Musica tradizionale e poesia dall’Afghanistan

ZAHER REZAI  
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Io che sono così assetato e stanco forse non arriverò fino all’acqua del mare.
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Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino, ma promettimi, Dio,.
che non lascerai passare la primavera
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ZIAGOL SOLTANI 
Il flauto
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Stanotte liberami dalla verità dello specchio
Chiamami, perché la notte sta per finire, e l’alba è già qui
In questa spiaggia dove ho confinato me stessa
Lascia che io mi riconosca
L’inverno ha lasciato una cicatrice azzurra sulle mie spalle
Invitami alla verde stagione primaverile
Che ne sai della paziente melodia del mio silenzio?
Fammi accordare con il flauto
L’infausto bruciare della fiamma sta scritto sulle ali della falena
Fammi andar via dalla buia moltitudine della creazione
Sono già stata condannata al tormento della segregazione
Stanotte liberami dalla verità dello specchio
.
*
..
ZAHER REZAI
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Se un giorno
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Se un giorno in esilio la morte deciderà di prendersi il mio corpo
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Chi si occuperà della mia sepoltura, chi cucirà il mio sudario?
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In un luogo alto sia deposta la mia bara
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Così che il vento restituisca alla mia Patria il mio profumo
..
*
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NADIA ANJUMAN 
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Imprigionata in questo angolo
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Sono imprigionata in questo angolo
Piena di malinconia e di dispiacere.
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Le mie ali sono chiuse e non posso volare.
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*
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NADIA ANJUMAN 
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Magari
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A voi, ragazze isolate del secolo
condottiere silenziose, sconosciute alla gente
voi, sulle cui labbra è morto il sorriso,
voi che siete senza voce in un angolo sperduto, piegate in due,
cariche dei ricordi, nascosti nel mucchio dei rimpianti
se tra i ricordi vedete il sorriso
ditelo:
Non avete più voglia di aprire le labbra,
ma magari tra le nostre lacrime e urla
ogni tanto facevate apparire
la parola meno limpida.
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John Cage e due poesie di Miljana Cunta

Lettera
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Ti scrivo
che la Neva lentamente si prosciuga.
Spudoratamente, negli occhi del lungo sogno russo,
assente disegna le ultime curve
come una celebrazione funebre
senza bara.
Vive ancora solo nei giornali
che con la congettura della vera causa
dell’imprevisto deperimento
fermamente iscrivono alla storia.
Ma lei più non sa
quando lungo la sua schiena liscia scivolano le prime stelle,
quando dal fitto nucleo sciaborda un presagio di vita,
come titillano le gocce di pioggia,
come l’occhio sopra essa ha memoria.
Nello scherno alla dura malinconia
della madre Russia ancor più greve
gli steli vermicolari delle foci
fa scendere nel nido della terra,
dove la morte schiude i becchi affamati.
Un fiume carsico sarà un giorno
la bella Neva, annuiscono coloro che sanno,
congetturano l’angolo del pendio e la composizione dell’acqua,
dividono la singolarità del conoscere col tempo della ricerca
e sommano la gloria,
mentre
naturalmente
si prosciuga, la bella Neva,
spudoratamente,
negli occhi
del lungo
sogno
russo.

*

Betulle
.
Han spogliato nude le betulle
nel profondo nella gola del bosco.
I corpi scortecciati trepidano,
la pelle scuoiata si disgrega nella terra.
Bacio le betulle svelate
tutte le notti da sola.
Mi attacco delicatamente agli sfregi,
accarezzo i cerchi degli anni,
vezzeggio le fessure nelle radici,
tendo la mano alle secrezioni dei rami.
Han spogliato nude le betulle
nel profondo nella gola del bosco.
Quando nelle chiome secche si configge
il quarto di luna che scioglierà l’oscurità,
bacio le svelate betulle.

*

Miljana Cunta, poetessa slovena è nata nel 1976, dopo la laurea in Letteratura Comparata e Inglese ha conseguito un Master sulla Poesia inglese nel periodo vittoriano presso l’Università di Lubiana. Dal 2006 al 2009 ha diretto il programma del Festival Internazionale di Letteratura di Vilenica. Ha tradotto poesie di Christina Rossetti e Gerard Manley Hopkins. Ha riscosso un notevole successo, di pubblico e critica, con il suo primo libro, Za pol neba (Per metà del cielo), edito nel 2010 dalle edizioni Beletrina di Lubiana, e ha ricevuto le nomination per il Premio Veronika e il Premio Jenko. Nel 2013 appare per la prima volta in italiano la sua raccolta completa, ad opera del poeta e traduttore Michele Obit, per Thauma edizioni.

