il suo domani è oggi

grande poeta
dodici anni vissuti solo per amore

dorme spesso
si allena al miglior cibo
s’innamora ogni giorno

canta agli uccelli
ma non fa una piega
porta doni inaspettati e
fosse anche uno degli achei penso
non mi darei meraviglia

spesso sono il suo divano letto
una mammella e la mano sua madre
ma sa stare solo meglio di una donna
e sa fare con grande dignità
il suo domani è oggi

unisce e impera
e quando c’è sole brilla
ne è capace

gatti a remi

Ho visto gatti a vela,
alcuni a elica,
altri molto abili e sfuggenti;
o tristi da far pena, sazi
eppure non mangiar da giorni;
gatti poeti, gatti killer,
gatti talmente curiosi, che
tanto va la gatta al lardo…
che sapevano, altri che sapranno;
ho visto gatti portare doni,
ne ho visti altri rapinare,
gatti sempre pronti
a riconoscersi dall’odore
(sembrano innamorati),
gatti in amore,
gatti col caratteraccio,
gatti pronti a scegliere l’umano
senza darlo troppo a intendere.
Ho visto gatti arenati sui rami,
altri a motore, altri volare,
altri nascondersi.
Mai ho visto gatti a remi.
Darei un soldino per sapere
cosa pensa il mio siamese,
ma ogni volta non capisco
quel suo vivere coi baffi.

(ad Adrianone, sempre sulla breccia)

Ascolta & Leggi: Musetta (1988/2006) – Alfred Schnittke: Agony (1974/1981)

