Ascolta & Leggi: Kraftwerk e Poesie di Primo Levi

L’addio

Ho colto questo filo di brughiera
Ricordati che l’autunno è morto
Non ci vedremo più sulla terra
Odore del tempo filo di brughiera
Ricorda ancora che io ti aspetto

*
Le pratiche inevase

Signore, a fare data dal mese prossimo
voglia accettare le mie dimissioni.
E provvedere, se crede, a sostituirmi.
Lascio molto lavoro non compiuto,
Sia per ignavia, sia per difficoltà obiettive.
Dovevo dire qualcosa a qualcuno,
ma non so più che cosa e a chi: l’ho scordato.
Dovevo anche dare qualcosa,
una parola saggia, un dono, un bacio;
ho rimandato da un giorno all’altro. Mi scusi,
Provvederò nel poco tempo che resta.
Ho trascurato, temo, clienti di riguardo.
Dovevo visitare città lontane, isole, terre deserte;
le dovrà depennare dal programma
o affidarle alle cure del successore.
Dovevo piantare alberi e non l’ho fatto;
costruirmi una casa, forse non bella, ma conforme a un disegno.
Principalmente, avevo in animo un libro meraviglioso, caro signore,
che avrebbe rivelato molti segreti, alleviato dolori e paure,
Sciolto dubbi, donato a molta gente
Il beneficio del pianto e del riso.
Ne troverà traccia nel mio cassetto,
in fondo, tra le pratiche inevase;
Non ho avuto tempo per svolgerla.
È peccato, sarebbe stata un’opera fondamentale.

*
Canto dei morti invano

Sedete e contrattate
A vostra voglia, vecchie volpi argentate.
Vi mureremo in un palazzo splendido
Con cibo, vino, buoni letti e buon fuoco
Purché trattiate e contrattiate
Le vite dei nostri figli e le vostre.
Che tutta la sapienza del creato
Converga a benedire le vostre menti
E vi guidi nel labirinto.
Ma fuori al freddo vi aspetteremo noi,
L’esercito dei morti invano,
Noi della Marna e di Montecassino,
Di Treblinka, di Dresda e di Hiroshima:
E saranno con noi
I lebbrosi e i tracomatosi,
Gli scomparsi di Buenos Aires,
I morti di Cambogia e i morituri d’Etiopia,
I patteggiati di Praga,
Gli esangui di Calcutta,
Gl’innocenti straziati a Bologna.
Guai a voi se uscirete discordi:
Sarete stretti dal nostro abbraccio.
Siamo invincibili perché siamo i vinti.
Invulnerabili perché già spenti:
Noi ridiamo dei vostri missili.
Sedete e contrattate
Finché la lingua vi si secchi:
Se dureranno il danno e la vergogna
Vi annegheremo nella nostra putredine.

*
Hotels

La camera è sola
Ognuno per sé
Presenza nuova
Si paga a mese

Il padrone dubita
Pagheranno
Giro per strada
Come una trottola

Il rumore delle carrozze
Il mio brutto vicino
Che fuma un acre
Tabacco inglese

O La Vallière
Che zoppica e ride
Delle mie preghiere
Tavolo da notte

E tutti insieme
In questo hotel
Sappiamo la lingua
Come a Babele

Serriamo le porte
A doppia mandata
Ognuno porta
Il suo solo amore

******************

Primo Michele Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) è stato uno scrittore, partigiano e chimico italiano, autore di racconti, memorie, poesie, saggi e romanzi.
Partigiano antifascista, il 13 dicembre 1943 venne arrestato dai fascisti in Valle d’Aosta, venendo prima mandato in un campo di raccolta a Fossoli e, nel febbraio dell’anno successivo, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebreo. Scampato al lager, tornò avventurosamente in Italia, dove si dedicò con impegno al compito di raccontare le atrocità viste e subite.
La sua opera più famosa, oltre che quella d’esordio, di genere memorialistico, Se questo è un uomo, racconta le sue terribili esperienze nel campo di sterminio nazista ed è considerato un classico della letteratura mondiale. Laureato in chimica, in alcune delle sue opere appaiono riferimenti diretti e indiretti a questa branca della scienza.

