Il fronte interno

Potrai andare al video tra 3 – 2 – 1.
La strada è dentro, marciano i tamburi
la cadenza del passo
tra rovine vetrine tenute insieme
da polizze cristalli,
nessuna ragione per odiare
più di quante già ne abbiano.
Giovani senza futuro,
case di riposo affari loro
per anziani senza memoria.
I senatori ladri si salvano la vita,
soldati senza uniforme
indossano mimetiche, nemmeno le madri
li riconosceranno.
Il museo di Buchenwald fa orario continuato,
vuoi provare l’emozione? Farai la doccetta?
Il fronte interno barcolla
dentature affamate di modelle pronte
ad altra fame per placare la propria.
Sarà una bellissima vacanza.
Portami verso l’estate
ci diremo tutto
il semenzaio sputerà vite nuove,
il vento le porterà, il caso è prezioso.
Le imposte e il danaro mantengono
ottima la piega ai pantaloni.
Troppe domande, il romanticismo non è
una scienza esatta.
E’ finita non fai più parte della mia vita.
Posa la mano troverai che sono un uomo.

16 agosto 1944

dachauQui non ho fumato,
dormito, fatto il bagno.
Sono stato un vestito,
fino a quando
mi hanno tolto nome
e denti per masticare.

Qui non ho avuto tregua.

Nascondete pure la verità
sotto tappeti di guerricciole
appaltate ai comuni manovali,
oggi i marines sono salutisti
lasciate che fumino i siriani,
continuate così

Qui sono dopo tanto morire
con tutti i miei fratelli,
fingete almeno di ricordare

isis

Gino Rago: Noi siamo qui per Ecuba: « metafora delle vittime »

Di poeti che scambiano buone recensioni in cambio di buone recensioni non so che farmene. Punto sempre nelle mie letture alla grandezza di chi scrive, soprattutto alla grandezza della sua opera, altro non mi interessa.
Prendiamo Gino Rago, vero cultore della bellezza, oltre che persona ben conscia delle sue radici. La filosofia e la mitologia dell’antica Grecia hanno fondato il pensiero europeo, e ancora oggi possono imprimere la giusta direzione. Ai nordici che, con il concorso di una classe politica indigena ancora peggiore di quella italiana, volevano imporre ai moderni greci la vendita del Partenone per ripianare un millesimo del loro debito a strozzo, rispondo avete solo ghiaccio e nessun pensiero.
Il Ciclo di Troia, prende probabilmente ispirazione dal titolo del bellissimo film di Stanley Kramer del 1961 “Vincitori e vinti”, tratta esclusivamente dei vinti, soprattutto del destino delle donne vinte. Gli eroi erano già morti o fuggiti, alle donne è toccato il destino del bottino di guerra. Qui si parla di Ecuba, vedova di Re Priamo. Buona lettura. (Flavio Almerighi)

Rimane lei per sempre la Regina

Di fronte a noi si muove il re spartano.
A Telemaco vanta le molte virtù e l’astuzia del padre
per la cava insidia nel cavallo di legno. Fatale
ai Troiani ma che gli Achei sottrasse alla rovina.
Noi non siamo qui per Menelao.
Né siamo qui per Elena.
L’amante fuggiasca
che nonostante i crolli, i lutti, le rovine,
il sangue – per dieci anni a correre
ai bordi d’ogni corpo –
sul trono a Sparta siede ancora da regina.
Noi siamo qui per Ecuba,
la sposa ormai prona al suo destino,
la madre a ignorare l’inganno delle dee. Afrodite,
Era e Atena hanno di Paride fatto inerme preda.

«Eppure in cuor mio un tempo amavo i Greci.
Oggi hanno il fuoco negli occhi. Che fine hanno fatto
il rispetto dei vinti, la pietà, la sosta sulle ceneri dei morti.
Chi più ricorda il gesto moderato. L’armonia delle forme …
Sorelle d’Ilio. Fare senno pure nel male. A ciò tutte vi esorto.
Fare senno anche nella sventura. Conviene
alla calma, alla saggezza dopo la disfatta.»
Così la donna china sulla riva si rivolge a tutte le troiane.
Alle spose ferite nell’onore. (Gli sguardi opachi verso terre ignote).
Alle figlie d’Ilio (nel delirio turpe dei guerrieri vincitori).

