cui tutto succede.

D’improvviso
sulla mietitura del tuo seme
torna a piangere
la pioggia d’aprile.

Guardami.
Sono diventata il tuo silenzio
che s’affaccia ogni sera
come in estate
il vento d’autunno.

Piove ancora
e barcolla la tenerezza
in braccio alla luna
quando toglie le tende
col suo fare stanco,

il giorno
che come mai te,
arriva.

*

Le nostre donne

Le nostre donne siamo noi
e tutto quello che ci contiene
ha odore di biancheria lavata a mano
nello scrittoio dei segreti.
Le nostre donne sono girasoli in fiore
nella battaglia dei giorni
e odore di bucato fresco pulito
sempre steso fuori, dopo il calar del sole.
Le nostre donne siamo sodalizio taciuto
sottoscritto con la vita
la tenacia, la dolcezza, gli errori.
Delle nostre donne, io sono l’errante.
Le nostre donne
parliamo lingue diverse
alla stessa tavola
ma nell’inguine mai interrotto di Dio
lavate dalle stesse acque del Giordano-dentro
bagnate ognuna d’un colore diverso,
insieme,
le nostre donne formiamo
una bandiera.

*

Come le allodole

A te si arriva solo dormendo
quando finzione e sogno
tracciano lo sguardo di un bisogno.

Nulla oggi che ti somigli:
scendi dal mio dolore e cerca l’anima
che in te era dentro ai miei giorni,
quel fantasma nato dalla matita spuntata
del vento.

Quando cadono le assenze
è come aspettare il soldato
che non è mai partito per la guerra
e non sai che divisa indossi;

ogni ramo che nel vento fruscia
canta nella tua voce
melodie per non udenti.

In te diventa polvere
tutto quello che non è sparo.
Anche le allodole aspettano
dopo l’inverno

un altro richiamo.

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Ascolta & Leggi: Brian Eno e poesie di Gino “Scipione” Bonichi

“la sua poesia è calma, candida, sensoria sì, quasi più dei quadri, ma in essa v’è una tranquillità non espressionistica che la rende del tutto individuale e difficilmente classificabile anche in questi moderni tempi”
Amelia Rosselli

Solstizio

Mise le mani per terra ed era simile
ad una bestia.
La terra ha tutti i nascondigli,
gli scarabei ronzano nell’aria.
La testa alla radice dei capelli brucia,
le spalle si aprono, le viscere si commuovono.
Non ci sono voci:
la terra s’alza, il ventre suona vuoto,
i seni s’allungano, precipitano verso terra,
le dita ritorte dei piedi,
i ginocchi, le dita delle mani toccano la terra.
Il sole si è fermato
lungo le reni. Corre un vento pieno di polline.

*

Tutto ci abbandona a nostra insaputa.
Il sangue corre nel cerchio chiuso.
Le membra del giovane sono belle,
la sua mente è chiara e serena,
ma i vizi degli altri scrivono in nero
e nei laghi degli occhi
nuotano le anguille cattive.
La canna leggera, verde e bianca,
non sa dove appoggiarsi
ma non può cadere.
Le giunture si piegano con mollezza:
tutto si realizza e tutto si perde.

*

Nessuno t’aspetta
e tu meravigli i boschi illuminandoli,
e l’acqua ritorna bella
in tua presenza. Sotto di te i semi divengono lucidi,
gli alberi divorano la loro ombra.
Tutte le cose hanno fiducia nel tuo ritorno,
e rimangono ferme ad ignorarsi.
Il canto scava la sua forma nell’aria
ma il cielo è in attesa
dei gridi che lo squarciano.
Anche il ventre si è riasciugato per concepire
e l’uomo vi poserà la sua mano.
La carne cerca nelle carni le sorgenti:
per tutto il tempo la calma lievita e invade.
Ma se le braccia si alzano,
il gesto si perpetua
nella pietra del bene perduto.

