Ascolta & Leggi: Nils Petter Molvaer con poesie inedite di Lucas Garcete

Lucas Garcete è il primo autore millennial che mi capita di incontrare, è nato infatti in Paraguay a Ciudad Del Este il 12 gennaio del 2000.Ha lasciato il suo paese con la sua famiglia per emigrare in Spagna, ha vissuto parte della sua infanzia a Ciudad Real, Castilla-La Mancha. Anni dopo si è trasferito a Madrid, dove h iniziato a consolidare la sua poesia. Già a 12 anni a scuola – guidato dal libro Platero y yo di Juan Ramón Jiménez – iniziò i suoi primi passi scrivendo favole, storie senza finale e poesie senza titolo nelle ultime pagine del suo taccuino. Da allora ha maturato la sua tecnica, cercando uno stile basato sulla semplicità, sull’uso delle parole, dando una voce personale e malinconica ai suoi scritti. Ha pubblicato il libro El Boulevard.

il suo blog:
https://lucasgarcete.wordpress.com/

NOMBRES ENVEJECIDOS

Sabemos la existencia de la lluvia,
pero en el desierto del corazón
las lágrimas construyen los oasis.
No conocemos todavía a la muerte
que sigilosamente llegará
envolviéndonos con su telaraña.
Quién me devuelve cada año que pasa,
si cada invierno nuevo llega envejecido.
Quién me devolverá cada beso que di,
si los labios que encuentro sólo dicen adiós.
La tierra se nutre de nosotros mismos,
porque donde antes hubo un cementerio
ahora es un bosque verde que calla nombres
y sólo la niebla es capaz de pronunciarl

NOMI INVECCHIATI

Conosciamo l’esistenza della pioggia,
ma nel deserto del cuore
le lacrime costruiscono oasi.
Non conosciamo ancora la morte
che arriverà di soppiatto
avvolgendoci con la sua rete.
Chi mi restituisce ogni anno,
se ogni nuovo inverno arriva invecchiato.
Chi restituirà ogni bacio che ho dato,
Se le labbra dicono solo addio.
La terra è nutrita da noi stessi,
perché dove prima c’era un cimitero
ora è una foresta verde che chiude i nomi
e solo la nebbia è in grado di pronunciarli

*

HIJA DE UNA LOBA

Yo sé que en mis pupilas
sólo veía un otoño baldío,
y que en sus pupilas
siempre habitaba el invierno.
Hija de una loba,
amiga de los pájaros.
Todavía la oigo aullar
desde la ventana de mi árbol.
Por sus ojos solía caer el océano,
por sus labios caía la nieve.
Al mirarla me envolvía una ventisca
y sus pestañas eran mil agujas de hielo.

FIGLIA DI UNA LUPA

Lo so nelle mia pupille
Ho visto solo un autunno libero,
e nelle sue pupille
è sempre stato inverno.
Figlia di una lupa,
amica degli uccelli.
La sento ancora ululare
dalla finestra del mio albero.
L’oceano le cadeva negli occhi,
la neve cadde dalle sue labbra.
Quando la guardai, una tempesta di neve mi avvolse
e le sue ciglia erano migliaia di aghi di ghiaccio.

*

EL ÚLTIMO

La soledad habita
en el jarrón con flores mustias,
en el silbido de las ventanas,
en el granizo sobre el coche,
en el columpio oxidado,
en la pecera llena de hojas
y de peces muertos.
La soledad habita
en la sombra del patio
donde enterraron a los perros,
y en la caseta de madera
donde morirá el último
que ahora ladra solo.

L’ULTIMO

Vive in solitudine
nel vaso con fiori appassiti,
nel sibilo delle finestre,
nella grandine sulla macchina,
sui tergicristalli arrugginiti,
nella vasca dei pesci piena di foglie
e pesci morti.
Vive la solitudine
all’ombra del patio
dove hanno sepolto i cani,
e nella capanna di legno
dove morirà l’ultimo
che ora abbaia solo.

*

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Ascolta & Leggi: Ivano Fossati Discanto, Francesco Sassetto Inediti

L’uomo ha camminato sulla Luna, inciampa sulla Terra. I poeti inutilmente indicano buche, le colmano, altrettanto inutilmente. Perché il destino di un poeta vero è quello di ritrovarsi solo, nudo, inascoltato. Francesco Sassetto, ecco lui sì, è un poeta; per il dono della sintesi nell’esperienza e il filtrarla in una sua personalissima, costruttiva, malinconia. Forse per questo siamo così affini. Le nuove poesie, qui sotto in anteprima, tutte in lingua (non dimentichiamone la straordinaria capacità di versificare in dialetto veneziano) sono lo specchio fedele dell’attuale, brillante momento poetico di questo autore. Anteprima di una nuova raccolta di prossima realizzazione dal titolo “Il Cielo sta Fuori”, l’uscita per i tipi della Samuela Editore, è prevista per il prossimo futuro. In questi inediti c’è tutto il sapore della poesia di Francesco, la sua forte e singolare capacità di saper osservare: una forte affinità, pur nella diversità, con le straordinarie visioni del quotidiano di Emanuel Carnevali o, con maggiore levità, di Raffaello Baldini. Non posso che dire bene di questo bouquet di poesie di Francesco Sassetto, buona lettura.

