Ascolta & Leggi: Mark Isham con poesie di Ernest Hemingway

Raccomandazione a un figlio
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Non fidarti d’un bianco,
Un ebreo non ammazzare,
Non firmare mai un contratto,
Un banco in chiesa non affittare.
Non arruolarti nell’esercito;
Pigliare troppe mogli non bisogna;
Non scrivere mai per le riviste;
Non grattarti la rogna.
Metti sempre una carta sul sedile del cesso,
Con la guerra sta in campana,
Tienti pulito, non essere malmesso,
Non sposare una puttana.
Non pagare i ricattatori,
Gli avvocati tieni a bada,
Non fidarti degli editori,
O finirai in mezzo a una strada.
Tutti gli amici ti lasceranno
Prima o poi moriranno, lo sai,
Che la tua vita sia sana e pulita
.
*
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Tutti gli eserciti sono uguali
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Tutti gli eserciti sono uguali
È quel che sembra e non quel che vali
L’artiglieria fa il solito rumore
Attributo dei giovani è il valore
Stanchi sono gli occhi dei vecchi soldati
Gli rifilano le solite menzogne
Le mosche han sempre amato le carogne.
.
*
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D’Annunzio
.
Mezzo milione di mangiaspaghetti morti
E che gusto ci ha provato
Quel figlio di puttana
.
*
A certi bravi ragazzi morti
.
Ci hanno potuto;
Il re e la patria,
Cristo Onnipotente
E tutto il resto.
Patriottismo,
Democrazia,
Onore…
Parole e frasi,
Ci hanno ferito o ucciso.
.
*
.
Tu non sei i tuoi anni
.
Tu non sei i tuoi anni
né la taglia che indossi,
non sei il tuo peso
o il colore dei tuoi capelli.
Non sei il tuo nome,
o le fossette delle tue guance.
.
Sei tutti i libri che hai letto
e tutte le parole che dici,
sei la tua voce assonnata al mattino
e i sorrisi che provi a nascondere,
sei la dolcezza della tua risata
e ogni lacrima versata,
sei le canzoni urlate così forte
quando sapevi di esser tutta sola.
.
Sei anche i posti in cui sei stata
e il solo che davvero chiami casa,
sei tutto ciò in cui credi
e le persone a cui vuoi bene,
sei le fotografie nella tua camera
e il futuro che dipingi.
.
Sei fatta da così tanta bellezza,
ma forse tutto ciò ti sfugge
da quando hai deciso
di esser tutto quello che non sei.
.
(questa poesia è attribuita, ma non è certo che sia di Hemingway)
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Ernest Miller Hemingway, soprannominato Papa (Oak Park, 21 luglio 1899 – Ketchum, 2 luglio 1961)  scrittore e giornalista americano. Ha scritto romanzi e  racconti è stato vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1954.

