Stanca di crepare

Terra cinta di nuvole
e squarci di azzurro straordinario,
soffice e amara,
gialla qui da noi,
improvvisa e brutale coi figli
che la trattano male.

Aspetta a casa, stanca di crepare
dei suoi frutti ingrati,
e se ne duole fin dentro le vene
dei vulcani spenti,
sotto il suolo caldo,
sangue che non si rapprende.

Accetta paziente ogni percossa
e non si arrende al capitale,
alla crescita per rapina
del prodotto interno lordo,
di noi tutti
c’é ben poco da salvare.

Terra mangiata
da chi non ha fame.

Preparate i balconi 2

Cari contagiati e care contagiate buona sera! Cosa vi ha fatto male oggi? Credo che questo periodo richieda cure proctologiche urgenti. La situazione balconi va affrontata adeguatamente, non ci si può apprestare al nuovo lockdown senza il dovuto decoro. Capisco che molti di voi siano ancora al Billionaire a far la bella vita, ma ora è necessario prendere atto della dura realtà e affrontarla. Quindi facciamo un bel brindisi con un calicione di Primitivo di Neanderthal e mettiamoci di buona lena a lustrare i terrazzi per l’imminente Festival, così si chiamerà il nuovo lockdown, e… state sani!

Preparate i balconi 1

Certo che un anno di merda come questo non lo avevamo mai passato, così, tutti insieme appassionatamente.
Ora ci si mette anche cristiano rubaldo, calciatore della jumerdus positivo al vairus. Già vedo il campionato di calcio sospeso su tutti i pianeti del sistema solare.
Noto che non siete in regola coi balconi, sono tutti zozzi e pieni di guano di piccione: dovete metterli in regola presto e bene. Già siete nella merda, volete pure un supplemento guano?
Ieri abbiamo sfiorato quota seimila contagi, quindi sarebbe stato velleitario proseguire sul solco del Ce la siamo fatta, perché ce la siamo fatta e poi disfatta. Intanto cercate di stare nel limite di sei per le orge casalinghe. A tal proposito anche certe cifre, per venirvi incontro verranno aggiornate:
Sette spose per sette fratelli (pericolosissimo film dal contenuto sovversivo) diventerà 2,5 spose per 2,5 fratelli, anche i famosissimi quattro più quattro di Nora Orlandi diventeranno i tre più tre di Nora Orlandi.
Vi esorto amici miei, mettete la mascherina, il carnevalino si avvicina!

voci dal vivo

autori non autori
dinoccolati aurei deserti
battibecchi di uccelli
su rami insabbiati
ovunque un vento fastidioso

un letto assai in piena
niente quiete dopo la tempesta
sulla base di nuovi orientamenti
e smarrimenti, voci dal vivo
dietro l’umanità,
evocazione stessa di qualcosa

anonimi il cercatore, il suonatore
e la sua lira dai margini onerosi,
la liquirizia in bocca
tutta nera notte
e nessun verbo

Ce la siamo fatta 94

Prima
– Ah Bollore, ‘ssò Ggino! etciù!
– Ciao Gì, Sò tutta ‘n bollore, ce vedemo stasera ar Fottoni Motel, che mì marito parte cor cammion!
– Bollò nun posso, cio’n raffreddore che me colaaaa!
– Ma che si scemo? Pijate n’arka seltzer e du aspirine e movite!
– Bollò me faccio puro l’areosor ce vedemo dopo le otto!
– Ciao nì!

Adesso.
– Bolloreeee, ‘ssò Ggino! Etciù!
– Ma che sì scemo, butta giù che me puoi contaggià ar telefono!
– Nun è niente Bollò. stasera t’aspetto ar Fottoni Motel che te attraverso!
– Gginoooo curete, fatte er tampone, mettite in quarantena quinnici ggiorni e fatti n’artro tamponeeee!
– A Bollò, to ò faccio io er tampone stasera…
click!

