Brian Eno con tre poesie inedite di Maria Allo.

Della terra e del mare
.
Cercare gli dei della terra e del mare
nel sole che sorge o nel chiarore lunare
in ogni fenditura o in una pagina vuota
quando da una gioia nasce sulle gote
una piega musicale da assaporare
nel fumo azzurro delle lontananze.
Cercare gli dei della terra e del mare
sulle sabbie ardenti nel deserto
[mai quanto avrei pensato]
o nella luce fredda di una casa.
Mettersi alla prova quando la nebbia
si infittisce e dopo un poco ci si accorge
che chi possiede  il tuo cuore
si è fermato nel lungo labirinto
con l’infinito alle spalle
.
*
.
Follia umana
.
Un più grande silenzio regna
poco lontano dalle coste.
Mani screziate di vene volteggiano
come ceneri contro onde
indifferenti e un’occhiata fugace
rimuove la preziosità della vita
.
*
.
Declino
.
Tutti proveniamo dall’acqua ma non tutti apparteniamo all’acqua.
Il silenzio e il vento mi appartengono
sono  vene innaffiate di sale
in ogni suono muto incoraggiano
il biancospino a resistere
come il mio corpo di mirtillo selvatico
con gli stessi gesti di quando si resta
mentre gli occhi hanno guizzi di gabbiani
e ricordi inaspriti nel mare di corallo.
C’è il riverbero di terra incolta
di un parco in abbandono con la bocca secca
della fontana del Nettuno in ogni nome
stagliato contro la siccità dei rovi
sabbia e cenere tra rami e pietre
Intanto cigolano scaglie di bacche
                                                        [sulla pelle.
.
*********************************
visitate il suo blog:
https://nugae11.wordpress.com/

Erik Wøllo con poesie di Khan Klynski

altrove
 
morsi dei cieli,
lo stesso volto, gli stessi nodi,
le stesse corde legate ai polsi
nei ritmi fobici d’un battito fuggente
percosso nel candore d’altri mondi,
altri risvolti,
altre medaglie,
l’altre lezioni di cui derisi vecchi linguaggi divisi in brividi,
mappe di lividi nitidi, canditi
le incomprensibili istruzioni fuori luogo,
a cui prestò la fede il tarlo,
un dito rotto,
sotto lo sforzo, dal sangue scosso,
occhi a brandelli,
ribelli del vuoto
senza battesimo né sconto rimorso
sul nervo che rinomino a dirotto
e nel mutuo rancore
su cui fissammo i meccanismi del risorto nelle dinamiche di nuovi testamenti,
disastri e nuvole,
dove l’eclissi si confonde in lieti calici
riempiti d’alibi,
salpati in mari avidi, aridi
su bisettrici di funeste cicatrici
dai furti e dai prodigi trascurati,
dove il pensiero
nell’ali di farfalle a mezzanotte,
nell’ultimo sospiro,
come se fosse dalla musica scissione,
ciò ch’è del cuore,
un tuffo nell’imbuto del rumore,
la mistica ostensione dell’archetto spalmato sulle note a piè di pagina,
spiegami l’anima,
senza raccolti
di croci accatastate sulla fronte,
svestimi dio
 
*
 
margine
 
osservo sommerso dal letto d’un fiume sudare le mani prostrate,
gli approdi codardi, la ragione
in tutto ciò ch’è stato una prigione
e di colei che naviga,
sospesa insicurezza,
al madrigale, per naviganti
tra rapide e zanzare,
 
disturberò dell’anima
la forma irregolare che resiste,
rigurgita la vista in mulinelli
al tocco della melma universale
nei giochi d’acqua, sorella
vedessi nel riflesso della terra
l’accomodato corso delle rose
dai parapetti traboccanti
d’invenzioni,
di schiuma e della noia,
un promemoria sulla sorte,
 
poco è passato,
forse una piena,
troppo il digiunare sulle coste
 
*
 
fiato
 
ora e per sempre,
l’Intercalare delle pause sofferte
chi ci riporta al luogo
dove perdemmo l’opinione dello specchio,
la solitudine del pozzo,
d’arcate e lune amare al cielo coperto
sorretto dalle dita alle appendici
in più frontali
segmenti del bioritmo delle palpebre
e tu sei l’iride,
distante come foglia scopata a mezz’aria,
controvoglia,
un moltiplicatore d’orizzonti,
questi ed il silenzio,
al sordo mutamento delle ossa,
spostarsi l’animo
oltre i contorni del frastuono,
dal mio tuonare
perché non ha questione forse il lampo
se non colpire,
illuminare il male, l’amore animale
 
ora è per sempre
 
*************************
 
testi tratti da:

Nick Kozik e una poesia di Willie Perdomo.