Ascolta & Leggi: Orchestra Mantovani con poesie di Alison Croggon

Poesia della seduzione
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Voglio una torsione di muscoli, un luogo
d’incontro meno cerebrale; nessuna parola
ma il tuo urlo virile, l’increspato volto
privato e la pelle onesta
che piange per me, sì,
la dolcezza senza bocca, senza occhi
che piange per essere ammessa.
.
Sbottona tutto il tuo peso, come un uccello
che cavalca la nudità della notte stellata:
deponi la tua lingua grammaticale, spogliati
della tua educata pelle sociale:
diventa bianco e assurdo
tutto il tuo idioma una parola
che implora di essere ammessa
.
*
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Limbo
.
Sono in attesa
di ciò che emerge
dagli spigoli bianchi
della catastrofe
.
quell’ultimo segno sanguinante
.
che genera
questo frammento
nel mio corpo
è una gioia
al di là dell’oscura
forza del mio cuore
.
eppure io scelgo
questo travaglio
.
più difficile
ogni volta
.
*
.
Fuga
.
la poesia ricorda
quello che l’esaurimento
sparge attraverso una terra desolata
dove la gente cammina con scarpe vecchie
con l’amore che si fa scuro
dentro tristi cesti di carne
.
una volta ero seduta in treno
e osservavo le nuvole appiccare fuoco
a una città dalle finestre vuote
.
una volta una ragazzina
mi sussurrò una canzone
e capii che il mio sguardo
era il giardino in cui gioca
.
non voglio partire
dimenticando tutti questi doni
concessi al mio segreto
e immeritevole cuore
.
c’è una mano che si apre
e una mano che si chiude
c’è un nome
e un giardino di erbacce
.
c’è un serpente
che canta un sogno di fiamma
che sorge da fredde ceneri
.
c’è un coltello che trema
attraverso le acque gioiose
di ogni lingua muta
.
*
.
Malattia
.
Le ombre si muovono dove i tordi beccano
alcuni chicchi. Il cielo riversa
ambigua benedizione. Uno steccato
.
abbandonato s’inclina sotto anni
di viti. Io sono ancora
giovane, in questa luce che graffia
.
solchi attraverso l’alta
erba ribelle, questo lembo non sanato
di canzone.
.
Qui, dove un dubbio può albergare
il suo cancro, qui il chirurgo con la mascherina
si blocca e dà un colpo secco. Un piccolo danno
.
si manifesta: una ferita, un sorriso
esangue e vago, una testa
rasata tremante nella pioggia.
.
(traduzioni di Marzia Dati)
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Alison Croggon, nata in Sudafrica nel 1962, è poeta, drammaturga, romanziera fantasy e librettista australiana. Visitate il suo sito internet:
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Writing and books

Ascolta & Leggi: due canzoni di Sandy Denny con poesie di Adriano Guerrini.

