Logorrea di segnali acustici.


La mitezza contusa è cielo, e non può più telefonare. Basterebbe un piccolo aliante per afferrarle la coda e voltar pagina. Gocce di varia origine, dimensione e suono, restano aggrappate al vento per -comporre un fortunale, casca il sole, casca la terra, tutte giù per terra. Cugine di magnolie resistono miracolosamente al palo, non mi cadono tra le braccia né sui tergicristalli. Freddo. Danzano fogli di giornale e carte da parati fra compunte aiuole il cui stile riporta ai primi lavori dell’acconciatore d’Anna Bolena.
Buio pesto e logorrea di segnali acustici, fulmini, altoparlanti che annunciano ritardi e partenze. Tutto confonde bambina mia, fogliolina nell’aceto, che non sai dei flussi estetici o di quanto l’immaginazione sia portata al caos. E’ più fredda la smagliatura in una calza. Osservarla è prassi consolidata. Fuori un tripudio di argenti e talenti mollati in strada. Il mondo, la mia faccia. Tempi minimi vengono concessi ai ladri che vogliano portarsi via il servizio buono, un violino di Isaac Stern, La possibilità di un’isola, segue l’allarme. Ferma il traffico, copre le conversazioni, il temporale è a un punto morto, ma il contante circola. Freddo. Nei piccoli paesi non c’è niente. Forestieri e nubi di passaggio trovano ostelli per la notte dove aspettare il primo treno del mattino dopo. Spiovono tutti. Alle volte, anche qui, qualcuno fa l’amore e ride. Annuncio ritardo. Ottanta decibel il limite di sicurezza. L’equilibrio precario di un piccione sulla persiana chiusa è illusione ottica o tema d’esame? Ricordo, gli fracassai la testa colpendolo al volo con un manico di scopa.

Cadde stupidamente ai miei piedi e lo gettai nel cortile dirimpetto. Rovinò pancia all’aria che, inutilmente bianca, risaltò a lungo fra muschi e sporcizia come un rimorso, fino al sopraggiungere quieto e diligente del disfacimento. Non sono stato io. Signora Giudice mi scagioni, apra il vestito prego, e m’allatti. Il tempo è vero crimine, non io! Perfetto capro espiatorio nel continuo scorrere dell’acqua e su rotaia, col ghiaccio sopra teste ancora nere e volubilmente sole. Il teste mente Vostro Onore! Qualcun altro, quando ama, si lascia apostrofare con termini che normalmente riterrebbe oltraggiosi. (SGT. Pepper had a wooden leg) Ma l’esaltazione e l’instabilità dei corpi in divenire, sregolati, sgretolati ingredienti e ricicli per nuovi corpi producono e spacciano nutrimenti. Esiste una vera coscienza di classe nel cacciatore o è soltanto elettricità statica al contatto? Suoni ovunque, non intendo andare fuori tema. Troppi per appunti del Venerdì Santo in tema di segregazione, non é la cacofonia frontale cui feci cenno in una mia vecchia composizione ad annullarne il senso. In tema d’abbandono, il temporale che s’abbatté sul Calvario attorno alle Quindici, lascia ancora sconvolti i fedeli per l’inaudita violenza. Estrazione di un dente, aborto, amputazione, perdita definitiva. Tutto questo è storia, ma non intendo far cenno alla Storia, voglio raccontare il mio temporale violento e aguzzo. Au contraire, la lettura assume forma grave d’epitaffio su granito.
Non ¬esiste stele formato A4.

L’apparenza tua dell’uomo
può provare a stupire ogni giorno,
ogni attimo anche in sua assenza,
forse c’è?
O soltanto un solco d’estraneità,
la frattura sismica che fa pensare
– nient’altro al mondo più ¬
potrà colpirmi, se non
un’altra malattia. –
Emozioni senza emozione,
scrivere é distrarre l’altro più
di quanto in realtà sa divenire,
felicità sfuggita agli occhi
che d’espressione esagera le labbra
e tende a dilatare.
La multi sala in attesa,
il passato informe in tre persone
e tre coniugazioni di cui
rimane più nemmeno una.
Vivi per me cugina
delego te magnolia in fiore,
trattami la vita
come fosse stata mia.
Estremamente più semplice e diretto coniugare Hank e Sweet Home Alabama, ma fu durante il viaggio d’un angolo giro. Gesù spirò, senza questionare troppo se la sua fosse o meno una pulp fiction religiosa. Sono le Quindici Zero Zero, il Temporale dovrebbe brandire la più oscura e minacciosa delle asce in repertorio e dare sgomento. Sconfessare è mero istinto di conservazione. Conversazione di due punti divergenti che convergono proporzionalmente con l’aggravarsi delle condizioni meteo, sono collegati con server/host remoto mediante utilizzo della porta 23. Hoeullebecq ha costruito ben più di un romanzo, io no. Mi scarnificano sensi d’invidia e mancanza. Rifare palpebre, tette, addomi, non cambia gli osservatori. Violaine, per amore, si lasciò tagliare i capelli e li vendette al parrucchiere ricavandone una somma. Non aveva mai posseduto danaro. Era così povera da non avere altro da rivendere se non i capelli, ma non dette mai prestazioni in cambio di salario. Acquistò una catena da orologio. Il suo adorato, unico bene terreno, possedeva un vecchio orologio ricordo del padre. Lo vendette a un orologiaio per acquistare un pettinino prezioso per le belle chiome di Lei. E il successivo temporale fu spaventoso a un punto tale da coprire il sottofondo musicale dei grandi magazzini, quel giorno l’offerta del mese andò invenduta. Le grida, il pianto, lo stridore di denti svegliarono per un attimo mia madre. Sono certo sia stata sepolta per errore. Steve, mio cugino, mi prese per un braccio giusto in tempo a evitarmi di cadere nella fossa. Voglio vivere con lei. Un frammento di carta da parati mi corre incontro fradicio di pioggia, ma non sembra eccitato. Logorrea e cacofonia non sono la stessa cosa. Logorrea non è semplice mescolanza di suoni. George Martin, ma fu per caso, produsse per i Beatles ottimi frammenti eufonici. Fece tagliare un nastro inciso a strisce è lo gettò per aria (assomiglia molto al piccione che dicono io abbia assassinato) poi lo ricompose mettendo i pezzi a caso. Scrisse partiture in crescendo diverse per ogni strumento e ognuna andò per i fatti suoi.
L’altoparlante continua incessantemente a distillare ritardi, partenze, promesse, qualche arrivo.

