Ascolta & Leggi: Ennio Morricone con poesie di Grace Paley.

Grazie a Dio non c’è nessun Dio

Grazie a Dio non c’è nessun Dio
o saremmo tutti perduti

se fosse Lui che ci fa gridare
di angoscia feroce di fronte alla tortura
all’odio tre o quattro volte per generazione
non ci sarebbe speranza e seppure Lui permettesse
alla pace di apparire allora un giorno grandi lastre
di pietra sotto i frutteti e il mare potrebbero
muoversi piano una contro l’altra terremoto

se fosse stato Lui a costruire così stretto il ponte
su cui siamo esortati a passare
senza paura mentre intorno a noi
i vecchi gli zoppi i maldestri i
bambini scalpitanti ruzzolano giù
e a volte vengono spinti nell’orrido
precipizio se fosse Lui certo saremmo perduti

se fosse Lui a offrire il libero arbitrio ma
solo ogni tanto strano dono
per un popolo che abbia appena distinto
la mano destra dalla sinistra
ma se siamo noi i responsabili
consideriamo il nostro assiduo amore uno per l’altro
perché questo è il giorno d’oggi ora possiamo
guardarci negli occhi
a grande distanza questo è il tele-
fonico elettronico digitale giorno d’oggi
celebre per il denaro e la solitudine ma noi

abbiamo sconfitto Babele accettando parole
straniere in gloriose traduzioni se

sappiamo essere responsabili se siamo
diventati responsabili

*

Alternativa episodica del poeta

Stavo per scrivere una poesia
invece ho fatto una torta ci è voluto
più o meno lo stesso tempo
chiaro la torta era una stesura
definitiva una poesia avrebbe avuto
un po’ di strada da fare giorni e settimane e
parecchi fogli stropicciati

la torta aveva già una sua piccola
platea ciarlante che ruzzolava tra
camioncini e un’autopompa sul
pavimento della cucina

questa torta piacerà a tutti
avrà dentro mele e mirtilli rossi
albicocche secche tanti amici
diranno ma perché diavolo
ne hai fatta una sola

questo non succede con le poesie

a causa di una inesprimibile
tristezza ho deciso di
dedicare la mattinata a un pubblico
ricettivo non voglio
aspettare una settimana un anno una
generazione che si presenti il
consumatore giusto

*

Avevo bisogno di parlare con mia sorella

Avevo bisogno di parlare con mia sorella
parlarle al telefono intendo
come facevo ogni mattina
e anche la sera quando i
nipotini dicevano qualcosa che
ci stringeva il cuore

Ho chiamato il suo telefono ha squillato quattro volte
potete immaginarmi trattenere il respiro poi
c’è stato un terribile rumore telefonico
una voce ha detto questo numero non è
più attivo che meraviglia ho
pensato posso
ancora chiamare non hanno assegnato
il suo numero a un’altra persona malgrado
due anni di assenza per morte.

*

Certe volte adesso quando dormo sola

Certe volte adesso quando dormo sola
mi do un’annusata
e mi chiedo in tutti questi anni è questo
l’odore che ti è stato familiare
e se è così ti piaceva davvero non
sembra gradevole tu stranamente
sudi poco per un uomo tanto attivo ma sai
di dolce quando ti abbraccio di questi tempi
(o tu abbracci me) o appoggio la testa sul tuo
cuscino nel letto so che sei tu
un delicato odore di camino e ti
respiro un po’ non sono sorpresa
ti ricordo sempre delizioso

*****************************************************************************************************************

La nostra idea era che i bambini, scrivendo, buttando giù parole, leggendo, iniziando ad amare la letteratura, con l’inventiva di ascoltarsi a vicenda, potessero iniziare a capire meglio il mondo e a crearne uno migliore per sé. Mi è sempre sembrata un’idea così naturale che non ho mai capito perché sono state necessarie così tanta aggressività e tempo per avviarla!

Grace Paley, nata Grace Goodside (New York, 11 dicembre 1922 – Thetford, 22 agosto 2007), è stata scrittrice, poetessa e attivista statunitense. Nata da una famiglia ebrea di origine ucraina, Grace Paley è considerata una maestra delle short stories, dimostrando grande talento con la sua scarna carriera di scrittrice, 45 racconti in 40 anni per un totale di 370 pagine. Autori del calibro di Philip Roth e Saul Bellow lodarono la singolarità della sua voce nella narrativa americana.

