Tormento

Tormento non ha genitori,
vive facendosi il caffè
ogni risveglio che il calendario
manda a infastidirlo.
I fondi sono apocrifi, illeggibili
forse non si scrive su fondi di caffè.
La radio lo fagocita ogni giorno
la canzone è sempre quella.
Tormento ha opinioni precise
su ogni scibile della vicenda umana
sa commentare e fare spallucce,
dimenticare alla svelta
i piccoli bastardi al piano superiore.
La sua casa ha pavimenti in capelli,
il frigo da sbrinare
amanti sciolte da dimenticare
chili da perdere, imbecilli da sfuggire.
Tutti rivorrebbero il latte materno.
Ogni mattina punta la sveglia poco prima
per un bagno rinviato al giorno dopo,
coerenza è star fuori fino a tarda sera.

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a fare il timorato, vinci sempre

salvi specie e patrimonio
i piedi al buio non tradiscono
cuore e indirizzo

come fosse necessario
indicare strade nuove
a chi verrà dopo, basta così

sarà per scaramanzia
stamattina ho raddoppiato
il piatto a un mendicante
accantonato in un portico, lo stesso

perché tutto andasse bene
non potevo osare di più.
a fare il timorato,
vinci sempre

nettare e rancore

sono un’ape, ti amo
mi spoglio, vago mille fiori
anche il girasole dietro un guard rail
luci a caso

tanto che al risveglio,
immobile come il mio letto,
non se miele sia stato sogno
o momento leggero d’amore

nessun uomo scopre due volte
la stessa donna,
ma ogni perdita lascia in dono
nettare e rancore

buona fortuna

attraccherà forse a Udine
l’ennesimo barcone, il peschereccio
del pescatore d’anime
sempre pronto in piscina,
la democrazia sfilata di mano
che invochiamo dai giovani,
talmente indignati
da non interrogarci più,
dove accadrà che Lisa
mostri di nuovo le sue grazie
senza attendere un’altra vita,
ripensare il bimbo coi pantaloni corti
è il posto che cercavo,
siamo la prima cosa
passata in mente al primo incrocio,
fai il disinvolto
guarda chi hai intorno,
scegli qualcuno
col suo bel vestitino rosa
agitabile prima dell’uso,
quando sarà tornare qui
candido gentile
dove il mare non si sposta
e non è giudizio,
se ami il mare
ti verrà a cercare,
buona fortuna,
il tempo il luogo
la carezza giusta

Marino

viaggiare stretti borse in bocca,
Ciao Gina, come andiamo?
… sono stata poco bene.

Il libro di Larkin mi si piega
come non più la mano.
Ciao Gina, ti farò sapere.

Dio c’è, recuperiamo velocità
sulle ali di una capotreno deliziosa,
sorrisi disallineati che valgono
l’intero abbonamento.

La suora riprende il breviario
senza svelare chi sia l’assassino,
insegna a evitarlo.
Marino dibatterà a lungo
invasi e siccità senza aumentare
di una goccia la portata.

La sua vicina si guarda attorno
ha la gonna troppo corta
l’abbassa e guarda ancora,
rincuorata torna a staccare.
Fuori non è aria solo fretta
e molto invenduto.

Vivevamo all’americana,
certi della nostra santità sovietica,
Gesù non se ne parli più
Marino torna al tempo che fa.

Casalborsetti


I genietti s’intrufolano ovunque
prediligono seni minuti e coppe splendenti,
ti si vede ancora piccola
con cappelletto bianco e sottogola
scontare ogni debolezza futura,
e una piccolissima valigia a mano
quelle di una volta in cartone
piene di speranza.

A Casalborsetti suonano Santo & Johnny,
vendono cocco sempre più bello,
la spiaggia libera è irraggiungibile
come accumulare danaro
per i venditori di elastici e meraviglia.
Cancellerò tutto con agosto
specie questa umanità che fa orrore,
tutti gli altri bacerò senza memoria.

Vertebre, strade che accostano,
il tentativo di gridare, senza volere
si fa cura per mesi.
Ogni voce esterna è polvere di strada,
sabbia sui piedi da slacciare
una volta raggiunta la passerella in cemento,
ne rimarrà sempre un po’
da riportare a casa.

e ogni altra cosa impossibile.

Attorno solo aria
non si parla senza luce.
Il nero penombra
vale un amplesso,
le voci di fuori aumentano
in solitudine ogni desiderio:
il colore assente spunta
il seno indimenticato,
ogni singola profondità
di pensiero e il tuo sesso
in fantasia controluce
che non c’è, solo la voglia
avvicina, attorno le cose
si abituano alla rinfusa, insolita
anche per un uomo,
mi sento portare di nascosto
verso amore che non sono io,
che non sia il male minore
ma amore, prato straziato
d’immutabile primavera
e ogni altra cosa impossibile.
Il mio pensiero, il tuo
l’inimmaginabile piacere
giunto alle stesse conclusioni