Lunedì su Neobar: Intervista Senza Domande ad Alberto Rizzi (di Flavio Almerighi)

Come alcuni sapranno, da un paio d’annetti faccio parte della Redazione di Neobar, blog che invito tutti a frequentare più spesso. Questa intervista risale a un anno e mezzo fa: non rinnego una parola di quanto scrissi per Alberto Rizzi e le sue Poesie dell’uccidere in volo.

Neobar

“Poesie dell’uccidere in volo”: raccolta di poesie per niente accomodanti, per niente celebrative e per niente nostalgiche, scritte attraverso gli occhi di un pilota d’aereo della I Guerra Mondiale, un libro che si distingue. Anzitutto per la figura anticonvenzionale dell’autore. Alberto Rizzi è anzitutto uomo libero poi poeta. Libero da ogni obbligo e da ogni convenzione nei confronti del mondo asfittico della poesia italiana. Un autore in grado di contribuire a renderla più dignitosa restandone fuori. Le poesie si stendono sulla pagina, su tutta la pagina, creando gli stessi vortici d’aria e parole che un aviatore di cent’anni fa poteva sentire e scorgere dal suo biplano di stoffa e legno più pesante dell’aria. Cronaca delle visioni di un aviatore dal suo arruolamento al suo congedo. Traggo la sequenza di una poesia non ripiegata su sé stessa, per niente autoreferenziale, ma ben viva. L’autore piega, aggrega, storpia le parole come materia…

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Intervista senza domande ad Alessandro Assiri

Alessandro Assiri: Lettere a D., Lietocolle Editore

Alessandro Assiri mi piace, anche come persona. Ha talento ed è un ottimo affabulatore, partecipare a una sua lettura è un’esperienza a dir poco brillante. Lettere a D. è un libro che colpisce, fatto di non poesie, forse prose poetiche, o comunque si voglia definirle, sempre che sia importante “definire” in poesia.
Questo bel libro, tutto sommato, è un cassetto pieno di foto, ricordi, qualche ritaglio di giornale. Non è un libro da descrivere o recensire, basta leggerlo. E c’è anche tanta Bologna in questo cassetto. Sì, Bologna, un tempo città ricca di fermento creativo e furore giovanile ora, anziana e in disarmo, assistita dalle sue numerose badanti, apre i cassetti vive di ricordi per sentirsi più giovane. Sapendo che tronerà mai più a esserlo.
Un documento, un libro che fotografa una discesa in atto, un libro a suo modo potente, poesie che sanno di non poter cambiar nulla, ma da leggere. (Flavio Almerighi)

Intervista senza domande ad Alessandro Assiri – Lettere a D.

(Non intervista)

“Alla parola inventi sempre differenze che ritieni decisive”
Sai qual è il punto caro Flavio, è che alla Gaber facciamo finta di nulla essere sani, sono queste le differenze decisive.

“Perché di ogni uomo sogno il successivo”
Dimmi cosa c’è tra questo nulla e me, quella menata Rimbaudiana dell’ io è un altro. L’io siamo noi che ci piaccia o meno

“Ascoltavo il farsi fottere delle nostre rivoluzioni”
Le rivoluzioni, comprese quelle mancate sono tutte bellissime e false, in fondo mi piacciono poco, come i movimenti dal basso, dal basso viene solo la colite

“In quello stare che per me è solo casa da abitare”
Appartengo ai nomadi affettivi, a quelli che desiderano così tanto i ritorni da aver dimenticato dove. La casa è dove appoggio quattro cose

“Nascosto neanche bene dentro qualche verso “
Se il poeta è un fingitore, e ci credo il giusto, finge quasi sempre male, esiste una sola distinzione la buona poesia e quella scadente, la buona è trasparente.

“Ascoltavo i ricordi in agguato”
In fondo caro Flavio sono i morti quelli che riaffiorano, tutto al più gli stronzi che galleggiano. C’è un detto che dice che toccato il fondo si può solo risalire, io credo da nichilista impenitente che si possa anche cominciare a scavare.

“Chi scende è sempre un altro da chi risale in superficie”
Non so quanti lettori abbia questa anomala intervista, ma ti faccio una confessione, sono quasi teologo e la divisione tra il tempo sacro e quello profano è una cosa che mi ha sempre affascinato molto

” gli ingressi che si somigliano tutti”
Si gli ingressi si somigliano tutti, forse non siamo “gettati” nel mondo, ma nessuno ha mai chiesto di venirci, le uscite quelle mi interessano sia che si tratti di uscite di scena o di porte socchiuse per pararsi un po’il culo lasciando uno spiraglio.

“Fidarsi degli uomini è farsi uccidere un po’”
Siamo degli inguaribili creduloni, inventiamo favole, immaginiamo mondi che non sappiamo mettere in pratica, dovremmo tenerci in mente la Galbani la fiducia è una cosa seria che si da alle cose serie…

“Sembravamo tratti da una storia vera”
Ti dicevo che mi piace solo la scrittura che in qualche modo somiglia a chi la scrive. Vorremo tutti essere Buk beoni, dissoluti e sregolati e arrivare in là con gli anni

“È troppo tardi per ricominciare da zero”
Non credo in un carattere salvifico delle cose, tantomeno nella redenzione della scrittura, chi scrive contamina, inquina, indietro non torna.

“Aspettavo tu volassi in mio soccorso”
Che qualcuno ci venga a salvare infatti è la sindrome di Robinson, lo speri, ma poi ti adatti

Un caro saluto
Ale D.e tutti gli altri

Originariamente apparso su Neobar:
https://neobar.net/…/intervista-senza-domande-a-alessandro-assiri-di-flavio-almerighi/

A D. CHE NON BUTTA VIA NIENTE

facevi una vetrina coi tuoi sogni
soggiornavi nelle tue regioni senza orizzonte
chiamavi ogni cosa come da dietro una parete.
Mi facevano sorridere le tue inutili manovre per rimediare ai disastri
sembravi un bambino che per pulire allargava la macchia
un dito che stuzzicando allarga il buco.
Restavamo sempre lì come fossimo la prima parte di qualcosa da
[completare
restavamo insieme ad aspettare gli anni
così come si aspettano le idee per sempre inconcludenti
per timore di concluderci. Avevamo ancora un nome per ogni
[rivoluzione
stavamo a margine di tutto con quel modo inconsueto che hanno solo
i vecchi di rimanere in disparte
le battaglie perdute in un mazzo di carte.

Intervista senza Domande a Lucia Gaddo Zanovello


Consapevolvenze di Lucia Gaddo Zanovello

Io non cerco le complicazioni nelle persone, cerco la verità. C’è molta Poesia, detta e anche non detta, in questo bel libro di Lucia Gaddo Zanovello. Consapevolvenze è una parola di due, consapevolezze e dissolvenze forse, consapevoli dissolvenze forse. Chi ha detto che i Poeti non possono più inventare parole nuove? Un libro, Consapevolvenze, che è di verità e di molto volo sulle ali di una libertà acquisita dalla vita e dall’esperienza.
La raccolta si divide in tre sezioni. La prima “E gurgite”, un gorgo di vita affrontato per non farsi travolgere. La seconda (Così sia) non rinnega il sacro, anzi lo sottolinea, un sacro che è spirituale e non offre particolari connotazioni confessionali. La terza “Consapevolvenze” vicina al movimento e alla forza di affrontare il mondo, la vita e le sue vicissitudini senza preclusione alcuna, apertamente. Poesie in cui l’autrice non si nega, dietro ognuna di esse ci sono la persona e la storia di Lucia.
Si notano fortemente umanità accoglienza, verità della persona. Il Poeta non è un drone. I droni non hanno anima e nascondono il corpo. Vanno dove li mandano, cercano, e distruggendo annotano. In Consapevolvenze tutto è iniziato, qualcosa è finito, altro no e continua. E la scrittura, le mani, possono trattenerli nel ricordo che diventa condivisione. Un cinema multisala dove proiettano tanti film di un unico sceneggiatore. “E’ che chi vede da fuori non capisce” (Flavio Almerighi)