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Gino Bonichi, in arte Scipione, pittore e poeta, è nato nel 1904 e morto nel 1933.

per saperne di più:

https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Bonichi

Ascolta & Leggi: King Crimson e una poesia di Dario Villa

“Credo che pochissimi poeti italiani, negli ultimi decenni del secolo appena trascorso, siano stati così costantemente, oserei dire così insistentemente frequentati dalla grazia come l’autore di questo libro”.
Giovanni Raboni

*

prima mi dici che ti sei bagnata
tutta sfogliando un libro
di foto intitolato viaggio
nelle città dei morti umbria e toscana
ti ha messo in testa un tarlo erotico
di quelli che non riesci più a pensare
ad altro e me lo dici con quegli occhi
che significano una cosa sola
prendiamo il primo treno e andiamo a farlo
mi era sembrata un’idea decente
la tua fantasia di cambiare stile
e venire a scopare nella necropoli
così ti ho domandato “quale?” e quando
mi hai sussurrato “una qualunque”
con accento da americana colta
mi è sembrato persino arrapante
tanto che in treno ci siamo guardati
e ci siamo capiti lo scompartimento
praticamente complice galante
e noi due soli cullati
dentro il ritmo
dondolante
tra bologna e firenze ci siamo fatti
due o tre di quelle cose che
peccato
sia salito a firenze uno di prato
a rompere l’incanto
e poi quella specie
di tombarolo marchigiano
che tentava di venderci il bucchero
“originale etrusco” e noi a dire
che non rompesse l’anima
originale o no mica eravamo
collezionisti
visto che quello insisteva gli abbiamo proposto
di venderci sua sorella o figlia che fosse
insomma la ragazza che gli portava la valigia
tra un coccio e l’altro almeno venti chili sotto
il sole di maggio che da quelle parti non scherza
avremmo potuto comprarla intera
o accontentarci di un
frammento una gamba un ciuffo
“lei capisce” gli ho detto in un orecchio
“siamo sposati da poco
e ci piacciono i pezzi di ragazza”
non ha battuto ciglio e ho cominciato a pensare
senza nessuna ragione particolare
a una pozza di neve sciolta
rimasta lì dall’altr’anno
ti conosco da un mese e mi hai già fatto
fare il giro d’Italia dopo avermi
fatto venire al père lachaise vicino
al cippo presso il quale ci eravamo
conosciuti sìi e no da un quarto d’ora
forse non sono fatto per viaggiare
ma è destino che debba ramingare
nell’aria che lambisce la tua gonna
e perdermi per sempre tra il suo schiocco
e la fine del mondo che c’è sotto
ieri a viterbo l’albergo
aveva le tende gialline e i mostri
a bomarzo ce li siamo persi
perché invitati a visitare un circolo
anarchico d’orvieto rivelatosi deserto
oggi nel ristorante sepolto
tra gli ulivi è normale
che arrivi un tale sieda al nostro tavolo
e non sentendosi riconosciuto
scuota la nera testa addolorata
dicendo “o come non vi ricordate?
io sono il geometra lattici
ma sì quello di buti il fratello di cesarino
suvvia volevate comprare la villa
col pianoforte della mamma morta
e il ritratto del nonno nella pampa
avevate ma ora che ci penso
oddio il signore aveva gli occhi neri
la signora uno sfregio sulla gota
mi perdonino avevano ragione
loro non sono quegli altri ohi che gaffe
che gaffe” rimando due volte con gnaffe
e soffocando il pianto nella strozza
al che tu affascinata “he reminds me of the pia
you know the one maremma undid”
tesoro la prossima volta
che sfogli un libro di immagini
fa che non sia su quelle orrende pire
della valle del gange evita le piramidi
circondate da nere leggende
e lascia perdere i loculi d’anatolia
i colombari di batavia e le fosse di katyn
se proprio non puoi farne a meno c’è una
monografia interessante sul monumentale
e il nostro amico che ha l’attico
in via messina in posizione favorevole
sarà felice di prestarci per un pomeriggio
le sue finestre con vista sulle tombe
non costringermi a prendere treni aerei navi
al massimo posso concederti un taxi
c’è un bel cimitero nell’hinterland
si può scopare in brianza sui laghi
o su qualche rilievo prealpino
dove c’è sempre una chiesetta con i sepolcri
della piccola nobiltà locale
e dei curati più illustri
però adesso ti prego torniamo
a milano lo so che ti sembra
una città distrutta dalla guerra
e ricostruita da cani nel dopoguerra
ma veniamoci incontro lasciamo questa terra
feconda di monumenti domani ti porto
a vedere la notte dei morti viventi.

