Ascolta & Leggi: Mike Oldfield e poesie di Maria Pina Ciancio.

https://www.youtube.com/watch?v=1Zfv8F8OpIg

La bellissima poetica di Maria Pina Ciancio con musica di Mike Oldfield (articolo estratto da La Poesia e lo Spirito con un ringraziamento a Pasquale Vitagliano che lo ha curato)

La poesia e lo spirito

Pina Ciancio di origine lucana è nata in Svizzera nel 1965 e dopo aver vissuto tanti anni in Basilicata, si è è trasferita da circa due anni nella zona dei Castelli Romani. Viaggia fin da quand’era giovanissima alla scoperta dei luoghi interiori e dell’appartenenza, quelli solitamente trascurati dai grandi flussi turistici di massa, in un percorso di riappropriazione della propria identità e delle proprie radici. Ha pubblicato testi che spaziano dalla poesia, alla narrativa, alla saggistica. Tra i suoi lavori più recenti ricordiamo La ragazza con la valigia (Ed. LietoColle, 2008), Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro (Fara Editore 2009), Assolo per mia madre(Edizioni L’Arca Felice, 2014). E’ presidente dell’Associazione Culturale LucaniaArt.


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Ascolta & Leggi: John Carpenter con una poesia di Alida Airaghi.

LEZIONE DI SOLITUDINE

(Yo quiero estar donde estuve.
Pedro Salinas, La voz a ti debida, LIX-26)

I

Non mi trovava
mio cugino Carlo
quel pomeriggio che giocavamo
a nascondino, ed ero l’ultima
da recuperare. Gli altri
correvano per aiutarlo:
a spiare negli anfratti
del prato, nel parcheggio
vicino, tra gli alberi e la siepe.
Ma dimentica di loro
e di tutto
giacevo nel fosso
a guardare il cielo
che mi perdonava.
I bambini come matti urlavano
insulti a perdifiato,
e io tacevo.

II

Sotto il melo nell’orto
leggevo Pattini d’argento
in assoluta solitudine
e soddisfatto esilio,
immersa nella pagina
(nella polpa d’arancia
che sorbivo), se non fosse
intervenuta abietta l’inquietudine,
l’improvviso spavento
di scoprire sul tronco dell’albero
un bruco, un verme, o un millepiedi
(forse un drago per magia
rimpicciolito), così vicino
alla mia guancia, guardarmi
nudo e inerme,
ma attento e infastidito:
io colpevole di lesa maestà
e disdicevole intrusione
in domicilio, costretta
a scappare via.

III

Lo aspettavo seduta sul muretto,
e lui tra tanti pensieri appena mi guardava.
I suoi operai lo temevano:
non indossava la tuta
ma una bianca camicia,
una cravatta. Allora mi affrettavo
al suo fianco, orgogliosa.
Così alto, importante. Esplodeva
la sirena della fabbrica,
inchinandosi.
Mio dio, che mano grande
aveva mio padre! E come la mia
nella sua si sentiva sicura:
ma anche, perdendosi,
aveva paura.

IV

«È lei la figlioccia? »
chiedeva il parroco alla mia madrina.
«Così diversa dalle sorelle!» proseguiva,
e io bambina pronta alla cresima
confondevo figlioccia e figliastra,
soffocando nel cuore l’antico sospetto,
di essere figlia adottiva.

V

Il mio primo dolore
me lo ricordo bene.
A tavola, con gesto sbadato,
rovesciai l’acqua dal bicchiere,
sporcai la tovaglia,
e avevo quattro anni.
Il rimprovero della mamma
fu solo un pretesto
alle lacrime.
Non per quello piangevo,
ma per l’improvvisa rivelazione
che tutto passava e finiva:
quel pranzo, il bagnato,
la gente del mondo,
ogni aiuto futuro.
Saremmo invecchiati e poi morti
– nessuna eccezione.
Quello a cui non si deve pensare,
invece a me era venuto in mente.

VI

Non lo sapeva nessuno
in casa,
che se si guardavano le tende
del salotto dal divano
le pieghe in alto nascondevano
il profilo di un signore:
fronte, naso, mento.
Se a un soffio di vento
si muovevano,
il signore sorrideva.
Nessuno lo sapeva.
Solo io
premevo quel segreto
nel mio cuore.

