Saluti a Castello

su queste strade 
Huxley e Kennedy non si sarebbero incontrati;
solo qualche Biancini riprodotto all’infinito
e tavolini da bar, se va bene,
per terminare argomenti al sapore di nulla;
questioni di danaro, lavoro, cose campate in aria;
casomai un vecchio professore dimenticato
mai stato padre
incrocia e riconosce;
non venite a dire che qui ci sono anche cose belle
a parte campane per imbecilli, teste vuote,
rapine e noia,
e qualche rondine data in pasto agli insetti:
oggi offro io

Preghiera del Trasmettitore

Siamo giovani,
pirati dell’aria e dell’etere,
capaci di montare un casino
per mandare in cielo una lettera sola,
che belle le ragazze di Piove di Sacco,
bella la vita e il buon vino:
ogni giorno imbarazzati dalla divisa
con un fucile che ha vinto altre guerre
 
grazie a Te qui c’era pace,
non si sparava, solo qualche volta
al poligono di sabbia e bombe scadenti,
grazie a Te non scoppiavano,
non abbiamo lasciato croci,
solo qualche messaggio al cielo
 
non perder troppo tempo con noi lavativi,
palloncini e campanelli inutili
pronti a tornare a mamme e fidanzate
con qualche puttanata sulla coscienza,
dimentichi di Te
che non smetti di pensarci
 

Otto Giugno 2007

tra una versione definitiva
e l’altra della vita
corrono strazi paralleli
riempiti di terriccio e formicai
a tirar rosari, somme e pareggi
che non rendono pari dignità
a un tramonto di classe.
.
[Guardava cani sui tetti,
anche allora sapeva di non vivere.
Già dall’Ottanta la sua anima
desiderava esequie vichinghe,
ma si sentì grande quel giorno,
quando, sulle rovine di Ninive,
trovò un cancello.]
.
L’arte sepolcrale
rasenta a volte l’imperfezione
non sono ritocchi, ma rintocchi
quelli d’ala al messaggero,
ad avere cura di,
orgogliosi per avere scalato
una ziqqurat caduta.
.
(da durante il dopocristo – 2008 – Tempoallibro Editore – Faenza)

Sedia sul tramonto

Un mondo migliore nasce
nella misura in cui
non esistiamo.
Sedia sul tramonto
quando non è più giorno
non ancora notte,
mani e gambe stremate
da milioni di deserti,
il fresco uniforme
non più gelo né incandescenza,
perfetto, Dio stesso stupisce
di tanta compiutezza
che in silenzio fugge, sabbia
oltre le dita, ovunque
i desideri sappiano restare.

 

Animali d’indole mansueta

Il vento scarmiglia da sé,
del resto ogni amore
ha un tappo nella sua bella chiglia
soltanto da trovare:
amori pronti ad attraversare strade
durante le ore più acuminate
a semaforo brutalmente rosso

il sole viaggia strade gonfie di sterzate
con pregressi di pioggia
perdono ogni speranza d’asciutto
mentre il freddo inferocisce,
interferisce, rende cattivi
animali d’indole mansueta.

pietre d’inciampo

un giorno scrissi
alla signorina Vila,
che non rispose
perché era in viaggio

indugiano nuvole al lamento
la grandine a dicembre
lascia sbigottita Trieste
dai fasti perduti, lasciati
in nome di leggi razziali
e indicibili tormenti

a volte, turisti distratti
inciampano in qualche ottone
promemoria di vergogne,
dovevano essere sacchi di riso
sono state ceneri
nascoste e disperse

tra nuvole
ancora inclini al lamento
gli stabilimenti abbandonati,
più avanti l’aria battuta
elegante di una signora
già bella ai suoi tempi

farà neve,
il mondo dice belli
i peggiori tempi della vita
su pianure senz’anima
e laghi poco profondi
virtù fra tante necessità

Preparate i balconi 25

Sono scazzato, annoiato, inacidito e mezzo lockdownnato. Una due maroni di domenica da giorno dei morti Ter.