Strada sopraelevata
.
Qui, sembra ieri, la strada non c’era,
mentre la città sempre più soffocava.
Sembra ieri. La città è molto cambiata,
più grande, più fitta di ferro e cemento.
.
Questa strada non c’era. E neppure c’era
la ruga sul tuo collo che oggi ho veduto.
Corriamo. Le macchine ci vengono incontro
dall’altra parte, con le luci già accese.
.
Quella ruga non c’era. Corriamo. È notte.
Corriamo: gli anni, le città, le galassie.
.
*
.
MARE
.
Davanti al mare, siedi
al sole ancora dolce;
ma senti sopra il volto
ormai il vento freddo
che scende dalla valle
con le acque autunnali.
.
Rade, smarrite impronte
restano dell’estate.
Un altro anno è sepolto.
La gioia non è venuta,
hai mangiato il tuo pane,
hai percorso le strade.
.
Domani andrai ancora.
L’onda sale e ritorna
sulla sabbia deserta,
come alle prime origini.
La quiete è profonda,
immenso l’orizzonte.
.
*
.
UNA BOTTIGLIA
(risposta ad A.C.)
.
« Una bottiglia, un libro ed un amico
che t’offre l’una e l’altro: sono queste
le cose più importanti; e il resto (ossia
le donne…) decidiamoci a gettarlo.
Per queste cose devi stare al mondo,
ti prego. » Caro, in questi giorni tristi,
niente di meglio che le tue parole
ed il tuo dono. Vedo: mi conosci.
Il tuo libro lo leggerò domani;
ma bevo adesso, sùbito, il tuo vino,
da solo, questa sera. – L’ho bevuto,
il vino dei tuoi colli, ed ora devo
risponderti, perché nel vino sta
la verità; se pure è la mia triste
verità di chi passa i quarant’anni.
Perché dir male, ancora, delle donne?
Ci consolano, sono gioia e forza
di noi poveri, e sono dannazione
e disgrazia e rovina. Proprio come
la bottiglia, anche questa tua di ora
(finita, ahimè), che ha fatto la mia sera
dolce e ricca, ma intossica il mio sangue.
Come persino il libro (tu lo sai):
grandezza e frustrazione, contentezza
e veleno per noi che non abbiamo
genio. E l’amico? tu m’incalzi. Pochi,
hanno saputo, come me, le grandi
ore dell’amicizia; ma un mio vecchio
caro poeta dice che ciascuno
è solo con la propria vita, come
poi sarà con la propria morte. Forse
non è vero. Domani cercherò
la voce stoica che mi comandava
l’inno alla buona Legge. Ma stasera
mia madre è assente nella sua nevrosi,
nel suo silenzio ostile; i libri sono
troppi, e non c’è tra essi il mio: l’amore
non ha con sé la speranza; e l’amico
è lontano e impotente. Solo questa
dunque è la triste verità che trovo
in fondo alla bottiglia. E ora in fondo
a una seconda forse troverò
un’altra verità, o almeno il sonno.
.
AMICO
.
Scegli dunque la disperazione.
Solo in essa la personalità
viene placata, solo qui si
ritrova l’assoluto. (
Kierkegaard)
.
« Ma dalla notte nasce l’alba; nasce
la vita sopra il limite del niente. »
Amico, a notte alta
t’ho lasciato con queste
parole, forse stanche.
Ricordale, ti prego. È anche mia
la tua disperazione:
io so come nessuno
lo svanire di tutto;
vivo da molti anni
sospeso sopra il vuoto,
ai confini dell’orbita,
tra i suoni ed il silenzio.
.
Ma vorrei anche tua
questa certezza: che accettare il vuoto
è l’estremo dovere,
e negare è una colpa;
che quando il disperare senza limite
ti avrà purificato, dalla notte
nascerà l’alba, e sul niente la vita.
.
Io non ho mai amato
l’esistenza così sicuramente,
semplicemente, in umiltà di cuore,
come stanotte,
tornando solo tra le case buie,
guardando il rettilineo della strada
e la fila dei lumi lontananti.
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Adriano Guerrini è nato ad Alfonsine [RA] nel 1923 ed è morto a Genova nel1986.
Allievo di Adelchi Baratono si è laureato in filosofia.
Dopo l’esperienza della prigionia in Germania insegna in numerosi Licei liguri. A Savona è docente di Storia e Filosofia dal 1953 al 1964.
Legato da profonda amicizia con Camillo Sbarbaro e Diego Valeri, è stato, per molti anni, punto di riferimento culturale a Savona. Fonda la rivista “Diogene” nella quale scrivono Gina Lagorio e Silvio Riolfo e lo stesso Sbarbaro.   
Successivamente, nel 1972, pubblica la rivista “Resine” tuttora in vita. Ha scritto su testate letterarie importanti quali “Il Mondo”, “Paragone”, La Nuova Rivista Europea” e “La Fiera Letteraria”. Autore di numerose raccolte di poesie, l’Editrice Mondadori, nel 1978, pubblica la sua raccolta più conosciuta ed apprezzata “l’età di ferro” nella collana Lo Specchio. Guerrini ha anche una intensa attività come critico letterario e saggista. Importante il suo saggio “La rivoluzione al Liceo” del 1971 dove analizza il fenomeno della contestazione sessantottina. 

Ascolta & Leggi: Balmorhea e due poesie di Maria Rosaria Madonna.

