Ascolta & Leggi: Yes – Onward e tre poesie di Giorgia Stecher

E CHI CI SALVERA’

E chi ci salverà da questa noia
che fu di ieri e torna oggi
e tornerà domani
se non c’è niente di più definitivo
del provvisorio e dell’intermittente.
E chi ci darà l’appiglio
a cui agganciare
l’attenzione e la cura
che non sia l’ennesimo chiodo
da cui ritrarremo gli occhi pensando
è la solita cretinata che non dura.
Potesse almeno questa musa bambina
che a volte nella foga dei suoi giochi
giunge fin qui a reggermi la mano!

*
_ ma prenditi la casa
i tappeti le tende le mensole
i coperchi la scatola dei bottoni
il macinacaffè gli accessori

da bagno ed il trumeau
tu che sai come non mi
appartengono le cose
come odio i possessi
di oggetti di persone
come già sia un miracolo
possedere se stessi
ed un’ esile voce che si levi
nel frastuono assordante
della strada.

*
A BETTINA

Quale Nobel Bettina ingenua sorella
non siamo a quelle altezze noi
di media statura nemmeno scalatori
di picchi o di strapiombi. E poi
non ci discostammo dal triangolo
non abbiamo trovato i giusti nodi
la pigrizia ha fiaccato gambe e mani…

Ci dispiace deluderti Bettina
non ci attendono al varco coronate
regine né per noi esploderanno
i metalli sonori delle trombe.
Purtuttavia se è per accontentarti
daremo mano qualche volta ai botti
dei nostri casalinghi mortaretti.

**********************************

Giorgia Stecher nacque nel 1929 e visse a Messina, dove morì nel 1996, il padre era era originario di Zurigo. Nella città siciliana lavorò a lungo nel settore dell’intervento sociale per le periferie urbane e in seguito in un ente per l’edilizia pubblica. Collaborò a lungo con la Gazzetta del Sud e con molte altre riviste di taglio letterario. Suoi lavori furono inclusi in numerose antologie tra cui La Spiga (Firenze, 1977), Poesia Femminista Italiana (1978), Effe (1978), Rosa senza ragioni (Il Vertice, 1986) e sulle riviste Cronorama, Sintesi, Controvento, Prometeo. Pubblicò le raccolte di poesia: Dialoghi e soliloqui (Firenze, 1978); Qualcosa di sbagliato (nel volumetto Metafore e sgomento, assieme ad Arnold de Vos e Giovanni Frullini, per le edizioni Il Vertice, 1981); Non la terra (Il Vertice, 1983); Quale Nobel Bettina (Il Vertice, 1986); Gli eredi del sole (Il Vertice, 1987); Album (Il Vertice, 1991). Per quello che so Album fu la sua ultima pubblicazione.

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Ascolta & Leggi: Diary of a rose – Mega Bog e tre poesie di Bertolt Brecht.

Tempi brutti per la poesia

Sì, lo so: solo il felice
È amato. La sua voce
È ascoltata con piacere. La sua faccia è bella.

L’albero deforme nel cortile
È frutto del terreno cattivo, ma
Quelli che passano gli danno dello storpio
E hanno ragione.

Le barche verdi e le vele allegre della baia
Io non le vedo. Soprattutto
Vedo la rete strappata del pescatore.
Perché parlo solo del fatto
Che la colona quarantenne cammina in modo curvo?
I seni delle ragazze
Sono caldi come sempre.

Una rima in una mia canzone
Mi sembrerebbe quasi una spavalderia.

In me si combattono
L’entusiasmo per il melo in fiore
E il terrore per i discorsi dell’imbianchino. *
Ma solo il secondo
Mi spinge alla scrivania.

* “l’imbianchino” è Hitler.

*

Hollywood

Ogni mattina, per guadagnarmi da vivere,
Vado al mercato dove si comprano le bugie.
Pieno di speranza
Mi metto tra chi vende.

*

A coloro che verranno

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che faccio m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!
Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.
Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Ascolta & leggi: Georgia on my mind di Ray Charles e A Part Of The Maine di Massimo Sannelli.


