l’amore ama i silenzi (trad. Adeodato Piazza Nicolai)

il presente dialoga col futuro
dicendo peste e corna di tutti,
sappiamo bene cosa andrà a finire
e quanto sia scaltro il cielo
dalle meraviglie turchesi passanti
al tempo cadenzato di pugni
pronti ad abbattersi sul tavolo:
come sempre la verità
sta quieta a centro tavola
dove la mano non arriva

sapessi quante volte
avrei voluto andar via non tornare,
dice la canzone uscendo dalla radio,
eppure sono qui, pronto
non con certo imbarazzo:
arrivo, canto una canzone, riparto
sempre una qualunque, niente memoria,
la stessa felicità seduta in giardino
a sputare ossi di pesca
sperando ne ricresca almeno uno

l’amore ama i silenzi
i succulenti pesci d’aprile,
qualunque sia o ne sia stato il nome.
Ecco la brace nessuna pace
il rientro nelle cose è fuorviante,
ama non essere disturbato
dal futuro che lo pensa,
parla senza dire, qualcosa ha dato.
Lascia un solco ed esce

*

Love loves silences

The present dilogues with the future
saying plague and horns about everyone,
we know well how it will end
nd how crafty is the sky
from the fleeting turquoise marvels
to ritmic time with fists
ready to pound on the table:
as always the truth
stays quietly in the middle of the table
where the hand does not reach

if you knew how many times
I wanted to leave not coming back,
sings the song on the radio,
and still I am here, ready
not with a certain embrassement:
I arrive, sing a song, leave again
it’s always a common one, with no memory
the same seated happiness, one garden
where to spit out fish bones
hoping at least one will grow again

love loves silences
the tasty April fish,
whatever was or will be their name.
Her’s the ash that’s never the peace
rientering into things always derails,
It loves not being disturbed
by the thinking future,
talking without saying, something has given.
It leaves a trace and desappears

© 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem l’amore ama I silenzi
by Flavio Almerighi. All Rights Reserved.

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San Francesco mattina presto (trad. Adeodato Piazza Nicolai)

San Francesco mattina presto
sparlo di emozioni, sono – mi dico
fratello di mio fratello che
sembra mi stia venendo incontro.

Ho un clacson al posto del cuore
è festa sempre il giorno sbagliato,
per grazia ricevuta
la navata è vuota

e, mio dio sono figlio unico
alveare di parole e cerini vuoti
fermo davanti al Sacro Cuore
dov’è più freddo.

*

San Francis early morning

San Francis early morning
I babble emotions, I am –I say to myself
brother of my brother who
seems to want to meet me.

I have a clacson in place of the heart
it’s always a feast on the wrong day
due to grace received
the church pews are empty

and, my God, I am the only son
beehive of words and empty marches
motionless in front of the Sacred Heart
where it is the coldest.

© 2018 English Translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem San Francesco mattina presto
by Flvio Almerighi. All Rights Reserved.

color del tuo seno (traduzione Adeodato Piazza Nicolai)

Mi lascerai a bocca sola
o la bacerai stasera?
Ne ho una soltanto
le altre sono tutte tue
e non dire mi dispiace,
nemmeno non capisci,
fa già abbastanza freddo
e le bocche umide
fumano come un tempo
i camini, dove stavano
merli bianchi.
Ne possiedi uno
color del tuo seno:
allontanarsene è arte,
da ogni cosa ovunque sia
ci si allontana,
con poco ricordo
diventano molto più belle;
avevo un amico,
mi guardavo negli occhi,
sai di quelle sigarette
che non fanno male?
Erano russe, brevi
interminabili

***

Color of Your Breast

Will you leave my mouth alone
or will you kiss it tonight?
I have only one
the others belong all to you
and don’t say I am sorry,
nor you don’t understand,
it is already too cold
and whet mouths
smoke like other times
the chimneys, where nestled
white blackbirds.
You possess one
the color of your breast:
leaving it is an art,
from any thing wherever
it is we go away,
with brief remembrance
they become much more beautiful;
I had a friend,
I looked into my eyes,
you know those cigarettes
that do no harm?
They were Russian, brief
interminable

© 2018 English Translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem Color del tuo seno, by
Flavio Almerighi. All Rights Reserved.

letture amArgine: inediti di Alfredo Rienzi (con trad. di Adeodato Piazza Nicolai)

Non mi va di tediare e frappormi troppo con un pistolotto eccessivamente ponderoso che tolga interesse alla lettura e faccia vedere quanto son bravo, ma le poesie di Alfredo Rienzi dimostrano, e ce n’è bisogno, che c’è ancora vita sulla Terra.