L’imbarazzo di essere felici

Come replicare a tanto aperte braccia
se non fiondandosi come di corsa
nel centro della disponibilità.
È che chi vede da fuori non capisce,
fatto certo è che pare come la gelosia
sensazione in sé di torto subíto.
La gioia a volte dà piú briga del pianto
perché mette a debito
in questo mondo fatto per patire.
La festa ingombra piú dell’amarezza
se traboccando urta
il vaso vuoto dell’altro.
Rimettere in pari il livello d’ansia
tarato sulla medietà della sopravvivenza
è impresa che richiede ingegno piú che doglia,
non per nulla si dice
che il sollievo del riso sia etico dovere.
È la ferita
materia di scambio all’apparire umano
arteria e raccordo
nodo e sbocco
nella stretta di essere al mondo.

Lucia Gaddo Zanovello intervista senza domande.

Consapevolvenze

1) Volontà che pace non ha (pg. 16)
È il primo verso di un distico (il secondo è questo: se non in crine a felicità) che funge da seconda strofa in Àpici. Tento una spiegazione: neghittosità e lentezza non sono ammesse dalla corsa nel tempo limitato, assegnato per adempiere ad ogni cosa, c’è bisogno di fare ordine nella tendenza all’entropia di tutto ciò che ci circonda e c’è necessità, per ognuno, di avere delle risposte. Con parole scontate potremmo riassumere tanta tensione di lavoro nella ‘ricerca della felicità’ perseguita da ciascuno venuto al mondo; beh, tutto questo affannare produce in ognuno di noi solo rari àpici appaganti e spensierati, afferrabili per poco, così brevemente che allora sùbito il desiderio di rigustare questo appagamento ineffabile ci rigetta nel bisogno di averne ancora. E siamo come surfisti a rincorrere la cresta dell’onda, per percorrerla e farci percorrere di piacere, il più a lungo possibile. Anche l’autenticità è, a modo suo, essa stessa felicità, e pure questa la si vive raramente e quasi sempre con qualche tratto artificioso. Frattanto, non si parla che d’altro, dell’inautentico, di quisquilie, dell’approssimativo, di un fiacco surrogato di cose veramente buone o, Dio non voglia, di qualcosa di assolutamente falso,‘ammazzando’ il tempo prezioso. Ma della storia di ciascuno è fatta la Storia e nessuna goccia è persa di questo oceano di morti e di viventi. La volontà non ha pace perché non ha pace la ricerca, il bisogno di collocare il reale e la voglia di volo leggero sopra le proprie inettitudini, sopra l’inferno che è la Terra. È il nome che portiamo a condurci, l’elezione nostra di quell’attimo fatidico, adamatino, in cui volentieri ci siamo lasciati investire di una precisa responsabilità, facendo una promessa che ci ama e che perdutamente riamiamo; essa ci mantiene in carica e ‘sulla corda’, per tutta la vita.

2) Era là che la vita indugiava prima di fiorire (pg. 18)
Degli anni del mio affidamento in campagna, nei primi della mia vita (io vissi quell’età come abbandono, anche se ormai, da qualche decennio, so che quell’allontanamento fu solo una sorta di ‘parcheggio’, dovuto a contingenti, sventurate convenienze di famiglia), del tempo ‘senza mamma’ insomma (chi ponesse fine la sera alla luce bene non so vale a dire: chi spegnesse la luce di sera nella mia stanza), mi è rimasta la sensazione (anche se so bene che questo non può essere vero) di non essere cresciuta, di essere rimasta statua di sale per tutto il periodo, più poeticamente, gemma in attesa, come per un interminabile inverno doloroso.

3) Si ha l’usufrutto della parola vita (pg. 24)
La frase costituisce il primo verso della poesia Spire. Rimarca un assunto per me basilare: esiste lascito dal valore più incalcolabile e più potente dell’uso della parola? Non credo. La parola ‘ci usa’ per far parlare la bellezza, il divino, per interagire col mondo. Anche qui tuttavia c’è un’intermittenza di luce e di vita. Come accade di ritenere che le luci notturne della città, delle stanze accese nei palazzi narrino di esistenze serene, che vengono a patti col mondo in pace, poi bisogna capire al contrario quanto, aldilà dello spettacolo nel suo complesso vivido e lieto, questo benessere apparente sia vero, quante incognite, invece, difficoltà, asprezze, nel comunicare, nello stare insieme o in solitudine, si annidano fra le spire delle trombe delle scale dei nostri condomìni, quanta ansia in realtà ci renda esuli da noi stessi e dal mondo.

4) Ci si lascia vivere vera mente come vuole il cuore (pg. 33)
Qui, sotto il titolo del testo che contiene questo verso, Vera mente, si nasconde la mia idea fondante di ‘scelta’cruciale, decisiva, primaria e fatidica, voglio dire che, in qualche modo, sono convinta ci sia stata per tutti noi la voglia inconsulta, l’azzardo, di un sì un pochino vanitoso, di venire al mondo, anche se probabilmente dopo i primi anni di vita lo abbiamo dimenticato. Un sì un tantino borioso, perché dal limbo, lassù o laggiù che sia, tutto di quaggiù sembra facile e indolore… E invece poi, sulla pelle viva, tutto brucia così tanto, dalla maglia di lana che pizzica, alla solitudine infradicita, fino all’abitudine di sentirsi non potenti quanto basta, inadeguati, a vivere. Siamo come vagoni sganciati dalla loro locomotiva, ognuno per sé. C’è, per ciascuno, da iniziare la ricerca di una strada, meglio ancora se si trova davvero la propria. E a qualche fortunello succede…Allora che fare? Si può provare a vivere come recita il verso citato, portando i piedi dove essi stessi vogliono andare. C’è un serbatoio quasi inestinguibile cui attingere, la linfa lasciata in custodia per noi da chi ci ha preceduto e il suo percorso lo ha già ultimato, loro sono i nostri cari morti (e si badi che non alludo solo ai parenti, anzi!), che hanno fecondato la terra coi loro pensieri, i loro scritti, le loro pagine. La penna nostra sarà pure ‘maldestra’, ma non ci deve abbandonare la fiducia che, se quanto esprimiamo viene da una pulsione autentica, verrà la consolazione di meravigliosi incontri, veramente e reciprocamente maieutici.

5) Voglio stare dentro un’idea di mamma (pg. 38)
Eh, qui (il testo si intitola La via), mi sento proprio pizzicata, da chi mi interroga, con le dita nella marmellata! Per la ragione che ho spiegata al punto 2… Qui si tratta, papale papale, della fantasia di un ritorno, fittizio quanto vuoi, ma l’immaginazione non ha limiti, all’alveo materno, nell’anestesia beata, ancorché transitoria, di qualunque necessità o dolore. Qui c’è il ricordo dell’attesa di tornare da chi tutto prepara alle tue necessità, proprio come può fare per te una mamma, c’è la certezza che ‘lo scheletro di Dio contiene il mio’, c’è, ancora di più, il convincimento che tanta bellezza di tutte le creature viventi, nessuna e di nessuna specie esclusa, non potrà essere dispersa per sempre, che è di certo per una buona ragione che ciascun essere nasce, che ‘la via’ che cerco, ragione di questa mia vita, è ricerca di tutti, e ci deve mantenere saldi la persuasione che infine questa via si troverà.