Leone è uno dei gatti della vecchia. Quando lei è in ospedale, o troppo stanca per averne cura, il gatto si mette sul davanzale al pian terreno a sperare carezze, altrimenti sale sull’albero ma quasi mai sa scendere. Si sente solo, Leone si sente. Utilizza toni quasi sempre gravi nei suoi versi. Freddo. Minaccia pioggia, minaccia altro, l’imprevedibile non ha connotati. Salta la corda Palla Farfalla, Bruco Quadrato, Mosca Frittella, ci sono i guerrieri dalle teste ammaccate che portano spade arrugginite. Salta gonnella, sei sempre più bella. (Scrivere divinamente è nulla, se poi chi legge è un protozoo) La scacchiera di Marostica è metafora particolarmente riuscita del Fato. La diagonale è per l’Alfiere, tutti passano, muoiono, ricordano. Ognuno ha il proprio passo e un personale senso del ridicolo, monocoltura di binari. Il treno rallenta in prossimità dei grandi nodi, perché non sa quale via tentare. Nemmeno io. Capita spesso di risvegliare la carogna insepolta nel cuore. Ometto il punto di domanda, è un’affermazione. I motivi sono risaputi. Il luogo, un po’ di terra consacrata per l’inumazione, ancora no. La questione riguarda viaggi che terminano e ricominciano sempre allo stesso punto e dicono, dicono, dicono senza che il potere seduttivo della parola possa in realtà attenuarne il lezzo. Freddo. Un tempo non lo erano, ma capita già da due settimane che i Venerdì siano particolarmente limpidi, soprattutto il Venerdì Santo. Prendo diligentemente appunti e alzo il finestrino. La ferrovia è il vero miracolo che misura e taglia i campi piatti delle bonifiche ferraresi, li trasforma in potenziali enormi zuccheriere. Meglio il miele, pensavo, contemplando acutamente un favo bellissimo. Altre celle disseminate al Cimitero del capoluogo, come nei film di John Carpenter, sono sindrome d’accerchiamento. Teppisti soprannaturali assediano umani, demoni che assediano umani, vampiri che assediano umani. Superato San Pietro in Casale il convoglio ne è così stipato che anche i posti in piedi scarseggiano. Nei fortini assediati è già infiltrato il seme malato, la concausa della furia tribale degli assedianti. La bonaccia susseguente è avvertire in ogni singola fibra la forza di gravità. Scinde il corpo in miliardi di stelle, ognuna va in direzione diversa e divergente dalle altre senza più condividerne il Destino. E’ allora (traccia 10) che la capotreno dai lineamenti ungheresi stacca uno di quei leggendari assegni color amarena e sembra volermelo dedicare. Scrivere è piacere d’evacuare, disse un tedesco, sgombrare spazi per occuparne altri. Posso chiudere gli occhi per distinguere ogni singolo suono. Logorrea infinita di una scolaresca al ritorno dalla gita. Scindo ogni singola voce, ogni singolo suono, riconosco ogni parola. Ogni vibrazione mi si espande dentro, ogni singolo fastidio. Non avevo idea di quanto fosse capace la mia cassa toracica. Indolente musica alla Frau Kristin, solitudine indesiderata, violenta che mi esce dalla biro. Rivedo quei fortini assediati dove s’è infiltrato il seme malato. Il caldo è brutale come le novità. Alida Valli non c’è più. Tino Biancini non c’è più. Ho la sensazione che tutto vada al di là di ogni ragionevole dubbio. Accarezzami il cuore adorata. Lasciamo fermare il tempo e aspettiamo sottovento. Insieme al giusto ozono, il temporale porterà i secreti spauriti delle future vittime. Eccitante attesa, lontananza a termine, aroma serale di primavera, Ottone avvita una vite, tratta di un corso di stenografia per memorie corte, Sistema Meschini. Ermetismo è desiderare ardentemente l’assassinio del proprio io. Liquoreria di messaggi apparentemente senza senso, giungono soltanto a chi sa per chi siano stati scritti. Cosa accade nella vulva di quella cantante che sente particolarmente il pezzo? I notturni intanto riportano la temperatura a livello accettabile. Le previsioni indicano l’impossibilità di brevi rovesci nell’arco del pomeriggio seguente. In genere da conforto e ispirazione lo scorrimento dell’aria mentre i segnali moltiplicano. Vuol dire che presto farà ancora caldo e le pareti saranno costrizioni. L’affinità fra la scacchiera di Marostica e il rivestimento in piastrelle su certi interni rende il destino sempre più edile. Papà fu uno di quei muratori che non costruì la sua casa. Afferro la scheggia per la collottola e agito, fino a procurarmi lesioni interne al cuore. Fossimo tetti, punte d’alberi o cugine di magnolia, saremmo già morti. Non ricordo nomi ma date soltanto e ho una certezza, il temporale. Unico luogo ancora concesso ai fumatori è un loggiato in metallo che sporge apparentemente dal container. L ‘area esterna al mercato è un De Chirico falso con sottofondo perpetuo di traffico a $ 89,00 il barile. Grate in pietra perfettamente equilatere rendono al contesto architettonico la consistenza di un Big Mac. La sigaretta non finisce, la nausea non sfinisce, ma una nota di colore può venire dall’orologio umido disteso ad asciugare. Un temporale non ha compassione d’impermeabilizzazioni fittizie, campi secchi e profumi evocativi. Sono italiano, adoro colli di donna che profumano di mamma: salta gonnella, sei sempre più bella! Teatro d’odio è confidenza, elude la bocca impossibile da trattenere amaro pentimento; patetica esortazione a tenere il segreto.
Pulcinella e Seamus Heaney spiegano perfettamente, ognuno per propria parte il sodalizio, paragonandolo alla vasca delle aragoste al ristorante, pronte per l’acqua bollente previa ordinazione del cliente. Il silenzio successivo cala come bava da labbra amiche. Pulcinella, per quanto lo riguarda, continua a mantenere il segreto. D’altra parte un pasto in buona salute non può contenere tossine. L’animale vada in cottura pensando di essere ancora vivo. Mestamente un ‘ anguilla solitaria, l’unica risparmiata al pranzo di oggi, non può neanche ringraziare gli dei della proroga, la vaschetta in plastica trasparente non le concede sufficiente privacy. La parola è fluido che narra, commuove, uccide. La scrittura è per introversi celibi e amanti dei gatti. Quelli che girano il foglio per nasconderlo a sguardi indiscreti. Il calcolo è per tutti quelli che scommettono sul progresso e credono nel futuro. La lunga speculazione sui fratelli Klement conduce al campo minato del dire di noi. Leone si è stancato, ha pensato di sparire per un po’, casa vuota, luci spente. Soprattutto silenzio. Freddo. Lo stesso incanto del cimitero di Forlì appena dopo il tramonto del Ventitre Aprile. L ‘orizzonte è il Reparto Nuovi Arrivi dell’anima, le nubi espedienti. Poi, sull’aspro infinito, dopo che avrò terminato di piovere, passerà in ritardo un treno. Cominciai pensando una Poesia, su Essa ho continuato a riflettere durante tutta la traversata, ora discetto fra me sul modo migliore per leggerla. Siamo tornati qui, Lei e io.
Grazie.

