I tuoi occhi brillavano ancora per me di Ralph Waldo Emerson.

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I tuoi occhi brillavano ancora per me,
anche se vagavo solitario per terra e mare;
come quella lontana stella che vedo,
ma che non vede me.
Stamattina sono salito sulla collina nebbiosa,
ed ho percorso tutti i pascoli,
come brillava la tua forma lungo la mia strada
fra la rugiada dagli occhi profondi!
Quando l’uccello rosso spiegò le scure ali,
e mostrò il suo fianco acceso:
quando il bocciolo maturò in una rosa,
in entrambi io lessi il tuo nome.

Veglia di Giuseppe Ungaretti

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Veglia

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

(Cima Quattro il 23 dicembre 1915)

Durante i temporali

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l’aria corre durante i temporali
l’orizzonte ammutolisce sfidato
dalle sfumature di troppi fantasmi
.
le tende dentro casa
hanno voglia di ballare, così pare,
una finestra audacemente sbatte
.
per chi s’innamora è sollievo
mentre rinverdisce la gramigna
e l’acqua al fiume
torna a galleggiare
 

Esbjörn Svensson Trio con poesie di Ferruccio Benzoni.

La camera
 
 
Ti vedevo un’ultima volta
venirmi incontro dalla specchiera
attraversare il poco d’ombra
fino alla spalliera del letto
– di lì guardare lungamente
le droghe sul comodino dei farmaci
e in una mezza luce qualcosa
di simile a un coccio una ciocca…
Ronzava l’estate non un alito
tappati gli scuri scalfiva la calura.
… Difficile dire se proprio tu
o un’iride avvelenava la mia camera
ne minacciava il sonno a colpi
di tosse percuotendolo con amore.
 
 * 
 
Tenerezze terribili
 
 
Specie se da giorni e giorni piove
tanto da dimenticare
come irresistibilmente un vicolo lustra
in un piangente chiarore,
non t’abbigliare di un tremito.
Manchi il sole o no l’insensatezza
ha fatto di noi una tenerezza
postuma; una ciocca ritrovata.

*

Egizia
 
 
Tra rossori autunnali.
Neanche rivivessi le tue fughe
nel vapore dei mattini incontro
ai tuioi grilli –
ti penso un passo più in là oltre
gli escrementi del cuore.
La frangetta sugli occhi morati.
Vuotocolma di te innamorata
tutto finisce qui tra
pensieri d’infortunio e un giorno
spento nella nebbia.
 

 
Stazione al commiato
 
 
Ritroverai mi dico (o per me una voce)
con le musiche scialbe un volto non
gli anni fuggiti in altre labbra.
Scompariva solitario un treno.
Oltre lo sterpacuore, all’ultima
mezzanotte di un dicembre
tra cinguettii di buona sorte,
un batter di denti di bicchieri.

***************************************************

Ferruccio Benzoni (Cesenatico, 1949 – Cesena 1997) 
 
 

Domande oziose

Oziando, mi chiedo se
dopo tanti anni 
assieme alle ossa di Lorca
abbiano trovato
la fibbia della sua cintura,
i baci che lasciò in pegno,
mentre gli eredi dei creditori
che attendono ancora quiescenza
hanno abbandonato ogni speranza
di vedersi soddisfatti.
 
Se un pensiero abiti ancora
le sue ossa temporali piene di terra,
spero lascino in pace 
quei suoi libri mai scritti
e il robusto canto di uccelli non visti
resti impigliato tra neve e polvere.
 
Mi chiedo se anche queste
siano domande oziose.

Dave Holland Quartet con poesie di Franco Scataglini

Teatrini d’ombre
Finestre iluminate
pe’ le viuze sgombre:
pare teatrini d’ombre
in ‘ste noti d’estate.

Se move senza posa
le snele figurine
in rilievo, turchine
sopra quei schermi rosa.

Recite senza ‘n filo
de trama, come ‘n sogno.
Però resta ‘l bisogno
d’indovina’ ‘n profilo.

*

M’hai lasciato un giardi’
C’è chi lascia un poema
e chi non lascia niente
perché esse muto è il tema
de vive, in tanta gente.

Però te m’hai inganato,
vechio, e pe’ non mori’
muto com’eri stato,
m’hai lasciato un giardi’.

*

Tuto è corpo d’amore
Tuto è corpo d’amore
la tera ‘l cielo ‘l pa’
i ucceli de cità
spenati, senz’unore,

gati cessi arboreli
drento l’aiole grame,
l’esse sazi e ave’ fame,
el coce sui forneli

– ‘st’ora de mezogiorno –
de mile e mile pasti,
i luoghi streti e i vasti
liberi dal contorno,

i scolari che sorte
in massa da le scole
e le composte fiole
de sé più meio acorte,

i operai del cantiere
co’ le sue azzure tute
(inteligenze mute
coi tapi del potere)

i ladri i questuri’
sempre dal sud sortiti
– musi guzi aneriti
schiene da signorsì –

le casalinghe (strane
anime d’umidicio)
quele che va in uficio
le operaie le putane,

i fenochi estromessi
de l’ama’ ‘nte ‘l dicoro,
tuti i ribeli, loro,
che manco a vive è amessi

ma pure l’obediente
da la fadiga zita
scartato da la vita
quando non dà più niente.

