Due miei pezzi sulla Memoria (Eccoli! e 27 Gennaio 1945)

Dopo Dachau la mia cognizione del dolore è cambiata in modo irreversibile. Nella foto sotto la sedicente sala doccia di Dachau, in realtà camera a gas dove sono morte migliaia e migliaia di persone. Uscendo, ero talmente stravolto che senza pensare mi accesi una sigaretta. Al tedesco che mi rimarcava il divieto di fumo, per tutta risposta, rivolsi frasi irripetibili.

Eccoli!

Eccoli! Tra qualche giorno
e per poche ore
ricorderanno Hitler, Mussolini,
le loro vittime, il che
non migliorerà la qualità dell’aria
non farà piovere sull’onta,
nemmeno ammorbidirà le bollette
o la necessità di ridurre il debito.
Gli occasionali della storia
riempiranno pance di dolore.
I tempi sono gli stessi, illudono
sia cambiato qualcosa,
la democrazia costa, la plastica ovunque
soffoca ogni anelito di libertà.
I superstiti, i pochi malfermi
risparmiati dal tempo,
sapranno ricordare qualcosa rimasto
fra montagne di capelli,
cenere, canaletti rossi
di un sangue che non si spegne?
Poi, come nulla sia stato,
finito il Ventisette,
torneranno i cuochi, i paraocchi.
L’indignazione replicherà l’anno prossimo,
stesso giorno, stessa ora.

*

Ventisette Gennaio 1945,

una sopra l’altra, anime ossute protese verso un dio qualsiasi, siamo
più innocenti del latte nell’effimera planimetria del cielo. Fotografie da
un’interminata tregua. Liquidata la buna, i camini non fumano più.
La sirena suonava alle cinque, finito il lavoro c’incontravamo ai cancelli.
Dalla mia cuccia vedo strati di cenere grassa addosso ai volti di
un tempo, e sugli amori consumati dietro un portone. Vedo la notte
scendere su ogni possibile presente. Il campo evacua come i miei visceri.
O le silfidi in menopausa alla divisione della gioia. Fosse ancora
ieri mi mangerei le labbra, i denti, per sedare un po’ di male. Mangerei
le strisce del mio carcere che indosso insieme al sangue secco, ma non
la fame. Rimane poco di me oltre la febbre, orgoglioso souvenir di chi
ero. Visto dalla tua parte del foglio, sono poco più di carta sporca, ma
senza odore né prurito. Sid Vicious rifarà My way, i cinesi rifaranno Sid
Vicious. Non ho più dolore adesso. Sono l’altare gonfio di luce a cui
non chiedere memoria.

(da “durante il dopocristo” Tempo al libro Faenza, 2007)

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caratteri mobili

è possibile rimanere incastrati
nel tempo indefinibile,
argomentando di politica, poesia,
sorprendentemente inascoltati,
la cena lontana
dentro un locale ancora da scegliere

l’algebra complicata
nel calcolo del conto da dividere,
infine si arriva ai saluti,
poi la pioggia
inaspettata, bagno che disfa
sacchetti di carta coi libri

perché di un libro
c’è sempre bisogno,
carta scritta in nero,
profumo di stampa,
sangue tipografico,
e non lo sapevamo, era l’ultima volta

e tu, tu
non hai mai opposto resistenza

Menorah

La Menorah è uno dei simboli più antichi della religione ebraica. Secondo alcune tradizioni simboleggia il rovo ardente in cui si manifestò a Mosè la voce di Dio sul monte Horeb. Secondo altre rappresenta i sei giorni della creazione e il sabato al centro.

Eccone una sul davanzale della finestra con sullo sfondo una bandiera nazista.
La foto fu scattata nel 1932 da Rachel Posner, moglie del rabbino Akiva Posner, nel 1932 a Kiel, sul davanzale della loro casa, appena un mese prima dell’avvento di Hitler.
Sul retro della foto la signora Posner scrisse in tedesco:

“Morte a Yehudà”
così dice la bandiera;
“Yehudà vivrà per sempre”,
rispondono le luci.

Grazie a tutti

L’anno più faticoso della mia vita terminerà tra poche settimane. Di questo tempo ricorderò gli sfregi, le ferite, le illusioni puntualmente deluse: nella speranza che esista ancora un luogo, anche per me. Quanto ho camminato, letto, scritto, fumato, non so nemmeno io, ma il solo fatto di trovarmi qui a scriverne mi da la forza di tendermi verso il non vedibile del prossimo tempo. Perché c’è sempre un prossimo tempo dopo i titoli di coda.
Grazie a tutti, cari lettori e lettrici.

Grazia

bellissima, mandava a memoria
un frutto raccolto da stagioni
e mai gustato

la vita rimane tra i denti,
comunque sia, vendica ogni passo
e non servirà avere amato

sfogliò a lungo un settimanale,
parlava per lei il suo volto,
c’era fretta sul suo sguardo assorto
ovunque si posasse

i quarti d’ora in amore sono brevi,
lunghi in attese, infine

sciupato il tempo debito,
ha ricevuto un altro appuntamento
per non lasciare il prossimo

La Terra vista dalla Luna

La Terra vista dalla Luna
durante le tante notti, città accese
puntini chiari e sconosciuti
prima d’imparare a volare

Nemmeno si sapevano tante stelle
imprigionate dentro la testa,
che il male minore era contarle tutte?
Scommettere ogni giorno sul rosso,
quando esce sempre il nero?

Serve più decisione per un’ora
diversa dall’alba, le mani legate,
e tanto freddo da sentirlo dentro.

Infine riapparirà il mistero
di vita, sempre ovunque in corsa,
senza bene mai sapere
quale follia riporterà.

Succo di cielo

Struscio fortuito d’anime spente,
preferita d’ogni giorno la stupidità.

Le mappe non tracciano sentieri certi
cui ricondurre il grigio
nei luoghi dove si scatena.

Tutto è bellissimo visto con gli occhi,
lo stesso saldo riporta inutili brutture
da servire con oliva e ombrellino.

Succo di cielo ristagni bollito
sul piancito a coprirlo di tristezza:
guarda! È spiovuta ogni stupidità.

Ora vattene, esci a comperare
cose inutili alla completezza,
a concepire altro struscio
altro bagnato.