6) E’ che chi vede da fuori non capisce (pg. 48)
“Come stai?”, “Come va?” Ci si chiede negli incontri e la schiusa al dialogo spesso avviene sulla base di ciò che accade in negativo; facendo crescere i parlanti in una osmosi benefica, avviene uno scambio di linfa che nutre. La richiesta d’aiuto fa fiorire. Immedesimarsi nell’altro quanto più è possibile è un esercizio salutare, permette di vivere più vite insieme, sarebbe la ginnastica affettiva che meglio costruisce il cuore. Càpita perfino, a volte, di sentirsi in imbarazzo a dire di sentirsi felici (L’imbarazzo di essere felici infatti è il titolo del testo che contiene il verso citato), è più difficile da dire che si sta proprio bene, sembra di compiacersi, e a volte ‘chi vede da fuori non capisce’. La disponibilità d’ascolto dichiarata dall’altro poi, è reale? Si crede davvero che l’altro possa rendersi conto di te e non essere invidioso, geloso della tua contentezza? E se giunge la risposta ‘tutto bene’, è sempre sincera? Infine, in un certo senso, la replica ‘tutto bene’ chiude la bocca all’altro, si sa, e talora la frase viene detta apposta, per tagliar corto. Incomunicabilità generica fra esseri. È quasi la norma.

7) Così si prega d’autunno (pg. 55)
Svegliami titola il testo che contiene questo verso. E il tema è della senilità che avanza, con tutti i limiti fisici che porta con sé, ma, paradossalmente, questa età conduce pure a tanta consapevolezza, a una pienezza gratificante per ciò che di faticoso, ma buono, si è fatto, una dolcezza struggente per ciò che ancora più bello di prima appare, e il desiderio di ricongiungersi all’altro da sé, in attesa, coincide con la ‘missione compiuta’, con il taglio netto del sangue che gorgoglia, la recisione di ogni dolore ‘di parto’, ideale o concreto che sia.

8) eros saprebbe farci incontrare (pg. 58)
Identità è il titolo del testo che contiene la frase in cui protagonista è la forza che vuole unire la diversità innamorata. In uno scambio osmotico di linfe spirituali, ma anche di estensione e di genere di sostanza corporea, fra esseri disuguali ma complementari, quasi i due fossero i replicanti perfetti dell’intero perduto e magicamente ritrovato. Come nelle più eque partite ci si scambia il terreno di gioco, o come nel passo a due di danza, si conduce e ci si lascia condurre, per provare davvero ciò che prova l’altro, calcando le sue stesse orme. Piacere può essere lasciar vincere l’altro, perfezione atletica del ritmo dei gesti amorosi, perfino di quelli dell’abitudine. Perdersi nella pienezza senza tempo dettata da Eros, affinché l’estasi si compia nella completezza, che restituisce ogni amata diversità all’ultraterreno intero.

9) sorprende sempre l’ineludibilità del volo (pg. 60)
È il penultimo verso del testo intitolato Balzo, e, in qualche modo, il tema si lega a quello precedente, dato che questo è un altro desiderio amoroso, quello di poter sostare in silenzio nel vivere quotidiano dell’amato, ancorché scontato, consapevoli dell’assottigliarsi del tempo, attorniati dalle cose che raccontano la vita insieme. Il nome che ci porta, conduce agli abissi insondati del piccolo avvenire che resta, desideri come semi che germoglieranno un giorno sorprendente, come è la sorpresa di ritrovare infine le ali dimenticate, saggiare che improvvisamente reggono il volo, quando siamo còlti, all’affaccio al balcone dell’anima, dal balzo ineludibile, librando finalmente nell’azzurro le ali di cui noi tutti siamo dotati.

10) Chi cerchi con tutte le forze non c’è (pg. 61)
Si tratta del quarto verso della poesia Registro, un testo dai toni davvero grigi. I primi tre versi, lunghissmi, rilevano ‘bilanci in perdita’, ‘esiti di morte’, ‘incontri falliti’ e si registra la mancanza perfino di chi rappresenta la sorgente stessa della nostra vita. Tanto che si teme il peggio: non passerà di qui sorella consolazione. Il fatto è che qualcosa non è stato detto, una domanda non è stata rivolta; dopo l’ineluttabile rimane sempre aperta la porta al rimpianto. Gli incontri falliti sono buio senza uscita. Ogni sforzo di ritrovare risulta vano, la sete svuota il secchio senza dissetare. Incomunicabilità. Ma la mansuetudine immobile della vittima amata, il suo sangue freddo a terra scandalizzano e rendono perfino al boia insopportabile il suo gesto.

11) il tutto d’oro che ci ha dati in prestito (pg. 68)
È il primo verso dell’ultimo distico in A missione compiuta. Il verso successivo continua così: attende/ d’ognuna vita/ la risalita. Si parla qui dell’Eden che ci ha prestati al mondo per un arco di tempo circoscritto e che attende il nostro ritorno, appunto, a missione compiuta. Frattanto è il sonno a ricondurre in questo paradiso il ristoro di ogni notte, insieme al sogno; dormire, annegando nel mare della stanchezza, affranca lo spirito per quel tanto che basta a sopravvivere al giorno successivo. Ma quel ‘tutto d’oro’ celestiale si può rivedere anche nella luce che nel dormiveglia filtra dalle palpebre socchiuse.

12) di un nulla detto o che non ha detto nulla (pg. 74)
Il secondo verso del testo intitolato Incontri è proprio questo e dice ancora sulla necessità di dover dire la verità, sempre, e intima a noi tutti di combattere ad ogni costo la reticenza, di evitare di dire parole che ‘non dicono’ o che ‘non dicono nulla’. Quanto spesso questo invece accade, paradossalmente proprio in chi ama molto parlare o è un parlatore accanito. E come un ago è l’imperativo categorico che si ostina a pungolare il “ nulla detto” e chi “non ha detto nulla”. Ma anche un ritardo per incuria è disamore, anche i gesti tardivi vanificano o comunque sminuiscono l’esito felice dei nostri interventi. La prontezza di quanto va fatto è una necessità, è per sua legge che la freccia deve scoccare al centro esatto del bersaglio, come per la sana obbedienza a un ordine sano, che chiama all’esecuzione secondo il ritmo perfetto del rispetto e dello studio amoroso. Tutti e ognuno, all’unisono, chiaramente, si deve fare e dire, perché non ci apparteniamo, ma siamo per l’altro da noi, che è in attesa proprio di noi.

13) il mio essere ostaggio (pg. 84)
Idiota di dio è il titolo del testo che contiene questa definizione di me stessa: messa con le spalle al muro, da idiota, da un momento di insofferenza; vinta da inadeguatezza, dalle quotidiane pastoie, mi capita di sentirmi ostaggio dell’insopportato viaggio quotidiano. Ma è un sentirmi prigioniera temporaneo dato che la presenza intorno a me di tanta ‘brava gente’ sempre mi salva e per di più, proprio allo stremo delle forze, spesso giunge il suggerimento della mossa vincente.

14) senza mai stancarsi di nulla fare (pg. 93)
Questa frase è contenuta in Come se niente fosse, terzultimo testo del libro. Alle volte tutto quel che si chiede ancora alla difficoltà di esistere, rimane questo: poter sciogliere in caduta libera ogni muscolo nel tiepido torpore della sopravvivenza, ‘come se niente fosse’, dimenticando per qualche istante ogni cosa, ogni sofferenza e fatica, il costo alto delle quotidiane corvee. Può sembrare (e in fondo lo è) l’inno al dolce far niente, utile e gradito in particolare nel primo pomeriggio, quando la luce che più è accesa e acceca è trattenuta fuori dalle pupille dalle palpebre chiuse, ma talora questo stato corrisponde alla necessaria ricarica delle energie esaurite del corpo e dello spirito. Quasi ci si dovrebbe costringere a tale beatitudine, dovrebbe essere una delle beatitudini obbligatorie, una forma di assicurazione per non dare di matto.