Tuto è corpo d’amore
mischiato al bene e ‘l male,
tuto è ‘l fenomenale
essece: serpe o fiore

ortiga o albaspina
infedeltà, costanza
fortuna, malandanza
sesso d’omo o vagina

e te, dialeto caro
che da l’infanzia sorti,
t’ha cinguetato i morti
su l’alto colombaro

e te, arboro mio,
c’arfoi a tute le lune,
‘nte le tue fieze brune
io so’ pedochio e dio.

*

El senso del mio testo
Resto solo in uficio:
la fronte contro i vetri.
Sorte da l’edificio
i miei colleghi tetri.

C’è sopra el tavoli’
una spasa de pratiche.
Su la sedia, ‘l cuscì
col segno delle natiche.

In ‘sto fondo mio morto
de piata situazione,
senza vede raporto,
ciò come ‘na visione.

D’un quadro me sovieno:
un scuro de taverna,
‘n omo a sede, ‘l baleno
fermo de ‘na ma’ eterna

che chiama quela vita
fori dal suo binario.
‘Na facia sbigotita
fa quel’omo ordinario:

fissa la ma’ fatale
come sperso ‘nte’l niente,
ma ai ochi già ie sale
la passione splendente.

L’imperativo muto
de quela ma’ ‘nte’l sguardo
quanto io avria voluto
trova’, come pe’ azardo.

L’assenza de quel gesto
da sempre me tortura.
El senso de ‘l mio testo
è ‘na cancelatura.

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Franco Scataglini è nato ad Ancona nel 1930 ed è morto a Numana nel 1994. Le sue raccolte di poesia in dialetto marchigiano: Echi (SEVA,1950), E per frutto piace tutto un orto (L’Astrogallo, 1973), So’ rimaso la spina (L’Astrogallo, 1977), Carta laniena (Residenza, 1982), Rimario agontano (Scheiwiller, 1987), La rosa (Einaudi, 1992), La torta quinaria (Scheiwiller, 1993), El sol (Mondadori, 1995), Echi (L’Obliquo, 1997). Ha tradotto il romanzo medievale in versi Le Roman de la Rose.

Luigi Nono con poesie di Giuliano Mesa

cosa frammischia –
cenere (sempre cenere)
e vento (sempre, da sempre)
se non il vuoto, Lucrezio,
il vuoto –
lì possiamo costruire, c’è spazio,
per fare un’orma
e fare un segno di passaggio
(noi siamo, passeggeri,
come argini,
muschi sulla sponda del fossato,
chiocciole ciottoli lucertole
e questo è molto,
a farsene una ragione,
è molto tempo, e spazio,
molta necessità)

*

iatromanzia. Manhattan Project

nomi. nomina ancora, replica, schernisci.
consentine la crescita, riducine l’amalgama,
che si sparga, s’incàvi, scorra per ogni dove.
nomina sette volte il giorno e l’ora,
anche per oggi, fai tutta la trafila,
così non sarà invano.
ansima, rimugina, così non passerà,
non sarà vano tutto il suo disfare, facendo ancora spazio,
aprendo varchi, e che si schianti, poi, dentro il suo vuoto,
che te lo scava dentro, il tempo, il suo,
le grotte, gli antri, le caverne,
rigenerando te,
loculo di copule infinite,
l’eletto, per caso che dà gloria.
conta, che ti dà forza, ogni minuto,
trascorso nel decoro, e la tenacia, fiera,
poiché ne chiede il fato, e l’onniscienza,
strenua speranza, luce per i probi,
che invece era soltanto prova aperta,
esperimento, soltanto il contagiri dei motori,
il contabattiti, al cuore di chi sgancia,
e tu sei l’esperienza, la verifica.

prendi questo regalo e vattene, ora, ora che sai.

*

(di una vita non rimane quasi niente
e quello che rimane, spesso, non è vero)
(prendi a misura, adesso, com’è il rumore,
fuori della notte)

(di più falso non c’è nulla
che il voler dire il vero)
(è vero questo approssimarsi.
è vero che a qualcosa, sempre,
noi ci approssimiamo
– anzi, ci avviciniamo,
che suona meglio,
ed è meglio di niente)

*

giorno è questo. non se pulsasse vena,
fuoco nella faringe, altro.
la femmina del merlo fa schiatta,
senza posa fa che si debba crescere
(anche dalla vetrina addobbata coi laser
si vede che è così, che tutto torna),
il cucciolo del topo si sgranchisce
e sfregia, orinando,
un viluppo di haute couture
(per la sua gioia, però, soltanto:
noi, si ha ben altro a cui pensare)

