dialettiche amArgine: Claudio Borghi e Davide Inchierchia su la Metafisica della Luce (part two)

La seconda e ultima parte del dialogo che segue è nato da riflessioni di Davide Inchierchia sulla metafisica della luce in Dante, innescate dalla lettura dell’ultimo libro di Claudio Borghi L’anima sinfonica, presentato in questo blog il 22 aprile scorso. Sono ispirate ad un tema molto frequente nei testi di Borghi: la ricerca del senso, al confine sempre mutevole – ma sempre nuovamente ridefinibile – tra poesia, filosofia e scienza, che costituisce un elemento di innegabile suggestione e novità nei suoi testi poetici, da cui possono scaturire interessanti spunti circa una possibile sintesi tra metafisica e scienza, cosmologia dantesca e cosmologia relativistica, medioevo e contemporaneità.



Claudio
Un tema ricorrente nella prima sezione de L’anima sinfonica, L’attesa nel nulla, è quello del nascere come chiave di senso del divenire. Il problema del divenire è risolto nel dinamismo del nascere incessante di creature e forme, in cui una luce necessaria di novità si riversa nell’intero corpo dell’essere: il nascere è la chiave di senso, l’anello tra essere e divenire. Da non dimenticare il concetto di nascita eterna in Meister Eckhart, all’epoca centro profondo delle mie meditazioni. Con l’intento di chiarire la forza di questa intuizione, punto focale della mia metafisica della luce, cito alcuni passi dall’ultimo paragrafo de L’attesa nel nulla, un esempio dell’arazzo aforistico tramato di lirismo, misticismo e filosofia che ispira in buona parte la scrittura del libro:


L’attesa nel nulla

6

La vita è un diramarsi dalla radice all’essere, un salire dalla terra dell’infanzia colorata – nota chiara dell’esistenza – al cielo dello spegnersi dei sensi.

L’io è coscienza discesa nel pianissimo modularsi delle erbe, melodia calata dolcemente nel prato del tempo, pensiero senza luce sciolto nella sua musica tormentata – che ripete malinconicamente il ritmo di un basso batter d’ali.

Il divenire è l’inspiegabile, l’assurdo pieno che l’uomo attraversa.
La vita scorre attraverso il mondo. Nessuna creatura possiede la musica che sente fluire dentro.
La vita è una goccia che brilla fuori dal tempo.

Il divenire è un inquieto scorrere interiore, una fuga di onde bianche, un brillare inesauribile dell’organismo impregnato di luce ideale irreale fantastica – chiuso nella materia.
La vita è un’idea stretta tra la nascita e la morte, incatenata al necessario fluire delle cose che attraversano il pensiero.

Il nascere entra nel divenire.
Il divenire è Uno – il nascere un rinnovarsi eterno.
L’anima scopre il senso del divenire passando per il nascere.
La materia è perché nasce.

Le parole non possono dire la luce, ma queste parole mi segnano l’anima come delle formule – risuonano, moltiplicano significati nel chiuso della sfera dell’io che vive.

Le parole si fanno pensiero, rilucono, riverberano forme, si aprono, si coagulano condensandosi in cose – raccolgono sensi profondi racchiusi in materia.

La mente vive la linfa dell’attimo sospeso nell’assenza di senso, beve la totalità del mondo nella luce dell’ascesi inconcepibile, dove coglie lo sboccio dell’albero supremo – si accende, prende forma divina, si trova a bruciare come Dio – non più ramo, non più cielo, annientata ogni dimensione, ridotto lo spazio al breve luogo dell’io, fiamma piena del fuoco che brucia nel cuore, celato da un corpo stupito e sorpreso.

Il divenire – inesauribile trama dell’universo – è un nulla.
Il divenire è il nulla del nato.
La fiamma dell’estasi, accesasi dal profondo dell’io che si sorprende rapito fuori di sé, si stacca dal mondo.

Immanente essenza luminosa, l’anima è una corolla su cui trascorre la linfa del pensiero – l’altissimo Dio oscilla come un fiore centrale, luce immersa in un accendersi bianco e rotondo.

