Ascolta & Leggi: Sharon Van Etten, Seventeen – Antonio Bianchetti, Poesie inedite

Antonio Bianchetti, un amico, un coetaneo, un conterraneo (è di Forlì, malgrado si sia trasferito a Como e parli con spiccato accento lumbard); molte le cose che abbiamo in comune, in musica e parole. Il suo amore per la poesia è conclamato e tanta ne propone sul suo bellissimo blog:
https://antoniobianchetti.wordpress.com/
da lui si ascolta, legge e beve di tutto. Garantisco, è roba buona. Oltre che scrivere ottima poesia, anima da anni il Gruppo Acarya di Como, persone amanti della buona poesia. Come del resto lo è la raccolta di suoi inediti qui sotto, degni del poeta raffinato che è. Buona lettura.

PULIZIE DI STAGIONE

Quest’aria non ci ha mai lasciato
perché lo sguardo
è la misura infinita di questa casa:
stanze che ci chiamano per nome
e noi rispondiamo controvoglia
a volte
ma
è sempre così

facciamo la polvere agli anni
spostiamo i nostri nomi
cambiamo la posizione di un quadro
come se i gesti fossero necessari

I pennelli passano e ripassano
sopra le nostre parole
e cambiano il colore
dei movimenti
identici da sempre

poi
apriamo tutte le finestre
cercando un futuro da rinnovare
o un profumo che aspetta l’estate

*

LE VOCI CHE NON RITORNANO

Anche il giorno è finito
e il sole non ha riscaldato
queste stanze che si muovono incerte
sotto le nubi

Eppure ci piaceva la pioggia
la libertà vissuta come un gioco
quell’ improvvisa luce
dopo il temporale

Sarebbe troppo facile
parlare di arcobaleni
o di orizzonti verdi
quando ti guardavo

Ma il colore dei tuoi occhi ora
non corrisponde
alla tinta di queste pareti

Le porte sono sempre aperte

le voci entrano ed escono
spaventate dal silenzio

Entrano ed escono
e non ritornano

*

I DISCORSI DI IERI

La sera apre e chiude in fretta
le porte
dietro al mondo degli altri
e nessuno ricorda le parole
pronunciate nelle ore di luce

La notte cambia sempre
i contorni delle montagne
e quando l’aria
scende sulle valli
rimarrà il buio
dentro a quello che avevamo detto
Rimarranno le speranze
identiche alle foglie
che ci hanno abbandonato

A volte
l’alba tarda ad arrivare
come se i peccati
fossero dei sogni muti
che decifriamo troppo tardi
e le voci
si addormenteranno ancora
intorno all’inquietudine
di ricominciare a parlare

Alla fine il sole arriverà
come d’abitudine
e nessuno si chiederà
perché il tempo
si ripropone identico a se stesso
uguale ai nostri discorsi
dimenticati

*

PRIMA E DOPO L’URAGANO

Anche ieri pioveva
per contare la bellezza
di tutte le parole
ridiscese finalmente libere

La folla si è fermata ad ammirare
quanta acqua
veniva data loro
e poi
quanta dolcezza rimaneva dentro
oltre quelle pagine che si richiudevano

A volte basta guardarsi

a volte basta perdersi

Anche oggi piove
ma è diverso perché
le persone sono sole
e cercano d’inventarsi un sorriso
che si nasconderà nel buio

Si svolta l’angolo e scende la notte
aspettando un sole
che forse arriverà
senza domandarsi niente

senza sapere se un altro cielo
sceglierà
dove far cadere un altro uragano
insieme a un altro silenzio

*

PIOGGIA GELIDA
(lamento di un pupazzo di neve)

Non posso che assimilare torture
mentre il tempo ustiona il silenzio
luce divelta dalle urla
paragoni che s’intrecciano
sul viso sfatto
lacerato dai tagli delle chiacchiere
come se il passato
fosse solo un’invenzione

La decomposizione delle forme
aumentava le paure
che più profonde ho colto
trasfigurate come sagome di facce
nei luoghi aperti dell’immobilità
nei deserti chiusi dove ognuno
ha una colpa da nascondere
Ma
è alle sue origini
che voglio tornare
degustando la vertigine che affiora
e che ormai
troppo spazio ha aperto
Eppure
ogni mattina mi adagio
a rintracciare echi
di inganni e di massacri
a sciogliere
insieme alla mia pelle
voci confuse e note
e bombe termonucleari
dentro alla chiusura di una palpebra
Tra tutte le voci del giorno
lento svanirà
il solitario tormento
fioco monologo perduto nell’alba
pronto a lacerare la prossima luna
grido mannaro
che ripopola gli squarci
come se l’acqua fosse
un rigagnolo di sangue

*

LIPOSUZIONE

Le cene sono rovinate a volte
da liste d’ ingredienti sbagliati
come un passato non gustato
dentro a piatti che non ci appartengono

dove ognuno mastica da solo
dove ognuno beve le sue ore

anche se ieri un cuoco inesperto
voleva togliere
un po’ di grasso dall’ amore

I viaggi sono cambiati a volte
dalle terre troppo estese per un passo
e dal presente non si elimina
la complice stanchezza di una pausa

dove ognuno si volta sempre indietro
dove ognuno fruga nella sua ferita

anche se oggi un vagabondo stanco
vuole togliere
un po’ di grasso dalla vita

Gli sguardi sono confusi a volte
dalla miopia che sfoca gli orizzonti
e nel futuro non vedremo
il sogno del proprio panorama
dove ognuno crede nella sua pazienza
dove ognuno si perde nella sua amnesia
anche se domani un poeta illuso
vorrà togliere
un po’ di grasso alla poesia