Annunci

Ascolta & Leggi: Tuxedomoon, No Tears e Daniil Charms poesie

Un uomo è uscito di casa
Con un bastone e un tascapane
E per un lungo viaggio
E per un lungo viaggio
E’ partito, solo come un cane.

Andava sempre dritto e avanti
E sempre avanti lui guardava.
Non dormiva, non beveva,
Non beveva, non dormiva.
Non dormiva, non beveva, non mangiava.

Poi una buona volta all’alba,
E’ entrato in un gran bosco folto
E da quel momento
E da quel momento
E da quel momento si è dissolto.

Ma se per qualche caso strano
Vi succedesse di vederlo
Allora presto ditelo
Allora presto ditelo
Abbiam bisogno di saperlo.

*

Io so perché le strade
staccandosi da terra
giocano con gli uccelli.
Mi è ben noto
dove muore il soldato
gridata l’ultima parola.
i bottoni di stagno del suo pastrano
son divenuti segno
del nuovo giunto in cielo.
Un sottile rametto di vento
soffia sulla tomba
il soldato con ampi battiti di costole
cattura le ruote aeree
che girano il sangue per la prosecuzione della vita.
Non è affatto difficile calcolare
quante volte al minuto batte il cuore del nemico e del combattente.
Ancora vorrei spiegarvi il modo
di esplorare i balconi del cielo
in essi il pendolo del sesto tempo
dispone profondi inchini.
voglio indicarvi la via della salvezza.

*

In un istante
Ho aperto cento libri
Volendo trovare il mezzo
Di fissare la natura del mondo
Andavo tra le asperita’ dell’infanzia
Senza veder dell’albero I consigli
Il mio filo della ragione
Risuonava tra I numeri
Gli occhi viaggiavano sulle righe
Raccogliendo un mucchio di pensieri
Sulle mie spalle rimbalzavano canne leggere
Curvavo in estasi le mie ossa
Sopra la rivista di una pingue vita
Dove le cicogne usando la leva di Archimede
Trascinano secchi d’ acqua per preparare il pranzo.

*

Ho pensato a lungo alle aquile
E ho capito molto:
Le aquile volano nelle nuvole,
Volano, senza sfiorare nessuno.
E ho capito сhe vivono le aquile su scogliere e montagne,
E fanno amicizia coi profumi del mare.
Ho pensato a lungo alle aquile,
Ma, a quanto pare, le ho confuse con le mosche.

*********************************************************

Daniil Ivanovič Juvačëv, vero nome di Daniil Charms o Kharms, nacque a San Pietroburgo il 30 dicembre 1905. Ancora molto giovane conobbe il carcere per via del suo coinvolgimento in atti sovversivi contro il regime zarista.
Inventò lo pseudonimo Kharms mentre frequentava il liceo alla scuola tedesca Peterschule: probabilmente fu influenzato dalla sua passione per il personaggio di Sherlock Holmes nato dalla penna di Arthur Conan Doyle. Indiscrezioni vorrebbero che abbia scarabocchiato il falso cognome Kharms addirittura in luogo delle sue vere generalità sul passaporto.
Nel 1924 iniziò a frequentare il Leningrad Electrotechnicum, dal quale venne espulso “per scarsa predisposizione alle attività sociali”. Dopo questa espulsione, si dedicò interamente alla letteratura. Si unì al circolo culturale di Sergej Sergeevič Tufanov, un poeta seguace di Velimir Chlebnikov e dei suoi concetti della poesia “zaum”. In questo stesso periodo Charms conobbe il giovane poeta Aleksandr Ivanovič Vvedenskij, con il quale strinse una solidale amicizia e collaborazione.
Nel 1927 nacque l’Associazione degli Scrittori per l’Infanzia e Charms venne invitato ad esserne membro, iniziando a produrre opere dedicate al mondo infantile a partire dal 1928 fino al 1941.
Nel 1928, Daniil Charms fondò il movimento d’avanguardia OBĖRIU, ovvero Unione dell’Arte Reale, abbracciando gli ideali artistici del Futurismo russo conosciuti ed affermati dai suoi maestri, Velimir Chlebnikov, Kazimir Malevič e Igor Terentiev. Il principio estetico di questo movimento si basava sulla convinzione della autonomia dell’arte dalle regole e dalle leggi del mondo reale e sul concetto che il significato del mondo e dei suoi oggetti dovesse essere ricercato al di là della loro funzione materiale e pratica.
A partire dalla fine degli anni venti i suoi versi anti-razionalistici, le sue ideazioni teatrali non conformiste, e i suoi comportamenti pubblici inneggianti al decadentismo e alla illogicità fecero guadagnare a Charms la fama di un eccentrico geniale ma folle all’interno dei circoli artistici e culturali di Leningrado.
Arrestato una prima volta il 10 dicembre 1931, condannato a tre anni di lavori forzati, commutati dopo sei mesi in esilio a Kursk, Charms venne nuovamente arrestato il 23 agosto 1941 durante l’assedio di Leningrado: internato, morì il 2 febbraio 1942 nella clinica psichiatrica detentiva nel carcere di Leningrado.
È stato ufficialmente riabilitato nel 1956.

