donne: Christine Keeler

Christine Keeler cedeva gratuitamente
amore in cambio di segreti.
Nessuna città qui vicino
si chiama Beirut. Soldi ne hai?

Ovunque si trovasse e qualsiasi fosse
il colore delle lenzuola di passaggio,
i segreti più importanti andavano al nemico.

Dopo le dimissioni di Don Juan
perdette ogni verginità,
e prese a vendere particolari piccanti
per distrarre il mondo
da mosche fastidiose sempre in agguato.

Non sopravvisse più a lungo
della sua sfioritura precoce.
Non fu mai un’icona rock.
Non fu mai un’icona.

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donne: Soraya

Soraya, Principessa Occhi Tristi,
riempiva un tempo
pagine e pagine di rotocalchi.
Era bella, il suo sguardo
desterebbe ancora oggi invidia
a molti cani da elemosina
in tutte le stazioni conosciute.
Eppure, la delicatezza dei suoi occhi
non è più parte del nostro mondo.
Non c’è classe
nell’Incoscienza di Classe
messa ogni giorno sul mercato:
guardatela, sembra viva!
Qui invece vendono menzogne,
il resto è tutta quanta roba congelata.

letture amArgine: ricordo di Ubaldo De Robertis a un anno dalla morte

Ci sono almeno tre Ubaldo De Robertis, il fisico nucleare, il poeta, il narratore, e sono la stessa persona. C’è un infinitamente grande e un infinitesimalmente piccolo nelle visioni di viaggio e di vita di questo grandissimo misconosciuto della poesia italiana contemporanea. A me la poesia di De Robertis piace molto, la sento vicina e affine al mio modo di sentire. Non sempre c’è bisogno che dentro una poesia “accada qualcosa”, l’unico accadimento vero debbono e possono essere le vibrazioni (termine obsoleto ma efficace) che possono o non possono produrre in chi le ha lette. Io ci trovo splendide vibrazioni, ma anche la concretezza di chi nella poesia trova rifugio. Per questo non intendo dilungarmi oltre, ma desidero sia la penna di Ubaldo a parlare per me.

Flavio Almerighi

da Diomedee Edizioni Joker 2008
Io che ho spiegato..le vele tutte

Io che ho spiegato le vele tutte finché la riva scompare,
esplorato ogni terra invisibile, ogni visibile mondo,
sfidato correnti, mostri marini, e gli uccelli indomabili della tempesta,
per tornare, di nuovo, come il vento, ogni volta, a mio piacimento,
dove posso scovare strumenti di analisi per sondare il mondo che è in me,
e che non conosco, trovare un’unità, un ordine nel pensiero, una linea di neutralità,
idee che siano chiare e concrete come le pietre delle strade,
non come le impervie, intricate vie che portano a me.
Come posso trovare un’identità, energie connettive
se ciò che d’incoerente si agita dentro, vive le mie stesse, indistinte, emozioni.
Come posso comporre le dissonanze interne, le diffidenze, le contrapposizioni,
le opposte sensazioni, i dissidi, i molteplici istinti.
In certe anime che s’agitano dentro sta il segno che naufragare è il mio destino,
diffido del loro modo d’agire, paure dentro paure più fonde, tentazioni continue, di tradire.

Fuori di me una realtà esiste, assoluta, illuminata da un calore unico,
una corrispondenza compiuta tra forme e sensazioni,
una mobilità tanto varia regolata da immutabili leggi cosmiche.
Dinanzi ad un più vasto divenire, fuori di me, fuori dagli affanni inconsci,
tento di sopravvivere ai tormenti, agli indicibili e improvvisi morsi della crisi.

*

da: Sovra il Senso del Vuoto, Nuovastampa, 2009
Credevo fosse…

Credevo fosse un fiore
tutta luce, colore
e la incontro al giardino d’autunno
quando è il vento a trascinare le foglie
e la nebbia ad offuscare il fumo delle stufe.

E’ sera.
Tra gli alberi barcollano ombre indecifrabili,
intabarrata la sua figura velata.

Passarle accanto, trasalire,
risalire insieme il viale, per un attimo,
e la mura sulla strada ferrata.
separarsi un istante prima
del passaggio del treno
fingendo d’aver condiviso
un lungo tratto.

Tutto è andato, tutto s’è avverato
secondo la profezia.

E la vedrai avvolta nel maturo velo
d’autunno,
udrai il suo respiro, i suoi passi,
ma nessuna confluenza,
niente riempirà il vuoto.
Dovrai lacerarti perché non potrai
toccare il cielo.