A Massimo Sannelli piace rimescolare le carte, gesto apparentemente incoerente, eppure di una coerenza quasi draconiana. Per un artista che avrebbe benissimo potuto diventare uno dei must della poesia italiana, rinnegare tutto e ripartire da zero almeno in due occasioni non è certo stato facile, ma questo salva in pieno la sua onestà intellettuale e la sua integrità. Oramai Massimo Sannelli è diventato un artista crossover, attraversa generi, stili e forme. Prosa, poesia, musica in un’opera “A part Of The Maine”, uscita poche settimane fa per la Collana Lotta di Classico e scaricabile gratuitamente qui:

https://lottadiclassico.files.wordpress.com/2019/07/themaine.pdf

fanno di quest’uomo e artista imprendibile, e dei suoi diari, uno tra i migliori italiani di oggi.

Una raccomandazione, quando leggete il pdf rimanete collegati alla rete, perché alcuni link vi porteranno a brani musicali inediti, tutti da ascoltare.

Bisogna dire alla Forza – che è una persona, ed è la realtà
– «ora colpisci qui»; e la Forza – che è una persona, ed
è la realtà – colpisce, guardando a destra e sinistra con i
grandi occhi lucenti (con le palpebre viola). La Forza ha colpito,
non poco ma molto; e questo è lavare la mente, per me, ora. Cosí
nasceva la luce, nella forma perfetta di un altro Altro, presente.

*

Le Paradis n’est pas artificiel
but spezzato apparently

(e ora che la musica è trovata? I paradisi non sono artificiali,
le estasi non sono artificiali,
le passioni non sono artificiali,
l’amore non è artificiale; ho provato a dare un suono cosí;
e:
dove ti incroci – e dove produci – e dove salti – e dove ami
l’Amore, lí non è una cosa artificiale).

(e Georgia on My Mind o Stockhausen, Klavierstücke, XVI: senza
opposizione. Perché non c’è piú bisogno di scegliere, o di opporsi;
però ho scelto, e mi sono opposto; ma non c’è opposizione tra
opere; solo tra situazioni da vivere, o da non vivere ancora. E poi:
divertirsi non è distrarsi; perché divertirsi non è distrarsi; e
distrarsi è sparire dal dovere e dalla vita; divertirsi è guardare
l’altra parte. Scopri che AMA si legge da una parte e dall’altra.
Scopri tutto)

(e questo diario non gioca nei tempi dedicati al gioco – come a
scuola, il maestro comanda: ora attività libere. No, né maestro né
attività: il comando le annulla, il maestro che comanda non dà
libertà; e la libertà è guardare e non fare: hai 7, 8, 10 anni, che
altro puoi fare? Guardi. Non fai. Vivi, e programmi come un
giorno è l’uscita: musicale o selvatica. Opere o bosco, ma non
questo, non questo, non queste lame).

*

Un notturno è stato composto in pieno giorno.

Comporre il notturno in pieno giorno è come aprire gli
occhi. L’autore chiama una penombra piana e un Sole maiuscolo, di
volta in volta. L’autore è chi usa tutto, felice di farlo: allegro
appassionato, moderato cantabile, andante affettuoso. E usa gli
strumenti diversissimi, dal kazoo alla melodica. Si sta salvando la
vita, come il soldato antico, che tornò vivo, forse; e aveva conservato
le sue scarpe, preziosissime. Poi andò da chi sapeva tutto di lui e
disse: ecco, ci siamo. Sussurrò qualcosa sull’amore, a bassa voce,
all’orecchio. Con la voce piú forte disse: Ora guarda: ho le scarpe e
ora – ORA – io posso anche toglierle. Ed ecco, è fatto.

*

Terry Riley e il diletto; Kiefer e molto altro e l’effetto
vivace, sempre; Hillesum e altre anarchie, le piú gentili
sotto Dio; tutto questo c’è e forma le meraviglie; la voglia
è forte, la voglia è forza: parlo del corpo o no?; intanto parlo; e
bisogna ripetere, ripetere, ripetere Riley, dirselo bene, ripetere
Kiefer, saperlo bene, ripetere che si deve ripetere; e dirsi anche
questo, punto per punto: che l’esaltazione si rinnova, sempre, e il
vampiro vuole sangue e sangue: non quel liquido, propriamente,
non il sangue che circola; ma vuole informazioni: informazioni
sull’estasi, dati per l’estasi. e quindi vuole l’estasi.