Mani di rosa

Le ragazze cinesi stanno là, notte e giorno,
chiuse nel semibuio delle camerette,
prigioniere di un congegno di mercato,
obbedienti al gestore, il padre padrone.

Le ragazze accarezzano la pelle del pagante
con movimenti sapienti, con
cortesia sorridono sfiorando gli occhi
del consumatore ad intuirne il consenso,
il grado di appagamento.

Matteo dice che nel regno dei cieli
loro andranno avanti, intanto
annegano le mani nel sudore
e negli umori del cliente.

Il cielo sta fuori, in alto
e non dice niente.
*

Ossario

Nessun silenzio sull’Ossario, nessuna pace
per i trentamila ammazzati sull’Altopiano.

Una fila infinita di nomi sulle lapidi di marmo
lucidato, ossa sparpagliate gettate
in loculi giganti, nella penombra
d’una geometria infernale.

Nell’azzurro i soldati sull’attenti
a presidiare il monumento, tricolori
al vento, cannoni e bombarde
tutt’attorno, cimeli del macello
ancora puntati sulla valle.

Il busto di Benito sovrasta l’immane
cimitero che chiamano Sacrario,
capolavoro del regìme, gli avanzi
accatastati alla rinfusa
del massacro passato a nutrire
quello successivo.

Famiglie in passeggiata, carrozzine e palloncini
colorati, i selfie a immortalare la scampagnata.

Si chiacchiera, si fuma, si levano i maglioni
sudati al sole abbagliante del primo agosto.

Un sole sbagliato.
Un sole fuori posto.
*

Parco Rodari

Luci in fila e tralicci dell’alta tensione
nel mattino deserto del Parco Rodari.

Abbracci di rami gelati e foglie cadute
aggrappate a grovigli di radici.

Ragazzi in bici vanno veloci, altri portano
i cani a pisciare, tre africani infagottati nei
giacconi stanno scaricando da un camion
tubi, assi e mattoni.

La bocciofila è chiusa da tempo, i vecchi
che sapevano il colpo se ne sono andati
o stanno chiusi nelle case
con le badanti moldave.

È stato un comunista Gianni Rodari, il mondo
che sognava è rimasto

un sogno

chiuso nel pugno
dei suoi libri di fiabe.
*

Capirsi

sarebbe come capire quest’acqua di laguna
che ora corre rapida al maestrale ora lenta
scivola nell’afa, acqua che sa di fiume e
di sale, risale le barene, il suo mistero
di riflussi, la sua quiete apparente.

Stare così, alla riva, ad osservare il moto
dell’onda che si allarga a tondo nell’aria
sospesa squarciata da grida di gabbiani.
Quest’acqua che ti porti nel cuore e nelle

vene, acqua che non sai e conosci bene,
tu ne ignori i vortici che alzano la melma
dei fondali, polvere grigia viene a galla

poi scompare
in un fremito di scaglie di sole.

È in questo balenare il suo grande amore,
il tuo amore di pescatore immobile
a contemplare la voce di questo mare
senza sosta, quest’acqua senza risposta.

È nei tuoi occhi inquieti il senso del tuo indagare

perché l’amore
vive nella tua sete di conoscenza, nella
tua ignoranza
nel divenire
che non sai e non puoi capire.
*

L’ultimo tuo regalo

andando via, è stata una lampadina
al fosforo per la notte.
L’accendo
ogni sera, bianca, immobile, da corsia
d’ospedale. Diecimila ore e il corridoio
dalla camera al bagno da fare
senza timore.

Quando passo in quel gelido chiarore
s’illumina ancor più il vuoto, ansima
una vertigine.

Spengo l’interruttore.

Meglio il buio, meglio camminare a tentoni
urtando gli spigoli dei muri

meglio andare alla cieca
come si va nella vita.
*

Andare via

Andremo via anche noi, un giorno o l’altro,
come sono già andati in tanti, mio padre
sparito a quarant’anni, un crollo al cuore,
e mia madre, molto tempo dopo, per lento
scivolamento, Asako volata in un istante
e Maria precipitata giù per un burrone.

Dovrà arrivare anche per noi il giorno
che si dovrà finire, chiudere un portone.

