Ascolta & Leggi: Mira Awad e poesie di Maria Natalia Liriti

Elegia necessaria quella di Maria Natalia Liriti, che ringrazio per i testi che ha regalato al blog. Leggendola, arrivano tutti i profumi, le sensazioni, le profondità calde e la sincerità di un mondo posto tutto a Sud. Oserei aggiungere tra meridione d’Italia e Medio Oriente. Ottima poesia dunque per le suggestioni, gli aromi, la sostanza, l’evocazione che sa trasmettere. Buona lettura.

Sei fatta di pioggia

Sei fatta di pioggia,
mandorla tenera d’erba,
brilli nel sole
e nella notte di stelle.
Sei fatta di pioggia,
ma tu non te ne accorgi,
ingoi le lacrime e ti sazi di sospiri.
Spazio non trattiene la tua voglia di partire,
di andare incontro all’amore
che aspetti,
all’ombra del profumo dei gelsomini.
Tempo non esprime il vuoto del mondo
che comprendi
ma non sai alleviare.
Ogni giorno le gocce
si depositano dietro i tuoi occhi ,
in fondo ai sospiri che ti concedi
quando nessuno ascolta.
Ogni giorno le conti
prima di andare a dormire
e le tieni sotto il cuscino
perle di lago che nuotano con i lucci.
Le culli con canzoni che inventi.
Quell’ora di canto ti rende felice.
Bello sperare l’incanto
che domani sia un giorno migliore
da toccare e da assaggiare leccandosi le dita.
Sei fatta di pioggia, lo hai sempre saputo
nascosto taciuto.
Ora che l’autunno è cominciato
e le sorelle del cielo coprono i tuoi sospiri
accogli le gocce che amano il tempo
il riso il sorriso
lo spirito del mondo.
Sei fatta di pioggia,
mare sospinto dalla nebbia.

*

Del tempo in cui ti ho conosciuto

Del tempo in cui ti ho conosciuto
non ricordo la luce vermiglia dei giorni lunghi.
Eppure era primavera
sui nidi di promesse dischiuse.
In quel tempo non mi curavo del tempo mio
e collezionavo ragni nel cestino del cucito.
Nel tempo in cui sei entrato
dalla mia finestra accesa
ho dimenticato di leggere il giornale,
comprare il pane,
pregare il signore del piano di sopra
di portare a spasso il cane.
Del tempo in cui ti ho conosciuto
ricordo le parole danzanti sul cuore
stelle inquiete in una notte senza vento.
In questo tempo fuori dal mio tempo
ho scritto solo tre poesie.
Del tempo in cui hai spalancato
le tende del mio pudore
ricordo le carezze della brezza lieve
e il bacio delle rime sui palmi delle mani.
Il sospiro del tuo tempo
ha abitato i miei cinque sensi
e ho adeguato i miei passi silenziosi
al nuovo sentiero dei fiumi
e dell’alito leggero delle rose.
Nel tempo in cui ti sei seduto sul divano
ho curiosato negli armadi
e ho fatto l’inventario dei miei amori.
Così, felicemente occupata a fare il cambio di stagione,
mi sono passati accanto
i nuovi dei miei cantautori preferiti.
Nel tempo di silenzio che mi sono concessa
ho ascoltato le tue canzoni,
quelle che mi cantavi al telefono
e quelle che scrivevi per me,
bambina selvaggia col pugno chiuso.
In quel tempo sono uscita poche volte dalla tua voce
e ho scelto di occupare
la casa sul mare delle note.
Troppo spazio ho dato al tuo respiro,
al paradiso delle coincidenze
e alle promesse del tempo nuovo.
E in questo spazio non arrivavano
Mai quelle parole.
Nell’ora che promette la rossa stagione
È tempo di dirti addio, amore mio.