Ascolta & Leggi: Leonard Cohen con inediti di Renzo Piovesan

Poesia lirica, struggente, un petto che si leva a tentare di parare le storture e le inesattezze di una umanità che non sa dove va. L’eterno che è in ognuno di noi sembra spingere verso una violenza bestiale, inaudita, che tutti condanniamo spesso solo a parole o esprimendo formale solidarietà o sdegno. Si disse: mai più Auschwitz, ma pochi decenni dopo arrivarono le atrocità dei killing fields e non solo. Trovo questi brani molto sofferti, interessanti, soprattutto sentiti nella loro forte, pudica, denuncia, buona lettura.

AI BAMBINI PERDUTI

La vostra tomba, bambini, sarà candida
come la rosa e sarà un eden intorno
e l’incantata armonia d’un usignolo.

Dolce il suono che lasciavate al sole
quel cernere i sassi di quarzo e al colore
trovar azzurra e rosa intorno la sera.

Ora, che sia la luna e il suo vento,
lasciate più solo il mondo, ci sembrerà
d’udir nella breccia il vostro lamento.

Era vostro il grido al seno dell’infanzia,
per inventare un senso alla morte,
in un gioco infranto riparato dalla sorte.

Al macero i vostri disegni di braghi
e di pianto. Ogni giorno che passa
ricade brullo nel buio che c’inghiotte

Irrompete in scena a testa bassa nel ridere,
fanciulli, devastateci la cupa quotidianità
e un’altra volta vivete.

*

LO SPARO

Chiedo al piombo e alla radica
perché si sono lasciate
fondere e modellare in pistola?
Chiedo alla polvere da sparo
perché s’è lasciata svariare
dai fuochi d’artificio?

Chiedo al rame
se si è scordato degli alchimisti
perdendo la speranza d’essere oro?

Nessuno mi risponde.
hanno scelto il sonno eterno.

*

LA SHOAH

Con Auschwitz si suicidano i crismi della fede.
Si levi pure il fumo dai camini domestici
dei Reich, segale di libagioni e calore
mentre dalle fornaci dei campi si leva fumo nero,
segnale che gli dèi han tradito le promesse.

Ad Auschwitz D-o è morto.
Le cifre impresse sulla carne degli imprigionati
per l’olocausto enumeravano la sostanza di D-o
e ora, a uno a uno, sono bruciati, gassati
scomparsi e con loro il vero numero di D-o.

Dopo Auschwitz c’è una nuova teologia:
degli ebrei morti nella Shoah, la memoria
che ha immagine corporea e corpo
il mio e il vostro.

*

MANCATA SEPOLTURA

Nella non tomba giace in taglia al mare
con le gambe divelte tra due fluttuanti
spiri aspidi dell’affondato gommone.
Di ciò ch’è stato vien bottino ai pesci
e alle maree l’avoriata carne del diniego
d’accoglienza l’orrida bandiera.

Geo indicato da voli ai Paesi indifferenti
il sedere arso dal raggio e dal gasolio
non verrà servo ai calci dell’istigata paura.
Dalla raccolta dai Centri alle piantagioni
già respinto. L’eco volti la truce sorte
e dell’ignoto si dia pia sepoltura.

******************************************

Renzo Piovesan è nato a Tel Aviv nel 1970. Dopo aver zigzagato tra Italia e medio oriente, ha accettato l’adozione dell’isola di Murano. Si è diplomato sia al Liceo classico (al mattino) che al Liceo artistico (la sera) per intifada genitoriale. Si è laureato con il vecchio ordinamento in Filosofia, Lettere Moderne indirizzo Giornalismo e Giurisprudenza. Per tre anni, per bontà del Prof. Botta, ne è stato assistente al Bo di Padova.
Nel 1999 pubblica per Einaudi il primo libro che è una revisione integrale del saggio su Ludwig Wittgenstein precedentemente steso dal Prof. Trinchero. Ha ripreso tutti i testi originali del filosofo e li ho ritradotti. Oggi è testo fondamentale per la laurea in filosofia.

