Ascolta & Leggi: XII Agosto, Sant’Anna di Stazzema

Anna Pardini è stata la vittima più piccola dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, avvenuto il dodici agosto 1944, aveva venti giorni di età. Si trovava tra le braccia della mamma Bruna, a Coletti, assieme alle sorelle Cesira, Maria, Lilia, Adele, e altre venti persone quando i nazisti hanno fatto fuoco contro di loro.
Cesira, la più grande, ha tentato di salvare Adele, Maria, Lilia e Anna.
Anna era gravemente ferita: aveva gli arti praticamente mutilati. Adele e Lilia, grazie a Cesira, hanno avuto salva la vita, la stessa sorte non è toccata a Maria, ormai ferita a morte, e alla stessa Anna, deceduta dopo pochi giorni.

STAZZEMA, 12 AGOSTO

Pardini Anna giorni venti,
settanta anniversari,
niente compleanni
nemmeno uno vissuto
in questo cazzo d’infinito,

gettata in strada, la stessa
ripristinata alla vigilia del freddo.
Durante i lavori di sterro
se ritrovavano ossa e carcasse
le interravano di nuovo
in fretta e per paura
che uno zelota fermasse i lavori,

dopo l’oscurità nuova oscurità
accumularsi senza respiro.

L’armadio ha le ante
girate verso il muro,
sì che il vento non risollevi
le cartacce di Stazzema,
dormano pure tranquille
sul finire di questo dopoguerra

con tutte le sorelle in attesa
che quelle incinte
partoriscano solitudini bastarde
da mettere subito a dormire
appese al soffitto,
giusto angeli in cielo,
e fine di ogni formalità civile.

Un barlume,
appena appena ritrovato,
sta sul ciglio della strada riaperta,
come il paese tutto intento
a esportare democrazia.

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L’incurabile

Un dio che può essere compreso
non è Dio. (William Somerset Maugham)

Il primo giorno è intatta,
solo diagnosi, presa male
e quel ch’è fatto è fatto.

Il centesimo giorno è lotta,
il nemico spinge, vuole sfondare,
la mente rifiuta,
il fronte stagna, perdite immani,
evidente è il disastro.

Il primo anno è stato duro,
niente di cui stupirsi, sapevano
anche i muri, nessuna passeggiata,
la mente è vigile ancora
e non intende rinunciare.
Mano a mano la bellezza fugge,
i capelli torneranno, forse,
a primavera.

Certi anni sono rondini,
la bella stagione non ha voglia
e alla nebbia subentra l’afa.

L’ultimo giorno è rifiuto,
per l’ennesima volta no!
E’ troppo presto ho da fare!
La notizia era attesa,
si sa prima o poi succede,
viene sempre troppo prima.

Ascolta & Leggi: Maria Margotti, donna di valore

Maria Margotti (Alfonsine, 9 settembre 1915 – Molinella, 17 maggio 1949) giovanissima, dopo la morte del padre, diventa mondina. Partecipa attivamente alla Resistenza e dopo la Liberazione, nel 1946 entra come operaia in una fornace della cooperativa di Filo d’Argenta. Partecipa alle lotte sindacali per le sette ore di lavoro, il miglioramento del vitto, il rispetto della legge di collocamento, l’assistenza in caso di malattia.
Il 16 maggio 1949 oltre seimila braccianti e mondine si concentrarono nelle campagne presso Molinella, provenienti dai vicini paesi delle province di Bologna, Ravenna, Ferrara cercando di dissuadere i crumiri, che rendevano vane le proteste operaie. Intervenne la polizia con un’azione di repressione particolarmente dura e violenta ed il giorno dopo venne organizzata una manifestazione di protesta. Maria Margotti venne falciata da una raffica di mitra sparata dal carabiniere Francesco Galeati nei pressi di Marmorta di Molinella, mentre altre 30 persone rimasero ferite.