Quattro osservazioni del bosco.

è impossibile venire al dentro se prima non si
viene al di fuori
(Dante, Convivio, II, 1)

Verde cupo, l’ombra imperforabile

sulla collina, massa vegetale
orizzonte taciturno e amorfo:
questo, sentenzia Lennard, è il bosco

ma Abele sa: sono roveri e faggi:
la stagione dei narcisi verrà
persa nei propri passi e i nomi
conoscono i nostri occhi, li hanno visti
formarsi nel ventre, opache perle.

Oltre, dentro, solo un altro tempo vede
non questo che misura in ore
e Morgane non sa se restare sveglia
o sognare le attese dell’assiolo
tradurre gli aliti e gli alburni inquieti,
lei che conosce dei rami i cifrari,
e delle ali sa gli angoli del decollo.

Ma quali sensi fanno blu il canto
il volo delle spine, la loro pioggia?
Chi sa cantare alla gioia della morte?
Ha tutti i nomi:
bosco, corteccia, foglia, linfa, fuoco
sotterraneo e sublime, bianco, e rosso ché cresca e si offra.
Passa non visto, non udito.
Cos’è questo niente che divora?
Restino, a dubitare, le mani.

*

IO SONO LAZZARO, VENGO DAL REGNO DEI MORTI

«Io sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
torno per dirvi tutto, vi dirò tutto»1

al termine del notiziario vi avrei
davvero svelato tutto. O, almeno,
molto, davvero molto
più di quanto vorrete mai sapere
ma vi siete dileguati, sedotti
dalla vostra quotidiana fine del mondo
come formiche ai comandamenti
dell’odore e del granello dolce

vi avrei confessato, come inizio,
che non fui mai veramente morto
che i vermi e le garze
e i pianti delle sorelle e il sepolcro
furono l’inganno per i Guardiani.

Come molti prima di me, come molti dopo.

Torno per dirvi il tempo che verrà
e sommerà sete a sete, caduta
a caduta, le sottilissime lingue
uraniche e le gialle e ferme nebbie

ma sono indifferenti ai vostri sensi
le grida intraducibili, la verità, il silenzio
uguali il presagio e il profondo sonno.

1 T.S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock

*

Una visione

Sfilano in basso boschi densi di cerri e faggi:
sono fruscio o remigante?
palpebre spesse (anche das innere auge
l’occhio interiore
è diventato opaco)

ma ci sarà tempo, ci sarà tempo
davvero, J. Alfred?
non per cento, ma per una visione
ci sarà ancora tempo?
(speranze e azzardi sono differenti
a vent’anni, l’avrai compreso questo,
questo l’avrai sentito – e presto, credo –
tra i denti e le dita, senza aspettare
che si disperdessero vini a sera)

e tornerei e torno sulle mie orme:
minute creature una ad una le stanno cancellando
oh sì, Tiger il Navajo le saprebbe seguire,
nel suo alfabeto di fumo salvare
il racconto per l’attimo senza vento

le nubi piangono fuliggini e mirra
e sfilano, sfilano in basso boschi

in quale stanza d’acqua dimoro?
in quale cavità della stagione
morente, io e te aspetteremo?

*

Su logore metafore di clepsamie

Tutto il mio tempo è un singolo granello
di sabbia, la certa caduta, l’attesa
di nuova mano che riazzeri il mondo

ma Alex ha tredici mesi e compie i primi passi e cade
senza dolore. Si rialza veloce
lo sguardo all’infinito il muscolo ciliare
da fortificare. Per quale caso
l’esatta simmetria della clessidra
riflette i suoi fotoni, accoglie nello spettro
strettissimo tra il rosso e il viola l’orma
del presagio, la grigia profezia?

Vedete che non bastano
le quattro dimensioni
dello spazio
e che l’intruso non è il tempo ma la mano
che senza un motivo lo capovolge?

