Ascolta & Leggi: Musetta (1988/2006) – Alfred Schnittke: Agony (1974/1981)

E’ una sorta d’inganno il cappio doppio che stringo al collo Il Signore non accetta olocausto di animali soffocati. Nemmeno io che vivo sulla mia nube, preda d’eventi sempre più recenti. Scarabocchio per mantenermi eterno e tener presente il tempo prezioso d’anni mai dedotti. La morale smarrita è inseguita a lungo giù per scale a chiocciola interminabili e strette. Infine raggiunta, come in ogni altra bella storia a lieto fine. L’io s’inventa sfuggente, quando prima inseguiva. Musetta s’accontenta di poco spazio, poca acqua, cibo prezioso, una carezza e sa vivere, perché vive, mentre l’inseguitore arretra. Uno dei metodi più universalmente praticati per ingannare l’inganno, è quello di comperare qualche cosa. Metodo e piacere sprofondano mirabilmente nella mistica dello shopping, creando aure d’entusiasmo e sollievo quantomeno momentanee. Mi entusiasmo nel pensare a quanto potrà essere gradito e a quanto obbligo, quanta certezza, produrrà il nuovo bene, e quale soddisfazione sarà portarlo a casa. Quale, quanto… Un minuto di compiutezza vale una vita. Tutti abbiamo vissuto altre vite. Musetta no, sempre la stessa. Il compianto non è compiutezza, forma di fastidio da affibbiare a chi pretendiamo diventi caro in caso di necessità.
Stamani ho visto un cane, muso sonnecchiante dentro e fuori una sacca. Sguardo intelligente, marrone rosso, la punta delle orecchie rivolta in giù, due chiazze bianche nel pelame sopra le arcate sopraccigliari, gli conferivano un’espressione vivida d’intelligenza dal pedigree incerto.
– Perché non parli? –
– Non ho molto da dirti. Io sono semplicemente ferro del mio padrone. Ho il compito di attrarre pietà dei passanti e con essa un obolo, ma ho già caldo, sonno, e il treno mi spaventa.
Tu mi spaventi. –
Il tragitto è breve per fortuna e sono sceso, dimenticando subito. Certi cani sono telepaticamente irriguardosi. Musetta no, sa mordere la mano del cibo con autentico amor proprio. E’ destino, ma non so quale sia il carattere giusto da utilizzare per la lettera iniziale, se maiuscolo o minuscolo. Fosse “d” sarebbe uno qualunque, ma una “D” lo identificherebbe come nome proprio di persona o cosa, astratto, maschile, singolare. Tutto in comune, insomma. Nei momenti di tristezza penso di essere soltanto mero proprietario di un destino. Essere astratto, terza persona maschile molto singolare di cui non riesco più a rintracciare impronta. Attraversa vite organizzate, utilizzando scorrimenti e luoghi dove nessuno ha mai avuto coraggio di restare. Aiuole di fragole, campi di cipolle, espressioni contadine e accaldate di gitanti da treno popolare. Facce da Terza passate in Prima declassata a Seconda, che tornano dal mare, riconsegnate alla Bologna romantica e tornita di rondini e cicale di qualche sera prima. Musetta no, non è mai stata al mare. Quest’anno anch’io, vacanze d’agosto a parte, non vedrò praticamente il mare. Paolo ha capito tutto della vita, io no. Ora fa il gelataio, mentre io insisto a fare il contabile. Inventa nuovi gusti, poi li sperimenta. Le ore pomeridiane estive sono il suo trionfo. Le panche sotto il portico della sua gelateria si riempiono di bambini e mamme, spesso ancora in fiore. Tutte prese dall’inutile considerazione verso i propri figli. Paolo esce a fumare, mentre passerotti sfrontati per confidenza e fame litigano un pezzetto della mia colazione.