E’ una sorta d’inganno il cappio doppio che stringo al collo Il Signore non accetta olocausto di animali soffocati. Nemmeno io che vivo sulla mia nube, preda d’eventi sempre più recenti. Scarabocchio per mantenermi eterno e tener presente il tempo prezioso d’anni mai dedotti. La morale smarrita è inseguita a lungo giù per scale a chiocciola interminabili e strette. Infine raggiunta, come in ogni altra bella storia a lieto fine. L’io s’inventa sfuggente, quando prima inseguiva. Musetta s’accontenta di poco spazio, poca acqua, cibo prezioso, una carezza e sa vivere, perché vive, mentre l’inseguitore arretra. Uno dei metodi più universalmente praticati per ingannare l’inganno, è quello di comperare qualche cosa. Metodo e piacere sprofondano mirabilmente nella mistica dello shopping, creando aure d’entusiasmo e sollievo quantomeno momentanee. Mi entusiasmo nel pensare a quanto potrà essere gradito e a quanto obbligo, quanta certezza, produrrà il nuovo bene, e quale soddisfazione sarà portarlo a casa. Quale, quanto… Un minuto di compiutezza vale una vita. Tutti abbiamo vissuto altre vite. Musetta no, sempre la stessa. Il compianto non è compiutezza, forma di fastidio da affibbiare a chi pretendiamo diventi caro in caso di necessità.
Stamani ho visto un cane, muso sonnecchiante dentro e fuori una sacca. Sguardo intelligente, marrone rosso, la punta delle orecchie rivolta in giù, due chiazze bianche nel pelame sopra le arcate sopraccigliari, gli conferivano un’espressione vivida d’intelligenza dal pedigree incerto.
– Perché non parli? –
– Non ho molto da dirti. Io sono semplicemente ferro del mio padrone. Ho il compito di attrarre pietà dei passanti e con essa un obolo, ma ho già caldo, sonno, e il treno mi spaventa.
Tu mi spaventi. –
Il tragitto è breve per fortuna e sono sceso, dimenticando subito. Certi cani sono telepaticamente irriguardosi. Musetta no, sa mordere la mano del cibo con autentico amor proprio. E’ destino, ma non so quale sia il carattere giusto da utilizzare per la lettera iniziale, se maiuscolo o minuscolo. Fosse “d” sarebbe uno qualunque, ma una “D” lo identificherebbe come nome proprio di persona o cosa, astratto, maschile, singolare. Tutto in comune, insomma. Nei momenti di tristezza penso di essere soltanto mero proprietario di un destino. Essere astratto, terza persona maschile molto singolare di cui non riesco più a rintracciare impronta. Attraversa vite organizzate, utilizzando scorrimenti e luoghi dove nessuno ha mai avuto coraggio di restare. Aiuole di fragole, campi di cipolle, espressioni contadine e accaldate di gitanti da treno popolare. Facce da Terza passate in Prima declassata a Seconda, che tornano dal mare, riconsegnate alla Bologna romantica e tornita di rondini e cicale di qualche sera prima. Musetta no, non è mai stata al mare. Quest’anno anch’io, vacanze d’agosto a parte, non vedrò praticamente il mare. Paolo ha capito tutto della vita, io no. Ora fa il gelataio, mentre io insisto a fare il contabile. Inventa nuovi gusti, poi li sperimenta. Le ore pomeridiane estive sono il suo trionfo. Le panche sotto il portico della sua gelateria si riempiono di bambini e mamme, spesso ancora in fiore. Tutte prese dall’inutile considerazione verso i propri figli. Paolo esce a fumare, mentre passerotti sfrontati per confidenza e fame litigano un pezzetto della mia colazione.
Caldo e rapinatori sono appostati, pronti a far fuoco dalla Filiale più vicina. La banca e tutto quanto contiene attendono un maturare d’eventi. Hai visto l’ultimo Spike Lee? Una storia analoga, ma senza gelataio. Un rapinatore è entrato, ma non è uscito, poi non è un rapinatore, ma il piano è perfetto e la fortuna dalla sua. Le cause nobili quasi mai ne hanno, vedere vincere un perdente è quanto di più bello si veda al cinema, mentre il dimenticatoio è il non luogo ove riponiamo il resto. Le time capsules di Andy Warhol ne sono interessanti parodie, miniere d’oricalco, ricordi. Sassi, tappi a corona, elastici.
– La verità esiste, ma è modo temporaneo. – mi ascoltai affermare preda consenziente di cinismo e calura che, nonostante l’ora tarda, sbollentava i muri.
– Gli unici motivi per cui gli uomini promuovono strutture organizzate sono due. Il primo è costituito dal dogma religioso, spesso oscuro; il secondo è il raggiungimento di un fine comune.
Nel primo caso sarà potente la casta sacerdotale, nel secondo conteranno di più mercenari e re. I contabili non avranno scampo né gloria. Le forme di civiltà sono nate così e resistono per questo, niente altro. – sibilai.
– Se mi lasci mi ridurrei a un vegetale, sei tu che mi dai la forza per alzarmi ogni mattina. – rispondesti prima di cedere al sonno.
Sto ancora riflettendo su quanto hai detto. Potresti avermi scambiato per la tua personale time capsule. Sopravvalutato, fino a convincerti che sia un rarissimo frammento di oricalco, ma non sono nemmeno l’incarto. Accadono spesso scambi di persona, ma Musetta non ha mai fatto errori di questa portata. Adoro la sua prepotenza e l’ingratitudine abbietta che la distinguono. Vuole, disobbedisce, non si vende. La sua sfrontatezza, superiore a quella dei passerotti al bar, merita rispetto. Tanto, qualcosa non quadra nel ragionamento che pretende quella umana, l’unica razza consapevolmente in grado d’accettare il proprio termine. Fosse così, ma come può un umano non ammettere nemmeno l’approssimarsi della fine del proprio animale da compagnia, quando questo invece l’accetta? Un dubbio, un rovello che afferra l’attimo, quando tutto sembra scivolare velocissimo nella tragedia. Potessi avere avuto in preventivo il dramma, sarei stato per questo un uomo molto fortunato. Invece lo sono a macchia di leopardo. Hoeullebecq risolve il problema col foto riproduttore. Morto e sepolto un cane, questo viene riconsegnato vivo il giorno dopo a giro di posta. Lo stesso animale. Io credo che Musetta non abbia mai considerato seriamente questa ipotesi. E sono lieto di poter supporre che la sua vita senza ferite, freddo, fame, né inutili maternità, possa venire considerata lunga e felice. Ieri mi sono sentito arreso e ho pianto, avessi avuto il fotocopiatore di Hoeullebecq mi sarei preoccupato di usarlo, ma l’unicità di un tempo, un luogo, l’unicità di un essere non sono duplicabili. Esiste forse un copyright sulla coscienza? La razza umana non è soltanto consapevole, ma è piena di sé. Ritiene che l’universo le ruoti attorno e che un dio in persona, chiunque esso sia stato, l’abbia creata apposta per metterla al centro della complessità del proprio orgasmo. Musetta capisce perfettamente che il giorno in cui spegnerà le luci beh, sarà per sempre e non si guarda indietro. Non è mai stata sposata a Lot. Però abbiamo poltrito a lungo insieme, liberi. Il meglio che non abbiamo avuto non ci verrà mai sottratto.

A Musetta, il gatto che mi ha attraversato la vita, per il suo Diciannovesimo Compleanno, 20 giugno 2007

Essere inadeguato

Scusate il vagolare
il quieto vivere,
ridiscendo viale Marconi
peso piogge dell’altra notte.

Essere inadeguato,
mai mi sono chiesto dove sono
il bambino sottopelle
la rosa piantata in frigo.

Non ha fogli il calendario.
Nemmeno capisco
quanto tempo resti, ma so
cos’è bene, cos’è male.

Sfoggio musetti da gatto
in cambio di due lire,
saluto un nido di puttane,
vado verso l’estate.