Non fidarti mai
di un uomo
che viene
da te
con storie di
cazzo e
sorride
Implorando di
poterti dare
diamanti per
il tuo io
così talentuoso
Strappargli la maschera
dal viso
finché non vedi
il sangue colare
come il tuo
Parla del
vero problema
E non aver
paura di usare
parole di quattro lettere:
L-O-V-E
Funziona meglio di
una pallottola
baby
.
Willie Perdomo da Nuovi poeti americani, Einaudi, Torino

Ben Seretan e poesia di Olga Broumas

BELLA ADDORMENTATA

Io dormo e dormo
troppo a lungo, le ore pure
mi braccano, fuori
dal letto e dentro i vestiti, io veglio
fino a tardi, senza fiato, il cuore
all’impazzata, il sonno
che si sbuccia via come un glabro
ghiottone, momentaneamente
saziato. Acqua

fredda mi scuote
fuori dal sogno. Vedo
i succhiotti come fossili: qualcosa
che è esistito

come un sogno, anche se
i sogni hanno un alibi perfetto, nessuna
impronta, prova
che uno specchio possa far galleggiare
incontro alla tua stessa faccia, balenando
il suo occhio d’argento. Succhiotti come fossili. La prova.
Sparsi

intorno al mio collo come una collana
cerimoniale, rotta
all’improvviso.

*

Sangue. Lacrime. Il sale
vitale del nostro corpo. La bocca
l’uno dell’altro.
Come un sogno
il sapore di te
affila la mia lingua come mille conchiglie,
amaro, metallico. So

mentre dormo
che il mio sangue scorre limpido
come sale
nella tua bocca, i miei occhi.

*

Centro della città, in mezzo
al traffico: io
mi sveglio al tuo pubblico bacio. Il tuo nome
è Judith, il tuo bacio un segnale

per i pedoni sconvolti, raccolti
sotto la luce che vuol dire
stop
nella nostra cultura
dove il rosso è un avvertimento e gli uomini
si minacciano con una violenza totale: Berrò
il tuo sangue
. Il tuo bacio
è per loro

un segno di tradimento, le tue rosse
labbra sospette, libertà
innominabili mentre
attraversiamo la strada, baciandoci
in controluce, cantando, Questa
è la donna che ho svegliato
dal sonno, la donna che mi ha svegliata
mentre dormivo
.

da Nuovi poeti americani, traduzione di Elisa Biagini, Torino: Einaudi,

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“La sorellanza – e cioè un amore fondamentale proveniente dalle donne e che le lega emotivamente – è, come la maternità, una capacità e non un destino. Deve essere scelta, esercitata da atti volontari.”, Olga Broumas, poeta e scrittrice, è nata nel 1949 in Grecia. Vinta una borsa di studio per frequentare l’università negli Stati Uniti là è poi rimasta, a mietere premi e riconoscimenti per il suo lavoro cominciando nel 1977 con la raccolta di versi “Beginning with O”, che contiene diverse esplicite poesie dirette alle donne che ha amato. Docente universitaria di scrittura creativa dal 1995, trascorre le estati a Cape Cod dove trent’anni fa ha fondato una scuola per artiste.

Jimi Hendrix con poesie di Giacomo Cerrai

Le prime ore, la luce
ci sorpassa,
avviandosi, prima di noi,
alla morte.
Nel tuo guscio di pelle,
così meravigliosamente contenuta,
irridi
alla mediazione del tuo corpo.
A volte un gesto fossile,
qualcosa di infantile,
ti tradisce.
Vorresti dirti subito. Mostrarti.
Solo dopo darti.
Consegnarti non vuoi senza,
anche,
farti capire.
La ragione di un metodo
sta nella via breve al desiderio:
d’amore o delle cose semplici,
o l’arte segreta del possesso.
In questo nascondino, o nell’eccesso
che segue
non intendo forse di che parli.
(Il pensiero di chi scrive è sempre,
del resto, un po’ più lento,
per seguire l’attrito della penna).
Ma in quanto ci pensiamo
esisti,
esistiamo.

