Poeti Romagnoli: Ferruccio Benzoni.

Ferruccio Benzoni nacque nel 1949 a Cesenatico, fu tra gli animatori della rivista “Sul Porto”, che negli anni Settanta creò un dialogo tra i suoi allora giovanissimi redattori (con Benzoni soprattutto Stefano Simoncelli e Walter Valeri) e alcuni dei maggiori poeti delle generazioni precedenti, come, tra gli altri, Franco Fortini, Giovanni Raboni, Giovanni Giudici e Vittorio Sereni, quest’ultimo esplicitamente assunto come modello dallo stesso Benzoni. Un quaderno collettivo del 1980, comprendente la raccolta “La casa sul porto” costituisce un primo documento rilevante della sua poesia, dove emerge la voce lirica di un autore attento alla realtà semplice e viva dei sentimenti, dei legami profondi d’amicizia e d’amore anche familiare. Seguono poi le raccolte “Notizie dalla solitudine” (1986), “Fedi nuziali” (1995), “Numi di un lessico figliale” (1995), “Sguardo dalla finestra d’inverno” (1999), dove si accentuano la tensione drammatica e il colloquio con le figure degli scomparsi. Muore a Cesena nel 1999. In attesa della stampa dell’intera produzione poetica di Benzoni, un unico volume programmato per il 2019 dalla Marcos y Marcos, le sue poesie possono essere lette ricercandone i vari libri nella rete del mercato antiquario o nelle principali biblioteche.

Aspettavi fra i binari ridendo

… Ridendo fuggivi in una folata
lumescente di liquidi vetri.
(Sia pure su un treno spettrale, sparisti).
E io (io) non così vecchio, roso
dallo sconforto, dall’ebbrezza di
un giorno rivederti.

Oltre la porta, nella sera
strofinata di fiammiferi
il tempo franava aizzando
un etilismo di rimpianti.

*

I giorni ricontati

La gioventù che riarde qui svuotata
non travolta
in un sole di novembre attardatosi
dalla casa ventosa ai crocicchi
diramantisi al mare.

Al mio “ti amo” vorrei rispondessi
anch’io mille volte – da
rammemorare ogni volta che si muore
blandamente per pigrizia, noia.
Vetroso il fogliame ai passi.
E non è solitudine – non solo
desolazione vuoto.
“Hai l’età di un padre morto
per un eccesso di narciso”.
Non altrimenti un dileggiante
passato prossimo e
Où t’es-tu glissée tendre jeunesse?…
Mai vissuta – potrei ribattere – intravista
patita forse da un perplesso vojeur.
“Nascondile queste cose” luciferino
sibila il poeta – altrove
mettano radici spiritate
in carte purgatoriali tra
piccole spoglie lapidate.
Il mare (controluce) un fruscio
che agli svolti, allo squero risale,
alle falene dei lumi per una stretta del cuore.
Del resto la gioia cos’era se non
una falsa partenza per sprintare
bruciando bellezza, amore?
Ma basta. Non barattare la tenerezza
con il compianto della carne, stanco
di parvenze il non distrutto cuore.

*

Per una fine d’inverno

Fatti una ragione della tua pena
– s’infuria il cuore – non c’è
una stagione sola. Torna
con gli anni non più verdi, rimorde
al fondo di un inverno si anima
inesausta una speranza. Ma
intirizzite le arterie lo sguardo
risucchiato un pulviscolo fissa
oltre le dune scomparendo
non più fertile il mare.

*

Compleanni

Ma oggi arrivano notizie dalla boîte
– oggi ch’è il mio compleanno e un sole
appena redivivo si sfa in un valzer di nebbia.
… Ah dunque stai bene
e quanto fu di noi, l’allegria
l’ira, in ricordi non più agili, cauti fin quasi…
Oh io tra non molto uscirò
dove più langue il paese in una caligine
torva di biscazzieri, monologanti.
Però ricordo le nostre biciclette un giorno
e i girasoli – oggi ch’è il mio compleanno e
radendomi ho rivisto allo specchio i capelli che pettinavi tu.