*

Il mare che dovrai attraversare

Ho tre poesie da leggerti stasera
la prima è nella menta che rinfresca il tuo ricordo.
La seconda nel mare che dovrai attraversare.
Conserva tra le labbra il ruvido ricordo del miele:
ti aiuterà a proteggere dal sale le tue parole
e a rimuovere la rabbia che colpirà gli scogli.
Diventeranno livide le tue labbra
come i petali di una rosa rara-
E sulla tua fronte chicchi acerbi di sudore,
lacrime che non vogliono scendere,
ma salgono per ricordare le ragioni del viaggio.
Questa poesia, amore, profuma di mare.
quello che abbiamo conosciuto da piccoli
sulle barche di legno disposte in processione.
La verità, amore, non è nel mare
ma nel sale, che trasforma i pensieri nelle decisioni di partire.
Lacrime e sudore si contendono il sale, il viaggio
la fatica, l’amore.
Immagina, fra le tue labbra, il timido sapore dei tuoi baci,
forti, come il morso dell’onda.
Ti aiuterà a sopportare il mal di mare
che procura la nostalgia e il dubbio di restare.
E quando sarai esausto di lottare coi fantasmi della ragione
e contro i mulini a vento della sopportazione
imparerai a memoria i racconti dei compagni di sventura.
Il mare, di notte, incontrerà la costa,
nella cronaca di un destino anteriore.
Non confondere le luci della piccola città
con le stelle che guidano i tuoi passi verso il tuo cammino.
Fa che il viaggio sia forte, conservane la speranza e la memoria,
in attesa di altri mari da attraversare, altro sale da inghiottire.
Ho tre poesie da leggerti stasera.
La prima sa di menta.
La seconda di mare.
La terza di te.

*

GLI ANNI DEI RICORDI

Sono arrivati troppo presto
gli anni dei ricordi
senza aspettare il grigio fra i capelli.
Occupano il ripiano della mia cucina,
il punto preciso in cui,
distrattamente,
affetto le cipolle,
lo scaffale con le foto di famiglia
e i libri dell’università
e si confondono con la polvere
che rallenta l’opera dell’oblio.
Alimento i granai della memoria
con spighe d’oro cariche di promesse
e sbuccio aghi di rosmarino
senza pungermi le dita.
Ma precipito ugualmente
nel sonno anomalo della bella addormentata
e chiudo gli occhi sui miracoli
che si compiono ogni giorno.
Sono arrivati
in punta di piedi gli anni dei ricordi,
senza attendere la cartolina di rimpatrio.
Di giorno si assopiscono nel cestino del ricamo
e sognano fra gli aghi e gli spilli e i fili colorati.
Di notte passeggiano per le stanze vuote
e colgono l’attimo per mettersi a raccontare.
Sono arrivati
senza essere invitati gli anni dei ricordi
ma siedono a tavola ugualmente
e attendono pazienti che io apparecchi per loro.
Da qualche settimana
il mio desco silenzioso è stranamente affollato.
Non bastano più i piatti
e le posate e i tovaglioli che profumano di bucato.
Non bastano i bicchieri
e le sedie e il pane fresco
e il liquido rosso lasciato riposare.
Sono esigenti i ricordi
e si cibano solo di cose buone
preparate con tenerezza e dedizione.
Ma i ricordi non sono tutti uguali.
Alcuni sono timidi
e se ne stanno zitti davanti al piatto vuoto.
Altri sono arroganti e chiacchieroni
e scostano il piatto ancora pieno.
La mia casa è affollata di ricordi.
Mi seguono per le stanze,
dalla tavola all’angolo cottura,
dalla camera da letto al balconcino che guarda il mare.
La mia casa è affollata di ricordi
e a volte mi prende lo sconforto
e mi chiudo alle spalle la porta
che fa scudo alla ressa e scendo per strada
e mastico il presente alla giornata.

*

Non ha bisogno il mondo

Non ha bisogno la neve
delle stimmate dei passanti frettolosi.
Cade con eleganza sulle strade deserte
e si scioglie dall’abbraccio invadente di una notte ametista.
Non ha bisogno la notte
degli ultimi baci degli innamorati infreddoliti.
Scende lento l’amore sui ciottoli bianchi,
come il sapore dolce del riposo
sulle spalle contratte di fatica.
Non ha bisogno la luna delle promesse del giorno.
Il suo opaco splendore
ascolta con stupore bambino le fiabe della terra.
Non ha bisogno il mondo
dei miei versi attorcigliati a una matita,
sospesi a lanterne di zucchero.
Prosegue la sua corsa attorno a se stesso
e riprende fiato nel bacio della buonanotte.
Ho spezzato le matite in un colpo solo
e ho succhiato lo zucchero caldo dalle lanterne accese.
Non ha bisogno il mondo dei versi
che metto in fila nei momenti di ozio
ma di poche utili parole
che spieghino la tristezza e la gioia,
il dolore e la vita, la morte e la pace.
Nella mezzanotte che traghetta il nuovo anno
brindo alla promessa della speranza.
Ha bisogno il mondo di parole d’amore.
Dischiudo le labbra
per accogliere le impronte e la neve
i baci e la notte, la luna e il giorno.