Su alzati, alzati Maria andiamo a casa
Maria resta lì abbracciata alla terra
Non sanno le compagne se sogna o riposa
Non vogliono che sia di nuovo come in guerra
Pedala ogni donna il vento sulla camicetta
Quant’è alto il ponte al Reno stamattina
Pedalano veloci le donne in bicicletta
Sussulta la pianura la lotta si avvicina
Maggio diciassette anno quarantanove
La lotta dei braccianti quanto sarà dura?
Le donne vanno allegre nulla le smuove
Oggi è il Grande sciopero non si ha paura
Le donne del collettivo, quando passano loro
Sembra che passi la campagna intera
Del fieno e della terra senti l’odore
È il respiro di questo sole che le bagna
Su alzati Maria, torniamo dalla via maestra
Quella che i fascisti presidiavano sempre
Era sporca la loro paura temevano la vita
La nostra lo sgomento la teneva pulita
Su alzati Maria andiamo a casa
Maria non si alza abbraccia ancora la sua terra
Lo sparo, quello sparo ci ha colte di sorpresa
Chi l’avrebbe immaginato così anche il dopoguerra
Maria adagiata sulla tavola eri muta
Le tue figlie sgomente, ti lavano il viso
La Pina dodici anni la Berta quattordici
Che strazio diventare donne senza preavviso
Le donne del collettivo, quando passano loro
Sembra che passi la campagna intera
Del fieno e della terra senti l’odore
È il respiro di questo sole che le bagna
Maria hanno scritto che sembravi vecchia
Che stupidaggine eri bella eri una di noi
Non volevano tornassimo dove ti hanno uccisa
Siamo andate lo stesso piangevano anche i fiori
Maria a ciascuna di noi poteva toccare
La Biagia, la Elva, la Alves, la Leda,
La Edma, la Fernanda, la Teresa, la Rina
Li senti come sono belli i nostri nomi
Dicevi “Vengo con voi lo faccio per le figlie”
Ora vai Maria, davvero puoi andare
In centomila a salutarti piange anche il cielo
Torniamo a casa con questo vuoto addosso
Le donne del collettivo, quando passano loro
Sembra che passi la campagna intera
Del fieno e della terra senti l’odore
È il respiro di questo sole che le bagna
Su alzati, alzati Maria andiamo a casa
Maria resta lì abbracciata alla terra

Ascolta & Leggi: Stella Fissa il libro di Riccardo Mattii (musica dei Byrds)

E’ uscito un piccolo grande libro, dono di Beatrice Mattii e Marianna Galotto che lo hanno curato. Stella Fissa di Riccardo Mattii edito da Campi di Carta Editore. Il libro, consigliatissimo, è reperibile qui:

Riccardo Mattii

Stella Fissa raccoglie gli scritti, note, pensieri, poesie, micro racconti scritti da Riccardo fino alla sua scomparsa prematura il 28 febbraio 2018 a soli 51 anni. Un libro pieno d’amore, ironia, auto ironia, e belle cose. Ottime poesie soprattutto, ma anche racconti brevi efficacissimi e note di tutta una vita. Riccardo era noto in web col nickname Sinapsi, o Sin Apsi. L’ho incontrato/scontrato una quindicina di anni fa circa, durante i tempi eroici e pionieristici di scrivi.com : lo ha sempre contraddistinto, oltre a una buona dose di genialità, un carattere a tratti urticante, ma Riccardo è sempre stato una persona vera. Questo volume non è un souvenir, un album di ricordi, merita di essere letto soprattutto per gli ottimi contenuti letterari. Riccardo è stato anarchico tutta la vita, non lo fosse stato sarebbe stato un grande poeta, invece era semplicemente un genio. Alla sua memoria, e alla fortuna di chi lo ha incontrato, anche solo in web. Insomma, questo libro, come potrete verificare dagli estratti qui sotto, non è un oggettino prendi polvere, è un ottimo libro di ottima scrittura, soprattutto. Ciao Sin! Ti vorrò sempre bene.

per chi volesse visitarlo, il suo blog è ancora in rete, qui:
http://t4nt4lo.blogspot.com/

UN MARZIANO SCRIVE CARTOLINE A CASA

Posso solo desiderare, non volere.
E misurare la grandezza dell’amore con la distanza che
separa da colei che non ama.
E farlo con una costanza che, incoffensabilmente,
cambia di continuo idea nel seguire il tempo che affrettando
il passo, arretra in uno spazio così Gigante, che ci sarà chissà
chi o chissà cosa, ma solo qua e là.
E molto silenzioso, o forse muto.