Sì, mio caro lettore, dobbiamo amare le stelle
.
Tu mi chiedi ancora una volta
di tornare al nostro problema principe:
«quale sia l’origine del male».
«Ebbene, io ti rispondo che se
al male aggiungiamo altro male e al bene
altro bene, non per questo
avremo più o meno male, più o meno bene, ma ciò
non deve farci recedere di un millimetro
dal nostro proposito».
Sì, mio caro lettore, dobbiamo
amare le stelle e andare a passeggio
con Dante e i personaggi del suo Inferno
piuttosto che tra i beati del Paradiso.
Sì, mio stimato lettore, il male esiste e resiste
a tutte le intemperie…
Ed ora un aneddoto. Sai come si salvò
un tenente italiano fatto prigioniero dai tedeschi?
All’ufficiale della Wermacht che lo interrogava
rispose recitando il primo canto della Commedia…
parlava senza fermarsi della selva oscura
che nel pensiero rinnova la paura
e delle tre fiere che gli sbarravano il passo…
E così si salvò dalla deportazione nel lager.
Dunque, è vero, stimato amico lettore
che la poesia salva la vita e riscatta il mondo
e sono nel falso e nella menzogna
coloro che dicono altro. Tienilo a mente,
o lettore, tu che sei saggio e sai
distinguere la verità dalla menzogna.
*
***
.
Non adularmi per la mia misura,
se sono evanescente; tu dici «che non capisco
la lingua dei famuli…», ma «è che provengo
da un terribile digiuno…».
Tu dici che «non comprendo perché sono pagana?
Che non comprendo la lingua degli iloti?
E tu?, tu, invece, la capisci?».
«Io lo so: tu, convertito al dio dei cristiani,
intendi bene la lingua degli iloti
i tuoi simili, i devoti all’altare di Mitra
e del vostro dio dei cristiani…».
Un sonno leggero sulle mie palpebre.
Adesso sono una gemma (una stella?, una supernova?)
una stella senza profeta, sacerdote senza segreta.
«Sono la tua baldracca?, dimmi;
la tua lussuria osserva la danza araba
del mio ventre, l’ombelico che ondeggia
al suono dei sistri.
Non adularmi per la mia arrendevolezza,
è che sono evanescente e non capisco
la lingua dei servi».
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Maria Rosaria Madonna è nata a Palermo nel 1942 è deceduta a Parigi nel 2002.

Ascolta & Leggi: A.A. Williams con cinque poetesse del tutto dimenticate.

ALL’ALLEGREZZA
di Graziella Ajmone (1912-1993)

Non vieni dalle cose ma dal cuore
e il mondo trasfiguri
come il sole nascente.
Anche in mezzo alle spine e alle tempeste
io so che m’accompagni,
simile a un dolce lume
che splenda nel profondo.
Nei tuoi occhi rispecchi ogni bellezza
ma di nulla hai bisogno;
come un albero sei di primo marzo
cui può bastare il sogno
della sua fioritura.
Ti fa più bella il pianto
e amore ti dà l’ali per cantare.
Se il Signore t’ha messo a me daccanto,
non mi lasciare tu, non mi lasciare,
o celeste creatura!

(da “Mattutino”, Vita e Pensiero, Milano 1942)
 
*
 
ANCORA LA PRIMAVERA
di Elda Bossi (1901-1996)

È dunque ancora la dolce stagione
quando con un sospiro la terra
si risveglia giovinetta
come al tempo della creazione?

È un’ora sola, benedetta,
quando l’erba s’azzarda fuori
e si schiudono fioretti
come inventati allora allora;

quando le gemme tentan la scorza
con feroce gioia esplosiva
e ogni pollone ha il languore e la forza
della cosa da poco viva;

e tu scopri segreti odori
se cammini solitario,
e segrete brame e tristezze
se un poco solo t’ascolti il cuore:

quell’eterna malinconia
come disciolta nell’aria,
ché dolce ancora è il paese
e domani andiamo via.

(da “Poesia nuda”, Cappelli, Bologna 1956)
 
*
 
SOLITUDINE SACRA
di Marcella Caecilia (?-?)

Sacra è la solitudine che vapora nel mare dell’essere.
Cupo incenso, che nasconde le origini,
L’Anima avvolge;
E in quelle interiori lande sperduto, geme lo spirito.
Ma io l’amo: E il silenzio tuo tremendo abbraccio,
Con puro bacio suggendovi l’inane forma delle cose.
Caduti sono i velari dipinti della dipinta vita:
S’apre la buia notte,
La solitudine buia,
La solitudine sacra,
La desolata Amante!

(da “I salmi dell’anima”, L’Eroica, Milano 1921)
 
*
 
MADRE
di Valentina Magnoni (?-?)

