Ascolta & Leggi: Musetta (1988/2006) – Alfred Schnittke: Agony (1974/1981)

E’ una sorta d’inganno il cappio doppio che stringo al collo Il Signore non accetta olocausto di animali soffocati. Nemmeno io che vivo sulla mia nube, preda d’eventi sempre più recenti. Scarabocchio per mantenermi eterno e tener presente il tempo prezioso d’anni mai dedotti. La morale smarrita è inseguita a lungo giù per scale a chiocciola interminabili e strette. Infine raggiunta, come in ogni altra bella storia a lieto fine. L’io s’inventa sfuggente, quando prima inseguiva. Musetta s’accontenta di poco spazio, poca acqua, cibo prezioso, una carezza e sa vivere, perché vive, mentre l’inseguitore arretra. Uno dei metodi più universalmente praticati per ingannare l’inganno, è quello di comperare qualche cosa. Metodo e piacere sprofondano mirabilmente nella mistica dello shopping, creando aure d’entusiasmo e sollievo quantomeno momentanee. Mi entusiasmo nel pensare a quanto potrà essere gradito e a quanto obbligo, quanta certezza, produrrà il nuovo bene, e quale soddisfazione sarà portarlo a casa. Quale, quanto… Un minuto di compiutezza vale una vita. Tutti abbiamo vissuto altre vite. Musetta no, sempre la stessa. Il compianto non è compiutezza, forma di fastidio da affibbiare a chi pretendiamo diventi caro in caso di necessità.
Stamani ho visto un cane, muso sonnecchiante dentro e fuori una sacca. Sguardo intelligente, marrone rosso, la punta delle orecchie rivolta in giù, due chiazze bianche nel pelame sopra le arcate sopraccigliari, gli conferivano un’espressione vivida d’intelligenza dal pedigree incerto.
– Perché non parli? –
– Non ho molto da dirti. Io sono semplicemente ferro del mio padrone. Ho il compito di attrarre pietà dei passanti e con essa un obolo, ma ho già caldo, sonno, e il treno mi spaventa.
Tu mi spaventi. –
Il tragitto è breve per fortuna e sono sceso, dimenticando subito. Certi cani sono telepaticamente irriguardosi. Musetta no, sa mordere la mano del cibo con autentico amor proprio. E’ destino, ma non so quale sia il carattere giusto da utilizzare per la lettera iniziale, se maiuscolo o minuscolo. Fosse “d” sarebbe uno qualunque, ma una “D” lo identificherebbe come nome proprio di persona o cosa, astratto, maschile, singolare. Tutto in comune, insomma. Nei momenti di tristezza penso di essere soltanto mero proprietario di un destino. Essere astratto, terza persona maschile molto singolare di cui non riesco più a rintracciare impronta. Attraversa vite organizzate, utilizzando scorrimenti e luoghi dove nessuno ha mai avuto coraggio di restare. Aiuole di fragole, campi di cipolle, espressioni contadine e accaldate di gitanti da treno popolare. Facce da Terza passate in Prima declassata a Seconda, che tornano dal mare, riconsegnate alla Bologna romantica e tornita di rondini e cicale di qualche sera prima. Musetta no, non è mai stata al mare. Quest’anno anch’io, vacanze d’agosto a parte, non vedrò praticamente il mare. Paolo ha capito tutto della vita, io no. Ora fa il gelataio, mentre io insisto a fare il contabile. Inventa nuovi gusti, poi li sperimenta. Le ore pomeridiane estive sono il suo trionfo. Le panche sotto il portico della sua gelateria si riempiono di bambini e mamme, spesso ancora in fiore. Tutte prese dall’inutile considerazione verso i propri figli. Paolo esce a fumare, mentre passerotti sfrontati per confidenza e fame litigano un pezzetto della mia colazione.