*

UNDER A PIOVIGGINOUS GRIG SKY

Sotto un cielo piovigginoso Corvo sospeso,
intabarrato in uno scialle di annichilimento
avverto attraverso i cunicoli esigui dell’anima
il tempo che precipita, violento, rapido e ignorato.
Il suono del traffico lontano pare vaneggiante rumore
di mare
e immagino oltre il verde montuoso premuto di nuvole
bianche onde correre a casa in un lago d’inverno.

*

MARIANNA 11

Ce ne hai messo di tempo
per attraversarmi
eppure non sono che un deserto
di pochi passi.

*

RICETTA POETICA

1) Prendete un poeta non snervato
ripulitelo di ogni speranza
e farcitelo poi con droghe,
tristezza capziosa, concetti astratti
e con un po’ di dolore fresco
che sanguini terrore.

2) Ricucite il poeta così farcito
con il filo di un inquietante ragionamento
e lasciatelo macerare in un lungo smorire
di giorni invernali,

3) Cuocetelo al fuoco lento del tempo e del caso
in un brodo di rimpianti e di amori perduti,
quando l’impasto bolle, rimestate aggiungendo
luce di un corpo femminile, (attenti qui che non bruci di
passione)
ed un pizzico di morte.

Potrete così gustare ottime poesie che vanno servite fredde
su piatti guarniti di tenebra, la sostanza del destino.

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Ascolta & Leggi: saluto ad Andrea Camilleri

Oggi ci ha lasciato Andrea Camilleri, spirito vivo fino in fondo e accanito fumatore. Forse non tutti sanno che, oltre a essere stato scrittore e sceneggiatore, Camilleri ha scribacchiato anche qualche poesia, con lo spirito ironico urticante che lo ha sempre contraddistinto. Qui sotto alcuni suoi pezzi pubblicati su due numeri di Micromega nel 2008. La terra gli sia lieve.

Una volta diceva d’avercelo duro. Oggi,
alquanto acciaccato, biascica la sostituzione
del membro col fucile. Capita sempre così,
“Ma non prendetelo sul serio, straparla”,

suggerisce il suo compagno di merende.
Intanto quello scaracchia nel piatto dove mangia,
o si pulisce il culo con la bandiera. La stessa
per cui si muore in Afganistan o altrove.

***

Dio, come sono diventati democratici
questi ex adoratori una volta di Stalin!
Si sono uniformati, sono l’opposizione
della Regina, di stampo anglosassone.

La maggioranza va trattata con i guanti,
al massimo si obietta. Ma che importa?
dal tuo al mio e dal mio al tuo, il travaso
continua sempiterno e li fa tutti uguali.

***

Pare certo che facendosi forte del suo potere
abbia violentato una diecina d’impiegate,
pur essendo avanti nell’età. L’invidiano
i ras dei nostri dì, unanimi, da Mosca

a Parigi, passando, s’intende, per Arcore.
Ma loro sono rispettosi della legge.
Al prossimo G8 sarà avanzata la proposta
del ripristino dello jus primae noctis.

***

Scosciata, la rossa apparve, disparve
sugli schermi, meteora fugace nel cielo
del suo re sole, privo di vere star, è vero,
ma strapieno di starlets come la via lattea.

Qualcuna viene eletta ai rossi scanni,
sostituisce il topless con un colletto severo.
Ma, a pagarle, infine, è il solito contribuente.
Lo stesso che foraggiava il cavallo senatore.

***

Dire. E subito dopo, disdire. Affermando
d’essere stato frainteso. E chi l’ascolta
si batte il petto, “è vero, ho frainteso”.
Lui dispensa il perdono, perché è buono.

Il suo vocabolario è ricco di parole
intercambiabili ma di senso opposto.
Solo quattro quelle immutabili, punti
fermi: denaro, potere e plastica facciale

***

Mai riconosciuto nelle torri gemelle
il simbolo della civiltà occidentale.
Son altri i miei simboli, il Partenone,
la tour Eiffel, la cupola di Brunelleschi.