E cosa mi dite di Luc, del suo modo
di guardare? Luce negli occhi. Marmo,
petali, la punta della matita
colorata, l’immobile clessidra
deposta sopra un piano orizzontale.
Un uomo che riposa a tempo fermo.

Vedete che non basta riportare
come prima lo strumento perché
ritorni indietro la stagione, e che
anzi riprenda, immune al paradosso,
a scorrere e a cadere.

E così che Maurice, cha ha qualche anno in più
passando le notti a testa in giù
come l’Appeso sull’abisso
vorrebbe ritornare nel ventre di sua madre
nella carezza della sola mano
nel prato azzurro prima d’ogni scelta

ma si risveglierà ancora un altro giorno
avanti.

*

(Ma che vuol dire ho perso anni)

Ma che vuol dire ho perso anni
in questa o quella vicenda della vita?
Forse un amore, un amore finito
è un tempo che non vive, o che non ha vissuto?
E il gioco, l’indolenza, il vizio più abrasivo,
raccogliere le olive e il mais, cercare
di salvare l’ala a un pipistrello?
E seminare zolle che non daranno frutto
e scrivere versi che non troveranno
voce? E costruire muri che crolleranno
quando giungerà il tempo della resa:
è tempo che si è sprecato,
sperdendosi come acqua di rivi?
(che pure tornerà in pioggia e mare…)
E fossero anche anni nel sonno
più profondo, quello privo di sogni
nel coma che nulla sente e sogna:
potrei mai dire: è tempo perso?
pensare mai: è vita dissipata?
se ancora io – in quest’età che si denuda
neppure so dare, della vita, una definizione…

****

FIVE INEDITED POEMS OF ALFREDO RIENZI

Four Observations About the Woods

It is impossible to enter if first
you don’t come from the outside (Dante, Convivio, II, 1)
Deep green, impenetrable shadow
on the hill, a vegetable mas
mute and amorphous horizon:
this affirms Lennard, is the forest

but Abel knows: these are oaks and beech trees:
the season of the narcissus will come
lost in its steps and names
they know our own eyes, having seen them
take shape in the stomach, dark pearls.

Beyond, inside, just another opeque sees
not this one measured by hours
and Morgana doesn’t know if she will stay awake
or dream he assaults of the scoop owl
translating the breaths and the unquiet sapwood
she who reads the ciphers of branches,
and knows the angles of departure.

But which senses make blue the song,
the flight of thorns, their raindrops?
She has all the names:
forest, tree bark, leaf, lymph underground
and sublime fire,
white and red growing and offering itself.

It moves on, unseen, unheard.
What is this devouring nothing?
These hands, let them stay to doubt..

I AM LAZARUS, RETURNING FROM THE REIGN OF THE DEAD

“I am Lazarus, come from the,
come back to tell you all, I shall tell you all” (1)

at the end of the news I truly would have
revealed everything. Or, at least,
a lot, a lot indeed
more than you would ever know
but you were dispered, seduced
by your daily ending of the world
like ants comanded
by the smell of a tiny sweet grain

To you I would have confessed, as a start,
that I never was really dead
the worms and the wrappings
and my sisters’ laments and the sepulchre
were a trap for the Guardians.

Like many years before me, as for many years after.

I come back to tell you of the time that will come
adding up thirsting to thirsting, fall
after fall, the thinnest of uranus-like tongues
as well as the yellow, still fogs

but they are indifferent to your senses
and the untranslatable screams, the same truth,
the silence presage and deepest sleep.

(1) T. S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock

One Vision

Dense woods of turkey oaks and beech trees
unfold at the bottom: am I whisper
or flight feather?
thick pupils (anche das innerer auge
the inner eye
has become opaque)
but there shall be time
don’t you think, J. Alfred?
not one hundred per cent, but for one vision
will there still be time?
(hopes and hazards are different
at twenty years, this you have understood
you will have heard – and early, I believe –
between teeth and fingers, without waiting
that wines and evenings would be dispersed)

and you will return, I will go back on my tracks:
minute creatures one by one erasing them
oh yes, Tiger the Navajo could follow them,
in its smoke alphabet would save
the tale before the instant without wind

the clouds cry ashes and mhyrr
and unfold, unfold the woods below

in what water room do I live?
in what hole of the dying
season will you and I await?

