nota amArgine, Mario M. Gabriele: Nuova Ontologia Estetica

Riconosco in Mario M. Gabriele la forte personalità creativa, la profonda onestà intellettuale. Mario Gabriele è uno dei fondatori e il più valido teorico del movimento poetico Nuova Ontologia Estetica. Fino a oggi il mio pensiero e il mio atteggiamento nei confronti di questo movimento, da cui peraltro mi sono chiamato fuori, sono stati improntati alla massima diffidenza e scetticismo, ma non è detto che il mio modo di pensare sia quello giusto. Approfondiamo perciò e diamo voce a Mario M. Gabriele, che ringrazio per la squisita disponibilità.

1) Anzitutto Mario, grazie per la disponibilità, puoi spiegare in sintesi in cosa consiste la Nuova Ontologia estetica?
2) Da quali spinte emozionali e culturali nasce l’esigenza di una N.O.E.?
3) Quali opere ha prodotto la Nuova Ontologia estetica fin qui?

Risponde Mario Gabriele

Caro Flavio,
ti ringrazio della gentile Intervista, comunicando di aver risposto ai primi due punti all’interno del mio commento, mentre l’ultimo, cioè il terzo, è riportato nella parte finale. Con i miglior auguri di buon lavoro.
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La storia della poesia italiana del Secondo Novecento è tutta focalizzata intorno ad una logomania estetica che si collega alla Tradizione, oltre la quale non si ravvisano mutamenti significativi, fatta eccezione per l’Avanguardia e per altri Gruppi dichiaratamente innovativi. Poiché i tempi poetici non sono mai fermi, il fenomeno delle variazioni formali e linguistiche, deve essere considerato utile come ricambio tematico e psicoestetico.

Ovviamente, non si tratta di far cadere il castello della poesia tradizionale, ma di renderlo più moderno e accessibile. In questo caso si inserisce il discorso della NOE, ossia della Nuova Ontologia Estetica, di cui tanto si sta parlando nella Rivista Internazionale L’Ombra delle parole, e che si richiama al termine filosofico aristotelico. Se questa è la vera identificazione del fare poesia oggi da parte di una schiera di operatori, non va scisso da questo Progetto il frammento, associativo alla NOE, per me, vero e proprio percorso obbligato e di grande interesse in quanto si tratta di elementi disgiuntivi che si ricompongono in un unico corpo, ma che può essere visto anche come una fotografia, che riporta in superficie spazi e sottofondi celati.

Immaginiamo per un istante uno specchio rotto in mille pezzi. Ognuno di questi è essenziale per tornare a ricostituire la forma originaria. Si tratta, in altre parole, di una specie di implantologia, per inserire elementi in grado di armonizzare il “trapianto”, restituendo al corpo poetico la sua funzione. Credo che un buon poeta debba agire rimuovendo la terra lessicale che sta al centro della germinazione, per riportare alla luce e in superficie il primo granello, ossia la materia stessa che è la sostanza originaria, necessaria ad essere l’Uno e il Tutto del linguaggio per riformularlo nel giro di un nuovo circuito dove il disvelamento, e l’identificazione della parola interagiscono fino ad annullarsi e a riprodursi ogni volta. Considerare questa rete di connessioni, e di interazioni, presupponendo per un istante che il frammento non è il transitorio elemento del dire linguistico, ma la particella essenziale, che è il mistero stesso della poesia, e della sua evoluzione, significa dare infusioni vitali per esistere al di là di ogni naufragio della parola. Sottoporre all’attenzione dei lettori, certi canoni estetici, non rientranti nella omologazione passata e presente, può destabilizzare gusti e coscienze, fino a produrre smarrimento.

Da cosa partono le mie riflessioni sul rapporto tempo-spazio? Proprio dalla percezione della realtà che non è mai unica e monotematica, perché poggia su un nichilismo che non lascia aperte le porte all’illusione, ma crea altri universi frammentati, unicellulari, come soggetti-oggetti, e ologrammi riproducenti larve, fantasmi, tracce, segmenti di vita nella perdita del senso. Ciò che occorre non è la camera delle ibernazioni linguistiche di certa letteratura novecentesca, ma quella delle trasfusioni lessicali di diversa provenienza, in armonia con ciò che è il linguaggio contemporaneo, che si collega a varie fenomenologie artistiche, sociali, scientifiche, politiche, economiche ecc., tra ciò che è il “tempo interno” e il “tempo esterno”. E’ il mio modo di confrontarmi anche con altri poeti, nel comune bisogno di esternare la realtà con la poesia, secondo le proprie esperienze culturali e stilistiche in un comune Progetto di Rinnovamento e di Ossigenazione della parola. Il territorio letterario e poetico è così multiforme che non esiste un solo Paradigna adatto per tutti i tipi di poesia. Ciò che avvilisce la parola è il lirismo che ha una grande responsabilità nell’affossare i progetti linguistici contemporanei.

