Ascolta & Leggi: Dusko Gojkovic e poesie d’amore brasiliane

Provami di nuovo

E perché vorresti la mia anima
nel tuo letto?
Ho detto parole
oscene liquide, deliziose, dure, perché era così che ci piaceva.
Ma non ho mentito, goduto del piacere, della lussuria,
né ho omesso che l’anima è al di là, alla ricerca di quell’altro.
E ripeto: perché
vorresti la mia anima nel tuo letto?
Rallegrati nel ricordo del rapporto e del successo.
Oppure provami di nuovo. Fammi.

Hilda Hilst

*

Canzone

Non fidarti del tempo o dell’eternità,
che le nuvole mi tirano per gli abiti
che i venti mi trascinano contro il mio desiderio!
Sbrigati, amore, che domani muoio,
che domani muoio e non ti vedo!
Non tardare così lontano, in un luogo così segreto, la
madreperla del silenzio che il mare comprime,
il labbro, limite dell’istante assoluto!
Sbrigati, amore, che domani muoio,
che domani muoio e non posso sentirti!
Adesso mi sembra di riconoscere
l’anemone aperto sul tuo viso
e intorno alle mura il vento nemico …
Sbrigati, amore, che domani muoio,
che domani muoio e non te lo dico …

Cecília Meireles

*

Futuri amanti

Non affrettarti, no
Che niente è per ora
L’amore non ha fretta
Può aspettare in silenzio
In fondo a un armadio
Nel post-
millenni Millenni, millenni
Nell’aria

E chissà, allora
Rio sarà
Una città sommersa
I subacquei arriveranno
Esplora la tua casa La
tua stanza, le tue cose La
tua anima, deviazioni

Saggio invano Proverà
a decifrare
L’eco di vecchie parole
Frammenti di lettere, poesie
Bugie, ritratti
Tracce di strana civiltà

Non avere fretta, no
Che niente è per ora L’
amore sarà sempre amare gli
amanti del futuro, forse

Ci ameremo senza sapere
Con l’amore che una volta ho
lasciato per te

Chico Buarque

*

Teresa

La prima volta che ho visto Teresa
ho pensato che avesse delle gambe stupide,
ho anche pensato che la faccia somigliasse a una gamba

Quando ho rivisto Teresa
ho pensato che gli occhi fossero molto più vecchi del resto del corpo
(gli occhi sono nati e hanno passato dieci anni aspettando che il resto del corpo nascesse)

La terza volta non vidi più nulla.
I cieli si mischiarono con la terra
e lo spirito di Dio si mosse di nuovo sulla superficie delle acque.

Manuel Bandeira

*

L’amore ha mangiato il mio nome, la mia identità, il mio
ritratto. L’amore ha mangiato il mio certificato di età, la
mia genealogia, il mio indirizzo. L’amore ha mangiato i
miei biglietti da visita. L’amore è venuto e ha mangiato tutte
le carte in cui ho scritto il mio nome.
L’amore ha mangiato i miei vestiti, le mie sciarpe, le mie
camicie. L’amore ha mangiato metri e metri di
cravatte. L’amore ha mangiato la misura dei miei abiti, il
numero delle mie scarpe, la taglia dei miei
cappelli. L’amore ha mangiato la mia altezza, il mio peso, il
colore dei miei occhi e dei miei capelli.
L’amore ha mangiato le mie medicine, le mie prescrizioni
mediche, le mie diete. Ho mangiato le mie aspirine, le
mie onde corte, i miei raggi X. Mangiato il mio
test mentali, i miei esami delle urine.
L’amore ha mangiato tutti i miei libri di
poesie sullo scaffale. Ho mangiato le citazioni
in versi nei miei libri in prosa. Ha mangiato le parole del dizionario che
potevano essere messe insieme in versi.
Affamato, l’amore ha divorato gli strumenti per il mio uso:
pettine, rasoio, spazzole, forbicine per unghie, coltellino tascabile. Affamato
eppure, l’amore divorava l’uso dei
miei utensili: i miei bagni freddi, l’opera cantata
in bagno, lo scaldabagno morto
che sembrava una centrale elettrica.
L’amore ha mangiato la frutta messa in tavola. Beveva
l’acqua dei bicchieri e delle piccole stanze. Ha mangiato il pane
apposta nascosto. Ho bevuto le lacrime dagli occhi
che, nessuno sapeva, erano pieni d’acqua.
L’amore è tornato a mangiare i fogli dove
ho scritto di nuovo il mio nome senza pensarci.
L’amore ha rosicchiato la mia infanzia, con le dita macchiate di vernice, i
capelli che mi cadevano negli occhi, gli stivali non hanno mai brillato.
L’amore rosicchiava il ragazzo sfuggente, sempre negli angoli,
e che grattava i libri, mordeva la matita, camminava per strada
calciando sassi. Rosicchiava le conversazioni, dalla
stazione di servizio sulla piazza, con i cugini che sapevano tutto
di uccelli, di una donna, di marche di
automobili. L’amore ha mangiato il mio stato e la mia città. Prosciugò l’
acqua morta dalle mangrovie, abolì la marea. Mangiava le
mangrovie ricci e dalle foglie dure, mangiava il verde
acido dai canneti che ricoprono le colline
regolari, tagliate dalle barriere rosse, dal
trenino nero, dai camini. Mangiava l’odore della
canna tagliata e l’odore dell’aria di mare. Mangiava persino quelle cose di
cui disperavo di non sapere come parlare
in versi.
L’amore ha mangiato fino ai giorni non ancora annunciati nei
volantini. Ha mangiato i minuti anticipati del
mio orologio, gli anni che le linee sulla mia mano gli
garantivano. Ha mangiato il futuro grande atleta, il futuro
grande poeta. Ha mangiato i futuri viaggi intorno alla
terra, i futuri scaffali per la stanza.
L’amore ha mangiato la mia pace e la mia guerra. Il mio giorno e la
mia notte. Il mio inverno e la mia estate. Mangiato il mio
silenzio, il mio mal di testa, la mia paura della morte.