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Maria Natalia Iiriti è nata il giorno di Natale del 1970 a Melito Porto Salvo (RC).
Ha completato gli studi in Scienze Politiche a Perugia. Fa l’insegnante e vive in un paese che si affaccia sul mare. E’ giornalista pubblicista dal 2008 e collabora con giornali locali. Da diversi anni scrive poesie, racconti, fiabe, articoli. E’ autrice di testi teatrali, alcuni dei quali di argomento femminile come “Il tempo vivo delle donne” contro il femminicidio (2014), “Cara Repubblica” per ricordare il settantesimo anniversario del voto alle donne (2016), messi in scena grazie al patrocinio gratuito dell’Amministrazione comunale di Bova Marina, “Vengo anch’io e voto no”, “Donne in viaggio”, “D’amore, canto e rabbia”. Come lettrice volontaria per la promozione alla lettura nell’ambito del progetto nazionale “Libriamoci”, organizza letture animate per bambini e ragazzi in varie scuole e biblioteche della provincia di Reggio Calabria. Ha partecipato a vari premi letterari. Ne ha vinti alcuni, tra cui “Mendranze ‘n Poesia” di Livinallongo per liriche in lingua minoritaria (2008), Premio giornalistico Giuseppe Ripa Agropoli (2009), Nosside per salvare le lingue a rischio (2009), “Gioia Turoldo” Udine, Mimesis (2011), Città di Corciano, Premio “Tirafuorilalingua” (2012), Borgo di Alberona (2013), Premio Aghiropulos Città di Montebello per la poesia in grecanico (2012 e 2013), Anna Panicali Università di Udine, Giugno Locrese (2014), Anselmo Spiga, San Sperate, Premio mondiale Nosside (2015), Iris di Firenze(2016), Premio La poesia del lavoro, Milano, Premio Scrittura Fresca, Pisa (2017). Alcune opere sono state pubblicate nelle antologie dei premi cui ha partecipato. Ha quattro nipotini che le ispirano la maggior parte delle sue storie. Le piace leggere e viaggiare in treno: lì abbozza la maggior parte delle cose che scrive.

Ascolta & Leggi: Mina/Fossati con poesie di Mario Benedetti

Mario Benedetti è nato a Udine il 9 novembre 1955. Dopo i primi venti anni trascorsi nel paese di Nimis (UD), si trasferisce nel 1976 a Padova dove si laurea in Lettere con una tesi sull’opera complessiva di Carlo Michelstaedter, diplomandosi poi in Estetica presso la Scuola di Perfezionamento della stessa Facoltà universitaria. Si dedica all’insegnamento sia a Padova che a Milano, città in cui si trasferisce e dove attualmente risiede. La sua esistenza, la sua poesia ed il suo modo di essere sono fortemente connotati dalla presenza di una malattia cronica: una particolare forma di sclerosi multipla che lo accompagna dall’infanzia. Gravi episodi dovuti a questa patologia si verificano nel ’99 e nel 2000. In seguito ad un ictus avvenuto nel 2014 è ospite presso una struttura sanitaria milanese.

Che cos’è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sugli alberi, una panchina vuota.

Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro.
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri.
Il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

*

Guardare prima, guardare dopo.
Cadere fuori pagina, mentre un’altra penna
guarda. E non sapere come
da sogno a sogno le figure quasi si raccolgano:
la via con la casa da poter comprare
prima, la via con i terrazzi in alto
dopo: il dopoguerra, la nostra passeggiata.
Il vuoto si rigira qui e fa ombre
esili quanto esile è la pagina.

*

Se le vite si ritraggono ognuna
nel suo continuare o nel rimembrarsi
avremo sempre le parole in posa.
Vedi, il libro ti è davanti, le frasi
mozze bene assottigliate sussumono
anni di giornate con le loro ore.
Getta quel libro, è odore della carta:
e il bimbo apriva e ripiegava, apriva
e ripiegava l’odore d’inchiostro
e delle figure: la madre giovane
ma il bambino la vedeva una morta
ma anche non era una morta, davanti
quell’angolo di muro che si apriva
e ripiegava, apriva e ripiegava.

*

Vedere nuda la vita

Vedere nuda la vita
mentre si parla una lingua per dire qualcosa.
Uscire di sera rende la vita più bella
ma è il poco sole obliquo la sera senza parole.
Vedere nuda la vita quando c’eri con le tue cose.
Adesso le cose sono sole,
non c’è la promessa del tuo svegliarti
e continuare con le ciabatte, le tazze, i cucchiai.
Non è valsa la pena affaccendarsi.
Il gioco dei giorni è la promessa che non sapevi
a perdere sempre da prima.