Viviamo nel terzo millennio, tra parole e cose sempre in continua fibrillazione e attecchimento nell’ordinario linguaggio. Ci si abitua ad una terminologia consumistica, informatica, mediatica, i cui termini sono corrispondenti all’azione del nostro volere e della nostra capacità di accettare il clima culturale, in cui si vive. La poesia per frammenti ricorre a questi strumenti, per innestarli in un unico corpo, che si connette a molti elementi in(organici) che danno l’esatto valore all’espressionismo linguistico, senza alcuna connessione con l’elegia.Su questo tema, mi collego a una citazione di Mario Lunetta, tratta da una intervista rilasciata a Simone Gambacorta, in risposta alla domanda sul “fare” poesia, ed è questa: “Detesto il lirichese, oggi così di moda in questo nostro stupido paese. Mi ritengo un poeta dialettico, che non guarda solo il proprio ombelico e non celebra le proprie pulsioni individuali. Il mondo è vario, anche se sempre più omologato nella volgarità, e un poeta deve avere il coraggio e la consapevolezza di guardarlo e confrontarvisi. Per farlo, occorre rinunciare alle scorciatoie del lirismo e dell’elegia – Baudelaire diceva che “tutti i poeti elegiaci sono delle canaglie” – per misurarsi coi linguaggi complessi. Quindi, non emozionalità di primo grado, ma lucidità e straniamento“. Detto questo, non posso esentarmi dal riportare alcuni tratti del fare poetico, come questo mio testo, tratto da In viaggio con Godot di prossima pubblicazione. Trattasi di un documento che vuole essere una specie di cristallo dai molteplici riflessi, dove interagiscono Soggetti-Oggetti diversi, richiami ad una toponomastica del mondo di Krsna, e di una letteratura americana, come microstoria di fatti ed eventi che collaborano insieme per una edificazione della poesia.Il fatto di essere un propositore di storie certifica la mia appartenenza ad una poesia libera da ecosfere metafisiche e da ricercate commozioni che sono completamente rifiutate, come approdo salvifico.

Questa forma ha allarmato molti lettori della poesia tradizionale. E’ una reazione direi – normale -, ma se si considera necessario il ricambio linguistico, proveniente dalle mutate trasformazioni antropologiche della società, allora l’apertura mentale verso la NOE, non può essere sempre ostativa, perché ne va di mezzo la stessa civiltà poetica. Credo che la metabolizzazione del nuovo dire poetico, possa rendere meno conflittuale il rapporto passato e presente, fuori da certe democrature linguistiche, che fino ad oggi hanno prodotto soltanto monovalenze estetiche. Ma è anche compito del lettore superare certe fascinazioni legate alla poesia di tipo scolastico, avvicinandosi, senza troppi pregiudizi ai testi della post -Avanguardia, fino ai rappresentanti della generazione del Gruppo 93 e di altre Correnti. Dopo questa fase si assiste ad un laboratorio linguistico orientato verso la periodizzazione di esiti poetici, mancando una loro omogeneizzazione.

Per questo motivo, e di fronte al vuoto venutosi a creare, si è reso necessario il ricambio linguistico e formale, con la nascita della NOE che rimane, allo stato attuale, l’unico indirizzo operativo, dove far convergere le proposte poetiche, già canalizzate verso una prossima omologazione critica ed estetica, che aprirà la strada ad una maggiore conoscenza di questa forma, nella quale si riconoscono non pochi poeti di diversa generazione e progettualità. Posso dire che di fronte a questi risultati plurali, anche se postati dalla Rivista, a breve termine si concluderà ufficialmente un’operazione editoriale ricca di sorprese.

da L’erba di Stonehenge 2016 Edizioni Progetto Cultura pp. 90, di Mario M. Gabriele