João Cabral de Melo Neto

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Ascolta & Leggi: Chet Baker con poesie di Magda Zavala

Nata da tremenda partenogenesi stellare
per l’insolita esplosione dell’abbagliante Coatlicue,
durante la sua prima gioventù, gravida,
senza sapere a causa di chi, né il perchè,
lei, Ix’chel,
l’espulsa,
appena collocata sulle alture
dovette deambulare, come fosse tuttavia incessante,
intorno alla madre.

Perchè deve continuare a ruotare,
guardando la sua precorritrice sempre azzurra
e lei così bianca, così colpita,
così fatta per sopportare gli spari erratici
giunti dal cuore dell’universo?
si domandò Ix’chel.
Mentre, sulla costiera, terra ed acqua
perdevano la loro antica confusione,
si destavano, vivaci, i piccoli
sulle montagne cristalline con sapore di sale
ed era il principio del ritmo incessante
nel ventre di Coatlicue,
trasformata dalla partenza di sua figlia,
ormai un’assenza presente,
una compagnia remota,
una spettatrice che interviene
con il suo velo d’argento.

Forse un giorno i passi di entrambe si logoreranno
e l’eterno ruotare le allontanerà, smarrite l’una dell’altra.

(Traduzione a cura di Tomaso Pieragnolo)

*

Trattato di baci

Mi baciavi con tutta la bocca.
Tanto da pensare che nulla avresti lasciato per te.

Con la robusta freschezza della frutta turgida, le tue labbra.
La tua lingua, un mollusco abile
e sorridente.

Il tuo alito mi baciava nelle orecchie
e il rumore sibilante, oscuro,
dei tuoi inviti.

Talvolta mi baciasti nella distanza del corpo.

Sono stata nella tua bocca, nelle tue labbra, nella tua saliva,
nella breve pressione dei tuoi denti,
nel saggio percorso del tuo olfatto.

Mille volte sono stata nei tuoi sorsi di idromele,
fino a quando restò soltanto
un tocco di addio
sulle guance.

*

Vado sempre pensando che mi diluirei

Vado sempre pensando che mi diluirei
anziché lasciarti.
Così goffa è la mia pazzia
e più ancora la speranza che tu cambierai.

Per questo rimango, ostinata,
benché giorno dopo giorno ti guardo come sempre,
deambulando verso il tuo sovrano gusto
in rotte erratiche,
soltanto con la tua stessa presenza
in differita.

Se resto qui è per puro vizio
di aspettare miracoli.

*

NOSTALGIA GROSSA NELLA GOLA

Quando mi mancano le tue mani ai miei fianchi,
quella risata piena e vibrante,
il tuo impeto di ragazzo innamorato,
quel fascino per la luna degli zingari letterari
e i nostri giochi segreti con nomi propizi,
le nostre lettere d’amore,
i messaggi sotto la porta
e la tiepidezza dei tuoi richiami…
mi consolo pensando che fu un delizioso miraggio,
una fantasticheria in liquore di miele,
un grappolo di delizie mescolate
a saltelli e sorrisi
di acrobati innocenti.

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Magda Zavala è poeta e narratrice della Costa Rica, nata nel 1951, vive a Heredia, a pochi chilometri dalla capitale San José. Ha svolto un intenso lavoro come critico letterario e professore universitario. Suoi primi testi poetici e narrativi appaiono su riviste e antologie dall’inizio degli anni settanta.

Ascolta & Leggi: Hang Massive con poesie di Barbara Korun

NON DANNEGGIARMI

Non danneggiarmi quando mi penetri.
Ferita dalla tua morbidezza e dalla
tenerezza. Le forze a stento
mantengono ancora l’equilibrio.
Conosco il tuo acume,
la tua sottigliezza.
Con gesto lento, preciso
abbatterai gli argini.
Nel cielo comincerà
a risplendere l’aurora polare.

