Edward Grieg con poesie di Dunya Mikhail

La partita
.

È soltanto una regina
mossa da un re sventato
che conta i quadrati ogni giorno
sostenendo che sono di meno
e prepara torri e cavalli
sognando un accanito rivale
È soltanto un re
mosso da un abile giocatore
che si rompe la testa
e perde il suo tempo in una partita infinita
È soltanto un giocatore
mosso da una vita vuota
in bianco e nero
È soltanto una vita
mossa da un dio confuso
che un giorno ha provato a giocare con l’argilla
È soltanto un dio
che non sa come uscire dal guaio in cui si è cacciato.

.
*
.
L’ombra di una lacrima
.

Al tempo dei saluti affrettati
e della luce artificiale
l’ombra di una lacrima cala
sul cielo
né ruote che accelerano
né strade
né gomma
la possono cancellare

Sui rami spezzati
si librano uccelli indifferenti
uno di loro resta indietro
niente paura
li raggiungerà tra poco
è solo toccato dall’ombra della lacrima
spezzata sui rami.

.
*
.
La tazza
.

La donna capovolge la tazza tra le lettere
spegne le luci a parte una candela
poggia il dito sulla tazza
ripete parole come formula magica
Spirito… se ci sei rispondi sì
La tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– sei veramente lo spirito di mio marito che è stato ucciso?
la tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– perché mi hai lasciato così presto?
la tazza indica le lettere: n o n d i p e n d e d a m e
– perché non sei scappato?
la tazza indica le lettere: s o n o s c a p p a t o
– e come ti hanno ucciso allora?
la tazza indica le lettere: a l l e s p a l l e
– che faccio di tutta la mia solitudine?
la tazza non si muove
– mi manchi
la tazza non si muove
– mi ami?
la tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– posso farti restare qui?
la tazza si sposta verso sinistra per dire – no –
– vengo con te?
la tazza si sposta verso sinistra
– ci saranno cambiamenti nella nostra vita?
la tazza si sposta verso destra
– quando?
la tazza indica 1996
– stai bene?
la tazza – dopo un attimo di esitazione – si sposta verso destra
– che mi consigli di fare?
s c a p p a
– per andare dove?
la tazza non si muove
– ci sarà un’altra disgrazia?
la tazza non si muove
– che raccomandazione mi lasci?
la tazza indica una successione di lettere senza senso
– ti sei stancato di rispondere?
la tazza si sposta verso sinistra
– posso farti ancora domande?
la tazza non si muove
dopo un attimo di silenzio – la donna balbetta:
Spirito… vai in pace
poi chiama il figlio che è in giardino
a catturare insetti con un elmetto forato.

.
*

Dunya Mikhail (1965) è una poetessa irachena residente negli Stati Uniti d’America. Lavorava presso il giornale iracheno The Baghdad Observer, ma di fronte alle crescenti minacce e vessazioni da parte delle autorità irachene per i suoi scritti, nel 1990 fu costretta a fuggire all’estero.

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Die Dinge des Lebens – to rococo rot (con poesie di Monica Rinck)