15) nel diorama della sopravvivenza (pg. 95)
Questo luogo, ampio e delineato dal solo complemento di specificazione, corrisponde al terzultimo verso del testo, Tempo scaduto, che chiude la raccolta. In questo spazio scenico tengo a me stessa, nell’ultima settimana di dicembre, un ‘discorso di fine anno’. Tempo di bilanci. Quasi mai in attivo. Destabilizzanti il sondaggio e l’accusa dei lutti occorsi, interminabile l’elenco dei timori concreti per l’avvenire. Allora mi domando: quale paesaggio/ umano o divino cercare in questo ‘diorama di sopravvivenza’, a tempo scaduto, quando manco si accende più una spia d’allarme, per avvertire che con la vita sta per spegnersi definitivamente anche ogni opportunità di mutamento benefico. In apparenza un bilancio in perdita senza scampo e senza speranza; invece, trattandosi di una neppure velata richiesta d’aiuto, è proprio l’averla inviata ad avviare il riscatto. Chiusa la pagina, detto tutto ciò che si ha da dire, senza ritrosie e con franchezza, l’anima risale, come un sub, che abbandonata al fondo la zavorra, torna a respirare in superficie.

LUCIA GADDO ZANOVELLO è nata a Padova nel 1951; scrive dalla prima adolescenza e dopo un periodo giovanile dedicato a diverse attività lavorative, ha impegnato la maggior parte del suo percorso professionale come docente di scuola media.
Ha condotto studi, fra gli altri, su Niccolò Tommaseo e sul suo corrispondente friulano, medico e letterato, Pierviviano Zecchini.
Per la poesia ha pubblicato: Porto Antico, 1978; Bramiti, 1980; Da serpe amica, 1987; Semiminime, 1988; Per erbe piú chiare, 1988; nel 1998 la raccolta retrospettiva relativa agli anni ’88 -’98, in cinque volumi: Nóstoi (che include Fiordocuore), Fatalgía, In lúmine, La trilogia del volo, La partitura. Successivamente Il sonno delle viole, 1999; Un parlare d’acqua, 2000; Solargento, 2000; Memodía, 2003; Silentissime, 2006; Ad lucem per undas, 2007; Amare serve, 2010; Illuminillime, 2011, Rodografie, 2012, Buona parte del giorno, 2013, Disforia del nome, 2014, Consapevolvenze, 2015 e Asincrono scacchiere, 2016.
Nel gennaio del 2009 è uscito per le edizioni Cleup, il libro-intervista Amata Poesia: Antonio Capuzzo intervista Lucia Gaddo Zanovello.
Fra la saggistica: Faedo di Cinto Euganeo, in “Città di Padova”, anno VIII, n.1, 1968; L’eremo del Monte Rua, ibidem, anno IX, n.1, 1969; Considerazioni del Tommaseo sulla poesia in una lettera inedita a Pierviviano Zecchini, in “Lettere Italiane”, Leo S.Olschki, Firenze, 1988; Scrittura poetica e funzione estetica in “Punto di Vista”, (Rassegna italiana di Lettere ed Arti), Libraria Padovana Editrice, n.36, 2003; L’epico innesto etico nell’etimo di Cesare Ruffato, in Per Cesare Ruffato. Testimonianze critiche, Marsilio, Venezia, 2005; Quando il silenzio accende, per “La colpa di scrivere”, luglio 2006 ora anche in appendice ad Illuminillime; Per un’etica dell’apparenza, recensione a Strategie dell’occhio di Francesco S. Mangone, ne “Il Fiacre n.9”, 2007.

Intervista senza Domande a Loredana Semantica

L’informe amniotico di Loredana Semantica

Ho letto molto volentieri L’informe amniotico di Loredana Semantica (Limina Mentis), senza formalizzarmi su alcunché, come chi guada un fiume senza vederne la sponda opposta, e magari incappando in qualche mulinello. Questo bel libro, si può sintetizzare in una frase sola: “lo partorì dopo un travaglio di orologi”, senza ombra di dubbio è stato così. Il libro si snoda in un flash back che parte dall’ultimo frammento o appunto numerato, fino ad arrivare al primo, allo zero, ma non è certo detto che la sequenza temporale sia rispettata. Alcuni di questi, pochi per la verità, sono spezzati in versi, sorta di poesie tradizionali, come più comunemente letto e accettato. Non mi formalizzerei troppo sulla forma comunque. Credo che nemmeno Loredana Semantica, nome di penna dell’autrice, lo abbia pensato e preso in considerazione. Quello che appassiona e che rende “robusto” questo libro, è proprio quello che qualcuno potrebbe additare come il suo punto debole, l’estrema frammentazione. Alcune decine di brandelli di presente, di cosidetti appunti, discontinui, di mille umori e argomenti, tutti pronti a retrocedere verso il più vecchio (non ne sono certo), a un punto tale che ti chiedi chi sia o cosa sia, di chi siano quegli occhi che hanno scritto e soprattutto se siano sempre gli stessi. Ogni appunto celebra al proprio interno il suo numero di matricola (tredici secondi al numero 13, dodici luoghi al 12 e così via, avanti e indietro) sì che il già accaduto, il passato, diventa interscambiabile con tutti i presenti che è stato e con il futuro anteriore. C’è bellezza in questo libro, c’è la luna, c’è l’ansia, la contusione, c’è la sconosciuta che lo ha scritto e ha raccolto tutti i post it e che ha saputo truccare molto bene le carte dello spazio tempo. In fin dei conti se lo spazio è paragonabile a una coperta, se la stessa viene ripiegata i punti rimangono gli stessi, variano le distanze, tempo e spazio si contraggono, e questo a parer mio è saper voler bene al lettore imboccandolo di riconoscibile bellezza. Ed è anche un ottimo inizio per una partita a carte, perché queste sono state rimescolate benissimo, ma senza barare. (Flavio Almerighi)
INTERVISTA SENZA DOMANDE A LOREDANA SEMANTICA
da L’informe amniotico