*

da: Se la Luna fosse…. un Aquilone Limina Mentis Editore, 2012
Per balzare col cuore in tumulto

(a Gesualdo Bufalino)

Per balzare col cuore in tumulto
talvolta non basta
un fischio addolcito di treno
appendere i nostri fantasmi
e tutto il bottino di nuvole
all’uscio la notte di Halloween
dar vita a pon pon di accesi colori
annodare in serti di fronde
diademi di fiori e a Sera
ammiccare alla Luna

A volte ci tocca varcare
la cruna dell’ago

*

da: Sovra il Senso del Vuoto, Nuovastampa, 2009
Da lontano

Da lontano
molto da lontano immensamente verde l’infanzia
rovesciata sull’erba a rubare immagini
visto che nessuno si prende cura di te

frutto che cade frettoloso prima d’essere colto

cortili bisacce unte
arrotini affila coltelli temperini
grembi di donne occhi marroni
fazzoletti bianchi
impastate di terra da capo a piedi
panieri brocche di terracotta
vino asprigno che trabocca

Quasi a sfiorare l’azzurro
alberi altissimi ombre lunghe
ombre molto più grandi di te
treni settecarrozze attraversano la pianura
piccoli mondi di storie silenziose

No. Non voglio che la clessidra sii vuoti
Non voglio rientrare in quei mondi
Ma neppure che mi escano dalla mente
Mi basta un solo attimo per ritornare
Per restare in vettura
All’inizio aria pura
Tutto era connesso e… verde
Misteriosamente…immensamente verde

*

da: Parti del Discorso (poetico) del Bucchia Editore, 2014
Commiato

Mettermi in viaggio
finché sarò vecchio (di affanni)
verso il confine
che lo sguardo prolunga
all’infinito,
per scovare sentieri,
virtuosi pensieri,
l’invito a ritrovare
me stesso.
Poi,…stanco,
il paltò consumato,
tornare sui gradini
della vecchia casa
e sedermi consolato.
Accogliere
l’indifferenza dei vicini
come fosse
un nuovo addio.
*


è stata una di quelle persone che raramente si incontrano
nel deteriorato e opportunista ambiente poetico:
anzitutto un uomo vero, schietto e senza doppi fondi
sarà per questo che io Ubaldo non lo dimentico

Presagio

Fuori del mare
alberi svestiti di vele
la sferza dei venti che scompiglia
drizze di randa ed amantigli
schiume increspate
fremono in muraglie

Sarà il nocchiere
creatura senza nome
uomo dello scandaglio
non l’opera morta
non l’immersa carena
ad aprirsi in squarci
a cedere per primo

*

Alfie

il week end è normale,
poche tante nubi qualche goccia
un domani senza domani,
oggi già finito:
i nostri figli così fragili
anche tu

non facciamoci promesse,
magari ci ritroviamo oltre confine
dove spendono meno,
due risate senza allegria
e qualcuno sempre pronto
a pensarle lacrime

letture amArgine: Riccardo SinApsi Mattii

Per tutte le incazzature virtuali che mi hai fatto prendere. Per tutte le risate che mi hai regalato. E da questa foto mi rendo conto che un pochino rassomigliavi a Piero Ciampi. Per tutto, grazie. La terra ti sia lieve.

*

Allo stato terminale di te stesso
i pensieri sono grosse formiche nere
che richiamate dal crepuscolo
procedono seguendo una linea irregolare.
Allo stato terminale di te stesso
comprendi che uno solo è il tempo,una sola la morte,
poche le ossessioni,poche le notti d’amore,
poche le poesie,
poche le strade che portano fuori da te stesso.
Allo stato terminale di te stesso
attendi la nuova miseria
del prossimo istante.

*

Senza sorprese
giunge la sera
labile traccia
subito persa

ferma da secoli
nella sua turbolenza d’atomi
la cupola del duomo
partorisce la luna

s’ingorga il cielo
senza dio nè stelle
obitorio pessimista
giace sul fondo

l’UniVeRsO.

^

La crisi ipoglicemica mi ha colpito con inusitata violenza appena varcate le porte automatiche della coop sei tu. Il senso di debolezza il sudore freddo e tutto quanto il resto. Mi sono trascinato fino allo scaffale delle cioccolate, ho ghermito una tavoletta di milka al latte e mi sono accasciato su un pancale di farina integrale iniziando a divorare la salvifica barretta, incerto nel decidere se fosse maggiore il disagio x il malessere,o il piacere per il poter impunemente mangiare la cioccolata. La direttrice del supermercato mi ha notato e dopo essersi sincerata sulle mie vicende glicemiche,mi ha addirittura portato una delle seggiole delle cassiere. Ho ricevuto anche le attenzioni della banconista del pesce fresco che si trova poco lontano dallo scaffale delle cioccolahe . Dopo un buon quarto d’ora di agonia ed estasi,lo zucchero ha preso il sopravvento, ed ho potuto trionfalmente abbandonare la coop insieme a mia sorella che nel frattempo si era sbattuta nel fare la spesa.

