Signor Catone

Irrilevante come tu solo sai essere,
dopo la svendita dell’ultima idea
all’incanto di pochi paraculi senza dote
per questo disposti a seguirti,
a farsi prendere il polso e la manina
per scrivere come vuoi tu,
che non guardi in faccia a nessuno
e smussi gli angoli alle piramidi
per dimostrare di avere ragione,
(dica caro Pasolini, come fu davvero
la seduta spiritica, cosa le fecero dire?)

pur di cavalcare giganti per te
sconosciuti, ma che assicuri
di avere conosciuto, e le prove
del movimento date in pasto
ai creduloni sembrano vangelo
non so secondo chi, ma secondo te
che sei nessuno per i pochi in buona fede,
quando porti a spasso l’ostensorio
con la mummia rinsecchita
di chi serve alla bisogna
per mostrare i tuoi bei bargigli
ohitè mai stati rossi
a buffoni che t’ignorano e continuano;
racconta, l’incidente come avvenne?
Senza parlare di uova con due tuorli
o tre, di quel riflusso gastrico
che seguiti a spacciare assoluta novità,
sintesi estrema di sei sette donne
che te la diedero per fare opera buona:
ipercritico nell’iper strazio
mettesti il posteriore all’asta
senza trovare straccio d’acquirente.

dedicata

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Vacanziero (con traduzione di Adeodato Piazza Nicolai)

Ti amo o vacanziero
per la ruggine che porti al mare
con la stessa faccia
dell’attore Pacifico Aquilanti,
amo le bestemmie porta a porta
con cui accendi un’estate popolare
di sorrisetti e leggerezza greve.
Vacanziero tirato come un matto
in questo clima dopo Muro
ho tanta nostalgia di te
delle bucce di melone date ai pesci,
dei posti fissi con l’anima impettita
trucidati dal progresso.
Ti amo vacanziero irrigatore a cottimo,
mio nonno in spiaggia
ci veniva con scarpe da montagna,
l’avambraccio scurito con violenza
sotto mezze maniche cucite
con il suffragio universale
dal secondo dopoguerra.
Ti voglio incoronare vacanziero
nostalgico senza scadenza
della casa rimasta a casa.
Invidio il tuo coraggio
perso a scacchi con la morte
su portate a prezzo fisso
invisibili, insapori
d’anno appena terminato.
Vacanziero punto e a capo
anche dentro un altro corpo
ti amerei lo stesso.

Ormai è andata (con una risposta in versi di Angela Greco)

Ormai è andata, intendo partita
verso una giornata arrampicata
dove non ci sono muli solo fatica
di dividere il pane, riporre le unghie
senza una terra, una pietra
per divagare all’ora sesta,
quando i bambini non trovano pace
nemmeno le notizie sono buone.

Giornata di referti e preghiere
piove su vittime di poeti e cantastorie.
Fuori il mare bussa per entrare
nell’istante dei fratelli,
ognuno chiuso dentro cuori
a doppia mandata, auto inflitti
cambiati per cambiare, ombrelli
strozzati e logori volati via.

L’unico pensiero terminare,
ritrovare è l’altro e riprovare
il successivo, intanto è già buio.
All’origine il protagonista
partì come comprimario,
la sera stessa, sera di tutti,
non è da meno. Ciao come stai?
Non trovo le chiavi.

***

L’unico pensiero iniziare,
continuare, non fermarsi.
E’ di nuovo giorno
e non importa essere protagonista.
Basterebbe essere e basta.

Le chiavi sono nella gran confusione
che le borse e i tempi conoscono per nome;
mani di donne sembrano alla rinfusa, ma
sanno bene cosa cercare. Non dubitare.
Il dove è un luogo comune, sorte ricevuta a caso.

Ciao, non sto male, ma non escludo che
si potrebbe stare meglio.

Il mare trova sempre una via;
spenta la luce si chiude in un amen ogni giornata
e s’apre al contempo il buio con le sue stelle
ad indicare la direzione di casa,
dove non servono ombrelli.

