Ascolta & Leggi: Agostino Rossi cinque poesie (feat. The Doors)

Seconda puntata delle poesie di Agostino Rossi, questa volta scelte dall’autore.

SORRISO DOLCE

Perché sorgi?

Il fiore si schiude
un passero canta

Le ore rincorrono
il giorno

Bambini gridano
nel parco
madri affacciate
chiamano:
la cena è pronta!

La notte
è attesa del risveglio
di un istante senza buio
senza vita

Speranza

Perché sorgi?

Dopo la pioggia
il sereno

il sorriso

forse

*

FINIRA’ L’INVERNO

Finirà
questo inverno
questa finta
primavera

Sarà solo storia
quando
ci troveremo
a contare
i petali
di una margherita
sfiorita

*

A MIO PADRE

stringi i denti guerriero
devi essere forte
cavaliere senz’armi
soggiogato alla sorte
per quest’ultimo viaggio
con timore si parte

sta ammiccando l’estate
e già bussa alle porte
ma conduce per mano
la promessa di morte
il destino spietato
ha girato le carte

il tuo lento cammino
sta seguendo il sentiero
ed in ogni tuo passo
greve resta un pensiero
ora devi inghiottire
il boccone più amaro

e ripeti pregando
sempre quelle parole

non lo voglio il dolore
dammi solo il coraggio

nei profumi di Maggio
s’appassiscono i fiori
un sudario pulito
di siringhe e dottori

dilavati i colori
e la luce fa male
incessante supplizio
la paura ti assale

e nell’ultimo grido
la tua voce risale

madre cara ti prego
prendi queste mie mani
non lasciarmi cadere
non lasciarmi più andare

oh padre
padre mio
ovunque ora tu sei
per sempre in me sarai

*

GUERRIERO

Non girerò le pagine
del mio quaderno
perché il tuo nome
scivoli
nell’oblio

Non getterò le foto
delle tue stagioni
per imbiancare
pareti

Non salirò la cima
della montagna
per toccare
la luna
quando posso nutrirmi
del sole
e dei tuoi occhi

Resterò immobile
guerriero
di argilla
sepolto
di sabbia
e di tempo

*

CAREZZE

Vorrei dirti
Parole che accarezzano
Quando le mani
Non possono

************************************************

Agostino Rossi, classe 1964, nato e cresciuto a Castel Bolognese, dove tutt’ora risiede, sposato e padre di due figli, spinto dalla passione per il canto, la musica, la fotografia e la lettura, fin dall’adolescenza si cimenta nel componimento di opere musicali (che ama definire “musiche per immagini”) e scritti di prosa e di poesia anche
se, a causa della maniacale ricerca della perfezione, che lo “costringe” a riprendere in mano le proprie opere, non è autore prolifico. Le poesie, come le musiche, sono intrise di nostalgica malinconia, “condizione ideale”
ripete spesso “per alimentare il terreno della creatività”.

Ascolta & Leggi: Poesie di Salvatore Leone, musica di Ennio Morricone

Ogni poeta che si rispetti sa essere nudo, ma col pudore di un pasto, con la forza decisa di chi sa di essere da sempre e ogni giorno un bersaglio. La poesia di Salvatore Leone vive una propria identità, commovente e destabilizzante, ed è raro in questo tempo di scommesse e raccomandazioni. Eccovi tre suoi inediti, buona lettura.

visitate il suo blog:
https://ssalvatoreleone.wordpress.com/

*

Con te era diverso,
agli altri mordevo un capezzolo
per sentirli gridare.
Non sai come ci si sente, addosso
e ti butti nelle braccia di Manolo, Francisco e Mohamed
senza distinguere i volti, pareti umide e salate.
Sai, mi alitavano sul collo
bestie a me sconosciute, lingue larghe e rosse.
Non ricordo tutti questi nomi, ho ancora in testa
il suono della cerniera che si abbassa, lo scintillio
della fibbia sganciata di fretta.
Agli altri mordevo un capezzolo, perché mi ero convinto
di una cosa, per ovviare alla tua mancanza
avrei dovuto mangiare un uomo, intero, iniziando dal petto.
Mi sono perso tra le cosce di Saber
come un maledetto ebreo.
Sai che in Chueca mi hanno stordito, con la droga
dello stupro nel bicchiere, senza una ragione?
Come se ti appartenessi ancora.
Mi sono svegliato in un letto barocco
pieno di addolorate e santi.
Non sai come ci si sente.
Ecco com’è andata in tutti questi anni,
mordevo, mordevo al capezzolo
e all’addome.

*

Mi sono improvvisato poeta

E adesso? Provo ribrezzo
per chi non ha la tua portata di strada,
la curva addolcita del tuo viso.
E il sapore al gomito è piuttosto acre.
Non ti ho detto di Aymen, che mi copriva
con un lenzuolo, non appena il canto si alzava
dai minareti, rinnegandomi a dio
almeno quattro volte al giorno.
Pregava nudo, rivolto a Est, fronte nel marmo freddo,
si piegava a mezza luna con l’alba sulla schiena.

Mi sono abituato alla solitudine
con la rivolta dei gelsomini, a porte sprangate
ho buttato giù due righe. Il vino c’era.
Mi sei venuto in mente quando gli sciacalli di Ben Alì
terrorizzavano grandi e piccoli nelle case.
Allora ho buttato giù due righe,
mi sono improvvisato poeta
nelle carceri argentee della luna,
in qualche modo tu dovevi sopravvivere.