Caldo e rapinatori sono appostati, pronti a far fuoco dalla Filiale più vicina. La banca e tutto quanto contiene attendono un maturare d’eventi. Hai visto l’ultimo Spike Lee? Una storia analoga, ma senza gelataio. Un rapinatore è entrato, ma non è uscito, poi non è un rapinatore, ma il piano è perfetto e la fortuna dalla sua. Le cause nobili quasi mai ne hanno, vedere vincere un perdente è quanto di più bello si veda al cinema, mentre il dimenticatoio è il non luogo ove riponiamo il resto. Le time capsules di Andy Warhol ne sono interessanti parodie, miniere d’oricalco, ricordi. Sassi, tappi a corona, elastici.
– La verità esiste, ma è modo temporaneo. – mi ascoltai affermare preda consenziente di cinismo e calura che, nonostante l’ora tarda, sbollentava i muri.
– Gli unici motivi per cui gli uomini promuovono strutture organizzate sono due. Il primo è costituito dal dogma religioso, spesso oscuro; il secondo è il raggiungimento di un fine comune.
Nel primo caso sarà potente la casta sacerdotale, nel secondo conteranno di più mercenari e re. I contabili non avranno scampo né gloria. Le forme di civiltà sono nate così e resistono per questo, niente altro. – sibilai.
– Se mi lasci mi ridurrei a un vegetale, sei tu che mi dai la forza per alzarmi ogni mattina. – rispondesti prima di cedere al sonno.
Sto ancora riflettendo su quanto hai detto. Potresti avermi scambiato per la tua personale time capsule. Sopravvalutato, fino a convincerti che sia un rarissimo frammento di oricalco, ma non sono nemmeno l’incarto. Accadono spesso scambi di persona, ma Musetta non ha mai fatto errori di questa portata. Adoro la sua prepotenza e l’ingratitudine abbietta che la distinguono. Vuole, disobbedisce, non si vende. La sua sfrontatezza, superiore a quella dei passerotti al bar, merita rispetto. Tanto, qualcosa non quadra nel ragionamento che pretende quella umana, l’unica razza consapevolmente in grado d’accettare il proprio termine. Fosse così, ma come può un umano non ammettere nemmeno l’approssimarsi della fine del proprio animale da compagnia, quando questo invece l’accetta? Un dubbio, un rovello che afferra l’attimo, quando tutto sembra scivolare velocissimo nella tragedia. Potessi avere avuto in preventivo il dramma, sarei stato per questo un uomo molto fortunato. Invece lo sono a macchia di leopardo. Hoeullebecq risolve il problema col foto riproduttore. Morto e sepolto un cane, questo viene riconsegnato vivo il giorno dopo a giro di posta. Lo stesso animale. Io credo che Musetta non abbia mai considerato seriamente questa ipotesi. E sono lieto di poter supporre che la sua vita senza ferite, freddo, fame, né inutili maternità, possa venire considerata lunga e felice. Ieri mi sono sentito arreso e ho pianto, avessi avuto il fotocopiatore di Hoeullebecq mi sarei preoccupato di usarlo, ma l’unicità di un tempo, un luogo, l’unicità di un essere non sono duplicabili. Esiste forse un copyright sulla coscienza? La razza umana non è soltanto consapevole, ma è piena di sé. Ritiene che l’universo le ruoti attorno e che un dio in persona, chiunque esso sia stato, l’abbia creata apposta per metterla al centro della complessità del proprio orgasmo. Musetta capisce perfettamente che il giorno in cui spegnerà le luci beh, sarà per sempre e non si guarda indietro. Non è mai stata sposata a Lot. Però abbiamo poltrito a lungo insieme, liberi. Il meglio che non abbiamo avuto non ci verrà mai sottratto.