Non sarà quello il momento di contare
l’avuto e il dato, quello che abbiamo
rubato e regalato, ci sarà forse ancora
da camminare per qualche altro deserto
sconosciuto o sarà finalmente
un modo migliore di viaggiare.

Terminate le corse affannate, le parole
dette tanto per parlare, i goffi
voli presuntuosi

il nostro insensato continuare.

Si spegnerà ogni voce, qualcuno avrà
il tempo per un’orazione, un saluto,
occhi svuotati.

Andremo soli come soli
siamo sempre andati.
*

Che nulla ritorni

e tutto si ripeta lo sapevi bene,
era scritto sul biglietto che ti hanno
dato all’ingresso del girone, neanche
poi tanto male per noi
anime poco prave.

Noi mediocri, bravi a scansare gli artigli
e le nerbate, a ballare la tresca collettiva
dell’autoassoluzione da peccati perlopiù
veniali, portatori sani di modesti mali

noi ci mettiamo in riga, obbedienti
ai segnali imbocchiamo direzioni
sempre uguali, noi ci sposiamo,
produciamo prole, lavoriamo,
abbiamo viaggi a buon mercato,
gonfiamo i cellulari con sequenze
di paesaggi e volti traballanti,
l’audio gracchia un poco, fotogrammi
inutili e banali come le nostre esistenze
oscillanti e per niente a fuoco.

I più sciocchi riempiono le carte
di queste ed altre cose senza scopo.

Anche fare versi è forse solo un gioco.
*

Francesco Sassetto risiede a Venezia, dove è nato nel 1961. Si è laureato in Lettere nel 1987 presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia con una tesi sul commento trecentesco di Francesco da Buti alla Commedia dantesca, pubblicata nel 1993 dall’editore Il Cardo di Venezia con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante.
Ha collaborato in qualità di cultore della materia alla cattedra di Filologia Dantesca ed ha conseguito nel 1998 il titolo di dottore di ricerca in “Filologia e Tecniche dell’Interpretazione”. Insegna Lettere presso il C.t.p. (Centro territoriale per l’educazione in età adulta) di Mestre.
Scrive componimenti in lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto premi e segnalazioni.
Ha partecipato a presentazioni, incontri e pubbliche letture di testi poetici, anche in ambito scolastico. Suoi testi sono presenti in antologie e riviste ed ha pubblicato le raccolte di poesia: Da solo e in silenzio (Milano, Montedit, 2004) con prefazione di Bruno Rosada, Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice, 2010) con prefazione di Stefano Valentini, Background (Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012) con prefazione di Fabio Franzin, Stranieri (Padova, Valentina Editrice, 2017), con prefazione di Stefano Valentini, Xe sta trovarse (in dialetto veneziano) (Samuele Editore, Fanna, 2017), con prefazione di Alessandro Canzian.
Una silloge di poesie in veneziano, intitolata Semo fati de sogni sbregài è stata ospitata nel volume antologico Poeti in lingua e in dialetto. La Poesia Onesta 2007, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale La Guglia, Agugliano 2007.
Una raccolta di testi in veneziano, intitolata Peoci, è stata edita nel volume antologico Poeti e narratori in italiano e in dialetto. La Poesia Onesta 2012, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale Versante, 2012.
Una silloge di poesie in lingua e in dialetto veneziano, intitolata Di ordinari galleggiamenti è stata pubblicata, con una introduzione critica di G. Lucini, nel volume antologico Retrobottega 2, a cura di G. Lucini, Edizioni CFR, 2012.
Suoi testi compaiono nelle antologie tematiche La giusta collera, Edizioni CFR, 2011, Ai propilei del cuore. Poeti contro la xenofobia, Edizioni CFR, 2012, Il ricatto del pane, Edizioni CFR, 2013, Keffiyeh. Intelligenze per la Pace, Edizioni CFR, 2014, tutte a cura di Gianmario Lucini.
Sue liriche sono state ospitate nell’antologia 100 Thousand Poets For Change, Roma, Albeggi, 2013; nell’antologia Sotto il cielo di Lampedusa. Annegati da respingimento, Milano, Rayuela, 2014; nell’antologia In classe, con i poeti, a cura di M. Casagrande, Puntoacapo editrice 2014; nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, a cura di M. Cohen, V. Cuccaroni e altri, Camerano, Gwynplaine edizioni, 2014.
Suoi testi sono presenti nelle riviste online Versante Ripido e Sagarana, in blog e siti web.