VII

A Messa mi sentivo colpevole
perché non riuscivo a stare attenta,
e vagavo con gli occhi
con la mente su fiori facce affreschi,
sui ceri sottili che imploravano
una grazia a San Tommaso:
forse ogni fievole candela
misurava la vita dei fedeli presenti!
Quelle lunghe i bambini, e quella
quasi spenta la vecchia addormentata
al primo banco. Chissà poi che l’età
non c’entrasse, e invece per caso
una strana malattia,
un tremendo incidente.
Spaventata spiavo dove fosse
la candelina mia.

VIII

A scuola dalle suore,
più della maestra
e della compagna col braccio di legno
(«Tocca, non fa male, il mio risuona
e il tuo no!»), più degli odori
del refettorio o del boschetto
con la madonnina,
la mia salvezza era la finestra:
guardare fuori il cielo, sfiorare
con la bocca la brina sul vetro
appannato.
Oppure supplicare purezza nel confessionale,
«vade retro!» con sdegno al peccato
dei pensieri: perché ero una bambina
buona.

IX

Alle elementari
mi innamoravo dei ragazzini biondi,
col magone nel cuore: Silvano
che oggi fa il meccanico, Roberto
ansioso di arrivare in ritardo,
e poi Giuseppe, quello del bigliettino
(da grande ti sposo)
nascosto nella tasca del grembiule.
Li guardavo in silenzio dal mio posto,
i miei cari biondini; con tremante
emozione intuivo l’amore,
l’amore che è un dardo.

X

Con l’influenza allora
si rimaneva a letto
per una settimana o più.
Ogni tanto si affacciava alla stanza
Maria, a raccomandare pazienza:
«Mica stai per morire!»
Poi appariva lei con la minestra
in brodo, lo sciroppo,
un’altra scusa o una carezza.
Quasi quasi infermiera
e mai severa se stavo male,
con una tenerezza nella voce
che pensavo di non voler guarire:
subito dopo andava via,
e mi sentivo gesù bambina
in croce, alla sua porta chiusa.

XI

«Faccio male al lenzuolo
se lo graffio con le unghie
dei piedi, faccio male
alle giunture dei marciapiedi
se le calpesto
al suolo, faccio male
alle zanzare se le uccido,
al mio angelo custode
se non sono gentile,
alla mamma al papà
se li deludo, al mendicante
se non sono generosa.
Una cosa, per favore,
una cosa sola tra le tante
sbagliate e accusatorie
che mi salvi in eterno,
non mi porti all’inferno».

Alida Airaghi

In «Bloc Notes» n. 64, maggio 2014 e in L’attesa, Marco Saya edizioni, Milano 2018

*

Alida Airaghi (Verona, 1953) si è laureata all’Università Statale di Milano in Lettere Classiche e ha insegnato a Zurigo per il Ministero Affari Esteri dal 1978 al 1992. Collabora a diverse riviste e blog italiani e svizzeri.

Ascolta & Leggi: Library Tapes e poesie di Christian Tito

Istantanea

Tra la tangenziale e l’inferno
in un cubo grigio a molte stelle
l’opportuna sede del meeting sul mercato
ed ecco il mercato in forma di torta
e attorno alla torta molti coltelli
e le figure coi coltelli pronte a scannarsi
un uomo scorre febbrile le diapositive
e febbrilmente cita uno scrittore che scrisse:
“non importa se tu non ti interessi della guerra
perché è la guerra che si interessa di te”
un poeta travestito da loro dipendente scrive:
“non importa se voi non leggete le poesie
perché sarà la poesia a leggervi tutti”.

*

Costretto a cercare la bellezza
nei più oscuri anfratti
ringraziare di essere vivo
uomo in vita a caccia di tutti i segreti nascosti
il più bello dei giochi è scovarli tutti
e perderli un passo dopo

io vorrei farvi ascoltare la voce del gatto
farvi vedere le cose di questo mondo
mettervi in casa un ospite inatteso
vorrei dirvi della mia amica Angela
angelo volato via
del mio fratello gay
che quando mi ha detto di esserlo
era più rosso del fuoco
“tranquillo amico mio:
tu sei gay
e io sono poeta
certe cose in certi ambienti è meglio tacerle
e di certo
tra le due
la più scandalosa è la poesia.”

*

Problema

Se in un angolo di mondo
7 uomini adulti
entrano al mattino in una scuola
ed uccidono
bucandoli
132 bambini
132 piccoli uomini
di quanti altri uomini avremo bisogno
per convincere 132 madri
che tutto sommato
valeva la pena
essere passate
da qui?