EPIFENOMENOLOGIA DEL TIRACULO. Cos’é un epifenomeno? La scienza medica definisce tale un effetto collaterale. Esempio, se ti sputo addosso (anche in testa dal mio bellissimo balcone pronto alla quarantena, e con cinema all’aperto) e ti buschi il vairus, il contagio è un epifenomeno, cioè un effetto collaterale al mio sputazzo e alla tua incazzatura.
Era da dire che finiva così, e per questo mi tira fortissimamente il culo.
La politica e la burocrazia parassitaria hanno le loro colpe, ma ognuno di noi si senta responsabile, a partire da tutti quei coglioni/e che hanno girato con la mascherina al gomito perché così facevano tutti. Vogliamo anche parlare di quelle dementi (erano tutte donne, comprese diverse menopause) che ieri sera hanno fatto la bicchierata d’addio al bar di Bedoncino, senza mascherine, distanziamento e tricchitracche? Ad alcune avrebbero anche donato.

Un particolare vaffa a tutti quei coglioni di esperti che non capiscono un acchio. Approposito! Forse non tutti sanno che la casa farmaceutica produttrice del vaccinone 10% sfiga è la stessa che inonda il mondo e le prostate, altrimenti inutili, di viagra?

Ascolta & Leggi: Prokofiev con poesie di Beatrice Niccolai

“Beatrice, volare così in alto da afferrare la preda ambita senza luoghi comuni né vane parole”. (Franco Battiato)

Queste sere

Mi concedo al nulla,
girovagando per quei vicoli nascosti
del mio dentro
confondendoti spesso
con il primo pensiero distante.
Arrampicarmi sugli specchi,
dove, nel tuo riflesso,
trovo il mio cedimento
e una sconfitta
preziosa quanto l’acqua.
Tu non lo sai,
quanti morsi dà al cuore
questa sete.

*

Sulla mietitura del tuo seme

Sei l’attimo distante
in cui tutto succede.

D’improvviso
sulla mietitura del tuo seme
torna a piangere
la pioggia d’aprile.

Guardami.
Sono diventata il tuo silenzio
che s’affaccia ogni sera
come in estate
il vento d’autunno.

Piove ancora
e barcolla la tenerezza
in braccio alla luna
quando toglie le tende
col suo fare stanco,

il giorno
che come mai te,
arriva.

*

Le nostre donne

Le nostre donne siamo noi
e tutto quello che ci contiene
ha odore di biancheria lavata a mano
nello scrittoio dei segreti.
Le nostre donne sono girasoli in fiore
nella battaglia dei giorni
e odore di bucato fresco pulito
sempre steso fuori, dopo il calar del sole.
Le nostre donne siamo sodalizio taciuto
sottoscritto con la vita
la tenacia, la dolcezza, gli errori.
Delle nostre donne, io sono l’errante.
Le nostre donne
parliamo lingue diverse
alla stessa tavola
ma nell’inguine mai interrotto di Dio
lavate dalle stesse acque del Giordano-dentro
bagnate ognuna d’un colore diverso,
insieme,
le nostre donne formiamo
una bandiera.

*

Come le allodole

A te si arriva solo dormendo
quando finzione e sogno
tracciano lo sguardo di un bisogno.

Nulla oggi che ti somigli:
scendi dal mio dolore e cerca l’anima
che in te era dentro ai miei giorni,
quel fantasma nato dalla matita spuntata
del vento.

Quando cadono le assenze
è come aspettare il soldato
che non è mai partito per la guerra
e non sai che divisa indossi;

ogni ramo che nel vento fruscia
canta nella tua voce
melodie per non udenti.

In te diventa polvere
tutto quello che non è sparo.
Anche le allodole aspettano
dopo l’inverno

un altro richiamo.

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