Sono rimasto infantile
perché andavo per strada nelle ore di coprifuoco,
non per incoscienza, ma per sbadataggine
dondolando le braccia, scanzonato
e sorridendo al mio cecchino.

Ho rovinato le mie ossa in un hammam
non temo i tramonti ormai adulti sul ventre
non temo l’imbrunire, mi sono improvvisato guardiano
ai primi luminari delle tue scapole.

*

Kate Moss

Vivienne Westwood
non parlava con nessuno, aggiustava un ricciolo
allo specchio, incurante del via vai intorno, tra piume
e gonnelloni scozzesi. Per l’autunno inverno 94/95
decise di sfilare a Milano, chiamarono noi studentelli di moda,
come staff di vestilisti. Porgere gli abiti alle modelle
che non si reggevano in piedi, e vigilare sugli outfits,
poteva essere una gavetta.
Quel giorno Kate Moss arrivò piccola e più strabica del solito,
avrei voluto uno sguardo così divaricato,
per spiegare tutto il mare, da Capo a Capo in una sola volta.
Vivienne Westwood mi fissava da lontano
sorridendo teneramente come una madre.
Poi abbassò gli occhi, si infilò in un pesante abito
settecentesco, per andare lì fuori ad accogliere ovazioni e rose.
Camminai lungo il Naviglio Grande di notte
per anni, ero sempre piegato alle ringhiere.
Alla mia giovane età dovevo comprendere
se carezzare un metro di seta
ti avrebbe reso giustizia.

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Salvatore Leone è nato in Sicilia nel 1971. Dal 2012 raccoglie i suoi testi inediti nel blog Il vizio dell’aria.
Ha pubblicato Nero Femmina (libri amArgine 2019), ed è presente in antologie tra sui “I poeti dell’ovulo” di Paolo Castronuovo.

Per chi volesse scaricare Nero Femmina:
Libri amArgine 8 Salvatore Leone

Ascolta & Leggi: un inedito e tre domande ad Angela Greco (feat. Mike Oldfield)

Ospite oggi è Angela Greco, che ringrazio per l’estrema disponibilità, sia nel regalare ai lettori del blog questo formidabile inedito e l’aver risposto alla mini intervista qui sotto.

della pioggia è rimasta
la rosa imperlata di domande;
gocce minime di cielo in attesa
di mani capaci di tessere
una speranza.

§
Il primo giorno dopo la domenica
nemmeno l’angelo ha voglia di partecipare;
la primavera si fa giorno già lontano.

In quale stagione siamo?

Voli d’uccelli confusi dicono che
ieri abbiamo lasciato qualcosa,
in un luogo che non è più lo stesso.

Oltre il vetro di questa finestra,
il sole accenna un momento di luce;
o, forse, è l’illusione di quel che eravamo.

§
In questo tempo fermo
il viaggio è un odore, un profumo
da lontano, le mani belle,
ora che non si può toccare nulla
senza timori, senza pensieri.

La mattina dal letto di ferro
si alza verso la penna;
righi dritti tradiscono equilibrio,
per poi scendere man mano
verso l’angolo dimenticato.

Pezzi di carta da ricomporre
nel vano tentativo di ricomporsi.

§
A te Vengo Errante, madre,
mentre pronuncio ogni nome,
ogni dolore e ancor più
ogni silenzio, che tu sai bene udire.

Prego riscrivendo parole,
cercando in un altrove, ricordando.
E tu, anche, prega
anche per noi, adesso,
in questo momento
passato già nel dire
e non ancora prossimo,
se non per più alta volontà.

Adesso, che non abbiamo altro,
se non il cielo, nell’ora più difficile
e ad ogni nuova morte,
nostra e non solo nostra.

***************

1) Dove sta andando la tua Poesia?

Alla luce di quanto vissuto nella prima metà di questo 2020 continuare a scrivere poesie senza pormi interrogativi iniziava a non corrispondere più al bisogno interiore che ho iniziato ad avvertire già da tempo e di cui il mio ultimo edito contiene i prodromi. Scrivere per scrivere, belle parole da affidare ad un foglio, magari anche un po’ ruffiane per accattivarsi il plauso dei lettori non mi è mai appartenuto, ma ancor di più in questo momento di crisi, di incertezza, di paura. A metà febbraio ho chiuso quella che sarà la prima sezione del prossimo libro; a marzo, ho continuato a scrivere versi, ma qualcosa era cambiato nel tono, nell’umore, nella forma, nella visuale. Di questa mutazione ho preso consapevolezza solo da poco e per questo ho accettato di inviarti alcuni inediti, che reputo di transizione. Transizione che spesso è accaduta nella mia poesia, ma, che in questo periodo, è stata supportata da una vera e propria crisi personale, scatenata dalla situazione generale. Non sto qui a dire quel che fisiologicamente mi è accaduto, perché sono accadimenti che leggo essere stati comuni a molti, ma l’espressione più significativa di quello che a tutti gli effetti è stato un cambiamento, lo ha subito proprio la poesia. Dove stia andando non lo so, non l’ho mai saputo, a me basta che non si fermi, che non stagni, ma ancor più non posso saperlo oggi, dove va la mia poesia. Sicuramente siamo in ricerca, io e la mia poesia, ma se ieri dicevo che la mia poesia ricercava nel linguaggio la contemporaneità e l’essere umano in essa, oggi ti dico che sono proprio io come persona a cercare l’Uomo o quel che resta di esso a rischio anche di mettere da parte la stessa Poesia. Credo che questa ricerca sia un percorso quasi obbligato alla mia età, nel mezzo di quel cammino così bene cantato dal nostro padre Dante, se si vuole davvero essere parte della Storia e non «un’immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarvi traccia» di manzoniana memoria.