A Musetta, il gatto che mi ha attraversato la vita, per il suo Diciannovesimo Compleanno, 20 giugno 2007

Annunci

Ascolta & Leggi: Cinque poesie di Alfonsina Storni e una canzone di Ivano Fossati.

Le prime tre poesie sono presentate in versione originale e tradotte da me. Le ultime due sono state reperite in web senza il nome del traduttore e senza la versione originale.

LAMENTO

Signore, il mio lamento è questo,
Mi capirai:
Sto morendo d’amore,
Ma non posso amare

Perseguo la perfezione
In me e negli altri,
Perseguo il perfetto
essere in grado di amare.

Mi consumo nel mio fuoco,
Signore, pietà, pietà!
Sto morendo d’amore,
Ma non posso amare!

Q U E J A

SEÑOR, mi queja es ésta,
Tú me comprenderás:
De amor me estoy muriendo,
Pero no puedo amar.

Persigo lo perfecto
En mí y en los demás,
Persigo lo perfecto
Para poder amar.

Me consumo en mi fuego,
¡Señor, piedad, piedad!
De amor me estoy muriendo,
¡Pero no puedo amar!

*

UMILTA’

SONO STATA Colei che ha camminato orgogliosa
L’oro falso di poche rime
Sulla sua schiena, e credeva gloriosamente,
Di colture opposte.

Abbi pazienza, donna che sei buio:
Un giorno, la forma distruttiva
Che tutto divora,
Cancellerà la mia figura.

Andrà giù ai miei libri, già gialli,
E sollevandolo tra le sue dita, le guance
Un po ‘gonfiate, con modalità

Da un grande signore annoiato di tutto,
Da un colpo stanco
Mi getterà nel dimenticatoio.

H U M I L D A D

YO HE SIDO aquélla que paseó orgullosa
El oro falso de unas cuantas rimas
Sobre su espalda, y creyó gloriosa,
De cosechas opimas.

Ten paciencia, mujer que eres oscura:
Algún día, la Forma Destructora
Que todo lo devora,
Borrará mi figura.

Se bajará a mis libros, ya amarillos,
Y alzándola en sus dedos, los carrillos
Ligeramente inflados, con un modo

De gran señor a quien lo aburre todo,
De un cansado soplido
Me aventará al olvido.

*

IL SILENZIO

NON hai mai visto perché,
mondo dopo mondo,
attraverso il cielo profondo
stanno passando senza rumore?

Loro, quelli che trasudano
cose assolute,
Per i loro percorsi blu
Sempre silenziosi vagano.

Solo l’uomo, piccolo,
di chi è il battito del cuore umano
sulla terra, è un sogno,
solo l’uomo fa rumore!

EL SILENCIO

¿NUNCA habéis inquirido
Por qué, mundo tras mundo,
Por el cielo profundo
Van pasando sin ruido?

Ellos, los que traspiran
Las cosas absolutas,
Por sus azules rutas
Siempre callados giran.

Sólo el hombre, pequeño,
Cuyo humano latido
En la tierra, es un sueño,
¡Sólo el hombre hace ruido!

*

VADO A DORMIRE (trad. ignoto)

Denti di fiori, cuffia di rugiada,
mani di erba, tu, dolce balia,
tienimi pronte le lenzuola terrose
e la coperta di muschio cardato.

Vado a dormire, mia nutrice, mettimi giù.
Mettimi una luce al capo del letto
una costellazione; quella che ti piace;
tutte van bene; abbassala un pochino.

Lasciami sola: ascolta erompere i germogli…
un piede celeste ti culla dall’alto
e un passero ti traccia un percorso

perché dimentichi… Grazie. Ah, un incarico
se lui chiama di nuovo per telefono
digli che non insista, che sono uscita…

*

IO SONO COME LA LUPA (trad. ignoto)

Io sono come la lupa. Me ne vado sola e rido
del branco. Mi guadagno il cibo ed è mio
dovunque sia, poiché ho una mano
che sa lavorare e cervello sano.
Chi mi può seguire venga con me,
ma io me ne sto ritta, di fronte al nemico,
la vita, e non temo il suo impeto fatale
perché ho sempre un pugnale pronto in mano.
Il figlio e dopo io e dopo… quel che sia!
Quel che prima mi chiami alla lotta.
Talvolta l’illusione di un bocciolo d’amore
che so sciupare prima ancora che diventi fiore.

***************************
per saperne di più:


https://it.wikipedia.org/wiki/Alfonsina_Storni


https://it.wikipedia.org/wiki/Ivano_Fossati

***************************

Ascolta & Leggi: Una canzone di Simone Cristicchi e Quattro poesie di Vincenzo Costantino Cinaski

