Animali d’indole mansueta

Il vento scarmiglia da sé,
del resto ogni amore
ha un tappo nella sua bella chiglia
soltanto da trovare:
amori pronti ad attraversare strade
durante le ore più acuminate
a semaforo brutalmente rosso

il sole viaggia strade gonfie di sterzate
con pregressi di pioggia
perdono ogni speranza d’asciutto
mentre il freddo inferocisce,
interferisce, rende cattivi
animali d’indole mansueta.

pietre d’inciampo

un giorno scrissi
alla signorina Vila,
che non rispose
perché era in viaggio

indugiano nuvole al lamento
la grandine a dicembre
lascia sbigottita Trieste
dai fasti perduti, lasciati
in nome di leggi razziali
e indicibili tormenti

a volte, turisti distratti
inciampano in qualche ottone
promemoria di vergogne,
dovevano essere sacchi di riso
sono state ceneri
nascoste e disperse

tra nuvole
ancora inclini al lamento
gli stabilimenti abbandonati,
più avanti l’aria battuta
elegante di una signora
già bella ai suoi tempi

farà neve,
il mondo dice belli
i peggiori tempi della vita
su pianure senz’anima
e laghi poco profondi
virtù fra tante necessità

Preparate i balconi 25

Sono scazzato, annoiato, inacidito e mezzo lockdownnato. Una due maroni di domenica da giorno dei morti Ter.

EPIFENOMENOLOGIA DEL TIRACULO. Cos’é un epifenomeno? La scienza medica definisce tale un effetto collaterale. Esempio, se ti sputo addosso (anche in testa dal mio bellissimo balcone pronto alla quarantena, e con cinema all’aperto) e ti buschi il vairus, il contagio è un epifenomeno, cioè un effetto collaterale al mio sputazzo e alla tua incazzatura.
Era da dire che finiva così, e per questo mi tira fortissimamente il culo.
La politica e la burocrazia parassitaria hanno le loro colpe, ma ognuno di noi si senta responsabile, a partire da tutti quei coglioni/e che hanno girato con la mascherina al gomito perché così facevano tutti. Vogliamo anche parlare di quelle dementi (erano tutte donne, comprese diverse menopause) che ieri sera hanno fatto la bicchierata d’addio al bar di Bedoncino, senza mascherine, distanziamento e tricchitracche? Ad alcune avrebbero anche donato.

Un particolare vaffa a tutti quei coglioni di esperti che non capiscono un acchio. Approposito! Forse non tutti sanno che la casa farmaceutica produttrice del vaccinone 10% sfiga è la stessa che inonda il mondo e le prostate, altrimenti inutili, di viagra?

Ascolta & Leggi: Prokofiev con poesie di Beatrice Niccolai

“Beatrice, volare così in alto da afferrare la preda ambita senza luoghi comuni né vane parole”. (Franco Battiato)

Queste sere

Mi concedo al nulla,
girovagando per quei vicoli nascosti
del mio dentro
confondendoti spesso
con il primo pensiero distante.
Arrampicarmi sugli specchi,
dove, nel tuo riflesso,
trovo il mio cedimento
e una sconfitta
preziosa quanto l’acqua.
Tu non lo sai,
quanti morsi dà al cuore
questa sete.

*

Sulla mietitura del tuo seme

Sei l’attimo distante
in cui tutto succede.

D’improvviso
sulla mietitura del tuo seme
torna a piangere
la pioggia d’aprile.

Guardami.
Sono diventata il tuo silenzio
che s’affaccia ogni sera
come in estate
il vento d’autunno.

Piove ancora
e barcolla la tenerezza
in braccio alla luna
quando toglie le tende
col suo fare stanco,

il giorno
che come mai te,
arriva.

*

Le nostre donne

Le nostre donne siamo noi
e tutto quello che ci contiene
ha odore di biancheria lavata a mano
nello scrittoio dei segreti.
Le nostre donne sono girasoli in fiore
nella battaglia dei giorni
e odore di bucato fresco pulito
sempre steso fuori, dopo il calar del sole.
Le nostre donne siamo sodalizio taciuto
sottoscritto con la vita
la tenacia, la dolcezza, gli errori.
Delle nostre donne, io sono l’errante.
Le nostre donne
parliamo lingue diverse
alla stessa tavola
ma nell’inguine mai interrotto di Dio
lavate dalle stesse acque del Giordano-dentro
bagnate ognuna d’un colore diverso,
insieme,
le nostre donne formiamo
una bandiera.

*

Come le allodole

A te si arriva solo dormendo
quando finzione e sogno
tracciano lo sguardo di un bisogno.