(da: Tutte le poesie. 1971-1994, prefazione di Giovanni Roboni, Milano, Seniorservice Books, 2001.)

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Dario Villa (Milano, 12 giugno 1953 – Milano, 4 marzo 1996) è stato poeta e traduttore. Esordì trentunenne nel 1984 con Lapsus in fabula, la sua opera più celebre, che gli valse il Premio Mondello opera prima nel 1985. Lavorò come traduttore dall’inglese e dal francese per le case editrici Guanda e Mondadori; nel 1995 uscì la sua ultima raccolta, intitolata Abiti insolubili: nel 1996 morì all’ospedale Policlinico di Milano dopo una lunga malattia

Ascolta & Leggi: Orme e Dina Ferri quattro poesie da Quaderno del Nulla

«La mia vita fino ad oggi? È un libro di quattro pagine», scriveva di sé Dina Ferri pochi giorni prima che la morte cogliesse il fiore dei suoi vent’anni. A questo giudizio aggiungeva, subito dopo, una malinconica riflessione: «Come per le viole, la prima è più odorosa. L’ultima è sgualcita dalla pioggia, proprio come l’ultima mammola piegata su lo stelo dall’acquazzone d’estate. Tornerà il sole?».
La luce del sole si spegneva per sempre agli occhi della giovane poetessa, il 18 giugno 1930, nello Spedale di Siena, dopo quattro mesi di atroci sofferenze da lei sopportate senza lamentarsi mai, forte della sua fede in Dio, distesa sul letto n. 185 di una nuda corsìa, nel reparto delle donne povere, ove fui a rivederla e potei salutarla, l’ultima volta, una settimana prima
della sua dipartita. (Piero Misciattelli)

Vorrei

Vorrei fuggire nella notte nera,
vorrei fuggire per ignota via,
per ascoltare il vento e la bufera,
per ricantare la canzone mia.

Vorrei mirare nella cupa volta
fisse le stelle nella notte scura;
vorrei tremare ancor come una volta,
tremar vorrei, di freddo e di paura.

Vorrei passar l’incognito sentiero,
fuggir per valli, riposarmi a sera,
mentre ritorni, o giovinetto fiero,
chiamando i greggi, e piange la bufera.

*

Alla rondine

Dimmi di mare rondine bruna,
dimmi di mare, tu che lo sai;
quando ne’ cieli sale la luna,
cosa le stelle dicono mai?

Cosa ti dice l’onda turchina
quando la notte veglia sui mari?
Forse nel cuore di pellegrina
sogni la gronda de’ casolari?

*

Pace

Udivo nel piccolo fosso
sommesso gracchiare di rane;
passava tra i rami di bosso
sussurro di preci lontane.

Rideva nel cielo profondo
pensosa la pallida luna;
veniva, da lungi, giocondo
un cantico lieve di cuna.

*

L’ombra

Chiesi un giorno a le nubi lontane
quando l’ombra finisce quaggiù;
mi rispose vicino una voce,
una voce che disse: Mai più!

Alle stelle del cielo turchino,
a la notte vestita di nero,
io richiedo con timida voce,
come allora, lo stesso mistero.

Io richiedo ne l’ombra la via
e risogno la luce che fu;
ma risento la solita voce;
quella voce che dice: Mai più!