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Sfornano cantanti come saponette, pulitini/e, carini/e, fichetti/e, finti/e trasgressivi/e. Niente di nuovo. Ne ho piene le balle di tanto ciarpame coi ritornelli accattivanti partoriti da computer, dei coretti bimbumbam, delle puttanelle che infestano i palchi, di tutti quei bluesmen con le voci da frocetto. E stendiamo un velo pietoso su tutti quei cantantini italiani che in italiano non sanno cantare. Niente di nuovo, il successo si misura in grano, è il profitto bellezze! Voi assecondate, scaricate con le vostre app, da youtube o da youmerd o con itunes. Non vi accorgete della merda con cui vi riempite le orecchie? L’ultimo vero artista nuovo è già vecchio di tre anni, si chiama Benjamin Clementine, il resto è un nulla formidabile.

dialettiche amArgine: Claudio Borghi e Davide Inchierchia su la Metafisica della Luce (part two)

La seconda e ultima parte del dialogo che segue è nato da riflessioni di Davide Inchierchia sulla metafisica della luce in Dante, innescate dalla lettura dell’ultimo libro di Claudio Borghi L’anima sinfonica, presentato in questo blog il 22 aprile scorso. Sono ispirate ad un tema molto frequente nei testi di Borghi: la ricerca del senso, al confine sempre mutevole – ma sempre nuovamente ridefinibile – tra poesia, filosofia e scienza, che costituisce un elemento di innegabile suggestione e novità nei suoi testi poetici, da cui possono scaturire interessanti spunti circa una possibile sintesi tra metafisica e scienza, cosmologia dantesca e cosmologia relativistica, medioevo e contemporaneità.