Gli aerei che si schiantarono contro le torri
colpirono semmai il cuore di Wall Street o
le borse valori. “Nulla di personale, solo
affari”, come dicevano i gangsters d’una volta.

***

Ha più scheletri dentro l’armadio lui
che la cripta dei Cappuccini a Palermo!
Ogni tanto di notte, quando passa il tram
le ossa vibrano leggermente, e a quel suono

gli si rizzano i capelli sintetici. Teme che
le ante dell’armadio si aprano, che torme,
non di fantasmi ma di giudici in toga balzino fuori
agitando come nacchere scintillanti manette

***

Non importa che abbia avuto due mogli
e che le sgualdrinelle confortino le sue notti
non importa che la sua morale abbia più buchi
di un colabrodo, non importa che abbia corrotto,

falsificato i bilanci, giurato il falso, prevaricato,
adottato la menzogna come stile di vita, non
importa, sia ricevuto in Vaticano con tutti gli
onori. Pecunia, antica saggezza, non olet.

***

“Si prendano subito le impronte digitali
dei bambini rom” ordina un paio di baffi
sul nulla. E i baffi giurano che non è razzismo,
ma solo umana pietà verso i bimbi costretti

a mendicare. Che cuore, che generosità! E mi
tornano a mente i versi di un grandissimo: “Sei
così ipocrita, che quando l’ipocrisia ti avrà
ucciso, sarai all’Inferno, ma ti dirai in Paradiso”.

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Ascolta & Leggi: Battisti/Panella e sei poesie ermetiche.

Marcello Comitini – Il Gelsomino

I fine settimana estivi sono giorni
colmi di silenzio. Sono partiti
e i loro passi riempiono ancora la strada
di quell’andare avanti e indietro
per stipare la roba, e le brevi risate,
qualche sillaba gridata, gli schianti soffocati
delle portiere, le scie colorate
che si allontanano
come un film muto di altri tempi.
Ad ogni angolo il vuoto che il sole scandaglia
e nel contrasto duro tra luce e ombra
tutto muta in bianco e nero.
Rade figure camminano solitarie.
Un vecchio in canottiera
siede all’ombra di un albero, un gatto
disteso al centro della strada lecca
con dolcezza le zampe davanti. Nessun bambino
gioca, nessun latrato di cane
in lontananza. La polvere e le foglie
riarse giacciono tra muro e asfalto.
Il gelsomino acuisce il suo profumo, infuria
nei ricordi di chi è solo.

*

Giuseppe Ungaretti – Veglia

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

*

Mario Luzi – Canto notturno per le ragazze fiorentine

Lasciate il vostro peso alla terra
il nome dentro il vostro cuore
e volate via,
quaggiù non è vostro l’amore.

Nella sua profondità si libra il biancore notturno,
le ore passano senz’orme
e ovunque una dolce carità
di voi, d’ogni bellezza parla del vostro corpo che dorme,

e dormendo naviga senza dondolare al suo porto,
lascia consumare il suo volto
il suo tenue colore ed il fiore
del viso dove odoran le giovani pene, il desiderio raccolto.

Come acque di un fiume sepolto rampollano dalla notte
le immagini addormentate
di voi, dei vostri occhi assenti;
senza forma, senza calore passan sul cuore degli adolescenti.

Dalla terra volano via gli eventi, le dolci passioni
escono dai corpi spenti,
la povertà le illusioni,
i sorrisi profondi delle umane consolazioni.

Noi non amiamo che quella vanità che ci addolora,
vi porta di ora in ora leggere
come un lume che non si può tenere
ma solo morirne. Come cere colano intorno le stagioni,

e noi andiamo con la volontà di Dio dentro al cuore
per le strade nel lieve afrore
delle vostre stanze socchiuse,
nell’ombra che sommerge le vostre pupille deluse.

Lasciate il vostro peso alla terra
il nome dentro il nostro cuore
e volate via,
quaggiù non è vostro l’amore.

*

Alfonso Gatto – Nello spazio lunare

Nello spazio lunare
pesa il silenzio dei morti.
Ai carri eternamente remoti
il cigolìo dei lumi
improvvisa perduti e beati
villaggi di sonno.