Una fila di caravan al centro della piazza
con gente venuta da Trescore e da Milano
ad ascoltare Licinio.-Questa è Yasmina da Madhia
che nella vita ha tradito e amato,
per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
getteremo le ceneri nel Paranà
dove abbondano i piranha,
risaliremo la collina delle croci
a lenire i giorni penduli come melograni,
perché sia fatta la nostra volontà.-
Un gobbo si chinò davanti al centurione
dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
non ha avuto pietà per Kamadeva,
rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.
-Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
alla Miseria e alla Misericordia.
Domani le vigne saranno rosse
anche se non è ancora autunno
e spunta il ruscus in mezzo ai rovi.
Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
Carlino guardava le donne di Cracovia,
da dietro i vetri Palmira ci salutava
per chissà quale esilio o viaggio.
Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

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http://mariomgabriele.altervista.org/

http://isoladeipoeti.blogspot.it/

LOmbra delle Pinzillacchere

Contestare un ambiente letterario asfittico, stratificato di lecca culo e auto referente è cosa sacrosanta, in primis perché i baroni rendono la letteratura letteramorta. Volere però sostituire un establishment con un altro è disonesto e manipolatore, perché finisce che qualcuno almeno all’inizio ci crede, salvo gli opportunisti e i disperati cercatori di visibilità, quelli ci credono finché si può e poi spostano altrove la loro lingua a strascico. Succede così che un Luciano Nota, per aver definito “scolastica” una delle sue scolastiche traduzioni di un maledetto francese, finisce per censurarti. Finisce anche che un Linguaglossa, che giurava e spergiurava su pile di bibbie e corani che giammai avrebbe censurato nessuno, e che definiva “poveraccio” chi lo faceva, cerca e trova un “casus belli” per eliminare prima e censurare poi chiunque non possa più portargli utilità. Il caso “Letizia Leone” fu eclatante. Qui invece il contraddittorio si accetta, attenti però ai codici ID dei commenti, perché è già successo che qualcuno che voleva sembrare qualcun altro è stato sgamato.

La guerra di Troia è finita ormai da tanto tempo che il protagonista, Odisseo, non ricorda più chi l’abbia vinta. Il mondo è diventato ampio, talmente ampio che l’uomo ha perduto la concreta esperienza dello spazio («Dilatava lo spazio Poseidone») e del tempo («mentre laggiù noi perdevamo il tempo»), il ritorno è diventato problematico («la strada / di casa è risultata troppo lunga»). Non c’è più un «ritorno» poiché esso è possibile soltanto in un orizzonte dove il tempo e lo spazio possono essere conteggiati e vissuti, ma in un mondo debordante e ampio non è più possibile alcuna esperienza del tempo e dello spazio, e quindi della storia. La storia si è allontanata così tanto che la memoria vaga alla rinfusa alla vana ricerca di un appiglio, di un ricordo. Nel mondo di Brodskij la memoria ha perduto il contatto con la storia, e anche con la propria storia personale. (G. Linguaglossa)

Personalmente ritengo che la guerra di Troia e il suo esito finale per il Nostro non siano altro che una metafora della seconda guerra mondiale. I russi (soprattutto i baltici e gli ucraini) all’inizio videro i nazisti come liberatori dalla tremenda tirannide staliniana. Se i tedeschi fossero stati più accondiscendenti con le popolazioni di quei territori, anziché darsi al saccheggio e allo sterminio, avrebbero probabilmente vinto la guerra. Finita l’occupazione nazista, negli stessi sterminati e ancor più devastati territori (parliamo di mezza Europa, Ucraina, Bielorussia, paesi baltici, Caucaso, fino alle porte di Mosca) è tornò il terrore staliniano, sotto forma di rappresaglie persino contro i prigionieri di guerra tornati dalla Germania, persino contro i pochi ebrei scampati ai lager, uccisi o costretti a fuggire. Brodskij stesso fu considerato un “parassita sociale” perseguitato ed esiliato. Mi sembra chiaro che l’eminente critico non conoscendo affatto la storia o avendone perso memoria, imputi lo stesso handicap al povero poeta, che afferma di non ricordare chi abbia vinto la guerra, semplicemente perché non c’è stata nessuna liberazione, nessun dopoguerra, dopo Stalin Hitler, dopo Hitler di nuovo Stalin. Resta il fatto che, essendo morto nel 1996, Brodskij non è in grado di confermare o meno né il mio punto di vista (che non è vangelo) e nemmeno quello dell’eminente critico (che ha la pretesa di essere vangelo), che tra l’altro respinge, fino alla censura e con metodi squadristici ogni pensiero diverso. Ultimamente Borghi e Inchierchia (due fini e preparati intellettuali) ne hanno fatto le spese. Qui qualcuno si è ridotto a limare le pietre delle piramidi per provare che le “misure” si adattano alle sue teorie. Tralasciando per carità umana la mirabolante rivelazione della verità postuma pasoliniana sulla necessità di una NOE (c’è un medium nella redazione dell’Ombra delle Pinzillacchere?) dove anche qui si tira in ballo una altro defunto che non può più parlare.
Fortunatamente la puttana ingiallita si sa difendere molto bene da sola. E’ incontenibile, animalesca, epica, lirica, teatrale, se le tagli una testa, questa subito rispunta. E se ne fotte dei secoli.
Infine una domanda, cosa ha prodotto la Nuova Ontologia Estetica, a parte una decina scarsa di apostoli fanatici e deliranti, e roba tipo questa, che chiamarla poesia è darsi la zappa sui coglioni?