Caldo e rapinatori sono appostati, pronti a far fuoco dalla Filiale più vicina. La banca e tutto quanto contiene attendono un maturare d’eventi. Hai visto l’ultimo Spike Lee? Una storia analoga, ma senza gelataio. Un rapinatore è entrato, ma non è uscito, poi non è un rapinatore, ma il piano è perfetto e la fortuna dalla sua. Le cause nobili quasi mai ne hanno, vedere vincere un perdente è quanto di più bello si veda al cinema, mentre il dimenticatoio è il non luogo ove riponiamo il resto. Le time capsules di Andy Warhol ne sono interessanti parodie, miniere d’oricalco, ricordi. Sassi, tappi a corona, elastici.
– La verità esiste, ma è modo temporaneo. – mi ascoltai affermare preda consenziente di cinismo e calura che, nonostante l’ora tarda, sbollentava i muri.
– Gli unici motivi per cui gli uomini promuovono strutture organizzate sono due. Il primo è costituito dal dogma religioso, spesso oscuro; il secondo è il raggiungimento di un fine comune.
Nel primo caso sarà potente la casta sacerdotale, nel secondo conteranno di più mercenari e re. I contabili non avranno scampo né gloria. Le forme di civiltà sono nate così e resistono per questo, niente altro. – sibilai.
– Se mi lasci mi ridurrei a un vegetale, sei tu che mi dai la forza per alzarmi ogni mattina. – rispondesti prima di cedere al sonno.
Sto ancora riflettendo su quanto hai detto. Potresti avermi scambiato per la tua personale time capsule. Sopravvalutato, fino a convincerti che sia un rarissimo frammento di oricalco, ma non sono nemmeno l’incarto. Accadono spesso scambi di persona, ma Musetta non ha mai fatto errori di questa portata. Adoro la sua prepotenza e l’ingratitudine abbietta che la distinguono. Vuole, disobbedisce, non si vende. La sua sfrontatezza, superiore a quella dei passerotti al bar, merita rispetto. Tanto, qualcosa non quadra nel ragionamento che pretende quella umana, l’unica razza consapevolmente in grado d’accettare il proprio termine. Fosse così, ma come può un umano non ammettere nemmeno l’approssimarsi della fine del proprio animale da compagnia, quando questo invece l’accetta? Un dubbio, un rovello che afferra l’attimo, quando tutto sembra scivolare velocissimo nella tragedia. Potessi avere avuto in preventivo il dramma, sarei stato per questo un uomo molto fortunato. Invece lo sono a macchia di leopardo. Hoeullebecq risolve il problema col foto riproduttore. Morto e sepolto un cane, questo viene riconsegnato vivo il giorno dopo a giro di posta. Lo stesso animale. Io credo che Musetta non abbia mai considerato seriamente questa ipotesi. E sono lieto di poter supporre che la sua vita senza ferite, freddo, fame, né inutili maternità, possa venire considerata lunga e felice. Ieri mi sono sentito arreso e ho pianto, avessi avuto il fotocopiatore di Hoeullebecq mi sarei preoccupato di usarlo, ma l’unicità di un tempo, un luogo, l’unicità di un essere non sono duplicabili. Esiste forse un copyright sulla coscienza? La razza umana non è soltanto consapevole, ma è piena di sé. Ritiene che l’universo le ruoti attorno e che un dio in persona, chiunque esso sia stato, l’abbia creata apposta per metterla al centro della complessità del proprio orgasmo. Musetta capisce perfettamente che il giorno in cui spegnerà le luci beh, sarà per sempre e non si guarda indietro. Non è mai stata sposata a Lot. Però abbiamo poltrito a lungo insieme, liberi. Il meglio che non abbiamo avuto non ci verrà mai sottratto.