*

A mia insaputa

Vorrei per una volta tutti
della mia vita i volti s’affollassero,
e uno in particolare contro
l’invetriata senza desideri.
Sorridono e all’implorante
“Vi aspetto, tornate!” –
socchiuso lasciano il battente,
neanche spettasse a me seguirli
(chi qua chi là scomparendo)
e fossi dei loro già, senza saperlo.

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il reduce

Mai un tappeto volante
quando c’è bisogno.

Vedo Enrico affrettarsi all’ultimo,
lercio di sangue e fuoco amico,
nulla lo distingue dall’austriaco:
la direzione è comune, il fine opposto.
Salvare la vita correndo a perdifiato,
e la divisa ha perduto ogni colore.

Non c’è pudore nell’artiglieria furente.
Carne contro metallo vince il secondo.
Lo rivedo col cuore in gola,
lo sento votarsi a una fine imminente,
pregare la Madonna della Concezione,
la ferita copiosa con l’ordigno dentro
fare male al mutare
di tutti i tempi a venire.

Raccontava il suo tempo nato vecchio,
sempre orgoglioso di sentirsi reduce
da mille vicende tutte fuggite.
Le poche parole sciolte col vino.
Rivedo Enrico, lo porto dentro.
So di essere Il suo unico insuccesso.

(a mio nonno Enrico, eroe)

Poeti Romagnoli: Giovanni Nadiani.

Giovanni Nadiani, nato a Cassanigo di Cotignola nel 1954 (e morto a Reda di Faenza nel 2016), è stato poeta, traduttore e germanista.
Ha pubblicato alcune monografie e diversi saggi su questioni di teoria e pratica della traduzione letteraria e multimediale, su lingue e generi testuali minoritari. In qualità di traduttore ha curato, tra l’altro, le opere di numerosi poeti e narratori tedeschi, neerlandesi e di varie aree linguistiche minoritarie.
Ha diretto il quadrimestrale letterario «Tratti» e la rivista online di studi sulla traduzione «InTRAlinea».
Le sue principali raccolte poetiche sono e’ sech (Mobydick, Faenza 1989), TIR (Mobydick, Faenza1994), Feriae (Marsilio,Venezia 1999), Beyond the Romagna Sky (Mobydick, Faenza 2000), Sens (Pazzini, Rimini 2000), Eternit® (Cofine, Roma 2004, Premio Ischitella 2004), Ram: versi dalla Romagna-Italia: 1996-2005 (Birandola, Faenza 2005), Guardrail (Pequod, Ancona 2010), Il brusio delle cose. Sintagmi feriali in lingua bastarda (Mobydick, Faenza 2014).

noi che facciamo le cose
sempre in fretta
pensando che verrà il giorno
in cui potremo lavorare
come si deve
con tutta la calma che ci vuole
per fare le cose fatte bene
noi non ci accorgiamo
che quelle cose lì
fatte in fretta e furia
erano il massimo
che potevamo fare
ora che si è fatto tardi
è buio
e non ci arriviamo più
né con la forza
che abbiamo perso
e nemmeno coi giorni
che abbiamo finito
per non parlare del senso
di fare quelle cose
che non lo vediamo più da nessuna parte…

*

noi
da soli
non siamo nessuno…
noi
se non siamo niente
per nessuno
non siamo nessuno…

e anche così
un giorno
ci sarà sempre
qualcuno
a cui toccherà
per amore o per forza
di raccogliere
quel mucchio di niente
quella puzza di nessuno
forse per un attimo
gli unici segni
di qualcuno…

