Osip Mandel’štam sepolto

Al futuro mi abituo.
Lo spoglio, lo abito,
lo voglio integro.

Due giorni dopo Natale:
scendete tutti
e tirate giù i morti!

Le loro anime, nemiche del popolo,
parlano agli dei.
Deridono il Compagno Stalin.

Questa bambina senza scarpe
sorride ancora.

Questo qua lo ricordo bene,
uomo di fede, ferrava i cavalli.
Cantava, bestemmiava,
pregava ogni mattina.

Il ricco parassita
lo si riconosce dalle mani di cera,
i suoi titoli, i conoscenti,
non lo hanno salvato.

Spacchiamo questa terra di transito,
dura e nera, non bastano
sputi e pazienza. Il tempo stringe,
prendete i picconi.

Aspetta! Ce n’è un altro!

A questo non bastava
tenere il culo al caldo,
scrisse contro il Regime!
Nessuno si accontenta del suo stato.
Coprite anche lui, come tutti,
dentro!

Niente rende più uguali
e senza nome
della fossa comune.
Al resto pensano ghiaccio e maree.

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Cara Mamma,

credo che la nostra immortalità sia nei gesti d’amore, nel senso di memoria che non ci lascia mai.
Questa, senza dubbio, è la nostra vera eternità.
Ho riconosciuto il tuo profilo, malgrado tutto, e ho potuto rivederti un’ultima volta.
Non ti dimenticherò, almeno finché avrò fiato. Ti voglio bene.

Scusami!

Scusami! Scusami!
Ripete dispiaciuta.
Sono stata cattiva. Aggiunge.
Da molto tempo non siamo più
i centri del nostro universo.

Inizio aprile da mollusco.
Dentro non ho perle.

Un treno sbagliato
mi ha portato
verso silenzi d’edera.
Interrotto dall’abbaiare stridulo
di un bastardino invisibile,
arrabbiato a priori.

Vorrei ancora abitarti l’ala
madre santa.

Carnevali

Carnevali ha l’età di mio nonno,
stesso anno di nascita, pochi mesi dopo.
Sì, poteva esserlo, ma non ebbe figli.

Preferiva frequentare letti doloranti.
Cucine dai pavimenti pieni di briciole,
rifiutate anche dal più affamato dei passeri.
Luoghi inceneriti per chi voleva solo guardare.
Le vite erano brevi:
a quarant’anni le donne già finite.

Io sono generazione di incollocabili venduti.
Nessuna guerra a sfoltirli.
Dico no per rispondere sì.

Gli anni continuano, coerenti e impassibili,
ogni giorno immobili.
Sì, avrei gradito una sbronza epocale
con lui e Dylan Thomas.

Il maglione di lana caprina

Il maglione di lana caprina
pizzica sotto il mento.
Il freddo punge il maglione,
nessuno parla, aggrappato
al ricordo del tascapane
caduto dopo lo scivolone.
Perduto tra le maree.

Tutto è commozione, silenzio.
Verrebbe da piangere
se non fosse più urgente
sopravvivere a quello che è
per ora, un pugno di tempo,
vissuto, fanciullezza,
mamma e papà, vicinissimi.

Troppo per dimenticare
latte caldo, amore, buone parole
e il futuro: vedrai, avrai, sarai
qualsiasi cosa, certo.
Chi ha cuore sa:
qualcuno ha donato la vita.

Sarai migliore di noi
lasciati al silenzio, al ricordo,
sotto il polverone.

Violaine

Una vecchia barattava la pensione sociale
per un po’ d’aria,
non le importava il resto:
mangerò domani, ripeteva.
Altri 3797 baci e saranno quattromila.

C’era una radio accesa,
serviva un po’ di tempo per sentirla
per quelle valvole mai calde dall’inizio.
La musica partiva, scordavano l’attesa
e il risalire di silenziose maree.

C’era un cielo dapprima sereno,
qualche nuvola innocente lo macchiava
fino a totale copertura.
La pioggia, così a lungo invocata,
declinava l’invito.

Una pazienza infinita,
storie da raccontare, prima,
durante e dopo il passaggio del fiume.
Il passato prendeva per mano il futuro
ogni giorno.

Poeti Romagnoli: Tonino Guerra, La fica

Antonio Guerra, detto Tonino (Santarcangelo di Romagna, 16 marzo 1920 – Santarcangelo di Romagna, 21 marzo 2012), è stato un poeta, scrittore e sceneggiatore italiano. Amava scrivere nel suo dialetto romagnolo della Valmarecchia/Santarcangelo di Romagna (già quasi incomprensibile anche a noi di Faenza).

La fica è una ragnatela
un imbuto di seta
il cuore di tutti i fiori;
la fica è una porta
per andare chissà dove
o una muraglia
che devi buttare giù.

Ci sono delle fiche allegre
delle fiche matte del tutto
delle fiche larghe o strette,
fiche da due soldi
chiacchierone o balbuzienti
e quelle che sbadigliano
e non dicono una parola
neanche se le ammazzi.

La fica è una montagna
bianca di zucchero,
una foresta dove passano i lupi,
è la carrozza che tira i cavalli;
la fica è una balena vuota
piena di aria nera e di lucciole;
è la tasca dell’uccello
la sua cuffia da notte,
un forno che brucia tutto.

La fica quando è ora
è la faccia del Signore,
la sua bocca.

È dalla fica che è venuto fuori
il mondo, con gli alberi, le nuvole, il mare
e gli uomini uno alla volta
e di tutte le razze.
Dalla fica è venuta fuori anche la fica.
Ostia la fica!

*

Testo originale:

La figa

La figa l’è una telaragna
un pidriùl ad sàida
e’ sgarzùl ad tòtt i fiéur;
la figa l’è una porta
ch’la dà chissà duvò
o una muràia
ch’u t tòcca buté zò.
U i è dal fighi alìgri
dal fighi mati s-cènti
dal fighi lèrghi e strètti, fighi de cazz
ciacaróuni ch’al sbadáia
e a n dói una paróla
gnénca s’ta li amàzz.
La figa l’è una muntagna
Biàènca ad zocar
Una forèsta in do ch’e’ pasa i lop,
l’è la caróza ch’al tóira i caval;
la figa l’è una baléna svóita
pina ad aria nira e ad lózzli,
l’è la bascòza dl’usèl
la su cóffia da nota,
un fouran ch’e’ bréusa iniquél.
La figa quand ch’e’ tòcca
l’è la faza de’ Signour,
la su bòcca.
l’è da la figa ch’l’è avnéu fura
e mònd sa i èlbar, al nóvli, e’ mér
e i óman éun a la vólta
e at tòtt al razi.
Da la figa l’è avnù fura énca la figa.
Os-cia la figa!