*

Colori 10

E dalle tue foglie viene la vita,
dalle foglie vedute nel muro che guardi.
E niente è qui di quello stasera.
Oh gli anni che hai e che ho.
Lunga non è la mia vita, quanto la tua.
Quello che resta, dopo avere parlato, c’è.
Non qualcuno. Che alberi erano quelli,
mano e nervature, morbide, fresche.
Dove sei? fondo di casa, fermo e vagolante,
nel colore bianco della sera a dicembre.

*

Colori 11

E ora è stupore, il bambino.
Guarda negli occhi i suoi occhi.

Si aggrappa alla terra, col bianco dei fiori.
Libro della via Pál, melograni davanti,

tra noi che non eravamo.

Nato da visi, da corpi, da tenera coppia.
Dentro, inseparati, oh, ma gli altri uguali insieme.

Spaccati, già morti, a uno a uno, a due.
E l’idea di vita pervade, trionfa.

Mondo non mondo, mio mondo nero.

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Ascolta & Leggi: Benjamin Clementine e Joyce Mansour

Alcune poesie di Joyce Mansour, tratte dalla Rivista Anterem n. 97, traduzione di Rita Florit.

Le acque di quel paese non defluiscono mai
I marinai non temono affatto la tempesta
Le donne non cominciano più i girotondi dell’infanzia
Le loro case dissonanti vogano come navi
Cieche affondano sotto la neve
Cieche zampillano ancora nella schiuma della primavera
Confondono il tempo che fa col tempo che passa
Ma il nido così perfettamente circoscritto s’asfissia
La pioggia e le lenzuola calde covano uova di serpente
Lasciate ogni speranza il vento del Nord ha taciuto
Gli occhi vuoti della dimenticanza sono fissi per sempre
E lo sconosciuto non tornerà più dall’esilio

*

Mai e poi mai

La ruota smette di girare
Gira ancora
Risa perpetue delle fabbricanti di pioggia
Il nero centrifugo scoppia sulla carta
Tale l’ombra venuta dalla foresta
L’immagine pavida avvia il passo nella radura
Segno visibile della rana
Nel vuoto vissuto
La corteccia dilegua il pomeriggio
L’ala de viaggiatore voga alla deriva
Ecco l’acqua dell’acquarello
L’itinerario del sogno diretto a matita
Labirinti di marmo
Figure instabili
Zone di silenzio fluttuante come un’ebbrezza
Colui che vede illumina

*

Lettera morta

Essere o apparire
Essere o non essere
Essere o forse essere (poco)
Essere o scomparire
L’importante è essere con
Potrei essere morta
In fondo è uguale
Essere separata non è essere parata
Da destra a sinistra questo dà
Essere frammentaria
Errante senz’accento né pugni dietro le grida
Apparire o riapparire
Quella che pare essere qui
Può darsi, se
Pari all’apparecchio
Che separa e ripara
L’essere morto
Quella che pare essere, sono

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Joyce Mansour, nata Joyce Patricia Adès (Bowden (Inghilterra), 25 luglio 1928 – Parigi, 27 agosto 1986), è stata una scrittrice e poetessa egiziana surrealista francofona nata in Inghilterra e trasferitasi a Parigi.
Come poetessa surrealista Joyce Mansour fu tra le più apprezzate. Breton stesso, nel corso di un’intervista del 1960, la citò quale migliore poetessa surrealista in lingua francese del secondo dopoguerra; la sua notorietà varcò i confini della Francia ed il suo lavoro poetico ottenne risonanza internazionale. Scrisse sedici volumi di poesie ed una serie di importanti opere di prosa e testi teatrali.
Le sue opere si distinsero per la carica surrealistica ed erotica; il poeta e critico d’arte Alain Jouffroy ne attribuì la mancanza di pudore ad una sorta di rivendicazione femminile nei confronti dell’erotismo, considerato una creazione esclusiva maschile.
Diverse sue raccolte vennero illustrate da artisti quali Pierre Alechinsky, Enrico Baj, Hans Bellmer, Jorge Camacho, Wifredo Lam, Matta, Pierre Molinier, Reinhoud d’Haese e Max Walter Svanberg. Alcune poesie furono musicate e cantate.

Ascolta & Leggi: Architecture in Helsinki ed estratti da Una mattina mi son svegliata di Massimo Sannelli.

Non credo ci fosse bisogno di conferme, Massimo Sannelli nel suo nuovo e book Una mattina mi son svegliata conferma tutto il suo talento senza sconti, senza compromessi.

