non torno

i suoni al mattino sono pochi,
campana, uccelli, notizie della notte,
qualche oggetto scivola
da una vita presa a calci.
il gatto vuole il suo cibo
e attenzioni poste a riguardo,
le pretende e ogni tanto si gira
per verificare il mio stato dell’arte,
tradisce impazienza.
la casa è zitta, ferma,
qualcuno le chiama immobili ed è così.
le pareti, la pelle,
si accingono a nuovi colori,
qualcuno dice non torno
e per fortuna, non desidero ritorni

polvere

Luce affilata
taglia la fessura,
ferisce il buio,
la polvere ne è sorpresa.

Sarà una buona giornata,
ma lo stilo, forse,
riproverà a morire

porta a pensare
la bellezza è dono stanco,
figlia di un sospiro perfetto
disperso a tarda sera.

Ricorda, sei polvere.

barbari

rubano lasciando fumo,
offendono ogni giorno questa comune
e le loro donne:
cambieranno maschera, mai recita

barbari, avvocati del diavolo,
col proprio stuolo di chierichetti
bevono senza sete,
mangiano senza ritegno
con immondo appetito,
mangiano purché non mangino altri

parassiti ignoranti non temono biasimo
ma, prima che il soffitto crolli,
sono già scesi in cortile
ad annusare beati rose di pietra,
senza stupirsi dei profumi assenti

non fingono di nascondere
quello che fanno,
il pudore vestale
non abita più le rovine di Roma

Atene è svenduta, Babilonia risorta,
ogni sensazione si aggira, orfana,
nelle terre indurite dalla siccità
pronte al soffio che le porta via

carico urbano pendente

sapremo cosa fare di
questo carico urbano
pendente, caduto per strada,
mille pezzi tutti diversi,
impronunciabili,
impossibili da raccogliere
e riutilizzare?
dove siano caduti,
rimbalzati, in frammenti minuscoli
che non è dato vedere?
oggetti di lampo sbeccati,
chiunque s’incarichi di cercarli,
s’avveda in tempo
e sappia attendere.
la speranza è di poter
tornare presto ad azzannarci,
fotterci, sputarci addosso
come ai bei tempi:
noi non lasceremo tornare
un’aria diversa
da quella nera e irrespirabile,
non torneranno cespugli e prati,
non torneranno api,
non tornerà amore

quanto manca il mare

Quanto manca il mare?

Non sappiamo calcolare
l’acqua e il sale necessari
al nostro. Il cuore,
più loquace da sempre, sa
di lui e della sua costituzione
fatta per mancare.

Ora, senza pensare, dimostra
a questo soggetto
che esiste, e non trema,
se un brivido di vento
lo percorre, inedito, usuale,
omicida.

Quanto manca il mare?

Ogni volta il ricordo
gira attorno, la sensazione
è di volere un po’ male
cui rifarsi per star bene.
Il sangue è come il mare
ma non ha il suo colore.

Resta mistero tutto
come un tempo anche qui
fosse mare che, sconfitto,
si è ritirato urlando
di un suo prossimo ritorno.
Non so. Non so

quanto manca il mare.

Tutta la vita

Tutta la vita è rincorrere un completo fresco lana
per coprire le macchie sulla pelle e i canneti
che il tempo cresce nei luoghi più insospettati,
nella mente, specialmente in bagno, quando
lo stile di vita porta a coltivare fantasie
altrimenti inesprimibili e molto, molto soggettive.

I bei tempi andati tornano fulminei ogni mattina.
Un raggio di sole va a stamparsi sulla foto giovanile
del siamese, sul suo sguardo innocente e omicida,
perfetta demistificazione in ognuno, e sorpreso,
qualcuno avrebbe voglia di risciacquare creatività,
mai bella, sgraziata come pochi e deludente.

Una violaciocca dimenticata si aggira sgraziata
dentro una bottega di articoli per pachidermi,
credo, cercherò per sempre la ricetta perfetta
di masticatore di ruoli da poter vivere ancora.

Timavo

Scorre, si perde,
scende e risorge:
metafora d’essere acqua
non vertigine e paura,
bagna terre di confine
luoghi di otto abitanti;
non ha carte
attrezzato e paziente
com’è. Ha passo di donna,
che non sai
ma non smetti di seguire.

apocrifi

Agli epitaffi addormentati
su pietre odiose
in qualche sepolcreto industriale
fuori mano
cadono suoni e letterature.

Amare, terza persona singolare,
pensando l’infinito.
Che è due fuochi.
Ognuno trae origine, alimento,
dal proprio incendiario.

Resti, più che altro,
fiori d’altre primavere
compressi in abitini senza radice.
Gli umori, instabili chimiche,
non trovano pace né darsena.

Servirà altro tempo al falsario
per ultimare il Salmo,
necessarie nuove lingue da inventare.
Ne avrà?

Grazie a tutti

L’anno più faticoso della mia vita terminerà tra poche settimane. Di questo tempo ricorderò gli sfregi, le ferite, le illusioni puntualmente deluse: nella speranza che esista ancora un luogo, anche per me. Quanto ho camminato, letto, scritto, fumato, non so nemmeno io, ma il solo fatto di trovarmi qui a scriverne mi da la forza di tendermi verso il non vedibile del prossimo tempo. Perché c’è sempre un prossimo tempo dopo i titoli di coda.
Grazie a tutti, cari lettori e lettrici.

Il lago

Il lago non parla
non commenta, scava,
riposa fanghi sul fondo.
L’intorno, altrettanto silenzioso,
si scopre una brina fredda
in attesa che il sole la rifugi
dentro curiosi disegni in ombre.
Poco più in là passi d’uomini
hanno sognato riscatto
non ancora trovato.
Chiusi nei boschi, poco lontano,
animali di ogni specie proseguono
estemporanei dialoghi con la vita.
I predoni in paziente attesa
di sopravvivere a chi
si affaccerà sul lago.