Le mura franate. I cadaveri umiliati. Il Palazzo violato.
Priamo sgozzato. Lo scettro del Re frantumato…
Noi siamo qui per Ecuba ora che tutto perde.
Ma pure con il passo incerto sulla rena
rimane lei per sempre la Regina.

Gino Rago
gino-rago Noi siamo qui per Ecuba: « metafora delle vittime »
Nota di Gino Rago
Le liriche dedicate a Troia si basano sul destino dei vinti; meglio, sulla sorte delle donne quando sono ridotte a « bottini di guerra ».
Nelle liriche, l’orrore si focalizza nella prospettiva delle vittime, dei loro corpi umiliati, spogliati delle loro identità.
Ilio in fiamme dunque è da intendere come luogo archetipico del saccheggio, della distruzione, dei crimini di guerra, della deriva di una terra devastata e di un popolo calpestato.
Il destino dei vinti, né omerico, né euripideo, viene seguito nell’articolazione di una sorta di défilé di tre figure femminili emblematiche: Andromaca, Cassandra e soprattutto Ecuba, su cui incombe il trauma della partenza verso un altrove di schiavitù e miseria, nella certezza che nessun tribunale di guerra potrà mai riparare la catastrofe di queste donne (« Ecco, piego questo mio vecchio corpo/ e batto la terra con le mani», un esempio della potenza di Ecuba.)
Noi siamo qui per Ecuba è paradigma su cui meditare e modello da riattraversare fino alle riscritture prossime a noi a riflettere gli snodi traumatici del Novecento : Troiane di Franz Werfel (1914 e 1920); Troiane di J.P. Sartre (1964); Troiane di Suzuki Kadasci (1977) in cui i fantasmi del mito “ripetono e insieme
rappresentano le atroci esperienze di vite offese e di corpi violati” (D. Susanetti), al di là dei confini dello spazio e del tempo, perché il mito antico è metodo per dare significato e forma alla caotica, altrimenti indicibile, realtà del presente. Da qui, il “metodo mitico”, nel poemetto espresso per “frammenti”.
Ma in quale teatro d’azione Ecuba, Elena e Andromaca agiscono nelle liriche a comporre il poema/ciclo di Troia “Noi siamo qui per Ecuba”?
Per una attendibile definizione del perimetro, o dello scenario d’azione delle tre donne
non si può prescindere dalle memorie dello Schliemann, l’archeologo cui viene
attribuita la scoperta di Troia come acme d’una vita interamente consacrata a trarre dalla leggenda
una storica verità.
Nelle sue memorie Schliemann scrive:«(…) Secondo Omero, Troia è vicina al mare, di fronte all’isola di Tenedo e il suo orizzonte va dalla vetta di Samotracia – ove ha sede Poseidon – al monte Ida dove siede Zeus. I Greci sono accampati presso il mare; la città non deve essere lontana; ogni sera i Greci tornano
all’accampamento e i Troiani tornano in città. Quando Priamo va al campo greco a riscattare il corpo di Ettore, raggiunge il campo durante la nottata.
Tra i Greci e i Troiani scorre lo Scamandro. Ettore una volta oltrepassa il fiume e si accampa dall’altra parte, facendosi mandare dalla sua città le cibarie;
e Agamennone sente i suoni di flauto e vede le luci del campo troiano dalla sua tenda.
Sotto Troia si udivano scorrere due sorgenti, una fredda e una tiepida. In questo paesaggio soltanto
Achille poteva essere in grado di inseguire Ettore tre volte di corsa intorno alla città…
Perciò la mia attenzione si fissò sulla collina, assai prossima al mare, detta Hissarlik…»
Il poema “Noi siamo qui per Ecuba” adotta queste memorie a base del teatro, dello scenario
d’azione in cui Ecuba e le altre agiscono , nel tratteggiare Ecuba, ancorché debba segnalare che
non ho mai perso di vista l’Ecuba dantesca del XXX Canto dell’Inferno: “Ecuba trista, misera
e cattiva,/ poscia che vide Polissena morta,/ e del suo Polidoro in su la riva/ del mar si fu la
dolorosa accorta,/ forsennata latrò sì come un cane;/ tanto il dolor le fé la mente torta.”