Ricerche filosofiche

bibliografia:

– Ricerche filosofiche Ludwig Wittgenstein Collana: Biblioteca Einaudi, 1999 e 2009.
– Oltre Autore: Renzo Piovesan Collana: Collezione di Poesia Einaudi, 2011.
– La Dea Dispersa, uscita prevista per il 2 Ottobre 2020 per Einaudi.
– Cristina e il freddo, collana: L’Arcipelago Einaudi, 2016.
– Astrisia, Collezione di Poesia Einaudi, 2016.
– Donna Venezia, Collezione di Poesia Einaudi, 2018.
La Dea Dispersa, Collana I Coralli. Pubblicazione prevista per il 2 Ottobre 2020.
Santo Stefano (trilologia Chi non parla) Collana I Coralli. Pubblicazione prevista per il 04-12-2020.

Ascolta & Leggi: Johann Sebastian Bach e Savina Dolores Massa, “Lampadari a gocce”. Nota di lettura di Maria Allo

Un’ottima lettura recensione di Maria Allo su Lampadari a Gocce di Savina Dolores Massa.

Poetarum Silva

Savina Dolores Massa, Lampadari a gocce
Il Maestrale editore 2020      

E appena dico
è reale,
svanisce.
Così è più reale?
(Octavio Paz)

Savina Dolores Massa, affabulatrice ricca d’inventiva, ha la capacità di operare una sorta di corto circuito nell’interiorizzare fantasticamente i personaggi di questo romanzo che sconfina di continuo dal piano della rappresentazione verosimile a quello dell’invenzione fantastica, sorretta da un preciso e lucido vigore intellettuale. Da ciò un pathos che è al tempo stesso denso e controllatissimo. Libera dai vincoli di obbedienza alle principali correnti letterarie, l’autrice non sembra assillata dall’ossequio alla realtà, ma trova il modo di parlare del proprio tempo attraverso la realtà in un microcosmo chiuso che si trasforma in una vasta metafora dell’esistenza. Potremmo dire che all’autrice non interessa la realtà come fine bensì come mezzo per tentare di cogliere l’interiorità dei personaggi. In questa prospettiva la prosa diventa poetica, mentre la poesia…

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Ascolta & Leggi: Max Richter e poesie di Kjell Epsmark

La tradita: solo un contorno senza forza
Lei è dunque stata un’altra per otto anni
senza saperlo.
Ogni giorno c’è stato un equivoco.
Si aggrappa al lavandino. La stanza da bagno vira di bordo.
L’inaudito non è nel guardare all’improvviso
in un entusiasmo inflessibile come quello degli insetti.
L’inaudito è vedere un pomeriggio
scambiati otto anni della propria vita.
I figli hanno saputo. E sono stati risparmiati. Questo amore
è appartenuto a tutta la cerchia dei conoscenti
una comunanza per piena di antenne pendolanti.
Solo lei ne è rimasta fuori.
Il prezzo per la calma di tutti splendente come maggiolini
è la sua esistenza falsificata.
Si guarda il volto trasparente nello specchio.
È del tutto estraneo.
Le mani che diventano bianche intorno al lavandino
non più del suo proprio biancore
non sono sue. Lei non può trattenersi.
E vomita tutti i ricordi menzogneri:
questo volto semichiaro su di lei
sciolto in desiderio e assicurazioni
la sua repentina giovinezza – una gita sulla neve e risate
questi momenti maturi nel cerchio di luce del tavolo da pranzo

quando la voce di lui rendeva reale l’appartamento.
Lei vomita tutta questa vita falsa
questi giornate dal tanfo di gusci di gambero.
Infine siede sul pavimento del bagno
del tutto messa a nudo. Nulla è rimasto degli otto anni.
Solo il sapore di metallo in bocca.
Dovete restituirmi i miei anni!
I bambini se la cavano, inaspettatamente adulti, imbarazzati
dalla retorica, da questi resti di disperazione’
che nemmeno ha parole proprie.
E gli occhi dei vicini nelle maioliche del bagno!
Lei siede avvolta intorno al suo vuoto doloroso.
Cerca di proteggere la sua povertà con la schiena contro tutti quelli che hanno saputo.

*

A fianco del suo banco c’è il banco
Lei ascolta con tutto il corpo.
Le labbra dell’insegnante si muovono. E lei sente
ma manca tuttavia le sue parole di qualche millimetro
come quando si cerca di prendere una pietra nell’acqua.
C’è un altro mondo, a un palmo di distanza dal suo.
Proprio vicino alla carta della Svezia
pende una carta sulla Svezia –
stesse città e stessi lembi di laghi
stessi campi gialli e verdi
eppure un regno irraggiungibile che risplende.
Adesso discutono, si muovono le bocche.
Certo lei sente. Ma ciò che si dice veramente
passa scoppiettando oltre le sue orecchie
verso chi abita nel paese giusto.