*

LO SPECCHIO

Un uomo si china su di me
come sopra l’acqua.
Nello specchio della mia acqua
desidera vedere il suo volto.
Ma la mia acqua è scura,
scura e profonda e
non gli rinvia il riflesso.
L’uomo cerca, sorpreso,
stupefatto, e temo
che salterà dentro, in me,
per frugare nel mio profondo
il suo viso morto,
morto.

*

IN UNA NERA NOTTE D’ESTATE

in una nera notte d’estate
sono andata nel giardino
a cogliere una rosa per te
ha lottato a lungo
con tutte le sue spine
frusciando con le foglie
adesso attendo
a un angolo della casa
il tuo arrivo
sento
come freme
nelle mie mani
come nell’oscurità
scorre il suo caldo sangue

*

IL LEONE

È un leone il mio amore per te. Un leone d’oro, un leone
dalla pelle e dagli occhi dorati. Mi cammina sempre
accanto e quando mi siedo per riposarmi, si sdraia ai miei
piedi come un cane fedele, devoto. Gioco con lui, mi sdraio
tra le sue zampe e lascio che mi rotoli come un cucciolo,
sento con precisione il peso delle sue zampe e i suoi artigli
acuminati. E fiuto l’alito di un animale carnivoro.
Adesso sta morendo, il leone d’oro. Mi segue sempre più
vacillante e talvolta mi raggiunge nel momento in cui ormai mi
alzo dal giaciglio. Intorno al muso tracce di sangue rappreso. Giace
sul fianco e mi guarda con il suo sguardo giallo, quasi spento. Leone,
dov’è la tua forza? Dove si è perduta la tua voce? Posso soltanto
sdraiarmi tra le tue stanche zampe e chiudere gli occhi con te.

*

DUE

Due si spogliano
si tolgono le vesti
si sfilano le scarpe
si levano i gioielli e l’orologio
si denudano completamente
continuano a spogliarsi
con mani carezzevoli
si tolgono la professione il nome
le abitudini quotidiane
con baci pazienti
si liberano dei loro amori
trascorsi delle loro attese
con morsi profondi si disfano
degli anni della loro passione
con la bocca a vicenda
si sbarazzano del sesso
si svestono dell’infanzia
(operazione lunghissima)
si tolgono di dosso la mamma
e il padre con energici lavacri
forti abbracci e strusciate
di corpo a corpo
ed effusione di linfa
raggiungono le tenebre
mai nominate alle quali
danno a ritroso dei nomi
che man mano dimenticano
quando s’infiammano
continuano a spogliarsi
attraverso il riso il pianto
i gemiti e le grida
fino all’innominabile
carnalità
di là della nascita
sono nudi.

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Barbara Korun è nata nel 1963 a Ljubljana in Slovenia dove tuttora risiede. Laureata in slavistica e letterature comparate, docente di lettere in diversi ginnasi della capitale slovena, saggista, critico letterario e teatrale, ma soprattutto poeta, ha lavorato anche in alcuni teatri sloveni con l’incarico di curare il linguaggio e l’interpretazione artistica degli attori.
Nel 1999 pubblica con la casa editrice Mladinska knjiga di Ljubljana la raccolta di poesie “Ostrina miline” (La scabrosità della dolcezza), premiata come miglior opera prima.
Nel 2003 il Circolo editoriale Apokalipsa di Ljubljana dà alle stampe la sua seconda opera, questa volta di prose poetiche, “Zapiski iz podmizja” (Scritti da sotto il tavolo).
L’anno successivo vede la luce la sua terza silloge “Razpoke” (Spaccature), presso l’editrice Nova revija. Nel 2011 di nuovo il circolo editoriale Apokalipsa pubblica “Pridem takoj” (Vengo subito), grazie al quale ha vinto il premio Zlata ptica (L’uccello d’oro) per la letteratura e il premio Veronika.
Nel 2014, pubblica la raccolta “Čečica” (Turbata d’amore) e nel 2016, “Vmes” (In mezzo).
È presente in numerose antologie nazionali e internazionali ed è tradotta in ventiquattro lingue.
Organizza letture di poetesse slovene ed è attiva nella promozione di poesia nelle scuole.
È del 2013 il suo primo libro italiano “Voglio parlare di te notte. Monologhi”, tradotto da Jolka Milič e pubblicato dalla Multimedia Edizioni.
Negli ultimi anni ha lavorato come volontaria nei campi profughi in Slovenia.
Entro quest’anno è prevista la pubblicazione del suo secondo libro italiano, “Odore umano” sempre nella traduzione di Jolka Milič e sempre per Multimedia Edizioni.