Claudio
Un tema ricorrente nella prima sezione de L’anima sinfonica, L’attesa nel nulla, è quello del nascere come chiave di senso del divenire. Il problema del divenire è risolto nel dinamismo del nascere incessante di creature e forme, in cui una luce necessaria di novità si riversa nell’intero corpo dell’essere: il nascere è la chiave di senso, l’anello tra essere e divenire. Da non dimenticare il concetto di nascita eterna in Meister Eckhart, all’epoca centro profondo delle mie meditazioni. Con l’intento di chiarire la forza di questa intuizione, punto focale della mia metafisica della luce, cito alcuni passi dall’ultimo paragrafo de L’attesa nel nulla, un esempio dell’arazzo aforistico tramato di lirismo, misticismo e filosofia che ispira in buona parte la scrittura del libro:


L’attesa nel nulla

6

La vita è un diramarsi dalla radice all’essere, un salire dalla terra dell’infanzia colorata – nota chiara dell’esistenza – al cielo dello spegnersi dei sensi.

L’io è coscienza discesa nel pianissimo modularsi delle erbe, melodia calata dolcemente nel prato del tempo, pensiero senza luce sciolto nella sua musica tormentata – che ripete malinconicamente il ritmo di un basso batter d’ali.

Il divenire è l’inspiegabile, l’assurdo pieno che l’uomo attraversa.
La vita scorre attraverso il mondo. Nessuna creatura possiede la musica che sente fluire dentro.
La vita è una goccia che brilla fuori dal tempo.

Il divenire è un inquieto scorrere interiore, una fuga di onde bianche, un brillare inesauribile dell’organismo impregnato di luce ideale irreale fantastica – chiuso nella materia.
La vita è un’idea stretta tra la nascita e la morte, incatenata al necessario fluire delle cose che attraversano il pensiero.

Il nascere entra nel divenire.
Il divenire è Uno – il nascere un rinnovarsi eterno.
L’anima scopre il senso del divenire passando per il nascere.
La materia è perché nasce.

Le parole non possono dire la luce, ma queste parole mi segnano l’anima come delle formule – risuonano, moltiplicano significati nel chiuso della sfera dell’io che vive.

Le parole si fanno pensiero, rilucono, riverberano forme, si aprono, si coagulano condensandosi in cose – raccolgono sensi profondi racchiusi in materia.

La mente vive la linfa dell’attimo sospeso nell’assenza di senso, beve la totalità del mondo nella luce dell’ascesi inconcepibile, dove coglie lo sboccio dell’albero supremo – si accende, prende forma divina, si trova a bruciare come Dio – non più ramo, non più cielo, annientata ogni dimensione, ridotto lo spazio al breve luogo dell’io, fiamma piena del fuoco che brucia nel cuore, celato da un corpo stupito e sorpreso.

Il divenire – inesauribile trama dell’universo – è un nulla.
Il divenire è il nulla del nato.
La fiamma dell’estasi, accesasi dal profondo dell’io che si sorprende rapito fuori di sé, si stacca dal mondo.

Immanente essenza luminosa, l’anima è una corolla su cui trascorre la linfa del pensiero – l’altissimo Dio oscilla come un fiore centrale, luce immersa in un accendersi bianco e rotondo.

(…)

Davide
Interessante il parallelo che si innesca, quasi spontaneamente, con l’uni-totalità, l’irradiarsi “centrale” della luce dell’Essere, in cui si può riassumere l’intera novitas del Paradiso dantesco. Rispetto alle altre coeve rappresentazioni medievali dell’universo la prospettiva che Dante mette all’opera mostra di saper ancora parlare alla nostra sensibilità ‘laica’ contemporanea: ciò accade qualora la conoscenza ontologica sia riscoperta finalmente quale espressione di una più ampia dimensione analogica. Così come la luce fisica, nella modalità in cui oggi la pensiamo, trae dall’interno la materia oscura verso l’“unità” dell’originario centro cosmico (secondo una delle potenziali spiegazioni disponibili sul fenomeno dell’anti-materia, legato al controverso problema cosmogonico del Big Bang), così la luce metafisica nella visione dantesca trae ogni esistenza “in unitatem” verso l’Origine: ciascun essente – oltre il proprio sé contingente – può riconoscere se stesso nella “presenza” dell’eterno Inizio (cfr. M. Cacciari, “Della cosa ultima”, 2004). Nessuna contraddizione tra mondo materiale e mondo spirituale: anche l’immanenza della realtà nasce infatti dall’unico trascendimento operato dalla coscienza, che è “luce” poiché manifesta se stessa a sé. Nessun dualismo si rende insomma necessario tra intelletto e anima, nessuna paradossale “doppia verità” nel sapere; la Verità è già da sempre una e in atto, già da sempre “aperta” prima e al di qua delle nostre capacità di specificarne eventualmente il nome. Il Vero è l’Intero che a noi si offre in quanto siamo liberi (grazie alla scienza o alla sapienza, non importa) di “entrare” in risonanza e partecipare alle infinite variazioni di quel «raggio dell’alta luce che da sé è vera» (Paradiso, XXXIII, 53-54).