2) Puoi spiegare meglio il legame tra la tua terra e la tua poesia?

La mia terra, la pre-Murgia tarantina e l’arco ionico delle Gravine (geograficamente è il comprensorio specifico dove ricade la mia Massafra) sono un luogo antichissimo, custode di testimonianze fin dalla Preistoria, luogo di passaggio, finibus terrae e al contempo inizio, porta per altre terre; una terra, la Puglia in generale, estremamente variegata e straordinariamente ricca di suggestioni della quale, nonostante la mia origine franco-provenzale per parte di madre e che pure riconosco in tanti aspetti di me, mi sento felicemente parte. La mia terra è davvero madre per me ed è, soprattutto, la mia musa, inesauribile, dalla quale ho imparato tenacità e testardaggine, caratteristiche che accomunano persone, piante e animali di queste mie zone e rivelatesi molto utili proprio nei momenti meno luminosi. Sai, ci sono stati momenti in cui si è creato letteralmente il vuoto attorno a me, per svariate cause, e sai, invece, chi era al mio fianco? La mia terra. Si, lei per me è viaggio e Itaca nello stesso momento e il legame che si avverte tra la mia poesia e i miei luoghi è lo stesso che, anche senza parole, c’è tra chi partorisce e chi viene al mondo. Legame che soffre le inevitabili fasi fisiologiche della crescita, ma che sai essere indissolubile anche nei momenti peggiori. La mia poesia è la mia terra fatta parola e tramandata a chi verrà.

3) Come vedi lo stato attuale dell’arte della poesia nel nostro Paese?

Il periodo di emergenza sanitaria ha decretato la salita in cattedra della retorica e non solo in ambito poetico. Sembra che si siano rotte le cateratte del cielo del dire quel che l’altro vuole sentirsi dire e ho notato un fiorire esagerato di atti poetici dettati solo dalla circostanza, una brutta regressione di cui, insomma, potevamo farne decisamente a meno, se solo avessimo creduto un po’ di più nella Poesia stessa, che insegna l’attesa, lo stare nel momento per poi dirne successivamente. Invece, metaforicamente, mi è sembrato una sorta di fuggi fuggi generale, nel quale tutti sembravano afflitti dalla sindrome da ultimo giorno e giù a scrivere corbellerie supportati pure dall’uso smodato dei mezzi di comunicazione elettronica, che al meglio hanno fatto luce sulle maschere di questa assurda tragedia vissuta, come se i soggetti non avessero mai più dovuto avere il tempo di rileggere quelle scritture. Io ti confesso che in questi ultimi tre mesi, mi sono fermata sulla sponda del fiume e ho semplicemente aspettato, certa della massima panta rei, preferendo una poesia non dettata dalle strette circostanza, ma che potesse essere (e spero lo sia) memoria e custode degli accadimenti, scritta, insomma col senno del poi per evitare, appunto, di scadere nella retorica, elemento che alla lunga droga, assopisce e fa perdere la voglia di lottare per cambiare lo stato dei fatti. E per me la Poesia deve ancora mirare a questo.
In Italia, non solo in Poesia, mancano sempre la capacità di pensare con la propria testa, un sano discernimento e il coraggio di staccarsi da quel che è consolidato, di dire fuori dal coro, di procedere in prima persona senza accettare il giogo dei vari tritacarne editoriali o scuole di scrittura e di pensiero, che creano greggi ben tutelati e belanti tutti sulla stessa nota, in una omologazione che personalmente tollero ancora meno di sei mesi fa.

p.s. Grazie di cuore a Flavio e ai lettori. Avevo davvero voglia di parlare!!

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Angela Greco è nata il primo maggio del 1976 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Ed.Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa); Arcani (Ed.Achille e La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).
È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (http://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Prova: tre inediti e un suono di Frankie Fancello.

Musica e parole di Frankie Fancello. Visitate il suo blog

esercizi arbitrari

In questo articolo provo ad aggiungere ai testi una musica che possa accompagnare la lettura. I tre testi qui presenti sono degli inediti e la musica l’ho composta io stesso.
É una prova per vedere se questa formula mi convince, così da riproporla, migliorandola, altre volte (anche nella speranza di trovare un player audio, almeno esteticamente, migliore).
Quindi, alla fine della fiera, premete play e lasciatevi accompagnare durante la lettura.

Leggere la crudeltà
immaginando il mare al di là della strada.
Percorriamo un sentiero in metastasi.
Palazzi ricurvi ci riparano,
sono il limite della nostra esperienza.
Sopra, un fulgore di neon, un odore agreste.

Siamo tradotti ma da cosa?
Ci conosciamo solo affamati.

Un vento giovane ci punta con fraseggi ostili.
Disobbedisce all’armonia naturale
per contrastare le nostre pulsioni – poi la sera,
custoditi da un tono laconico,
restituiamo le armi alla terra,
veniamo a patti coi nostri maestri.