*

L’urlo di chi è morto maledicendo l’Italia e Roma conta
qualcosa, anche oggi: è una vibrazione lieve, dispersa
ma presente.
Per esempio, i seimila seguaci di Spartaco.

E anche:

un piccione muore in via XX Settembre, quasi senza testimoni.
L’assistenza a questo evento non è sterile, ma è dolorosa. Poi
torni a casa e accendi le macchine creative. Una è questa: tastiera
e schermo brillante, insieme. Tu continuerai a lavorare con queste
macchine, vero? Tu continuerai. E conosci che qualcosa è stato:
spartachisti, Spartaco, Numanzia, Gerusalemme, piú l’animale
tenero in strada. Conosci e sei attivo, ma sei anche inquieto, perché
– tu cosí colorato, tu cosí abile – non puoi agire su molto dolore.
Tu cosí agile, però. Ti metti al lavoro. È una forma di amore – ci
credi davvero – anche per quel passato; e anche per il pennuto della
strada. Non avrai mai una pace assoluta, da solo. E anche per
questo chiami, chiami, chiami. Questa nota è una confidenza
molto grande. Questa nota è il famoso annuncio sempre valido, nel
gusto amaro e nei fatti.

*

Nota dell’Autore:
Le prose non sono datate e non appaiono in ordine cronologico. Sono state scritte entro il 15 luglio 2019.
Il titolo A Part of the Maine deriva da Devotions Upon EmergentOccasions di John Donne: «No man is an Island, entire of itself; every man is a piece of the Continent, a part of the maine».
La scritta Ouverture rielabora un autografo di Franz Schubert.
Maine è l’anagramma di anime e manie.

Ascolta & Leggi: Piero Ciampi, Carolina Almerighi, Antonio Delfini

Chiudo gli occhi

Chiudo gli occhi.
Vivo nei sogni,
Dolci sogni di bambina
Splendono a luce spenta.
Mi sussurrano “tutto andrà bene”.
La solitudine prende piede,
Io la faccio mia.
Mi travolge,
Io mi giro
salutando vecchie paure.
Cresci nella consapevolezza
Del domani, il tuo:
Solo tu puoi trasformarlo,
Adattarlo al tuo cammino.
Gambe forti reggono
Fatiche.
Un sorriso,
Migliorerà la tua sera
Splendi forte, come il sole.

(Carolina Almerighi, Castelbolognese, 29 luglio 2019)

*

Sono stanco

Sono stanco di parlare di te.
Tu sei morta.
Da viva ascoltavi per far dei ricatti.
Tu sempre sognavi e godevi
che morisse d’un colpo il tuo spasimante.
Fai schifo da morta.
Da viva facevi ammalare di cuore
i poeti per il ribrezzo
che sempre facevi a chi ti guardava.
Ma chi ti sognava?
Un vecchio, perseguitato dai preti,
dagli affetti più antichi,
un vecchio d’altri tempi fregavi
tu mai fregata dai vivi.
Forse oggi un morto ti frega
e, anima in pena all’inferno del nulla,
lui che ti frega annota notando:
«Qui è stata fregata la morta
che io morto ho sposato da morta.
Sposati studiammo la psicanalisi
e sepolti restammo intrisi nel nulla».
Parlando di te parla il vuoto.
Già tu non senti. E il vuoto sul vuoto.
Io solo ormai vivo — e non più morente
posso sentire il vuoto che te morta
vai vuotando nel vuoto del morto.
Era un morto da vivo.
Tu eri morta dapprima.
Eri morta dal tempo dei nonni
che morti pensarono di mettere al mondo
il gran morto: il padre tuo che fu beccamorto,
Il tuo corso di vita (è un imbroglio?)
fu più corto del regime Badoglio:
perché nel frattempo contavi
(ricordi? Non puoi ricordare!)
i soldi che intanto rubavi a colui che vita ti diede
quando pensoso di te stava assente,
Quarantacinque giorni sono stati
ma i tempi — tu sai — li ho contati.
Ebbi parvenza di averti vista in salotto
con la seggetta antica rubata dal morto,
Non più di ventiquattr’ore.
E’ un po’ poco (lo ammetti?)
stare al mondo una sola giornata,
fregare e non restare fregata!
Non lo sai — e mai lo saprai:
la vita è pur breve.
Ci si muore oppure ci si vive.
Ma da morti, come tu che sei morta,
non si vive e neppure si muore.
Povero vuoto sei tu!
Solo un poeta surrealista italiano
poté dar vita al vuoto inumano
che prese dal nome tuo infame
la mala sorte di immagini grame,
Quanto mai lune e razzi lancerò
per trovare il punto del tuo vuoto!
Da domani voglio riposare un po’
– ti giuro – e tornare andare a nuoto:
quando proprio più non ne potrò
farò il morto e… forse ti vedrò.