Claudio
La proposizione hegeliana (Il Vero è l’Intero) pare essere una trasfigurazione dell’intuizione poetica dantesca: non c’è progresso nell’avanzare della mente verso l’Ultimo, c’è uno schiarirsi autonomo, involontario della visione, in cui la ragione si abbandona al senso che si dona oltre il sé, oltre il pensiero. In quest’ottica è significativo un passo dell’Itinerario verso l’Ultimo, la seconda sezione de L’anima sinfonica: un riverbero metafisico, in cui risuonano sia Dante che Giordano Bruno, in un’atmosfera di rivelazione pervasa di indicibile inquietudine.

Alto stupore

Alta stasi l’universo, corpo chiuso.
Alto il pensiero, nel tutto diffuso.
Alto il volo, nell’Uno smarrito.
Alto il battito, al centro scandito.

La mente si contrae in uno sguardo vuoto.
Atomo del nulla, la vita pulsa sul confine.
Il tempo scorre in un moto che confonde.
Il senso si disperde, come polvere svanisce.

Il cosmo-pensiero rinnova l’armonia prestabilita che come musica si intona, ramificandosi sinfonica.

L’anima percorre il cielo, rabbrividisce come si trovasse di fronte a un disegno che conosce da sempre. Immersa nel flusso incessante chiude il cosmo, lo riflette, diventa io, fiorisce in un’onda in cui si fondono stupore e terrore.

L’estasi sfugge in un sapore di freddo.
Il pensiero rimane a bere il suo fantasticare fanciullesco, nota bianca di memoria che si apre come un cristallo di spazio, un tremare di pianto, un sussurrare di grilli.

Fluisce il tempo interiore nell’indifferenza del mondo.
L’anima vive, pulsa, immagina, scruta, e ignora l’Ultimo.

L’acqua specchia la multiforme presenza di questa fredda trasparenza del cuore, di questo volto tremante in fuga – come un sasso discende lentissimo il pensiero ricreandosi in un’altra dimensione, nella verticalità di un altro spazio.

Si chiude la mente in un sonno inconcepibile, profondo, definitivo.

Si chiude come un fiore.

La prima parte dell’articolo è qui:

https://almerighi.wordpress.com/2017/05/31/dialettiche-amargine-claudio-borghi-e-davide-inchierchia-su-la-metafisica-della-luce-part-one/

dialettiche amArgine: Claudio Borghi e Davide Inchierchia su La Metafisica della Luce (part one)

Il dialogo che segue è nato da riflessioni di Davide Inchierchia sulla metafisica della luce in Dante, innescate dalla lettura dell’ultimo libro di Claudio Borghi L’anima sinfonica, presentato in questo blog il 22 aprile scorso. Sono ispirate ad un tema molto frequente nei testi di Borghi: la ricerca del senso, al confine sempre mutevole – ma sempre nuovamente ridefinibile – tra poesia, filosofia e scienza, che costituisce un elemento di innegabile suggestione e novità nei suoi testi poetici, da cui possono scaturire interessanti spunti circa una possibile sintesi tra metafisica e scienza, cosmologia dantesca e cosmologia relativistica, medioevo e contemporaneità.

SULLA METAFISICA DELLA LUCE
(dialogo tra Davide Inchierchia e Claudio Borghi)

Davide
Questa riflessione, oltre che dalla mia passione per la poesia metafisica dantesca, mi è stata ispirata dalla lettura de L’anima sinfonica: è un testo complesso e articolato, decisamente in sintonia col mio interesse per il pensiero spirituale (in accezione teoretico-filosofica). Se è vero che la cosmologia dantesca nel «Paradiso» riflette una concezione fisica e astronomica (quella di matrice aristotelico-tolemaica) che oggi noi consideriamo scientificamente inaccettabile – l’ordine gerarchico dei pianeti e delle sfere celesti come entità sovrannaturali – ciononostante è possibile oggi, forse più che in passato, riconoscere il valore e il significato specificamente allegorico e speculativo di tale cosmologia, per nulla inficiati dalla suddetta cornice tradizionale cui comunque essa rinvia. Il «Paradiso» può essere inteso, in effetti, come una grande opera architettonica dello spirito, fondata su una altrettanto grande esperienza metafisica della luce. L’identificazione cara a Dante tra cieli cosmici e cieli angelici, per noi apparentemente così problematica, può invece diventare nuovamente intellegibile se riconsiderata a partire dall’idea della luce come principio ontologico costitutivo della realtà tutta. È acquisizione del nostro secolo la natura elettromagnetica delle strutture più profonde che compongono la materia: dopo la sintesi epistemologica einsteiniana, col nuovo paradigma relativistico e la connessa riconfigurazione energetica della meccanica galileiano-newtoniana, sappiamo che al di sotto dei fenomeni spazio-temporali vi è la dinamica “immateriale” della luce. A prescindere dalle diverse implicazioni (anche confliggenti) che rendono non certo univoca l’interpretazione offerta dalla comunità scientifica odierna alla teoria della relatività generale, un punto è senz’altro dato per condiviso: la luce è il centro assoluto del pur policentrico universo conosciuto.