L’EROE

Non vedo l’ora di fare un atto di coraggio
ma ho paura
anche se un giorno attraverserò Corso Buenos Aires a piedi
berrò birra in un ristorante indiano
magari tornerò a casa a mezzanotte
troverò una donna che sia vera
oppure schiarirò le stelle con un falso pennello
ricorderò le tracce lasciate dalla Seicento di mio nonno
forse farò l’amore cinque volte al giorno
e finalmente in due sì
Non vedo l’ora di fare un atto di coraggio
ma ho paura di diventare un eroe
poi dover salvare le balene
le foche
tappare ogni tipo di buco
andare per mari e monti razzolando bene
anche se un giorno
lancerò le mie mutande usate dalla finestra
sperando che cadano in testa a qualcuno
mi piegherò in due
cagando sangue in un monolocale marrone
magari giocherò a carte le mie speranze
dando a qualcuno un motivo per fischiare
vorrei innamorarmi di un pulcino
avere una figlia
per regalarle un paio di scarpe col tacco
vorrei mangiare la neve con le dita
vorrei essere nato prima
vorrei fare un atto di coraggio
ma… sono ancora vivo.

*

MENTRE FALCIAVANO L’ERBA

Ho guardato dalla finestra
ho visto dieci bambini che giocavano agli indiani
ho visto il 1964
ho guardato con attenzione e
ho visto i colori della Jamaica
i riccioli neri della più stupida della classe
la mia malinconia dentro il Johnny Walker
la bicicletta dentro un fosso
la mia prima volta in Francia
la morte di Gilles Villeneuve
la corsa di Mennea
i sogni che diventavano sbronze
le sbronze che cancellavano i ricordi.
Ho guardato dalla finestra
ho visto i dieci comandamenti
non ne ho saltato uno
ho sentito l’odore dell’acero canadese
ho picchiato un cinese
perché aveva insultato un egiziano
ho visto i capelli biondi
della più bella della classe
Vancouver come San Francisco
ho visto quello che mi hanno fatto vedere
ho visto quello che volevo
ho visto scivolare la luna in una pozzanghera
ho visto che non potrai mai fare domani
quello che potevi fare ieri.

*

OGGI ( dedicata e ispirata a Piero Ciampi )

Domani
cancellerò le mie impronte
dalla strada che mi ha portato a te
butterò giù l’amore amaro
che ha reso dolce le salite
ruberò il tempo al desiderio
e manderò in esilio la ragione.
Domani
riempirò le mani di sudore
e costruirò il rifugio dei sentimenti
prenderò a calci l’estate
e regalerò un cappotto all’inverno
mi sdraierò su di un letto di fiori finti
e farò l’amore con la verità.
Domani
mi farò benedire dalla fortuna
cavalcando un panettone di cemento
porterò occhiali da sole
per nascondermi dalle nuvole
camminerò a braccia aperte
per coprire le distanze
ma oggi..
oggi.. farò di tutto
per evitare di
incontrarti.

vcc
poesia tratta da Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare.

*

LE CASE

Un giorno
anche la malinconia
lascerà
vuote le case.
Camminerà
vagando per le strade
e si sentirà chiamare
in mille modi.
Non risponderà
a nessuno
continuerà
a nascondersi
dentro i tram
sui treni
e negli ascensori.
Non entrerà mai più
nelle case
finchè
nelle case
si cucinerà il presente
con le finestre aperte
sul futuro.
Un giorno
anche la malinconia
troverà
pace.
Noi saremo tristi.

*

il blog (invero non aggiornatissimo) di Vincenzo Costantino:

https://vincenzocostantinochinaski.it/

**************************************

Ascolta & Leggi: Una canzone di Salmo e Sfera Ebbasta, un inedito di Carolina Almerighi

Da piccola
Sognavo un mondo rosa

Mi hai lasciata sola
Mio peggiore incubo

E tu hai fatto proprio quello lì

Oscurità segreta
Su appuntamento

Non riesco a non pensare
Come stai
Cosa fai, ora

Lavori sodo
Cresci forte

Come marmo
Come il mio sogno

Più recondito
Più segreto

Svegliami mentre piango
Sospira mentre mi asciughi

Le lacrime.

Mamma proteggimi da tutto questo male.