MALA TEMPORA CURRUNT

Lettera di un barista a proposito delle anime belle dei massacratori

CERCATE DI ARRIVARE FINO IN FONDO, E’ UNA GRANDE RIFLESSIONE

I ragazzi alla ribalta delle cronache sono stati anche da me, era una sera d’inizio estate.
È stata una mezz’ora, sul tardi, e non è successo nulla di particolare.
Eppure, tutti i presenti, quella mezz’ora se la ricordano bene. Anzi, ne ricordano bene i primi dieci minuti, quelli sufficienti a fargli passare la voglia di restare.
Eravamo seduti tutti fuori, e ci siamo girati improvvisamente a guardare il Suv che sbucava dall’arco a tutta velocità per poi inchiodare a due metri dai tavolini.
Sono scesi in 5 col classico atteggiamento spavaldo di chi a 25 anni gira col Suv, in gruppo, coi capelli tinti, le catene al collo, i vestiti firmati, i bicipiti tirati a lucido e le sopracciglia appena disegnate.
Quando fai il mio lavoro da anni, ti accorgi che su quella storia dell’abito e del monaco qualcuno ci ha ricamato sopra allegramente.
È calato subito il silenzio, sono stato costretto ad alzarmi quando ho sentito un poco promettente “chi è che comanda qua dentro?”, detto dal primo che si era affacciato sulla porta.
Sono andato verso il bancone senza neanche rispondere, mentre loro mi seguivano dicendo “ah, ecco, comanda lui, è questo qua”.
Poi è iniziato il giro di strette di mano, di quelli “ci tengo a dirti chi sono e devo capire chi sei tu”.
Hanno iniziato a fare mille domande, prima sugli orari di apertura di tutti i locali del paese, poi sulle birre, sul modo in cui si lavano i bicchieri, sulla quantità della schiuma.. c’era un’atmosfera pesantissima, era una conversazione di quelle finte che girano intorno a qualcosa, sembrava un film di Tarantino ed io mi sentivo come Brett che spiega a Samuel L. Jackson la provenienza del suo hamburger, prima di sentirsi recitare Ezechiele a memoria.
Ho visto con la coda dell’occhio tutti i tavoli fuori svuotarsi, le persone buttare un occhio dentro e andar via, e, mentre cercavo di rispondere alle domande, loro hanno iniziato a fare una gara di rutti sopra la mia voce a cui non ho reagito in nessun modo. Non contenti del mio restare impassibile, hanno proseguito la provocazione iniziando a rimproverarsi a vicenda, “non si fa così, non ci facciamo riconoscere, se ruttiamo poi sembra che manchiamo di rispetto a lui che comanda! Dobbiamo chiedere scusa!”
Ho servito le birre come nulla fosse, e ricordo bene l’espressione di quello che ha messo mano al portafogli e mi ha chiesto “quant’è”, senza il punto di domanda e senza guardarmi. La stessa espressione che rivedo in ogni post di questi giorni.
Hanno bevuto, hanno fatto casino, hanno brindato, hanno ruttato, e sono ripartiti sgommando col Suv, come cani che hanno appena pisciato su un territorio nuovo e se ne vanno soddisfatti.
Ho chiuso a chiave e mi sono diretto a casa, ho iniziato a tranquillizzarmi soltanto lì.
Ho pensato con rabbia alla mia vigliaccheria, al mio non aver proferito parola, al mio averli serviti con educazione mentre mi mancavano palesemente di rispetto in casa mia, e anche al fatto che avevano la metà dei miei anni.
Ho pensato che avevo soltanto chinato il capo davanti alla prepotenza.
Poi ho sperato di non vederli più, perché se fossero tornati non avrei sicuramente reagito neanche la seconda volta, e ho pensato che avevo avuto paura. Semplicemente. Tristemente.
Oggi, ripensandoci alla luce dei fatti recenti, forse non me ne vergogno più, provo solo una stima enorme per Willy e per la sua sterminata mole di coraggio racchiusa in uno scricciolo d’uomo.
E so che non c’entrano Gomorra, Tarantino, Romanzo Criminale, non c’entrano internet, la Trap o le arti marziali, così come ai tempi miei non c’entravano Dylan Dog, il Rap, le sale giochi.
C’entrano le istituzioni, c’entrano i genitori, c’entra la scuola, la storia è sempre la stessa, ma non la studiamo mai.
Il resto sono stronzate, e cercare dei colpevoli ci alleggerisce sempre.
Io me la ricordo quella mattina in terza elementare, quando non ho saputo elencare a memoria le province del Piemonte, me li ricordo quei pomeriggi in lacrime a scrivere quaderni di verbi e coniugazioni, me le ricordo le parole di mia madre quando ho preso quel 3 al compito di Latino, e ricordo pure la sua espressione quando a 16 anni mi ha beccato un giornaletto pornografico sotto al letto, ricordo le raccomandazioni di mio fratello più grande quando mi diceva che alla scuola pubblica sarebbe stato tutto diverso, e ricordo quando i miei gli trovarono un pacchetto di cartine nelle tasche dei jeans, ricordo mio padre di notte sul divano, nero di rabbia, che fumava e non mi salutava quando a 20 anni tornavo a casa in ritardo su un coprifuoco che trovavo assurdo.
Ricordo i loro occhi dopo aver discusso la mia tesi di laurea, e poi la loro faccia quando ho stappato una bottiglia di Prosecco per festeggiare, sapendo che sarei tornato a casa tardi e in macchina.
Ricordo i loro sacrifici per comprarmela, quella macchina usata che conservo ancora oggi e che in un bilancio familiare di 4 persone e uno stipendio da infermiere proprio non poteva starci.
Credo di aver preso un solo schiaffo da loro, in tutta la mia vita, ma non me ne sono mai serviti altri.
Mi è servito il loro esempio, ho avuto bisogno dei loro insegnamenti, delle loro rinunce per permettermi di studiare.
Siamo tutti figli di una società, ma soprattutto siamo tutti figli, e la società la facciamo noi. Chiudiamo la bocca e apriamo le orecchie, magari troveremo anche il tempo di leggere un buon libro, potremmo continuare ad aver paura ma essere comunque dei piccoli eroi.