(…)

Davide
Interessante il parallelo che si innesca, quasi spontaneamente, con l’uni-totalità, l’irradiarsi “centrale” della luce dell’Essere, in cui si può riassumere l’intera novitas del Paradiso dantesco. Rispetto alle altre coeve rappresentazioni medievali dell’universo la prospettiva che Dante mette all’opera mostra di saper ancora parlare alla nostra sensibilità ‘laica’ contemporanea: ciò accade qualora la conoscenza ontologica sia riscoperta finalmente quale espressione di una più ampia dimensione analogica. Così come la luce fisica, nella modalità in cui oggi la pensiamo, trae dall’interno la materia oscura verso l’“unità” dell’originario centro cosmico (secondo una delle potenziali spiegazioni disponibili sul fenomeno dell’anti-materia, legato al controverso problema cosmogonico del Big Bang), così la luce metafisica nella visione dantesca trae ogni esistenza “in unitatem” verso l’Origine: ciascun essente – oltre il proprio sé contingente – può riconoscere se stesso nella “presenza” dell’eterno Inizio (cfr. M. Cacciari, “Della cosa ultima”, 2004). Nessuna contraddizione tra mondo materiale e mondo spirituale: anche l’immanenza della realtà nasce infatti dall’unico trascendimento operato dalla coscienza, che è “luce” poiché manifesta se stessa a sé. Nessun dualismo si rende insomma necessario tra intelletto e anima, nessuna paradossale “doppia verità” nel sapere; la Verità è già da sempre una e in atto, già da sempre “aperta” prima e al di qua delle nostre capacità di specificarne eventualmente il nome. Il Vero è l’Intero che a noi si offre in quanto siamo liberi (grazie alla scienza o alla sapienza, non importa) di “entrare” in risonanza e partecipare alle infinite variazioni di quel «raggio dell’alta luce che da sé è vera» (Paradiso, XXXIII, 53-54).

Claudio
La proposizione hegeliana (Il Vero è l’Intero) pare essere una trasfigurazione dell’intuizione poetica dantesca: non c’è progresso nell’avanzare della mente verso l’Ultimo, c’è uno schiarirsi autonomo, involontario della visione, in cui la ragione si abbandona al senso che si dona oltre il sé, oltre il pensiero. In quest’ottica è significativo un passo dell’Itinerario verso l’Ultimo, la seconda sezione de L’anima sinfonica: un riverbero metafisico, in cui risuonano sia Dante che Giordano Bruno, in un’atmosfera di rivelazione pervasa di indicibile inquietudine.

Alto stupore

Alta stasi l’universo, corpo chiuso.
Alto il pensiero, nel tutto diffuso.
Alto il volo, nell’Uno smarrito.
Alto il battito, al centro scandito.

La mente si contrae in uno sguardo vuoto.
Atomo del nulla, la vita pulsa sul confine.
Il tempo scorre in un moto che confonde.
Il senso si disperde, come polvere svanisce.

Il cosmo-pensiero rinnova l’armonia prestabilita che come musica si intona, ramificandosi sinfonica.

L’anima percorre il cielo, rabbrividisce come si trovasse di fronte a un disegno che conosce da sempre. Immersa nel flusso incessante chiude il cosmo, lo riflette, diventa io, fiorisce in un’onda in cui si fondono stupore e terrore.

L’estasi sfugge in un sapore di freddo.
Il pensiero rimane a bere il suo fantasticare fanciullesco, nota bianca di memoria che si apre come un cristallo di spazio, un tremare di pianto, un sussurrare di grilli.

Fluisce il tempo interiore nell’indifferenza del mondo.
L’anima vive, pulsa, immagina, scruta, e ignora l’Ultimo.

L’acqua specchia la multiforme presenza di questa fredda trasparenza del cuore, di questo volto tremante in fuga – come un sasso discende lentissimo il pensiero ricreandosi in un’altra dimensione, nella verticalità di un altro spazio.

Si chiude la mente in un sonno inconcepibile, profondo, definitivo.

Si chiude come un fiore.