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Dina Ferri nacque ad Anqua di Radicondoli (SI) il 29 settembre 1908. Pochi anni dopo la sua nascita, i genitori si trasferirono in un podere a Ciciano nel comune di Chiusdino. La piccola Dina fu mandata presto dietro il gregge delle pecore; dopo i 9 anni frequentò le prime classi elementari della scuola del paese, ma dopo tre anni i genitori le fecero interrompere gli studi. Prese qualche lezione di nascosto da una compagna di classe. Senza conoscere la metrica, iniziò a scrivere le sue impressioni poetiche che la bellezza della natura le produceva nell’animo. L’11 gennaio 1924 si tagliò tre dita della mano destra con il trinciafieno; per lenirne il dolore, i genitori la mandarono di nuovo alla scuola elementare, per frequentare la quale fece a piedi tutti i giorni circa dieci chilometri di strada.
Notando il suo talento, l’ispettore scolastico persuase i genitori a inviare la bambina all’Istituto Magistrale e ottenne per lei un sussidio annuo dal Monte dei Paschi. Nel 1927 iniziò i corsi nell’Istituto di Santa Caterina di Siena, tornando a casa per le vacanze natalizie ed estive ed aiutando i genitori nella cura del gregge. A Siena, nonostante la rigida vita di Collegio, conobbe i più bei monumenti e l’arte della città e il 1º aprile 1928 assisté con commozione per la prima volta nella sua vita ad un concerto di Arthur Rubinstein che volle conoscerla.
Il suo talento fu scoperto dal critico Aldo Lusini che pubblicò su La Diana un saggio delle poesie da lei composte e che ebbero subito una larga diffusione. La notorietà non la distolse dagli studi. Nel 1929 fu promossa alle Magistrali superiori. Un grave attacco d’influenza nell’inverno scosse la sua salute; in dicembre si allettò definitivamente e a febbraio fu portata all’Ospedale di Siena dove rimase in agonia per quattro mesi. Morì il 18 giugno 1930 a soli 22 anni.
Dina Ferri teneva sempre un piccolo libro con sé, sul quale scriveva i suoi pensieri e le poesie. L’aveva intitolato Quaderno del nulla. Fu pubblicato nel 1931 dall’editore Treves e in ristampa nel 1999.

Ascolta & Leggi: Ry Cooder e poesia U.s.a. del XXI secolo

poesia per il mio utero

tu utero
sei stato paziente
come un calzino
mentre facevo scivolare dentro te
i miei figli vivi e quelli morti
adesso
ti vogliono tagliare via
calza di cui non avrò bisogno
dove sto andando
andando dove
vecchia ragazza
senza di te
utero
mia impronta insanguinata
mia cugina d’estrogeno
mia nera borsa di desiderio
dove posso andare
scalza
senza di te
dove puoi andare tu
senza di me

(Lucille Clifton, traduzione Elisa Biagini)

*

1994

stavo abbandonando il mio cinquatottesimo anno
quando un pollice di ghiaccio
si è impresso vicino al mio cuore

tu hai la tua storia
sai della paura, delle lacrime
della cicatrice d’incredulità

sai che le bugie più tristi
sono quelle che diciamo a noi stessi
lo sai quanto sia pericoloso

essere nate col seno
sai quanto sia pericoloso
indossare una pelle nera

stavo abbandonando il mio cinquatottesimo anno
quando mi risvegliai nell’inverno
di un corpo freddo e mortale

sottili ghiaccioli sporgevano
da quel pazzo capezzolo piangendo

non siamo forse stati bravi bambini
non abbiamo forse ereditato la terra

ma tutto questo tu devi già saperlo
dalla tua stessa vita tremante

(di Lucille Clifton, traduzione Elisa Biagini)

*

Ultimi atti

Vorrei poter lavare il viso di mio padre,
prendere del cotone dallo sporco della terra
e passarlo sul suo viso così che quei giri
lecchino in profondità i pori prima che lui muoia. Voglio
essere in lui, come fui un tempo dentro di lui,
viaggiando nelle sue palle il giorno prima che mi plasmasse –
mi trasporta facilmente sulle sue lunghe gambe su per le
colline di San Francisco in tempo di guerra, io sono
là tra le sue gambe dove appartengo,
sono la sua carne, mi può amare senza
riserve, io sarò il suo piacere.
Adesso voglio sentire, nel ruotare
del panno, i contorni della sua pelle butterata,
voglio lavarlo, nel modo in cui strofinerei
a fondo le facce delle mie bambole
prima di ogni grande cerimonia.