Stefano Sorci

Ho un libro pronto

M’incontro periodicamente, non so
stia bene o male e poco importa
sia sereno, piova, afa o freddo,
argomenti di conversazione futili
e utili a tenere caldo il ferro.
I sogni, invece, fanno parte della notte.
Quelli a occhi aperti sono inutili.
Credo anche di aver sognato,
ma non ricordo bene la trama
e quante pagine fossero.
Adoro il profumo di stampa fresca
di un volume nuovo, lo trovo legittimo
e denso. Spesso mi chiedo
cosa sarà di me, quanti possibili destini
abbia ancora a disposizione,
ma finisco per sembrarmi patetico.
Onestamente non mi sopporto.
Ho un libro pronto, lo scriverò
soltanto alle mie condizioni
non certo per compiacere editori
e critici da sbarco.

ce la siamo fatta 67

Agone è molto triste, sente la feroce mancanza del suo amico Cobra e della first lady. I due sono rientrati da tempo in America per sostenere la campagna per la rielezione di Donaldo, e Agone che è democratico ne soffre ancor più, interpreta questa cosa come un tradimento. Monnezza, rientrato dalle ferie a Freggene dove si è sputtanato tutti i soldi che aveva, per consolare il povero Agone e soprattutto per tirare su qualche euro è salito in cattedra. Sì insomma, è salito su una di quelle nuove cattedre a rotelle anti vairus volute dal Comitato Tecnico Scientifico, le rotelle hanno slittato, e si è andato a stampare contro una parete. Ora, dopo l’impatto, dice di vedere la luce. In effetti un’illuminazione l’ha avuta, abbiamo arruolato un nuovo rettile al posto der Cobbra, ora abbiamo l’Orbettino (nella foto con Agone) e Agone se ne prende cura, lo tratta come un fratello. I due hanno già ideato una serie di nuove iniziative degne del nostro Manipolo di Eroi:
1) una nuova linea di mascherine col marchio “Si nun la metti, mori.”
2) progettano di rapire la Meloni a scopo di libidine.
3) per arrotondare, vogliono sub affittare una parte della moschea a un gruppo di sionisti.
Insomma, non per essere negativo, la vedo male.

ce la siamo fatta 62

Oggi Giornata Mondiale della barba e dei poeti, che ci sia un nesso o basterà semplicemente un bilama? Smettiamola con le battutine stupide e di piccolo cabotaggio, qua abbiamo un problema e non è piccolo: ieri il vairus (quello che secondo alcuni non esiste) ha battuto un colpo, anzi ne ha battuti 845. Pure la Sardegna inizia a essere duramente colpita. Viviamo in un mondo basato sullo spostamento veloce (merci, danaro, persone) e il vairus, visto che siamo un genia di stupidi al quadrato, si è adeguato.
L’unica vera soluzione è quella di fare una bella raccolta fondi per costruire un muro sul Mar Tirreno. Ahahah direte voi, chi è mai quello stupido che darà soldi per una simile idiozia? Beh, c’é stato un buontempone in America che si è succhiato 25 milioni di dollaroni tonanti per molto meno ed è stato scoperto da pochissimo, il povero Steve vivrà a Sing Sing in un mondo di agi e svaghi. Intanto, mi raccomando, fatevi il vostro bel corso di canto e tenete in ordine il balcone che, tra non molto, ne avrete bisogno. Saluti e baci (con la mascherina).

alluminio

abbandonata
al punto di credersi bambina marionetta
apparsa scomparsa nelle mani del calderaio,
è stata mera questione logistica

lenta
a ogni pioggia scivolava dal dirupo del sentiero
verso il luogo dove si fa l’amore platonico,
lasciata
dopo così tanti anni da madre a figlia

fintanto che qualcuno
decise di relegarla al più profondo silenzio
altro non era, molti inverni poco amore

niente
la pensa più, circondata, sommersa,
qualunque potrà essere il suo sentire