all’orto botanico

mi piace guardare
morire, spuntare,
e tempo dopo, rinata
adoro imparare da te
che ogni spina ha un nome
e un posto dove stare,
mentre la tua risata,
divagazione di un attimo,
attraversa l’aria d’eucalipti
fino alla punta dei capelli
della palma di Goethe,
intatta come l’autunno.
Adoro il disappunto breve
sui lucchetti chiusi in serra,
e andare via senza neanche
sfiorare l’orchidea.
La passiflora invece cresce
e non ricorda quanto,
solo passione che sfugge
ai vetri e li infrange lenta,
violenta, pensandosi già a casa,
dal piano superiore al tetto,
e nelle aiuole sfilate e antiche
dove aspetto da un momento
all’altro di rivedere Linneo,
senza per altro
incontrarlo mai.
*
(da qui è Lontano, Tempo al Libro Faenza, 2010)
*

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La più precisa definizione di andare

Ciao Roberto, manchi, proprio ieri sera con Aurea abbiamo parlato di te.

è distruzione, noi non vediamo nulla,
nemmeno gli occhi spalancati ai gatti
sulle strade di un dopo guerra infinito,
allora è continuo schiacciare sassi
e sotto intesi, un dormire improvviso,
quando capita, se capita.

Poiché non sappiamo navigare
le nostre stesse lacrime, ecco arrivare
un sorriso – di convenienza,
circostanze in cui abbandono diventa
fertile terreno d’atterraggio per piani
di volo tuttavia mai partiti.
Accompagnamento è lo spartito
nato dalla cattura di lucciole vere,
brillante un momento solo il vetro
ermeticamente chiuso all’esterno.

Non vanno più via, inutili deviati
relitti di una notte insonne, finita
improvvisa in un bagno di sole,
la chiesa stipata fino alla strada.

(a Roberto Roversi, 1956 – 2008)

Melone d’Acqua

Giugno non passerà alla storia
quale mese più dolce dell’anno,
né per mitezza delle sue zanzare.
Forse lo ricorderemo per l’amore
senza condizionamenti, dolcezze
volute e mai per derubare il caso.
Ripenseremo all’anguria gustata
prima di un temporale e al tempo
passato a cercar fuori dai vetri.
Giugno dorato di mestiere, e noi
inseguendo Itaca scoscesa dentro
i nostri cuori, ancora a un passo.

Miragno, 13 aprile

Più liscio, sì – gelato sciolto,

il facile, fluente scrivere

sfaldato sotto un peso d’io,

Fu mattia pascal – bibliotecario

giardinaggio da cimiteri

tramonto spedito per ferrovia,

non senza gabbiani

portatori di malinconia,

unito alla plastica liturgia di baci

e sorrisi dalla tempia agli zigomi,

passanti le spalle – sul petto,

le ginocchia trovano scalmo

nell’articolazione delle braccia,

sostanza di traiettorie difficili,

slanci – anni fitti di nebbia

congelata e caduta in un attimo;

leggere un libro – una pratica, un avvenire

non sono più capace,

lo stesso sguardo affaticato com’è

vorrebbe ancora dormire, invece

si rialza, e non sta bene, ovunque sia;

nessuna delega, ostaggio

dunque di tagliole,

all’uomo in fuga. (da Vie di Fuga, 2010 Tempo al Libro – Faenza)