La prima parte dell’articolo è qui:

https://almerighi.wordpress.com/2017/05/31/dialettiche-amargine-claudio-borghi-e-davide-inchierchia-su-la-metafisica-della-luce-part-one/

dialettiche amArgine: Claudio Borghi e Davide Inchierchia su La Metafisica della Luce (part one)

Il dialogo che segue è nato da riflessioni di Davide Inchierchia sulla metafisica della luce in Dante, innescate dalla lettura dell’ultimo libro di Claudio Borghi L’anima sinfonica, presentato in questo blog il 22 aprile scorso. Sono ispirate ad un tema molto frequente nei testi di Borghi: la ricerca del senso, al confine sempre mutevole – ma sempre nuovamente ridefinibile – tra poesia, filosofia e scienza, che costituisce un elemento di innegabile suggestione e novità nei suoi testi poetici, da cui possono scaturire interessanti spunti circa una possibile sintesi tra metafisica e scienza, cosmologia dantesca e cosmologia relativistica, medioevo e contemporaneità.

SULLA METAFISICA DELLA LUCE
(dialogo tra Davide Inchierchia e Claudio Borghi)

Davide
Questa riflessione, oltre che dalla mia passione per la poesia metafisica dantesca, mi è stata ispirata dalla lettura de L’anima sinfonica: è un testo complesso e articolato, decisamente in sintonia col mio interesse per il pensiero spirituale (in accezione teoretico-filosofica). Se è vero che la cosmologia dantesca nel «Paradiso» riflette una concezione fisica e astronomica (quella di matrice aristotelico-tolemaica) che oggi noi consideriamo scientificamente inaccettabile – l’ordine gerarchico dei pianeti e delle sfere celesti come entità sovrannaturali – ciononostante è possibile oggi, forse più che in passato, riconoscere il valore e il significato specificamente allegorico e speculativo di tale cosmologia, per nulla inficiati dalla suddetta cornice tradizionale cui comunque essa rinvia. Il «Paradiso» può essere inteso, in effetti, come una grande opera architettonica dello spirito, fondata su una altrettanto grande esperienza metafisica della luce. L’identificazione cara a Dante tra cieli cosmici e cieli angelici, per noi apparentemente così problematica, può invece diventare nuovamente intellegibile se riconsiderata a partire dall’idea della luce come principio ontologico costitutivo della realtà tutta. È acquisizione del nostro secolo la natura elettromagnetica delle strutture più profonde che compongono la materia: dopo la sintesi epistemologica einsteiniana, col nuovo paradigma relativistico e la connessa riconfigurazione energetica della meccanica galileiano-newtoniana, sappiamo che al di sotto dei fenomeni spazio-temporali vi è la dinamica “immateriale” della luce. A prescindere dalle diverse implicazioni (anche confliggenti) che rendono non certo univoca l’interpretazione offerta dalla comunità scientifica odierna alla teoria della relatività generale, un punto è senz’altro dato per condiviso: la luce è il centro assoluto del pur policentrico universo conosciuto.

Claudio
Trovo stimolanti queste riflessioni, il cui oggetto specifico sono Dante e la cosmologia dantesca, ma anche le connessioni tutt’altro che avventate con la fisica moderna, in particolare con la cosmologia relativistica. La luce in relatività ha in effetti uno status privilegiato, la sua velocità è limite e invariante, per cui risulta quasi anomalo pensarla come una sua proprietà, visto che non si compone con le altre velocità ed è, il principio della sua invarianza, il fondamento logico-teoretico dell’intero edificio relativistico. La metafisica della luce, a cui è ispirata L’anima sinfonica, in cui ogni riga risuona dell’armonia meravigliosa inquietante del Tutto emanato dall’Uno, era un’intuizione che avrei poi ritrovato ed esplorato in forma diversa nei miei studi scientifici, scoprendo, per quanto i profani siano poco propensi a crederlo, che ogni teoria, per quanto strutturata razionalmente, è fondata su postulati metafisici, che possiamo solo accettare, senza poterli spiegare. Non esiste risposta alla domanda sul perché hanno una certa forma: possiamo solo ammetterne la verità e testarne le conseguenze logico-empiriche. Ovviamente nessun edificio teorico è inconfutabile e una nuova teoria può essere costruita su postulati più fondamentali della precedente, ma occorre riconoscere che la razionalità, nella sua essenza ultima, si fonda sul miracolo dell’essere le cose come sono, sulla luce del Logos che risplende in sé, in cui la Fonte, del tempo, del pensiero, della molteplicità diveniente delle forme, si presenta come inaccessibile e inconoscibile per l’intelletto finito. In un certo senso il mio cammino, inizialmente mistico-metafisico, si è saldato con la consapevolezza sorprendente dell’essere metafisica anche la scienza nei suoi fondamenti ultimi, cosa che, come ogni profano, prima di studiarla non sospettavo nemmeno.