Of Wornout Kleptosamic Metaphors

All my time is a single small grain
of sand, the sure fall, the awaiting
for a new hand that will zero out the world

but Alex is just thirteen months old, takes his first steps and falls
without pain. He stands up quickly
his look to the infinite, the ciliary muscle
must be strenghtened. For what purpose
the exact symmetry of the clepsydra
reflecting his photons, absorbs in the narrowest
of spectrum between red and violet the imprint
of premonition of a gray prophecy?

See that the four dimentions
of space
are not enough
and that the intruder is not time but the hand
running it over without reason?

And what do you tell me of Luc, of his mode
of looking? Light in the eyes. Marble,
petals, the tip of a coloured
pencil, the still clessidra
placed on one horizontal plane.
A man resting during motionless time.
See that at first it’s not enough f
a registring instrument so that
the season returns, and indeed it would
it would start up again, immune to the paradox,
to stream and fall down.

It is thus that Maurice, some years older
passing the nights head upside-down
like the Hanged above the abyss
would like to return to his mother’s womb
to the caress of the one hand
in the cerulean field before any other choice
but will wake up ahead again
for another day.

(But What Does It Mean That I Lost Years)

But what does it mean that I lost years
in this or that instance of life?
Maybe one love, a finished love
It is a time that doesn’t live or hasn’t lived?
And the game, the lazyness, the most abrasive vice,
gather olives and corn grains, try
to save the wing of a bat?
And planting land clods that give no fruit
and write verses that won’t find
a voice? And building walls that will fall down
when the time of defeat will arrive:
it is wasted time,
disappearing like waters of rivulets
(it still will return as rain to the sea…)
Were these also years of deepest
sleeping, the one without dreams
in the coma that feels and dreams nothing:
can I ever say it is time lost?
never think: is it life wasted?
And even if I – in this dissipating life–
I am unable to define what is this life …

© 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of Five Poems by Alfredo Renzi, published by Flavio Almerighi su amArgine. All Rights Reserved.


Alfredo Rienzi, nato a Venosa nel 1959, risiede dal 1963 a Torino, dove esercita la professione di Medico. Nel 1993 ha pubblicato Contemplando segni, silloge poetica vincitrice del X Premio “Montale”, in Sette poeti del Premio Montale, (Scheiwiller, 1993, pref. M. L. Spaziani); i successivi volumi sono Oltrelinee (Dell’Orso, 1994) e Simmetrie, (Joker, 2000) e Custodi ed invasori (Mimesis-Hebenon, 2005) in parte confluiti ne La parola postuma. Antologia e inediti, pubblicata da Puntoacapo Ed., Novi L., 2011, in quanto opera vincitrice del Premio Fiera dell’Editoria di Poesia (con pref. di G. Linguaglossa e postfazione di M. Marchisio). L’ultimo volume in versi è Notizie dal 72° parallelo (Joker Ed., 2015) Premio Civitella-Pelagatti, con traduzione in alfabeto Braille, e Premio Metropoli di Torino.

Ha all’attivo collaborazioni e/o contributi creativi e critici con numerose riviste e siti di poesia e letteratura nazionali ed è inserito in varie Antologie critiche sulla poesia contemporanea (tra cui: G. Linguaglossa, La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte, 2002, e La nuova poesia modernista italiana, EdiLet, Roma, 2010; S. Montalto, Tradizione e ricerca nella poesia contemporanea, 2008; L. Benassi, Rivi strozzati – Poeti italiani negli Anni Duemila, 2010; G. Lucini, Poeti e poetiche-I, 2012).
Ha partecipato alla traduzione di OEvre poétique di L. S. Senghor, in Nuit d’Afrique ma nuit noire – Notte d’Africa mia notte nera, Harmattan Italia, Torino-Paris, 2004, a cura di A. Emina. Come saggista ha pubblicato Del qui e dell’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea, Dell’Orso, 2011, Finalista a Premio Soldati-Pannunzio 2016 e Premio per la saggistica Metropoli di Torino 2016.

