Miragno, 13 aprile

Più liscio, sì – gelato sciolto,

il facile, fluente scrivere

sfaldato sotto un peso d’io,

Fu mattia pascal – bibliotecario

giardinaggio da cimiteri

tramonto spedito per ferrovia,

non senza gabbiani

portatori di malinconia,

unito alla plastica liturgia di baci

e sorrisi dalla tempia agli zigomi,

passanti le spalle – sul petto,

le ginocchia trovano scalmo

nell’articolazione delle braccia,

sostanza di traiettorie difficili,

slanci – anni fitti di nebbia

congelata e caduta in un attimo;

leggere un libro – una pratica, un avvenire

non sono più capace,

lo stesso sguardo affaticato com’è

vorrebbe ancora dormire, invece

si rialza, e non sta bene, ovunque sia;

nessuna delega, ostaggio

dunque di tagliole,

all’uomo in fuga. (da Vie di Fuga, 2010 Tempo al Libro – Faenza)

L’istrice malinconia

Non diluvia – diserta
il reticolato nuovo
dove fratelli e sorelle
residuano affetto,
ostentano confidenza
dopo avere sempre perso
l’agguato della storia.
E cosa importa
coprirsi il ridicolo gridando,
se non è casa quest’acqua
e il freddo provoca
rigori perfetti e nudità.
Un tempo,
prima dell’istrice malinconia,
lasciavo ovunque
guanti e ombrello. No
non è stato buono l’anno

e le finestre, chiuse.