Davide
In effetti, laddove riteniamo la luce, in termini abituali, come una sorta di ‘contenitore’ percettivo dei corpi con cui interagiamo nell’esperienza quotidiana, la stessa luce intesa in termini relativistici non è qualcosa che possa ‘aggiungersi’ dall’esterno ad una materia di per sé già esistente e compiuta. Al contrario, la luce costituisce l’essenza primaria della materia, la sua costante fonte generatrice, la materia essendo non altro che il “correlativo oggettivo” della luce medesima. Superato il limite della superficie percettiva del mondo, quando si raggiunge il nucleo più intimo della realtà, luce e materia si trovano di fatto in un rapporto rovesciato rispetto al comune riscontro empirico: qui infatti è la luce per così dire a ‘contenere’ la materia dall’interno di sé (cfr. i recenti studi sulla gravitazione quantistica proposti in C. Rovelli, “La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose”, 2014). Analogamente, nel Paradiso Dante, oltrepassato il limite sub-lunare del mondo terrestre, inizia un percorso di salita preceduto da un ‘rovesciamento’ della realtà materiale reso possibile proprio dalla attrazione della, o meglio, nella luce. Aspetto decisivo, a caratterizzare l’ascesa di Dante attraverso i cieli che lo condurranno fino all’Empireo, è infatti lo “spirare” luminoso delle anime susseguenti: non, si badi, nel consueto senso (aristotelico-scolastico) che le anime si troverebbero già in una luce preesistente in cui sarebbero assorte in statica contemplazione; bensì, tutt’al contrario, nel senso dinamico – assolutamente originale dantesco – che le anime sono chiamate a “trasmettere” in libertà la luce che ricevono, ciascuna in una diversa intensità di rifrazione corrispondente alla peculiare “qualità” interiore del loro spirito. La materia, la sostanza di questi «spiriti costellati» – come Dante suggestivamente li definisce – si rende dunque progressivamente intuibile, visibile agli occhi e alla mente del poeta-profeta, in ragione della minore o maggiore ‘trasparenza’ alla luce. Un’unica e sola luce determina qualitativamente le distinte “singolarità” delle anime: ne costituisce l’“identità” essenziale, come risposta alla vocazione di quella «alta gravità» dell’Uno che Dante (attraverso il linguaggio neoplatonico di Bonaventura) illustra con lucida razionalità teoretica, quasi geometrica, senza nulla concedere al dogmatismo della sua epoca, ad una religiosità ormai irrigiditasi in categorie vuote di pensiero.

Claudio
La luce è una sintesi metaforica della comunione tra l’Uno e le anime-corpi: l’intuizione originale di Dante consiste nel percepire la materia e lo spirito sullo stesso piano, superando lo sterile dualismo che vorrebbe il corpo una forma transeunte e l’anima la sola essenza vitale permanente. L’esistenza individuale, nelle sue contraddizioni, nella sua multiforme provvisorietà e contingenza, intellettuale ed esperienziale, si configura come una necessità interna all’Uno, che in un certo senso si invera nella autenticità della dimensione, sospesa tra pienezza sensibile e privazione, estasi e dolore, in cui si risolve e si manifesta la vita delle creature. Una chiave fondamentale di lettura della metafisica dantesca è il rigenerarsi poetico dell’emanatismo plotiniano, in cui Platone e Aristotele trovano una sintesi necessaria e vivente di altissima profondità. L’intuizione poetica vivifica il pensiero, lo accende, lo rende pulsante, ed è in questa ottica che l’arte può diventare, in ogni tempo, oggi come allora, decisiva nello sviluppo della cultura, non nell’ottica riduttiva di essere un mero corollario formale di scoperte, filosofiche o scientifiche, che vengono prodotte altrove, ma di essere il luogo in cui la rapsodia intellettuale ed emozionale in cui è immersa l’esistenza umana, pur nella sua occasionalità e fragilità, assume una valenza trascendente.