Ascolta & Leggi: Quattro giorni insieme e Quattro poeti spagnoli

LA MARCIA – MARÍA VICTORIA ATENCIA

Eravamo gente abituata al dono della mansuetudine
e alla vaga memoria di un cammino verso un qualche luogo.
E nessuno diede l’ordine. –Chi avrebbe saputo il momento.-
Ma tutti, allo stesso tempo e in silenzio, lasciammo
il rifugio usuale, il fuoco acceso che alla fine si sarebbe spento,
gli utensili docili all’uso delle mani,
il cereale cresciuto, le parole a metà, l’acqua che traboccava.
Non ci fu alcun segnale. Ci alzammo in piedi.
Non ci voltammo indietro. Cominciammo la marcia.

Traduzione di Raffaella Marzano

*

CHIARORE SENZA RIPOSO – ANTONIO GAMONEDA

Vidi lavande sommerse in un lago di sangue e questa visione arse in me.
Oltre la pioggia vidi serpenti infermi, belli nelle loro ulcere trasparenti; frutti minacciati da spine e ombre e fiori eccitati dalla rugiada. Vidi un usignolo agonizzante e la sua gola piena di luce.
La realtà è il mio pensiero. Sto sognando l’esistenza ed è un giardino torturato. Ma morirò. Frattanto, passano davanti a me madri incanutite nella vertigine.
Il mio pensiero è anteriore all’eternità ma non c’è eternità. Ho consumato la mia gioventù davanti ad una tomba vuota; mi sono estenuato in domande che ancora battono in me come un cavallo che galoppi tristemente nella memoria.
Ancora mi aggiro in me stesso sebbene sappia che ormai cadrò nella freddezza
del mio stesso cuore.
Così è la vecchiaia: ore incomprensibili, chiarore senza riposo.

Traduzione di Raffaella Marzano

*

LA MATERIA NON PESA – PEDRO SALINAS

La materia non pesa.
Il tuo corpo ed il mio,
uniti, non sentono mai
schiavitù, sentono ali.
I baci che tu mi dài
sono sempre redenzioni:
tu baci verso l’alto,
e qualcosa di me porti a luce,
costretto prima
nel fondo oscuro.
Lo salvi, lo guardiamo
per vedere come ascende,
e vola, per l’impulso che gli dài,
verso il suo paradiso
dove ci aspetta.
No, non opprime la tua carne
e neppure la terra che calpesti
né il mio corpo che stringi.
Sento, quando mi abbracci,
che ho tenuto contro il petto
un lieve palpitare,
vicinissimo, di stella,
che viene da un’altra vita.
Il mondo materiale
nasce quando tu parti.
E sull’anima sento
quest’oppressione enorme
di ombre che hai lasciato,
di parole, senza labbra,
scritte su fogli di carta.
Restituito alla legge
del metallo, della roccia,
della carne. La tua forma
corporea,
il tuo dolce peso rosa,
è ciò che mi rendeva
il mondo più lieve.
Ma ciò che non sopporto
e che mi schiaccia,
chiamandomi alla terra,
senza te per difendermi,
è la distanza,
è il vuoto del tuo corpo.

Sì, tu mai, tu mai:
il tuo ricordo, è materia.

Traduzione di Emma Scoles

*

ADA SALAS

che ancora hanno sale le mani del suo padrone
Lope de Vega

Un uomo corre
dietro al suo cane. Corre
ma non lo insegue
corre
come al rallentatore
– un po’ come se
corresse all’indietro –
e chiama
insistentemente il suo cane
chiama
come se il nome del suo cane
fosse
caro cane fermati per pietà.
Chi vede la scena guarda
e si chiede
da cosa fugge quel cane
– o la domanda
era
da cosa fugge quell’uomo –
perché
il passo di quell’uomo non smette di rallentare
perché il suo amore non ne aumenta la falcata
perché
si ferma alla fi ne sul marciapiede
perché
non afferra più quel cane che gira tra la morte.

Traduzione di Raffaella Marzano

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Ascolta & Leggi: Jacques Brel – Isabelle; Tiziana Pizzo tre poesie.

Francamente mi piacerebbe sapere che fine abbia fatto Tiziana Pizzo a dieci anni di distanza dalle sue ultime poesie e a qualcuno in più dall’uscita del suo probabile unico libro “Del mio scriverti muto. Parole puttane”, EditoreLiberodiscrivere edizioni. Scriveva pezzi forti e, secondo me, la sua poesia a distanza di dieci/quindici anni sta invecchiando bene. Probabilmente appartiene al genere rarissimo di quegli autori che, quando non hanno più nulla da dire, capiscono quanto sia buono e opportuno mettersi da parte e dedicarsi alle cose migliori della vita. Ha scritto pezzi sporchi, imbrattati di vita, qua e là qualche crepa, ma ancora buoni da leggere. Di più non so. Buona lettura.