*

Ma forse poi la storia non cammina, ruota,
niente si crea
niente si distrugge
tutto muta
vasto appare il cielo che sovrasta il mondo
e non c’è verso
ogni cosa alterna luce ed il suo inverso
ce ne stiamo soli
nel pieno della notte
a onorare la scintilla
molti insonni
molti matti
l’hanno fatto
altri ancora lo faranno
seguire tra le forze tutte
solo quella che ci spinge
lasciare nei fossili un’impronta
che poi il tempo finisce

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Christian Tito (1975- 2018)

Ascolta & Leggi: Ryuichi Sakamoto e poesie di Giorgio Manganelli

Desideravo vederti:
desidero la fantasia dei tuoi capelli
a inaugurare grida
di libertà in ore troppo lente; la rivolta
dei tuoi polsi terrestri
che muovono inizi di bandiere,
e accusano l’indugio, la disperazione
cauta, il tempo.
Mi occorre l’urlo d’uno sguardo
ed oltre la violenza del tuo esistere
io esigo il gesto d’un tuo riso.

*

Accetterò la morte in tutte le sue forme:
mi riconcilierò, già lo comprendo,
con il limite delle scatole di latta,
accetterò, gli sarò amico,
il durissimo mattone, le stagioni che muovono
il grembo delle donne.
Accetterò gli assensi ed i rifiuti
la donna consumata
la donna che rifiuta
le visioni a mucchio, senza senso,
l’affronto dei miracoli –
toccherò con grande pazienza
il mio corpo mediocre, l’onta delle membra,
notando i dolci segni
della mia consumazione –
deposta ogni ambizione astratta
mi conforterò nell’indulgenza
dell’amichevole peccato.

*

Si può trovare
una frammentaria divinità
anche in una scatola di sigarette,
in un giro di danza
in un denso bicchiere di malvasia;
e ci si può suicidare
nella gioia di vivere improvvisa
d’un lunapark
nei battiti dei fucilini
ed in ogni gesto del corpo
che muova solamente il corpo
senza moto dell’anima nel corpo –
trascurando con un sorriso imprevisto
il calcolo demente dei problemi
e con elusivo gesto della mano
allontanare la disperazione.
Non per questo si riposerà
la lunga solitudine,
né l’inganno della musica
ci porrà una mano su una spalla
contro l’uragano dell’assenza;
ma si tratta solo di ingannare
di mentire con placida umiltà
di gustare un corpo perituro
educare al nulla
una mano elegante,
abbandonarsi al dolce
amichevole vino –
gustare la joie de vivre,
dimenticare il corpo perituro
la solitudine essenziale,
– incenso di incenso devoto
offrire un fumo di sigarette
alla nostra distratta, frammentaria
divinità.

*

Io mi divido
in giacca e calzoni e cintura
e ancora mi disgiungo
in cravatta e camicia
e mi scindo in cranio, in polmoni,
in visceri e pube,
e mi distinguo
in ogni cellula
che senz’amore s’accosta
ad altra cellula.
Così, casualmente, sussisto:
poi chiedo in prestito
la forza che congiunge
l’uno all’altro i miei volti possibili
all’improvviso sacramento
d’una chitarra,
al riso dell’amico,
allo squillo consueto del telefono,
nell’attesa distratta
d’una voce che perdoni la mia spalla,
la mia gamba, la mia dolce cravatta:
nell’oziosa attesa
del sacramento della nascita.

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Giorgio Manganelli 1922 – 1990

per saperne di più:
https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Manganelli

Ascolta & Leggi: Van Der Graaf Generator con poesie di David Maria Turoldo

David, è scaduto il tempo

David, è scaduto il tempo d’imbarco!
Ora il tuo posto
è la lista d’attesa.
Grazia rara è
se ancora qualcuno conservi
(con molte incertezze) memoria
del tuo nome, almeno
il sospetto
che tu sia esistito.

Premono formicai di anonimi
alle stazioni della metropolitana.
Moltitudini che urlano
invocando di salire,
a grappoli.

Tutti sconosciuti l’uno all’altro
ignoto il proprio volto
perfino a te stesso,
e il volto del proprio padre:

anche lui sbarcato
a forza dal predellino dell’ultimo tram
nella notte.

*

Io non ho mani

Io non ho mani
che mi accarezzino il volto,
(duro è l’ufficio
di queste parole
che non conoscono amori)
non so le dolcezze
dei vostri abbandoni:
ho dovuto essere
custode
della vostra solitudine:
sono
salvatore
di ore perdute.

