in nome di Narciso

Spesso è darsi fradicio
in nome di Narciso
sconfinato e nascosto:
Napoleone imbattuto a Lipsia
avrebbe riamato Giuseppina.
Il tempo, per sua stessa natura,
non ha nome, per sua ammissione
chiede anni:
non so per quale modo tempo
dovrei spremermi,
e spremermi,
e spremermi,
e spremermi ancora
limone miracoloso in tutto
per quanto inutile.
Portato il mondo sulle spalle
per quattordici stazioni almeno,
voglio la mia quindicesima.
Conquistarla a tentoni
dentro un cinema buio.
In Giappone cambierà era,
nel mondo tornerà crisi,
e altri lavoratori inutili,
buoni solo a morire:
i figli, teneri cuori di carciofo,
da vendere schiavi.
Domani mattina sarà pioggia,
tutti la vogliono per piacersi.
Metti gli stivali,
siano lievi i tuoi passi
che mi consumano i sensi
nella verità della sera.

Annunci

La birreria delle cose

Ci facciamo le spine migliori con spavalda tristezza,
alle cose inutili in penombra offriamo altrettante imprecazioni.
Ogni tanto è strana voglia di libri, di verità pronte da asporto,
ad affogare dentro silenzi dove non saprebbero mai nuotare.

In realtà vero terrore è quello delle sei del mattino,
quando la primavera si mozza sotto il telefono della doccia.
Abbiamo tutti qualche buon numero in agenda e donne imbastite.
Vite di lavoro il cui ricavato suona, ma dà sempre occupato.

Comporre una poesia, mentre in Slovenia le piantagioni di luppolo
sembrano non finire mai, i Romani non essersene mai andati.
Quanti inverni passano senza lasciare nemmeno un biglietto!
La birreria delle cose chiude, presenta il conto, non dà resto.

Amarti

Amarti la bocca, gli occhi.
Il collo proteggerlo.
Amarti la vita, il seno,
i fianchi con pazienza.

Ogni giorno.
Amarti le spalle, il cuore,
la schiena. I capelli
contarli uno a uno.

Amarti donna e uomo.
Appartenere.
Amarti più giù, dov’è
emozione: ogni attimo
sentirti viva dentro
ogni tua stilla.

Amarti il sangue, le vene,
la pelle fino alla radice
dei passi.
Amarti all’infinito,
senza tempo e luogo
in milioni di mondi.

Amarti. Amarti. Sei tu.
L’amore è uno solo.

Osip Mandel’štam sepolto

Al futuro mi abituo.
Lo spoglio, lo abito,
lo voglio integro.

Due giorni dopo Natale:
scendete tutti
e tirate giù i morti!

Le loro anime, nemiche del popolo,
parlano agli dei.
Deridono il Compagno Stalin.

Questa bambina senza scarpe
sorride ancora.

Questo qua lo ricordo bene,
uomo di fede, ferrava i cavalli.
Cantava, bestemmiava,
pregava ogni mattina.

Il ricco parassita
lo si riconosce dalle mani di cera,
i suoi titoli, i conoscenti,
non lo hanno salvato.

Spacchiamo questa terra di transito,
dura e nera, non bastano
sputi e pazienza. Il tempo stringe,
prendete i picconi.

Aspetta! Ce n’è un altro!

A questo non bastava
tenere il culo al caldo,
scrisse contro il Regime!
Nessuno si accontenta del suo stato.
Coprite anche lui, come tutti,
dentro!

Niente rende più uguali
e senza nome
della fossa comune.
Al resto pensano ghiaccio e maree.

Cenozoica

incubi da salotto,
concause sconosciute,
sei necessaria:
nessuno e niente
ti abbaglia

senso di mare affondi,
nella marea tiepida
improvvisa e gravida
dove pesci dorati
sfuggono a qualsiasi
mano, rete

naso e collo perduti
dal Colle Infinito
fino alle scie di lassù

fortissima emozione
inventa un sole inedito
sulla pelle
altrimenti smarrita

i capelli tirati a sorte
ondeggiano sul cuore
e monta, elementare
il bisogno di un bacio,
che non sparirà

non so cosa sia una montagna

Un tempo, prima di qualsiasi cosa,
fu spiaggia baciata di mare, oggi
non so cosa sia questa montagna.

In genere è orizzonte, cime bianche,
so cos’è una cima. E so
cos’è una vertigine.

In cima ti vedi già per terra.
Quando il fondo chiama, inevitabile
rispondere, precipitare naturale.

Quel ci vediamo a cena pura statistica.
Non so cos’è una montagna,
ma lo so, cenerò solo.

barbari

Sbarcano barbari con passo di felpa,
li trovi ovunque a buon prezzo.
Il vecchio sa di dov’è.
Il giovane non sa dove va.

Parlammo a sproposito di lettere:
le monete caddero non si sa dove
tutte in successione, testa, croce.
Noi altrove, infreddoliti e scossi,
senza trovarle.

Il sogno americano scavallò lucido
aree di sepolcri imbiancati
dentro giardini ornati a maggio.
Poi fai l’amore, scalci,
appena sfiorata di brezza.

In principio fu Gregor Samsa
poi la metamorfosi, ricordi?

La bonaccia d’Agosto doppiò dicembre,
le sedie fuori stremate di brine.
La noia al governo ci sapeva fare.
Questi barbari non sono Brenno,
non aspettano, sanno procurarsi.

Mentre scriviamo nessuno legge,
già detto tutto:
emozione perfida in chi non può
rinunciare nemmeno a un quarto d’ora.