Come a una curva d’ombra
mi proteggono i rami
delle tue braccia.
E se la vita è simile a una via
che anche in febbre si corre,
nel saldo sangue di cui fa compatto
il palpito fedele,
Madre, al tuo seno,
ogni male s’acqueta e il mondo è solo
la parola che sgorga sul tuo labbro.

(da “Cuore nel tempo”, Libreria Modernissima, Roma 1939)
 
*
 
MALINCONIA
di Giuseppina Sperandeo Cosco (1905-?)

Io sono come un campo d’alta montagna, un prato
non falciato, ricolmo
d’erbe e di fiori senza nome, al cui orlo
trema un cielo
terribilmente vicino e lontano, al cui bordo
gorgoglia un’acqua nata e perduta.
                                                   Il vento
a volte vi danza non visto e vi scende
coi nembi.
                Solitudine
regna poi sovrana ed ascolta
sparse voci che scendono ai piani.

(da “Meraviglia”, Quaderni di «Persona», Roma 1969)
 
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Ascolta & Leggi: Phil Ochs – Changes con poesie di Judith Rodriguez.

Poesie che annegano
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Ogni giorno annegano a dozzine
artigliate a morte,o soffocate sotto terra
trascinandosi dietro scadenze velenose*.
Otturano le mie crepe
muoiono a poco a poco
il giorno si leva e trema
sorge ed è per me indifferente.
.
Alla fine nessuna traccia rimasta.
.
Ma tu,poesia,
intravista così vicino alla nascita
te io solleverò
anche se per i capelli;
sì,questa,viva
o quasi.
Con violenza o astuzia
o in qualsiasi altro modo,
anche sleale.
.
*
.
Cuore di strega
.
Guidando stasera nell’aria gelida
per affollare il ridotto ventoso del Comedy
andiamo a vedere una rossa battona che fa sorgere
undici nobili morti dalla tomba
undici signore che si erano divertite
e un secolo era passato dai loro funerali.
Oh!Cantavano bene e vivevano pienamente.
Fu l’incontro di una notte in una strada a fondo cieco
le raffiche sono fredde ed è buio nella strada
la grandine scende e la punteggia di bianco
e nella triste oscurità del Comedy
saremo quei nobili truffati e onorati
violentati e feriti,ubriacati e rapinati
buttati in prigione e morti e giovani che si lamentano,
quelle signore alte nel vento e nella pioggia
che le illumina e le prostra,
una battona dai capelli rossi racconta nel corso degli anni
che undici puttane morte mascherano la loro tristezza.
.
il cuore di strega canta con un volto esangue
e vive il trionfo di quel dolore
.
e quelli che amano e vivono sono ancora più donne
felici della loro gaiezza e potenza.
.
*
.
Questa donna
.
Questa donna.
occhi verdi non trasmessi ai figli,
sfiora gli amici con il pensiero,dubita che facciano altrettanto,
simula la malattia e incanta a tratti,muore ogni giorno.
.
Questa donna:
non porta l’anello.si aggrappa al marito,maledetto lui,
per essere il marito che potrebbe essere,se lo fosse,
anche se ci volessero cinquant’anni.Fedelmente se lo stritola
con pensieri e parole,giustificazioni precarie.
.
Questa donna:
ha sentito parlare di ninfe simili al vino;con violenza dentro di sé
affronta l’acqua torbida e tempestosa,le pareti di fango
ammassate e pesanti.Le ninfe intrecciano calme
ruscelletti di luce,un’estate silente. Lei scava
con pensieri confusi in un profondo cumulo di disordine:
dove scaricare i rifiuti,dove estrarre,se
abbandonare il posto all’inondazione,
facce scolpite scorticate
nel turbinìo delle macerie.
.
Questa donna:
in sintonia con il suo umore tangibile,
spartito semi-tranquillo,corrotto,
esultante,discordante,problematico…
.
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Judith Catherine Rodriguez (13 febbraio 1936 – 22 novembre 2018) è stata una poetessa australiana. Ha pubblicato numerosi volumi di poesie, alcuni illustrati dalle sue xilografie. Dal 1979 al 1982 è stata redattrice di poesie della rivista letteraria Meanjin, e dal 1988 al 1997 è stata editrice di poesie con l’editore Penguin Australia. Nel 1989 ha vinto una borsa di studio per iscritto al Victoria College, che nel 1993 è diventata parte della Deakin University, dove ha continuato a insegnare fino al suo pensionamento nel 2003. È stata nominata membro dell’Ordine dell’Australia nel 1994