Claudio
Trovo stimolanti queste riflessioni, il cui oggetto specifico sono Dante e la cosmologia dantesca, ma anche le connessioni tutt’altro che avventate con la fisica moderna, in particolare con la cosmologia relativistica. La luce in relatività ha in effetti uno status privilegiato, la sua velocità è limite e invariante, per cui risulta quasi anomalo pensarla come una sua proprietà, visto che non si compone con le altre velocità ed è, il principio della sua invarianza, il fondamento logico-teoretico dell’intero edificio relativistico. La metafisica della luce, a cui è ispirata L’anima sinfonica, in cui ogni riga risuona dell’armonia meravigliosa inquietante del Tutto emanato dall’Uno, era un’intuizione che avrei poi ritrovato ed esplorato in forma diversa nei miei studi scientifici, scoprendo, per quanto i profani siano poco propensi a crederlo, che ogni teoria, per quanto strutturata razionalmente, è fondata su postulati metafisici, che possiamo solo accettare, senza poterli spiegare. Non esiste risposta alla domanda sul perché hanno una certa forma: possiamo solo ammetterne la verità e testarne le conseguenze logico-empiriche. Ovviamente nessun edificio teorico è inconfutabile e una nuova teoria può essere costruita su postulati più fondamentali della precedente, ma occorre riconoscere che la razionalità, nella sua essenza ultima, si fonda sul miracolo dell’essere le cose come sono, sulla luce del Logos che risplende in sé, in cui la Fonte, del tempo, del pensiero, della molteplicità diveniente delle forme, si presenta come inaccessibile e inconoscibile per l’intelletto finito. In un certo senso il mio cammino, inizialmente mistico-metafisico, si è saldato con la consapevolezza sorprendente dell’essere metafisica anche la scienza nei suoi fondamenti ultimi, cosa che, come ogni profano, prima di studiarla non sospettavo nemmeno.

Davide
In effetti, laddove riteniamo la luce, in termini abituali, come una sorta di ‘contenitore’ percettivo dei corpi con cui interagiamo nell’esperienza quotidiana, la stessa luce intesa in termini relativistici non è qualcosa che possa ‘aggiungersi’ dall’esterno ad una materia di per sé già esistente e compiuta. Al contrario, la luce costituisce l’essenza primaria della materia, la sua costante fonte generatrice, la materia essendo non altro che il “correlativo oggettivo” della luce medesima. Superato il limite della superficie percettiva del mondo, quando si raggiunge il nucleo più intimo della realtà, luce e materia si trovano di fatto in un rapporto rovesciato rispetto al comune riscontro empirico: qui infatti è la luce per così dire a ‘contenere’ la materia dall’interno di sé (cfr. i recenti studi sulla gravitazione quantistica proposti in C. Rovelli, “La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose”, 2014). Analogamente, nel Paradiso Dante, oltrepassato il limite sub-lunare del mondo terrestre, inizia un percorso di salita preceduto da un ‘rovesciamento’ della realtà materiale reso possibile proprio dalla attrazione della, o meglio, nella luce. Aspetto decisivo, a caratterizzare l’ascesa di Dante attraverso i cieli che lo condurranno fino all’Empireo, è infatti lo “spirare” luminoso delle anime susseguenti: non, si badi, nel consueto senso (aristotelico-scolastico) che le anime si troverebbero già in una luce preesistente in cui sarebbero assorte in statica contemplazione; bensì, tutt’al contrario, nel senso dinamico – assolutamente originale dantesco – che le anime sono chiamate a “trasmettere” in libertà la luce che ricevono, ciascuna in una diversa intensità di rifrazione corrispondente alla peculiare “qualità” interiore del loro spirito. La materia, la sostanza di questi «spiriti costellati» – come Dante suggestivamente li definisce – si rende dunque progressivamente intuibile, visibile agli occhi e alla mente del poeta-profeta, in ragione della minore o maggiore ‘trasparenza’ alla luce. Un’unica e sola luce determina qualitativamente le distinte “singolarità” delle anime: ne costituisce l’“identità” essenziale, come risposta alla vocazione di quella «alta gravità» dell’Uno che Dante (attraverso il linguaggio neoplatonico di Bonaventura) illustra con lucida razionalità teoretica, quasi geometrica, senza nulla concedere al dogmatismo della sua epoca, ad una religiosità ormai irrigiditasi in categorie vuote di pensiero.