*

Invidia

… la ragazzina mora albanese prima della classe
nascosta dietro il muretto del cortile
con la chitarra sulle spalle che attende
impaurita alle lacrime per l’orale dell’esame di terza
che ti aspetta
te
che non vede l’ora che arrivi
tu
per abbracciarti
te
mia moglie
insegnante dell’indirizzo musicale
tu
mia moglie
più stretta di me
con la passione che hai condiviso con lei
la musica di una vita a colori piena di fiori
(senza la paura di essere ridicole)
alla faccia dei colleghi che l’ammazzano giorno per giorno
con la paura urlata della bocciatura…

*

… e per tutto il tempo in cui vi vedo
sullo specchietto retrovisore mi dico
che sono quasi geloso per lei invidioso
di tutta quella musica
dentro voi due attorno a voi due
nel cortile della scuola
dove tu tra alcuni giorni
non vedrai più
quella donna…

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Ascolta & Leggi: Antonello Venditti – Giovanna Sicari

Estate ‘95

Potrei chiedere alla sibilla
di una sera tenera e infantile
quando dolce bolle l’acqua
del pozzo ma la sibilla
sono io, allora dico tutto,
delle sevizie e degli abbandoni
di lettere felici e infami
interi repertori di silenzi e i biglie
quando i parenti erano l’autorità
e amavo ogni forestiero.
La maga dice: la legge incombe
la legge vuole, domani ti darà
la sua acqua. Cammino
in diagonale, ho mire e tuffi
– dammi la forza, dammi il bene –
Il mare è tempesta pura,
i mendicanti sono fermi
sulla spiaggia di Sperlonga
tappeti e spalle curvi, ogni
cellula è lontana da quella
madre che tortura, ogni famiglia
è ferma in quella legge speciale
della fortuna, della scintilla
del lungomare, della cellula
che si ripete.

Epoca immobile (Jaca book, 2003)

Vorrei baciarti il sangue

Vorrei baciarti il sangue
amore mio, e ancora fare andare
le dita nel vento,
accarezzarti i capelli, la fronte
sentirti dentro l’aria
dentro il ventre, sentire
come è leggero il vento
e come apre le vie
e come tutto sembra possibile
sapere quanto possa
l’amore con la saliva e il silenzio
curare dalla fonte.

20 luglio 2000

Amore del rifugio e dell’acqua

Amore del rifugio e dell’acqua,
amore di poche parole lontano dall’insidia,
amore degli uomini santi, accarezza il viso del turbamento
dammi i nomi del perdono, il canto sepolto della legge,
sento che saremo vicini anche in autunno,
ci abbracceremo nelle case vuote ricordando un antico passato
per dimenticarlo, soltanto l’oro più puro della nostra anima
sarà con noi, forse saremo donna e uomo solamente,
forse farà già freddo e ci abbracceremo fra gli alberi stanchi
ridendo di ogni cosa, il passato ci lascerà e saremo
nuovi, leggeri, redenti.
Sarà ottobre o novembre, nel bosco
Saremo teneri e allegri nelle nostre braccia di terra,
fra acqua e fuoco, smarriti dalle azioni.
Quando ci lasceremo sarà sui polpastrelli la
nostra anima vera, nell’aria ci sarà cura
per la ferita.

2 agosto 2000

Clinica del Sacro Cuore , Roma 21 novembre 2003

Volevo quei gerani bianchi e rosa
in quei vasi scuri su quel
ferro battuto, lo stesso che ora
guardo qui dall’ospedale
si avvicina il tramonto
e il girasole dà la sua attenzione
(le cose importanti stanno
sempre nascoste e non bisogna spaventarle)
I fiori, la voce che stanca
i colori segreti dei bambini
un chiarore nuovo splendente
rischiara i miei piedi
il corpo deve ritornarmi
ho bisogno di te, sono priva
di peso – questa stanchezza sfiora
i piedi, fa fare i primi passi
la pietra, i nodi, le catene
rispondono e tutto balza
vuoto nell’aria sapiente
Oh sorpresa dei riccioli rossi!
Bambini dei tronchi è già primavera!