 

Deca e tre poeti del nord

Io ti cerco

Io ti cerco, tu cerchi un altro,
e infine si perde il nostro desiderio
nella distanza nelle giornate grigie
e non vede una via verso la stessa meta.
Oh, tu ed io, che non ci siamo mai incontrati,
il mio cuore è stanco di cos’era ed è.
Tu non mi desideri, e mi hai avuto per caso,
io non ho potuto averti, e ti ho persa.

Steinn Steinarr

*

Incontro

Ah, quando sei lontano e nessuno
più nomina il tuo nome –
quando ovunque mi rechi sento
cupo e gelido un vuoto –

comincio a credere che tu sia solo un sogno
nato dalle brame della mia mente,
e a questo sogno ho dato vita e nome
e in ultimo il tuo aspetto –

– ma quando poi ti vedo e posso
sentire ancora le tue forti parole,
e posarti ancora il capo sulla spalla –
ascoltare ancora il suono della tua voce –

allora so che il resto è solo notte,
malvagi sogni che presto scorderò,
so che tu mi porti nella luce
e che in te dimorano la vita e il giorno

Karen Blixen

*

Devi essere arrivato in città!
Lo vedo chiaramente.
Tutte le case mi stanno sorridendo.
Hanno capito che ti amo.

Devi essere arrivato in città!
lo vedo dagli alberi del parco.
Hanno foglie vibranti,
ricevono baci dal sole e dal vento.

Devi essere arrivato in città!
Perciò
questa gioia incredibile
dalla luce e dall’alba
dalle barche a vela e dalla brezza.

Tutto è diverso oggi.
Quel che ieri era una lunga serie di case grigie
oggi è dipinta di oro e porpora
dal tramonto del sole.

Quella che ieri era gente qualunque
che andava all’autobus o all’auto
oggi sono persone
con una vita dentro.

Ciò che ieri era traffico e frastuono
oggi è il battito del cuore della città,
quello grande che fa muovere tutto!

In breve: Tu devi essere arrivato in città!

Marie Takvam

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Muzio Clementi e tre poeti tedeschi

Contro la seduzione

Non vi fate sedurre:
non esiste ritorno.
Il giorno sta alle porte,
già è qui vento di notte,
altro mattino non verrà.

Non vi lasciate illudere
che è poco, la vita.
Bevetela a gran sorsi,
non vi sarà bastata
quando dovrete perderla.

Non vi date conforto:
vi resta poco tempo.
Chi è disfatto, marcisca.
La vita è la più grande:
nulla sarà più vostro.

Non vi fate sedurre
da schiavitù e da piaghe.
Che cosa vi può ancora spaventare?
Morite con tutte le bestie
e non c’è niente, dopo.

Poesie e canzoni (Einaudi, 1982), trad. it. R. Leiser, F. Fortini

Bertolt Brecht

*

Teiera con cachi

Quando di pomeriggio le fasi del silenzio
si fan più lunghe delle ombre invernali,
viene l’idea della natura morta.

Tutto in stanza si fa immagine, lo spettatore
a poco a poco svanisce nelle porte aperte.
La luce striscia per mobili e pavimenti, tocca
la teiera, sul piatto ci sono dei cachi,
come un fissativo rende i contorni incancellabili.
Scrive un libro delle cose superflue.

Gli antichi maestri giapponesi dipingevano
nel tempo del nulla accade l’ormai inanimato,
tazze e paraventi. E bastava.

Durs Grünbein

*

Quando ci incontrammo
In una strada laterale delle nostre vie
Sentivi paura della vita
Sentivo paura della morte
Che era vicina e vedemmo il cielo rosso
Avvolgerci soffice come una coperta di lana
E ci riscaldammo per un attimo

L’attimo
durò sette estati. Quando levammo gli occhi
Il tempo era già trascorso

Inge Muller

***

 

Ryuichi Sakamoto con poesie di Akiko Yosano (repetita juvant)

Amore o sangue?
tutta la primavera
è in questa peonia che mi ossessiona,
scende la notte, sono sola,
sola senza una poesia.