L’intero e book, per la collana Lotta di Classico, è scaricabile senza costi qui:

https://lottadiclassico.files.wordpress.com/2020/01/ummss.pdf

*

la regina (io sono) posa nuda. nuda si espone alla macchina.
nuda la macchina fotografa. anche il re posa nudo: io sono.
«e ‘n garbuggio de lélloa»; e si chiama frequenza questa cosa
che mormora, non materia. ma si chiama
amore tutta l’onda della mente, la sua
indisciplina senza ore, la sua lama convolta; e tutta la parte destra

che è vicina all’orecchio ride:
è un gusto, è nuovo; ma si chiama frequenza, si chiama
potenza questa linea: cioè la nerità, fatta con suono e suono.

*

un alluminio al lobo a tanta mulier
dolce che sei, ma uomo, dolce, che tu diventi:
un’allegrezza è tanta grazia súbito, e dolce. Questo appunto
riunisce tutti i dati della buona
cosa di ora: non sei solo, non sei piú solo. La strada

ha un altro lampo dai decenni.
La strana idea di essere fluido si diffonde, amèn.

*

per Elissa abbandonata: io amerò la voce.
la regina ascolta: Aphex Twin
o menzogne o il metallo, insieme. Regina, qui improvviso su di me,
nel mio lavoro. E scaldo la casa per chi viene; e posso
abbracciarlo, posso amarlo; è la domenica,
che è un’opera di pane e di tessuto. Cosí copro il corpo:
ed è vuoto, senza abiti.

*

scende un’ombra di velo dal quinto piano,
e sul pavimento si disfa. Ci sono i testimoni. Sono venuta – dice;
e sfamo il contrario di me. dice: Io conosco le larve; io vinco.
E poi si lancia, con le larve.

(tra ventiquattro anni sono qui, al nuovo grande vetro della casa.
ci sono piante e scale consumate; non larve. Ho visto. Una bella
vela di nube – un nibbio? Un operaio urlato – e il poco

resto di luce di dicembre si compie).

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Ascolta & Leggi: Loreena McKennith – Mariangela Ruggiu – Il Suono del Grano

Uscito nel 2018 per l’editore Terra D’Ulivi, Il suono del Grano di Mariangela Ruggiu è una raccolta di poesie piene di cuore e scritte da un’ottima penna. Già il libro parte benissimo senza la farcitura di una prefazione, in cui di solito il prefatore tende a mettersi in mostra e parla ben poco del libro in sé. Prosegue benissimo, proponendo ottima poesia. Il nocciolo di questi componimenti è una sorta di girotondo tra ricordi d’infanzia in cui svetta altissima la figura, quasi religiosa, della madre, e tutto un insieme di sensazioni/ricordo che vanno dalla terra a quanta sofferenza vede attorno a sé il Poeta. Spesso le tessere sono fatte di mani, fame, il grano stesso, metafora del buono che può curare e raddrizzare ogni male. La terra è madre, dalla terra, col suono di chi lo sa percepire, germina il grano. E il grano è amore, che unisce tante solitudini, le affratella verso un unico destino in cui la morte sarà conseguenza naturale dello stato delle cose. Un modo di fare poesia sincero, pieno, di lettura agevole e godibile, senza nessuna concessione o farcitura a effetti speciali o lemmi difficili. Nessun autocompiacimento, ma la forza degli occhi e delle mani che sanno reggere la penna e condividere ottime lettere con chi avrà la fortuna di leggerle.

Il libro è reperibile qui:
http://www.edizioniterradulivi.it/il-suono-del-grano/184

*

nel chiarore della neve
le domande non hanno ombra

la bambina cammina lieve senza affondare
non conosce il peso del dubbio

così è iniziato il viaggio
poi abbiamo visto la neve sciogliersi
e farsi nero il bordo delle cose

abbiamo misurato la distanza con le parole
l’abbiamo colmata con i nomi
e li diciamo lentamente