*

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Ascolta & Leggi: Beata la Poesia, e chi ce l’ha. (guest stars Pink Floyd)

Un interessante spunto di discussione sullo stato della poesia in Italia, attraverso le parole di tre Poeti.

La poesia non è che un prodotto di uomini e della loro epoca, e nel nostro caso, anche di questo incredibile paese. Se il disorientamento è uno dei tratti ereditati dal ‘900, figuriamoci qui in Italia, dove la mancanza di una progettualità o di idee si riflette anche su una politica asserragliata e asfittica, e viceversa. Mi sembra che ci sia, parlando in generale, una certa oscillazione inconcludente tra il ripiegamento su sé stessi, su certe modalità di un ‘900 ancora troppo vicino, e una ricerca “indicibile” e piuttosto noiosa. Naturalmente ci sono alcuni poeti molto buoni, ma non mi metterò a fare nomi, e la poesia sta lentamente, su iniziativa di molti, riacquistando una certa visibilità. (Giacomo Cerrai)

Lo stato di salute generale è pessimo… ma siamo ancora vivi. La poesia non è altro che il nostro mondo. Critica, genere, canone e tutte le cose che stanno intorno vengono dopo il mondo, cioè anche dopo il disastro. Ora poeta e poesia sono parole da usare con una certa cautela… a partire da me, s’intende. (Ida Travi)

E’ oltremodo difficile poter esaminare lo “stato di salute” della attuale poesia italiana. Si affacciano all’agone troppe firme che spesso sono insignificanti, o diverse firme che , sostenute da una editoria così detta “grande”, vengono accettate come punti di riferimento , nel mentre non sono altro che poca cosa , sia per i contenuti, che per le forme di scrittura. Attualmente possiamo incontrare qualche ottimo elemento nella piccola editoria , che viene regolarmente sconosciuto dalla critica ufficiale. Cosa concludere allora ? La poesia attuale naviga in un mare in tempesta , nella ricerca esasperata ed illusoria di essere qualificata , mentre i poeti si arrangiano, chi bene chi difficilmente, nella vana speranza di passare alla storia. (Antonio Spagnuolo)

Ascolta & Leggi: Bach (Invenzioni a due voci) Daniele Barbieri (poesie inedite)

Dietro mia insistenza, Daniele Barbieri mi ha inviato questa manciata di splendida poesia, ricca di echi, fascino e ricerca di complicità col lettore.

falla tutta a pezzi la melagrana, smembrala a grane
rosse tutto sangue, tutto cola, non ti puoi scottare

benché bruci, aprila come un organo vivo, troppo
dolce, sacra, densa e troppo debole, anima cremisi,

non importa che tu la voglia davvero mangiare, basta
questo, basta vivere

***

essere predata come una lepre, ti coglieranno

al balzo, la volpe dirà al gatto che ne valeva
la pena, gustosa era la tua carne, non ne rimane

nemmeno l’odore, adesso, ti hanno rosicchiato il cuore
come l’osso buono alla fine della bistecca, quando

potrai riposare di nuovo ne sentirai la mancanza,
sapeva d’amore, di buono

***

nel cuore, nel mare, nell’osso duro che mi contiene
mentre tesso il filo del senso e di tutta la sua mancanza,

nel mare, nel cielo duro che mi attraversa sotto il sole
violento, nel cuore duro che non capisce, io non capisco

non capisco mai quando il senso si interrompe di un discorso
di amore, sono così bravo con le parole e

le persone sfuggono con tutto il loro senso, il cuore,
il mare rimangono apparati imperfetti, che l’osso

che protegge questa fragilità non può impedire
che le cose scorrano attraverso i sensi per uccidere

***

tuo fiore di cenere, mia rosa amorosa, metafora
tenera, di olfatto tenace, radice di angoscia, rosa

vera, vera, bianca, oscura, densa, di odore che trema,
idea della rosa, rosa totale, carnale, profonda

mio fiore profondo e terribile, radice di angoscia,
l’odore ubriaca, tradisce, questa rosa, questo fiore,

tienila, sostienila, mangiala, rosa di carta e di seta
bruciate, tuo fiore impalpabile e grigio, adesso si disfa

tra le nostre dita

***

saremo un tesoro sotterrato in giardino, un corpo morto
e dimenticato, saremo il corpicino di un uccello

canterino, a notte canteremo una nenia di fantasma
bambino, saremo il sospetto che ci siano cose, fuori,

che noi non sappiamo, che non sospettiamo, ecco, saremo
la mia stessa voce che io non sospettavo di avere,

che non sospettavo di essere, che non ero io
pure sempre essendo io, pur valendone la pena

***

tra la bocca e l’anima un condotto lungo di emozione
accompagna i sensi al collasso, sbattono troppo forte
le imposte, si oscura il senso, scivola la nostra vita

dentro l’altra vita ignota, non tanto simili a dei
fiamme sotto i muscoli, suoni tintinnanti nella notte
che ci copre, battono impazziti gli scuri dell’essere

***

quando rosa è fiore e polvere, quando sassi colpiscono
con il vento il mondo, quando fiore è il nome che noi diamo
a quello che abbiamo o non abbiamo, quando la mia polvere
è quello che resta dei sassi che sono stati tuoi,

quando la tua rosa ha smesso di essere nostra, quando
i sassi colpiscono e sono nomi e fanno male, quando
non c’è più la rosa che fu il nostro nome

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Oltre a scrivere poesie, Daniele Barbieri, di formazione semiologo, insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ha pubblicato numerosi volumi di carattere critico, in alcuni dei quali si parla anche di poesia: Nel corso del testo. Una teoria della tensione e del ritmo (Bompiani 2004), Il linguaggio della poesia (Bompiani 2011), Testo e processo. Pratica di analisi e teoria di una semiotica processuale, (Esculapio, 2020). Ha pubblicato due volumi di poesia (La nostra vita, e altro, Campanotto 2004, e Distonia, Kurumuny 2018) e un’altra raccolta (Canzonette) nel volume Emozioni in marcia (Fara 2015). Sue illuminate opinioni, anche sulla poesia, si possono leggere sul suo blog all’indirizzo

http://www.guardareleggere.net.