Claudio
La luce è una sintesi metaforica della comunione tra l’Uno e le anime-corpi: l’intuizione originale di Dante consiste nel percepire la materia e lo spirito sullo stesso piano, superando lo sterile dualismo che vorrebbe il corpo una forma transeunte e l’anima la sola essenza vitale permanente. L’esistenza individuale, nelle sue contraddizioni, nella sua multiforme provvisorietà e contingenza, intellettuale ed esperienziale, si configura come una necessità interna all’Uno, che in un certo senso si invera nella autenticità della dimensione, sospesa tra pienezza sensibile e privazione, estasi e dolore, in cui si risolve e si manifesta la vita delle creature. Una chiave fondamentale di lettura della metafisica dantesca è il rigenerarsi poetico dell’emanatismo plotiniano, in cui Platone e Aristotele trovano una sintesi necessaria e vivente di altissima profondità. L’intuizione poetica vivifica il pensiero, lo accende, lo rende pulsante, ed è in questa ottica che l’arte può diventare, in ogni tempo, oggi come allora, decisiva nello sviluppo della cultura, non nell’ottica riduttiva di essere un mero corollario formale di scoperte, filosofiche o scientifiche, che vengono prodotte altrove, ma di essere il luogo in cui la rapsodia intellettuale ed emozionale in cui è immersa l’esistenza umana, pur nella sua occasionalità e fragilità, assume una valenza trascendente.

DAVIDE INCHIERCHIA è nato a Mantova il 7 giugno 1983, risiede a Curtatone, si è laureato in Scienze Filosofiche a Bologna nel 2008, è libraio (mestiere che francamente gli invidio) presso il palazzo Ducale di Mantova.

Il futuro della poesia

Un fattucchiero ha fatto le carte alla Puttanona Ingiallita, ne emerge un quadro molto carino, specie per gli assidui della serie “The Walking Dead”. Bookinari e bookinare si tutto il mondo, UNITEVI!!

La dimora del tempo sospeso

IL FUTURO DELLA POESIA IN ITALIA

Un dossier in esclusiva per RebStein
a cura di Pellegrino Ramingo

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LOmbra delle Pinzillacchere

Contestare un ambiente letterario asfittico, stratificato di lecca culo e auto referente è cosa sacrosanta, in primis perché i baroni rendono la letteratura letteramorta. Volere però sostituire un establishment con un altro è disonesto e manipolatore, perché finisce che qualcuno almeno all’inizio ci crede, salvo gli opportunisti e i disperati cercatori di visibilità, quelli ci credono finché si può e poi spostano altrove la loro lingua a strascico. Succede così che un Luciano Nota, per aver definito “scolastica” una delle sue scolastiche traduzioni di un maledetto francese, finisce per censurarti. Finisce anche che un Linguaglossa, che giurava e spergiurava su pile di bibbie e corani che giammai avrebbe censurato nessuno, e che definiva “poveraccio” chi lo faceva, cerca e trova un “casus belli” per eliminare prima e censurare poi chiunque non possa più portargli utilità. Il caso “Letizia Leone” fu eclatante. Qui invece il contraddittorio si accetta, attenti però ai codici ID dei commenti, perché è già successo che qualcuno che voleva sembrare qualcun altro è stato sgamato.

La guerra di Troia è finita ormai da tanto tempo che il protagonista, Odisseo, non ricorda più chi l’abbia vinta. Il mondo è diventato ampio, talmente ampio che l’uomo ha perduto la concreta esperienza dello spazio («Dilatava lo spazio Poseidone») e del tempo («mentre laggiù noi perdevamo il tempo»), il ritorno è diventato problematico («la strada / di casa è risultata troppo lunga»). Non c’è più un «ritorno» poiché esso è possibile soltanto in un orizzonte dove il tempo e lo spazio possono essere conteggiati e vissuti, ma in un mondo debordante e ampio non è più possibile alcuna esperienza del tempo e dello spazio, e quindi della storia. La storia si è allontanata così tanto che la memoria vaga alla rinfusa alla vana ricerca di un appiglio, di un ricordo. Nel mondo di Brodskij la memoria ha perduto il contatto con la storia, e anche con la propria storia personale. (G. Linguaglossa)