Il libro, a chi interessi, a me piacque molto, è ancora reperibile qui:
https://www.ibs.it/libri/autori/Tiziana%20Pizzo

Il perché di questo preambolo

lei, questa tizia,
era bionda,
abitava in una microcasa
/due stanze sovrapposte
e un’impraticabile scala a chiocciola
a riappacificarle/
e si diceva facesse
[la tizia]
i pompini migliori della città

lui, questo tizio,
era alto,
negava di abitare nella microcasa
/ma qualcuno giura di aver visto
il suo spazzolino da denti, lì/
e fingeva di non sapere
[il tizio]
che lei faceva
i pompini migliori della città

ignoro io stessa
il perchè di questo preambolo
= perfidia del pettegolezzo, forse =
ma quello che volevo raccontarvi
*ora*
è che la tizia (tramite il tizio)
una sera di tantitanti anni fa
mi invita a una cena
{dimenticavo,
oltre ai pompini si diceva
fosse divinamente capace
di una ’’norma’’ spettacolare}

io,
dell’ennesimo sentimental-crak
ancora stupidamente discinta,
vado-nonvado-vado-nonvado-vado

vado

eccomi ignominiosamente schizzata a forza tra
reti di calze
e spilli di tacco
e perle circumnaviganti eterei colli di femmine ciarliere
e polsi di rolex-incanto subalterni a sorrisi di corteccia di radica

io
con la t-shirt del torso nudo di jim morrison
le mie unghie senza smalto
e i piedi sconciamente nudi
in angolo di terrazza
a pormi quei due-tre quesiti
che mi tormentano
da quando sono nata
(ai quali, prepotentemente,
si aggiungeva un ovvio
#checcazzoccifaccioqui?#)

insomma, abbrevio,
stavo per andar via

del mio silenzio avevo appena contaminato
la maniglia della porta d’ingresso
(già con la mente al lungomare
da percorrere in sordina)

invece
sbrrrrrrang

mi arrivano in faccia
|| es/im-plodendo ||
trentadue parole a forma di naso
(si, di naso)
e virgole e asterischi
mi si impigliano tra le ciglia
e suffissi indecenti e profumati
mi leccano le labbra
e avverbi in guisa di prepotenza
a fottermi gli occhi

=strano ma vero=

lui

uno di quelli che, presumibilmente,
aveva già verificato di persona
le varie abilità della padrona di casa,

lui
che sorvolava altero
le reti gli spilli i colli e i polsi di cui sopra

lui
aveva deciso (bontàsua)
di dedicarmi le sue attenzioni
nude di zirconi e di idiozia

lui
inaspettatamente con me
ad architettare la fuga

lui deliziosamente
solo con me

oltre

[ah, però, una precisazione va fatta
io la norma non la so fare]

sorrido

*

femmina di poesia inferta

fluttuo come posso in tua
eclissi di lingua mi faccio sillaba
carnosa come se
in invadenza disarmonica
e a forza di bocca
potessi puntellare tutte
tutte le rughe del tuo viso amaro

o avessi modo – volendomi a farlo –
di riordinare uno ad uno
i paragrafi divelti della tua vita
che non so

azzero gli avanzi malsani
dei miei fantasmi di ieri
solo impugnando – nuda –
una manciata di sassi piccoli sassi
aguzzi da scaraventarti in gola
o sulle dita impudiche che
forse è meglio

e sarò femmina di
poesia inferta
o sbaglio bello bello in unghie
da mangiarsi domenica
mattina

*

Altro che sillabe rifratte

in tedio d’acqua trapassata
diserto l’enigma dei polsi
(tre volte miopi
e di molto scadente fattura)
rifiutando le fiabe/fobie
del tuo più che perpetuo non esserci

– nessun disincanto disponibile
dietro le ciglia e le dita –

l’appoggio qui, la lingua,
tra una scusa e l’altra
a decifrarti il labiale squisito
nel riverbero estremo
di ogni tua evidente finzione
o sul confine disatteso
del tuo collo in delizia

– non sbiadisce lo strazio
né sbraita –

altro che sillabe rifratte
e multipli di te
urgo di alchemica melodia
o – se possibile –
di estasi in frasi
da sbalordirmi i pugni sbarrati
e fottermi (ripeto, fottermi)
ogni singolo patetico
poro

ora, ho detto

ora

********************************

Ascolta & Leggi: Joni Mitchell – God Must Be A Boogie Man (1979) – Tre mie poesie da Storm Petrel (Procellaria)

Tre anni fa ebbi la botta di culo non indifferente di vedermi tradurre e pubblicare dalla Xenox Books di Los Angeles, Procellaria in edizione bilingue (Storm Petrel) tradotta da Steven Grieco. Il libro è ancora là:
http://www.xenosbooks.com/Almerighi.htm

Tre testi li metto qui sotto, sperando di non tediarvi troppo. Buon Primo Aprile.