*

Sebbene così fragile
e così breve l´amore,
ha sangue troppo giovane
questa ragazza, per bruciare
poesie di primavera.

*

Stringi il mio seno,
apri il velo del mistero.
Un fiore vi sboccia,
cremisi e fragrante.

*

Se qui adesso
ripenso al percorso
della mia passione,
somigliavo a un cieco
senza paura del buio.

*

Spingendo dolcemente
ho schiuso quella porta
che chiamiamo mistero.
Mammelle turgide
strette nelle mani.

*

Senza chiederci
se sia giusto o sbagliato
se la vita futura
se la fama… Tu e io
ci amiamo e ci guardiamo.

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Akiko Yosano (1878 – 1942) è stata una scrittrice e poetessa giapponese, ritenuta inoltre una delle prime donne femministe e pacifiste del Giappone. Fu attiva durante il tardo periodo Meiji e per tutto il periodo Taishō fino all’inizio del periodo Shōwa. Il suo nome di battesimo, modificato a seguito delle nozze, è Shō Hō.

Danza e poesia sufi

L’amante Perfetto    

Ho bisogno d’un amante che,
ogni qual volta si levi,
produca finimondi di fuoco
da ogni parte del mondo!
Voglio un cuore come inferno
che soffochi il fuoco dell’inferno
sconvolga duecento mari
e non rifugga dall’onde!
Un Amante che avvolga i cieli
come lini attorno alla mano
e appenda, come lampadario,
il Cero dell’Eternità, entri in
lotta come un leone,
valente come Leviathan,
non lasci nulla che se stesso,
e con se stesso anche combatta,
e, strappati con la sua luce i
settecento veli del cuore,
dal suo trono eccelso scenda
il grido di richiamo sul mondo;
e,quando,dal settimo mare si volgerà
ai monti Qàf misteriosi da
quell’oceano lontano spanda
perle in seno alla polvere!    
 

Magnete Divino  

Gioia non vidi in entrambi mondi, salvo te,
anima mia, molte meraviglie ho visto,
ma non vidi miracolo simile a te!
Dicono che sorte dei miscredenti è fuoco bruciante: ma privo del fuoco tuo ho visto solo
Abù Lahab!
Alla finestra del cuore spesso ho accostato
l’orecchio dell’anima, molte parole ho sentito,
ma non ho sentito le labbra.
D’improvviso effondesti il favore tuo
sipra questo tuo servo, ed io non ne vedo ragione
se non la tua grazia infinita.
O eletto coppiere, o gioia degli occhi miei,
a te somigliante nessuno apparve fra gli Arabi,
né fra i Persiani l’ho visto!
Versami tanto vino ch’io scenda giù da me stesso
perché nell’io,nell’essere, non ho trovato che pena.
O tu che sei zucchero e latte, o tu che sei
Sole e Luna, o tu che sei madre, sei padre,
non ho parenti che Te!
O indistruttibile amore, o menestrello divino,
sei tu appoggio, sei tu riparo,
non trovo nome a te pari!
Siamo frammenti d’acciaio e
l’amor tuo è calamita,
sei origine d’ogni attrazione,
chè in me attrazione non vedo!
Silenzio, fratello, abbandona scienza e finezza;
finché tu non parlasti finezza alcuna non vidi!

Il Sole

Poi che son servo del Sole;
notte non sono, né adoratore delle notti, non parlerò di sogni.
Come messaggero del Sole e suo interprete, segreti messaggi
prenderò da lui e
vi porterò la risposta.
E poi che vado come sole,
brillerò su rovinati deserti,
fuggirò dai luoghi abitati,
parlerò deserte parole.
Assomiglio alla vetta d’un  albero
lontano dalla radice:
pur ristretto in secca corteccia,
parlerò di succoso midollo.
Se pur son mela secca
son più alto d’un albero;
anche se ebbro e sconvolto,
dico parole veraci!
Da quando il mio cuore ha
sentito il profumo della polvere
della sua soglia,
ho vergogna anche della
polvere sua,
non parlo che d’acqua purissima!
Togliti il velo dal volto,
chè il volto hai glorioso!
Non permettere ch’io debba
parlarti come sotto ad un velo!
Se hai il cuore di pietra,
io son pieno di fuoco qual ferro;
se assumi trasparenza di cristallo,
io parlo di calice e vino!
Poi che nato sono dal Sole
come il Re Qobàd antico,
non sorgerò nella notte,
non parlerò di chiaro di luna.
 