29 novembre 2003

Oh rosseggiare dell’autunno
caldo manto di rose,
foglie variopinte come rose
tappeti magici che vengono
dal cielo, preghiera perpetua
della musica e del cuore
cancella ogni empietà,
tutte le cose che chiamiamo
colpa e peccato
nessuno è buono
se riesci vendi tutto quello che hai.

Giovanna Sicari nasce a Taranto nel 1954. Pubblica le sue prime poesie, nel 1982, sulla rivista “Le Porte”, pubblicherà in seguito su “Alfabeta”, “Linea d’ombra” e “Nuovi Argomenti”. Nel 1986, pubblica sette libri di versi e tre di prosa, tra questi il volume “La moneta di Caronte”. In quegli anni lavora come insegnante nel carcere di Rebibbia fino al 1997, anno in cui si ammalerà gravemente. Muore la notte tra il 30 e il 31 dicembre del 2003.

Ricordo di Herbert Pagani

LEZIONI DI PITTURA

Quando lascio Parigi, capital-spazzatura
Quando fuggo dalle pubblicità che mi assalgono a colori
Quando lascio il suo grigio nel retrovisore
Per cantare da qualche parte fra Loira e Moselle
Riscopro il tuo volto fra le rondini
E ritorno pittore e mi scordo il cantante.

Hai dei cieli che danno lezioni di pittura
Hai i cieli dei quadri della rivoluzione
Le tue nubi sputate da enormi cannoni
Si disputano l’alto, e passando in macchina
Mi sembrano navi assetate d’azzurri
E fioccano così basse, che mi sfiorano la fronte

Le tue capanne hanno tutta l’aria di venir fuori da una bibbia
Curata da un qualche Mosè normanno
E i tuoi prati sono di un verde così commestibile
Che si vorrebbe essere cavallo per brucarli un po’

Hai i cieli di Vlaminck, ma di un blu che si muove
Hai i campi di Van Gogh, ma con in più gli odori
Hai Monet per le acque, i riflessi, i vapori
E queste giungle fiorite nelle stazioni dei paesi
Sono talmente Rousseau [il doganiere], che quasi è un peccato
Che manchi un leone che sorride fra i fiori.

Che mi guidino dal cielo o li abbia alle calcagne
Che sian d’oro o di bronzo, di bruma o di sangue
Il tuo sole mi rivela, a questa o quell’ora
Primavere giapponesi, autunni spumosi
Estati violette, come da manuale
Novembri di pioggia, inverni di diamante. […]

Però io che prendo le tue lezioni di pittura
Io che canto la tua terra proprio ai tuoi figli
Io che a forza d’amore ho perduto l’accento
E ti cucio in francese quartine su misura
Come molti amanti ho anch’io una ferita
Che conservo segreta, ma continua a sanguinare.

Ma mi hai visto? Ho il ricciolo berbero
Ma mi hai ascoltato? Ho la voce di un muratore
È nell’olio d’oliva che cuocio le canzoni
E parlo gesticolando e adoro la mamma
Ed ho tanti pogrom nel mio cuore millenario
Che talvolta esito davanti al prosciutto.

Cominci a capire perché mi addolora
Vedere il disprezzo che hanno a volte i tuoi figli
Per i neri, gli arabi, gli ebrei, gli zingari
Che non hanno il talento di passare per poeti…

È in nome del tuo cielo dalle strazianti pitture
È in nome del concerto che dirigono i tuoi venti
È in nome della mia fortuna e di tutto il tormento
Che ti pongo ora la mia domanda, la mia ferita:
È vero che ti disturba la nostra natura
A meno che non sia espressa su un palco in canzone?

Oggi verrebbe definito artista multimediale, è stato cantautore, disc-jockey, poeta, scrittore, scultore, pittore, e attore.