*

Ma ironico,
come chi sa che il gesto è una parafrasi
un’icona del vivere,
l’uomo getta la sua lenza.
(Attento al cerchio.
Attento alla misura. Ecco.)
Disconosce la freddezza dell’acqua.
Si appartiene, solo.
Aspetta un mutamento, percettibile,
nell’onda,
mentre cambia la luce di colore.
Tramonta,
senza bisogno di nessuno.
Nell’ombra si perde il filo,
nel liquore scuro,
che si lastra.
E la preda, può darsi, perde d’importanza.

*

per distrazione o qualche sentimento
di rapina muti o incapaci di capire
i segni – se domani piove, se un sabato
fuori di misura allunga le sue ossa, se
ci si addormenta in fondo a quest’estate
che è come una voragine – e seduti sull’orlo
e separati, pur riconoscendosi qualche qualità,
e cacciati nelle nostre parti, ecco,
ci rappresentiamo,
gettiamo alle spalle ombrelloni ridicoli
cancri della pelle vomiti
in lunghi corridoi, noi
che oggi abbiamo quarant’anni.
Le cose, sul fondo, fanno un leggero tonfo.
La mietitura ha sbiadito l’ombra di corpi:
dove, davvero,
nessuno di noi è mai stato.
Così sta:
equinozia.
Il tempo volentieri si sobbarca
a quest’incarco.

*

Se l’acqua fosse un corpo opaco
il cerchio il flutto
la stessa immagine ripiegata
ad organetto.
Nessuno specchio, forse una carta
liquida, un disegno d’onda
a muovere alla sponda ciuffi d’erba…
Né sole né luna.
Scompariresti, tuffandoti?

*

C’è, su in alto,
un mattone sconnesso.
Forse opera silenziosa
dei licheni.
Si alza lo sguardo
sulle punte dei piedi,
dal centro del cortile.
Si tiene di vista il cretto,
la crepa sottile negli strati antichi
della Casa.
La muraglia appare eterna.
I piccioni lasciano il passo al passo,
un piede dietro al piede,
fino al muro e ritorno.

*

Dei molti metalli di qui,
delle scodelle i cucchiai corti
l’alluminio rigato preferisco:
non c’è ruggine che s’allarghi
come i licheni bruni e nell’opaca
lucentezza, finito il cibo, non c’è
rischio che ci si specchi
questa faccia scambiata.
E il suono sulle inferriate
è buono e di notte
la freschezza dell’acqua,
rugiada dei silenzi,
nel bacile.

*

Ho disegnato un albero,
una base forte di radici,
rami come cristi, braccia
d’invocazione.
L’ho fatto grattando
il velluto parco dei licheni, fino
all’umido rosso (dei mattoni).
Mi hanno dato materia
sotto l’unghia, tempo
da passare, e il lazzo
degli altri della Casa. Sui rami
non ci sono foglie: è inverno.

*

E’ – la grata – collocazione di oggetti,
osservazione. Nel tempo
lungo del giorno catalogavo.
In alto a destra astute gazze
espropriavano i passeri.
Poi embrici del muro e anche
qualche nuvola dagli orli
sfrangiati rossi.
C’è stata anche un’edera essiccata,
una volta un geco ed era estate,
proprio sopra i licheni.
Più giù nella griglia contorni
di finestre dismesse calcinacci,
un’incerta borragine.
C’erano anche voci nei riquadri
e l’ombra sfocata di passaggi.

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Esbjörn Svensson Trio con poesie di Ferruccio Benzoni.

La camera
 
 
Ti vedevo un’ultima volta
venirmi incontro dalla specchiera
attraversare il poco d’ombra
fino alla spalliera del letto
– di lì guardare lungamente
le droghe sul comodino dei farmaci
e in una mezza luce qualcosa
di simile a un coccio una ciocca…
Ronzava l’estate non un alito
tappati gli scuri scalfiva la calura.
… Difficile dire se proprio tu
o un’iride avvelenava la mia camera
ne minacciava il sonno a colpi
di tosse percuotendolo con amore.
 