Personalmente ritengo che la guerra di Troia e il suo esito finale per il Nostro non siano altro che una metafora della seconda guerra mondiale. I russi (soprattutto i baltici e gli ucraini) all’inizio videro i nazisti come liberatori dalla tremenda tirannide staliniana. Se i tedeschi fossero stati più accondiscendenti con le popolazioni di quei territori, anziché darsi al saccheggio e allo sterminio, avrebbero probabilmente vinto la guerra. Finita l’occupazione nazista, negli stessi sterminati e ancor più devastati territori (parliamo di mezza Europa, Ucraina, Bielorussia, paesi baltici, Caucaso, fino alle porte di Mosca) è tornò il terrore staliniano, sotto forma di rappresaglie persino contro i prigionieri di guerra tornati dalla Germania, persino contro i pochi ebrei scampati ai lager, uccisi o costretti a fuggire. Brodskij stesso fu considerato un “parassita sociale” perseguitato ed esiliato. Mi sembra chiaro che l’eminente critico non conoscendo affatto la storia o avendone perso memoria, imputi lo stesso handicap al povero poeta, che afferma di non ricordare chi abbia vinto la guerra, semplicemente perché non c’è stata nessuna liberazione, nessun dopoguerra, dopo Stalin Hitler, dopo Hitler di nuovo Stalin. Resta il fatto che, essendo morto nel 1996, Brodskij non è in grado di confermare o meno né il mio punto di vista (che non è vangelo) e nemmeno quello dell’eminente critico (che ha la pretesa di essere vangelo), che tra l’altro respinge, fino alla censura e con metodi squadristici ogni pensiero diverso. Ultimamente Borghi e Inchierchia (due fini e preparati intellettuali) ne hanno fatto le spese. Qui qualcuno si è ridotto a limare le pietre delle piramidi per provare che le “misure” si adattano alle sue teorie. Tralasciando per carità umana la mirabolante rivelazione della verità postuma pasoliniana sulla necessità di una NOE (c’è un medium nella redazione dell’Ombra delle Pinzillacchere?) dove anche qui si tira in ballo una altro defunto che non può più parlare.
Fortunatamente la puttana ingiallita si sa difendere molto bene da sola. E’ incontenibile, animalesca, epica, lirica, teatrale, se le tagli una testa, questa subito rispunta. E se ne fotte dei secoli.
Infine una domanda, cosa ha prodotto la Nuova Ontologia Estetica, a parte una decina scarsa di apostoli fanatici e deliranti, e roba tipo questa, che chiamarla poesia è darsi la zappa sui coglioni?

Si fa respiro il pianto

Contro i muri la resa dell’estate.
Batte in petto un tempo lento.
Il pianto reiterato della tortora sale
dalla grondaia al sonno d’alba.
Si fa respiro la stanza che rischiara
attutita di sogni.

*
l’oscillatore
con le ombre sul muro girevole.
Lo stesso ErgoSum ci passa
con l’alito del sidro patogeno. Dal mio sistro
lunare. Nell’incrocio scorza-buco-licantropo.
Nullamsolubitum.
___ L’ascia genetica.
Prendi l’usignolo senza rossiccio.
Alza quei pochi steliflorus verso gli amanti castigati .
Sotto il nostro fossile subanemico.
L’ultima spremitura delle vespe.
Alture d’autunno.
Fuhrergendarmen nel frantoio-ossidana.
Geyser.
Da qualche parte il nostro braccio metallurgico.
Di nuovo un altro fotonEleusino.
La zavorra di vetro.
>…>
Per gli Alberi-Mango.
Seimicentodiciassette bombole d’ossigeno.
Abiti-vetiver per farsi glutine
nel silenzio.
Mama Barack.
L’oboe dentro un tamburo.
Il taglio.
Lo shampo e il rimasuglio della lozione
sulla mensola- specchio.
Millesimicentenari.
La mia bottiglia d’acqua affollata
di biglie.
Calze vuote.
Ti guardavo per ricadere.
(a parte il fatto che si scrive shampoo, poesia o frasi gettate là ‘a la chezz?)

(164.517) il destino è uno sguardo distratto

Siamo nati, ometto Noi, una generazione dopo il secondo dopoguerra. L’Italia ricostruita, la televisione ancora piccola, Modugno che volava. L’unico vero valore, inculcato fin dai tempi del catechismo, è stato quello di farsi strada: farsi “una posizione”. Insomma, bastava avere voglia di lavorare, conoscere le persone giuste, e il mondo sarebbe diventato un’ostrica. Siamo stati i primi cui il valore dell’appartenenza è stato omesso. Passeremo alla storia come baby boomers, i primi individualizzati perché non fossimo più popolo. Abbiamo letto di tutto da Kafka a Dario Bellezza a Topolino. Non abbiamo “fatto” il Sessantotto, abbiamo fatto la patente negli anni di piombo, e nel decennio successivo abbiamo avuto tanti soldi.
E ci siamo persi. I nostri figli, è abnorme, sono molti meno di noi. Tribuni senza popolo, filosofi senza preparazione, poeti senza pubblico e analfabeti di ritorno. Il mondo cambia in fretta, la barbarie non è mai finita, anzi…
Il futuro è ipotecato e improbabile. Il moto di appartenenza limitato a parrocchie senza accoglienza.
Perduta la memoria ne conserviamo frammenti, polvere di ostie consacrate annidate in una pisside terminata la messa. Ci hanno dato il consumismo perché noi e i nostri figli non potessimo più farne a meno, poi ce lo siamo lasciati sfilare mentre eravamo al telefono, addormentati davanti al televisore. La democrazia, ci è stato detto, è un bene retorico e deperibile. Rimane il silenzio di noi abulici, tutti uguali, che non sappiamo più fare. L’uomo saggio si identifica con il cazzaro.