Attualmente collabora con i comitati di redazione delle collane di poesia di Joker Editore. È tra i collaboratori e sostenitori di Amado mio, foglio letterario torinese fondato nel 2014 da Marcello Croce e Luca Borrione.

Due estratti da Coscienze di Mulini a Vento (2007) con trad. di Adeodato Piazza Nicolai

Questi due brani sono tratti da una pubblicazione semi clandestina di una decina di anni fa. Il primo è un frammento dei così detti ASSIOMI che penso, rappresentino ancora uno oggi dei miei vertici. Il secondo, 1964 Domenica Pomeriggio ricevette “l’onore” di una recensione da parte di Maurizio Cucchi sul settimanale Specchio della Stampa, ma non ci capì granché. I due pezzi sono contenuti nell’ebook antologico Cerentari, che potete scaricare gratis qui sotto.
flavio-almerighi-cerentari-1998-2017

**
poesia ispirata a un sogno
caduto a terra
tra finale e titoli di coda

lo sfondo, nero

Mi piace essere stanco
di sonno lieto
e frequentare pallide
spiagge in ombra
con tettoie
di gente coperta
che sta talmente male
da non rinunciare ai cani
nemmeno in riva al mare.

La ragazza bruna
col bikini bianco
promette amore eterno
mai promiscuo,
soltanto eterno
poi,
sentendosi tradita,
si lascia
perdere di vista.

La distinguo netta
fuggire
in mezzo a corsie
di persone
che stanno così male
da dover portare
i cani al mare,
poi sono preso
e rispedito al fronte.

**

1964, domenica pomeriggio.

Mamma cuciva
e teneva un pugnale
sotto la gonna,
stravagante lama
cui non chiesi mai colpi
soltanto, curioso,
lezioni di vita.

Niente è più umano
che osservare
il tempo monatto
caricarsi le stoffe
e ossessioni
dal sorriso sciupato
di eleganza scaduta.

Mamma cuciva
maniche e rancori
col suo ago più lungo
e guardavo le dita
smaltate di niente,
montate su mani
come le mie.

*****

from: AXIOMS

poem inspired by a dream
fallen on earth
between the final and ending titles

the blackground, black

I like being tired
with a light sleep
and frequent faded
beaches in shadows
with rooftops
of covered persons
who suffers so much
not wanting to renounce to doogs
not even on the sea shore.

The dark-haired girl
with white bikini
promises endless love
never promiscuous
only forever
then,
feeling betrayed,
she
disapears.

I see her clearly
running away
along pathways
with people
feeling so badly
having to take dogs
to the seaside,
then I recovered
being shipped again to the front.

*** *** ***

1964, Sunday Afternon

Mother was sewing
she kept a knife
under her gown,
too long the blade
never used to strike
only, curiously,
a lesson for life.

There is nothing more human
than to watch
the sick time
dressed with rags
and obsessions
with withered smile
of decayed elegance.

My mother sewed
grudges and sleeves
with the longest needle
watching her fingers
painted with nothing,
mounted on hands
like my own.

© 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of two poems by Flavio Almerighi. All Rights Reserved.

Centro città (trad. Adeodato Piazza Nicolai)

vidi un cavallo bianco
fuggire dal centro città
la nebbia, colpita
da fervida illuminazione,
virava tra viola e blu

vuote le strade
pieni di feste tutti i saloni:
le donne bianche erano belle,
con quell’aria ossigenata
da monumenti ai caduti
tornavano tutte le sere

gli specchi in frantumi
volarono via tagliando l’aria
assieme alle voci
allo spavento di Clara,
le grida mostrarono i denti
non una radio dette la notizia.