DAVIDE INCHIERCHIA è nato a Mantova il 7 giugno 1983, risiede a Curtatone, si è laureato in Scienze Filosofiche a Bologna nel 2008, è libraio (mestiere che francamente gli invidio) presso il palazzo Ducale di Mantova.

Il futuro della poesia

Un fattucchiero ha fatto le carte alla Puttanona Ingiallita, ne emerge un quadro molto carino, specie per gli assidui della serie “The Walking Dead”. Bookinari e bookinare si tutto il mondo, UNITEVI!!

La dimora del tempo sospeso

IL FUTURO DELLA POESIA IN ITALIA

Un dossier in esclusiva per RebStein
a cura di Pellegrino Ramingo

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LOmbra delle Pinzillacchere

Contestare un ambiente letterario asfittico, stratificato di lecca culo e auto referente è cosa sacrosanta, in primis perché i baroni rendono la letteratura letteramorta. Volere però sostituire un establishment con un altro è disonesto e manipolatore, perché finisce che qualcuno almeno all’inizio ci crede, salvo gli opportunisti e i disperati cercatori di visibilità, quelli ci credono finché si può e poi spostano altrove la loro lingua a strascico. Succede così che un Luciano Nota, per aver definito “scolastica” una delle sue scolastiche traduzioni di un maledetto francese, finisce per censurarti. Finisce anche che un Linguaglossa, che giurava e spergiurava su pile di bibbie e corani che giammai avrebbe censurato nessuno, e che definiva “poveraccio” chi lo faceva, cerca e trova un “casus belli” per eliminare prima e censurare poi chiunque non possa più portargli utilità. Il caso “Letizia Leone” fu eclatante. Qui invece il contraddittorio si accetta, attenti però ai codici ID dei commenti, perché è già successo che qualcuno che voleva sembrare qualcun altro è stato sgamato.

La guerra di Troia è finita ormai da tanto tempo che il protagonista, Odisseo, non ricorda più chi l’abbia vinta. Il mondo è diventato ampio, talmente ampio che l’uomo ha perduto la concreta esperienza dello spazio («Dilatava lo spazio Poseidone») e del tempo («mentre laggiù noi perdevamo il tempo»), il ritorno è diventato problematico («la strada / di casa è risultata troppo lunga»). Non c’è più un «ritorno» poiché esso è possibile soltanto in un orizzonte dove il tempo e lo spazio possono essere conteggiati e vissuti, ma in un mondo debordante e ampio non è più possibile alcuna esperienza del tempo e dello spazio, e quindi della storia. La storia si è allontanata così tanto che la memoria vaga alla rinfusa alla vana ricerca di un appiglio, di un ricordo. Nel mondo di Brodskij la memoria ha perduto il contatto con la storia, e anche con la propria storia personale. (G. Linguaglossa)

Personalmente ritengo che la guerra di Troia e il suo esito finale per il Nostro non siano altro che una metafora della seconda guerra mondiale. I russi (soprattutto i baltici e gli ucraini) all’inizio videro i nazisti come liberatori dalla tremenda tirannide staliniana. Se i tedeschi fossero stati più accondiscendenti con le popolazioni di quei territori, anziché darsi al saccheggio e allo sterminio, avrebbero probabilmente vinto la guerra. Finita l’occupazione nazista, negli stessi sterminati e ancor più devastati territori (parliamo di mezza Europa, Ucraina, Bielorussia, paesi baltici, Caucaso, fino alle porte di Mosca) è tornò il terrore staliniano, sotto forma di rappresaglie persino contro i prigionieri di guerra tornati dalla Germania, persino contro i pochi ebrei scampati ai lager, uccisi o costretti a fuggire. Brodskij stesso fu considerato un “parassita sociale” perseguitato ed esiliato. Mi sembra chiaro che l’eminente critico non conoscendo affatto la storia o avendone perso memoria, imputi lo stesso handicap al povero poeta, che afferma di non ricordare chi abbia vinto la guerra, semplicemente perché non c’è stata nessuna liberazione, nessun dopoguerra, dopo Stalin Hitler, dopo Hitler di nuovo Stalin. Resta il fatto che, essendo morto nel 1996, Brodskij non è in grado di confermare o meno né il mio punto di vista (che non è vangelo) e nemmeno quello dell’eminente critico (che ha la pretesa di essere vangelo), che tra l’altro respinge, fino alla censura e con metodi squadristici ogni pensiero diverso. Ultimamente Borghi e Inchierchia (due fini e preparati intellettuali) ne hanno fatto le spese. Qui qualcuno si è ridotto a limare le pietre delle piramidi per provare che le “misure” si adattano alle sue teorie. Tralasciando per carità umana la mirabolante rivelazione della verità postuma pasoliniana sulla necessità di una NOE (c’è un medium nella redazione dell’Ombra delle Pinzillacchere?) dove anche qui si tira in ballo una altro defunto che non può più parlare.
Fortunatamente la puttana ingiallita si sa difendere molto bene da sola. E’ incontenibile, animalesca, epica, lirica, teatrale, se le tagli una testa, questa subito rispunta. E se ne fotte dei secoli.
Infine una domanda, cosa ha prodotto la Nuova Ontologia Estetica, a parte una decina scarsa di apostoli fanatici e deliranti, e roba tipo questa, che chiamarla poesia è darsi la zappa sui coglioni?

