Storia di Carlone

Anche Castelbolognese, a suo modo, ha avuto il suo  Hachikō. Carlone era un bel cane di media taglia, adulto, dal pelo rossiccio e col muso largo, di razza sconosciuta. La sua presenza a Castel Bolognese risale ai primi anni sessanta, quando lo si vedeva vagare per il paese, ovvero nell’atrio della stazione ferroviaria che lui elesse a residenza. Come fosse giunto a Castel Bolognese, nessuno riuscì mai a scoprirlo, ma proprio l’aver scelto come rifugio la stazione, faceva pensare che fosse un superstite del disastro ferroviario di Castel Bolognese accaduto la notte del l’8 marzo 1962; certamente, in tutti gli anni di permanenza in stazione, Carlone non varcò mai, quasi terrorizzato, la porta che dà sui binari. I ferrovieri, che per primi lo accolsero tra loro, gli prepararono una cuccia nell’atrio della biglietteria, proprio all’angolo fra la porta d’ingresso dell’abitazione del Capo Stazione e lo sportello dell’ufficio biglietti. Sempre loro, che provvedevano spesso a nutrirlo, gli diedero il nome di Carlone. La morte di Carlone, già vecchio e malandato, avvenuta nella seconda metà degli anni Settanta, fu una notizia sofferta per i bambini del viale che perdettero un compagno di giochi, ma lo fu anche per tutti i ferrovieri di Castel Bolognese, per gli autisti dei bus per Riolo Terme, per i taxisti e per i tanti castellani che prendevano il treno e che ne avevano fatto una presenza fissa per l’inizio dei loro viaggi.

 

Questo articolo condensa un articolo di Paolo Grandi, che trovate qui in forma integrale:
http://www.castelbolognese.org/miscellanea/carlone-il-cane-della-stazione/

Noccioline & Banane: Telenoschese

Alighiero Noschese, 1932 – 1979. Restano memorabili tra le tante le sue caratterizzazioni del telegiornalista RAI Mario Pastore, che di fronte a una telefonata dalla regia, di smentita di una notizia faceva la faccia smarrita e con gli occhi spiritati diceva “Mi dicono che non è vero”, del giornalista RAI Jader Jacobelli che giustificava la messa in onda delle tribune elettorali con il bisogno di “di…sputare” sui problemi del nostro Paese, dell’annunciatrice Mariolina Cannuli, di cui enfatizzava l’atteggiamento sensuale, e del politico Amintore Fanfani, di cui sottolineava la toscanità. Noschese si è poi anche “occupato” dei giornalisti Paolo CavallinaRuggero Orlando (il cui gesticolare veniva esagerato tanto da fargli dire “Da Nuova York, si dimena Ruggero Orlando”), Tito StagnoUgo Zatterin (moderatore di tribune elettorali, di cui Noschese “caricava” l’accento veneto), di Mike Buongiorno, Gianni Morandi, Alberto Sordi,  dei politici Ugo La MalfaGiovanni LeoneMarco PannellaLuigi Preti e di molti altri.
Le cronache raccontano addirittura che la madre di Giulio Andreotti avesse visto alla televisione un’imitazione del figlio da parte di Alighiero Noschese così ben eseguita da non accorgersi della finzione, tanto che telefonò pure al figlio per rimproverarlo: “Ma come ti è venuto in mente di andare a cantare in televisione?”.

Canto dell’ignoto

Punti rovesciati, ami di domanda,
come ogni momento addosso
in questa parte della storia
ci libereremo del sangue duro
attraversando acque non sicure
un giorno, ma non domani
che è già oggi: gli sfregi all’epifanie
non si contano più, la faccia
è rimasta a casa per averne un’altra,
sono Ulisse
muratore senza casa
e non ho trovato mano pronta
ad afferrarmi nel momento in cui
sono nato cibo per i pesci.

Ascolta & Leggi: A.A. Williams con cinque poetesse del tutto dimenticate.

ALL’ALLEGREZZA
di Graziella Ajmone (1912-1993)

Non vieni dalle cose ma dal cuore
e il mondo trasfiguri
come il sole nascente.
Anche in mezzo alle spine e alle tempeste
io so che m’accompagni,
simile a un dolce lume
che splenda nel profondo.
Nei tuoi occhi rispecchi ogni bellezza
ma di nulla hai bisogno;
come un albero sei di primo marzo
cui può bastare il sogno
della sua fioritura.
Ti fa più bella il pianto
e amore ti dà l’ali per cantare.
Se il Signore t’ha messo a me daccanto,
non mi lasciare tu, non mi lasciare,
o celeste creatura!