Di famiglia ebraica tripolina, ha trascorso parte degli anni giovanili, dopo l’espulsione degli ebrei dalla Libia nel 1952, in Italia, in Germania e in Francia.
Ricordato come una delle voci dell’emittente radiofonica Radio Monte Carlo – insieme a Barbara Marchand, Gigi Salvadori, Ettore Andenna, Luisella Berrino e Roberto Arnaldi – come cantante ha inciso brani di facile presa e popolarità come Cin cin con gli occhiali, Canta (che ti passa la paura), L’amicizia e Ahi… le Hawaii, cantata anche nel film Amore mio aiutami, diretto nel 1969 da Alberto Sordi.
Degne di menzione sono anche Non ti amo più (1962) (Alberto Testa, Herbert Pagani, Christophe), Lombardia (1965), versione italiana de Le plat pays di Jacques Brel e La bonne franquette del 1974, ripresa successivamente da Fiorello insieme al fratello Beppe ed a lungo jingle musicale dei «Club Méditerranée».
La sua migliore produzione in italiano è considerata tuttavia Albergo a ore (del 1970), brano che ebbe problemi con la censura e che era l’adattamento dalla versione in lingua francese Les amants d’un jour (portata in Francia al successo da Édith Piaf); la versione italiana è stata proposta anche da Gino Paoli, da Ornella Vanoni, nel 1972 da Milva, nell’album La filanda e altre storie e da Marcella Bella, nel suo album d’esordio Tu non hai la più pallida idea dell’amore.
Prima in francese e poi in altre lingue, fu molto apprezzato il suo testo poetico “Plaidoyer pour ma terre (qu’est ce que le sionisme)” (“Arringa per la mia Terra”), in difesa delle ragioni del sionismo e dell’essere ebreo.
È morto a Palm Beach, Florida a causa di una forma di leucemia all’età di quarantaquattro anni.
Pagani è sepolto nel cimitero di Tel Aviv Kyriat Shaul.

Ascolta & Leggi: Claudio Lolli & Nanni Balestrini, dagli anni di piombo agli anni di merda

PER CHI ABBIA VOGLIA DI LEGGERLA, HO TROVATO QUESTA PICCOLA ANTOLOGIA, IN RETE. GRATIS.
Autoantologia_della_signorina_Richmond

PICCOLO APPELLO AL PUBBLICO DELLA CULTURA OVVERO POESIA SUGLI ANNI DI PIOMBO E GLI ANNI DI MERDA

Eccoci qua ancora una volta
di fronte al pubblico della cultura
che seduto di fronte a noi benevolmente
come sempre si aspetta poesia e verità

scherzo naturalmente so benissimo che
il pubblico della cultura è smaliziato
è un furbone di tre cotte e matricolato
non c’è nessuno che gliela dà a bere

ne sa una più del diavolo
sa che la letteratura è menzognera
che tutte le vacche sono nere
che 2 + 2 non fa quasi mai quattro

che la società dello spettacolo ci ha disintegrati
mica è fesso è bastato che dicessi il titolo
e ha capito al volo immantinente
che dalla mia bocca sarebbe uscito

un suono antico e familiare come
l’urlo dei manipoli e il rombo dei cavalli
cioè vogliamo tutto e quella roba lì
eco lontana di un passato dimenticato e sepolto

le cui tracce sono state accuratamente
contraffatte cancellate dissolte da un esercito
di mercenari giornalisti storicisti televisisti
lautamente remunerati per riscrivere la storia

di un paese minacciato da un’orda sanguinaria
che voleva bruciare le banche e le chiese
mangiare i bambini e sputare sui vecchietti
e sui sacri partiti nati dalla resistenza

che voleva non lavarsi e non lavorare mai
farla finita con i valori le regole le ideologie
come stigmatizza il severo giorgiobocca
e anche appendere i padroni per le palle

e tutte le possibili nefandezze sovversive ma
spiegano le cronache falsificate d’italia
le forze dell’ordine e della civiltà
hanno infine prevalso e i biechi eversori

sono stati tutti quanti incatenati o sparati
così imparano a contestarci proclamarono
i banditi dell’arco costituzionale vittoriosi
e così beneamati salvatori della patria in pericolo