Nulla oggi che ti somigli:
scendi dal mio dolore e cerca l’anima
che in te era dentro ai miei giorni,
quel fantasma nato dalla matita spuntata
del vento.

Quando cadono le assenze
è come aspettare il soldato
che non è mai partito per la guerra
e non sai che divisa indossi;

ogni ramo che nel vento fruscia
canta nella tua voce
melodie per non udenti.

In te diventa polvere
tutto quello che non è sparo.
Anche le allodole aspettano
dopo l’inverno

un altro richiamo.

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Preparate i balconi 10

Parte il concorso Con chi passerai il prossimo lockdown? Ogni dieci confezioni di olio di ricino (che è buono e fa bene) riceverai un bollino da applicare sull’apposita cartolina, è ovvio, più cartoline spedite e più avete possibilità di vincere. Insomma, se ne bevete un’ettolitro, v’irrobustirete a tal punto che anche il vairus al vostro cospetto fuggirà a trombini levati.
Avete scaricato l’apposita app? App de che? E che ne so, voi scaricatela, a qualcosa servirà.
Intanto a Napoli ci sono stati disordini contro il coprifuoco voluto da Rambo De Luca, l’uomo che non deve chiedere mai. Lui se ne sbatte, tanto passerà il lockdown con Rosa Russo Jervolino, una donna una leggenda: l’unica donna al mondo che quando parla sembra Al Jarreau. Certo che alla camorra ‘sto coprifoco rode parecchio, dovrà portare avanti i loschi traffici alla luce del sole (ancora più di adesso), dovrà pagare gli straordinari a quei simpatici manovali motorinizzati e armati fino ai denti. Insomma, i sindacati sono in subbuglio e l’assocamorristi ha già inoltrato una vibrante protesta, oltre alla richiesta a Macron di annettersi la Campania, basterà ritoccare unilateralmente i confini del comune di Ajaccio e il gioco è fatto.

Canzoni d’America

Oggi, 528mo anniversario della scoperta dell’America, il tema non può non essere questo, voi che proponete?


America – Simon & Garfunkel (1967)


I’m so Bored With the U.S.A. – The Clash (1977)


This Is America – Childish Gmbino (2018)


Come un’America – Gianmaria Testa (1996)

Caffè del Mare

attraversando vicoli,
tagliati quartieri
dove le ferite sono più recenti,
panni stesi sfidano
previsioni di pioggia

oltre fitte di cemento
il parapetto in ferro vissuto
l’infinito di sole,
inafferrabile più in là
la tranquilla meraviglia
d’acqua su cui specchiarsi

scrivo per il tramite
dei tuoi occhi

niente è più reale del silenzio
attenuato dai movimenti
e dal respiro, tutto splende
ma, peccato, nemmeno un bar
per poter chiedere un caffè

il Castello

chiuso nell’abitacolo di pioggia
un carico di ciottoli sul cuore
che, battendo dietro la maglia,
non vede la strada bagnata,
le buche, qualche risalita
costata cara anni fa,
non c’è sentore di destini
ancora da ritrovare;
le carte dicono il Castello
in lontananza, la musica copre
sensazioni più taglienti,
pericolose da rimanere carne bianca,
consumati i denti
da uno stridore non voluto,
re sole si diverte dietro le nubi

Viabilità

sono piene le strade
di miele gettato ai fossi,
basterà trovare forza
per non rimanerne sedotti
e scarpe necessarie
a ricordare
la via della Capitale

non fidarti del navigatore
le sue isole cambiano posto
in sequenza molto rapida,
a ogni piccola caduta
le ginocchia lacere e confuse
sapranno buttare qualcosa
che non sia dolore

cecità infinita
nel respiro trattenuto
di quanti non sanno
di essere nuotatori all’alba,
camminatori ogni notte,
quando lo strascico più nero
intravede un’altra vita

Ho un libro pronto

M’incontro periodicamente, non so
stia bene o male e poco importa
sia sereno, piova, afa o freddo,
argomenti di conversazione futili
e utili a tenere caldo il ferro.
I sogni, invece, fanno parte della notte.
Quelli a occhi aperti sono inutili.
Credo anche di aver sognato,
ma non ricordo bene la trama
e quante pagine fossero.
Adoro il profumo di stampa fresca
di un volume nuovo, lo trovo legittimo
e denso. Spesso mi chiedo
cosa sarà di me, quanti possibili destini
abbia ancora a disposizione,
ma finisco per sembrarmi patetico.
Onestamente non mi sopporto.
Ho un libro pronto, lo scriverò
soltanto alle mie condizioni
non certo per compiacere editori
e critici da sbarco.