Ascolta & Leggi: Poesie di Laura Pugno e una canzone dei Mazzy Star

dov’era il il bianco sulle dita,
o tra le clavicole
la pelle più chiara. Andranno avanti,
si farà sera
una volta e un’altra, le notti in cucina
e tutto quello che è animale è
vivo, è vivo

*

tutto si ferma, poi di nuovo
a strappi del mondo
è inizio,

tu in questa intermittenza,
ogni volta
ferita, corteccia

dicono che ne uscirebbe un latte bianco
e dolce, dolcissimo

tu ogni volta che appari,
in una forma
più consumata, meno mobile, perfetta

*

la pianta secca, morta
dentro, albero
hanno detto

o le piante grasse nei tuoi vasi,
sul balcone
curate con le dita, col calore
del fiato

le parole che dici sortilegio,
lo scendere della notte
lo sai che viene

*

il potere è questo
il suo, il nostro dici, noi
argento con argento,
il silenzio che cade improvviso nel giorno

e stella con la stella della luce,
della giornata che inizia

*

la ragazza attraversata dalla luce –
ombra
in forma di fulmine –
e tu faggio,
betulla nera,

la luce ti cola dalle mani

in forma di parole con metallo,
brunito ai bordi,
portato a incandescenza,

a oscurità: dirai e diranno,
ripetendo,
(mercurio vivo)

non avrai casa, è ora di andare,

sarà sempre,
la stessa ora fino all’ultima,

la casa –
comune ora – completamente aperta. Noi saremo
coperti dalle voci che ora parlano
di te, contro una porta

da dove s’intravede la distanza, un sì
di cielo o fiume, azzurro, verde-oscuro,
portando la corrente: lascia andare,
anche questa parola, brucerà con le altre

*

Laura Pugno ha pubblicato i romanzi La metà di bosco (Marsilio 2018), La ragazza selvaggia (Marsilio 2016), Sirene (Einaudi 2007, Marsilio 2017), Quando verrai, Antartide (minimum fax 2009 e 2011), La caccia (Ponte alle Grazie 2012) e il saggio In territorio selvaggio (Nottetempo).

In poesia: I legni (Pordenonelegge/Lietocolle, 2018), Bianco (Nottetempo 2016), I diecimila giorni: Poesie scelte 1991-2016 (Feltrinelli Zoom 2016), La mente paesaggio (Perrone 2010, in spagnolo Nácar, Huerga y Fierro 2016), DNAct (Zona 2008), Il colore oro (Le Lettere 2007). È in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi 2012).

Ha vinto il Premio Campiello Selezione Letterati, il Dedalus, il Frignano per la Narrativa e il Libro del Mare. Co-cura la collana di poesia I domani (Aragno). Dal 2015 dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid.

il suo sito:

http://www.laurapugno.it

*****************

Cinema amArgine: Poesia che mi guardi di Marina Spada (2009)

Leggo le parole dei poeti per capire il mio cuore e quello degli altri.