A Musetta, il gatto che mi ha attraversato la vita, per il suo Diciannovesimo Compleanno, 20 giugno 2007

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ascolti amArgine: Holes – Mercury Rev (1998)

ALLA CARA MEMORIA DI FERNANDA SAGRINI (8-2-1931 / 26-3-1999)

FORI

Tempo, tutte le lunghe linee rosse, che prendono il controllo
Di tutti i flussi di fumo che fluiscono nei tuoi sogni
Quel grande blu mare aperto che non può essere attraversato
che non può essere scalato, appena nato tra
due linee bianche, dei lontani e sbiaditi segni
di tutte quelle luci lampeggianti, dovevi scegliere buchi di una tonnellata

fori, scavati da piccole talpe furiose, spie gelose,
i telefoni per gli occhi, vengono come amici
tutti quegli infiniti scopi, che non possono essere imbrigliati
Oh, mi fanno ridere, e mi fanno sempre piangere
Fino a quando cadono come mosche, e affondano come pietre levigate
di tutte le pietre che butto. Come fa quella vecchia canzone?
Come fa quella vecchia canzone?

Tutti quei banali progetti, che non funzionano mai

Testo originale

Time, all the long red lines, that take
Control, of all the smoke like streams that flow into your
Dreams, that big blue open sea, that can’t be
Crossed, that can’t be climbed, just born
Between, oh the two white lines, distant gods an’ faded
Signs, of all those blinking lights, you had t’ pick the one tonight

Holes, dug by little moles, angry jealous
Spies, got telephones for eyes, come to you as
Friends, all those endless ends, that can’t be
Tied, oh they make me laugh, an’ always make me
Cry, til they drop like flies, an’ sink like polished
Stones, of all the stones i throw, how does that old song go
how does that old song go.

Bands, those funny little plans, that never work quite right.

Auschwitz Album

PER SAPERNE DI PIU’ : https://it.wikipedia.org/wiki/Auschwitz_Album

Deportati (estate 1944 inverno 2019)

Il treno sputa un carico ignaro, la banchina è piena.
La nave col suo carico cerca un porto. Tutti chiusi.

Scendono, paiono un firmamento.
Non scendono, ma sono vestiti di luce.

Sulla rampa una prima selezione.
Nessuno li vuole nemmeno vedere.

Donne, vecchi, bambini, uomini.
Uomini, donne, alcune incinte, minori non accompagnati.

Prosegue la selezione.
Prosegue il continuo, insistente diniego.

Una mandria nervosa si dirige verso le camere a gas.
Ancora nessuno sa stabilire quale sarà la destinazione.

Alcuni improvvisano l’attesa in un picnic senza cibo.
Alcuni si gettano in mare, ripescati, sono diventati pesci.

I meno alla divisione del lavoro,
nessuno andrà alla divisione della gioia.
Andate via di qui, non c’è lavoro, non c’è speranza.

Sulla banchina aprono bagagli soli e abbandonati.
Nessun bagaglio, hanno soltanto abiti e luce.

finto oro

Dalla matita grassa
di uno scribacchino
scaturirono dieci stupidi centesimi.
Sembrarono oro al finto mendicante,
e li raccolse.
Una donna vestita di nero,
consapevole, mostrava la nuca bianca,
tenera, orgogliosa,
distratta dalle sue stesse parole.

Li chiamai Italia.
Corrosa dalle sue stesse parole,
perde ogni giorno un po’ di onore
e amor proprio. Fida nella legge del ciarlatano.
Sono certo che il suo violoncello
abbia ancora le mestruazioni.

Credimi, non si ama un uomo per lui stesso,
ma lo si ama contro un’altra donna.

Scrisse Nemirovski.

Credimi, non si ama il proprio paese
e il proprio dio, lo si ama contro
un altro paese e un altro dio.
Aggiungo.

Tutti i padri della patria, statisti,
i portaborse, da Camillo Benso a oggi
vengano trascinati in campi di lavoro
e rieducati, ai lavori forzati, condannati tutti
per assenza di lungimiranza.
Niente sogni, ma ricorrenti misure urgenti
a sostegno di, con cui hanno portato fin qui
il paese. Guarda le italiane come sono belle,
sterili, infelici. Continuano a essere giovani,
a non avere uomini.

Lo sono stati invece i padri del mendicante,
lo hanno concepito da soli, cresciuto,
assieme alla violoncellista con l’auricolare,
e alla monetina in finto oro.