Centro città non c’è più:
si è salvato
solo quel cavallo bianco
*
CITY CENTER

you see a white horse
run from the center of the city
the fog, wounded
by bright illumination,
changed from violet to blu

empty the streets
the bars full of parties:
white women were lovely,
with their oxigenated air
of monuments to the fallen
returning each evening

mirrors flying in pieces
cutting the air besides the voice,
frightening Clara,
the screams showed their teeth
no radio giving the news.

the city center lives no more:
only that white horse
was spared

© 2018 Translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem Centro città, by Flavio Almertighi.
All Rights Reserved.

letture amArgine: Memoria, inediti di Luigina Bigon, Adeodato Piazza Nicolai, Giovanni Sato, Lucia Gaddo Zanovello

Questo post è bellissimo, gli autori hanno spontaneamente messo a disposizione i loro testi per indicare che Memoria non è formalità e retorica, ma è diritto e dovere. Ringrazio quindi Adeodato Piazza Nicolai, Lucia Gaddo Zanovello, Giovanni Sato e Luigina Bigon. Non era mai accaduto che poeti mettessero a disposizione del blog, così generosamente, alcuni loro lavori. Li corredo con la foto di un sasso trovato per caso a Dachau nell’estate 2016, non so se lavorato intenzionalmente o dovuto a rimbalzi e intemperie, ma a mio avviso però mostra il bene e il male che è in ogni persona. Grazie

I FIORI DI AUSCHWITZ di Adeodato Piazza Nicolai

Affaticati spuntano ancora
i fiori di Auschwitz,
troppe ceneri
sulle quelle lande polacche
ingrassate dalle morti
di tanti sotterrati.
Sorelle, fratelli venite
di nuovo
in questo mondo impazzito
da tenebre, pogrom
gulag e guerre, femminicidi
emigrazioni infinite/sfinite
Questa
non è poesia ma l’urlo
di chi
più non crede nell’uomo.

© 2018 Adeodato Piazza Nicolai

*
THE FLOWERS OF AUSCHWITZ

Exhausted, again blossom
the flowers of Auschwitz
too many ashes
in these Polack fields
made fertile by death.
of so many buried bodies.
Come again
you sisters & brothers
in this crazy world
of darkness, of pogroms,
of gulags & wars, of femminicides
of tired, endless migrations.
This isn’t a poem but the howl
of one
who cannot
any longer believe in man.

© 2018, English translation of the poem I FIORI DI AUSCHWITZ
by the author. All Rights Reserved.

*
CAMPI DELLA MEMORIA di Adeodato Piazza Nicolai

1.
Li chiamavano campi di accoglienza.
Possibile cancellare dalla mente, dal corpo
manganellate soprusi scosse elettriche
sete fame, ovunque pulci scarafaggi: il male
assoluto, la soluzione finale? Morire, ecco
l’unica fine per diseredati, ammalati
alienati da leggi nazi-fasciste! Scappare era,
sempre, l’unica risposta. Braccati assediati
da can-lupi e soldati. Zingari, Ebrei, omosessuali;
i non-ariani trattati peggio di tutte le bestie:
gli inutili alimentano forni, gli altri a massacranti
lavori. Bambini, specialmente gemelli, nelle grinfie
del pazzo dottor Mengele… Maledette le S.S.
senza onore, senza coscienza. Vigliacchi crudeli.
La Storia per cosa conta? Chi la racconta?
Urlano ancor i negazionisti, i neofascisti. Casa Pound
perché esiste chi e che cosa nasconde?

2.
Heil Hitler.In Germania, chi ascoltava i Rabbini?
Evviva Mussolini. Chi ha ucciso Nello e Carlo Rosselli,
imprigionato Antonio Gramsci, martoriato esiliato
e poi ucciso migliaia di dissidenti? Quanti milioni
gassati e poi sepolti nei lager di concentramento?
Evviva voi muti-ciech-sordi: voi menefreghisti che ancora
negata la Shoàh– Buchenwald, Mathausen Auschwitz.
Alla riscossa voi lestofanti, leccaculisti, arrivisti fascisti
e popolo bue. Volevate colonie: Abissinia Somalia Eritrea
tutte italiane Meglio essere ultimi che derisi dalle grandi
pre-potenze d’Europa. O deficienti, illusi. Soldati con carri
armati di latta, mitragliatrici inceppate, vecchi fucili

voi ubbidienti, imbambolati poi immolati per nulla.
Sconfitti, tornerete a casa con un pugno di mosche. Cosa
insegna e racconta la solita Storia? Credo un bel niente …

© Adeodato Piazza Nicolai

*

DALLA CORNICE di Lucia Gaddo Zanovello

Avrei voluto
che questo sole ci scaldasse il cuore insieme
invece picchia, secco sasso, nel ricordo
e l’incantato albore dei giorni trascorre lontano
dalle nostre pallide mense
abitate dalla tua ombra chiusa in una foto,
oracolo velato di baci mai posati.