Cooperazioni
.
lui cooperava con navi, con temperature,
con sirene e con il vicinato, e moltiplicava
le ore della mia veglia per l’abbandono.
il sonno, leggero e tormentato, mi lasciava sempre
troppo presto, in ore verticali, mezz’illuminata
me ne stavo in piedi nel cinguettio come acciaio
o alga. l’amante era oceano. io non arrugginivo.
al mio posto arrugginiva l’acqua salata.
così forse dev’essere. nella cabina iperrealismo.
ma io scivolavo. facevo cose mattutine
di prima mattina. e osservavo, osservavo lui,
come se stessi su piani inclinati, su onde,
sulla luce o su forze. sul vento. solo allora
si faceva terra e le campane suonavano,
ma ormai era già da tempo giorno.
.
*
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Drifting accumulation
.
rimanere sempre alle sillabe. ora lo so con precisione:
qualcosa si è impossessato di me per spegnermi.
è un animale. forse una medusa o un branco di meduse.
una cosa enorme. molto pesante e sempre dentro.
ha delle aspettative. no, mi sbaglio, non è un animale.
la depressione non ha polmoni. nemmeno la medusa li ha.
la depressione ha solo peso. penso: lampade lava. non era
meraviglioso quando bevevamo lampade lava? c’era già?
c’era già all’epoca, l’animale che non è animale, solo peso?
tentammo di tutto per tenere il ritmo. per non mollare.
finché non ci raggiunse, noi collassati e sconfitti.
non ha senso pensarci, ormai è qui. finché non se ne sarà andata.
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*
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Protocolli di miele
.
Lo sentite lo scherno dei protocolli di miele, tu traducevi te stesso –
non era vero? – in ogni cosa. Traducevi le tue camiciole,
le tue briciole dentro al grande splendore, dove svanivano,
invece di aiutare, invece di intralciare. Fissavi lassù nello splendore,
ti lanciavi in alto verso di lui, ma la forza del tuo salto
era troppo modesta per il tuo peso. Maledizione. Lo splendore
è raggiungibile in metro in dieci secondi, ma non da te. Tutti sanno
che hai preso un abbaglio. C’era scritto muso dell’elefante, tu hai tradotto
coda scodinzolante. Se venivano offerti datteri all’ospite gradito,
tu che cosa hai scritto? Per piacere, cancellate il rendezvous.
Eri pronto, non andavi bene, ne eri a conoscenza, eri confuso.
Perdite grandi come nubi, quindi non gravi, trasposte in lontananza
e sempre più lievi: moltitudine compresa solo quando sta per svanire.
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*
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Monika Rinck (Zweibrücken, 1969) è autrice di opere di saggistica, poesia e prosa. Tra le raccolte di poesia ricordiamo qui le più note: Verzückte Distanzen (zu Klampen! Verlag 2004), zum fernbleiben der umarmung (kookbooks 2007), Helle Verwirrung / Rincks Ding- und Tierleben (kookbooks 2009); Honigprotokolle (kookbooks 2012); Alle Türe (kookbooks 2019); per la saggistica: Ah, das Love-Ding (kookbooks 2006) e Risiko und Idiotie (kookbooks 2015). Recentissima è la pubblicazione dell’antologia poetica, narrativa e saggistica Champagner für Pferde. Ein Lesebuch (Fischer 2019).

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Gustav Holst e tre poesie sui gatti

A un gatto di Jorge Luis Borges
.

Non sono più silenziosi gli specchi
né più furtiva l’alba avventuriera ;
sei, sotto la luna, quella pantera
che a noi ci è dato percepire da lontano.
Per opera indecifrabile di un decreto
divino ti cerchiamo invano;
più remoto del Gange e del Ponente
tua è la solitudine, tuo il segreto.
La tua schiena accondiscende la carezza
lenta della mia mano. Hai accolto,
da quella eternità che è già oblio,
l’amore di una mano timorosa.
Sei in un altro tempo. Sei il padrone
di un abito chiuso come un sogno.

*

Gatto che giochi per via di Fernando Pessoa
.

Gatto che giochi per via
come se fosse il tuo letto,
invidio la sorte che è tua,
ché neppur sorte si chiama.
Buon servo di leggi fatali
che reggono i sassi e le genti,
hai istinti generali,
senti solo quel che senti;
sei felice perché sei come sei,
il tuo nulla è tutto tuo.
Io mi vedo e non mi ho,
mi conosco, e non sono io.

*

Il giornale dei gatti di Gianni Rodari
.

I gatti hanno un giornale
con tutte le novità
e sull’ultima pagina
la ‘Piccola Pubblicità’.
‘Cercasi casa comoda
con poltrone fuori moda:
non si accettano bambini
perchè tirano la coda’.
‘Cerco vecchia signora
a scopo compagnia.
Precisare referenze
e conto in macelleria’.
‘Premiato cacciatore
cerca impiego in granaio.’
‘Vegetariano, scapolo,
cerca ricco lattaio’.
I gatti senza casa
la domenica dopo pranzo
leggono questi avvisi
più belli di un romanzo:
per un’oretta o due
sognano ad occhi aperti,
poi vanno a prepararsi
per i loro concerti.

***

 

 

Genesis con poesie di Philip Morre

Una sacerdotessa
alla maniera di Callimaco

Era stata, come diceva lei, una “sacerdotessa”
– sugli altari dell’amore! Prima il Cairo,
poi Klagenfurt: “un periodo deprimente”,
ultimamente Peckham: “meglio di quanto ti aspetteresti”.
“Sono sopravvissuta a tutti quei ragazzi timorosi”.
Qualche lavoretto lo faceva ancora: “istruisco,
– non si dice così?” le casalinghe intraprendenti
a integrare il bilancio familiare; “scelta loro!”.
Due figli suoi, incautamente avuti,
fin troppo perbene, come spesso succede:
“Con le loro pensioni potranno mantenere
la mia vecchiaia” (era sull’ottantina allora).
“Non vedono l’ora di seppellire la mamma tremenda”.