Rosso d’uva

Questa notte un uomo
col ghigno
di un’acquasantiera
mi ha gettato
un giornale in faccia
poi mi ha accoltellato,

rosso d’uva
il sangue corre
dove non è mai stato
mi porta dietro,
quanto silenzio – penso
mentre muoio

e mi sveglio.

Red Grape Juice

Last night a man
with the snigger
of a holy water font
threw a newspaper
in my face
and then knifed me –

red grape juice
the blood gushes
where it never was,
takes me with it,
what silence – I think
as I’m dying –

then I wake up.

*
La donna con l’infradito

La donna con l’infradito
non ha misteri d’anima
cavalca il letto dei suoi figli
e sa sentirsi male
se necessario sorride
nel giorno dell’addio
complice di verità disarmanti
le più solari, quando
continua a implorare
amore al passato
stringendo somme, distacchi
dita in gola a serrare,
le stesse pronte a scrivere
inventano titoli obliqui
sul bisogno impossibile
di abbinare il sollievo,
per cantarne il pelo ispido
lasciato in avviso a uomini
incapaci di pensarla pronta
per un solo infelice ritorno,
quando di nascosto miete
e bacia al riparo
di porti sommersi,
pronta alla cura al successo
a mostrarsi indimenticabile.

The Woman with the Flip-flops

The woman with the flip-flops
has no soul mysteries,
rides her children’s bed
and knows how to feel ill;
if required will smile
on the day of farewells,
complicit to disarming truths
the sunniest ones, when
she goes on imploring
love from the past,
squeezing sums, parting
fingers tightening in the throat,
the same that are ready to write,
invent oblique titles
on the impossible need
to couple relief,
to sing her scruffy hairs,
left as a warning to men
incapable of thinking her ready
for just one unhappy comeback,
when secretly she harvests
and kisses, sheltered
by submerged ports,
ready for treatment for success,
to show that she’s unforgettable.

*

procellaria

Quando dio decise
dimenticò il compasso,
ebbe comprensione
mi carenò, sempre pronta
a sfrecciare l’acqua
con violenza, ricetta base
di ogni portata.

Difficile esercizio
la dignità cui le lettere
sono possibili soltanto
a stomaco pieno,
ho il dovere di sorvolare
avvitarmi, colpire
senza esultanza per altro,

da sempre figlia unica
riposta sulla cresta
di due onde
e sola già dal nido,
l’unica mia vita
è trovare altra forza
continuare a predare.

storm petrel

When god made up his mind
he forgot his compass,
was understanding
careened me, I who was always ready
to dart across water
harshly, a basic recipe
for every dish.

A difficult exercise
the dignity whereby letters
are possible only
on a full belly,
it’s my duty to overfly
plunge down, hit
without rejoicing about anything else.

Forever an only daughter
remote on the crest
of two waves
and alone right from the nest onwards,
my only life
is to find more strength
continue to prey.

**************************************

Ascolta & Leggi: Vent’anni, musica di Marracash, inediti di Valerio Succi

Questo ventenne trae scrittura, rappa, alla stessa maniera con cui noi ne abbiamo tratta dai vari Claudio Lolli e Francesco De Gregori. Niente di male, va bene così, quel che importa è dare alla poesia continuità, contiguità, seguito, verità. Innamorarsi, vivere, dare voce agli occhi. Valerio ci prova e lo fa con le armi di cui dispone un ragazzo in formazione, costretto a vivere in un paese per vecchi e di vecchi. Auguro a lui e a quelli dell’attuale generazione di ventenni, di riuscire a trovare e superare il punto che noi, per paura e per comodo, siamo soltanto riusciti a raggiungere per poi ritrarci.

Croce chi, innamorato di professione, vive ogni amore.
Alla romana? No, pagherò tutto io… come l’altre volte.

La realtà è questa. Non quella dei giorni
dell’amore sconosciuto, coi testimoni all’oscuro
che il cuore odia il digiuno. L’urlo devasta l’intera stanza
alza alta l’asta | Alt! fin qui è abbastanza!

I versi resi lievi, mentre questa forza non si smorza.
Se n’amo quindi più nessuno, che vada allora a
il posacenere il suo dovere: alla forca le scritte degenere!
La pagina incomincia a infiammare; non cerca però d’evacuare,
un fumo che fu fumo, l’inchiostro immerso nel colostro.
Il nome dunque sbiadisce, lenta cenere perché lento accende
Ti voglio bene, ti voglio…
fino a quando la fatica non sarà estinta… Mi scalda
questo dio della solitudine

e mi parla
Il globo godrà di gioia un giorno, ma,
siccome il fusto tuo busto al Pantaleone è svelto, tu sei stato scelto; così
ho concesso ostello alla tua genetliaca scomunica.