Si fa respiro il pianto

Contro i muri la resa dell’estate.
Batte in petto un tempo lento.
Il pianto reiterato della tortora sale
dalla grondaia al sonno d’alba.
Si fa respiro la stanza che rischiara
attutita di sogni.

*
l’oscillatore
con le ombre sul muro girevole.
Lo stesso ErgoSum ci passa
con l’alito del sidro patogeno. Dal mio sistro
lunare. Nell’incrocio scorza-buco-licantropo.
Nullamsolubitum.
___ L’ascia genetica.
Prendi l’usignolo senza rossiccio.
Alza quei pochi steliflorus verso gli amanti castigati .
Sotto il nostro fossile subanemico.
L’ultima spremitura delle vespe.
Alture d’autunno.
Fuhrergendarmen nel frantoio-ossidana.
Geyser.
Da qualche parte il nostro braccio metallurgico.
Di nuovo un altro fotonEleusino.
La zavorra di vetro.
>…>
Per gli Alberi-Mango.
Seimicentodiciassette bombole d’ossigeno.
Abiti-vetiver per farsi glutine
nel silenzio.
Mama Barack.
L’oboe dentro un tamburo.
Il taglio.
Lo shampo e il rimasuglio della lozione
sulla mensola- specchio.
Millesimicentenari.
La mia bottiglia d’acqua affollata
di biglie.
Calze vuote.
Ti guardavo per ricadere.
(a parte il fatto che si scrive shampoo, poesia o frasi gettate là ‘a la chezz?)

(164.517) il destino è uno sguardo distratto

Siamo nati, ometto Noi, una generazione dopo il secondo dopoguerra. L’Italia ricostruita, la televisione ancora piccola, Modugno che volava. L’unico vero valore, inculcato fin dai tempi del catechismo, è stato quello di farsi strada: farsi “una posizione”. Insomma, bastava avere voglia di lavorare, conoscere le persone giuste, e il mondo sarebbe diventato un’ostrica. Siamo stati i primi cui il valore dell’appartenenza è stato omesso. Passeremo alla storia come baby boomers, i primi individualizzati perché non fossimo più popolo. Abbiamo letto di tutto da Kafka a Dario Bellezza a Topolino. Non abbiamo “fatto” il Sessantotto, abbiamo fatto la patente negli anni di piombo, e nel decennio successivo abbiamo avuto tanti soldi.
E ci siamo persi. I nostri figli, è abnorme, sono molti meno di noi. Tribuni senza popolo, filosofi senza preparazione, poeti senza pubblico e analfabeti di ritorno. Il mondo cambia in fretta, la barbarie non è mai finita, anzi…
Il futuro è ipotecato e improbabile. Il moto di appartenenza limitato a parrocchie senza accoglienza.
Perduta la memoria ne conserviamo frammenti, polvere di ostie consacrate annidate in una pisside terminata la messa. Ci hanno dato il consumismo perché noi e i nostri figli non potessimo più farne a meno, poi ce lo siamo lasciati sfilare mentre eravamo al telefono, addormentati davanti al televisore. La democrazia, ci è stato detto, è un bene retorico e deperibile. Rimane il silenzio di noi abulici, tutti uguali, che non sappiamo più fare. L’uomo saggio si identifica con il cazzaro.