Poesia che mi guardi è un docu film di Marina Spada, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia del 2009. E’ incentrato, in forma quasi dialogica, sulla figura della poetessa Antonia Pozzi, non sempre ricordata e spesso dimenticata. La protagonista, Maria, è interpretata con molta intensità dall’attrice italo bulgara Elena Ghiaurov. E’ un film rarefatto, liquido, molto adatto a un pubblico di amanti della poesia, un film che consiglio vivamente.

E’ il racconto della figura di Antonia Pozzi, poetessa in parte dimenticata del Novecento Italiano, suicidatasi a soli 26 anni, Poesia che mi guardi analizza il ruolo dell’artista e, in particolare, del poeta all’interno della società di allora e di oggi, tracciando paralleli tra l’isolamento culturale di cui era stata vittima la Pozzi e l’efficacia comunicativa ribelle e pandemica degli H5N1, studenti di giorno, poeti attacchini di notte, interpretati nel film da tre giovani attori milanesi.

Ascolta & Leggi: Freur e Tre Poeti britannici contemporanei

CAROLINE CLARK

Translation Query

No word for resent in Russian,
you must take another route –
indignant, offended, hurt.
Inflated, shrinking, shrunk.
Resent – a tent built right up
out from you. Inside, cathedral,
firmament, night. Camera obscura,
pinhole of the mind. Never said,
never did, should have known. Memory
winds its way until the meaning’s all
your own. Twisted root. An inward
growing rose that blooms for you alone.
Speak now or forever hold its thorn.

*

Quesito di traduzione

Non esiste parola per risentirsi in russo,
si deve prendere un’altra strada-
indignato, offeso, addolorato.
Sgonfio, in calo, contratto.
Risentirsirsi –una tenda costruita proprio
fuori di te. Dentro, cattedrale,
firmamento, notte. Camera oscura,
foro della mente. Mai detto,
mai fatto, avresti dovuto saperlo. La memoria
si snoda fino a quando il significato
è tutto tuo. Radice attorcigliata. Una rosa
che cresce all’interno e che sboccia per te solo.
Parla ora o tieni per sempre la sua spina.

Traduzione italiana di Laura Corraducci

***

PJ HARVEY

La mano

La gente oltrepassa la mano.
Ci sono suoni di clacson e musica.
La gente oltrepassa la mano che mendica.

Tre ragazzi incappucciati incrociano le braccia
e schivano la mano,
la mano che mendica sotto la pioggia.

La donna vestita di blu non guarderà
la mano che mendica,
distesa sotto la pioggia.

La gente va e viene, gli occhi sui cellulari.
Nessuno prende la mano
distesa, luccicante sotto la pioggia.

Nel cavo della mano
c’è un quadrato di carta
ripiegata,

ma nessuno si sofferma sulla carta bianca
che riluce nella mano che mendica,
distesa e luccicante sotto la pioggia.

Traduzione italiana di Matteo Campagnoli

***

ZOE SKOULDING

Inventory

tape recorder

reel to reel beginning with
your own voice returning un-
like itself heavier and
thicker in rustles and clicks
of words outside the head where
a life may be erased with
its own sound replaying in
another room relatives
freeze up in the occasion
addressing a future that
doesn’t know them or a child
close to mic go on it’s like
a telephone but it won’t
say anything back hello

*

Inventario

registratore

bobina a bobina si inizia con
la tua stessa voce che ritorna di-
versa da sè più pesante e
più spessa in fruscii e scatti
di parole fuori dalla testa dove
una vita può cancellarsi col
proprio suono che si ripete in
un’altra stanza i parenti
si bloccano per l’occasione
rivolgendosi a un futuro che
non li conosce o a un bambino
vicino al microfono vai è come
un telefono solo che non
risponde pronto

Traduzione italiana di Marco Simonelli

**************************************

Ascolta & Leggi: “Cemetry Gates” degli Smiths e “Salti su, Dennis” di Simon Armitage