Sue poesie si possono leggere sull’altro suo blog, all’indirizzo

ancoraunaltrome.wordpress.com.

Ascolta & Leggi: New Trolls e Amelia Rosselli

Ricordo ancora il giorno in cui morì Amelia Rosselli, ero in pausa pranzo dentro una pizzeria di Riolo Terme, e il telegiornale dette la notizia. Chiesi al cameriera una penna e scrissi qualcosa nella pagina pubblicitaria del Corriere della Sera. Con quella poesia vinsi un premio letterario in Calabria pochi giorni dopo nacque mia figlia Carolina, mi convinsi, a metà degli anni Novanta a scrivere più seriamente e smettere di fare le sere in radio.

Tutto il mondo è vedovo

Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu cammini ancora
tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo
è vero se è vero che tu cammini ancora, tutto il
mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo
è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo
una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi
dalla tua nascita e l’importanza del nuovo giorno
non è che notte per la tua distanza. Cieca sono
ché tu cammini ancora! cieca sono che tu cammini
e il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini
ancora aggrappato ai miei occhi celestiali.

(da Variazioni belliche, 1964)

*

Da “La libellula”

Fluisce tra me e te nel subacqueo un chiarore
che deforma, un chiarore che deforme ogni passata
esperienza e la distorce in un fraseggiare mobile,
distorto, inesperto, espertissimo linguaggio
dell’adolescenza! Difficilissima lingua del povero!
rovente muro del solitario! strappanti intenti
cannibaleschi, oh la serie delle divisioni fuori
del tempo. Dissipa tu se tu vuoi questa debole
vita che non si lagna. Che ci resta. Dissipa
tu il pudore della mia verginità; dissipa tu
la resa del corpo al nemico. Dissipa tu la mia effige,
dissipa il remo che batte sul ramo in disparte.
Dissipa tu se tu vuoi questa dissipata vita dissipa
tu le mie cangianti ragioni, dissipa il numero
troppo elevato di richieste che m’agonizzano:
dissipa l’orrore, sposta l’orrore al bene. Dissipa
tu se tu vuoi questa debole vita che si lagna,
ma io non ti trovo, o non oso dissiparmi. Dissipa
tu, se tu puoi, se tu sai, se ne hai il tempo
e la voglia, se è il caso, se è possibile, se
non debolmente ti lagni, questa mia vita che
non si lagna. Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si può dissipare
che già non si sia sfiaccato. Dissipa tu se tu
vuoi questa mia debole vita che s’incanta ad
ogni passaggio di debole bellezza; dissipa tu
se tu vuoi questo mio incantarsi, – dissipa tu
se tu vuoi la mia eterna ricerca del bello e
del buono e dei parassiti. Dissipa tu se tu puoi
la mia fanciullaggine; dissipa tu se tu vuoi,
o puoi, il mio incanto di te, che non è finito:
il mio sogno di te che tu devi per forza assecondare,
per diminuire. Dissipa se tu puoi la forza che
mi congiunge a te: dissipa l’orrore che mi ritorna
a te. Lascia che l’ardore si faccia misericordia,
lascia che il coraggio si smonti in minuscule
parti, lascia l’inverno stirarsi importante nelle
sue celle, lascia la primavera portare via il
seme dell’indolenza, lascia l’estate bruciare
violenta e incauta; lascia l’inverno tornare
disfatto e squillante, lascia tutto – ritorna
a me; lascia l’inverno riposare sul suo letto
di fiume secco; lascia tutto, e ritorna alla
notte delicate delle mie mani. Lascia il sapore
della gloria ad altri, lascia l’uragano sfogarsi.
Lascia l’innocenza e ritorna al buio, lascia
l’incontro e ritorna alla luce. Lascia le maniglie
che coprono il sacramento, lascia il ritardo
che rovina il pomeriggio. Lascia, ritorna, paga,
disfa la luce, disfa la notte e l’incontro, lascia
nidi di speranze, e ritorna al buio, lascia credere
che la luce sia un eterno paragone.

****************************************************

Amelia Rosselli

Piano piano
sbocciano fiori fra i CD.
Si alzano
sfioriscono,
tu non puoi fare niente.
Bizzarra questa mente,
s’accende e poi si spegne.
Inventa
si nasconde,
indossa uno sleep
e si autoconsegna
al sonno eterno.
Salsa rossa trilingue
con pettini imburrati
roba da trattoria,
come l’offesa di dover vivere
che ti ha portata via

il tonfo di una poesia
affondò
anche i muri

*

Ascolti amArgine: Stan Getz sax e Ledo Ivo poesie

BRUCIA

Brucia tutto ciò che puoi:
le lettere d’amore
le bollette telefoniche
la lista dei vestiti sporchi
le scritture e i certificati
le confidenze di colleghi risentiti
la confessione interrotta
il poema erotico che ratifica l’impotenza e annunzia l’arteriosclerosi
i ritagli antichi e le fotografie ingiallite.
Non lasciare agli eredi famelici
nessun ricordo di carta.