*

TERMINAL

…e invece devi partire
anche se nei posti vuoti
qualcuno è stato dimenticato

o si è nascosto dietro ai confini
che separano mondo e latrine
nonostante le attese
…e invece devi iniziare
come se il giorno avesse
un’infinita serie di biglietti

da mostrare al tempo
e ai responsi di condanne
solamente obliterate
…e invece devi carpire
la smorfia l’espressione
gli occhi truccati

dalle torture
che mummificano il vento
tra cobalto e screen-saver
e non guardare dove le parole
hanno significati vicini al mutamento
se ascoltate
nell’orgia di un megafono
o sull’orlo di un respiro recitato
prima dell’arrivo
Terminal…
e invece devi partire

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Valerio

La verità è tutta in quel portare
con dignità il tuo pezzo di carne
in Croazia, sono certo non ti deluderà.
Leggere, scrivere, far di conto.
Disperati come pochi non sappiamo
se riusciremo a lasciarci dietro
un simulacro o una stele.

Tra poco, superato il disgusto
per tutto questo inutile far di conto,
non ci vedremo più: per te
un altro impiego, per me un’altra vita.
Stona l’orchestrina sul Titanic,
sembravano luci, erano soltanto stelle.
E non conosciamo la musica.

La costa di fronte è frastagliata,
l’acqua più pulita, arieggiata
senza una traccia di sabbia.
Qui siamo più opachi, sporchi,
delicatezza è un verbo sconosciuto.
Com’è difficile salvarsi, se tutto
è pronto a sommergere l’Atlantide.

Verità è sapersi voler bene.

in basso a destra

qualcuno, sempre in basso a destra,
ha un’aria da fine impero, all’ultimo
sopravvive ammaccato: giù da terra
guarda e si nota parecchio tormento.
era così, anche durante l’occupazione,
innamorato delle maestrine, pronto
a fuggire al primo soffio d’aria cattiva,
diario nascosto, pantaloni cortissimi,
troppo per la sua età, e oggi
sembra dire, sono qui e non mi va
perché sono venuto male,
per tutta la vita mi rideranno dietro:
com’eri buffo! Sei tu in questa foto?

La virata in bianco e nero, insolente
scoloritura d’autore che, potendo,
nuoce ancor più, soprattutto in basso
a destra, dove i reietti irrigidiscono.
non parlano, non fanno domande,
specie quelle inutili, senza risposta
a destra dentro la busta della spesa,
a sinistra nel sacchetto dell’immondizia

Il Senio

Il Senio c’è sempre stato.
Perfino la trattoria
dove andavo a pranzo
nei momenti importuni di solitudine.
Un tempo scorreva un po’ più dentro,
trovammo molti Longobardi
addormentati senza essersi accorti
che il torrente stava deviando.
Mio nonno ebbe l’idea,
non proprio azzeccata,
di farsi casa vicino all’argine:
ancora oggi tutti ricordano
il lungo, sciupato, autunno inverno
della Linea Gotica.
L’Emilia lo attraversa
su un ponte sempreverde, scavalca
molti sassi, acqua stagnante,
correnti impetuose da far paura
due, tre volte l’anno
se non sta il tempo.
Il Senio ha sempre funzionato,
madre, padre, semplice conoscente,
fratello no: Caino e Abele
sono stati un cattivo esempio.
Il Senio va via
con poca acqua, sempre in piena
per tutto quanto lascia.

Neve in Val Padana

Oggi neve in Val Padana, rimesto
appetiti da provetto cantautore.
L’effimero ha una certa durata,
dalla mano di Dio e giù per terra.
La neve è un pannicello caldo
se raffrontata all’uomo.
Nevica, o gli Ebrei stanno urlando?
Gli Omosessuali, i Dissidenti,
i Vagabondi, gli Arresi, gli Zingari,
i Matti, i Preti, invece?
Dirai tu.
Urlano insieme, polveri nell’aria,
ognuna dal suo triangolino.
Ricordo ancora il dolore a dachau.
Dopo il Carmelo un tedesco mi intimò
rauche nicht! Ero vicino al crematorio
di fronte alla baracca X.
Lo mandai, in perfetto italiano,
a cagare. Lui e tutti i suoi padri.
Se ne andò inseguito dalle Vittime.
Sono nell’aria, gridano tutte:
ognuna al proprio dio assente.

alcuni sono caduti

Dentro un variopinto d’ali
ogni albero ripone il vestito,
senza troppo esitare lo getta
sulle panche del viale.
Un volumetto giace dimenticato
con le sue pagine arricciate,
difese da una copertina stinta
ingrossata d’umidità.
Gli alberi contano ricordi
di vecchi tigli appassiti in anni
da cui una pace apparente
ha truccato le carte ai passanti.
Faccia a faccia, bianco e nero,
alcuni sono caduti,
altri impazziti di freddo
hanno cambiato nome, faccia no.
Non erano ali le foglie
cariche d’estate interminabile:
ognuna coerentemente diversa
alle vicende di chi l’ha preceduta.

imperativo imperfetto

Casomai, sul Delta forse,
avremmo trovato in tanta palude
una bella casetta di legno,
distillato acquacalda illegale,
ogni giorno ci scalderà. pensavo
l’imperativo imperfetto
del verbo Amare muore
della stessa fiamma

allontanate tutte le zanzare,
ci saremmo amati dove per sempre,
quando avevi la metà
dei tuoi anni anche meno.
Imitando ritorni e partenze
della risacca, lontano dal mare
e con molta vertigine,
specie durante le piogge

questa notte, Signora,
debbo averti torto un capello
a tal punto che,
nei giorni a venire,
attenderò chiuso in casa, tornare
l’onda violenta,
in compagnia del coltello
conficcato sul dorso