(Antonio Delfini, Roma, 14 agosto 1960)
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Ascolta & Leggi: R.E.M. Bukowski Baudelaire

ALLA PUTTANA CHE SI E’ PRESA LE MIE POESIE

alcuni dicono che dovremmo tenere lontano il rancore personale dalla poesia,
rimanere distaccati, e c’è del vero in questo,
ma cristo;
dodici poesie sparite e io non conservo le copie e hai anche i miei
quadri, i migliori; è opprimente:
stai cercando di annientarmi come tutti gli altri?
perché non ti sei presa i miei soldi? di solito li prendono
dai pantaloni sonnolenti e ubriachi storditi nell’angolo.
la prossima volta prenditi il mio braccio sinistro o un cinquantone
ma non le mie poesie:
non sono Shakespeare
ma prima o poi semplicemente
non ce ne saranno più, né distaccate né di altro tipo;
ci saranno sempre soldi e puttane e ubriaconi
fino all’ultima bomba,
ma come Dio ha detto,
accavallando le gambe,
vedo che ho creato fin troppi poeti
ma non altrettanta
poesia.

*

L’ALBATRO

Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano albatri, grandi uccelli di mare,
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
la nave che scivola sugli abissi amari.

Appena deposti sulla tolda,
questi re dell’azzurro, vergognosi e timidi,
se ne stanno tristi con le grandi ali bianche
penzoloni come remi ai loro fianchi.

Com’è buffo e docile l’alato viaggiatore!
Poco prima così bello, com’è comico e brutto!
Uno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro, zoppicando, scimmiotta l’infermo che volava!

Il poeta è come quel principe delle nuvole,
che sfida la tempesta e ride dell’arciere;
ma, in esilio sulla terra, tra gli scherni,
con le sue ali di gigante non riesce a camminare.

*

Ascolta & Leggi: Pavolv’s Dog con Il Fosso, un racconto inedito di Silvia Giusti e Paolo Beretta

A volte le sorprese non mancano, questa è estremamente piacevole, un bel racconto con poesia scritto a quattro mani da Silvia Giusti (lapoetessarossa) e Paolo Beretta (uncielovispodistelle) che, entrambi, ho avuto il piacere di incontrare personalmente lo scorso 14 giugno a Como, ospiti tutti di Antonio Bianchetti (ilbarman) e di Vincenzo Petronelli. Grazie.

Premessa

Quando succedono cose che non ci aspettiamo, siamo colti, talvolta, da un misto di stupore e impotenza. Siamo esseri umani, fragili e sognatori. Chi scrive, chi si diletta a scrivere, trae spesso ispirazione da tali accadimenti.
Non racconteremo dunque i fatti, ma attraverso un esercizio nella tecnica dello straniamento, racconteremo di un vissuto (a margine della serata), per farne paradigma.
E un ringraziamento.

IL FOSSO

E’ una serata dedicata alla poesia con la presentazione di un libro. E’ presente l’autore e l’amico che lo ha invitato. Non c’è niente di strano in questo gruppo di persone dentro una sala, al piano interrato di una biblioteca. Sono sedute ad ascoltare il poeta e il suo interlocutore. L’ospite lo ha presentato brevemente e gli ha lasciato presto la parola. Il poeta racconta, si racconta e legge i suoi versi. Questo gruppo di persone che in parte non si conoscono e non si sono mai viste si riconoscono perché amano la parola. Le persone ascoltano, sorridono, applaudono, qualcuno domanda e il poeta risponde.
In ultima fila, semi nascosto da una colonna e da una signora con una folta chioma riccia c’è un uomo con una vistosa cicatrice su una guancia. Il poeta lo ha riconosciuto. Decide così di leggere un componimento non previsto, una vecchia poesia, mai edita. La introduce così.