Sii come i lupi: vivi in una caverna
e mostra alla canaglia delle strade soltanto i denti affilati.
Vivi e muori chiuso come una chiocciola.
Di’ sempre di no alla scoria elettronica.

Distruggi le poesie interrotte, i bozzetti, le varianti e i frammenti
che provocano l’orgasmo tardivo dei filologi e glossatori.
Non lasciare ai raccogliori della spazzatura letteraria nessuna briciola.
Non confidare a nessuno il tuo segreto.
La verità non può essere detta.

Traduzione di Carlo Bordini

*

LE FERRAMENTA

A Maceió, nei negozi di ferramenta,
la notte arriva che il sole è ancora chiaro
nelle strade ardenti. Un’altra volta il silenzio
verrà a turbare gli alagoanos. Lo scorpione
invocherà un rifugio nel mondo desolato.
E l’amore si aprirà come si aprono le conchiglie
nelle secche marine, fra i sargassi.
Negli scaffali, gli utensili sussultano
quando le porte si chiudono stridendo.
Cacciaviti, dadi, viti,
ciò che chiude e ciò che apre si riunisce
come un promessa di costellazione. E solo allora è notte
nelle strade di Maceió.

*

MADONNA DELLA CATENA

Solo Dio e i pipistrelli abitano
la Chiesa della Madonna della Catena.
Lo spirito invisibile aleggia fra gli altari
corrosi e il vento di Penedo
acceca lentamente gli occhi dei santi
che turisti e antiquari non sono riusciti a rubare.
Dio è barocco. Dio è come i pipistrelli:
essi volando di notte fra gli spazzi stellati
cercano di succhiare il sangue degli uomini
che offuscano il giorno con i loro peccati.

Nella cupola della chiesa che il fiume talvolta invade
i pipistrelli nascondono il cielo allegorico
eternamente sottratto ai peccatori.
Il cielo nero degli uomini! Sotto il pavimento tarlato
i toppi si chinano alla Presenza eucaristica.
E la Madonna della Catena, patrona dei topi e dei pipistrelli,
fra fiori di carta e candele puzzolenti
condivide la solitudine divina.
O Madre degli uomini, che sorridi radiosa nel tuo abbandono
come mia madre, prega per noi!

*

LE NECESSITÀ

Una porta chiusa non è sufficiente perché un uomo
nasconda il suo amore. Egli necessita anche di una porta aperta
per poter partire e perdersi nella folla quando questo amore esploderà
come un barile di polvere nell’arsenale raggiunto dal fulmine.
Un tetto non basta perché un uomo sia protetto
dal calore e dalla tempesta. Per sfuggire al lampo
egli necessita di un corpo steso nel letto
e a portata della sua mano ancora timorosa
di avanzare nel buio quando la pioggia cade nel silenzio del mondo aperto come un frutto
fra due tuoni.
Nella notte che declina, nel giorno che nasce,
l’uomo ha bisogno di tutto: dell’amore e del fulmine.

*

I POVERI ALLA STAZIONE DEGLI AUTOBUS

I poveri viaggiano. Alla stazione degli autobus
allungano il collo come anatre per guardare
le insegne degli autobus. E i loro sguardi
sono di chi ha paura di perdere qualcosa:
la valigia che custodisce una radio a pile e un giaccone
che ha il colore del freddo in un giorno senza sogni,
il panino di mortadella in fondo alla borsa,
e il sole di suburbio e polvere oltre i viadotti.
Fra il rumore degli altoparlanti e l’ansare degli autobus
temono di perdere il proprio passaggio
nascosto nella nebbia degli orari.
Quelli che sonnecchiano nelle panche si svegliano spaventati,
sebbene gli incubi siano un privilegio
di coloro che riempiono le orecchie e il tedio degli psicanalisti
in studi asettici come il cotone che chiude il naso dei morti.
Nelle file i poveri assumono un’aria grave
che unisce timore, impazienza e sottomissione.
Come sono grotteschi i poveri! E come i loro odori
ci infastidiscono anche da lontano!
E non hanno la nozione delle convenienze, non sanno stare in pubblico.
Il dito sporco di nicotina strofina l’occhio irritato
che del sogno ha trattenuto solo la cispa.
Dal seno cadente e turgido un filo di latte
scorre in una piccola bocca abituata al pianto.
Nella piattaforma degli autobus vanno e vengono, scavalcano e stringono valigie e pacchi,
fanno domande inopportune agli sportelli, sussurrano parole misteriose
e contemplano le copertine delle riviste con l’aria stupita
di chi non sa la strada del bel salone della vita.
Perché questo andare e venire? E questi vestiti stridenti,
questi gialli di olio di dendê che fanno male agli occhi delicati
del viaggiatore obbligato a sopportare tanti odori fastidiosi,
e questi rossi contundenti di mercatini e fiere?
I poveri non sanno viaggiare né sanno vestirsi.
Tanto meno sanno abitare: non hanno la nozione del comfort
sebbene alcuni di loro possiedano persino la televisione.
In realtà i poveri non sanno neppure morire.
(Quasi sempre hanno una morte brutta e inelegante.)
E in qualsiasi parte del mondo danno fastidio,
viaggiatori importuni che occupano i nostri posti
anche quando siamo seduti e loro viaggiano in piedi.