Eppure li può catturare nella pausa
quando raffreddata racconta come presero il padre
che lottava, tirato in ogni direzione.
E la madre che cercava di nascondersi tra le mani.
Tutto viene venduto per venti risate cianciate.
Racconta a gambe aperte, con le calze calate.

Ma nulla viene tolto al suo successo.
Quando poi prende posto nella loro conversazione
incontra quel diaframma sottile
che separa il mondo dal mondo
e quel sorriso che fà così male
perché è fatto per non essere notato.
Se potesse infiltrarsi nella loro Svezia
e cautamente sedersi in mezzo a loro
allora la sedia non diventerebbe una sedia
e lei stessa non diventerebbe reale?
Un passo a lato, non servirebbe di più.
Ma non trova neanche una parola per quel passo.
E la classe sa: lei non la troverà mai.
La lingua tra queste quattro mura
sente la sua vita che verrà.
Lei può lottare fino a smembrarsi tirata in ogni direzione.
In questa grammatica gentilmente inflessibile
ciascuno ha il suo posto finale.

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per saperne di più:

https://it.wikipedia.org/wiki/Kjell_Espmark

Ascolta & Leggi: Mike Oldfield e poesie di Maria Pina Ciancio.

https://www.youtube.com/watch?v=1Zfv8F8OpIg

La bellissima poetica di Maria Pina Ciancio con musica di Mike Oldfield (articolo estratto da La Poesia e lo Spirito con un ringraziamento a Pasquale Vitagliano che lo ha curato)

La poesia e lo spirito

Pina Ciancio di origine lucana è nata in Svizzera nel 1965 e dopo aver vissuto tanti anni in Basilicata, si è è trasferita da circa due anni nella zona dei Castelli Romani. Viaggia fin da quand’era giovanissima alla scoperta dei luoghi interiori e dell’appartenenza, quelli solitamente trascurati dai grandi flussi turistici di massa, in un percorso di riappropriazione della propria identità e delle proprie radici. Ha pubblicato testi che spaziano dalla poesia, alla narrativa, alla saggistica. Tra i suoi lavori più recenti ricordiamo La ragazza con la valigia (Ed. LietoColle, 2008), Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro (Fara Editore 2009), Assolo per mia madre(Edizioni L’Arca Felice, 2014). E’ presidente dell’Associazione Culturale LucaniaArt.


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Ascolta & Leggi: John Carpenter con una poesia di Alida Airaghi.

LEZIONE DI SOLITUDINE

(Yo quiero estar donde estuve.
Pedro Salinas, La voz a ti debida, LIX-26)

I

Non mi trovava
mio cugino Carlo
quel pomeriggio che giocavamo
a nascondino, ed ero l’ultima
da recuperare. Gli altri
correvano per aiutarlo:
a spiare negli anfratti
del prato, nel parcheggio
vicino, tra gli alberi e la siepe.
Ma dimentica di loro
e di tutto
giacevo nel fosso
a guardare il cielo
che mi perdonava.
I bambini come matti urlavano
insulti a perdifiato,
e io tacevo.

II

Sotto il melo nell’orto
leggevo Pattini d’argento
in assoluta solitudine
e soddisfatto esilio,
immersa nella pagina
(nella polpa d’arancia
che sorbivo), se non fosse
intervenuta abietta l’inquietudine,
l’improvviso spavento
di scoprire sul tronco dell’albero
un bruco, un verme, o un millepiedi
(forse un drago per magia
rimpicciolito), così vicino
alla mia guancia, guardarmi
nudo e inerme,
ma attento e infastidito:
io colpevole di lesa maestà
e disdicevole intrusione
in domicilio, costretta
a scappare via.

III

Lo aspettavo seduta sul muretto,
e lui tra tanti pensieri appena mi guardava.
I suoi operai lo temevano:
non indossava la tuta
ma una bianca camicia,
una cravatta. Allora mi affrettavo
al suo fianco, orgogliosa.
Così alto, importante. Esplodeva
la sirena della fabbrica,
inchinandosi.
Mio dio, che mano grande
aveva mio padre! E come la mia
nella sua si sentiva sicura:
ma anche, perdendosi,
aveva paura.