Jalal ad din Rumi

Ciò che l’Isola non dice: Cristina Annino – Ugo Magnanti – Maria Luisa Bigai – Fausto Ciotti

Un ‘Ciclista essenziale’ e ‘Una bruxa’ sarda, (creatura a metà tra l’immaginario e l’anche no), sotto lo sguardo di una ‘Testimone insulare’, attraversano la Sardegna (è questa l’isola), tra il detto e il non detto della poesia nel suo scomparire e riapparire come una risorgiva. L’altrove così cercato è un luogo non luogo dove il tempo non morde. Ho letto e ascoltato con piacere questo viaggio irreale di anime: Ciò che l’Isola non dice. Capriccio sul Mal di Sardegna (Fusibilia Libri Editore, libro e Cd, 2022). Tutto quel che arriva si allontana, e della grazia che porta ci accorgiamo soltanto dopo la sua scomparsa. Un sentito ringraziamento a Ugo Magnanti che mi ha fatto avere e apprezzare fino alla commozione questo gioiello.

Testimone insulare: Maria Luisa Bigai
Ciclista essenziale: Ugo Magnanti
Una bruxa: Cristina Annino
Musiche per chitarra: Fausto Ciotti

*

Attraverso la voce della Testimone Insulare

Quei rami le nascondono un respiro
in più di demonietti, penso così, per tutti
gli alberi dell’Isola, quelli che il continuo
mutamento, frementi li suppone,
e alti, agli occhi suoi che sono d’appetito:
squadriamola dai piè fin su alla testa.

Invece lui si è fatto i tendini, si è
fatto i muscoli, si fa ciclista,
a volte, ed è essenziale come nulla,
è più occasioni, o mito (ci scherza),
o albero, o fessura, o non è cosa,
bensì solo un terrestre, un pezzo d’Isola.

Attraverso la voce del Ciclista Essenziale

Intanto che l’afa d’estate mi
incorona, nella stasi di ovunque,
preso per la spoglia, ¿non è che piano
piano con la polvere addosso mi ci
debba dire un’orazione? Accostato
a lei sarebbe meglio, sentirei
il doppio, e di tutto, allora mi avvicino,
perché se la landa non è cieca
e non si espande, chi mai la vuole?

Attraverso la voce di una Bruxa

Finiti i crepacci, devo tirare i bracci
su da questi sassi. Dicendo
“che libidine”; io fracasso
le mie vie coi picchi. Volo, al centesimo
d’ora, vivo senza preghiere abbeverando
pozzi sacri, sempre sopra la stuoia
d’ossessive fragranze dei rami di
piante spalancate sull’acqua viola.

[…] **********************************

Il libro Cd è reperibile qui:

Ciò che l’Isola dice – Cristina Annino e Ugo Magnanti

Popol Vuh e tre poesie sulla notte

Rose nella notte
(Pierre Louÿs)
Quando la notte sale al cielo, il mondo
è nostro e degli dei. Dai campi alla sorgente,
dai boschi scuri alle radure andiamo
seguendo i piedi nudi.
Alle piccole ombre che noi siamo
basta la luce delle piccole stelle.
Talvolta, sotto i rami bassi, troviamo
cerve addormentate.
Ma nella notte più bella di ogni cosa
c’è un luogo che noi soli conosciamo,
e ci attira al di là della foresta:
un cespuglio di rose misteriose.
Niente al mondo è divino come
il profumo delle rose di notte. Perché
quando ero sola non ne venivo
inebriata?

*

Conoscenza della notte
(Robert Frost)
Io sono uno che ben conosce la notte.
Ho fatto nella pioggia la strada avanti e indietro.
Ho oltrepassato l’ultima luce della città.
Sono andato a frugare nel vicolo più tetro.
Ho incontrato la guardia nel suo giro
Ed ho abbassato gli occhi, per non spiegare.
Ho trattenuto il passo e il mio respiro
Quando da molto lontano un grido strozzato
Giungeva oltre le case da un’altra strada,
Ma non per richiamarmi o dirmi un commiato;
E ancora più lontano, a un’incredibile altezza,
Nel cielo un orologio illuminato
Proclamava che il tempo non era né giusto, né errato.
Io sono uno che ben conosce la notte.