Per quel che mi riguarda voi tutti nella vita potete essere chiunque, panettieri, professori, baristi, medici, giornalisti. Qualcuno di voi potrebbe avere una seconda vita. Molti di voi hanno segreti, e almeno uno che non hanno mai raccontato a nessuno. Per esempio nessuno sa il mio.
Ve lo leggo.

IL FOSSO

L’acqua mi bagnava le ginocchia
mentre morivo la prima volta
Sapevo di letame
in bocca il sapore del sangue
Afrori dolciastri a fare da incensi
Il cane offeso guaiva e mordeva
latrava di follia
e prevalsa
La mia voce non c’era
annegata nel fosso
dove nemmeno una rana
seguiva il corteo
Lui se ne andò ebbro
con lo stupore negli occhi
Io con una cicatrice,
ferita nel costato
La sento che gracida
talvolta, nel silenzio della notte

11 luglio 1982

La platea rimane in silenzio.
Dopo un momento il poeta riprende a parlare.

Un giorno, quando ero molto giovane, ho picchiato un mio compagno di scuola. Potrebbe non essere materia poetica. Invece. Il giorno prima avevamo giocato a pallone. Stavo per segnare. Un compagno mi ha fermato nell’area di rigore in modo scorretto. L’arbitro non ha visto nulla. Sono rimasto senza parole. Il compagno non mi ha nemmeno aiutato a rialzarmi. Anzi mi ha voltato le spalle. Gliel’ho giurata. Il giorno dopo all’uscita da scuola l’ho seguito. Abitavamo in due paesi diversi e per tornare a casa percorrevamo la stessa strada ma in senso opposto. Eravamo in bicicletta. Sul rettilineo lungo i campi appena arati c’era odore di terra smossa e di letame. L’ho affiancato, come un gregario, ma lui, colto di sorpresa, ha sbandato ed è caduto nel fosso accanto alla strada. Si è rialzato bestemmiando. La bici aveva una ruota storta. Sceso dalla bicicletta, mi sono avvicinato e l’ho spinto ancora dentro il fosso. Mi sono scagliato sopra di lui sferrandogli una serie di calci e pugni. Poi sono risalito sulla strada e l’ho lasciato lì. Ho ripreso la bicicletta e mi sono messo a pedalare come un matto, ridendo e piangendo allo stesso tempo. Non l’ho mai raccontato a nessuno. Il mio compagno di scuola è rimasto assente per una settimana. Quando finalmente è tornato aveva una vistosa cicatrice sulla guancia. Aveva detto a tutti che era caduto dalla bici mentre tornava a casa, un coniglio gli aveva tagliato la strada e lui era finito nel fosso. Non ci siamo mai più parlati. Ha cambiato città ed è diventato un giornalista sportivo piuttosto famoso, un signore delle telecronache, pacato e puntuale. E’ uno di quelli che quando le squadre sanno di avere lui a commentare si impegnano e giocare bene senza sgarrare troppo. Perché un giorno ha raccontato in una intervista il motivo di quella cicatrice, senza fare nomi ovviamente. E’ diventato un bell’uomo il mio compagno di scuola. Se quella cicatrice lo ha reso diverso e speciale è anche un po’ merito mio. La poesia l’ho scritta nella notte dell’11 luglio 1982, quando l’Italia vinse i Mondiali di Spagna. Ero con un gruppo di amici in giro a festeggiare e lo intravidi tra la folla, con una corona di alloro in testa. Seppi, da un altro che lo conosceva, che si era laureato quel giorno.

A quel punto il poeta lascia stare gli occhi chiari e il rossetto deciso della giovane donna che ha di fronte e guarda là, nell’angolo dietro la signora dai folti capelli ricci. L’uomo con la cicatrice non c’è più, al suo posto solo una crepa in un vecchio muro.