(da “Mattutino”, Vita e Pensiero, Milano 1942)
 
*
 
ANCORA LA PRIMAVERA
di Elda Bossi (1901-1996)

È dunque ancora la dolce stagione
quando con un sospiro la terra
si risveglia giovinetta
come al tempo della creazione?

È un’ora sola, benedetta,
quando l’erba s’azzarda fuori
e si schiudono fioretti
come inventati allora allora;

quando le gemme tentan la scorza
con feroce gioia esplosiva
e ogni pollone ha il languore e la forza
della cosa da poco viva;

e tu scopri segreti odori
se cammini solitario,
e segrete brame e tristezze
se un poco solo t’ascolti il cuore:

quell’eterna malinconia
come disciolta nell’aria,
ché dolce ancora è il paese
e domani andiamo via.

(da “Poesia nuda”, Cappelli, Bologna 1956)
 
*
 
SOLITUDINE SACRA
di Marcella Caecilia (?-?)

Sacra è la solitudine che vapora nel mare dell’essere.
Cupo incenso, che nasconde le origini,
L’Anima avvolge;
E in quelle interiori lande sperduto, geme lo spirito.
Ma io l’amo: E il silenzio tuo tremendo abbraccio,
Con puro bacio suggendovi l’inane forma delle cose.
Caduti sono i velari dipinti della dipinta vita:
S’apre la buia notte,
La solitudine buia,
La solitudine sacra,
La desolata Amante!

(da “I salmi dell’anima”, L’Eroica, Milano 1921)
 
*
 
MADRE
di Valentina Magnoni (?-?)

Come a una curva d’ombra
mi proteggono i rami
delle tue braccia.
E se la vita è simile a una via
che anche in febbre si corre,
nel saldo sangue di cui fa compatto
il palpito fedele,
Madre, al tuo seno,
ogni male s’acqueta e il mondo è solo
la parola che sgorga sul tuo labbro.

(da “Cuore nel tempo”, Libreria Modernissima, Roma 1939)
 
*
 
MALINCONIA
di Giuseppina Sperandeo Cosco (1905-?)

Io sono come un campo d’alta montagna, un prato
non falciato, ricolmo
d’erbe e di fiori senza nome, al cui orlo
trema un cielo
terribilmente vicino e lontano, al cui bordo
gorgoglia un’acqua nata e perduta.
                                                   Il vento
a volte vi danza non visto e vi scende
coi nembi.
                Solitudine
regna poi sovrana ed ascolta
sparse voci che scendono ai piani.

(da “Meraviglia”, Quaderni di «Persona», Roma 1969)
 
***************************************************************************************************

XXV Aprile 1945: resistere è contrattaccare

Contiamo infiniti morti! la danza è quasi finita! la morte,
lo scoppio, la rondinella che giace ferita al suolo, la malattia,
e il disagio, la povertà e il demonio sono le mie cassette
dinamitarde. Tarda arrivavo alla pietà — tarda giacevo fra
dei conti in tasca disturbati dalla pace che non si offriva.
Vicino alla morte il suolo rendeva ai collezionisti il prezzo
della gloria. Tardi giaceva al suolo che rendeva il suo sangue
imbevuto di lacrime la pace. Cristo seduto al suolo su delle
gambe inclinate giaceva anche nel sangue quando Maria lo
travagliò.
.
Nata a Parigi travagliata nell’epopea della nostra generazione
fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi dei possidenti
e dello Stato statale. Vissuta in Italia, paese barbaro.
Scappata dall’Inghilterra paese di sofisticati. Speranzosa
nell’Ovest ove niente per ora cresce.
,
Il caffè-bambù era la notte.
.
La congenitale tendenza al bene si risvegliava.
 
AMELIA ROSSELLI
.

Un anno dopo

Già un anno dopo, un anno è poco,
ancora qui a rimestare letame
e pensieri che fermentano,
mentre a Castello non si vede più neve
se non quando muore prima di cadere:
nostalgici di una borghesia sparita
si pensava fosse tutto il male,
invece è stata un male necessario,
ora non c’è più, e un anno è poco
pensando tutti gli abusi
le coscienze morte dei soldati di Dio,
le monetine lanciate per aria
non usciva testa né croce;
chi avrebbe detto che un poeta morto
un anno dopo non ha più memoria?
.
(per Mario Benedetti)