IV

«È lei la figlioccia? »
chiedeva il parroco alla mia madrina.
«Così diversa dalle sorelle!» proseguiva,
e io bambina pronta alla cresima
confondevo figlioccia e figliastra,
soffocando nel cuore l’antico sospetto,
di essere figlia adottiva.

V

Il mio primo dolore
me lo ricordo bene.
A tavola, con gesto sbadato,
rovesciai l’acqua dal bicchiere,
sporcai la tovaglia,
e avevo quattro anni.
Il rimprovero della mamma
fu solo un pretesto
alle lacrime.
Non per quello piangevo,
ma per l’improvvisa rivelazione
che tutto passava e finiva:
quel pranzo, il bagnato,
la gente del mondo,
ogni aiuto futuro.
Saremmo invecchiati e poi morti
– nessuna eccezione.
Quello a cui non si deve pensare,
invece a me era venuto in mente.

VI

Non lo sapeva nessuno
in casa,
che se si guardavano le tende
del salotto dal divano
le pieghe in alto nascondevano
il profilo di un signore:
fronte, naso, mento.
Se a un soffio di vento
si muovevano,
il signore sorrideva.
Nessuno lo sapeva.
Solo io
premevo quel segreto
nel mio cuore.

VII

A Messa mi sentivo colpevole
perché non riuscivo a stare attenta,
e vagavo con gli occhi
con la mente su fiori facce affreschi,
sui ceri sottili che imploravano
una grazia a San Tommaso:
forse ogni fievole candela
misurava la vita dei fedeli presenti!
Quelle lunghe i bambini, e quella
quasi spenta la vecchia addormentata
al primo banco. Chissà poi che l’età
non c’entrasse, e invece per caso
una strana malattia,
un tremendo incidente.
Spaventata spiavo dove fosse
la candelina mia.

VIII

A scuola dalle suore,
più della maestra
e della compagna col braccio di legno
(«Tocca, non fa male, il mio risuona
e il tuo no!»), più degli odori
del refettorio o del boschetto
con la madonnina,
la mia salvezza era la finestra:
guardare fuori il cielo, sfiorare
con la bocca la brina sul vetro
appannato.
Oppure supplicare purezza nel confessionale,
«vade retro!» con sdegno al peccato
dei pensieri: perché ero una bambina
buona.

IX

Alle elementari
mi innamoravo dei ragazzini biondi,
col magone nel cuore: Silvano
che oggi fa il meccanico, Roberto
ansioso di arrivare in ritardo,
e poi Giuseppe, quello del bigliettino
(da grande ti sposo)
nascosto nella tasca del grembiule.
Li guardavo in silenzio dal mio posto,
i miei cari biondini; con tremante
emozione intuivo l’amore,
l’amore che è un dardo.

X

Con l’influenza allora
si rimaneva a letto
per una settimana o più.
Ogni tanto si affacciava alla stanza
Maria, a raccomandare pazienza:
«Mica stai per morire!»
Poi appariva lei con la minestra
in brodo, lo sciroppo,
un’altra scusa o una carezza.
Quasi quasi infermiera
e mai severa se stavo male,
con una tenerezza nella voce
che pensavo di non voler guarire:
subito dopo andava via,
e mi sentivo gesù bambina
in croce, alla sua porta chiusa.

XI

«Faccio male al lenzuolo
se lo graffio con le unghie
dei piedi, faccio male
alle giunture dei marciapiedi
se le calpesto
al suolo, faccio male
alle zanzare se le uccido,
al mio angelo custode
se non sono gentile,
alla mamma al papà
se li deludo, al mendicante
se non sono generosa.
Una cosa, per favore,
una cosa sola tra le tante
sbagliate e accusatorie
che mi salvi in eterno,
non mi porti all’inferno».

Alida Airaghi

In «Bloc Notes» n. 64, maggio 2014 e in L’attesa, Marco Saya edizioni, Milano 2018

*

Alida Airaghi (Verona, 1953) si è laureata all’Università Statale di Milano in Lettere Classiche e ha insegnato a Zurigo per il Ministero Affari Esteri dal 1978 al 1992. Collabora a diverse riviste e blog italiani e svizzeri.