*

Vivi di noi

Vivi di noi.
Sei
La verità che non ragiona.

Un Dio che pena
Nel cuore dell’uomo.

*

Dio non viene all’appuntamento

Ma quando declina questo
giorno senza tramonto?
All’incontro cercato
nessuno giunge.
E le pietre bevono
Il sangue di questo cuore
Ancora per miracolo vivo.

Senza ritorno
Oggi mi son detto addio
spero, per sempre,
come un nauta che ha i remi spezzati.

Spezzati i remi
lacerata la vela
contro l’onda contraria del sangue.

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David Maria Turoldo 1916 – 1992:

per saperne di più:
https://it.wikipedia.org/wiki/David_Maria_Turoldo

Ascolta & Leggi: The Cure con poesie di Gisella Canzian

Gisella Canzian mi ha inviato queste poesie composte nel breve dell’ultimo periodo. Inediti che messi assieme e letti in sequenza sono un poemetto di redenzione dell’anima. E’ noto che la scrittura, inizialmente per chi la pratica, è una sorta di ancora di salvezza dai marosi della vita. C’è chi insiste, leggendo e affinando il proprio stile, ferma restando l’urgenza di continuare a comporre e proporre. Inutile negare che la scrittura della Canzian stia crescendo. Buona lettura.

Ho vissuto nella paura di cedere
a una vita da vivere.
Duellando col destino solo oggi svetto
ma quando gli occhi saranno stanchi di dormire sullo sterco
porterete a spalle collezioni d’esistenze
spossessate anche della croce.

*

Mi son chiesta pietà!
Non basta tacciare quel pianto – l’ombra
si allunga su campi di terra.

L’abito unto, rassegnato alle forme,
si adagia e riposa.
In attesa di grazia – una vita nascosta.

*

Dribblo con il grigio della mente
fino a sbottonare queste mie mani
sempre a scrivere duellando con il destino
che campa a difesa del dogma.
Sono creature eretiche –
il prolungamento partigiano di questo corpo
condannato a guardare il mondo
dal buco delle scarpe.
Nemmeno sue.

*

Nati per coniugare il verbo
si vive sottoterra
dentro guerre mai dichiarate
tra donne duplicati di altre donne
mai a forma di se stesse.

La grandine conquista i deserti.
Il telegrafo mormora senza fili.
Nel disordine – il groviglio della storia
srotola la trama del tempo.

Torneranno gli aratri
e in campi d’infinito papaveri in fiore.

*

È imbarazzante la bellezza di un fiore – mistero informe –
mutismo elettivo che disseta a boccate il respiro – invade
polvere ed ossa.
Insemina l’aria
stella vestita di notte.

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Gisella Canzian è nata a Valdobbiadene (Treviso). Ora vive a Lamon (Belluno). Tutta la sua biografia è raccolta tra i versi che scrive.

Ascolta & Leggi: 101 Strings Orchestra con alcune poesie di Biagina Danieli

Biagina Danieli da Anzio sa portare sul foglio l’autenticità di una poesia che soffre, vive, gioisce. Ci riesce benissimo senza bisogno di particolari effetti speciali, ma speciale è l’affetto che nutre per la poesia e il rispetto con cui la tratta. Buona lettura.

il suo blog
https://biadoit.wordpress.com/

Riflessioni a caldo

e che parliamo troppo
mentre la vita
è quel battito in più
dopo ogni battito
mentre la morte è l’ultimo
tutto il resto è paura
vestita a festa

*

Sull’orlo del pozzo

Seduta sull’orlo del pozzo
contava granelli di sabbia,
uno per uno.

Un secolo dopo era ancora li.
Allora decise di contare le stelle,
una per una.

Un secolo dopo era ancora li.
Allora decise di contare le gocce del mare,
una per una.

Un secolo dopo era ancora li.
Alla fine decise di smettere
e di stare a guardare.

La sete di conoscenza dell’esatta consistenza della materia
non era più affar suo.
Perdeva solo tempo.

Seduta sull’orlo del pozzo,
lasciò al caos
l’ordine dell’universo.