Ascolta & Leggi: Lucio Battisti con poesie di Gioconda Belli

EROS E’ L’ACQUA

Tra le tue gambe
il mare mi mostra strane scogliere coralline

rocce superbe coralli magnifici
contro la mia grotta di conchiglie madreperlata

tu mollusco di sale segui la corrente
l’acqua scarsa scopre le pinne
mare nella notte con lune sommerse
il tuo ondeggiare brusco il mio pulsare di spugna
i cavalli minuscoli fluttuanti fra i gemiti
aggrovigliati in lunghi pistilli di medusa

Amore tra delfini
a balzi ti tuffi sul mio fianco leggero
ti accolgo in silenzio ti guardo tra bollicine
le tue risa cerco con la bocca spuma
leggerezza dall’acqua ossigeno dalla tua

vegetazione di clorofilla

dagli occhi argentati
fluisce il lungo sguardo finale
ed emergiamo da corpo acquatico
siamo di nuovo carne
una donna e un uomo
tra le rocce.

*

Consigli per una donna forte

Se sei una donna forte
proteggiti dalle bestie che vorranno nutrirsi del tuo cuore.
Usano tutti i travestimenti del carnevale della terra:
si vestono da sensi di colpa, da opportunità,
da prezzi che si devono pagare.
Non per illuminarsi con il tuo fuoco
ma per spegnere la passione
l’erudizione delle tue fantasie
Non perdere l’empatia, ma temi ciò che ti porta a negarti la parola,
a nascondere chi sei,
ciò che ti obbliga a essere remissiva
e ti promette un regno terrestre in cambio
di un sorriso compiacente.
Se sei una donna forte
preparati alla battaglia:
imparare a stare sola
a dormire nella più assoluta oscurità senza paura
che nessuno ti tiri una fune quando ruggisce la tormenta
a nuotare contro corrente.
Educati all’occupazione della riflessione e dell’intelletto.
Leggi, fai l’amore con te stessa, costruisci il tuo castello,
circondalo di fossi profondi però fagli ampie porte e finestre.
E’ necessario che coltivi grandi amicizie
che coloro che ti circondano e ti amano sappiano chi sei,
che tu faccia un circolo di roghi e accenda al centro della tua stanza
una stufa sempre accesa dove si mantenga l’ardore dei tuoi sogni.
Se sei una donna forte proteggiti con parole e alberi
e invoca la memoria di donne antiche.
Fai sapere che sei un campo magnetico.
Proteggiti, però proteggiti per prima.
Costruisciti. Prenditi cura di te.
Apprezza il tuo potere.
Difendilo.
Fallo per te:
Te lo chiedo in nome di tutte noi.

*

QUESTA SOLITUDINE DOMENICALE

Sono qui,
nuda,
sulle lenzuola solitarie
di questo letto in cui ti desidero.
Guardo il mio corpo,…
liscio e rosato nello specchio,
il mio corpo
che è stato avido territorio dei tuoi baci,
questo corpo pieno di ricordo
della tua incontenibile passione
sul quale hai combattuto sudate battaglie
nelle lunghe notti di gemiti e di risa
e di sudori dalle mie cavità profonde.
Guardo i miei seni
che sistemavi sorridendo
nel palmo della tua mano,
che stringevi come uccellini nelle tue gabbie di cinque sbarre,
mentre un fiore mi si accendeva
e arrestava la sua dura corolla
contro la tua dolce carne.
Guardo le mie gambe,
lunghe e lente conoscitrici delle tue carezze,
che ruotavano rapide e nervose sui loro cardini
per aprirti il sentiero della perdizione
proprio verso il mio centro
verso la dolce vegetazione del campo
dove hai ordito taciti combattimenti
coronati dal piacere,
annunciati da raffiche di fucile
e da arcaici tuoni.
Mi guardo e mi vedo,
è lo specchio di te che si tende dolente
su questa solitudine domenicale,
uno specchio rosato,
un calco vuoto che cerca l’altro suo emisfero.
Piove a dirotto sul mio volto
e penso soltanto al tuo amore lontano
mentre difendo
con tutte le mie forze,
la speranza.