Ecuba, figlia di Dimante, fu la seconda e fecondissima moglie di Priamo, re di Troia, cui diede
19 figli, morti quasi tutti nel corso o appena dopo la guerra contro i Greci. Caduta Ilio,
fu schiava di Ulisse. Roma, gennaio 2013

Il figlio d’un eroe spaventa i vincitori

Ecuba ripudia il vecchio corpo.
Raschia la terra con le mani.
Si lacera il seno di fronte al bimbo morto.
Evoca la voce dei defunti
prima dei giorni della schiavitù.
Noi con Ecuba attendiamo Aurora.
La dea dalle ali bianche diffonde il giorno
chiaro sulla città in fiamme.
Le coste risuonano di morte.
L’urlo di Priamo si strozza nella gorgia
dinanzi alle sue terre a ferro
e a fuoco. Noi siamo qui per Ecuba
già nelle fiamme del rogo finale.
Nuvole di polvere tagliano l’azzurro.
Trono, palazzo, torri merlate:
un tonfo di frantumi su macerie ardenti.
Ilio è un nome scritto sulla cenere.
I troiani senza numero periscono
per i capricci di un’unica donna.
Nemmeno Astianatte viene risparmiato:
il figlio di un eroe spaventa i vincitori.
Noi siamo qui per Ecuba.
Cos’altro ancora manca al suo disastro
perché gli Achei lo sentano completo…
La dimora della Bellezza va in fumo.
La casa dell’amore si sfarina.
La fiamma greca incenerisce Troia.
La Regina sul baratro maledice Atena.
E Thanatos danza
sull’uniforme grido dei frammenti.

Il poeta Gino Rago e il pittore Rosario La Polla cantano per volere di Mnemosyne. Ed ecco l’Estraneo che si avvicina e il «mito» che ritorna. E all’approssimarsi dell’Estraneo (Unheimlich), le nottole del tramonto singhiozzano. E all’approssimarsi del «mito», il tempo ritrova se stesso dopo l’Oblio della Memoria.
La poesia di Gino Rago proviene da Mnemosyne e dall’Oblio della Memoria, dal periechon (dall’infinito della periferia, e quindi del «divino», secondo il pensiero dei greci), dalla perdita dell’Origine e dalla perdita della Patria (Heimat). La sua poesia è il volto codificato del dolore. Il duplice moto di andata e ritorno dal sacro al profano, e viceversa, caratterizza il nunc e l’hic dell’evento che si dà per noi, nella singolarità di un accadimento irripetibile. La guerra di Troia assume l’aspetto di simbolo di tutte le guerre e di tutti gli eccidi della storia umana. La rivisitazione del mito è fatta dalla parte delle donne, delle perdenti, dalla parte di Ecuba, moglie di Priamo e regina di Troia, madre di 19 figli. Il tum dà profondità al nunc per rifrazione e sedimentazione del tempo, e l’hic, il qui, rivela la singolarità dell’evento. «Nell’evento lo spazio e il tempo fanno uno, ed è il tempo che è primario, che solo nell’evento rompe la continuità della durata e si rivela come istante, perché solo nell’evento il nunc ha contro di sé l’infinità circoscrivente del semper e fa centro, e il punto non è isolabile se non in una convergenza […] Il tempo circolare è il tempo continuo e infinitamente divisibile del logos, dove nessun istante è isolabile, perché in ognuno il principio coincide con la fine… Ciò è vero anche per il mito dell’eterno ritorno, che fin che è mito, ha sempre valore escatologico… Non appena il logos prevale sul mito, la coscienza religiosa lo sente come un’oppressione e cerca l’evasione nella rottura del ciclo e nell’unione definitiva con l’Uno».1
«Ciò che è Perduto non può essere ritrovato se non nella forma di “frammento”, che non indica il Tutto se non come un tutto frammentato e disperso. Di qui il “dolore” della poesia». 2
La gestualità statuaria di Ecuba di Rosario La Polla narra il mito, fissato e immobilizzato nell’eternità del tempo del «sacro». Il nunc è il tempo della mancanza, della povertà. Il mito invece è narrazione del tempo del tunc. Sia La Polla sia Gino Rago sono i cantori delle gesta del «sacro». È qui che la storia prende forma nelle vesti striate e multicolori della figura di Ecuba tracciata dal pittore di Trebisacce. La «Forma» è nella magia del colore. La «Forma» è ciò che rimane. Con le parole di Gino Rago: «lei per sempre la Regina», Ecuba e tutte le donne violentate e fatte schiave di tutti i tempi della storia umana. Negli occhi della «Regina» il tempo si ferma, si irrigidisce nel volto deformato dal dolore.