*

Fate all’amore

Fate all’amore.
Ogni giorno
Ogni volta che potete
Ogni volta che volete

Fate all’amore
con dolcezza
con tenerezza
con cura

Fate all’amore
col sentimento
con l’anima
con trasporto

Datevi i corpi
stringetevi
fondetevi
plasmatevi

Che il sudore sia uno
così la fatica
così il respiro affannoso
così l’orgasmo

E il dopo sia riposo
Sia leggerezza
Sia viaggio nell’infinito
Sia liberazione

Poi rincominciate
con dolci carezze
languidi sospiri
e ardenti baci

Fate all’amore.
Ogni giorno
Ogni volta che potete
Ogni volta che volete

*

La mia fede

a sognare parole
d’amore
talmente belle
da far male.
all’amore
nelle mani virili
che mi accarezzano.
illusa e sola
sempre.
perché l’amore
che non esiste
è la mia fede

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Ascolta & Leggi: Carlo Rustichelli e poesie di Mary Barbara Tolusso

Brani tratti dalla raccolta L’inverso ritrovato (LietoColle 2003)

Trieste by day con sole di cotone

Passo di stanza in stanza
chiedendomi dove sono finiti
gli slip dell’anno scorso.
Mangio uno yogurt mentre alla radio
danno l’ouverture di Bach.
Tutti sappiamo più di quello che fingiamo di sapere
e vorremo vivere a Malibu con il culo al caldo.
Per ora ascolto un’orchestra sinfonica
che è più di quanto si possa sperare,
intanto gli slip non si trovano.
Nel giardino di fronte
la famiglia cuore
cerca i pezzi della piscina smontabile
e accende il barbecue per riempire il cielo di maiale arrosto.
Anche loro non trovano qualcosa ma hanno
tutte le mutande al loro posto.
È un quadro orribile
ma è una storia bellissima.

*

TEMPISMO ESISTENZIALE

in fondo è tutto qui
continuare a morire
mentre si vive all’insù di queste
cosce sollevate
continuare a vivere
mentre si guarda all’ingiù questa
poltiglia infilata da un ditale.
cader di bocca, sbattere le ali
su questa carne che pare incisa a metà
che inganna il tempo
fino a diventare identità.

*

ESAME DI COSCIENZA

al signor P.

molte cose sono davvero stupide
per esempio quando ti incontro per caso
sentire le palpitazioni come fosse la prima volta
e anche baciare i tuoi pullover,
dopo tutti questi anni,
non è una cosa proprio seria.
sarebbe molto più semplice
non averti incontrato,
quindi cambio prospettiva e ti osservo
dal bordo del desiderio e
dal bavero del disappunto,
ma la situazione non cambia.
c’è da chiedersi,
in una situazione come questa,
che senso abbia scrivere poesie.

*******************************************************************
Mary Barbara Tolusso (nata nel 1966 a Pordenone) lavora a Milano come giornalista. Ha pubblicato i volumi di poesia Cattive Maniere (Campanotto 2000), L’inverso ritrovato (LietoColle 2003), Il freddo e il crudele (Stampa 2012). È redattrice del Nuovo Quadernario di Poesia diretto da Maurizio Cucchi. Ha vinto il Premio Pasolini (2004) e il Premio Fogazzaro (2012). Dirige la rivista Almanacco del ramo d’oro (Il ramo d’oro, Trieste) e collabora alla nuova edizione dell’Almanacco dello Specchio (Mondadori 2005).

Letture amArgine: Alessandro Ceni – Michele Ranchetti – Ivano Ferrari – Remo Pagnanelli.

Poesie per Ferragosto.

Pugile alla 15° ripresa

Gong asciugamano secchio,
mai come dopo la morte
si fa evidente la stupidità degli oggetti.

Spenta l’acqua
chiusa la luce
cantando dall’abisso
adesso naviga nel punto esatto,
metti la prua tra i denti del vento
e fai quadrato nel gomitolo di corde.
Qualcuno
in controluce
appuntandovi lo sguardo
per qualche lungo attimo insistito
si allontana e sembra invece avvicinarsi,
camuffato ipotetico putativo,
e non capisci più
se l’esistenza è il senso di trappola
quando è lei che apre la porta con la chiave
oppure la pietà del barbiere che compone la salma
pur lasciandovi il senso della lama.

Alessandro Ceni

*

Mi getti contro i libri su cui leggo
la mia sorte in altrui
pervicaci immodestie
nelle saluti delle menti, in feste
d’intelligenza: scegli
quale testo rubare per nutrirti
di morte contro
di me. Perché percorrere
con il profilo dell’intelligenza
le linee della vita che tu neghi
e riscattarti in forme di ragione
se è il limite che varchi a farti vivo
dentro l’assenza?