Mondo animale
Attaccamento naturale

Le mie parole fiume in piena
Non avrai mai un po’ di rispetto

Se non ti adorni d’oro
Se non sogni
Le cose belle

Soffro,
Anch’io. (Carolina Almerighi)

Ascolta & Leggi: Tre poesie di Giuseppe La Mura e una canzone dei Babe Ruth

C‘è un posto unico
Dove far l’Amore
Io e Te.
Dentro Te
Dentro Me
Racchiusi e stretti
Tra i veli delle Anime, libere come il vento.
E
Sfiorando
Leggendo
Baciando
I pensieri scritti
cuciti col sangue dalla vita
sui veli ammantati di bianco
Leccheremo le Poesie
Odoreremo gli Inchiostri
Ameremo le follie
Imprigionate tra le ferite aperte

*

Passano col tempo
Tutti i tuoi perché,
E restano negli occhi
Soltanto inutili domande,
Prive oramai di alcun senso.

Perchè in inverno cadono le foglie,
Perchè la vita è a volte così dura,
Perchè l’amore è una stagione
E il suo tempo è lungo quanto il giorno.
Le domande, sempre quelle.

E poi succede che il silenzio ti racconti le risposte.

A volte accadono tramonti,
La cui bellezza resta immutata,
Come i tuoi lineamenti,
Lascino senza respiro Me,
Senza che ci siano inutili parole.

E l’amore,
E’ come un tramonto,
Bellissimo,
Eterno ed effimero,
Dura l’attimo che resta nei tuoi occhi
Giusto il tempo per spezzarti il Cuore,
Vederlo morire giù nel mare,
Affogare la sua luce nel buio più profondo.

Ma sai
Che quel buio è dentro di te,
Che il rosso d’un tramonto,
Della malinconia è dentro di Te,
Ed è nel tuo grembo
La passione, l’ardore che scorre come un fiume in piena dentro di Te,
Tutta la tua bellezza che scalda ancora il mio sangue.

*

Le tue labbra
Sono come una porta che lasci socchiusa,
Assapori il vento,
La brezza che porta il mare,
Assaggi l’amore,
E il suo retrogusto a volte amaro.
Aspetti qualcuno dietro quelle labbra,
Aspetti l’amore dietro la porta socchiusa,
Ci appoggi il tuo corpo
E poi il Cuore
Aspetti di sentire quando arriva forte il vento,
Perchè quella porta,
E così anche le tue labbra,
Non si chiudano all’Amore.

Giuseppe La Mura è bravissimo nel canto della breve stagione di un amore. Profondo e rispettoso cultore della bellezza femminile, colloca la sua poesia a metà strada tra Prévèrt e la sua impareggiabile sensibilità. E’ un romantico del XXI Secolo, capace di continuare a cantare, discreto e continuo. Personalmente lo ammiro, proprio per quella sua singolare capacità di saper ripetere atmosfere irripetibili. Soprattutto per aver trasformato la solitudine in un continuo e rinnovato atto creativo. Visitate il suo blog per saperne di più. Qui:
https://giuseppelamura.wordpress.com/

**************

I Babe Ruth sono un gruppo rock britannico originario di Hatfield (Inghilterra). La band è stata attiva nella prima metà degli anni ’70 e si è poi ricomposta nel 2005.
Il gruppo ha avuto maggior successo negli Stati Uniti che in patria, grazie anche a singoli come The Mexican e Wells Fargo.

**************

Ascolta & Leggi: La vita è un arcobaleno, alcune poesie sempre vive e una canzone di Carmen Consoli.

Ana Rossetti: Dei pubi angelici
(Alla mia adorata Bibì Andersen)

Divagare
per il doppio corso delle tue gambe,
percorrere l’ardente miele pulito,
soffermarmi, e nel promiscuo bordo,
dove l’enigma nasconde il suo portento,
contenermi.
Il dito esita, non si azzarda,
la così fragile censura trapassando
– aderito triangolo che l’elastico liscia –
sapendo cosa lo aspetta.
Comprovando, infine, il sesso degli angeli.

*

Dylan Thomas: Per le nozze di una vergine

Svegliandosi sola in una moltitudine d’amori quando la luce del mattino
Sorprese nell’aprirsi dei suoi occhi lunghi tutta la notte
Il suo dorato ieri addormentato sull’iride
E il sole d’oggi balzò al cielo fuori dalle suo cosce,
Fu la miracolosa verginità antica come i pani e i pesci,
Benché l’istante d’un miracolo sia un lampo senza fine
E i cantieri delle orme di Galilea nascondano una flotta di Colombi.