Beh, adesso l’hanno fatto. Se n’è andata di colpo
– dopo un attacco di starnuti, ho sentito dire. Mi mancherà:
un’ottima compagnia, coraggiosa come poche,
e più saggia dei filosofi.

*

Grey Blues

Il colore della tua assenza è piuttosto
un’assenza di colore, il non-colore
del tirare avanti, del far passare
– domani e dopodomani – del far bastare.

Chiamalo grigio se vuoi, lo schwa
dei colori, chiamalo grisaglia sbiadita –
o cinereo – e non pretendiamo nemmeno
che dopo la pioggia venga sempre il sereno.

Ti vedevo come la più sgargiante rifinitura
nel bleu-de-travail della mia vita,
non tanto ragione-di-vita quanto ricompensa;
le scuse degli dei per lo scherzo che tirano!

Sono ancora lassù, loro, in quel villaggio olimpico,
a mescolare le carte, a bisticciare – a chi toccherà
rimorchiare in costume da cigno stasera?
– mentre infilano i fanti nelle maniche …

E tu? Non so neanche dire per certo
in che paese ti trovi: ma giusto ieri ho visto
la tua giacca blu attraverso una cortina di pioggia
scarpinare sul promontorio, non in questa direzione.

***

Esistono solo due raccolte di poesie di Philippe Morre: la prima solo in inglese, The Sadness of Animals (San Marco Press, 2012), la seconda invece in italiano e inglese Istantanea di ippopotamo con banane (Interno Poesia, 2019). Good luck!

 

Vikingur Olafsson esegue Bach con La ballata del vecchio marinaio (pt. 2) di Samuel Coleridge

… «E poi ci venne nebbia e neve insieme,
faceva freddo straordinariamente:
e montagne di ghiaccio, quanto gli alberi alte,
ci flottavano accanto, verdi smeraldo.

[La terra del ghiaccio e degli spaventevoli fragori, sulla quale non si scorgeva cosa vivente.]

Tra il turbinare le rocce innevate
facevano un lugubrissimo vedere:
non avvistavi forma d’uomo o bestia –
il ghiaccio era dovunque.

Ghiaccio qui, ghiaccio là,
era dovunque, il ghiaccio:
e crosciava, ringhiava, ruggiva ed ululava,
i rumori che intendi da svenuto!

[Finché un grande uccello marino, un Albatro, apparì di tra la bruma nevosa e venne accolto con gioia ed ospitalità grandi.]

Alla fine incrociammo un Albatro,
sbucò di tra la bruma;
lo salutammo in nome del Signore,
quasi che fosse un’anima cristiana.

Mangiò del cibo che mai aveva assaggiato,
e ci volava intorno di continuo.
Il ghiaccio si fendé scoppiando in tuono:
il timoniere ci passò nel bel mezzo!

[Ed ecco che l’Albatro si rivela uccello di buon augurio e segue la nave nel suo ritorno a nord, tra foschia e banchi di ghiaccio galleggianti.]

Ci nacque a poppa un vento benigno;
l’Albatro ci teneva compagnia,
ed ogni giorno, per cibo o per gioco,
compariva al richiamo di noi.

Facesse nebbia o nuvolo, sull’albero o su sartia,
si stette appollaiato nove sere;
mentre di notte la bruma bianca
baluginava la luce della luna».

[Il vecchio Marinaio slealmente uccise il pio uccello di buon augurio.]

«Dio ti scampi, mio vecchio Marinaio,
dai diavoli che ti torturano così!
Perché fai quella faccia?» Con la balestra
io abbattei quell’Albatro.
[…]

[La nave entra subitamente in bonaccia.]

Cadde la brezza, caddero le vele:
più triste di così era impossibile;
noi si parlava solamente per rompere
il silenzio del mare!

In un cielo rovente, di rame,
il sanguigno Sole, a mezzodì,
stava a piombo sul maestro,
non più grosso della Luna.

Un giorno e un altro, un giorno dopo l’altro
stemmo, senza un alito, una scossa;
fermi come una nave dipinta
sopra un oceano dipinto.

[E si inizia la vendicazione dell’Albatro.]

Acqua, acqua in ogni dove,
ed il fasciame s’imbarcava tutto;
acqua, e soltanto acqua,
e neanche una goccia da bere.