poterono dedicarsi indisturbati a saccheggiarla
il più straordinario saccheggio di tutti i tempi
e dall’emergenza sbocciò il nuovo rinascimento yuppie
i magnifici anni 80 incensati da tutti gli alberoni

gli anni di merda insinuano i maldicenti gli anni
della restaurazione dell’opportunismo del cinismo
con tanti soldi cocaina fotomodelle per chi ci sta
eroina o muccioli per chi proprio non ci sta

e tv spazzatura per rinconglionirci tutti quanti
gli anni culturalmente più vuoti e squallidi del secolo
in cui nugoli di intellettuali collaborazionisti
ben lottizzati e benissimo pagati ci rifilavano

le meraviglie dell’effimero e del postmoderno
una letteraturina da telefonini bianchi
le voci bianche del pensiero flebile
e la storia che pluf finisce proprio adesso

come ben ricorda il nostro bel pubblico della cultura
voi lì che queste cose le sapevate tutte ovviamente
e le sopportavate sì ma con indignazione malrepressa
scuotendo spesso la testina e sospirando forte

e ci soffrivate un po’ anzi tantissimo in silenzio
nel silenzio dei vostri cuori e delle vostre menti
ma diciamolo pure ora che si può dirlo forte
anche voi non vedevate l’ora che le cose cambiassero

magari perfino speravate con indomito coraggio
che tutto questo puttanaio finisse prima o poi
anche se non potevate fare niente per
non importa lo auspicavate fermamente e spesso

ma adesso il problema non è vedere quanto avete
le mani pulite non è che dovete alzarle se
avete goduto con sgarbi o pippobaudo
se berlusconi è stato il vostro modello di vita

se vi siete pentiti del 63 o del 68
se avete pensato che il capitalismo è una figata
che la poesia è la parola innamorata
che la rivoluzione cambia il mondo solo in peggio

e altre insostenibili leggerezze del vostro essere
questo non è l’anno del terrore nessuno pensa
di tagliarvi la testa o la mano per queste inezie
son cazzi vostri giù le mani e niente paura

perché adesso c’è ben altro da fare
adesso che la gran cuccagna è terminata
perché non c’è più niente da saccheggiare
adesso che bisogna ricominciare tutto da capo

adesso che anche la parole sono saccheggiate
e noi che ci occupiamo della loro manutenzione
dobbiamo tentate di ridare un senso alle parole
ci appelliamo a voi comparse e pubblico

voi per cui facciamo in fondo tutto questo
adesso come altre volte in tempi bui
in cui discorrere di alberi è quasi un delitto
ascoltateci ancora una volta con indulgenza

Ascolta & Leggi: When The Poets Dreamed of Angels di David Sylvian e un inedito di Riccardo “Sin” Mattii

Sin mi ha fatto incazzare fin dal nostro primo incontro virtuale, ma poi col tempo è sbocciato un affetto che è andato oltre la sua prematura scomparsa. Alla sua cara memoria.

Gli Arcipreti cantavano con voce di bue.*
Innalzavano un sonnolento inno al SignOre
in un latino ondeggiante,tenorile, a lettere nere.

Il loro canto era un paradosso
in quel cielo straniante
dove non pareva regnare altro
che lo specchio UsToRio del sole.

Un merlo guizzo’ da un Cipresso
sull’impugnatura stagionata di sudore
della vanga abbandonata nel quieto cHaos
della terra smossa.

Mentre i TIR cambiavano marcia
ad un kilometro di distanza,
un frettoloso,inopportuno scampanio,
un suono sfuggito, che s’interruppe all’improvviso
cosi’ come era iniziato

pensai

babbo mai piu’ mi parlerai ed io non chiedo
ma ti prometto che quando riusciro’ ad accettare il futuro
tutto questo fara’ parte di una poesia.

(per gentile concessione della sorella, Beatrice Mattii)