La pioggia riempie la pentola per scaldare speranze,
mentre sbocciano le idi di marzo.

(Angela Greco)

Centro città (trad. Adeodato Piazza Nicolai)

vidi un cavallo bianco
fuggire dal centro città
la nebbia, colpita
da fervida illuminazione,
virava tra viola e blu

vuote le strade
pieni di feste tutti i saloni:
le donne bianche erano belle,
con quell’aria ossigenata
da monumenti ai caduti
tornavano tutte le sere

gli specchi in frantumi
volarono via tagliando l’aria
assieme alle voci
allo spavento di Clara,
le grida mostrarono i denti
non una radio dette la notizia.

Centro città non c’è più:
si è salvato
solo quel cavallo bianco
*
CITY CENTER

you see a white horse
run from the center of the city
the fog, wounded
by bright illumination,
changed from violet to blu

empty the streets
the bars full of parties:
white women were lovely,
with their oxigenated air
of monuments to the fallen
returning each evening

mirrors flying in pieces
cutting the air besides the voice,
frightening Clara,
the screams showed their teeth
no radio giving the news.

the city center lives no more:
only that white horse
was spared

© 2018 Translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem Centro città, by Flavio Almertighi.
All Rights Reserved.

Caro Roberto,

per estensione, il dodici febbraio
qualche decennio fa, cominciò
uno dei tanti amori seri
pronti a naufragare poco dopo.
Felicità è vertice raro
come una sottana non va oltre
qualche giro d’orologio.

E’ noto, ai goliardi
sempre pronti allo sberleffo,
seguono tossici, nocivi, dannosi.
Gaudenti rimasti senza tetto
parodie di tutto quanto
non sia più lecito scrivere.
Caro Roberto, oggi pioverà
anche sui tetti della stazione,
l’ultima di ogni via crucis.

Roberto Roversi, anche lui,
si è fermato al solito posto,
nessun altro lo musicherà.
Ho imparato come tanti a odiare
le ossa grasse di Bologna
il resto è niente più da raccontare
a pochi amici di chance.

Dodici Febbraio dicevo, si
e anzitutto, realizzando,
mi è sfuggito un volgarissimo strillo:
(…) sono passati già quattro anni.

Poveri ma belli?

Non si sa chi siano i primi
tutti ultimi: una lunga teoria
dall’alba fino a mezzanotte, fioriture
di calicanto e minestra antica.

Passeggeri del tormento ondeggiano
pendoli nel pozzo, gambe di piombo
illuni all’economia di mercato,
crediti inesigibili fuori per sempre.
Gente che non ha scritto palinsesti.

Una coda instabile di agnelli e lupi.
Essere è a suo modo ringraziare Dio,

diceva, liberata la sua vita
non come adesso saldata a un carrello,
abbaiando a Proxima Centauri
una morte senza mistero.

Non c’è donna dietro la porta.
Gli alberi stanno su da soli,
è tornato il Ventinove.

Intanto i ponti cadono (trad. Adeodato Piazza Nicolai)

Ci si rivede in treno
per commentare la giornata
uguale a ieri:
noi non combattiamo guerre
siamo il Popolo Eletto.

Ti alleni sicuro ai discorsi.
Balbetti un difetto di pronuncia,
indaffarato come sei a pensare
ai prossimi vent’anni
ai figli ancora piccoli.

Dio chiederà conto
di ogni amore diviso a morsi
fino all’ultimo battito di ciglia,
al prossimo raffreddore,
per l’ultima rata in scadenza.

Intanto i ponti cadono.

***

Meanwhile the bridges fall

We see each other on the train
to talk of the day
the same as yesterday
we don’t fight wars
we are the Chosen Ones.

Sure, you practice your speech.
with a physical flaw, you stuttle
busy as you are to think
about the next twenty years,
about your small children.

God will ask explanations
of every love shared in bits
up to the last beat of the eyebrows
and the next suffered cold
plus the last mortgae due.
.

Meanwhile the bridges fall.

© 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem
Intanto i ponti cadono by Flavio Almerighi. All Rights Reserved.

*