 * 
 
Tenerezze terribili
 
 
Specie se da giorni e giorni piove
tanto da dimenticare
come irresistibilmente un vicolo lustra
in un piangente chiarore,
non t’abbigliare di un tremito.
Manchi il sole o no l’insensatezza
ha fatto di noi una tenerezza
postuma; una ciocca ritrovata.

*

Egizia
 
 
Tra rossori autunnali.
Neanche rivivessi le tue fughe
nel vapore dei mattini incontro
ai tuioi grilli –
ti penso un passo più in là oltre
gli escrementi del cuore.
La frangetta sugli occhi morati.
Vuotocolma di te innamorata
tutto finisce qui tra
pensieri d’infortunio e un giorno
spento nella nebbia.
 

 
Stazione al commiato
 
 
Ritroverai mi dico (o per me una voce)
con le musiche scialbe un volto non
gli anni fuggiti in altre labbra.
Scompariva solitario un treno.
Oltre lo sterpacuore, all’ultima
mezzanotte di un dicembre
tra cinguettii di buona sorte,
un batter di denti di bicchieri.

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Ferruccio Benzoni (Cesenatico, 1949 – Cesena 1997) 
 
 

Noa e poesie di Yehuda Amichai

Bucato
.
Dove il bucato è appeso ad asciugare
la gente non muore,
non è alla guerra,
resterà per lo meno due giorni
o forse tre.
Non sarà sostituita
da altra gente, o sbattuta dal vento.
Non è simile all’erba inaridita.
 

Traduzione di Ariel Rathaus

*

A nord di San Francisco

Qui molli le colline toccano il mare
come s’incontrano due eternità.
E le mucche che pasturano lassù
ci ignorano, come fossero angeli.
Anche il maturo aroma di melone in cantina
profetizza la quiete.
Il buio non combatte con la luce
ma ci spinge avanti
verso altra luce, e l’unico dolore
è quello di non restare.
Nella mia terra che vien detta santa
non permettono mai all’eternità
di essere eterna:
l’hanno divisa in piccole fedi
frazionata in territori di Dio
sminuzzata in schegge di Storia
acuminate che feriscono a morte.
Delle sue quiete lontananze hanno fatto
prossimità che freme di pena del presente.
A Bolinas, sulla spiaggia, ai piedi
dei gradini di legno
vidi fanciulle dalle natiche nude
sul ventre stese nella sabbia ebbre
di regno sempiterno,
e le anime in loro come porte
si aprivano e chiudevano,
si aprivano e chiudevano nel ritmo
della risacca.

Traduzione di Ariel Rathaus

*

Così potrò riposare

Che il sacrario in memoria dei caduti
ricordi invece di me: il suo compito è questo.
Che il giardino in memoria ricordi,
che il nome della via ricordi,
che l’edificio celebre ricordi,
che la casa di preghiera che porta il nome di Dio ricordi,
che il rotolo avvolto della Legge ricordi,
che l’orazione per i morti ricordi.
Che le bandiere ricordino,
questi variopinti sudari della Storia
che avvolsero corpi divenuti polvere.
Che la polvere ricordi.
Che il pattume sulla porta ricordi.
Che la placenta ricordi.
Che la bestia dei campi e gli uccelli del cielo mangino e ricordino
e che ciascuno ricordi
Così potrò riposare.

*

Come un capitano

Come un capitano, dopo il pranzo di gala,
che agli ospiti mostra la sala delle macchine
nel ventre della nave (belle donne lo hanno preteso),
e per i gradini di ferro li conduce in basso, apre
con metallici schianti gli sportelli, li richiude
e quelli ammirano tutto il luccichio e tutto
quel roteare e quel salire e scendere,
così faccio vedere ai miei ospiti
la stanza dei miei bambini, apro la porta,
tacito la chiudo
e sentiamo tre diversi respiri
tre ritmi diversi nella stanzetta, che è l’infinito.
E una piccola luce azzurrina brilla in alto
sopra la porta.

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Yehuda Amichai (1924 – 2000), all’anagrafe Ludwig Pfeuffer, è stato un poeta e scrittore israeliano. Amichai è considerato da molti il più grande poeta israeliano moderno, ed è stato uno dei primi a scrivere poesia in ebraico colloquiale.