*

Non mi pento di niente

Dalla donna che sono,
mi succede, a volte,
di osservare, nelle altre, la donna che potevo essere;
donne garbate, laboriose, buone mogli,
esempio di virtù,
come mia madre
avrebbe voluto.
Non so perchè
tutta la vita
ho trascorso a
ribellarmi a loro.
Odio le loro minacce
sul mio corpo
la colpa che le loro vite
impeccabili,
per strano maleficio
mi ispirano;
mi ribello contro le loro buone azioni,
contro i pianti di nascosto
del marito,
del pudore della sua nudità
sotto la stirata e inamidata biancheria intima.
Queste donne,
tuttavia, mi guardano
dal fondo dei loro specchi;
alzano un dito accusatore
e, a volte, cedo al loro sguardo di biasimo
e vorrei guadagnarmi il consenso universale,
essere “la brava bambina”, essere la “donna decente”,
la Gioconda irreprensibile,
prendere dieci in condotta
dal partito, dallo Stato,
dagli amici,
dalla famiglia, dai figli
e da tutti gli esseri
che popolano abbondantemente
questo mondo.
In questa contraddizione inevitabile tra quel che doveva essere
e quel che è,
ho combattuto numerose
battaglie mortali,
battaglie a morsi, loro contro di me
– loro contro di me che sono me stessa –
con la psiche
dolorante,
scarmigliata,
trasgredendo progetti ancestrali, lacero le donne che vivono in me
che, fin dall’infanzia, mi guardano torvo
perchè non riesco nello stampo perfetto dei loro sogni,
perchè oso essere quella folle, inattendibile, tenera e vulnerabile
che si innamora come una triste puttana
di cause giuste,
di uomini belli
e di parole giocose
Perchè, adulta, ho osato vivere l’infanzia proibita
e ho fatto l’amore sulle scrivanie nelle ore d’ufficio,
ho rotto vincoli inviolabili
e ho osato godere
del corpo sano e sinuoso
di cui i geni di tutti i miei avi mi hanno dotata.
Non incolpo nessuno. Anzi li ringrazio dei doni.
Non mi pento di niente, come disse Edith Piaf:
ma nei pozzi scuri in cui sprofondo al mattino,
appena apro gli occhi,
sento le lacrime che premono,
nonostante la felicità che ho finalmente conquistato,
rompendo cappe e strati di roccia terziaria e quaternaria,
vedo le altre donne che sono in me,
sedute nel vestibolo
che mi guardano con occhi dolenti e mi sento in colpa per la mia felicità.
Assurde brave bambine mi circondano e danzano musiche infantili
contro di me;
contro questa donna fatta, piena,
la donna dal seno sodo
e i fianchi larghi,
che, per mia madre e contro di lei, mi piace essere.

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Gioconda Belli (Managua, 9 dicembre 1948) è una poetessa, giornalista e scrittrice nicaraguense.
Ha al suo attivo quattro libri di narrativa, nei quali vengono esplorati alcuni temi ricorrenti, come le vicissitudini politiche del suo paese e la lotta sandinista, il femminismo e l’emancipazione della donna, il rapporto tra l’America precolombiana e il Sud America attuale, e un certo livello di misticismo. È anche autrice di diverse raccolte di poesie, caratterizzate da una poetica sensuale e femminile.

Ascolta & Leggi: Erik Satie e quattro poesie con poco zucchero

Camerardente

Nello sciame quantico
quanti siamo? Affondiamo
sempre più nella lingua
deglutiti da boschi d’alfabeti
si emerge a cercare calma
ci tiene a galla
un confine mai divelto.
Una corruzione inesorabile accompagna la crescita
e la parola
confine tra uomo e uomo
da questo abisso
risalire sarà una guerra
fino alla conchiglia delle mani
a scoprire una perla dal brillio del latte
pronta a esplodere o, nel peggiore dei casi
a perdere splendore
fino a ingrigire e spegnere
anche la luce intorno.
Dicono che sono caduti – i confini
ma com’è possibile? Erano tutt’uno
con le carni dei vicini e le ansie
da finitudine imperfetta
e la materia della lontananza!
Si è vissuti in un coagulo eroso
dal protendersi di opposti versanti
dalla notte delle strategie
da un misurato marasma.
Si è sopravissuti in sanguinaccio di identità.
E ora questa notizia!
……
Quindi ciò che sento è la presenza
di un arto fantasma?
Alla luce del desiderio del desiderio
sono evidenti le storture dello sguardo
i crampi alla percezione del reale
mentre il rimpianto dei confini
– poggiati su cuscini – di raso
è un’ode di cinque o sei versi
lungo i quali so schiantarmi e ricompormi
alla penombra della loro camera ardente.
Ho tenuto tra le mani il mio osso
ora non posso più respingermi
ma rischio di lasciarmi annegare
in questo che è il mio riflesso
e sembra mare.

Antonella Bukovaz

*

Tempi e modi

Il quando
dipende da fibra e carattere,
dall’area colpita o eventuale
insorgere d’altra patologia.
Il mentre
si connota per sonnolenza,
ritiro psichico e non appetenza;
sguardo rivolto a una fonte di luce.
Il dopo
prevede si constatino l’assenza
di respiro, di attività cardiaca
e neuromuscolare. Della vita.

Coperto il corpo infine,
– il tempo che il medico arrivi –
un’ultima riga si aggiunge
alla cartella clinica. Per chiuderla.

Sebastiano Gatto

*

I rimpianti fanno povere le cose, fanno l’amore
storto. Dicono che chi pensa al passato invecchia
prima. Dicono di non girarsi mai verso la fine.
Il ricordo è un esile risveglio di corpi, mani
mobili universi in agguato…
Il mondo è sottile

tutti erano già in cammino

nella feroce precisione di un nome
che ritorna al tavolo di un bar, dentro
la tazza di caffè, in fondo a un nome: ora…
Per cui non dirmi chi hai amato
in passato, né chi potrai avere in futuro.
Il tempo è una cosa seria.