Giorgio Linguaglossa

1 Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte 1968, Neri Pozza, p.36.37
2 Michel Foucault Le parole e le cose 1975 p. 139

Noi siamo qui per Ecuba

Paride amò nel talamo di Troia
senza mai saperlo
forse un’idea. Una chioma di cenere.
Una nuvola di nulla. Un cirro.
Senza carne.
Noi siamo qui per Ecuba. Tutto le fu tolto
per una bolla d’aria. Dissennato
il massacro sull’Acropoli
per la spartana rapita. Una sposa fuggiasca.
Sbarcò da Priamo come il simulacro
della bella regnante di Sparta.
A suo dire mossa dall’Olimpo
come fuoco nel sangue o fremito nei lombi
Elena non è mai giunta a Troia.
Una città mangiata dalle fiamme.
Siamo qui per la saggia compagna del suo Re.
Sconfitta va verso la nave.
Lo sguardo fisso nell’occhio dell’Acheo.
Quasi a sfida delle avverse dee
nel disastro aduna sulle schiave
la gloria d’Ilio. Eterna come il mare.
La donna. Ormai bottino di guerra.
La madre. Sulle ceneri.
La Regina. Sul baratro.
Noi siamo qui per Ecuba.
L’unica a sentire che Ilio è la sua anima.
Giammai sarà inghiottita dall’oblio.
Per tutto il tempo viva.
Di cetra in cetra. Da Oriente a Occidente.
Quel sangue prillerà nel canto dei poeti.
Arrosserà per sempre il porfido del mondo.
L’unghia dell’Aurora è già sull’orizzonte.
Perentoria schiocca la frusta di Odisseo
alla sua vela : « Si vada verso l’Isola…»
L’inno dei forti piega le Troiane. Si stacca dalla costa.
E sulla morte resta il gocciolio dell’onda.
Gino Rago

tipico topic topizzato

Magico inchiostro, docilmente si spande in punta di penna. Luccica per un po’ e assume solenne sembianze di suono. Tutto quanto è aria, diventa solido in mano, tenta presuntuoso di chiamarsi pensiero originale.
Guardo fuori, il grigio è tentazione di noia.
Dietro il grigio, un freddo affilato si fa strada fino alle ossa e dentro i piedi. Sono uomo non pensiero: accadde oltre mezzo secolo fa, rimane un testimone.
Guardo fuori e qua dentro si sta bene, sono al sicuro almeno per un poco, tra un Van Gogh e un altro, in cerca di una verginità mai più conseguita se non per diritto di nascita.
Scrivo, è qualcosa di simile.la_ronda_dei_carcerati_van_gogh_1890

Clara vive sola

una sera
Clara ha raccontato la storia
di chi l’ha baciata
dentro un armadio,
mentre scriveva nascosta
dietro ante semi aperte
seduta sulla naftalina,

la luce andava,
venivano nubi veloci,
al buio la carta
brillante come richiamo.
Solo chi è stato là
sa di cosa si parla,
quali siano stati
gli abiti che indossava.

Mia madre
non poteva avere figli,
le sono nato io
che ho rapito Clara,
ma i suoi occhi,
quando voleva aprirli,
sapevano scrutare oltre.

Il candore dello zucchero
è dissolto il velo.
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