 

 

 

 

Domo Emigrantes con poesie di Payam Feili

non ho nome. Mia madre è andata al mare prima che potesse chiamarmi per nome. Ai mari…a un letto di alghe…nei resti di una vecchia nave. Neanche Poker e Afghan Groundskeeper hanno scelto un nome per me.

Il poker dice: “È meglio così”.

Il giardiniere afghano dice: “Quando il nome della regina sorgerà dalle foreste del Mediterraneo, avrai un nome”.

Akhenaton dice: “Non c’è nome per te”.

Senza nome e senza sorriso, cammino lungo la riva del mare. Qua e là, chiazze argentate di luce brillano sulla sabbia intorno al molo. Penso a mia madre. Della sua nudità bagnata nell’acqua. Del pesce re che bevono il latte dai suoi seni e delle sirene che sfiorano dolcemente la sua pelle.

Riesco a riconoscere le sue impronte sulla sabbia. È tornata in città senza venire a trovarmi.

Mia madre è la dea dei mari. Il mio feto galleggia ancora nel suo grembo. Forse anch’io sono una dea. Mia madre guida le onde e i vortici. Guida le navi verso la riva… le nebbie verso il cielo.

Accompagno gli estranei che si aggirano di notte nel mio letto…

Granelli di sabbia strisciano sotto i miei piedi. Mi giro e vado verso il mare. Mi avvicino… mi avvicino… un passo… due passi… cammino sull’acqua.

L’ho imparato da mia madre.

Vedo un branco di zingari in lontananza. Cantano e camminano sull’acqua.

Mia madre ha imparato a camminare sull’acqua da loro.

Svaniscono sullo sfondo arancione. Li saluto con la mano… scompaiono.

*

Questa oscura notte di Yalda, su un alto muro,
mi immergo nella tua solitudine, entro in te

sotto la luce della luna
Attraverso quella foresta lontana
profonda in quel lago svogliato
intravedo di voi nelle stelle

Lasciando porta dolore
Soggiornare porta dolore
Loitering in queste strade abbandonate porta dolore mi dolgo per il mio giornale del mattino, diffamato mi dolgo per i miei libri, piango il bellissimo figlio di mio zio Ali piango quei cupi passeri bagnati fino alla pelle  fiorisco e divento alto


Oh! Ragazzo, tenero è il mio torso
Per ripicca per la bellezza dell’unico figlio di mio zio, un giorno,
Nelle strade del villaggio, per l’ingegno della mia disperazione cadrò preda.

*

Madam Zona: Un libro di memorie

Io vivo nel paradiso dei folli, signora ministro

Tel Aviv è sempre sveglia. Come cadaveri troppo spaventati per dormire dopo la guerra. Le prime notti, non riuscivo nemmeno a dormire. Sono rimasto sveglio tutta la notte e ho guardato fuori dalla finestra della camera d’albergo. La strada sottostante non è mai stata tranquilla. Giovani ubriachi che ridono ad alta voce e si gridano i nomi l’un l’altro. Ho sentito per lo più parole e nomi arabi. Forse perché non conoscevo nessun ebraico. Costantemente, grida arabe, nomi arabi, ragazzi arabi … Mi ha rassicurato sul fatto che ero ancora in Medio Oriente. Ero felice di non essere stato costretto a scegliere tra America e America.

“Vivo nel paradiso degli stolti”

Quello che volevo era vedere ogni angolo di Israele. Volevo vedere se era la stessa terra fantasy che avevo scoperto nella Torah o no. Ma tutti volevano solo saperne di più. E ho continuato a rispondere alle domande dei giornalisti.

“Perché?”

Ma ero venuto in Israele solo per vivere nelle storie della Torah e per mentire in ebraico. Ero sicuro di non voler vivere in Pennsylvania o a Stoccolma. In luoghi freddi. Ho paura delle città fredde e delle persone fredde, e questo è qualcosa che non sono stato in grado di spiegare alla CNN o al New York Times.

“Vivo nel paradiso degli stolti”, è tutto quello che ho detto.

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Payam Feili è nato nel 1985 in Iran. Ha iniziato a scrivere nella sua prima adolescenza. Feili ha pubblicato il suo primo libro – The Sun’s Platform nel 2005 all’età di diciannove anni. Il libro è stato censurato dal Ministero della Cultura e dell’orientamento islamico. Successivamente, le opere di Payam Feili sono state bandite in Iran. 