Mary Barbara Tolusso

*

Biglietto lasciato prima di non andar via

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
È stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Giorgio Caproni

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Ascolta & Leggi: Simon Jeffes con tre poesie di Carol Ann Duffy

Anne Hathaway

Il letto in cui ci amavamo era un mondo vorticoso
di foreste, castelli, fiaccole, scogliere, mari
in cui lui si tuffava in cerca di perle. Le parole del mio amore
erano una pioggia di stelle cadenti come baci
su queste labbra; il mio corpo faceva col suo ora una rima
più dolce, ora un’eco, un’assonanza; il suo tocco
era un verbo che danzava in mezzo a un nome.
Certe notti sognavo che mi aveva scritto, il letto
una pagina sotto le sue mani di scrittore. Romanzo
e dramma recitati da odore, gusto, tatto.
Nell’altro letto, il migliore, sonnecchiavano gli ospiti,
sbavando la loro prosa. Vive l’amore mio, ride –
lo tengo della mia testa di vedova nel forziere
come lui teneva me in quel letto, non il migliore.

da La moglie del mondo (Le Lettere, 2002), traduzione e cura di Andrea Sirotti e Giorgia Sensi.

*

A San Valentino

Non una rosa rossa o un cuore di raso.

Ti do una cipolla.
È una luna avvolta in ruvida carta scura.
Promette luce
come il lento spogliarsi dell’amore.

Eccola.
Ti accecherà di lacrime
come un amante.
Renderà il tuo riflesso
un traballante ritratto di dolore.

Sto cercando di essere onesta.

Non un biglietto lezioso o baci per interposta persona.

Ti dò una cipolla.
Il suo bacio pungente resterà sulle tue labbra,
possessivo e fedele
come noi,
finché lo saremo noi.

Prendila.
I suoi cerchi di platino si riducono a un anello nuziale,
se vuoi.
Letale.
Il suo odore si appiccicherà alle tue dita,
al tuo coltello.

da La donna sulla luna (Le Lettere, 2011), a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

*

La donna della luna

Carissime, vi scrivo dalla luna
dove mi nascondo dietro la famosa luce.
Come potevate mai pensare un uomo quassù?
Una mucca ha fatto un salto. Il piatto è scappato

col cucchiaio. Ciò che mi è giunto da voi sono gioie, i lutti,
le risate, le perdite, i sogni, le vostre vite
brevi, la mia lunga, una geniale solitudine. Devo avere
un migliaio di nomi per la terra, mia vocazione azzurra.

Me ne vado in giro, la luna dieta di luce, un filo di pera,
spicchio di limone, fetta di melone, mezza arancia,
cipolla d’argento; il vostro suono umano cade nello spazio,
la canzone della nascita, la canzone dell’amante, la canzone della morte.

Affezionata come le parole alle cose, io fisso attonita, truce; deserti
dove c’erano foreste, mari malsani. Quando scende la notte, vi vedo
ricambiare lo sguardo come se udiste il mio Carissime,
cosa avete fatto, cosa avete fatto al mondo?

da Le api (Le Lettere, 2014), traduzione Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

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per saperne di più

https://it.wikipedia.org/wiki/Carol_Ann_Duffy

Ascolta & Leggi: Franz Berwald con poesie di Paul Celan

Fuga di morte
da “Papavero e memoria” (“Mohn und Gedachtnis”)

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

*

Con alterna chiave
da “Di soglia in soglia” (“Von Schwelle zu schwelle”)

Con alterna chiave
tu schiudi la casa dove
la neve volteggia delle cose taciute.
A seconda del sangue che ti sprizza
da occhio, bocca ed orecchio
varia la tua chiave.

Varia la tua chiave, varia la parola
cui è concesso volteggiare coi fiocchi.
A seconda del vento che via ti spinge
s’aggruma attorno alla parola la neve.

*

Mandorla

Nella mandorla – cosa sta nella mandorla?
Il nulla.
Nella mandorla sta il nulla.
Lì sta e sta.

Nel nulla – chi sta? Il re.
Lì sta il re, il re.
Lì sta e sta.

Ricciolo ebreo, non diventare grigio.

E il tuo occhio – per dove sta il tuo occhio?
Il tuo occhio sta davanti al nulla.
Sta verso il re.
Così sta e sta.

Ricciolo d’uomo, non diventare grigio.
Mandola vuota, blu regale.

*

Corona
da “Papavero e memoria” (“Mohn und Gedachtnis”)

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
E’ tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
E’ tempo che sia tempo.

E’ tempo.