*

poesia dell’addio

guardami da lontano
un attimo prima di svanire

quando il tocco si fa freddo
e più freddo il cuore

non più mattini uguali
e soliti rituali, c’è un punto
che tutto cambia
un addio sottinteso
consumato senza parole

non lo sapevamo il senso delle carezze
l’impronta delle dita, il profumo della pelle

non lo sapevamo
che era l’ultima volta

*

prima di diventare un seme leggero
il giallo scolora, il verde si piega

c’è il tempo che possiamo sfidare il vento
osare le montagne, ma non sappiamo del cielo
che abbiamo tra le mani, del profumo
che la notte lascia sulla pelle

non conosciamo le porte da attraversare
non sappiamo le tante vite che siamo

ci chiudiamo dentro un amore
e smettiamo di innamorarci

poi incontriamo sconosciuti dentro di noi
con il nostro nome

*

da troppo tempo sto qui seduta
e guardo passare il tempo della guerra

pensavo
se sto ferma passerà

passerà il tempo
passerà la guerra

o almeno una risposta passerà

sono passate parole
in forma di poesia

era poesia, ne sono certa perché ho pianto

poi mi sono alzata in piedi

posso scrivere ancora

anche se questa guerra non finisce
e il pane non basta per tutti
e muoiono i bambini uccisi dalla fame

a miliardi camminiamo intorno al mondo
senza terra, superflui

cammino anch’io

non cambia niente
ma ora so, ed amo ancora

*

certi figli
hanno il cuore atrofizzato
in un corpo apparente

sfilano nelle parole e sfidano
il giusto convenzionale

hanno coltelli al posto delle dita
e una lingua sconosciuta
che li chiude nei suoni senza parole

noi troppo lontani
abbiamo preparato un corredo di cose
senza gesti, senz’amore

e li guardiamo increduli
tagliuzzarsi la pelle,
tentativo inutile di arrivare al cuore

il nostro, il loro

perso nelle notti che l’amore
era lasciarsi
senza essersi trovati mai

*

non ci sono parole
che abbiano il suono del grano

ci sono poesie
che non si possono scrivere

*****************************************************

NOTA DELL’AUTRICE E TRACCIA BIOGRAFICA

Scrivere una nota biografica è sempre stato per me più difficile dello scrivere poesie, forse perché riconosco alla poesia un esistere scisso dal suo autore, un’entità che prescinde dalla vicenda personale e contingente del poeta… forse che L’infinito di Leopardi sarebbe meno bella e meno significativa se ignorassimo chi fosse il suo autore? Ma c’è stata anche una sorta di ritrosia a mettere in relazione ciò che la poesia esprime con la mia persona; ora ho maturato la consapevolezza che il poeta è solo uno strumento che la poesia usa per scriversi, e quando questo succede, è un privilegio che non ci rende però più importanti di chi la poesia la accoglie e la ama leggendola.
Ho quasi 62 anni, ma mi sento un giovane poeta inesperto perché, dopo averla amata fin da bambina e avendone scritto con l’ardore adolescenziale, da donna smisi di scriverne per riprendere casualmente meno di 10 anni fa, è stato un caso anche se credo che niente sia per caso… avevo letto di un editore che cercava autori da pubblicare (a pagamento), io, che sapevo poco o niente del mercato dell’editoria, io volevo solo raccogliere i miei scritti giovanili, senza ambizioni e senza pensare di riprendere a scrivere.
Così comprai il mio primo libro, che intitolai Amori soli, però successe qualcosa quando mi ritrovai quel librino tra le mani, istintivamente sentii che non era il giusto approccio, che un libro, qualunque libro, meritava maggior attenzione, più lavoro, più responsabilità. Così racchiusi quell’esperienza nel mio passato recente e cercai di sopravvivere al mio senso di inadeguatezza come uno scolaro alle prime armi. Presi a leggere qualunque cosa avesse a che fare con la poesia, e ripresi a scrivere, ma non era un ricominciare… tutto il silenzio accumulato negli anni del non scrivere (ma non avevo mai smesso la mia ricerca di conoscenza) tutto quel silenzio si fece improvvisamente parola in forma più o meno corretta di poesia che, nella mia libertà di comunicare, pubblicavo nella mia piccola casa mediatica condividendola prima con gli amici, e poi con tutti. Qualcuno mi contestava l’esagerazione del tanto scrivere, ma io non mi sono mai fermata, era come un fiume che aveva trovato il suo alveo e confluiva al mare. Le critiche mi miglioravano e i complimenti mi sembravano immeritati, anche se una poetessa prestata all’editoria mi convinse a pubblicare un secondo libro, mi fidai dell’esperienza altrui e nacque Versi@versi, ma anche questo libro non ebbe molta fortuna, la mia sostenitrice si staccò dalla casa editrice ed io da sola non seppi gestire la pubblicazione che rimase così del tutto ignorata, anche se a me, seppure ne vedessi alcuni difetti, comunque piaceva; non ne soffrii tanto, perché più che un riconoscimento mi interessava scrivere, così il mio fb si arricchiva negli anni delle poesie che conservavo negli album delle foto, e le conservo ancora.
Però venne il momento in cui sentii il bisogno di avere risposte sulla mia scrittura, così partecipai ad alcuni concorsi con alcune raccolte che vennero pubblicate per tre volte in antologie, due volte da Fara editore e una volta da Terra d’ulivi edizioni, così la mia autostima migliorò e preparai la mia terza pubblicazione: il libro Il viaggio, edito da Terra d’ulivi edizioni nel 2016; in realtà considero questo il mio primo libro, perché prese corpo nella consapevolezza acquisita del mio senso della poesia e del volerla condividere. Il mio bisogno di conferme mi spinse a partecipare a diversi concorsi letterari, diverse volte sono stata indicata come finalista, ma non ho partecipato alle premiazioni perché non amavo, e non amo, l’aspetto mondano della poesia, senza contare l’impegno economico e di tempo che richiede il varcare il mare. Mi bastava avere la lettura di persone a me estranee e che la mia poesia parlasse loro; non ho frequentato ambienti poetici né reali né virtuali, ma ho avuto comunque il privilegio di incontrare diversi portatori di poesia, scrittori e non, ma sempre Poeti, e con loro ho condiviso tratti del mio viaggio, un ringraziamento particolare va a Flavio Almerighi che, con grande generosità, ha accolto la mia poesia portandola nel suo blog e regalandole un po’ di visibilità, cosa che io non so proprio fare.
Per completare il mio percorso biografico devo segnalare Il secondo posto del libro Il viaggio nel Premio internazionale di poesia Citta di Sassari, in cui lo stesso libro venne apprezzato, sempre al secondo posto, anche dalla giuria delle scuole. Dopo due anni la pubblicazione dell’ultimo libro: Il suono del grano che ha ricevuto apprezzamento dai lettori e in qualche concorso.
Tutte le poesie postate su fb sono pubbliche e condivisibili, cosi mi capita a volte di incontrarle nel web, o che vengano portate da qualche blog anche a mia insaputa, questo è quello che mi aspetto
dalla poesia, che vada da sola.