Nel 2016, Feili ha chiesto asilo in Israele, che ha descritto come un luogo “interessante, bello e sorprendente”. Dice che Israele “non è solo un altro paese. Per me è come un luogo da favola”. Nel marzo 2016, il visto di Feili è stato esteso per consentirgli di rimanere durante la procedura di richiesta di asilo. 

Murcof con poesie di Gabriel Aresti

Difenderò

La casa di mio padre.
Contro i lupi
contro la siccità,
contro l'usura,
contro la giustizia,
difenderò
casa
di mio padre.
perderò
il bestiame,
i frutteti,
le pinete;
perderò
gli interessi,
gli affitti,
dividendi,
ma difenderò la casa di mio padre.
Prenderanno le mie armi
e con le mie mani difenderò
La casa di mio padre;
mi taglieranno le mani
e con le mie braccia difenderò
La casa di mio padre;
mi lasceranno
senza armi,
niente spalle
e senza seno,
e con l'anima difenderò
La casa di mio padre.
Morirò,
la mia anima sarà perduta,
la mia progenie sarà perduta,
ma la casa di mio padre
rimarrà in piedi.
LA MISURA DEL MONDO

Parlo di me perché sono
la misura del mondo.
Perdonami.
Tutti vedono le cose con i loro occhi.
E chi mi dice che il campanile
de Llodio non vede? Chi me lo dice?
devo parlare di me
Perché sono
quello che conosco meglio.
Il mio petto è un labirinto, 
e conosco perfettamente tutti i suoi angoli e fessure:
per lui posso camminare come dal comò al letto,
Fino al giorno in cui gli occhi della mia anima mi accecheranno.
Comunque, sono io che parlo
e dico mondo,
con la mia verga devo misurare il mondo,
perché non posso usare una misura migliore.
Cosa c'è dentro il mio petto?
Voglio solo saperlo.
parlo di me stesso.

Vive a Zarauz un uomo che prima della guerra
faceva la comunione tutti i giorni.
Ora solo una volta all'anno,
Beh, devi protestare, sì, che diavolo!
Ha una figlia di vent'anni,
che studia pianoforte, pittura e tedesco;
l'anno prossimo lo sposerà
Niente di meno che un ingegnere di ponti!
A quell'uomo non piacerà
lasciami parlare di me, ma
non si rende conto che lo sono
l'uomo più saggio di questo mondo.
Il poveretto non se ne rende conto.
STRADE DI BILBAO

Strade di Bilbao,
su e giù,
dall'estuario alla montagna,
alcune linee rette,
le piu' contorte,
la terra è stata spalmata
di case e di uomini,
di macchine
per mandare
gli uomini da un luogo all'altro,
di vizi e peccati,
di beneficenza e crimini,
quadrati rotondi,
ampi viali,
voi
per me,
mi porti tu alla memoria
il mio vecchio scopo,
quello che volevo fare una volta
e mai
ho fatto,
Autonomia,
Amicizia,
Pace,
Libertà,
Fueros,
le cose che ho amato,
Ministro Urquijo,
Cardinale Gardoqui,
Ammiraglio Mazarredo,
Generale Eguia,
l'economista Arriquíbar,
gli uomini che ho odiato,
strade,
brutte strade,
strade qua e là,
laggiù,
tutto,
nasce nella mia anima la voglia di scalare il Gorbea,
organizzare lì la salvezza della lingua basca,
ma resto qui,
tra queste strade,
in attesa di un miracolo,
perché non ho
abbastanza coraggio
per smettere di radermi ogni giorno
Gabriel Aresti (Bilbao, 1933-1975) è stato un grande innovatore della letteratura basca negli anni '60 del secolo scorso. La pubblicazione dei suoi libri Harri eta herri (Pietra e popolo, 1964), Euskal harria (La pietra basca, 1967) e Harrizko herri hau (Questa città di pietra, 1970), in cui utilizzava la metafora della pietra come simbolo di identità e resistenza alla dittatura franchista, ha generato una vera rivoluzione per il suo approccio all'impegno sociale, soppiantando un simbolismo che si era manifestato immutato per decenni. Non ho trovato sue poesie tradotte in italiano, ho provveduto io a tradurre queste tre, pertanto chiedo scusa per eventuali strafalcioni.