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per saperne di più:
https://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Celan

Ascolta & Leggi: Osanna con poesie di Silvia Bre

E a chi ti dice nomina il tuo centro
la sorda dominante che ti agita, tu che non basti
a incoronare lo zoppicante pentirsi delle sere
quando la compresenza silenziosa strazia
e non arrivi a tenere tra le braccia tanta cenere
scalza nell’oltre delle tombe, nelle facce deturpate dalla grandine,
dichiara il centro, accusano, quale fuoco avvolge una che piange,
entra nella tua specie come bestiame d’alberi
tra gli interstizi del come, il bosco della bocca
quando dormi, la tensione straniera che ti aggancia
nella dimostrazione, lo sconosciuto che ti conosce e ti dilapida,
dillo trionfando che non ci sei, non hai cuore,
è un’altra l’unità da pronunciare, analfabeta,
e non sai quale, non sai farlo.

*

Ognuno vuole avere il suo dolore
e dargli un corpo, una sembianza, un letto,
e maledirlo nel buio delle notti,
portarlo su di sé tenacemente
perché si veda come una bandiera,
come la spada che regala forze.
Ma c’è persa nell’aria della vita
un’altra fede, un dovere diverso
che non sopporta d’esser nominato
e tocca solamente a chi lo prova.
È questo. È rimanere
qui a sentire come adesso
l’onda che sale nelle nostre menti,
le stringe insieme in un respiro solo
come fosse per sempre,
e le abbandona.
Ma nemmeno la pupilla d’un cieco
dimentica l’azzurro che non vede.

da Marmo (Einaudi, 2007, premio Viareggio)

*

Freccia

Che debole io nel mezzo
a vibrare tra la freccia e il sangue,
disarmato, sfranto, non fosse
per il fiato che mi passa,
per il disegno che lascia da ascoltare,
che trascina, non fosse per il pianto uguale
che ci tiene e vi riguarda
e chiede, e fa che io rimanga.

Ma non capisco. Ho sonno.
Non capisco.
Quello che accade non ha le sue parole.
Non mi serve una tragedia,
basta il coro,
il costante lamento del destino.
Basto io stesso che imploro.

Preso da un grido
senza un argomento da toccare
è per voi che comincio?

*

Quali ripari vado immaginando…
È dove non s’avverte che universo
remoto al mio dolere e le sere
farsi previsione sterminata, case
libere al vento. Sono le illuse strade
dove la fortuna d’un momento
sparendo mi ritrova e io m’accendo
alla più magra luna senza cielo:
con tanti minuscoli bagliori
si fa il sereno d’una notte.
Così il tempo mi svola, le ali accosta
nella fine di una lucciola stanca
a cercar sosta – ma pure i fili d’erba tra le rovine
sono contenti della primavera
e per la quercia grande che m’invento
s’allunga in belvedere una finestra
via dal deserto, e l’ombra piove,
come se fossi già quel che divento.

da Le barricate misteriose (Einaudi, 2001)

****

Silvia Bre è nata a Bergamo nel 1953 e vive da molti anni a Roma. Ha esordito nel 1990 con la raccolta di poesie I riposi, alla quale hanno fatto seguito Le barricate misteriose (Premio Montale nel 2001), Sempre perdendosi (2006, portato a teatro da Alfonso Benadduce), Marmo ( Premio Viareggio nel 2007) e La fine di quest’arte (2015). Ha curato numerose traduzioni tra le quali Il Canzoniere di Louise Labé (Mondadori, 2000), Centroquattro poesie (Einaudi, 2011) e Uno zero più ampio (Einaudi, 2013) della poetessa statunitense Emily Dickinson.
Il 10 marzo 2019 ha ricevuto il “Premio maggiore” per la traduzione (edizione 2018, consistente in una pergamena celebrativa e un emolumento di 12960 euro), con la seguente motivazione, letta in pubblico nel salone vanvitelliano della Biblioteca Angelica da Franco Buffoni: «Traduttrice professionale da oltre quarant’anni, nonché autrice in proprio, Silvia Bre spicca per competenza, professionalità e metodo e per l’imponente quantità di lavoro svolto. La Commissione ha esaminato un’ampia messe di titoli impeccabilmente resi in italiano dall’inglese. Tra questi opere di Doris Lessing e Naomi Aldermann, Alison Lurie e Sharon Kivland, Alice Walker e Lodro Rinzler, tradotti per i principali editori italiani, in particolare Einaudi. Ciò che colpisce nel lavoro di Silvia Bre è la capacità di trasfondere nell’atto traduttivo la propria sensibilità di poeta, senza per questo venir meno a una resa del testo filologicamente scrupolosa e fondamentalmente rispettosa della consistenza dei vari “Englishes” approcciati. Al riguardo restano esemplari i due volumi Uno zero più ampio e Centoquattro poesie di Emily Dickinson, che costituiscono un vero e proprio cimento per ogni traduttore; ma anche in prosa il delizioso Giardino di Vita Sackville-West o l’impegnativo Sette giorni in mille anni di Robert Graves».