Ci furono compagni arbitrio oscuro e il male
e il destino nostro reciso rovina
nella miseria amara dell’arroganza
nell’empia indifferenza di chi vede
i nostri passi stenti di passero nero
affondare offesi nel fango
gravi di ingiurie.

Non ai confini ora, ma tra i fratelli
perdurano protervi giorni
e consumano gelidi la fiamma che è data
fra la candida neve della vana speranza.

Ma tu abbi luce anche per noi, amore,
e guardaci da questa nuvola bianca
che sfila alta nel cielo
guardami, nel luogo che volesti per noi,
libero e puro
e inventami, che tra i vivi vive
l’anima mia
che ti appartiene.

©Lucia Gaddo Zanovello

Dalla cornice è la poesia scritta per il nonno Attilio, morto di stenti e di consunzione a soli 49 anni, nel novembre del ’44, in Campo di prigionia ad Hammerstein e stampata nel libretto ricordo a lui dedicato Buona parte del giorno.
*

Lasciami urlare! di Giovanni Sato

Ho toccato il ferro che ti ha portato:
ora non va per vie ferrate
e nel buio chiuso dal filo
non ci sono pianti
che cercano di uscire.

Lasciami urlare!

Non può
essere che domani
tutto svanisca nell’aria
e l’indifferente riso
torni così come niente
fosse mai stato.

E chi passa fotografa per gioco,
chi cammina distratto non si accorge.

Chi Sa fa vinta di nulla,
e di voi
che avete tremato nudi nel freddo,
voi che siete passati per la porta del non ritorno,
di voi rimane un profondo solco

che ci separa dal vostro paradiso.

©Giovanni Sato

*

GLI ORTI DELL’OLOCAUSTO di Luigina Bigon
Auschwitz

Angeli e demoni ad Auschwitz.
Dalle oscene ciminiere sale il rosso
delle ceneri, si consuma nell’aria
va ovunque sui campi sulle strade,
sulle case di campagna a profanare
gli orti dell’olocausto. Un silenzio
gravido come un mantello nero
chiude ogni bocca, spegne ogni mente
mentre giovani vecchi madri e bambini
muoiono nei forni crematoi.
Qui nei campi di sterminio
ci tengono alla pulizia:
niente cappelli lunghi per i pidocchi,
niente vesti: ci devono lavare
disinfettare… Nella misera nudità
nascondiamo con le mani
il pudore dissacrato,
ma crediamo ancora. Il respiro
ci addormenta lentamente, persi
per sempre in un lager senza fine.

©Luigina Bigon
28 GENNAIO 2018

*

ERO SOLO UN BAMBINO di Luigina Bigon

Ero solo un bambino
non dovevo morire,

non volevo morire.

Guardavo altri bambini
scheletriti, io risucchiato
non avevo più parole,
solo sguardi denutriti.

Dov’era mia madre,
dov’era!? Straziata,
sparita dentro una strada
nera. Mio padre …

mio padre insultato,
preso a calci, fucilato.

Non avevo più lacrime,
non avevo più cuore,

ero inzuppato d’orrore,
la mani fredde il viso
unto d’innocenza,
abbandonato nel covo
della morte.

Ero solo
un bambino che voleva
cambiare il mondo …

Sono diventato incenso
per gridare al mondo

non lasciarti perire.

Ero solo un bambino
non volevo morire,

non dovevo morire …

©Luigina Bigon

I WAS ONLY A CHILD

I was only a child
I should not have died.

did not want to die.

Looking at other children
skeletons, I wasted away
without any words,
my stares wasting way.

Where was my mother,
where was she? Destroyed,
vanished in some black
street. My father …

my father insulted,
kicked around, then killed.

I had no more tears,
I had no more heart,

I was soaked in fear,
cold hands, my face
dirty with innocence,
thrown into the teeth
of death.

I was only
a child who wanted
to change the world …

I only turned into incense
howling to the world …

do not let me perish.

I was only a child
not wanting to die,

I did not have to die …

© Luigina Bigon, English translation
by Adeodato Piazza Nicolai
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