Michele Ranchetti

*

MACELLO

Qualcuno si chiede se io ami
se durante il giorno cerco
o risolvo, se almeno vedo.
Quando guardano le mie labbra
o le mie mani e più maliziosamente giù, fra le cosce
sento sul corpo le domande
che mi attraversano
come una forca farebbe con la paglia.
Se faccio sanguinare il vento
se trasformo le foglie fredde
in involtini di carne,
se i cavalli bianchi del mio rinascimento
sono esposti sul bancone di una macelleria
non rinuncio alla mia umanità come voi
del resto.

Ivano Ferrari

*

Preludio e principio di fuga

Non pensarla come una trasgressione,
Non vantartene. È passata …
Soltanto una concisa trasvolata
Che termina in un clamore svolazzante
Di piume, con il solito scelto fondale
Biondo oro.

Te la sei vista brutta un momento
E credevi di non poter passare.
Invece attraverso te, bucandoti il corpo
È stato più facile del previsto;
Oh icona traditrice, so stare al gioco
E starci comporta far finta di non
Capire gli spostamenti e accettare
Compostamente la regressione.

Remo Pagnanelli

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Paola Malavasi

ATLANTIDE

Se un poeta inizia un racconto sulla strada
l’ultimo verso viene pronunciato in cima al monte.
Dal porto parte una domanda e con la nave salpa la risposta.
Il vento fruga tra le donne e l’uomo riconosce la sua
dall’odore che manca nell’orto, che poi è il profumo di Atlantide.

La bellezza si affaccia dalla porta di casa
nei capelli crespi pieni di conchiglie,
negli occhi rapiti della notte,
nel seno di donna, gonfio d’onde e di promesse.
La bellezza cerchia le case lucide,
le tinge di tramonti spessi, entra ovunque
perché nessuna casa possa dirsi perseguitata.
Non c’è altro, oltre la città senza tempo.
Ma il filosofo ambizioso immagina Atlantide nel giorno.
Pensa alla luce incerta del tramonto, a città moltiplicate.
Così in fila vengono le ore.
È festa di sorpresa, prima.
Desiderio e passione passano i corpi ad uno ad uno
e si cerca un uomo introvabile, una donna perduta,
una casa più alta, una distesa di verde e una torre.
Sorgono paesi di pietra, campane e fatica per ritrovarsi,
raddoppia l’urgenza di canti e rattoppi.
Eterni lavori di costruzione, riparazione e una certa malinconia
hanno ispirato tra l’altro questo canto.

*

LA CITTA’ DI LEGNO

Dimmi che è stato uno scherzo.
Dio Padre invisibile, tu per statuto,
li rimanderai presto a casa, i nostri cari?
Tu che raccogli a sera, in mazzo, tutti i padri
in quale prato hai messo il mio?
Lo ritroverò con un cestino di fragole in mano?
Vorrei sapere dove hai portato lui
e quelli delle città di legno e terra
che ingombrano sogni e dipinti.
E se stanno bene. E staremo bene? E poi
anche mio figlio starà bene? Gli lascerai
quel bel sorriso? Mi bacerà oltre la morte?
Era uno scherzo, di’?

*

IO PER PRIMA

Io vado avanti, tu vieni dopo?
Assaggio il latte, il vino, poi la carne.
Per prima provo il turbamento, respiro,
studio, lavoro, sbaglio le risposte.
Mi fermo un attimo a guardare la terra dove vivo e il sole.
Corro, mi eclisso.

Io sono avanti. Dopo ci sei tu.
Tu che ripeti. Io sono l’avanguardia.
Ti do uno sguardo, preparo la scia.
Cos’altro, se non questo farsi compagnia
cos’altro, se non questa differenza
tra me, tua madre e te, la discendenza?

*

IL SOSTITUTO

Nacque due anni dopo. Pronto
a calcare su gambe dapprima malferme lo stesso suolo
con gli occhi fissi all’azzurro, pronto
alle battaglie virili quotidiane.
Così naturale il suo senso del possesso
anche se niente era davvero suo,
né il mattonato, né i soldi, né i fiori, la pianta della casa.

Le strade del paese tacquero. Nessuna sorpresa
per la sua presenza da parte del lago e del cielo.
Di giorno in giorno rinominò le cose.

Così accadde nel recinto di nuvole e sentimenti,
nello spazio indifferente
che il morente prima e poi l’erede
avrebbero per sempre chiamato
casa.

*

Paola Malavasi
Viterbo 1965 – Venezia 2005