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Lêdo Ivo è nato a Maceió, Alagoas, nel 1924, è morto nel 2012. Ha avuto la sua prima formazione letteraria a Recife e dal 1943 vive a Rio de Janeiro. Il suo esordio letterario è del 1944, con As imaginações (Le immaginazioni), libro di poesie al quale seguirono altre ventidue raccolte. Oltre alla poesia, Lêdo Ivo si dedica anche alla prosa. Il suo primo romanzo, As alianças (Le alleanze), del 1947, conquista un importante premio nazionale. Pubblica altri quattro romanzi, una raccolta di racconti, Use a passagem subterrânea (Utilizzare il sottopassaggio), e due testi per l’infanzia, O menino da noite (Il bambino della notte) e O canário azul (Il canarino azzurro). Tra i saggi figurano Ladrão de flor (Ladro di fiori), O universo poético de Raul Pompéia (L’universo poetico di Raul Pompéia), Poesia observada (Poesia osservata), Teoria e celebração (Teoria e celebrazione), A ética da aventura (L’etica dell’avventura) e A república de desilusão (La repubblica della delusione). Come memorialista, ha pubblicato Confissões de um poeta (Confessioni di un poeta) e O aluno relapso (L’alunno svogliato). Lêdo Ivo ha ricevuto numerosi e importanti premi. Nel 1990 è stato eletto Intellettuale dell’anno in Brasile. Le sue opere di poesia e prosa sono state tradotte e pubblicate in vari paesi, fra i quali Inghilterra, Danimarca, Stati Uniti, Messico, Perù, Spagna, Olanda e Venezuela. È membro dell’Accademia Brasiliana di Lettere dal 1986.
La poesia di Lêdo Ivo è pervasa da influssi della terra natia, il Nordest brasiliano, soprattutto la sua Maceió, città portuale, capitale dello Stato di Alagoas, dove ha vissuto per molti anni e dove sembra ogni volta ritornare, alla ricerca delle immagini che lo hanno segnato. La luce intensa del Nordest delinea con nitore i contorni di esseri e cose, nel loro dolore e nella loro fragilità: navi abbandonate nel porto, cani randagi, mendicanti, pazzi del manicomio cittadino, gabbiani, granchi, formiche, molluschi, angeli scrostati delle piccole chiese di periferia. È questo l’universo apparentemente irrilevante e marginale che pare interessarlo e non le spiagge invase dai turisti, i luoghi alla moda, la frenesia di chi cerca divertimenti ad ogni costo, di chi (anche molti turisti italiani) visitano quelle terre del Brasile senza cercare sintonia con una cultura, una lingua, una storia che per il poeta sono l’humus della sua opera.
Di Lêdo Ivo è stata pubblicata in Italia l’antologia Illuminazioni, a cura di Vera Lúcia de Oliveira (Multimedia Edizioni, Salerno, 2001)

Ascolta & Leggi: Soft Verdict e poesie di Forugh Farrokzhad

Credo di essere un poeta in ogni momento della mia vita. Essere un poeta significa essere umano. Conosco alcuni poeti il cui comportamento quotidiano non ha nulla a che fare con la loro Poesia. In breve, sono poeti solo quando scrivono poesie. Quando hanno terminato di scrivere, tornano a essere nuovamente avidi, condiscendenti, tirannici, miopi, meschini. Dunque, io non credo alle loro poesie. Io apprezzo l’onestà nella vita e quando li scopro nelle loro poesie e nei loro saggi levare pugni e grida ne sono disgustata e dubito della loro veridicità. E penso tra me: “Forse è solo per un piatto di riso che gridano.”

Saluterò di nuovo il sole

Saluterò di nuovo il sole
E quella corrente che in me fluiva
e le nubi come i miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi
nel giardino
che vivevano con me aride stagioni
e gli stormi dei corvi
che la notte mi portavano in dono
il profumo dei campi notturni
e mia madre, vissuta in uno specchio,
immagine della mia vecchiaia
e la terra
che il desiderio di ripetermi
riempiva il suo ventre caldo
di verdi semi,
saluterò di nuovo

Vengo, vengo
con la continuità degli odori sotterranei
nei capelli
con le dense esperienze dell’oscurità
negli occhi
con i cespugli di bosco
colti oltre il muro

Vengo, vengo
e la soglia si riempie d’amore
e io, sulla soglia
saluterò di nuovo coloro che amano
e la ragazza
che ancora sta là,
sulla soglia ricolma d’amore.

**

Dono

Io parlo dall’estremità della notte
Dall’estremità dell’oscurità
e dall’estremità della notte
io parlo

Se verrai a casa mia, mio caro
portami un lume
e una piccola finestra
per guardare
la stradina affollata e felice.

**

La Coppia

Notte giunge dopo notte,
Oscurità dopo oscurità,
Occhi,
Mani,
Respiri e ancora respiri,
L’eco dell’acqua
Che cade, goccia a goccia, dal rubinetto.

Due punti rossi
Di due sigarette accese,
Il tic-tac dell’orologio,
Due cuori,
Due solitudini.