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Giuliano Mesa, poeta, 1957/2011

Tiziana Ghiglioni con un omaggio a Sebastiano A. Patanè Ferro.

l’amore al tempo delle scimmie
la storia poetica

ha un rumore di fondo l’amore
come l’acqua che bolle
come un piccolo vento senza mani
albero chino a guardarsi le radici

false (carta da gioco)

una spiaggia piena d’orme sovrapposte
con una musa in centro e tante sedie a lato
come in una festa dove la tristezza vera
prende altre forme fino a diventare stella

falsa (approssimato viversi)

che sarà mai un minimo fossato
se a saltarlo poi ci rimetti il cavallino
che sarà mai l’ascendere di braccia
sulla negazione delle cento lire

false (caduta delle allodole)

ripetiamoci quel buio che tanto sana gli occhi
ché per l’incontro il tempo trova i luoghi
anche un comodino diventa poi percorso
per sperperare gli ultimi dettagli
falsi (due braccia d’acqua e sale senza niente intorno)

al tempo delle scimmie non c’erano i diamanti
che diluivano ogni malavoglia, forse un osso
o un salto sulle cime chissà, la traccia
di un ti amo monosillabo allungato huuug

vero (come il vento come il tuono?)

cenno distinguibile dal sonno
per ovvia natura che s’avanza e prende
senza ricorsi a lampade geniali da web cam
o sessuologhe 24enni modello “iosottutto”

(il falso prende il sopravvento e diventa giorno
il vero finge…)
*
vorrei spostare le parole verso l’illusione
dove gli accenti non hanno significato
dove chi sente non occorre che capisca
e chi capisce ne confonda il senso

dove l’àncora può diventare ancóra
con i ripensamenti tra un si e l’altro
e i giochi abbiano l’odore di Wall Street

spiegare cosa c’è in fondo al cuore
non serve perché un cuore è solo
una cavità piena di niente dove non cresce
un accidenti di niente e niente vive

il cuore è un morto che batte
è una crisi continua, ha solo una finestra
verso il basso proprio nel suo fondo
e non ha testa e neanche un piede

tutto il resto è carne che vibra a 8 Hz
nel silenzio del guardarsi anche con amore
dove non c’è posto per le smagliature
che ogni giorno deformano la vita
*
[rientra
il becchino
dal dorso
scarlatto
rientra
la preda
rientra
la luna
paura
negli occhi
di hugh
paura
scarlatta
decisa la mossa
scappare
dall’era
trovarsi
in teatro
l’abbraccio vestito
trovarsi
d’amore
… nel tempo
bambino]

vogliamo spezzare la brezza che investe
vogliamo sperare che possa cambiare
restiamo scimmiette lungo il viale
restiamo
*
c’era un campo dove spesso
atterrava un piccolo airone
che poi rimaneva immobile
come aspettasse qualcosa

più in là verso il sole un viso
coi colori della passione
a ridosso del cuore
proprio sotto il carrubo

l’airone fissava un vuoto
ma sentiva la radice sotto i piedi
il viso cercava nei dintorni
forse una strada o forse

un Piero Angela che le dicesse
della grandezza del tempo
un figlio una doccia il pane
oltre l’albero e un amore

che non capiva
*
a volte era spiaggia porosa fragile
che si consumava nell’abbraccio
della risacca senza affetti
altre montagna e stabiliva il senso
dell’unione, quella che faceva la forza
quella predefinita dai geni cosmici

il fuoco il gelo con le loro curiose creste
non intimorivano le ampie distese degli occhi
ma quella cosa dentro il petto che andava giù
fino al ventre, alle gambe e che poi si perdeva
nella confusione delle mani, quella cosa la spaventava
più delle belve che giorno e notte le sostavano accanto

latenti interminabili subdole che la vedevano cibo
e mai potente motore della vita e non capiva perché
dallo specchio del lago trasparivano sempre
volti diversi, mai uguali
sempre diversi
mai uguali
mai
*
è stato un momento s’è girata
e qualcosa l’ha portata via
non ho visto gli occhi allontanarsi
è sparita come ripresa dal sogno

[ricordo la sensazione di fresco quando oziavo sotto l’albero
comunque attento ai predatori
quando la mia compagna allattava i due cuccioli
altri amici -non li ho più rivisti- stavano nelle vicinanze…]

solo ricordi, sempre meno chiari
in quell’eterno tempo che ci divise
secoli di strade differenti, di memorie
millenni d’amore chiuso in bolle fragili

[tu eri madre innanzitutto con gli occhi socchiusi
mentre i piccoli ti giocavano addosso
ed eri bella con tutti quei peli… sotto l’acacia]

poi, e crollò il muro, eccola bella come allora
e ci riconoscemmo e ci amammo

e abbattemmo il tempo con un solo guardarsi
che sapeva di sempre

quanto universo
in quelle piccole mani
e quanto dare

(L’amore al tempo delle scimmie, Poemetti collezione, Catania 2015)