Ascolta & Leggi: 27 Gennaio 1945 / 27 Gennaio 2019

Quando questa lettera vi giungerà, io sarò già passata ad altra vita. Quel che più mi sorprende è la calma di questi momenti, non avrei mai creduto che dinanzi a morte sicura riuscissi a ragionare ancora così: deve essere il mio ideale a sorreggermi. Da sette giorni sono nelle loro mani, non posso dirvi tutte le torture alle quali mi hanno sottoposto. L’altro ieri mi hanno fatto 4 iniezioni che mi hanno resa incosciente. Quando mi sono ripresa, mi sono accorta che la vista era diminuita. Mi hanno messa qui perché si rimarginino tutte le ferite che ho per il corpo. Dopodichè, hanno già detto che mi appenderanno ad un pezzo di corda e che avrò l’onore di riportare l’impiccagione a Ravenna. Gigi e Arrigo sono già morti. Vorrei tanto che il mio corpo venga tumulato vicino a loro; saremmo un bel trio.
Ora ho una febbre da cani, faccio sforzi tremendi per ragionare e scrivere. Ora penso soltanto che, uccidendomi, essi non fermeranno il corso della Storia; essa marcia precisa ed inesorabile.
Io me ne muoio calma e tranquilla. Ma coloro che si sono arrogati il diritto di uccidermi saranno altrettanto calmi e tranquilli?

Paola Garelli

*

ANNIVERSARIO, 9 SETTEMBRE

Questo è il giorno in cui iniziò la tua agonia.
Non riesco a richiamarlo alla mente
Ma non posso dimenticarlo.
Dopo Auschwitz, disse Adorno,
Nessuno dovrebbe scrivere poesia.
Che cosa è la poesia? Dopo Auschwitz?
Io scrivo, tuttavia. Altri scrivono.
In che altro modo potremmo
Uscirne fuori?
Perché dentro, vince l’oscurità.
Oscurità. Luce mattutina. Il tuo risveglio
Colmo di speranza, oggi, cinquant’anni fa.
La frontiera innanzi a te: salvezza, libertà.
L’eccitazione, l’esaltazione.
Il sole che splende soavemente
Poi all’improvviso l’intoppo: gli arresti,
Le retate. Ansia, agitazione, terrore,
mani che forse si torcono, mani che ricordo
La mente non può mettere ordine…
Le parole vengono meno…
Ma io continuo a balbettare.

Hilda Schiff

*

LA GARANZIA

Nel Sonderkommando
Ti erano garantiti
Tre mesi di lavoro
Latte pane lenzuola pulite
Cioccolata dolciumi cognac
E tre mesi di vita.

Lily Brett

*

VEDUTA AEREA DI UNA SCENA INDUSTRIALE

C’è un treno sulla rampa, scarica gente
che cade dai vagoni ed incespica verso il portone.
Le ombre dell’edificio si inclinano sul campo,
dietro ogni ombra una più lunga
e da quell’ombra sguscia un’ombra di fumo
nero come terra appena arata. Oltre il portone,
un piccolo giardino e qualcuno inginocchiato.
Sta forse tastando le gialle fioriture
per vedere quali hanno attecchito e quali avvizziranno,
avvinghiate a un pomodoro verde che cresce.
La gente fa resistenza ma è spinta a forza verso il portone aperto,
e quando entrerà vedrà il giardino
e qualcuno, egli stesso giardiniere, anelerà a
buttarsi in ginocchio, per districare rampicanti,
strappare erbacce, rinfrescarsi le mani nella terra umida.
Moriranno presto, questione di minuti.
Anche dalla nostra altezza, vediamo sulla fotografia
l’ombra dell’aereo che, scura e immensa, si stampa
su Birkenau, con un’ala nera che ombreggia il giardino.
Non possiamo dire quali sono le guardie e quali i prigionieri.
Siamo osservatori. Ma se avessimo delle bombe, le lanceremmo.