fauna amArgine: un calcetto al cosidetto ministro del Lavoro Poletti

Rimanga tra noi e i due o trecento che leggeranno. Poletti il presunto ministro, è appena normodotato nel senso che ha il pollice opponibile come tutti i primati e qualche bancario. Ha fatto carriera partendo dalla FGCI, facendosi un culo così a forza di chiudere cappelletti per i festival de l’Unità. Cosa lo distingueva dagli altri, a parte le non eccelse doti intellettuali? Una non comune capacità di maneggio (non dei cavalli) lo stare sempre dalla cosca, ehm… pardon, dalla parte che vinceva. Il PD (nelle sue varie sigle e declinazioni dal rossissimo al rosè al profondo renziano, governa la mia amata Emilia Romagna da 71 anni. Trovatemi un altro paese al mondo dove lo stesso partito tiene il potere da così tanto tempo. Finiti i galantuomini, come i dinosauri purtroppo estinti, e non dite Bersani, perché farebbe bene ad aprire una pulitintolavanderia per giaguari. Il PCI/PDS/DS/PD è diventato partito degli affari peggio della peggior DC, delle coop miliardarie della finanza. Tutta bella gente col cuore (forse) a sinistra, ma con la saccoccia ben salda a destra. Concludendo, in Calabria c’è la ‘ndrangheta, in Sicilia Cosa Nostra, in Campania Jenny ‘a Carogna. Cosa c’è in Emilia Romagna, chi fa sì che non si muova appalto che dio non voglia? Lo scrivo sanguinando lacrime di sangiovese. Glielo darei io un bel calcetto a costui, soch!

fuck the system: lettera aperta alla lettrice di una rivista letteraria internazionale

Cara Signora, il suo intento è ammirevole, parte dall’umiltà, che tutti dovremmo avere, di chi si ritiene nella condizione e nella curiosità di volere imparare qualcosa da chi ne sa più di noi. Anch’io mi avvicinai a questo luogo e a questa gente con la stessa volontà, e in effetti per un lungo tempo ho appreso. A volte si sono verificati malaugurati incidenti, dovuti più che altro all’incomprensione o all’eccessiva franchezza, ma nel complesso, quando si vuole imparare, quando si vogliono allargare gli orizzonti non si fa molto caso a qualche inciampo, si prova a riprendere il cammino considerando il valore aggiunto che può essere l’esperienza di uno SCAMBIO con determinate persone di cui hai soprattutto stima e per le quali, con l’andare del tempo e della condivisione, inizi a nutrire persino affetto. Questo gruppo è formato da alcuni maschi alfa, preparati, e come tutti i creativi pieni di se stessi, poi c’è una piccola corte dei miracoli che, pensando di trarne qualche vantaggio, gira intorno. Quello che molti non capiscono, o non vogliono capire, è che un contributo fattivo non si può e non si deve limitare a un semplice “trarne qualcosa, trovare l’occasione per auto promuoversi o farsi promuovere”, il tutto deve essere un libero scambio: “io ho questa idea ve la sottopongo”, “io conosco questi autori, cosa ne pensate?”. Finché ha girato così andava bene, ora per una svariata serie di motivi, e qualche marchetta di troppo, il giocattolo sembra essersi inceppato. Se posso permettermi un consiglio, la prego, tragga da questa frequentazione il meglio e per il resto non si occupi troppo delle sindromi o delle idiosincrasie che qualcuno ogni tanto lascia inavvertitamente affiorare. Qui c’è stato molto da imparare, vada a ritroso negli anni, questo blog è un’autentica miniera. Ora è un po’ ripiegato a rimirarsi l’ombelico, ma non è detto che l’impasse, grazie all’interscambio con persone intelligenti, come suppongo Lei sia, possa essere superato. Questo è quello che auguro a Lei, e a tutti quanti. Il resto è scorie, è velleità, autoreferenzialità, maleducazione, incapacità nel saper gestire al meglio un luogo aperto al pubblico se pur virtuale. Un saluto.

Flavio Almerighi