Ascolta & Leggi: Eroina/Il cantico dei drogati (la poesia di Riccardo Mannerini e la canzone di Fabrizio De André)

 
Eroina
.
Come potrò dire
a mia madre
che ho paura?
La vita,
il domani,
il dopodomani
e le altre albe
mi troveranno
a tremare
mentre
nel mio cervello
l’ottovolante della critica
ha rotto i freni
e il personale
è ubriaco.
Ho paura,
tanta paura,
e non c’è nascondiglio possibile
o rifugio sicuro.
Ho licenziato
Iddio
e buttato via una donna.
La mia patria
è come la mia intelligenza:
esiste, ma non la conosco.
Ho voluto
il vuoto.
Ho fatto
il vuoto.
Sono solo
e ho freddo
e gli altri nudi
ridono forte
mentre io striscio
verso un fuoco che non mi scalda.
Guardo avvilito
questo deserto
di grattacieli
e attonito
vedo sfilare
milioni di esseri di vetro.
Come potrò
dire a mia madre
che ho paura?
La vita,
il suo motivo,
e il cielo
e la terra
io non posso raggiungerli
e toccare…
Sono sospeso a un filo
che non esiste
e vivo la mia morte
come un anticipo terribile.
Mi è stato concesso
di non portare addosso
vermi
o lezzi o rosari.
Ho barattato
con una maledizione
vecchia ma in buono stato.
Fu un errore.
Non desto nemmeno
più la pietà
di una vergine e non posso
godere il dolore
di chi mi amava.
Se urlo chi sono,
dalla mia gola
escono deformati e trasformati
i suoni che vengono sentiti
come comuni discorsi.
Se scrivo il mio terrore,
chi lo legge teme di rivelarsi e fugge
per ritornare dopo aver comprato
del coraggio.
Solo quando
scadrà l’affitto
di questo corpo idiota
avrò un premio.
Sarò citato
di monito a coloro
che credono sia divertente
giocare a palla
col proprio cervello
riuscendo a lanciarlo
oltre la riga
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell’infinito.
Come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Insegnami,
tu che mi ascolti,
un alfabeto diverso
da quello della mia vigliaccheria.
.
Riccardo Mannerini (Genova, 28 ottobre 1927 – Genova, 26 marzo 1980) è stato un poeta e paroliere italiano. Fu amico del cantautore Fabrizio De André (con cui collaborò a lungo), oltre che di Luigi Tenco, Vittorio De Scalzi e dei New Trolls.

Ascolta & Leggi: Stella Sommer con poesie di Petr Král.