Ascolta & Leggi: Francis Lai con Éliane Michaud, “C’è una verità che muore a ogni pompino”

Il blog di Carmine Mangone è un’autentica miniera d’oro. Qui sotto in versione originale e nella traduzione di Mangone alcune poesie tratte dal libro di Éliane Michaud, “C’è una verità che muore a ogni pompino”, il volume si può interamente scaricare gratis da qui.

Éliane Michaud, “C’è una verità che muore a ogni pompino”, 6 poesie

Buona Lettura!

J’ai dansé en riant,
sous tous les ciels
et tous les coups,
pour t’avoir dans ma bouche.
Un fruit, poire, banane,
ou ta bite au beurre dans ma faim.
Les mystères du corps ardent sont
une guérison de la fatigue d’être.
Ça va, il faut poétiser en nous l’esprit de
sacrifice.
En avant donc pour le foutre,
mon ami !

Ho ballato e riso
sotto tutti i cieli
e tutti i colpi,
pur di averti in bocca.
Pera, banana, un frutto
o il tuo cazzo imburrato per la mia fame.
I misteri del corpo ardente sono
una cura per la fatica dell’essere.
Certo, dovremo far poesia con lo spirito di
sacrificio.
Avanti dunque con la sborra,
amico mio!

*

Le type que sa mère a élevé pour qu’il
puisse regarder dans le miroir le
matin pour haïr ce qu’il y voit.
Il veut me baiser.
Il veut me baiser avec ses foutus
alexandrins.
Il veut aussi me baiser en cul.
Il veut me baiser avec tout sa philosophie
qui sent la merde.
Eh bien oui, j’ai recraché tout le foutre
avalé,
je l’ai recraché sur la poésie branlante.
Je ne suis pas sa muse.
La vie me sourit.
Je ne suis la muse de personne.

Un tipo di quelli tirati su dalla mamma
perché possano guardarsi allo specchio ogni
mattina per odiare ciò che vedono.
Vuole scoparmi.
Vuole scoparmi coi suoi dannati
alessandrini.
Vuole scoparmi anche in culo.
Vuole scoparmi con tutta quella sua
filosofia che sa di merda.
Per questo, ho risputato tutta lo sperma
ingoiato,
l’ho risputato contro la poesia zoppicante.
Non sono la sua musa.
La vita mi sorride.
Non sono la musa di nessuno.

*

Flatter la source de mes soupirs.
Se lier à toutes les caresses perdues.
Concevoir le comble.
Aimer la blessure en riant du sang.

Lusingare la fonte dei sospiri.
Legarsi a ogni carezza vagante.
Concepire il culmine.
Amare la ferita ridendo del sangue.

*

Je n’ai jamais cru à rien,
sinon à la quête incessante
d’une vérité qui
pût m’éviter les feux follets de l’humain.
Une vérité faite de tendresses,
d’amours redoutables
et de joie sans aucune limite.

Non ho mai creduto a niente,
se non alla ricerca incessante
di una verità che
potesse evitarmi i fuochi fatui dell’umano.
Una verità fatta di tenerezze,
amori micidiali
e gioia senza limiti.

*

Ma bouche te vole ta mort,
te vole une désordre,
mais la langue n’a pas besoin de dire toute
la vérité,
car elle la vit,
et la vivant,
elle en devient l’innocence,
la pratique d’un abîme commun.

On ne peut jamais commencer un corps
sans une parcelle d’erreur.

La mia bocca ti ruba la morte,
ti ruba un disordine,
ma la lingua non ha bisogno di dire tutta la
verità,
perché la vive,
e vivendola
ne diventa l’innocenza,
la pratica d’un abisso comune.

Non si può mai iniziare un corpo
senza una particola d’errore.

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Un inedito di Carolina Almerighi

Ieri Carolina mi ha chiesto se avessi avuto voglia di leggere la sua ultima poesia, e al mio assenso me la ha inviata. L’ho trovata bella per due motivi fondamentali. Il primo è nella scrittura, ben delineata e capace di trasmettere appieno il senso e l’umore che l’ha generata. Il secondo è nel contenuto, dove stanno il disagio e la volontà di reagire ad esso per voltar pagina. Col permesso dell’autrice ve la propongo.

Frustano la testa
Parole di ghiaccio con cui ti perdo
Mai scelta fu più giusta
Di quella che consigliò l’orgoglio
Ferito sbraita in un buio profondo
Nessuno lo sente
Fa giocare ira come se una semplice smorfia non bastasse
Arriva solitudine che in silenzio
Soffia piano una sinfonia
A me familiare, mi spaventa
Odora di amaro
Sorrido perché ti perdo
Mi perdo in un sorriso, ricordo di salsedine e lacrime nel cocktail
Scorrono come se non valessero più una bollicina.
La accendo, sbuffo e penso
Sono arrivata fin qui.
Girati verso una stagione nuova, torneranno le rondini
Le smagliature si abbronzeranno e tu farai attenzione a coprirle col costume.
Lascialo portare dal mare, lontano
arriverà ad un’altra riva
Sarà quella, casa