Si fa respiro il pianto

Contro i muri la resa dell’estate.
Batte in petto un tempo lento.
Il pianto reiterato della tortora sale
dalla grondaia al sonno d’alba.
Si fa respiro la stanza che rischiara
attutita di sogni.

*
l’oscillatore
con le ombre sul muro girevole.
Lo stesso ErgoSum ci passa
con l’alito del sidro patogeno. Dal mio sistro
lunare. Nell’incrocio scorza-buco-licantropo.
Nullamsolubitum.
___ L’ascia genetica.
Prendi l’usignolo senza rossiccio.
Alza quei pochi steliflorus verso gli amanti castigati .
Sotto il nostro fossile subanemico.
L’ultima spremitura delle vespe.
Alture d’autunno.
Fuhrergendarmen nel frantoio-ossidana.
Geyser.
Da qualche parte il nostro braccio metallurgico.
Di nuovo un altro fotonEleusino.
La zavorra di vetro.
>…>
Per gli Alberi-Mango.
Seimicentodiciassette bombole d’ossigeno.
Abiti-vetiver per farsi glutine
nel silenzio.
Mama Barack.
L’oboe dentro un tamburo.
Il taglio.
Lo shampo e il rimasuglio della lozione
sulla mensola- specchio.
Millesimicentenari.
La mia bottiglia d’acqua affollata
di biglie.
Calze vuote.
Ti guardavo per ricadere.
(a parte il fatto che si scrive shampoo, poesia o frasi gettate là ‘a la chezz?)

la terra appassita

Giuda perde sangue dal collo
beve, annaffia la terra appassita.

Non siamo soldati,
scappiamo dalla guerra.

Il tagliagole ha chiesto perdono
e se ne è andato con la sua cartella

non è un profugo, cerca impiego.

A ogni passo sopporta un sasso
impassibile contro la terra vizza
quell’uomo è opera del diavolo.

Il padre faceva il saldatore
non sapeva leggere o scrivere,
imparò quando venne ammutolito
dal suo tagliagole.

Rimane poco del Nazareno
per ricominciare daccapo,
una bambina di sette
un’altra di cinque anni.

Il gatto dalle uova d’oro

adriano-vanesio-carolinaEsiste lo specchio, esiste, esiste
siamo di lui
il gatto dalle uova d’oro,
curiosi fissiamo
chiedendo chi sia l’altro
in un tentativo estremo d’unghie
tra la parete e il vetro

per capire chi è,
quanto disgusto sparga nel mondo
quanto amore possa rubare
senza ricetta,
quanti auguri di buon lavoro
e buon viaggio rifiuterà
tra sorrisi provati allo specchio

siamo a teatro la truccatrice
(Adriano, l’unico poeta che conosco
ma non depone uova)
il sipario prima di cadere ci guarda
da uno specchio di bucce d’arancia
mangiate con aria cruda
e pane cotto

una domenica così

tredici giornate alla fine.
La campagna è secca
l’Adige in sonno il Po non di meno
abbracciati a una discreta foschia
che non si sa mai se sia vera
o semplice stanchezza degli occhi.

Intorno nemmeno un’anima,
sacro diritto al riposo
negozi sfitti, tutto chiuso
in amore nessuno pensa, tu sei.
Il cielo non decide
posti auto esauriti

difese sempre molto alte.villa-palladiana