Błoto con poesie di Augusto Blotto

I mattini partivi quando ombra queta
dalle gronde arrossate immobilmente
ascoltava madrepora che andava
rosa-nerastra, fiati, fumi, ultime
nuvole della notte sulla città
senz’uomini, tagliata coi vialetti,
fontane sonore vanamente,
le conchiglie di polvere alle piazze
ove i passi gelati sono ricordo in navette
fumose, del terriccio quasi celeste.
Odore di benzina
e pino nel chiaro
d’alba come
ricordo. Pastoso
m’abbracciava litaniando l’arancio sul verde,
entrambi nel cielo, ancora come buio,
poi nascevano a svolti i frutti dei binari
rossi e sola l’ombra
d’una chiesa oltre il perdersi di fili
limacciosi, le pieghe del deposito
a cupola sulle tornanti locomotive,
come fanciulle stanche, e le azzurre
altre locomotive al focolare umide
– verde cigola un pendolo di vapore
e ingenuità, chiarezza d’una bambina imprevista –
screziate dalla pioggia,
l’ombra sola
di chiesa verdeggiante alla brumale
natività respirava coi passeri
supini alle campane ferme.
Voci
d’operai
rosso argento,
per vie
di città come alla solitudine
dei campi.
Poi veri campi di distesi passeri
folli alle stoppie, ondulazione tinnula
all’infinito di rugiade: pagliai
scoloranti nell’acque di pianura,
laghetti di sovrana calma ai marci
solchi di nero struggente sul rosso
azzurro fantasiare delle acque
quasi immobili: il sericeo
vento alle orecchie in cricchi duri, amato
risvegliarsi di falci in alto argento
oltre le siepi, ignote, come testamenti
gomiti delle donne agre ancora
del volume ceruleo d’appannato
sonno, e alle prime erbe non potevano
cantare nell’umido: fontane;
discorsi
legati col silenzio di finestre
verdi, in paesi presto dimenticati;
e le argille più scabre, la ricchezza
dei castagni alle curve pure, parapetti
luminosi nel mattino di querce chiare,
tabernacoli, vuoti, pasciuti;
già pascoli di meraviglia
e sole inavveduto;
prolungamento preparato di muscoli
verso una vetta boschiva e di brume
pesanti ancora là in bottiglione grigio sul verde…

maggio 1951
da
Magnanimità
Schwarz, Milano 1958

*

Questo si può chiamare fiore o cielo,
ma non vale che averlo.
Ombra d’estremi
azzurrissimi uccelli infiora il manto
del presente: cristalli arsi e regali
ora tolgono rame al rame e infanzia al
cielo nativo:
si percorre un’altra
via d’assunzione ai lastrici d’albata
mattina verso montagne con gocce di dolce
benzina è questo il sogno
di squarciare l’attesa a calce pelosa
di volti… I giornali che galleggiano…

giugno 1951
da
La sera del 21 giugno
inedito

PIEMONTE D’ASSEDI

Tra Cercenasco e Vigone un casello.
Aveva piovuto sulla pianura di gore (e rimaneva
tutto completamente
nuvoloso, in pieno, oscuro,
glauco) e l’instabilità diafana
delle gemme inumidiva,
completamente nuvolosa, come una vera stanza, subito
seccata, il resto dell’asfalto dove non era pensoso
in pozze, libero di polvere.
Pure, la polvere era color glauco.
E uccelli dai pioppi confrontarono il chiarore che
dalle lance lavate di nuvole persistenti, un gradino
bianche, un gradino nere,
verso Pinerolo, sciacquava
giungendo la pianura straripata, col breve della luce
di forti secoli, altri secoli su quella pianura di guance
verdi, cerati, lo spalto dei forti a cinque raggi biancheggia
sul saporito dei castagni da auto domenicali
in terriccio
marron, e spianate con la gobbetta da capire
nel rigido nuvolo, sensibili alla luce, quasi rosse,
Giaveno, le montagne per oggi sono oscurate, e un
perizoma pioverà sui casali, ventaglio
dell’incolore, di
voci vimine o sui mulini, ove una finestretta
lascia vedere
quelle voci, nel cumulo arrossato della caverna
di paglia a torcia, dente.

luglio 1951
da
Castelletti, regali, vedute
Rebellato, Padova 1960

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