a che ora la fine del mondo?

Telegiornali tutti uguali, anche nella grafica, notizie le stesse: il mondo trasmette oramai a reti unificate. Notiziari utilissimi che ci dicono che fa freddo in inverno e caldo in estate. Cosa sta succedendo? Dalla generale e bieca oppressione delle popolazioni più deboli e indifese fa capolino il mostro-spettacolo. Cos’è? Una specie di spauracchio, da dimenticare quando sarà uscito quello nuovo. Ricorderete tutti a inizio 2020 quando fu assassinato il generale iraniano Suleimani. Un drone americano lo uccise e per qualche giorno fummo portati a credere che il mondo fosse sull’orlo di una guerra mondiale. Guerra spettacolo mai dichiarata e mai combattuta per le opinioni di analisti all’amatriciana. Poi, nelle settimane successive è arrivata l’epidemia spettacolo, il così detto Coronavirus. Un morbo venuto dal nulla e conclamato in una “cittadina” cinese di undici milioni di abitanti. Ogni giorno da allora notizie sempre più inquietanti sul morbo misterioso e maligno, sui morti e sui contagiati, ora i primi contagi anche in Italia. Tutto il mondo è paese si diceva un tempo, ora in piena globalizzazione planetaria ci viene quotidianamente propinato lo spauracchio di cui aver paura. Nel frattempo finanza e multinazionali fanno i loro sporchi affari e le popolazioni sono sempre più indifese dal drenaggio continuo di ricchezza, diritti e salute appannaggio di pochi. Una semplice domanda: cui prodest?

Noccioline e banane: Umberto D., l’elemosina

Vedendo la facilità con cui un mendicante riesce a farsi dare l’elemosina, Umberto prova a sua volta a chiederla ma la sua dignità glielo impedisce.

Il dramma si consuma attraverso una narrazione lineare, che segue e scompone le azioni elementari (…) Lo sguardo giunge a una soglia di percezione della realtà oltre la quale pare impossibile spingersi (…) “Umberto D.” segna il punto limite nella sperimentazione di un tipo di film costruito sul principio della sottrazione e della negazione delle possibilità narrative spettacolari (G. Brunetta)

L’insensatezza

A volte meglio raccontare
la complicità di un viale,
dove gli alberi svestiti
attendono primavere
non ancora terminate.

La natura dice che, in fondo,
il mondo non è così malmesso
e una sera,
magari dopo un cinema,
si farà pace.

Tra chi, però, è da vedere.
Ora so perdere l’equilibrio
e sale improvvisa una voglia
di alzare la gonna al destino
e riprendere con forza
tanta insensatezza.

Chiederle se mai
sia stata felice
e qual è la strada
per poterla ritrovare.

l’ossido tra i capelli

non che sia definibile
il mistero segreto
in base al quale
ci sentiamo soli e vorremmo
strapparci il cuore

a domande come questa
si risponde sbagliato,
ottone per oro,
con sputi senza pietà
il giorno dopo

gli innamorati si baciano
su panchine ben messe
di una città trascorsa,
ma non sanno di avere già
l’ossido tra i capelli

buonanotte, buonanotte

buonanotte tesoro mio non avere freddo,
se non è fosgene, sarà fieno profumato

buonanotte caro, ti sognerò ogni bene,
a Natale avrai zucchero e il mio velo

buonanotte bambina, vedi, il tuo corpo torna
continua conquista di memorie credute finite

buonanotte mamma, il tuo amore mi ha fatto,
il tuo profilo è rientrato dalla terra

buonanotte Gesù, non fare manovre azzardate
quando il tuo nome torna in bocca agli audaci

buonanotte fratello, non fumare troppo, il cuore
arma inquieta, t’incendierebbe il letto

buonanotte autista, chiama prima del confine
salterò giù e la notte nera sarà via di fuga

buonanotte silenzio te ne andrai domattina,
lasciami il piacere di un sogno ben fatto

Chiedo

un sasso su cui appoggiare la testa,
un torrente che ricopra
e voglia portarmi dove le gambe non sanno

una linea gotica da sfondare senza strategia,
muoiano tutti i filistei, tutti quanti
fissano il prezzo da mettere addosso

il sangue allegro dentro le vene, finché
deciderà il tempo della propria resa, ma
fino a quel giorno nessun armistizio

un’anima pudica, che non si spogli
e non esponga l’inguine all’inutile cicaleccio;
un altare per veder le stelle

un sorriso per ristabilire grazia e colore,
la felicità dei figli, un mondo più bello
un altro sasso, che infranga questi vetri

chiedo

altri giorni

non aspettate,
sono già qui:

la sposa di giugno
gettò gli occhiali
dal treno in corsa,
per non vedere
e non dover più parlare

mentre accarezzava il grembo
per accudire il figlio
concepito la sera prima

verranno altri giorni
senza rivelazione,
il seme fu gettato molto prima;
continua a marcire
ma non da frutto,
il tempo bandito
assalirà il treno

i campanili
di cui andate così fieri
tra qualche anno
non ci saranno più
per incuria, terremoti,
nuove fedi e arroganza
di nuovi venuti

verranno altri giorni
una rosa coglierà molte mani
e inediti terrori

Due miei pezzi sulla Memoria (Eccoli! e 27 Gennaio 1945)

Dopo Dachau la mia cognizione del dolore è cambiata in modo irreversibile. Nella foto sotto la sedicente sala doccia di Dachau, in realtà camera a gas dove sono morte migliaia e migliaia di persone. Uscendo, ero talmente stravolto che senza pensare mi accesi una sigaretta. Al tedesco che mi rimarcava il divieto di fumo, per tutta risposta, rivolsi frasi irripetibili.

Eccoli!

Eccoli! Tra qualche giorno
e per poche ore
ricorderanno Hitler, Mussolini,
le loro vittime, il che
non migliorerà la qualità dell’aria
non farà piovere sull’onta,
nemmeno ammorbidirà le bollette
o la necessità di ridurre il debito.
Gli occasionali della storia
riempiranno pance di dolore.
I tempi sono gli stessi, illudono
sia cambiato qualcosa,
la democrazia costa, la plastica ovunque
soffoca ogni anelito di libertà.
I superstiti, i pochi malfermi
risparmiati dal tempo,
sapranno ricordare qualcosa rimasto
fra montagne di capelli,
cenere, canaletti rossi
di un sangue che non si spegne?
Poi, come nulla sia stato,
finito il Ventisette,
torneranno i cuochi, i paraocchi.
L’indignazione replicherà l’anno prossimo,
stesso giorno, stessa ora.

*

Ventisette Gennaio 1945,

una sopra l’altra, anime ossute protese verso un dio qualsiasi, siamo
più innocenti del latte nell’effimera planimetria del cielo. Fotografie da
un’interminata tregua. Liquidata la buna, i camini non fumano più.
La sirena suonava alle cinque, finito il lavoro c’incontravamo ai cancelli.
Dalla mia cuccia vedo strati di cenere grassa addosso ai volti di
un tempo, e sugli amori consumati dietro un portone. Vedo la notte
scendere su ogni possibile presente. Il campo evacua come i miei visceri.
O le silfidi in menopausa alla divisione della gioia. Fosse ancora
ieri mi mangerei le labbra, i denti, per sedare un po’ di male. Mangerei
le strisce del mio carcere che indosso insieme al sangue secco, ma non
la fame. Rimane poco di me oltre la febbre, orgoglioso souvenir di chi
ero. Visto dalla tua parte del foglio, sono poco più di carta sporca, ma
senza odore né prurito. Sid Vicious rifarà My way, i cinesi rifaranno Sid
Vicious. Non ho più dolore adesso. Sono l’altare gonfio di luce a cui
non chiedere memoria.

(da “durante il dopocristo” Tempo al libro Faenza, 2007)

****************

caratteri mobili

è possibile rimanere incastrati
nel tempo indefinibile,
argomentando di politica, poesia,
sorprendentemente inascoltati,
la cena lontana
dentro un locale ancora da scegliere

l’algebra complicata
nel calcolo del conto da dividere,
infine si arriva ai saluti,
poi la pioggia
inaspettata, bagno che disfa
sacchetti di carta coi libri

perché di un libro
c’è sempre bisogno,
carta scritta in nero,
profumo di stampa,
sangue tipografico,
e non lo sapevamo, era l’ultima volta

e tu, tu
non hai mai opposto resistenza