1) e si lasciò andare (69)
penso pensassi all’ossessione del controllo: del lavoro, dei propri sentimenti, dei gesti, del pericolo. lasciarsi andare è il passo propedeutico al volare. quando propinano un test d’intelligenza o si è alla ricerca dell’idea giusta per un fare lavoro, un’opera creativa, quando hai bisogno di una soluzione per un problema, l’illuminazione spesso non è l’esito della concentrazione o sforzo di volontà. essa giunge improvvisa, proprio quando hai allontanato l’oggetto di attenzione, quando vaghi con lo sguardo e col pensiero verso lidi ignoti, indefiniti. allora arriva il lampo. a volte invece l’idea perviene in modo assoluto, slegato da una consapevole ricerca. è come se avessimo un terzo occhio che siamo in grado di attivare solo parzialmente, solo talvolta, la maggior parte delle volte, gli occhi e il loro senso, l’udito con le orecchie, le convezioni o il modo ordinario di procedere per costruzioni sovrapposte è come ci trattenessero ancorati al suolo, ai nostri limiti. incapaci di librarci oltre la percezione fisica, siamo uomini carne e sangue, non ancora solo intuizione. forse quei momenti di illuminazione sono i migliori conati di spogliarci della fisicità per compiere quell’incredibile salto all’indietro, proprio di schiena, senza sapere e vedere verso cosa ci lasciamo andare, verso un nulla, che pure sentiamo ci accoglie e sostiene.
2) ottenne solo un grammo d’attenzione (68)
si scrive fratelli per cercare amore. ci si espone, un ostensorio di parole nella speranza che quelle ci conquistino un minimo di considerazione, di riconoscimento, specie quando abbiamo tanto lottato per affermare la nostra semplice identità di lavoratori, ottenere un’attestazione di studio, quando ci si è scontrati con l’insufficienza di avere intelligenza e capacità. una lotta che non smette mai di impegnarci. scopriamo di avere un talento e lo mettiamo a frutto. poi ci rendiamo conto che non è nemmeno l’attenzione l’obiettivo, in fondo nemmeno essere amati, quanto piuttosto esistere, sopravvivere. essere in un qualche modo che non sia questo limite che opprime. virando a centottanta gradi dovrei dire con Simone Weil che l’attenzione è la forma più alta di generosità, lo penso anch’io, ma dico anche ulteriormente che è funzione del tempo, per dare attenzione occorre tempo, a riceverne non basta mai. inoltre quanto più tempo impieghiamo a pigolare per ottenerne tanto più ne otterremo, fosse pure un calcio in piena faccia. quanto più tempo impieghiamo a questuare tanto più raccoglieremo oboli. tessere relazioni. dare e ricevere attenzione. uno scambio di bisogni che ci regala un’illusorietà di vita e vitalità. non ultimo. ci vuole umiltà per elemosinare attenzione. l’orgoglio per questo e per altri aspetti è un cattivo consigliere. la torre di Tubinga oggi non va bene per i folli figuriamoci per i poeti.
3) questa è un’ora senza ora (61)
quasi sempre siamo in grado di collocarci sul quadrante di un orologio. abbiamo il tempo nelle vene. un ritmo delle cose da fare. dovremmo piuttosto estrarre noi stessi dal fodero che ci contiene. spogliarci dell’orologio interiore è un modo d’essere fuori da schemi, dalla marcia degli intruppati nei doveri. la marcia necessitata ci porta desiderare una nebbia dei pensieri, dove il prima e il dopo spaziali e temporali non esistono. basterebbe soltanto iniettarsi qualcosa nelle vene, ma è un modo artefatto d’ottenere quello che penso sia un approdo naturale e comune. il fine corsa o lotta, che è lo stesso. tra le non domande avrebbe dovuto esserci il tema dell’attesa. non tanto per citare Beckett o il Dino Buzzati del Deserto dei tartari, quanto per poter dire uno dei principali pensieri. la presenza costante della fine. nell’attesa della fine stessa. anche il senza ch’è nel “verso”, come ogni non o nulla, che sono presenti nel discorso amniotico sono rappresentativi di ogni sottrazione e negazione da convertire e metabolizzare tanto più intensamente quanto meno si è in grado di sopportare. l’informe è un modo di destrutturare l’amnio, filtrare e restituire depurato. un procedere per giungere ad una catarsi di rivelazione che relazioni e quotidianità sfumano nell’indistinto, ma che un percorso di arretramento all’origine esplode di chiarezza.
4) oggi a lezione di palpazione (56)
una frazione di secondo falso ipocrita e lascivo. un nanerottolo furbacchione che la pelata sia fulminata. null’altro da dichiarare. non merita altra attenzione. credo ci rivedremo nei cieli se mai esistono oltre l’azzurro. potrei anche dirgli che nemmeno su un’isola deserta dove fosse rimasto l’ultimo uomo sulla faccia della terra.
5) non c’è uno stato che mi rappresenti (49)
felice triste perplessa. tutto perde di senso quando ci si sente inesistenti. una specie di ectoplasma fluttuante rasoterra. la pelle di una tigre per tappeto sul pavimento. qualcosa di indefinito in un vago e non abbastanza potente desiderio di implodere e sparire. per altro verso l’ossessione a sottrarsi dal bisogno opposto di de-finire. l’atto stesso di inquadrare dentro i propri schemi è un modo imperativo di sopraffare l’altro. a questi livelli non importa se si tratti di una positività di giudizio o negatività. sottoposti a questa castrazione. viviamo nella parola dell’altro assolutamente insufficiente a percepire esprimere e restituire tutta intera la nostra complessità. uno per uno siamo esseri indefinibili. lo sforzo di ridurci l’un l’altro ai propri giudizi tanto più autorevoli quanto più degni di attenzione è anch’esso manifestazione delle nostre insicurezze e limiti. pretese di com-prendere dunque afferrare o più selvaggiamente sopraffare. per quanto ci crediamo evoluti e intelligenti molti restano ancorati all’idea che le relazioni siano una gerarchia di subordine e sottomissione e di contro dominanza e sopraffazione e non invece una dinamica di sinapsi produttiva.
6) a chi vuoi che importi (42)
esatto. a chi vuoi che importi? cos’altro c’è da dire? in loop col bisogno di attenzione. l’importanza è un giudizio ostinato di valore. evidentemente ad Almerighi qualcosa importa nel bene o nel male. non credo di formulare risposte come nelle attese. come nel sogno convenzionale. men che meno specchio vivace del sorriso. leggo solo ciò che mi pare. penso altrettanto. mai strumenti abbastanza per decodificare il presente. questa tuttavia mi sembra e proprio per questo. per l’importanza e l’attenzione. l’occasione giusta per ringraziare nel corpo della scena.
7) ho taciuto il nome infine (38)
mia madre non è molto contenta che io non mi presenti al mondo col mio nome. mio padre non credo ammirasse i poeti. talmente lavoratore e produttivo. è per loro e qualche altro vincolo che sto in un limbo che mi permette di spaziare tra identità e finzione. troppo autentica per il mondo. troppo falsa per la montagna oppressiva di ogni possibile menzogna. per quanto il mondo non mi comprenda anche avendomi presente. sfuggo privandolo. mi privo sfuggendo. non solo occorre attenzione ma anche interesse. l’interesse muove il mondo. in questo caso non per soldi ma per curiosità. uno stimolo semplice che appartiene a tutti. mio come degli altri. un gioco a dominarlo e propinarlo. sto qui nel mio rinviabile all’infinito. accarezzando il fascino della permanenza. pensando alla rivelazione. sapendola una cosa di poco tempo. di poca valenza. come un’ondata di piena. un sasso nell’acqua. i cerchi
8) non prestare il fianco troppo presto (29)
altro è la difesa. fragile cessazione della pretesa. occorre un continuo sforzo di accettazione delle dinamiche estranee e contrastanti. prestare il fianco è scoprirsi e offrirsi. prima abbiamo costruito un fortino. poi la melma. ama le tue fosche parole. dico infatti. quelle che non tradiscono. sono amiche e conforto. ricche di tutto e corrispondenti. più del mondo le parole costruiscono mondi. preziose alleate del pensiero. perle di un filo potenzialmente infinito.
9) improvvisamente ben sedici parole (16)
l’atto creativo è un processo estremamente interessante. ciò che trovo impressionante di certe enucleazioni è la loro formazione da polla sorgiva. vedi anche punto uno. non mi siedo soltanto e dico-scrivo. ma mi scrivo sedendomi. e la deriva degli occhi interiori che sale alle labbra al pensiero. qualcosa di così affascinante che anche solo per questo momento varrebbe la pena di non smettere mai la ricerca di qualcosa da dire. il modo in cui si compattano i pensieri è frutto di uno studio intensissimo. è il pensiero che si fa studio e parola. di se stessi e dell’insieme. se anche ho cominciato tardivamente credo che in nuce questo scrivere fosse presente da sempre. mi dicevano intelligente e io li guardavo stupita di questa definizione. perché ho chiesto una volta. sapendo la lentezza e lo sforzo. vedendo gli altri ai miei occhi sempre migliori. pensi sempre. ecco potrei dire che hanno visto già prima che fosse. qualcosa che in me era evidente. sono arrivata ultima ma non dispero. l’artrosi arriverà purché navighi ancora la mente. e spero in tanti anni ancora di divertimento. d’intrattenimento infinito. in fondo la scrittura è cosa cangiante di meravigliosa avventura.
10) che prossimi alla foce si ritorna all’uno (1)
qui c’è tutto il pensiero dell’oltre. nessuna metempsicosi o anche se ci fosse. nessuna metamorfosi. e anche se possibile nessuna reincarnazione. il principio vitale è uno. ad essi tutti apparteniamo. finire e tornare all’origine al logos che ci comprende veramente e interamente. la foce e l’origine. il principio e lo sbocco. l’artefice la scintilla da cui proveniamo. tutti vi siamo dentro fino al respiro. dentro totalmente. è una cosa mistica e al tempo stesso pragmatica. cosmica in definitiva. basta guardarsi attorno. oggi c’è la palma che agita le fronde. il cielo è azzurro perfetto spazzato dal vento. io stiro ma le cose mi vengono appresso. la testa mi scoppia di pressione. tutti stiamo nello stesso brodo d’aria. tutti viventi tranne il ferro da stiro.
11) degli esseri esistenti e benedetti (0)
essere vivi è la benedizione. appartenere a questo luogo a questo movimento di animali e cose. sole fuoco aria. c’è tutta una dinamica che esplode incontenibile dall’atto riproduttivo alla fuga per la salvezza. sono zanne e corsa. zoccoli e sangue. erba tigli e magnolie. sogno gli esseri che fanno la nostra complessità di vita. saturi di pulsioni. veicolati dal vento e dalla natura. voli e fragori. l’onda del mare e del grano. oggi soffia così intensamente che sembra possa sradicarci. ma il suolo è anch’esso benedetto. quando noi lo rispettassimo al pari di quanto esso meriti. perché dona senza limiti. se fossimo capaci di rispettare noi stessi nella natura e viceversa. noi saremmo compenetrati. creature nel creato. viventi e benedette altrettanto.
12) ed è davanti a te (50)
qui c’è tutto l’Altissimo. cos’altro offrire se non la propria nudità. spogliandosi della maschera. le mani giunte a conca. dentro l’autentico della propria pena. inestinguibile pena. pena iniettata liquida spogliata. pena strappata decidua datata. pena africana. inviolabile inviolata. pena insaccata nuda scalzata. questo è pregare. tutto il resto. l’altare i soffitti i riti sono scena. credo alla casa del Padre. all’offertorio di pane. al manto azzurro della Madre. al serpente schiacciato del Male. credo al Male ucciso in eterno. morto ammazzato come un drago. sotto i piedi bianchi di cera. d’una forza sovrumana. credo all’albero del sapere. che allunga i suoi rami verso il cielo. questo è il grande peccato. salire sul ramo più alto. senza la pietà d’essere uomini.