A Flavio,
da Silvia e Paolo
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Ascolta & Leggi: Pezzi di vetro – Francesco De Gregori e poesie di Andrea Burato

“tra demoni di cemento in versi appago una sete” potrebbe essere questa, mescolando un paio di suoi versi, l’intenzione poetica di Andrea Burato, una voce che si fa largo tra le tante voci che sempre più frequentemente appaiono sui social, proponendo nuova poesia. Apprezzo questa voce, perché con la dovuta attenzione sa cantare e la musica è buona, certo i margini di miglioramento ci sono, ma sono convinto che questo autore riuscirà a maturare e a farsi strada nel coro, nella cacofonia, delle tante voci che appaiono e scompaiono ogni giorno in rete, quanto meno perché riesce a farsi ricordare. Le poesie sono state pubblicate su Instagram, tra esse ho scelto alcune tra le più recenti.

8 Aprile 2019

Invischiato in patemi di catrame
Milano inghiotte pensieri e bestemmie
scorre tra i clacson intrisa di luci
e una casa solinga brama presenze
mi so lontano e assente
presente tra chi conosco e non ancora
un eccesso del senso come detto
e non so che piangerti nei rivoli di sale
un fiume incerto di parole e nero
d’Avola adorna le voci dei poeti
Milano oleosa e aperta tra mani
amiche sui navigli e una coca
quanto sanno di me e del male
quanto sa Milano di Via Stefini
nulla o non importa
a Milano siamo chiacchiere da bar
brusio perso tra demoni di cemento

*

18 marzo 2019

Anche se ora vedo non ho occhi
lo scoppio d’un fucile non passa
smarrito nei silenzi della nebbia
muore senza timore di ferire
non ha mani per raccogliere
un senso perduto che sfugge
questa sera è chiara la mia voce
le sue spalle nervose e lisce
la paura di venti denari persi
sparsi sul tavolo di una vita
ma anche se ora ti vedo
non ho più occhi per guardare

*

19 febbraio 2019

Il guizzo di una biscia d’acqua
balena in un attimo sullo specchio
poche increspature ricordano
la vita in un baleno si piega
alle lamiere e pezzi di cristallo
dal pozzo guardavo la luna
non l’alto e un fragore di ferro
e lame mi desta subitaneo
Il mio guizzo per un attimo
è diventato contorta carcassa

*

2 gennaio 2019

La notte è una sarta
certosina cuce orli
cogitabondi in linee curve
al passo incerto dà filo
a fioriti turchese dei pensieri
è tarda quando mi lascia esausto
ho un sentore di rimpianto
stretto tra le cuciture
di parole tra le trame
non pago cerco
un nuovo risvolto
in versi appago una sete

*

Andrea Burato nasce 44 anni fa in provincia di Verona e sin da piccolo manifesta una profonda attrazione per tutto ciò che è lettura e scrittura. La sensibilità che lo accompagna è oggetto di scherno e bullismo finché a 16 anni dà una svolta drammaticamente opposta al suo modo di essere, inizia a frequentare un dojo di Arti Marziali e per i successivi anni non esiterà a mettere in atto ciò che impara. Raggiunge i livelli di allenatore, istruttore e infine Maestro di Karate, ottiene parecchie affermazioni sportive, tra cui il primo posto ai Nazionali di Kumite 2009 FEKAM finché nel 2015 un grave terremoto emotivo letteralmente lo travolge, spaccando l’involucro di pietra di cui si era circondato e riportando all’esterno la scrittura, elemento che lo aveva caratterizzato sin di primi anni delle scuole e che si incanala verso lo sfogo ideale della scrittura poetica. Nel 2017 trova in internet il luogo ideale per pubblicare le sue prime liriche: attraverso la piattaforma Instagram conoscerà molti poeti di valore sino ad approdare nel gruppo poetico “Versipelle” del quale fa parte dal 2018. Ad oggi ha scritto oltre 200 poesie centrate principalmente sul tema emotivo del sentimento, dell’abbandono e del vuoto esistenziale, ha partecipato a svariate manifestazioni poetiche e fa parte di rinomati gruppi poetici su internet. Alcune sue liriche sono state pubblicate nell’antologia “Nel corpo della voce” curata e commentata da Elena Deserventi ed edita da Controluna.