Andrew Hudgins

*

LETTERA ALLA MADRE

frammento

[…] Fili elettrici, alti e doppi,
non ti lasceranno mai più rivedere tua figlia, Mamma.
Non credere alle mie lettere censurate,
ben diversa è la verità; ma non piangere, Mamma.
E se vuoi seguire le tracce di tua figlia
non chiedere a nessuno, non bussare a nessuna porta:
cerca le ceneri nei campi di Auschwitz,
le troverai lì. Ma non piangere — qui c’è già troppa amarezza.
E se vuoi scoprire le tracce di tua figlia
cerca le ceneri nei campi di Birkenau:
saranno lì — Cerca, cerca le ceneri
nei campi di Auschwitz, nei boschi di Birkenau.
Cerca le ceneri, Mamma — io sarò lì!

Monika Dombke, Birkenau, 1943

*

RUDOLF HÖSS

Cultivez votre jardin! —
ripeteva il comandante di Auschwitz
a imitazione di Voltaire.
E perché no?
… Ma se il suo giardino
si trovava in prossimità
dei quattro crematori
dove ogni giorno bruciavano
migliaia di cadaveri.

Julius Balbin

*

Ventisette Gennaio 1945,

una sopra l’altra, anime ossute protese verso un dio qualsiasi, siamo più innocenti del latte nell’effimera planimetria del cielo. Fotografie da un’interminata tregua. Liquidata la buna, i camini non fumano più. La sirena suonava alle cinque, finito il lavoro c’incontravamo ai cancelli. Dalla mia cuccia vedo strati di cenere grassa addosso ai volti di un tempo, e sugli amori consumati dietro un portone. Vedo la notte scendere su ogni possibile presente. Il campo evacua come i miei visceri. O le silfidi in menopausa alla divisione della gioia. Fosse ancora ieri mi mangerei le labbra, i denti, per sedare un po’ di male. Mangerei le strisce del mio carcere che indosso insieme al sangue secco, ma non la fame. Rimane poco di me oltre la febbre, orgoglioso souvenir di chi ero. Visto dalla tua parte del foglio, sono poco più di carta sporca, ma senza odore né prurito. Sid Vicious rifarà My way, i cinesi rifaranno Sid Vicious. Non ho più dolore adesso. Sono l’altare gonfio di luce a cui non chiedere memoria.

Flavio Almerighi

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il Non è

Forse a casa c’è la vasca riempita,
ma nessuno ha fatto il bagno:
sarai felice e pulito fuori.

Mosche. Non meno di tante mosche
ad ampliare i colori stanchi
in domeniche cattive. Le troverai
tra l’erba, nelle necessità,
ritmate a un silenzio interminabile.
La carne dei rovi è fredda,
mosche ovunque, sgarbate
scadono dal sudiciume alle labbra
fin dentro il naso
in sponde mai scavate.

Dammi una mano.
La mozzò, gettandola
sopra il manto unto di neve
nello sprofondo lasciò
una striscia dello stesso colore
di buon vino rosé dannato.

Goditi la crisi.
Disse l’ancella ritenuta più fedele,
Nutrice in pasto a desideri
troppo terreni, dove ogni io è sepolto
da lanci violenti di cordoli,
capolavori di ingegneria,
gli stessi allenati al declino
sempre pronti a indicare il Non è.

Stefano, ascolta tuo padre

Stefano, benedetto ragazzo,
ascolta tuo padre ogni tanto:
se continui a seguire le teorie
di quel vagabondo scimunito,
finirà che chi è senza peccato
ti farà fare la sua stessa fine,
diverrai pendaglio da croce.
Ama il tuo nemico? Maddai,
trovati una moglie passabile,
e non ti porti reliquie in dote.
beati i poveri e gli affamati?
Chi erediterà mai la Terra
senza tassa di successione?
Stefano, ascolta tuo padre,
riconoscilo e non andartene
verso un ignoto di promesse;
cos’è questa Vita Eterna, noi
moriamo e da là non si torna.
Romani sono i veri Eterni
non ce ne liberemo mai
tanto vale tenerli buoni.
Stefano, benedetto ragazzo,
smetti con queste scemenze,
pensa a te, non predicare,
sei costato solo io so quanto:
preferisco avere tanti nipoti
e non te morto ammazzato.