Ascolta & Leggi: Library Tapes e poesie di Christian Tito

Istantanea

Tra la tangenziale e l’inferno
in un cubo grigio a molte stelle
l’opportuna sede del meeting sul mercato
ed ecco il mercato in forma di torta
e attorno alla torta molti coltelli
e le figure coi coltelli pronte a scannarsi
un uomo scorre febbrile le diapositive
e febbrilmente cita uno scrittore che scrisse:
“non importa se tu non ti interessi della guerra
perché è la guerra che si interessa di te”
un poeta travestito da loro dipendente scrive:
“non importa se voi non leggete le poesie
perché sarà la poesia a leggervi tutti”.

*

Costretto a cercare la bellezza
nei più oscuri anfratti
ringraziare di essere vivo
uomo in vita a caccia di tutti i segreti nascosti
il più bello dei giochi è scovarli tutti
e perderli un passo dopo

io vorrei farvi ascoltare la voce del gatto
farvi vedere le cose di questo mondo
mettervi in casa un ospite inatteso
vorrei dirvi della mia amica Angela
angelo volato via
del mio fratello gay
che quando mi ha detto di esserlo
era più rosso del fuoco
“tranquillo amico mio:
tu sei gay
e io sono poeta
certe cose in certi ambienti è meglio tacerle
e di certo
tra le due
la più scandalosa è la poesia.”

*

Problema

Se in un angolo di mondo
7 uomini adulti
entrano al mattino in una scuola
ed uccidono
bucandoli
132 bambini
132 piccoli uomini
di quanti altri uomini avremo bisogno
per convincere 132 madri
che tutto sommato
valeva la pena
essere passate
da qui?

*

Ma forse poi la storia non cammina, ruota,
niente si crea
niente si distrugge
tutto muta
vasto appare il cielo che sovrasta il mondo
e non c’è verso
ogni cosa alterna luce ed il suo inverso
ce ne stiamo soli
nel pieno della notte
a onorare la scintilla
molti insonni
molti matti
l’hanno fatto
altri ancora lo faranno
seguire tra le forze tutte
solo quella che ci spinge
lasciare nei fossili un’impronta
che poi il tempo finisce

*******************************************************************************

Christian Tito (1975- 2018)

Ascolta & Leggi: Ryuichi Sakamoto e poesie di Giorgio Manganelli

Desideravo vederti:
desidero la fantasia dei tuoi capelli
a inaugurare grida
di libertà in ore troppo lente; la rivolta
dei tuoi polsi terrestri
che muovono inizi di bandiere,
e accusano l’indugio, la disperazione
cauta, il tempo.
Mi occorre l’urlo d’uno sguardo
ed oltre la violenza del tuo esistere
io esigo il gesto d’un tuo riso.

*

Accetterò la morte in tutte le sue forme:
mi riconcilierò, già lo comprendo,
con il limite delle scatole di latta,
accetterò, gli sarò amico,
il durissimo mattone, le stagioni che muovono
il grembo delle donne.
Accetterò gli assensi ed i rifiuti
la donna consumata
la donna che rifiuta
le visioni a mucchio, senza senso,
l’affronto dei miracoli –
toccherò con grande pazienza
il mio corpo mediocre, l’onta delle membra,
notando i dolci segni
della mia consumazione –
deposta ogni ambizione astratta
mi conforterò nell’indulgenza
dell’amichevole peccato.

*

Si può trovare
una frammentaria divinità
anche in una scatola di sigarette,
in un giro di danza
in un denso bicchiere di malvasia;
e ci si può suicidare
nella gioia di vivere improvvisa
d’un lunapark
nei battiti dei fucilini
ed in ogni gesto del corpo
che muova solamente il corpo
senza moto dell’anima nel corpo –
trascurando con un sorriso imprevisto
il calcolo demente dei problemi
e con elusivo gesto della mano
allontanare la disperazione.
Non per questo si riposerà
la lunga solitudine,
né l’inganno della musica
ci porrà una mano su una spalla
contro l’uragano dell’assenza;
ma si tratta solo di ingannare
di mentire con placida umiltà
di gustare un corpo perituro
educare al nulla
una mano elegante,
abbandonarsi al dolce
amichevole vino –
gustare la joie de vivre,
dimenticare il corpo perituro
la solitudine essenziale,
– incenso di incenso devoto
offrire un fumo di sigarette
alla nostra distratta, frammentaria
divinità.