Mai più le vibrazioni del sole brameranno
Sul mare profondo del guanciale dove un tempo si sposava solitaria,
Il suo cuore tutt’occhi e orecchi, le labbra catturanti la valanga
Del fantasma dorato che accerchiò coi suoi fiumi il suo osso di mercurio
E tra le imposte delle sue finestre sollevò un aureo bagaglio,
Perché un uomo dorme dove il fuoco discese ed ella apprende dal braccio di lui
Quell’altro sole, il correre geloso del sangue senza rivali.

*

Guillaume Apollinaire: La nudità dei fiori

La nudità dei fiori è il loro odore carnale
Che palpita e si eccita come un sesso femminile
E i fiori senza profumo sono vestiti di pudore
Essi prevedono che si vuol violare il loro odore
La nudità del cielo è velata di ali
Di uccelli che planano d’attesa inquieta d’amore e di fortuna
La nudità dei laghi freme per le libellule
Che baciano con azzurre elitre il loro ardore di spume
La nudità dei mari io la adorno di vele
Che esse strazieranno con gesti di raffica
Per svelare il loro corpo allo stupro innamorato di esse
Allo stupro degli annegati ancora irrigiditi d’amore
Per violare il mare vergine dolce e sorpresa
Del rumore dei flutti e delle labbra appassionate

*

Federico Garcia Lorca: Casida della donna distesa

Vederti nuda è rievocare la terra.
La terra piana e priva di cavalli.
La terra senza un giunco, forma pura
chiusa al futuro: confine d’argento.

Vederti nuda è comprendere l’ansia
della pioggia che cerca fragili fianchi,
o la febbre del mare dal volto immenso
che non trova la luce della sua guancia.

Il sangue risuonerà nelle alcove
e verrà con spada di folgore,
ma tu non saprai dove si celano
il cuore di rospo o la violetta.

Il tuo ventre è uno scontro di radici,
le tue labbra un’alba senza profilo,
e sotto le tiepide rose del letto gemono
i morti, in attesa del loro turno.

**********************************

Ascolta & Leggi: 27 Gennaio 1945 / 27 Gennaio 2019

Quando questa lettera vi giungerà, io sarò già passata ad altra vita. Quel che più mi sorprende è la calma di questi momenti, non avrei mai creduto che dinanzi a morte sicura riuscissi a ragionare ancora così: deve essere il mio ideale a sorreggermi. Da sette giorni sono nelle loro mani, non posso dirvi tutte le torture alle quali mi hanno sottoposto. L’altro ieri mi hanno fatto 4 iniezioni che mi hanno resa incosciente. Quando mi sono ripresa, mi sono accorta che la vista era diminuita. Mi hanno messa qui perché si rimarginino tutte le ferite che ho per il corpo. Dopodichè, hanno già detto che mi appenderanno ad un pezzo di corda e che avrò l’onore di riportare l’impiccagione a Ravenna. Gigi e Arrigo sono già morti. Vorrei tanto che il mio corpo venga tumulato vicino a loro; saremmo un bel trio.
Ora ho una febbre da cani, faccio sforzi tremendi per ragionare e scrivere. Ora penso soltanto che, uccidendomi, essi non fermeranno il corso della Storia; essa marcia precisa ed inesorabile.
Io me ne muoio calma e tranquilla. Ma coloro che si sono arrogati il diritto di uccidermi saranno altrettanto calmi e tranquilli?

Paola Garelli

*

ANNIVERSARIO, 9 SETTEMBRE

Questo è il giorno in cui iniziò la tua agonia.
Non riesco a richiamarlo alla mente
Ma non posso dimenticarlo.
Dopo Auschwitz, disse Adorno,
Nessuno dovrebbe scrivere poesia.
Che cosa è la poesia? Dopo Auschwitz?
Io scrivo, tuttavia. Altri scrivono.
In che altro modo potremmo
Uscirne fuori?
Perché dentro, vince l’oscurità.
Oscurità. Luce mattutina. Il tuo risveglio
Colmo di speranza, oggi, cinquant’anni fa.
La frontiera innanzi a te: salvezza, libertà.
L’eccitazione, l’esaltazione.
Il sole che splende soavemente
Poi all’improvviso l’intoppo: gli arresti,
Le retate. Ansia, agitazione, terrore,
mani che forse si torcono, mani che ricordo
La mente non può mettere ordine…
Le parole vengono meno…
Ma io continuo a balbettare.