(di Sharon Olds, traduzione Elisa Biagini)

*

Esilio

Ogni pochi anni ti trasferisci
da una città a un’altra
come per compiere questo rituale.
Quadri da sistemare e mobili,

scatole di libri da mettere sullo scaffale –
e qui, avvolte in giornali,
segni di memoria mortale, tesoro
di una vita dissotterrata;

miele torbido, attacchi
di disperazione e passione,
notti buone e cattive,
giorni di piccole vittorie e cicatrici

dal sapore di argento e ferro.
Contatto, perdita, grida, artifici,
gesti, sospiri,
violenza disperata della sensazione

come pioggia che flagella una finestra –
poi un colpo di luce, il corpo accecato
non puoi dire se da
risarcimento o disastro,

schiarito da lacrime e tuono.
Adesso cominci. Per un istante
tutto ti assicura
che il lungo esilio è finito.

(di Robert Pinsky, traduzione Elisa Biagini)

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Ascolta & Leggi: Mary Lattimore e quattro poesie di Sibilla Aleramo

Son tanto brava

Son tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad aver orgoglio quasi fossi un uomo.
Ma, al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano: «Sera, sera dolce e mia!»
Sembrami d’aver fra le dita la stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo, sguardo sperduto, e vene.

*

Nuda nel sole

Nuda nel sole
per te che dipingi sto immobile,
il seno soltanto ritmando
la vita gagliarda del cuore.
Come un cielo soave d’aurora
è per te questa mia forma lucente,
un prato un’acqua una solitaria fiorita di petali,
tralci di vigna in festività.
E adori, e fervente le dolci dita
su la tela conduci.
Nuda nel sole ed immobile,
frammento di natura,
ti miro orante ed oprante.
Da te invasa da te riassorbita,
sei tu che mi divinizzi
o la mia divinità è che ti crea,
artista, arte, spirito?
Tacitamente il seno respira.

*

Fumo di sigarette

Fumo di sigarette.
Accenno di sorriso.
E di nuovo fumo,
spire leggere,
dalle mie labbra,
tutte le sere
qualche minuto,
dal suo balcone,
dalla mia finestra,
spire leggere,
sbocciar di sorriso,
e non sa la mia voce
e non so la sua,
solo,
traverso le spire di fumo
i suoi occhi mi piacciono,
gli piacciono i miei occhi,
tutte le sere
qualche minuto,
un saluto
di spire di fumo,
lievità graziosa di gesto,
silenzioso punto di fuoco
alto su l’addormentato cortile,
e niente più,
così,
mentre presso la lampada
il lavoro attende,
qualche minuto
tutte le sere
per qualche sera,
spire leggere
spire leggere.

*

Ancora ascolto una rosa

Ancora ascolto una rosa
per me sola nella notte.
Quante m’hanno parlato
con lor grazia sovrana
in stanze e giardini
sotto le più varie luci!
E questa è bianca e grande,
è tutta aperta, respira
l’ora sua miracolosa,
ma l’amato non è qui,
lui volevo ne gioisse…
Domani sarà tanto men bella.
Rosa alta su lo stelo!
La colsi al rorido fascio
che andava ad una sposa.
Nuovamente destinata all’amore,
all’amore nuovamente mancata.
Sola nella notte, le mie labbra
sconsolate la sfiorano.

