in basso a destra

qualcuno, sempre in basso a destra,
ha un’aria da fine impero, all’ultimo
sopravvive ammaccato: giù da terra
guarda e si nota parecchio tormento.
era così, anche durante l’occupazione,
innamorato delle maestrine, pronto
a fuggire al primo soffio d’aria cattiva,
diario nascosto, pantaloni cortissimi,
troppo per la sua età, e oggi
sembra dire, sono qui e non mi va
perché sono venuto male,
per tutta la vita mi rideranno dietro:
com’eri buffo! Sei tu in questa foto?

La virata in bianco e nero, insolente
scoloritura d’autore che, potendo,
nuoce ancor più, soprattutto in basso
a destra, dove i reietti irrigidiscono.
non parlano, non fanno domande,
specie quelle inutili, senza risposta
a destra dentro la busta della spesa,
a sinistra nel sacchetto dell’immondizia

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Domani farà Lume a marzo

Domani mattina si vedrà
se l’ideogramma tracciato
sul soffitto è ancora là;
quest’aria nuova,
satura di profumi e rami falciati,
rende minimo l’ottuso disprezzo
di molti viventi per la realtà.
Eppure durante la notte
è risveglio al buio,
ci si provoca spesso ripensando
il dolore, il desiderio, i postumi
di una cattiva digestione.
L’immobilità non è possibile.
I ragni non hanno profumo.
Il desiderio non vuota il corpo
già pieno e presente
anche in altre stanze,
ogni giorno sporche, dimenticate:
dov’è depressione caspico padana
o all’angolo di casa Usher.
Questa notte è stata
semplice dolore,
domani farà Lume a marzo.

Lom a Mèrz (lume a marzo) 26-27-28 febbraio e 1-2-3 marzo

Molte sono le località romagnole, specie in Appennino, dove si tramanda questa usanza che ha origini Celtiche. Per le campagne, sulle colline, ma anche in molte piazze cittadine verso sera si accendono fuochi propiziatori per fare lume alla primavera in arrivo. Tutti quei fuochi accesi punteggiano le nostre zone, e danno l’idea di un cielo rovesciato sulla terra.
In alcune località gli ultimi tre giorni di febbraio sono anche conosciuti come “i dè dla canucéra”. Secondo la tradizione si credeva che in questi giorni vi fosse un’ora sconosciuta a tutti in cui ogni cosa riusciva male.
Nelle campagne in questi giorni i contadini se ne stavano senza far nulla per paura che andasse loro a male il futuro raccolto.

il bacio in gola

ciascuno insista
nel proprio dialetto fradicio;
qualcuno arricci le ciocche
tentando di riavviare la conversazione,
costasse l’espianto all’interlocutore

sui campi intorno,
sedili e vecchi inginocchiatoi
aspettano un altro natale
(che, poi, non si sa di quale destino)

sia stata o no benevolenza,
ho baciato in gola
umori scoscesi da lupa

anonime e dimenticate

vivere è mancanza quieta,
segnata da lievi tratti di pianoforte,
una bava di vento
attraversa dolcemente rami
e foglie riemerse in primavera

è tutta silenzi l’attesa del libraio:
faccia arrivare presto
volumi altrimenti introvabili.
Olio per tirare avanti,
quando nulla procurerà sorrisi
oltre il pensiero di dover poter vivere,
lettere frequenti, lettere più rare
anonime e dimenticate,
rianimano fuochi devianti
non dicono, non si sa dove, quando

andare a capo spezzando
croste di pane, poi l’urlo:
chi ha talento scagli la prima pietra!
Seguono sorrisi grigio azzurrognoli,
i ciottoli rotolano a terra

rincorrere il destino

Poi un giorno scoprimmo il metallo.
Lasciamole ai disonesti mestieranti
asole, ricuciture, cuori infranti.
Una lima dimenticata nel cuore
per poter segare le sbarre, invadere,
evadere, molto più di un tempo, o come,
quanto, avresti voluto, contrariata
com’eri a qualunque ripresa, l’andare
a capo è complice soltanto di pochi,
si fa poesia in quattro parole,
dovendo poi pagare scotto a chi
vorrebbe rileggere la sua poesia
e non quanto sta sfogliando, per caso
la lima, la penna, per caso le sbarre
sono cadute a terra, abbandonate,
qualcuno le pesta, capita a volte
l’inciampo, ritrovarsi feriti, distorti
e qualche altro giorno passa
nello stridore convinto e senza pace,
nel continuo pensiero, ricalcolo,
in tempo reale della negazione, poi
torna sete, il sangue scorre
i denti reclamano la loro parte,
il cuore debole riprende e si misura
nel continuo rincorrere il destino.

Essere completato

Ogni segna ore è resoconto,
musica ferma, ore in affitto
fino al fondo della civiltà,
la speranza è una sporca rima:
l’estate arriverà.
Tutto in cambio, niente cambia,
siamo incorreggibili padano veneti
intolleranti fino alle ossa:
che quei negri là ci portano via
il sacro mestiere di rondini,
l’Essere completato finito da tempo,
senza donne perché
non abbiamo mezzo di capirle.
Ci mandavano in montagna
a respirare aria buona;
partigiani paranoici da irrobustire
con ferite d’amore e cicatrene.
La stagione rock finisce qua,
Clint sembra tagliato col flessibile,
la speranza cercata in chiesa
è musica ambient da cimiteri.
Gli estremi onori avranno luogo
in aeroporti deserti, inagibili,
la classe politica meritatissima
fino all’ultimo: ignorante,
trasformista, figlia di padre ignoto.

Il Prossimo

Il Prossimo non ha peso,
istante, amore, destino,
è teso in avvicinamento,
senza conoscere bisogno
quando lo guardi curiosa
dell’altrui dibattersi:
è prossimo in santità
in vita e demoni marcati
col fuoco insistente
nella forgia di tutti noi
conquistatori di passaggio,
inutili da non sapere
difendere e trattenere
tutto quanto caduto.
Sappiamo del Prossimo
incontenibile desiderio,
spiedo di carne malata,
spesso morta invano
nel cassetto dei pizzi.
L’incontenibile risata
sulla strada dai cigli
pronti a urtare timide
fanciulle in fiore,
tutto quanto non vuole
essere, avere, Occidentale
sempre in cerca
del lieto fine i cui fini
non brillano in chiarezza,
l’Uomo Nero viene, porta via.
La madre ha un figlio
da tenere in braccio,
ma entrambi getta via.
Il fiume, i mari, mai,
mai rimangono gli stessi,
le spiagge inesistenti sponde,
soldati assorti in partite
a scacchi e dama.
Il Prossimo delitto,
l’oblio di ogni memoria:
si brucino i registri,
allo stato civile
dentro i mobili stagionati
nelle canoniche, il Prossimo
perduto è privo di memoria.
Spero possa vederli dall’alto,
provare genuino disgusto.
Ridi e va a dormire.