Festival
.
Una rovina come un’altra. Siamo. Il sole bianco.
Frammenti ancora eretti verso il cielo.
Banchi di gelo abbagliati oppure soltanto i pallidi avanzi di purè
impantanati sul bordo del piatto. Intorno i ghiacciai sparpagliati
e l’anemico fantasma del volante al posto del centro. Saremmo stati,
ma non potemmo. La mano esita per un attimo, poi aderisce. La ringhiera delle scale
o la morbidezza della spalla. Celato, ma inesorabile il ticchettio. Nonostante la pazienza
delle cose inondate della domenica. Nonostante il silenzio.
Minimax, un po’ di sangue solidificato. Nuda e inviolabile
realtà. Visitare il mondo, i suoi parchi e le cliniche, il suo macello,
firmare con lo sguardo la vacuità di piastrelle ingiallite – qua e là con la macchia secca – negli afosi rifugi sospetti dei gabinetti di porcellana –
e ogni tanto chinarsi a raccogliere il guanto dal marciapiede gelato, ai piedi di colei,
il cui sesso, campanile imperlato e cupo, si sveglia lentamente in lontananza
dietro il sipario rigorosamente nero della gonna di una vedova.
.
*
.
L’oggi sarà
                 a Claude Gibbsy
Aspetto solo l’occasione per diventare capo onorario della stazione;
il crepuscolo cela nuovamente i campi da tennis,
i treni bolsi si scontrano negli sguardi di uomini
inchiodati a terra davanti ad alberghetti modesti
la città un po’ alla volta si accende grazie a gesti doppi nella penombra di una camera da letto,
se si aprissero di nuovo i velodromi, potremmo guardare gare d’ombre mai viste
(la questione più spinosa è quella del cambio di velocità),
la calda sfera vellutata scivola dalla mano, senza dubbio di sole,
il nostro unico padre è il cappello, lo dimentichiamo come tutto,
le ultime Queens agonizzano nobili nei porti, a spese delle agenzie marittime;
.
comunque c’è bisogno di parlare, controbattere se stessi e il parlottare, la folla di prossimi,
il mondo e anche le sue raffigurazioni, la politica delle catastrofi,
mantenere un livello di bisbigli, a dispetto del pianeta,
il crepuscolo risuscitato dal crepitio di un vecchio disco, lui stesso prossimo alla morte,
le cantine urtano gli scogli, mani di pianisti saldano il loro corpo col fulmine
prima di disperdersi per sempre tra i tasti, così come noi,
Eden del sorriso forzato per sempre su una foto, sul ghiacciaio di una giubba bianchissima –
.
forse è proprio questa la speranza: i punti bianchi del mondo
dilatati con testarda delicatezza,
in catacombe di memoria il fulgore di camici bianchi,
l’immacolata freccia dell’aereo sul Savoy lambito dalla pioggia, prima che tutto inizi daccapo
nella corrente d’aria e al sonoro scroscio delle palme dell’hotel.
.
*
.
Notizia
.
Attraversò la piazzetta deserta, gelò davanti a me sul margine di pietra
su due gambe troppo candide e dall’alto, come due piloni di frassino
le fece scivolare via sul selciato della carreggiata. Poi non mi rimase che voltarmi a guardarla,
mentre si affrettava a salire quella stessa strada che io discesi verso la piazzetta,
mentre saettava le lance dei polpacci al tramonto sotto gli alberi
e passava davanti a negozi vicino a mucchi di scatole vuote come i suoi
bagagli, che lì da qualche parte più in altro le erano di zavorra.
Tornai a casa; tra me e la mia vita nascosta, della quale era venuta a darmi notizia,
si ridistese ancora una volta l’intera superficie della città. Da qualche parte nella placidità del centro
continuano ad imperversare gli orbi e la loro risolutezza desolata,
l’ostinato ammassare di scatole. Solo al mattino quando sulla facciata dell’albergo di fronte
si muove lieve al vento la tenda di una finestra mal chiusa,
da lì la stanza senza ospiti punta qui il suo sguardo quasi attento –
.
(testi tradotti da Antonio Parente)
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Petr Král è nato a Praga il 4 settembre 1941, dove è deceduto il 17 giugno 2020.
Poeta e scrittore ha iniziato a scrivere sotto l’influenza del surrealismo, ma dal 1970, i suoi libri dimostrano che essere totalmente appagati è qualcosa che il metodo surrealista non può dare. Scrive dell’eterno desiderio che si è autoalimentato, e forse si lega al consumo della persona che desidera. Le parole emblematiche di Král potrebbero essere: “Noi non moriamo, peggio: svaniamo. In altre parole, non siamo mai stati. Non c’è realtà.” 