Loredana Semantica, nata a Catania nel 1961, è laureata in legge, è sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzohttp://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche: Silloge minima (7/11/2009) Metamorfosi semantica (3.2.2010), Ora pro nomi(s)(27.3.2010) Parole e cicale (13.8.2010) L’informe amniotico (27.2.2011), quest’ultima raccolta opera selezionata al premio “Opera Prima 2012” e opera finalista al premio “Lorenzo Montano 2012” sezione “raccolta inedita“ è stata pubblicata nel 2015 da Liminamentis. Il 4 agosto 2012 ha pubblicato, sempre su issuu, la raccolta di riflessioni e racconti “I sette vizi capitali” e da ultimo una Trilogia poetica, formata dalle tre seguenti raccolte: “Apologia del silenzio“, “Nulla Parola”, “Poesia delle feste”. Nel 2016 ha pubblicato con Deborah Mega e Maria Rita Orlando l’antologia poetico-fotografica “La prima rosa”, Feltrinelli. Gestisce il blog personale “Di poche foglie” all’indirizzo https://lunacentrale.wordpress.com/ e quello collettivo Limina mundi all’indirizzo https://liminamundi.wordpress.com/

Intervista Senza Domande ad Angela Greco – Personale Eden

Viviamo sommersi, tutti, un’epoca di restaurazione in cui trasgredire è il canone, saperne star fuori un atto innovativo. Viviamo sommersi e difficilmente saremo salvati. La poesia rappresenta un sollievo, un occhio più alto di noi. Personale Eden di Angela Greco è un sollievo nel sollievo, un atto rivoluzionario nel suo genere. Un libro che passo dopo passo, verso dopo verso, ricostruisce con ottima scrittura un eros non inficiato dalla mercificazione occidentale, cui nel nostro mondo è stato, e viene relegato. Non è nemmeno la banale pruderia cui spesso siamo stati abituati, non è distrazione, non è dannazione, non è la pagina patinata di una rivista soft core, non è un romanzo di Anais Nin. Scoraggio perciò il lettore in cerca di sensazioni forti, non troverà spade, grotte, roba liquida, posizioni al limite delle leggi fisiche e altre amenità di genere. Troverà poesie che riescono a toccare vertici di liricità ragguardevole, quella stessa forma di serenità che è eros, non erotismo. Eros è tutto quanto è amore, niente più e niente meno. Il libro dipana un dialogo a tutto tondo tra l’autrice e il soggetto del suo amore. Fondamentale che sia soggetto e non oggetto, badate bene. L’operazione ha successo, perché queste poesie senza titolo riescono a ripulire, a ridare fiato e rispetto a quel senso che è parte di noi, ma non sappiamo spiegare e spesso riusciamo solamente a negare. Un libro che difficilmente invecchierà, perché rappresenta un nuovo ancora tutto da valutare. (Flavio Almerighi)

INTERVISTA SENZA DOMANDE SU PERSONALE EDEN di Angela Greco

1) trapiantati in tessuti sanguinanti affinché fioriscano aurore (pg.11)

Pomeriggio di un giorno ordinario, quando mi giunge in mail una sorpresa: nove versi tratti da Personale Eden (La Vita Felice), che in questo 2017 compie esattamente due anni, posti come domande, ai quali dovrebbero seguire mie risposte. Non mi sembra qualcosa di semplice, nonostante l’apparenza, e la prima domanda mette subito in luce l’opposto che mi abita: concretezza affiancata ad una estrema voglia di leggerezza, con questo ultimo verso tratto dalla poesia che apre il libro; un verso che nella sua doppia figura esprime la duplice natura di cui è costituito l’essere umano: quella carnale e quella non carnale, determinanti sensazioni antitetiche.

2) lo sguardo fa nuovo il qualunque su cui si posa (pg 13)

Questa intervista capta i punti cruciali dell’opera, accordandole una valenza ed una profondità spesso negate dal ritenere la poesia d’amore qualcosa di facile. Personale Eden è sostanzialmente un percorso, una strada da sé all’altro, verso la persona amata. Lo sguardo qui si sovrappone senza sbavature all’atto stesso dell’amare, sentimento che, quando ci possiede, fa sembrare differente anche quello a cui siamo abituati. La vista (molto presente in tutto il libro, come inizio dell’amore, panoramica sulla scena o, come godimento dell’oggetto amato) è il senso, insieme all’udito (di cui anche si parla spesso con riferimento alla voce dell’amato) forse più etereo che possediamo, ma al contempo, è quello che metaforicamente indica con maggior immediatezza il cambiamento in toto.