Dall’anno scorso collaboro con la rivista Menabò con delle note di lettura in cui lascio le mie impressioni sui libri che leggo, sottolineando la bellezza della poesia che incontro.

Mariangela Ruggiu

* * *

Ascolta & Leggi: Emerson Lake & Palmer (Trilogy) – Gillian Clarke (Poesie)

Una ricetta per l’acqua

……………………………………..per Sujata Bhatt

Quindici metri più giù
l’acqua scorre nel buio.
Le piogge che hanno passato la storia
filtrando da pagina a pagina
attraverso gli strati,

fluiscono nere nelle falde acquifere
per emergere a portare il loro dono,
la formula come un incantesimo,
una sorsata di freddo che divampa
al tocco della luce.

Calcio, magnesio, potassio, sodio,
cloruro, solfato, nitrato, ferro.

Sorseggiala, la poesia della pietra,
un latino minerale nel sangue, nelle ossa.

*

La prima parola per acqua,
Wysg. Usk. Esk. Wye.
I primi click, schiocchi, monosillabi,
stille sibilanti a imitazione
del suono di tutto quel brillio.

O del suono della sete,
il succhiare e il lappare mentre una piccola pozza
s’increspa nella coppa di due mani,
un’estasi che tracima su pelle, capelli, bocca,
gocce che imperlano la polvere.

*

La seconda parola per acqua.
Dŵfr. Dŵr. Dyfroedd. Dover.

Immagina il momento in cui un uomo,
una donna cantando in un’età buia,

da quelle alture di gesso fissarono
il mare vasto, franto

e cantarono questa parola, canto e parola
sulla lingua, nella gola,

trovando un nome per un elemento.
Dovunque sulla terra, la prima parola umana

piccola come quella singola goccia di pioggia
che occorre a un merlo per cominciare il canto dell’alba.

*

Quella goccia sulla lingua
fu la prima parola al mondo
testa rovesciata, occhi chiusi, bocca aperta
a bere la pioggia,
wysg, uisc, dŵur, hudra, aqua, agua, eau, wasser

*

A Recipe for Water

………………………………..for Sujata Bhatt

Fifty feet down
water flows in the dark.
Rains that spent history
seeping page by page
through the strata,

run black in the aquifers
to rise bringing their gift,
the formula like a spell,
a gulp of cold that flares
at the touch of light.

Calcium, Magnesium, Potassium, Sodium,
Chloride, Sulphate, Nitrate, Iron.