Salti su, Dennis

Un uomo faceva autostop sulla rampa dell’A 16
appena fuori Calais. Malgrado i lineamenti affilati
al cesello, e una disperazione nel linguaggio corporeo, mi
sentii in dovere di caricarlo, quindi alt la macchina e giù il
finestrino. Infilò dentro la testa e disse: “Sono
Dennis Bergkamp, giocatore di football dell’Arsenal. Stasera
c’è partita in Lussemburgo, ma siccome ho paura di
volare, viaggio via terra. Poi ho litigato con l’autista
e lui mi ha lasciato qui. Può aiutare?” Risposi: “Salti su
Dennis”. Buttò la sua roba nel baule e si allaccio la cintura
al mio fianco. “Come mai avete litigato?” Gli chiesi.
Dennis sospirò e scosse la sua testa di forma classica.
“Lui era ignorante. Lui disprezzava grande maestro
olandese Vermeer e ha detto che Rembrandt era omosessuale.”
“Beh” l’ho rassicurato “io questa grane non gliele darò.”
Abbiamo proseguito e il paesaggio filava via di lato.
E benché a fine carriera tradisse pecche nel gioco e isterismi,
Dennis fu un perfetto gentiluomo,
il perfetto compagno di viaggio.
Esempio, non pescò più
di quattro gelatine dal sacchetto aperto in mezzo a noi,
fu spiritoso e chiarificatore senza mai
abbassarsi al nome buttato lì o ai pettegolezzi da spogliatoio.

Verso il confine belga sentii nella voce
di Dennis una nota stanca, così per conciliargli il sonno
passai dai classici del Rock a easy listening. Solo vicino
alla periferia della città si riscosse
e guardo il suo rolex “Arriveremo proprio un pelo” disse.
“Perché non si cambia in macchina, ché la lascio
giù al campo?” gli proposi. “Buon piano” rispose, e
sgattaiolò dietro. In coda al mio occhio fu
un contorsionismo biancorosso, come Babbo Natale in una
trappola per tassi, anche se è chiaro che gli lasciai una
totale privacy, perché da buon autista di professione uso
solo gli specchietti laterali, mai il retrovisore. Un due tre
e si calò sul sedile al mio fianco, attento a non
graffiarmi la plancia coi tacchetti. “Ecco lo stadio”
dissi, svoltando in una viale affollato tutto pieno di sciarpe
e bandiere. Dennis corricchiò via verso il tornello,
oltre il quale i riflettori brillavano come la luce
di una galassia lontana.

E adesso debbo confessare che il signor Bergkamp fu
solo uno delle decine di Dennis approdatimi
a fianco sulla mia berlina media. Dennis
Healey, Dennis Hopper, Dennis Potter, Dennis Lillie,
il sottovalutato produttore discografico Dennis Bowell,
e tanti, tanti altri. Una volta portai Dennis Tatcher
dal distributore di Leicester Forest Est all’ippodromo
di Ludlow, e fu uno spasso dall’inizio alla fine, anche se
dovetti chiedergli di non fumare, e, chiaramente, di non
nominare mai la donna che ha introdotto la rabbia
nel Sud Yorkshire.

******************

Simon Armitage è nato nel 1963 ed è una delle figure di punta della nuova poesia europea. Seguito con incondizionati consensi della critica fin dal suo esordio avvenuto nel 1989 con la raccolta Zoom!, ha pubblicato a soli trentotto anni una raccolta di Selected Poems, appena tradotte in Italia da Luca Guerrieri per Mondadori. Ha pubblicato nove volumi di poesia e scrive anche per la radio, la televisione e per il cinema. Attualmente insegna alla Manchester Metropolitan University e ha pubblicato con Robert Crawford la Penguin Anthology of Poetry from Britain and Ireland since 1945. Stanno per uscire per la Faber & Faber due suoe nuove raccolte di poesie. E’ stato premiato al London’s Royal Festival Hall nel 1993. La poesia di Armitage si afferma per la forte aderenza al reale, che si realizza sia sul piano del linguaggio – prevalentemente di registro basso, parlato -, sia su quello dei contenuti – nei quali il poeta privilegia situazioni quotidiane, di nitida concretezza, segnate dall’epoca. Il suo procedere è spesso narrativo – con felicissimi passaggi da brevi flash a vere e proprie soluzioni poematiche – e il suo campo d’azione è vastissimo, poiché sa catturare con inesausta energia personaggi, luoghi ed eventi che si accavallano sulla pagina, e incalzano nel dettato con singolare efficacia e ricchezza di suggestioni. Ma non di meno il suo stile è raffinato, il suo controllo stilistico impeccabile. Un grande merito di Armitage, che è anche una indicazione precisa per la poesia d’oggi, è dunque nella sua capacità di coniugare un elevato livello di leggibilità con l’esattezza della parola e della forma. E tutto questo mentre ci racconta, con l’acutezza e il sentimento del poeta che osserva e partecipa, con disincanto e a volte con violenza, la nostra storia, il mondo in cui siamo immersi