Come un tepore troveranno l’alba
gli zingari di neve,
come un tepore sotto l’ala i nidi.

Così lontano a trasparire il mondo
ricorda che fu d’erba, una pianura.

*

Salvatore Quasimodo – Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
tra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese:
oscillavano lievi al triste vento.

*

Eugenio Montale – Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

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Ascolta & Leggi: Carmen Consoli – Maria Marchesi

L’infanzia troppo ricca di suoni,
di partite interminabili, canzoni
colorate, mattini dorati, giochi.
La demenza era nel tuo stringermi
senza pietà fino a farmi sanguinare,
nel farmi ingoiare fichi acerbi
e latte appena munto e poi darmi
pugni alla pancia. I lividi erano ghirigori
che accarezzavi nitrendo. E’ partito da lì
qualche fulmine e ha perso la strada?

*
Il prato è stato falciato. Domani
ci faranno giocare a girotondo.
Io mi nascondo nel braccio, nel naso,
nella mia camicetta ricamata. Così la luna
potrà calpestare gli indugi
funesti delle cariatidi. C’è uno stellato
stasera in cui si può nuotare facendo il morto.
La giostra ha il cuore grande dei bambini.

*
E io aspettavo la primavera, dicevano
che porta turbamento e scioglie i sentimenti.
I tagli del cuore si moltiplicavano. Leggevo
presagi nelle pratoline, nello squittio
delle rondini disegnate sul vetro della cucina.
Una mattina presi le forbici e provai
a evirarlo. Fu una lotta cruenta. Sanguinava
quasi come il mio cuore.

*
A volte lo psichiatra mi guarda
come se fossi una donna e gli svelassi
l’arcano della creazione e dell’amore.
Gli faccio notare che io sono appena una parola,
un indizio di vita, una cicala sbandata
ch’è stata scambiata per formica.
Ride, mi pone la mano nella mano, si scuote.
E io che lo consolo dicendo che scherzavo,
suoni pure le campane della sua abiezione
quotidiana, ecco, sono pronta, la vena
è aperta ancor prima che arrivi l’infermiere.
Mi mette un dito nel culo, poi chiude la porta,
ha i brividi d’un animale.

*
E’ offesa la carne, la pelle,
gli occhi, le mani. E’ offesa
la mia anima che ha trovato
calcare e grumi di tempesta e morte
nel suo giardino di chimere. Un fiotto
di larve si spampana per l’aria,
una parte di me ancora combatte
per non cadere nel logoro dondolare
del non dolore,
del non esistere esistendo.

*
Io non sono poetessa
ma mi piace scrivere e affermare
di esserlo. Da piccola ho sentito dire
che i poeti sono pazzi e allora
perché non secondare il detto?
E poi, da quando scrivo
mi è più facile avvicinare
gli uomini; cominciano a trovarmi
interessante, d’animo gentile.
Così mi vengono sopra
con giusta violenza, temono di sciupare
una bella pagina o di finire
nei miei versi con nome e cognome.

*
LETTERA D’AMORE

Sai che cosa serve al tuo viso
dopo l’estate e prima dell’inverno?

Idrolatte Nutrase Idim,
insieme,
per dare alla tua pelle
giusta idratazione e nutrizione.

Così passano gli anni e tu resisti
alla forza perversa che sconquassa
il rosa della pelle. La perdizione
è nel bisogno di sfuggire al tempo.

Quando ti guardo so d’essere un tuono
che tergiversa in alto. Il bianco è un fiore
che s’avviluppa al vento della notte.

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Maria Marchesi è nata in Veneto da madre lombarda e da padre friulano. Si è laureata in Lettere Classiche, con una tesi su Lucrezio, e ha lavorato per un breve periodo nella scuola insegnando greco e latino. Ha sofferto per anni di gravi disturbi della psiche relegata in una casa di cura da cui è uscita dopo la legge Basaglia. Ha pubblicato: L’occhio dell’ala (Lepisma 2003) Evitare il contatto con la luce (Lepisma 2005) Non sono più mia (Whitefly Press 2014)