Marciva perfin l’abisso. O Cristo!
Che dovesse succederci questa!
Cose vischiose strisciavano,
con mille piedi, sul vischioso mare.

Intorno a noi, a sciami vorticanti,
fuochi di morte ballavano a notte;
e l’acqua, come gli oli delle streghe,
ardeva verde, azzurra e bianca.

[Uno Spirito li aveva seguiti: uno degli invisibili abitatori di questo pianeta, non anime dipartite né angeli; riguardo ai quali si può consultare il dotto ebreo Giuseppe e Michele Psello, Platonico Costantinopolitano. Sono numerosissimi e non v’è clima od elemento che non ne conti uno o più.]

Certuni in sogno presero coscienza
dello Spirito che così ci tribolava:
ci aveva seguiti, nove braccia sotto,
dalla terra della bruma e della neve.

Ed ogni lingua, per la sete estrema,
s’era seccata alla radice;
non cacciavamo fuori la parola,
peggio che fossimo ingozzati di fuliggine.

[I compagni, nella loro ambascia, non esitano a gettar l’intera colpa sul vecchio Marinaio; in segno di che, gli appendono al collo l’uccello morto.]

Povero me! Che truci sguardate
mi toccarono da giovani e vecchi!
Al collo, al posto della croce,
mi venne appeso l’Albatro.

*

Years of solitude (Años de Soledad) – Astor Piazzolla e Gerry Mulligan con poesie di Helga Maria Novak

sotto il gelso

carta carbonizzata innevava la strada
lanterne sghembe ondeggiavano ebbre
le finestre a inferriate della scuola di mattoni
tenevano al sicuro in cantina quaranta bambini

le mura della città andavano in cenere
di fronte alla scuola c’era un albero di gelso
e un bambino nei bagliori dell’incendio
si ingozzava la bocca di dolci more

la scuola in mattoni è bruciata per intero
le inferriate tennero bene
i quaranta presero fuoco come libri urlanti
da ultime s’infiammarono le braccia protese

il bambino ha smesso di crescere
– uno scemo qualsiasi – e
mentre sulla cenere crescono le cipolle
lui continua sotto l’albero di gelso

a ingozzarsi la bocca di dolci more.

*

Deportate

le scavatrici di torba

vengono dai campi paludosi
le loro teste rasate a zero
ondeggiano nel crepuscolo
come la collana di perle di una gigantessa

a piedi nudi le donne lasciano
le impronte nella strada catramata
i soldati davanti alle palizzate
aspettano i corpi

delle scavatrici di torba

*

finché arrivano lettere d’amore
non tutto è perduto
finché mi raggiungono abbracci
e baci seppure per lettera
non tutto è perduto
finché nei pensieri
vi chiedete dove io sia
non tutto è perduto

********

Helga Maria Novak (1935 – 2013) poetessa islandese di lingua tedesca

Slagr con poesie di Laura Segantini

Mi rinchiudo,
come conchiglia sulla battigia.
In una notte di marea forte.
Rimango immobile.
Ricordo, esamino il tempo.
Decido nuove strategie.
Mi rinchiudo.
Lasciatemi in questa, anelata, pace.

*

Non è bastato il tempo.
Tutti questi giorni bugiardi, che si assommano, come grani di polvere.
Sabbia nelle clessidre.
Basta un soffio di vento, per ritornare.
In quell’angolo d’ombra.
Vederti per la prima volta.
E sapere che eri tu,
colui che attendevo.
Scoprire nei tuoi occhi la stessa meraviglia,
nell’esserci ritrovati.

*

Manchi, tu manchi.
A questa estate
che senza di te è solo sole e polvere.
Manchi alle mie labbra, ai miei sorrisi, ai miei occhi.
Ai miei sogni.
Manchi a questa città, che senza la tua voce, è nuda nel vento.

*

La luna non sbaglia.
Non illumina chi non merita la sua luce.
La luna tace, nel buio.
Si mostra per ciò che è.
Lontana e fredda.
Fiamma di candela, già spenta dal vento.
Riflesso d’un sole lontano.
Senza far sentire
nemmeno un sussurro.