Ascolta & Leggi: Nick Mason con quattro poesie di Vanja Strle

QUANDO VIENI DA ME
.
Quando vieni da me
il tempo si ferma.
Le nostre braccia e le gambe
s’intrecciano
e le bocche ci aiutano a superare
le dimensioni dei corpi,
a congiungerli
in un solo corpo;
anche le cose, stupefatte,
si collocano
sul piano del letto.
Noi due, sdraiati sopra,
siamo vicinissimi alle stelle.
.
*
.
TRAMITE I POETI SENSIBILI
.
Tramite i poeti sensibili
ormai da tempo immemorabile proviene
la naturale rotazione delle cose
e la maggioranza di loro
avvertiva con più forza la decadenza
e il meno reiterante
sviluppo dell’ordine atavico.
.
Accettavano il declino dell’accortezza
come un dono inquieto
attraverso cui raggiungevano l’estasi
che segnavano con la parola
per un futuro risveglio dal torpore.
.
E così oggi nel comune retaggio
ci sono più epitaffi
e apparizioni assurde
che occhi puntati verso il sole
durante il viaggio nell’extratemporalità dell’incarnazione.
.
*
.
IL TEMPO
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Ti inondo come il mare,
ti corrodo e concio con il sale,
ti alletto con le lontananze,
ti eccito con gli abissi.
Ogni ondata ti irrora un’unica volta;
la seguente non è più uguale.
Ognuna è un vuoto irripetibile.
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Ti cerchi nei miei occhi che sono tuoi
per ghermire l’inafferrabile istante
della propria presenza.
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PERCHE’ ESISTO
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Sai,
io esisto per merito dell’amore.
Questo amore
a cui debbo l’esistenza
è costruito
come una piramide.
La sua base è larga
come lo spazio
tra i mondi
e il suo vertice
non ha fine.
Mi applico e costruisco questo amore
che è la mia unica opera.
Mi applico e costruisco
ed esisto – per merito dell’amore.
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Vanja Strle è nata a Capodistria nel 1960, Vive a Notranjska. Professore Ordinario di Chimica e Laureato in Ingegneria Chimica, opera nel campo della tutela ambientale nella realizzazione di attività industriali. Ha pubblicato sette raccolte di poesie.

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ALL’AMATO ME STESSO
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Quattro. Pesanti come un colpo.

“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”.

Ma uno come me dove potrà ficcarsi?

Dove mi si è apprestata una tana?

S’io fossi piccolo come il grande oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l’alta marea,
accarezzando la luna.

Dove trovare un’amata uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

O s’io fossi povero come un miliardario.. Che cos’è il denaro per l’anima?
Un ladro insaziabile s’annida in essa:
all’orda sfrenata di tutti i miei desideri
non basta l’oro di tutte le Californie!

S’io fossi balbuziente come Dante o Petrarca…
Accendere l’anima per una sola, ordinarle coi versi…
Struggersi in cenere.
E le parole e il mio amore sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente senza lasciar traccia vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.

O s’io fossi silenzioso, umil tuono… Gemerei stringendo
con un brivido l’intrepido eremo della terra…
Seguiterò a squarciagola con la mia voce immensa.

Le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto dalla malinconia.

Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
s’io fossi appannato come il sole…

Che bisogno ho io d’abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra?

Passerò trascinando il mio enorme amore
in quale notte delirante e malaticcia?

Da quali Golia fui concepito
così grande,
e così inutile?
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Vladimir Majakovskij è stato un poeta e drammaturgo sovietico, cantore della rivoluzione d’Ottobre e maggior interprete del nuovo corso intrapreso dalla cultura russa post-rivoluzionaria. Nel 1911 si iscrisse all’Accademia di Pittura, Scultura e Architettura di Mosca dove incontrò David Burljuk, che, entusiasmatosi per i suoi versi, gli propose 50 copechi al giorno per scrivere. Majakovskij aderì al cubofuturismo russo, firmando nel 1914 insieme ad altri artisti (Burljuk, Kamenskij, Kručёnych, Chlebnikov) il manifesto “Schiaffo al gusto del pubblico”.