Sip this, the poetry of stone,
a mineral Latin in our blood, our bone.

*

The first word for water.
Wysg. Usk. Esk. Wye.
First clicks, clucks, monosyllables,
sibilant spillings in imitation
of the sound of all that shining.

Or the sound of thirst,
the suck and lap as a small pool ripples
in the cup of two hands,
an ecstasy of spill on skin, hair, mouth,
drops beading the dust.

*

The second word for water.
Dŵfr. Dŵr. Dyfroedd. Dover.

Imagine the moment a man,
a woman singing in a dark age,
gazed from those chalk heights
at the vast and broken seas

and sang this word, song and word
on the tongue, in the throat,

finding a name for an element.
Everywhere on earth, the first human word

as small as the single drop of rain
a blackbird needs to begin a dawn song.

*

That drop on the tongue
was the first word in the world
head back, eyes closed, mouth open
to drink the rain
wysg, uisc, dŵur, hudra, aqua, agua, eau, wasser

***

Sabrina

C’è una ninfa gentile non lontano da qui
Che con umida briglia governa il fluente corso del Severn.
Sabrina è il suo nome, una vergine pura.

Milton, ‘Comus’

Prima della storia ci fu la mitologia.
Impressa tra gli strati narrativi è l’impronta
del segno umano. Facciamo congetture su
chi erano, e dove e perché.
Su come la figlia dell’infedele Locrino annegò
tra l’Età Glaciale e l’Età della Pietra
per diventare la dea del fiume, una briglia nel fiume.
Oggi in queste rapide acque puoi scorgere
nel vortice delle correnti le membra bianche
di una fanciulla trascinata in un banco di pesciolini [d’argento
che rotea e rotea in quella turbolenza
tra salmoni che migrano, trote di mare, lamprede, anguille
piccole e grandi che prendono le antiche strade dell’acqua
sotto l’ombra di migliaia di uccelli che tornano a casa.

*

Sabrina

There is a gentle nymph not far from hence
That with moist curb sways the smooth Severn stream.
Sabrina is her name, a virgin pure

Milton, ‘Comus’

Before history there was mythology.
Fingerprinted between the strata of story
Is the human sign. We make a guess
At who they were, and where and why it was.
How the daughter of faithless Locrinus drowned
Between an Ice Age and the Age of Stone
To become the river-goddess, a curb in the river.
Today in these fast waters you might glimpse
In the sway of the currents the white limbs
Of a girl caught in a shoal of silvers
Turning and turning in the turbulence
Among migrating salmon, sewin, elvers,
Lampreys, eels taking their ancient water-roads
Under the shadows of thousands of homing birds.

***

Avvento

Tempi bui. Dicembre.
L’asse terrestre inclinato,
i minuti fuggono dal giorno
un poco alla volta.

Così il sonno va oltre il buio,
nelle ore grigie siamo sonnambuli.
Impossibile credere nella luce,
o in una nascita, fino

al primo sorgere del sole invernale, quando la volpe
se ne torna a casa con la bocca insanguinata,
tutta la chimica dell’alba negli occhi,
e il cielo è attonito.

*

Advent

Dark times. December.
Earth’s axis on the slant
and the minutes fall from the day
a few at a time.

So we outsleep the dark,
sleepwalking the grey hours.
Impossible to believe in light,
or a birth, until

this winter sunrise, fox
going home with blood in its mouth,
all the dawn’s chemicals in its eye,
and the sky astonished.

***

Il giorno più buio

Perfino nel cuore dell’inverno,
le lunghe notti, i giorni crepuscolari,
viene un momento in cui tra le nuvole filtra
un sole freddo, invisibile.

Allora il mare porta a casa il suo carico,
le pietre rilasciano i loro metalli
e un sussulto di sole accende stagni e pozze
finché ogni rivolo d’oro

è un Nilo, Tigri, Eufrate, Giordano
che formula luce.

*

The Darkest Day

Even in the dead of winter,
the nights long, the days twilit,
comes a moment when clouds break
for a cold, invisible sun.

Then the sea brings home its cargo,
the stones release their metals
and a startle of sun fires pool and puddle
till every rivulet of gold

is Nile, Tigris, Euphrates, Jordan,
uttering light.

***
(da Una ricetta per l’acqua di Gillian Clarke, traduzione e postfazione di Giorgia Sensi, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2014)

Ascolta & Leggi: Faust’O Buon Anno; Antonio Gramsci – Odio il capodanno

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.
E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.
Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. Antonio Gramsci