3) sono tempi differenti o difficili quelli ai quali t’invito (pg 18)

Questo verso riprende la mia idea di donna, forse oggi demodé: in carne, formosa, inequivocabilmente femminile e femmina, compagna e amante, capace di prendersi cura dell’altro, affiancandolo, senza trascurare le peculiarità di ciascuno. Nel libro il riferimento non è soltanto a uomo e donna, ma, più precisamente, al maschile e al femminile, alla complementarità dell’essere e a due esseri complementari, che si presentano con le loro conclamate singolarità e che solo insieme possono costituire originalità – nel significato di quello che è primordiale, che è all’origine – ed equilibrio, grandi assenti dei tempi moderni.

4) nel presente che muore quest’ora solonostra ci tocca (pg 19)

Duplice accezione di toccare, inteso come gesto concreto e di capitare, accadere come per caso, venire in sorte. L’ora che, personificata, sfiora i protagonisti, ricordando la caducità del presente ed esortando a cogliere l’attimo e l’ora che tocca vivere, perché non può appartenere a nessun altro, se non ai due amanti. Il mancato spazio tra avverbio e aggettivo possessivo, come le contrazioni che molte volte si incontrano nel libro, vuole rendere l’immediatezza, il tempo da non perdere, la voglia assoluta di appartenersi, congiungersi e riunirsi, che azzera anche lo spazio sul foglio.

5) lascia che mi perda tra le tue strade segrete (pg 29)

Un amore concreto, che alla fine del libro diventa il mezzo stesso atto a far riscoprire anche la propria irrinunciabile umanità. L’amore, come mezzo che sublima l’uomo e lo avvia verso un paradiso, intravisto in lontananza, a cui si giunge attraverso il vivere quotidiano, fatto di carne e non carne. Le strade segrete sono il corpo dell’amante, di colui che ama e di colui che è amato; quei luoghi pudicamente nascosti per difesa dell’apparenza. Personale Eden, volutamente privo di qualsiasi lemma volgare o anche solo allusivo ad un substrato di mancata eleganza, toglie il velo ai desideri umani tenuti a catena corta, a causa dell’atteggiamento sociale a cui noi occidentali di matrice cattolica siamo stati addestrati nel corso dei secoli…

6) mi venivi incontro e mi seguivi da far scoppiare il cuore (pg 30)

Personale Eden, è “un libro ancora giovane” (Almerighi), nonostante sia stato pubblicato da due anni e nonostante il prosieguo del mio percorso poetico anche con l’uscita di un nuovo libro. Concordo con questa definizione, perché è la materia di cui narra ad essere sempre giovane e nuova e a rendere a-temporali i suoi protagonisti. L’incontro, espressione di quel desiderato ricongiungimento con l’altra metà che aleggia per tutto il libro, e la gioia. Forse un’espressione troppo adolescenziale, quell’immagine di traboccante felicità, ma quando si ama inevitabilmente si diventa incongrui con l’età anagrafica.

7) dalla pelle alla penna nessun avanzo (pg 33)

La pelle è per me una seconda memoria e quello che vivo lo trasporto nella mia poesia, senza circonlocuzioni o inganni, condividendo con i lettori le mie esperienze, in un atto di estrema fiducia. Sull’iterazione autore-lettore ci tengo a sottolineare una peculiarità di questo lavoro in versi, ossia che tutto il libro è privo di punteggiatura (salvo forse qualche minimo segno), come omaggio alla libertà proprio del lettore, il quale ha facoltà di scegliere le proprie pause ed i propri tempi di lettura, così da divenire praticamente parte integrante dell’opera stessa.

8) così sei abisso (pg 35)

Vivendo l’amore carnalmente e spiritualmente, in anima e corpo, l’amato diventa la misura infinita, quella incommensurabile, che svela e conduce a profondità singole e di coppia, di cui prima si ignorava anche l’esistenza. Su questo punto, che svela, anche nel significato proprio del termine abisso, la soprasseduta profondità di questa poesia, ringrazio sentitamente Flavio Almerighi, che, fin dall’uscita di Personale Eden, ha creduto in questo libro, apprezzandolo immediatamente e augurandomi il meglio per questo tipo di poesia, quella erotica, troppo spesso trascinata nella volgarità, nell’eccesso e nello sciocco voyeurismo.

9) un cappello di sorrisi volato per inattese strade grigie (pg 41)

Il copricapo, simbolo retrò dell’uomo sicuro di sé, capovolto per contenere sorrisi, indica le sovvertite regole del bon ton e dell’immagine sociale della persona innamorata; mentre il colore indica, invece, il presentarsi dell’amore a qualsiasi età (strade grigie) e a sorpresa (inattese), sempre con gli stessi effetti sconvolgenti e sorprendenti non solo per chi li vive, ma anche per chi quell’amore lo guarda dall’esterno.

il libro è reperibile qui
http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/angela-greco/personale-eden-9788877996879-251072.html

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012; in uscita la seconda edizione con prefazione di Flavio Almerighi); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, prefazione di Giorgio Linguaglossa). Premiata con segnalazione alla XXIX (2015) e alla XXX (2016) edizione del “Premio Nazionale di poesia Lorenzo Montano” rispettivamente nelle sezioni “Opera edita” e “Una poesia inedita” è presente anche in diverse antologie e su diversi siti e blog.È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (http://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Intervista Senza Domande a Monica Guerra

“Da questo poco sospeso
tutto si fa chiaro e ogni cosa sta
nell’esattezza del proprio posto” … Monica Guerra da Sotto Vuoto

Non tragga in inganno l’aspetto di quaderno che ha questo libro, l’edizione è elegante i contenuti musica. In fin dei conti la musica è il contrasto che intercorre tra suono e silenzio, tra tono e tono. Musica è il suono stesso dell’involucro sotto vuoto che protegge l’anima, il ricordo, le radici, qualsiasi cosa, che spaccandosi produce suono. La poesia di Monica Guerra è particolarmente adatta a farsi musica. I versi, spesso secchi, sono quelli che preferisco (io li definisco a dente di squalo). Composizioni assolutamente in antitesi con la verbosità e la simil prosa che spesso affligge la poesia contemporanea. Il bianco tra un verso e l’altro favorisce la musica.
Monica dipana due filoni precisi. Quello più personale e autobiografico con la definizioni di figure compiute nel suo passato. Quello dell’osservatrice, e cos’è il Poeta se non il migliore osservatore al mondo! Momenti familiari, il senso di appartenenza (badate bene, non di nostalgia!) per il mondo che l’ha vista crescere, prima bambina, poi ragazza, poi donna, e il viaggio in Russia che l’ha maturata e segnata in senso positivo.

C’è una forte, positiva tensione tra Monica e il mondo culturale e poetico russo, non dimentichiamo che l’autrice conosce bene inglese e russo, il che la avvicina a un mondo poetico molto più cosmopolita. Quando parla di quel “grande freddo”, i suoi versi raggiungono momenti di particolare, intensa drammaticità. Sfuggono al diario, diventano osservazione, hanno un dentro e un fuori.

Si capisce come sia l’esperienza quella “comare” con cui fare i conti e a cui rendere conto, e da essa ripartire verso un mondo sempre nuovo da guardare con gli occhi stupiti di una bambina. E’ la capacità di sapersi meravigliare, del non dare mai nulla per scontato, il rifiuto completo della patetica nostalgia di qualcosa o per qualcuno che non è più, ed e da questa inaspettata, tagliente, grinta che l’autrice riparte verso quello che forse non è più un mondo nuovo, ma un mondo che sicuramente ancora le offrirà slancio e spunto per definire ispirazione e poesia.