*

questa d’estate ci sta sempre bene…anzi ogni estate che passa,ci sta sempre meglio.

NoNoStaNte TuTTa ‘Sta GnOcca Che c’è in Giro

Il MoNdo
si è stretto
attorno a me
diventando pietra.
Facendo di me
un deserto clivo
deambulante.
Per dure vene
scorre metallo
incandescente
in una buia

solitudine.

*

Duchessa

Quell’anno la Democrazia morì
assieme allo Statista e alla sua scorta.
Seguirono repubbliche numerate
coi codici a barre e il bollino blu,
poco importava se il Presidente
a quei tempi sia stato così buono.

Fu fatale, non ce ne rendemmo conto.
Ci ubriacammo,
le donne sembrarono splendide
sotto acconciature fatte a nuvole.
Stabilimmo la sacralità degli spettacoli.
Riconoscemmo uomini le bestie.

Cadde il Muro maestro,
ci lasciò nudi.
Il tetto non c’era più, inaspettatamente
restò su una porta incardinata e boriosa
la stessa, chiusa ogni giorno
in faccia ai poveri.

ascolti amArgine: Piero Ciampi tre canzoni

BARBARA NON C’È (Ciampi – R. Ciampi – Marchetti)

Amore,
hai preparato ogni cosa
per cena,
Hai messo anche una rosa.
Ed ora
che i grattacieli sono spenti
il porto
ci porta tutti i caldi venti.
Ma Barbara non c’è,
ha chiuso casa e se ne è andata ed ora
provo smarrimento
provo smarrimento.
Tutte le sue scarpe sono qui.
Il mio amore è scalzo
il mio amore è scalzo.
Barbara non c’è,
ha chiuso gli occhi ed è fuggita ed ora
provo un pentimento
senza alternative.
Molta nostra vita è stata qui.
Io non ho capito.

Barbara non c’è,
ha scritto “vado” ed è scomparsa ed ora
provo smarrimento
provo smarrimento.
Io non voglio più tornare indietro,
costi quel che costi
costi quel che costi.
Barbara non c’è,
ha chiuso gli occhi ed è fuggita ed ora
provo un pentimento
senza alternative.
Molta nostra vita è stata qui.
Io non ho capito.
Lei non ha capito.

IN UN PALAZZO DI GIUSTIZIA (Ciampi – Pavone – Marchetti)

Siamo seduti in una stanza
di un Palazzo di giustizia,
ci guardiamo di sfuggita.
Io ti sparo, tu mi spari,
io ti sparo, tu mi spari.
Tu ti alzi all’improvviso,
non sei più quella di prima.
Un usciere indisponente
ti sospinge tra la gente,
ti sospinge tra la gente,
ti sospinge tra la gente.
Tu mi provochi di nuovo,
tu mi guardi spaventata,
mi coinvolgi un’altra volta.
La tua astuzia è misteriosa.
Forse tu non ne sai niente,
forse tu non ne sai niente,
forse tu non ne sai niente.
Ho chiamato una carrozza
che si porti via il passato,
sei salita con rancore,
uno sguardo e tu sei scesa,
uno sguardo e tu sei scesa,
dopo un attimo sei scesa.
Qui ci prende la paura,
ci sembrava tutto strano.
è tra ben diverse mura
che cercavi la mia mano,
che cercavi la mia mano,
che cercavo la tua mano.
Siamo seduti in una stanza
di un Palazzo di giustizia.
Tu sei pazza, vuoi spiegare
una vita con due frasi.

SUL PORTO DI LIVORNO (Ciampi – Marchetti)

Era la dolce figlia
di un uomo solitario,
tra il loro amore il mare,
lui era un pescatore.
Prima un bacio, poi un altro,
ogni sera un addio,
lei gli porgeva il cestino
e sorrideva al destino.

Io non ho lasciato il mio cuore
a San Francisco.
Io ho lasciato il mio cuore
sul porto di Livorno.
Le luci si accendevano sul mare,
era un giorno strano,
mi rifiutai di credere che fossero lampare.

Al ritorno ero amaro
anche se sorridevo,
era tutto cambiato,
mi sentivo un estraneo.
Me ne andai verso il mare
a cercare un ricordo,
a trovare un passato,
di quando era tempo d’amare.

Io non ho lasciato il mio cuore
a San Francisco.
Io ho lasciato il mio cuore
sul porto di Livorno.