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Pseudonimo di Rina Faccio, Sibilla Aleramo nasce ad Alessandria il 14 agosto 1876. Presto si stabilisce con la famiglia a Civitanova Marche dove, con matrimonio riparatore, sposa a quindici anni un giovane del luogo.
Nel 1901 abbandona marito e figli iniziando, come lei stessa amava dire, la sua “seconda vita”. Conclusa una relazione sentimentale con il poeta Damiani, si lega a G. Cena ma, dopo la crisi con quest’ultimo, inizia una vita errabonda che la avvicina a Milano e al movimento Futurista, a Parigi e ai poeti Apollinaire e Verhaeren, infine a Roma e a tutto l’ambiente intellettuale ed artistico di quegli anni (qui conosce Grazia Deledda).
Durante la prima guerra mondiale incontra Dino Campana e con lui inizia una relazione complessa e tormentata.
Nel 1936 conosce il giovane Matacotta, a cui resta legata per 10 anni e di questo periodo — la sua “quarta esistenza” — lascia testimonianza nel diario che l’accompagnerà fino alla morte.
Al termine della seconda guerra mondiale si iscrive al P.C.I. e si impegna intensamente in campo politico e sociale. Collabora, tra l’altro, all’«Unità» e alla rivista «Noi donne».
Muore a Roma nel 1960, dopo una lunga malattia.

LE OPERE

Una donna (1906),
Il passaggio (1919),
Momenti (1920)
Andando e stando (1920),
Amo, dunque sono (1927),
Gioie d’occasione (1930)
Il frustino (1932)
Orsa minore (1938)
Dal mio diario (1945)
Selva d’amore (1947)
Il mondo è adolescente (1949)
Aiutatemi a dire (1951)
Luci della mia sera (1956)

Ascolta & Leggi: Chet Baker e quattro poeti sudamericani

Un nuovo tentativo per riconciliare con la buona Poesia.

Due corpi, uno di fronte all’altro

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due onde
e la notte è oceano.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due pietre
e la notte deserto.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte radici
nella notte intrecciate.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte coltelli
e la notte lampo.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono due astri che cadono
in un cielo vuoto.

di Octavio Paz

*

Stanza dopo stanza, lampada dopo lampada,
i palazzi si risvegliano
e tutto intorno la pioggia apre i suoi petali
con un lento sussurro che percorre
sete e tendaggi.
Dormiamo dentro a un fiore che si alza
troppo lentamente sul mondo.

Tuttora ignoriamo da quale paese remoto
ci ha portati il sonno,
ma ci risulta che tra la notte e il giorno
sono passati gli anni…

La pioggia sta schiudendo la sua corolla
nel mezzo della quale ci svegliamo.
Ora so che il tuo sorriso, i tuoi capelli,
i tuoi occhi dove la notte si attarda,
la neve che cade sui tuoi seni
e queste stesse parole
sono anche petali di qualche immenso calice,
petali che si stanno aprendo, amore mio,
con lo stesso sussurro della pioggia
sui vetri.

Eugenio Montejo (trad. L. Rosi)

*

Partenza

La barca si allontanava
Sulle onde concave
Da quale gola senza piume
nascevano le canzoni
Una nube di fumo e un fazzoletto
Garrivano al vento
I fiori del solstizio
Fioriscono nel vuoto
E invano abbiamo pianto
senza poterli raccogliere
L’ultimo verso non sarà mai cantato
Sollevando un bambino nel vento
Una donna salutava dalla spiaggia
TUTTE LE RONDINI SI SONO SPEZZATE LE ALI

Vicente Huidobro
(Traduzione di Gabriele Morelli)

*

Presagio

In te si fa profumo anche il destino.
Batte la vita tua non mai vissuta
dentro di me, tic tac di nessun tempo.

Che fa se il sole estraneo non illumina
queste figure da noi non sognate,
create sì, dal nostro doppio orgoglio?

Non conta. Così sono più veraci
che parvenze di luci inverosimili
negli scorci dell’obbligo e del caso.

Tutta tu convertita nel presagio
tuo, ma senza mistero!: un’irrompente
verità di assoluto ti sostiene.

Che fu di quell’enorme e così informe
pullulare di oscuro dal profondo,
sotto le solitudini stellate?

Le stelle insigni di lassù non guardano
la nostra notte che non ha segreti.
Resta tranquillo quel profondo buio.

L’oscura eternità non è già un drago
celeste! Le nostre anime conquistano
non viste una presenza tra le cose.

Jorge Guillén
(Traduzione di Eugenio Montale)

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