*

Penso a te nel silenzio della notte
(Fernando Pessoa)
Penso a te nel silenzio della notte, quando tutto è nulla,
e i rumori presenti nel silenzio sono il silenzio stesso,
allora, solitario di me, passeggero fermo
di un viaggio senza Dio, inutilmente penso a te.
tutto il passato, in cui fosti un momento eterno,
è come questo silenzio di tutto.
tutto il perduto, in cui fosti quel che più persi,
è come questi rumori,
tutto l’inutile, in cui fosti quel che non doveva essere,
è come il nulla che sarà in questo silenzio notturno.
ho visto morire, o sentito che morirono,
quanti amai o conobbi,
ho visto non saper più nulla di quelli che un po’ andarono
con me, e poco importa se fu un’ora o qualche parola;
o un passeggio emotivo e muto,
e il mondo oggi per me è un cimitero di notte,
bianco e nero di tombe e alberi e di estraneo chiardiluna
ed è in questa quiete assurda di me e di tutto
che penso a te.

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Trio Fibonacci interpreta Brian Eno con poesie di Josefa Parra

La vaniglia; lo spigo, la muffa, la cannella.
A volte un aroma sottile come l’acqua,
come di nube o pioggia; a volte un violento
profumo che ricorda la pelle di una gazzella,
il sudore e il sangue di un animale in cielo.
Però sempre – alla fine – la vaniglia, lo spigo.

*

S’alza la tua voce, s’attorciglia e s’altera
serpente e vortice, s’impiglia ai miei capelli,
sale ancora, s’ingigantisce si aliena in ruggito
oscura il solito trillo o la parola.
C’è un altro nella tua voce. Io non conosco
quest’uomo che grida di piacere, delizioso straniero
che parla lingue angeliche sopra un letto impuro.

*

Se c’era ancora una promessa
tra me e te, un’offerta
prolungata, una luce laggiù
da poter seguire;
se restava la speranza
– sebbene fosse una triste
piccola speranza -;
se anche le tue labbra
mai hanno pronunciato
la parola mortale che io desideravo,
o qualcosa che le assomigliasse,
penso che ancora avrei trovato
una ragione per aspettarti.
E chissà se il commercio di carne
non fu, in qualche modo, una promessa?

**

Josefa Parra (1965) è una poetessa spagnola.
Laureata in Filologia Ispanica presso l’Università di Cadice, è vicedirettore della rivista letteraria Campo de Agramante . Le sue poesie sono state pubblicate in varie antologie e collabora alla stampa quotidiana ea riviste di letteratura, e tradotte in portoghese, francese, arabo, russo, inglese, tedesco, finlandese e cinese.

Soft Verdict e poesie di Erich Fried

Macerie

Il poeta Osip Mandel’štam fu visto l’ultima volta
in un campo di smistamento prigionieri
presso Vladivostok nel dicembre del trentotto
mentre cercava resti commestibili in un
cumulo di immondizie. Morì prima ancora che finisse l’anno

I suoi assassini a quei tempi amavano parlare
del “cumulo di macerie della storia
sopra il quale
sarà gettato il nemico”

E dunque questo era il nemico: il poeta in fin di vita
e questo il cumulo di macerie (come già disse Lenin:
“La verità è concreta”) Se l’umanità avrà fortuna
gli archeologi delle macerie della storia porteranno alla luce
ancora qualcosa della nostalgia di una cultura universale
Se l’umanità avrà ancora fortuna saranno uomini
gli archeologi sulle macerie della storia

*

Come ti si dovrebbe baciare

Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombelico
non è solo il tuo grembo
che bacio.
Io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio
il tuo amore per me
e la tua libertà da me
il tuo piede
che è giunto qui
e che di nuovo se ne va
io bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso.

*

Liberarsi con te
perché non ci sia mai più bisogno
di vergognarsi
E dire:
“In fondo
è tutto qui”
Possiamo finalmente fare
tu con me
io con te
tutto quel che vogliamo
anche questo
in cui vi è molto
e che mai abbiamo fatto
e mai diremo
a nessuno.

*

Erich Fried (1921 – 1988)