Hilda Schiff

*

LA GARANZIA

Nel Sonderkommando
Ti erano garantiti
Tre mesi di lavoro
Latte pane lenzuola pulite
Cioccolata dolciumi cognac
E tre mesi di vita.

Lily Brett

*

VEDUTA AEREA DI UNA SCENA INDUSTRIALE

C’è un treno sulla rampa, scarica gente
che cade dai vagoni ed incespica verso il portone.
Le ombre dell’edificio si inclinano sul campo,
dietro ogni ombra una più lunga
e da quell’ombra sguscia un’ombra di fumo
nero come terra appena arata. Oltre il portone,
un piccolo giardino e qualcuno inginocchiato.
Sta forse tastando le gialle fioriture
per vedere quali hanno attecchito e quali avvizziranno,
avvinghiate a un pomodoro verde che cresce.
La gente fa resistenza ma è spinta a forza verso il portone aperto,
e quando entrerà vedrà il giardino
e qualcuno, egli stesso giardiniere, anelerà a
buttarsi in ginocchio, per districare rampicanti,
strappare erbacce, rinfrescarsi le mani nella terra umida.
Moriranno presto, questione di minuti.
Anche dalla nostra altezza, vediamo sulla fotografia
l’ombra dell’aereo che, scura e immensa, si stampa
su Birkenau, con un’ala nera che ombreggia il giardino.
Non possiamo dire quali sono le guardie e quali i prigionieri.
Siamo osservatori. Ma se avessimo delle bombe, le lanceremmo.

Andrew Hudgins

*

LETTERA ALLA MADRE

frammento

[…] Fili elettrici, alti e doppi,
non ti lasceranno mai più rivedere tua figlia, Mamma.
Non credere alle mie lettere censurate,
ben diversa è la verità; ma non piangere, Mamma.
E se vuoi seguire le tracce di tua figlia
non chiedere a nessuno, non bussare a nessuna porta:
cerca le ceneri nei campi di Auschwitz,
le troverai lì. Ma non piangere — qui c’è già troppa amarezza.
E se vuoi scoprire le tracce di tua figlia
cerca le ceneri nei campi di Birkenau:
saranno lì — Cerca, cerca le ceneri
nei campi di Auschwitz, nei boschi di Birkenau.
Cerca le ceneri, Mamma — io sarò lì!

Monika Dombke, Birkenau, 1943

*

RUDOLF HÖSS

Cultivez votre jardin! —
ripeteva il comandante di Auschwitz
a imitazione di Voltaire.
E perché no?
… Ma se il suo giardino
si trovava in prossimità
dei quattro crematori
dove ogni giorno bruciavano
migliaia di cadaveri.

Julius Balbin

*

Ventisette Gennaio 1945,

una sopra l’altra, anime ossute protese verso un dio qualsiasi, siamo più innocenti del latte nell’effimera planimetria del cielo. Fotografie da un’interminata tregua. Liquidata la buna, i camini non fumano più. La sirena suonava alle cinque, finito il lavoro c’incontravamo ai cancelli. Dalla mia cuccia vedo strati di cenere grassa addosso ai volti di un tempo, e sugli amori consumati dietro un portone. Vedo la notte scendere su ogni possibile presente. Il campo evacua come i miei visceri. O le silfidi in menopausa alla divisione della gioia. Fosse ancora ieri mi mangerei le labbra, i denti, per sedare un po’ di male. Mangerei le strisce del mio carcere che indosso insieme al sangue secco, ma non la fame. Rimane poco di me oltre la febbre, orgoglioso souvenir di chi ero. Visto dalla tua parte del foglio, sono poco più di carta sporca, ma senza odore né prurito. Sid Vicious rifarà My way, i cinesi rifaranno Sid Vicious. Non ho più dolore adesso. Sono l’altare gonfio di luce a cui non chiedere memoria.

Flavio Almerighi

*********************************