**

Perdonatela

Perdonatela,
perdonatela se, alle volte,
dimentica il suo straziante legame
con torbide acque e vacue cavità
e scioccamente s’illude
di avere il diritto d’esistere.
Perdonatela,
perdonate l’inerte rancore d’un ritratto,
quando la remota voglia di pulsare
si scioglie
nei suoi occhi di carta.

Perdonatela,
quando il rosso moto della luna
sfiora la sua bara
e gli inquieti profumi della notte
agitano il millenario sonno del suo corpo.

Perdonatela,
perché si è sgretolata dentro.
Ma le sue palpebre ancora bruciano
nell’immagine degli atomi di luce,
e i suoi futili capelli
tremano sconsolati
ai penetranti respiri dell’amore.

O abitanti delle semplici lande della felicità,
o intimi amici
delle finestre spalancate nella pioggia,
perdonatela,
perdonatela perché è assediata,
perché le feconde radici della vostra vita
penetrano nella sua nostalgica creta
e con perfidi tocchi
colmano di rimpianti il suo ingenuo cuore
nell’angolo stretto del suo petto.

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Forough Farrokhzad (Teheran, 5 gennaio 1934 – Teheran, 13 febbraio 1967), poetessa iraniana, sfidando le autorità religiose e i letterati conservatori, Farrokhzad espresse con fermezza la propria posizione sulla situazione femminile nella società iraniana degli anni cinquanta-sessanta, contribuendo in modo decisivo al rinnovamento della letteratura persiana del ‘900. Il ruolo della donna nel matrimonio convenzionale, le libertà prevaricanti del ruolo di madre e donna libera, il rapporto conflittuale dell’essere donna e non poter godere del proprio corpo liberamente, le diedero la forza di combattere ma le impedirono una vita normale. Cineasta, del 1963 è il suo unico documentario Khaneh siah ast (The House is Black), che mostra la situazione dei lebbrosi iraniani e vinse premi in tutto il mondo. Morì nel 1967 in un incidente stradale, di ritorno da una visita alla madre.

Milli Graffi, un semplice saluto.

Milli Graffi (1940-2020): grande poeta italiano, editor, traduttrice.

nella mente dello spazio ci entro a sbattere il carrello con forza
a sinistra a soddisfazione a spazzare via con un colpo anatra meccanica
dolce abisso la memoria

tutto dritto è raramente possibile e le svolte a destra o a sinistra
sono sempre tendenziose l’angolo non è mai di 90 gradi non c’è altro da fare
che girare l’angolo dove te lo trovi imperfetto

ma diversamente da Venezia dove il tutto dritto comprende anche angoli
perfetti a 90 gradi e il pedone comprende e tira
dritto nella curva se poi quel dritto l’ha sbagliato torna indietro e tira dritto svoltando dall’altra parte e la
bellissima risorsa della città è che non ti perdi mai veramente te lo senti nella
periferia della mente il disegno del dolce dondolio che non sbaglia nel portarti
là dove condividi il sapere obiettivo del suo andare e ci vai dolcemente svelto

ma a Milano ti perdi implacabilmente il disegno occulto è inaccessibile
non sai mai dove una strada ti può portare sia a piedi che in macchina e alla
fine te lo spieghi e lo capisci
è una città stellare e la direzione è un bivio dove l’ultima destinazione alla fine
configura chiaro il tuo destino quello che è scritto nelle stelle fatalismo che è
una sconfitta perché le stelle non te l’hanno scritto in mente per questo è una
città dove si combatte
torna comodo agli architetti di Milano presumere di essere nella mente delle
stelle e si arrogano il diritto di essere loro il destino la Stazione Centrale di
Milano è sempre stata brutta non ci si può fare niente ma era comoda sincera
ci entravi e vedevi subito la stecca della biglietteria salivi le ampie scale che
vedevi lì immediate e sicure ci hanno infilato le scale mobili a scalini e le
vedevi
immediate e sicure e ci arrivavi ai treni che te li vedevi lì davanti con la forma
di treno tutto era solido lineare immediato il disegno della stazione era vai
avanti
dritto e il treno lo trovi sempre dritto anche se ti alzavi in verticale il
dislivello tra il piano della città e il piano del treno
neanche lo sentivi era un tutto dritto elementare era la rassicurazione che
anche il treno sarebbe filato via tutto dritto la stazione non era costruita nel
disegno della città ma nel disegno del treno
ora l’hanno rovinata entri e non c’è più niente niente biglietti niente edicole
non c’è la gente i treni sono soltanto un cartello piccolo dove c’è scritto
TRENI e ci devi credere come se Magritte non avesse mai fatto i suoi scherzi e
ti devi imbucare in un tunnel basso e uscire nel bagliore lucido stessa intensità di
luce stessi colori svolti a sinistra 90 gradi precisi passerella mobile in salita
liscia senza gradini la valigia ti sbatte sugli stinchi e poi giravolta a 180 gradi
come se volessi tornare indietro altra passerella mobile in salita liscia senza
gradini la valigia sempre sugli stinchi lo capisci il grande disegno occulto per
andare dritto devi fare zig zag due volte
il dietro che stai lasciando e il davanti del tuo futuro si rimpallano a zig zag fra i
due tre quanti
livelli di negozi che ti sparano negli occhi i loro spazi al neon

scrivo poesie per poter dire quello che se comincio a dirlo a voce non mi
ascolta nessuno
quando io è anche tu e mi ti piace ascoltarmi