1) nella stessa lontananza (pg. 14)

Vicinanza e lontananza sono termini legati alla sfera spaziale, ruotano attorno alla fisicità, alla presenza o all’assenza, ma in una relazione di coppia caratterizzata da una distanza, tanto abituale quanto inevitabile, assumono, nel tempo, sfumature più liquide. Il mio “Amarsi” si nutre del ri-conoscersi nella reciprocità della mancanza, una brama nostalgica che appartiene a entrambi nel medesimo momento e in cui, emotivamente uniti, ci si rispecchia.

2) io che scivolo un valico la poesia (pg. 22)

Il mio nerobuio del tunnel, il mio universo sottosopra, quell’unico varco solitario da cui riesco a scorgere un barlume di senso: la caduta libera nell’autentico mondo del profondo e poco importa la misura dell’abisso che si trova sul fondo, il centro esatto è Poesia.

3) che la bellezza non è fissità (pg. 24)

La fissità è l’antitesi della vita, un tentativo umano di rendere immobile ciò che immobile per sua natura non è, lo sforzo vano di cristallizzare qualcosa per timore di perderlo. Salpando dal conosciuto si teme, talvolta, di smarrire qualcosa di sé, il non conoscere sfida il non riconoscersi. La Bellezza è un’armonia costruttiva e dovrebbe essere accettata e celebrata entro la sua stessa variabilità. Inscindibile dalla fisarmonica del buono la bellezza è, a mio avviso, autenticità metamorfica.

4) e noi, stranieri, a casa (pg. 31)

Casa è ciò che porto con me, per giungervi devo sgombrare il superfluo, rinunciare alla pretesa della protezione di un qualunque recinto. L’essere straniera in una landa sconosciuta mi conduce nei meandri rarefatti dell’intimo, attraverso una preziosa mappa dell’animo. Nella precarietà dell’inconsueto sono soltanto io, le mie mani nude, le mie nude risorse a fare di me, entro i miei limiti, la miglior dimora possibile. Giungo a casa dallo spaesamento.

5) il riflesso che incalza, vuoto a rendere (pg. 39)

Il paradosso di un’indicibile solitudine su un treno gremito.
Il paradosso di scrivere dell’indicibile.
Il paradosso del riconoscermi in quell’unica forma destinata a deperire.

Non prenderti così sul serio,
sussurra il mio riflesso dal velo bianco del finestrino,
la verità lì non esiste e la giustizia è parziale.

Non prenderli così sul serio,
nel loro vacuo rumore, sul binario
chiacchiericcio estenuante del nulladire.

Sfila muta la neve a imbottire l’intercapedine.

Sono vuoto a rendere,
questi quattro connotati
in cui ora mi riconosco.

6) le ginocchia negli spigoli della stazione (pg. 43)

Una metropoli in cui tutto appare candido e trionfante, nelle larghe strade non c’è traccia di povertà se non qualche inappropriata, sporadica, emanazione che fuoriesce dai buchi della stazione. E giù due manganellate, una divisa, quanto basta a contenere quattro moncherini mendicanti uno sguardo. Un tombino o un coperchio. Non essere visti o non esistere?

7) una luna resiste imprecisa (pg. 47)

Qualcosa resta, seppur calante o crescente, ciclico e mutante, comunque in sostanza resta. Al di là del nostro comprenderlo o non comprenderlo. Al di sopra di noi. Resta ciò che rappresenta, ciò che simboleggia, ciò che ci travalica. L’alba sale e la luna, piena di grazia, indossando il cielo si maschera. Qualcosa sta, al di là dei nostri umani limiti che corrompono la vista.

8) tutto si fa chiaro e ogni cosa sta (pg. 51)

All’improvviso, inciampando nel verde curvilineo di fronte al mio piccolo terrazzo, con i sensi pacificati dalla cornice dei miei luoghi, ogni cosa trova l’esattezza del suo posto. Come se, dopo tanto buio peregrinare, una piccola lanterna illuminasse il quadro a giorno. Sono qui, dentro di me, una luce minimale, al posto giusto.

9) nello spicchio l’interezza (pg. 52)

Tutta la complessità del macrocosmo sta comodamente ripiegata entro la piccolezza del micro. Dall’analisi di uno spicchio emerge la misura esatta del tutto. Proporzione? Geometria? Forse solo dal Noi si può intendere e convalidare l’io.

10) un folto di strofe il silenzio (pg. 54)

Alcuni luoghi ci parlano. Il viale del mio paese è uno di questi. Ricordo un passeggiare silenzioso, eppure denso di rumori di vita vissuta. L’eco dei passi accumulati nei secoli, il fiume che borbotta nel sottofondo, le campane a scandire la morsa del tempo, una donna che sbatte una tovaglia a quadri su un cortile, il cigolio di una carrucola che agita le lenzuola stese ad asciugare. Il concerto autentico della vita nella dimensione poetica del silenzio.

11) noi, qualcuno, qualcun altro? (pg. 57)

Ogni uomo, da solo, non vale quanto singolarmente varrebbe se unito agli altri. Viviamo in un tempo di buchi e di tane, all’interno dei quali ognuno si crogiola e impera. Ego tronfi e deliranti, pensieri ristretti in logiche individuali e cuori in isolamento. La vita prescinde dall’uno, se quell’uno non riconosce in sé il seme del Tutto.

12) la foglia viva che mi distoglie (pg. 61)

Amo stare all’aperto, passeggiare, annusare, filtrare la vita attraverso i sensi. La natura mi ripaga con l’ineguagliabile moneta del colore. Il Bianco e il nero sono l’eterna dicotomia dell’umano, la corda tesa a mezza via su cui il bipede funambolo, barcollando, tenta di rimanere. La foglia viva (e verde) mi spalanca l’orizzonte, rappresenta una categoria non esauribile nel principio della dualità. Armonia e non dominio.

13) muto che da solo vale tutto (pg. 70)

Io che amo le parole. Io che ho atteso una frase d’amore tutta la vita, in un mare di assenza genitoriale. Io che ho avuto, da adulta, il privilegio di un solo e unico abbraccio paterno. Il gesto muto che supera il limite di ogni eloquenza.

14) (che sia più preciso dell’orologio?) (pg. 71)

Il tempo dei ricordi non è lineare, spesso s’inerpica e s’invola, talvolta s’incastra. Per quanto possa essere confuso e instabile, divine un’isola di salvezza, specialmente nella vecchiaia. Sul bordo del letto mia nonna piangeva una fuga di casa, avvenuta quarantaquattro anni prima. Prima che io nascessi. Il dolore è uno strumento affilato e ben più preciso dell’orologio.

15) nelle pause delle nostre differenze (pg. 72)

Distanziare, contestare, esasperare le differenze -finanche le diffidenze- conduce in una terra di desolazione. Solo sospendere il giudizio e capire che l’altro da noi non è altro che il frutto di una vita diversa. Mettere in “pausa” le differenze significa concedere e concedersi l’opportunità di costruire, di stabilire un rapporto autentico, rinunciando a pregiudizi e convenevoli.

Monica Guerra è nata a Faenza il 4 ottobre 1972. Ha pubblicato le raccolte monografiche Raggi di luce nel sottosuolo (Albatros 2013), Semi di sé (Il Ponte Vecchio 2015), Sotto Vuoto (Il Vicolo 2016) e il saggio Il respiro dei luoghi (Il Vicolo 2014) scritto a quattro mani con il sociologo Daniele Callini. Vari articoli e poesie sono presenti all’interno di riviste letterarie e antologie contemporanee.

Stefanie Golisch Intervista senza domande a cura di Flavio Almerighi, citazioni tratte dal libro Ferite – Storie di Berlino Ensemble, 2015 con Quattro poesie inedite

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Originally posted on L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale:
Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia…