oggi è così

in Armenia
il cielo scurisce, malgrado l’ora
manda piagnucolosi accidenti a chi
più in basso
li avvista un istante dopo

il giorno della poesia
non ha amici fidati,
dive infide, qualche becchino
tutti muti, il colore non è musica
ma cambia persona

non abbiamo politiche
per giustificare sogni a lungo raggio
missili, Hiroshima dimenticata:
politico un’ingiuria
da spacciatore ladro di menzogne

oggi è così
poco tempo ancora e vestiremo
la bellezza che sappiamo

buona fortuna

attraccherà forse a Udine
l’ennesimo barcone, il peschereccio
del pescatore d’anime
sempre pronto in piscina,
la democrazia sfilata di mano
che invochiamo dai giovani,
talmente indignati
da non interrogarci più,
dove accadrà che Lisa
mostri di nuovo le sue grazie
senza attendere un’altra vita,
ripensare il bimbo coi pantaloni corti
è il posto che cercavo,
siamo la prima cosa
passata in mente al primo incrocio,
fai il disinvolto
guarda chi hai intorno,
scegli qualcuno
col suo bel vestitino rosa
agitabile prima dell’uso,
quando sarà tornare qui
candido gentile
dove il mare non si sposta
e non è giudizio,
se ami il mare
ti verrà a cercare,
buona fortuna,
il tempo il luogo
la carezza giusta

balliamo un surf senza futuro

NOE: DIRE TUTTO E IL CONTRARIO DI TUTTO, PURCHE’ NON SI CAPISCA UN CAZZO E ANCHE A COSTO DI RIMANGIARSI COSE GIA’ DETTE E A LUNGO SOSTENUTE. SULLO SFONDO LA POESIA, COME A MILANO MARITTIMA A FARE LA CARTOLINA, POVERINA, AI VOSTRI SELFIE. L’UNICO CHE SALVO DELLA MASNADA E’ MARIO M. GABRIELE. NON E’ CHE STATE SFIORANDO IL RIDICOLO, PROPRIO CI SIETE CADUTI FINO IN FONDO.

la bocca automatica
ha mangiato il dime
non vuole risputarlo,
forse non per vendetta
decisero la riduzione
a due sole scuole di pensiero

c’era chi il metro
era novanta centimetri
chi uno e dieci, è giusto ci sia
un po’ di finta opposizione.

I parolai sparlarono,
le comari strepitarono,
fu una corsa interminabile,
anche adesso sotto le finestre,
tutti a rincalzare coperte,
cantare ninne nanne,
ungere culi,
in cerca di prove indubbie
sul vero metro,

valutare, svalutare:
una troia fu sollevata
in men che non si dica
dalla stalla alle stelle
venne fatta santa,

il lontano cugino Paolo,
ohimè è un po’ sordo,
comprò in ferramenta
un metro da cento
e, come monito,
fu appeso per i piedi
finì che ci trovammo tutti
come i sindacati,

pieni di burocrati e pensionati
balliamo un surf senza futuro

club

strumentazione adeguata
ma pesante di carattere,
il cielo al tramonto,
i feriti tutti d’accordo
niente di meglio,
un canto di sirene
per ammazzare l’agonia
la convinzione, un’abbronzatura
se ne va con poche docce
è la ritualità del destino,
mia figlia inventa
un uomo che l’ami
e mi lasci libero,
sarò una bicicletta prestata
mai più restituita
in questo paese onnivoro
dall’aria piena di canzoni
dove le catene vanno giù
non qui, sarà un altro club
nuovi riferimenti, forme e tracce,
stesse innate meraviglie
che dicono tutto in poco spazio
finché la musica tace

eh, sticazzi 2.0

ho avuto modo di sperimentare che basta poco, veramente poco, perché la vecchia puttana smetta di sputare denti e si rianimi, e torni in forma smagliante: basta darle un po’ attenzione, lisciarle il pelo, soprattutto rispettarla, e torna rispettabile. In caso di mia prematura e repentina dipartita (per le vacanze, e dove cazzo credete che vada!) lascio questa raccomandazione scritta, rispettate la poesia e vi spalancherà le cosce! Finitela con gli atti di presenza e le minchiate del tipo “io c’ero”/”uhhh quanto mi piace!”, quando invece eravate in tutt’altro luogo, specialmente con un paio di organi interni, cuore e cervello, fondamentali per la poesia. Finitela di creare poesia e poeti a vostro uso e consumo, i rami secchi vanno gettati nel cassonetto. Conosco un sacco ‘ggente che ha il pane ma non i denti, e viceversa. La poesia non ha bisogno di elucubratori del nulla (ci mancavano anche ‘sti coglioni) ha bisogno di qualcuno che l’accarezzi e la spogli, insomma di qualcuno che scopra quanto è bella la Poesia e abbia voglia di darle qualcosa.

sotto la pelle pensosa

Donami qualcosa di più bello.

Aprì le braccia, ogni suo accesso
erano aperte campagne,
congetture e irruzioni,
colate di gelosia sempre in agguato,
la polvere si alza al momento giusto,
miele in cambio di capelli,
penombre di luce fuggite alle foglie,
e tutto l’armamentario dolce infinito:
un solo bacio esitante,
“purché tu stia bene mio re”,
e non si dette ragione, ma desiderio
fantasie a mani nude
sotto la pelle pensosa
tutto fuorché noia, neppure l’assenza
sarebbe stata fuori luogo,
è certo che il conquistato
viene a noia al conquistatore;
ma attese, fu una lunga attesa, sapeva,
attese a lungo prima di spegnersi,
fece così quando fu certa
di essere necessità infinita.

il senza tetto

ho appoggiato lo stiletto al muro,
separato il cuore dal suo amore,
osservato una straniera grassa osservarmi
come non avesse mai visto un alieno,
abbandonato ogni velleità bellica
da corteccia a sughero

me ne sto sul ciglio
dentro una maglietta nera ad aspettare,
il caldo secca i limoni,
molti vorrebbero chiedere una sigaretta
un tizio ce la fa
perché uscito da una novella di Camus,

nasconde una pistola dentro casa
il senza tetto, tornerà soltanto
chi non ha più gambe