Ascolta e Leggi: The Carousel Waltz e decennale di Simone Cattaneo

Tu sei un poeta. Ma chi lo vuole un poeta? A chi serve un poeta? (Flavio Santi)

I tuoi libri, uno solo forse, li trovi sottoprezzo in rete, come il tuo ricordo. (Flavio Almerighi)

*

Altro che mobilità sociale
vorrei venire su quel seno al silicone che una ragazzina
mostra ballando in mezzo al locale, mi pare di avere una
collana di orecchie umane, vorrei fare il kamikaze per mettermi
in evidenza, dimostrare quanto valgo, e già la vedo dileguarsi
nei bagni a spompinare a più non posso dei suoi bastardi coetanei,
sono troppo vecchio anche per questo. Esco dal locale, compro in un
supermercato una scatola di tonno e creo una sicura lama affilata.
Aspetto il primo maiale che passa.

*

Appesa per le caviglie ad un albero del viale
ho incontrato per la prima volta l’unica donna che ho mai amato,
avrei voluto proseguire ma mi ha chiesto uno sguardo
mi ha domandato di guardare un fiume inesistente fra le stelle,
quindi mi sono arrampicato fino all’orlo del suo viso ma
non si è scomposto, nulla del mio corpo mi ha nascosto.
Immersa nel suo odore mi ha aperto il petto così che
potessi sentire il suono del colore,
colmo di paura ho promesso che avrei imparato ad aspettare,
ho fatto un giro intorno all’albero e
la mia donna era svanita, rapita dalla frutta candita di
un’isola caraibica. Mi sono legato per le caviglie ad un lampione
per capire la sua prospettiva e riallineare la mira,
ammassati intorno a me sbavavano dei cani, con le mascelle di vetro
in fiamme ma la terra si è asciugata e la festa è finita.
Non ho più incontrato una donna così bella, forse sì,
è la carne che tutte le notti mi dorme accanto
persuasiva nelle cosce, elegante nelle mani, luce morale nei fianchi
ripiegata e indistinta come uno scheletro di pesce.
Sono certo, siamo l’uno la proposta dell’altra.

*

Aveva un piede valgo e studiava diteggiatura
mentre tramutava Ketamina liquida in cristalli per poi sniffarla
e mi chiese ad un tratto facendosi serio cosa ne pensassi
della situazione mediorientale e delle scarse risorse energetiche planetarie.
Mi sono tuffato sulla poltrona di pelle marrone del salotto e
ho chiesto un po’ di vino. Inizia la partita dell’Italia fra poco,
tutti in piedi a cantare qualcosa di diverso mangiandosi solfeggi e
salame: è solamente un’altra serata di calcio contaminato,
in attesa di una nuova leucemia.

*

La mia donna crea dipinti con i suoi capelli castani
sul mio petto scuro,
aspetta sulla soglia della mia carne ogni suo errore,
mi conforta dicendomi che soffrirò da solo,
cadrò e non mi solleverò,
ucciderò sette persone e avrò tanti giorni di carità
quanti un cane in un canile, rimarrò solo senza più denti,
farmaci né sentimenti
finirò come quello straniero incontrato un lunedì pomeriggio
in un caffè di Milano centrale.
Più o meno la sua vita era andata così – I had a woman,
she left me –. Nulla più di questo.

***********************************

SIMONE CATTANEO (Saronno, 1974-2009) ha pubblicato due libri: Nome e soprannome (Atelier, 2001) e Made in Italy (Atelier 2008). I libri editi sono stati riproposti insieme all’inedito, ultimo libro: Peace & Love (Il Ponte del Sale, 2012).