*****************

Laura Segantini, autrice del tutto inedita sul piano editoriale, è nata a Legnago (VR) e vive a Vicenza. Ha frequentato il Liceo Artistico Statale Marzotto a Valdagno (VI)

Musica tradizionale e poesia dall’Afghanistan

ZAHER REZAI  
.
Io che sono così assetato e stanco forse non arriverò fino all’acqua del mare.
.
Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino, ma promettimi, Dio,.
che non lascerai passare la primavera
.
*
.
ZIAGOL SOLTANI 
Il flauto
.
Stanotte liberami dalla verità dello specchio
Chiamami, perché la notte sta per finire, e l’alba è già qui
In questa spiaggia dove ho confinato me stessa
Lascia che io mi riconosca
L’inverno ha lasciato una cicatrice azzurra sulle mie spalle
Invitami alla verde stagione primaverile
Che ne sai della paziente melodia del mio silenzio?
Fammi accordare con il flauto
L’infausto bruciare della fiamma sta scritto sulle ali della falena
Fammi andar via dalla buia moltitudine della creazione
Sono già stata condannata al tormento della segregazione
Stanotte liberami dalla verità dello specchio
.
*
..
ZAHER REZAI
.
Se un giorno
.
Se un giorno in esilio la morte deciderà di prendersi il mio corpo
.
Chi si occuperà della mia sepoltura, chi cucirà il mio sudario?
.
In un luogo alto sia deposta la mia bara
.
Così che il vento restituisca alla mia Patria il mio profumo
..
*
.
NADIA ANJUMAN 
.
Imprigionata in questo angolo
.
Sono imprigionata in questo angolo
Piena di malinconia e di dispiacere.
.
Le mie ali sono chiuse e non posso volare.
.
*
.
NADIA ANJUMAN 
.
Magari
.
A voi, ragazze isolate del secolo
condottiere silenziose, sconosciute alla gente
voi, sulle cui labbra è morto il sorriso,
voi che siete senza voce in un angolo sperduto, piegate in due,
cariche dei ricordi, nascosti nel mucchio dei rimpianti
se tra i ricordi vedete il sorriso
ditelo:
Non avete più voglia di aprire le labbra,
ma magari tra le nostre lacrime e urla
ogni tanto facevate apparire
la parola meno limpida.
.
*****************

John Cage e due poesie di Miljana Cunta

Lettera
.
Ti scrivo
che la Neva lentamente si prosciuga.
Spudoratamente, negli occhi del lungo sogno russo,
assente disegna le ultime curve
come una celebrazione funebre
senza bara.
Vive ancora solo nei giornali
che con la congettura della vera causa
dell’imprevisto deperimento
fermamente iscrivono alla storia.
Ma lei più non sa
quando lungo la sua schiena liscia scivolano le prime stelle,
quando dal fitto nucleo sciaborda un presagio di vita,
come titillano le gocce di pioggia,
come l’occhio sopra essa ha memoria.
Nello scherno alla dura malinconia
della madre Russia ancor più greve
gli steli vermicolari delle foci
fa scendere nel nido della terra,
dove la morte schiude i becchi affamati.
Un fiume carsico sarà un giorno
la bella Neva, annuiscono coloro che sanno,
congetturano l’angolo del pendio e la composizione dell’acqua,
dividono la singolarità del conoscere col tempo della ricerca
e sommano la gloria,
mentre
naturalmente
si prosciuga, la bella Neva,
spudoratamente,
negli occhi
del lungo
sogno
russo.

*

Betulle
.
Han spogliato nude le betulle
nel profondo nella gola del bosco.
I corpi scortecciati trepidano,
la pelle scuoiata si disgrega nella terra.
Bacio le betulle svelate
tutte le notti da sola.
Mi attacco delicatamente agli sfregi,
accarezzo i cerchi degli anni,
vezzeggio le fessure nelle radici,
tendo la mano alle secrezioni dei rami.
Han spogliato nude le betulle
nel profondo nella gola del bosco.
Quando nelle chiome secche si configge
il quarto di luna che scioglierà l’oscurità,
bacio le svelate betulle.

*

Miljana Cunta, poetessa slovena è nata nel 1976, dopo la laurea in Letteratura Comparata e Inglese ha conseguito un Master sulla Poesia inglese nel periodo vittoriano presso l’Università di Lubiana. Dal 2006 al 2009 ha diretto il programma del Festival Internazionale di Letteratura di Vilenica. Ha tradotto poesie di Christina Rossetti e Gerard Manley Hopkins. Ha riscosso un notevole successo, di pubblico e critica, con il suo primo libro, Za pol neba (Per metà del cielo), edito nel 2010 dalle edizioni Beletrina di Lubiana, e ha ricevuto le nomination per il Premio Veronika e il Premio Jenko. Nel 2013 appare per la prima volta in italiano la sua raccolta completa, ad opera del poeta e traduttore Michele Obit, per Thauma edizioni.