Stasera sono bruciato.
Mi sono ucciso
finalmente
domani sarò nuovo nato.

*

Per le vie batterie. Scuderie. Sta per scadere il tempo…
Serena pensa parli come un vecchio dato l’abuso
d’imperfetto – amavo… avevo un amico… sentivi il pericolo?
se avessi venerato il monte invece del cemento… –
e del periodo ipotetico il terzo, detto del non detto.

Così è. A ogni legge capìta si accorcia la matita.
Più buia la mattina se la verità diventa bugia.
Inganno incappo inciampo.

E così sia. Non abita San Martino, là
si giunge alla fine del giro. Il cuore che trascino non dimora:
l’ospedale ospita fissi fossili che non pretendono di respirare;
perché non abbiamo avuto l’esigenza di muovere la mano?

A chi chiudo gli occhi dedico oggi un epitaffio. Lascio quindi,
comatorio spesso obitorio, che questo potere ci renda immortali.

*

Oggi mi hanno interrogato.

Era giorno era nevicato. In centro nulla era rimasto
ma a Pilastro il suolo era d’alabastro, sommerso
sovrastato da una coltre di nebbia, tipica dell’inverno caldo dei morti.
Così quel sangue amaro romagnolo nel rosignolo – che giù fu fra il rovo
nunc a lutto per il dolo – Cantate queste nottate!

I morti che credo morti sono vivi. In realtà
abitano la mia testa, domandando continuamente compagnia, la mia
di chi sia. Questa volontà è già assenza, una conseguenza
la cui sentenza è già presenza. – Ci hai sotterrati? – La prego, esca!

Cercano di farmi raccontare la nostra storia, ancora
per infilarsi nei miei pensieri. Sempre vie traverse se lo scopo è solo essere di nuovo.
Così però si preservano giusto i nomi, le nostre azioni. È felicità? mia? vostra?
Dove sistemano le nostre sensazioni? Io che vorrei avervi ancora attorno: ritorniamo
viventi insieme! I volti stanno sbiadendo: foto mosse lacrime percosse.

Perchè ci chiami morti? Noi siamo vivi ma in altri lidi.
Questo profumo mi ricorda te! Quella frase! Mi sei in mente! Non temporaneamente…
Da domani dunque nuova dieta, e mai più verso quella meta
perché devo salutarvi, congedarvi prima che mi trasciniate giù con voi
nel sottobosco subsconscio… Esco dal coma.

Diciannove in punto. Cielo nero. Il 20 libero
Brindiamo quindi alla partenza!
mi sta portando da voi.

*

Alle Scuderie la fila addormenta lenta.
Lucrezia, mentre un incontro in sala era in data,
spiegava, ma io non capivo, latino; un morto
può occidere un vivo?

Non
Sole alto, febbraio caldo asfalto
sai
alla fermata di Irnerio, sulla banchina
cosa
stesa, una ragazza senza vita c’era.

*
T>perdi.

Quando scrivo uccido: voi dal viso reciso,
i mastri madri, la Grande Mela, chi punta agli astri
– Ne sei capace? Seguendo quali passi? –
e, con in mano la biro, infine spiro parte di me – quanto sopravvivrò? –
totalmente te… Dopo domanda dove dormono i dolci dogmi,
e ora attendi l’abbraccio di chi ama i senza volto,
e riflessa e diversa si schiarerà chiarezza.

Ciò però non ho, se
l’importante è uccider sé per rimaner
felici.

*

Valerio Succi è nato nel 1998 a Lugo, Ravenna. Ha vissuto a Bagnacavallo, fino a quando ha iniziato a frequentare la facoltà di lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, città dove attualmente vive.
E’ presente in due diverse antologie: «Novecento non più – verso il Realismo terminale», La Vita felice, 2016 e «Nessun dannato orologio», SensoInverso Edizioni, 2015. Suoi inediti sono stati inoltre pubblicati sulle riviste online «Atelier», di cui uno tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti, e «LimesLettere». La sua opera d’esordio in versi si intitola «Primo», Terra D’ulivi edizioni, 2018.