*

Io mi divido
in giacca e calzoni e cintura
e ancora mi disgiungo
in cravatta e camicia
e mi scindo in cranio, in polmoni,
in visceri e pube,
e mi distinguo
in ogni cellula
che senz’amore s’accosta
ad altra cellula.
Così, casualmente, sussisto:
poi chiedo in prestito
la forza che congiunge
l’uno all’altro i miei volti possibili
all’improvviso sacramento
d’una chitarra,
al riso dell’amico,
allo squillo consueto del telefono,
nell’attesa distratta
d’una voce che perdoni la mia spalla,
la mia gamba, la mia dolce cravatta:
nell’oziosa attesa
del sacramento della nascita.

********************************************************

Giorgio Manganelli 1922 – 1990

per saperne di più:
https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Manganelli

Ascolta & Leggi: Van Der Graaf Generator con poesie di David Maria Turoldo

David, è scaduto il tempo

David, è scaduto il tempo d’imbarco!
Ora il tuo posto
è la lista d’attesa.
Grazia rara è
se ancora qualcuno conservi
(con molte incertezze) memoria
del tuo nome, almeno
il sospetto
che tu sia esistito.

Premono formicai di anonimi
alle stazioni della metropolitana.
Moltitudini che urlano
invocando di salire,
a grappoli.

Tutti sconosciuti l’uno all’altro
ignoto il proprio volto
perfino a te stesso,
e il volto del proprio padre:

anche lui sbarcato
a forza dal predellino dell’ultimo tram
nella notte.

*

Io non ho mani

Io non ho mani
che mi accarezzino il volto,
(duro è l’ufficio
di queste parole
che non conoscono amori)
non so le dolcezze
dei vostri abbandoni:
ho dovuto essere
custode
della vostra solitudine:
sono
salvatore
di ore perdute.

*

Vivi di noi

Vivi di noi.
Sei
La verità che non ragiona.

Un Dio che pena
Nel cuore dell’uomo.

*

Dio non viene all’appuntamento

Ma quando declina questo
giorno senza tramonto?
All’incontro cercato
nessuno giunge.
E le pietre bevono
Il sangue di questo cuore
Ancora per miracolo vivo.

Senza ritorno
Oggi mi son detto addio
spero, per sempre,
come un nauta che ha i remi spezzati.

Spezzati i remi
lacerata la vela
contro l’onda contraria del sangue.

********************************************************************************

David Maria Turoldo 1916 – 1992:

per saperne di più:
https://it.wikipedia.org/wiki/David_Maria_Turoldo

Ascolta & Leggi: The Cure con poesie di Gisella Canzian

Gisella Canzian mi ha inviato queste poesie composte nel breve dell’ultimo periodo. Inediti che messi assieme e letti in sequenza sono un poemetto di redenzione dell’anima. E’ noto che la scrittura, inizialmente per chi la pratica, è una sorta di ancora di salvezza dai marosi della vita. C’è chi insiste, leggendo e affinando il proprio stile, ferma restando l’urgenza di continuare a comporre e proporre. Inutile negare che la scrittura della Canzian stia crescendo. Buona lettura.

Ho vissuto nella paura di cedere
a una vita da vivere.
Duellando col destino solo oggi svetto
ma quando gli occhi saranno stanchi di dormire sullo sterco
porterete a spalle collezioni d’esistenze
spossessate anche della croce.

*

Mi son chiesta pietà!
Non basta tacciare quel pianto – l’ombra
si allunga su campi di terra.

L’abito unto, rassegnato alle forme,
si adagia e riposa.
In attesa di grazia – una vita nascosta.

*

Dribblo con il grigio della mente
fino a sbottonare queste mie mani
sempre a scrivere duellando con il destino
che campa a difesa del dogma.
Sono creature eretiche –
il prolungamento partigiano di questo corpo
condannato a guardare il mondo
dal buco delle scarpe.
Nemmeno sue.

*

Nati per coniugare il verbo
si vive sottoterra
dentro guerre mai dichiarate
tra donne duplicati di altre donne
mai a forma di se stesse.

La grandine conquista i deserti.
Il telegrafo mormora senza fili.
Nel disordine – il groviglio della storia
srotola la trama del tempo.

Torneranno gli aratri
e in campi d’infinito papaveri in fiore.

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È imbarazzante la bellezza di un fiore – mistero informe –
mutismo elettivo che disseta a boccate il respiro – invade
polvere ed ossa.
Insemina l’aria
stella vestita di notte.

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Gisella Canzian è nata a Valdobbiadene (Treviso). Ora vive a Lamon (Belluno). Tutta la sua biografia è raccolta tra i versi che scrive.