Ascolta & Leggi: Your Own Special Way – Genesis (1976)/Anna Maria Curci da Nuove Nomenclature

E’ bella la poesia di Anna Maria Curci, perché non sta mai ferma, è piccola/grande, si increspa, allittera, ama il calembour, traduce in scrittura una somma di musiche che fanno musica. Il che la dice lunga sul formidabile amore di questa autrice per il mondo poetico, sì, si potrebbe definirla, la sua, una vita intera al servizio della Poesia. Ho letto a lungo il suo Nuove Nomenclature, una raccolta nutrita, eterogenea e profonda. Ne ho ammirato anzitutto il non limite nella parola, quel suo andare oltre il senso per farsi musica. Consiglio quindi ai lettori di leggere i brani ad alta voce per assaporarne meglio e fino in fondo il suono, la sintesi frastagliata e profonda delle sensazioni e dei messaggi che diffonde. Scrive bene Plinio Perilli nella prefazione “… si spendono ma non oziano idee; insomma caparbiamente s’immolano a consacrare e duellare per una consapevolezza che non arretri o ceda di fronte ad alcun sopruso, nessuna ignobile sopraffazione: anzitutto linguistica, percettiva, culturale… Nuove nomenclature è quindi libro di battaglia, codice d’onore in nome della sorveglianza, del controllo mentale, della religione disattesa e tradita del proprio tempo”.

Assetto

Lo montano e lo smontano.
Finanziario economico
arranca e non demorde
(arraffa ed è concorde).

Ribassato, sportivo,
di vetture da fiera
la parata lo afferra:
ed è assetto di guerra

*

Flessibilità

Ammirami: sono bella e scattante,
disse la corda tesa all’infinito.

Sinuosa quanto basta, son capace
di ogni acrobazia del tempo pieno.

Ho attraversato sale e corridoi,
indugio in open space, che vanno tanto.

Inarcava la schiena, la vezzosa,
sfoderava tronconi propulsori.

Ammutolii di botto, quando scese
lo sguardo su ganasce di cemento.

*

Idiomaticamente

Non avere più alibi è risorsa.
Al fast food di sentenze c’è anche questa
pietanza da servire con rigaglie,
spezie varie d’avanzo e faccia tosta.

Fioccano locuzioni da conquista,
negli acquartieramenti si fa incetta
di lingua requisita e mal riposta,
“amara terra mia” va in soffitta.

Di detti e contraddetti la brodaglia
fiumi azzurrognoli espande in tutta fretta,
sul segno-senso pende già una taglia.

Sciapi o sapidi trionfano zupponi –
non dichiarata presa di possesso –
a cubetti ora vendono gli idiomi.

*

Sosta

E potrei perdermi, se vuoi,
nel verdeoro di un autunno affamato.
Già la sanguigna disegna i bordi
saturi di attesa.

Strizza, l’occhio sorpreso.
Sfonda la calza
l’alluce impaziente.
Nel tascapane ho il filo del rammendo.

Mi rammento di te,
voce vecchia e suadente,
e non ti seguo.
Scende la brina dell’inadeguatezza.

Incurante, se la ride la guazza.

*

19 luglio 1943

Sotto la rete vedo i calcinacci
e nonno che ci guarda preoccupato
mi stringo a mia sorella che ha due anni

fa caldo, è luglio e sono a San Lorenzo.

*

Verrai a prendermi un giorno

I
Verrai a prendermi un giorno,
avrò il vestito sognato,
bianco coi fiori azzurri
sui fianchi troppo larghi.

II
Verrai a prendermi un giorno,
tra canti e contraddanze,
ai miei, di calembour,
additerai i difetti.

III
Verrai a prendermi un giorno,
e sarà gioia piena.
Se mia o degli ostili,
altri lo narreranno.

*

Preludio

Ascolta, nell’attesa, come vuoi:
mano appoggiata al mento ed occhi chiusi
oppure spalancati e testa alta.

Ascolta, non fuggire, non temere
presa rapida o lenta gestazione
del vento muto che avvolge e sospinge.

Ascolta, prendi il ritmo e cogli nota.
Ricostruisci la tua partitura:
è proprio quella che appare distante.

Ascolta e frena il piede impaziente
la nocca che si tende e il naso ostile.
Non ignorare i canti dal silenzio.

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Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna lingua e letteratura tedesca. Scrive sul blog Cronache di Mutter Courage, su Unterwegs/In cammino, su Lettere migranti ed è redattore di Poetarum Silva. Suoi testi sono apparsi in riviste (“Journal of Italian Translation”; “Traduttologia; “Chichibìo”; “Il 996″), nelle antologie La notte (Roma 2008), Oltre le nazioni (CFR, Rende 2011), Cuore di preda (CFR, Rende 2012), nei blog La dimora del tempo sospeso, Cartesensibili, Neobar, La poesia e lo spirito, La presenza di Erato e sul sito Poeti del parco. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta Inciampi e marcapiano; dal 2012 è nella redazione della rivista trimestrale Periferie, diretta da Vincenzo Luciani. Dal 2014 cura per il sito Ticonzero la rubrica aperiodica “Il cielo indiviso“. Del febbraio 2015 è la sua seconda raccolta di poesie in volume, Nuove nomenclature e altre poesie, L’arcolaio.