Ascolta & Leggi: Francis Poulenc con poesie di Marina Ivanovna Cvetaeva

INCANTESIMO

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Ti ho versato nel bicchiere
una manciata di capelli bruciati,
perché tu non mangi, non canti,
non beva, non dorma.
Perché la giovinezza non ti sia gioia,
perché lo zucchero non ti sia dolce.
Perché tu non te la intenda nel buio della notte
con la giovane moglie.
Come i capelli tuoi d’oro
sono divenuti cenere grigia,
così gli anni miei giovani
diventeranno bianco inverno.
Perché tu diventi cieco-sordo,
perché ti dissecchi come il muschio,
perché ti dilegui come un sospiro.

.

*

SORELLE

A noi, fervide sorelle,
Toccherà andare all’inferno,
Bere l’infernale pece,
Noi, che in ogni nostra vena
Al Signore lodi alzammo!
Noi su culla e filatoio
Mai ricurve nella notte,
Trascinate sulla barca
Con indosso l’ampio burka.
Noi, fasciate in fini sete
Della Cina fin dall’alba,
Che cantammo inni celesti
Sotto il rogo del brigante.
Casalinghe neghittose
— Cuci e scuci, e tutto a sfascio! —
Danzatrici e flautiste,
Tutto il mondo ─ ai nostri piedi!
Ora indosso pochi stracci,
Ora appese fra le stelle.
Per fortezze e per taverne
Marinando i sette cieli.
A passeggio nelle notti
Nel giardino che fu d’Eva…
– A noi, care sorelline,
Ragazzine mie cortesi,
Toccherà andare all’inferno!

*

ORA IO SONO UN OSPITE CELESTE

Ora io sono un ospite celeste
nel tuo paese.
Ho visto l’insonnia del bosco
e dei campi il sonno.
Da qualche parte nella notte
gli zoccoli
strappano l’erba.
Pesante è il sospiro di una mucca
nella stalla assonnata.
Io ti dirò con tutta
la tenerezza e la malinconia
dell’oca guardiana
e delle oche che dormono.
Le mani affogate nel pelo del cane,
il cane canuto,
Poi, verso le sei,
l’alba è arrivata.

*

UN BIANCO SOLE

Un bianco sole e basse, basse nubi,
lungo gli orti – dietro il muro bianco – un cimitero.
E sulla sabbia file di spauracchi di paglia
sotto le traverse a statura d’uomo.

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Marina Ivanovna Cvetaeva nasce a Mosca il 26 settembre 1892. «Se si mette la Cvetaeva a lavare i piatti, perché non far lavare i pavimenti ad Anna Achmatova e assumere come fuochista Blok, se fosse ancora vivo? Allora sì che sarebbe una vera mensa per scrittori».
Muore il 31 agosto 1941. Avrebbe desiderato essere sepolta a Tarusa, sotto un cespuglio di sambuco, «dove crescono le fragole più rosse e più grosse», ma viene sepolta in una fossa comune.
 

Ascolta & Leggi: Franco Cerri con poesie di Alberto Bertoni.

COSE
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Le cose dal vero mi fanno paura
mi stanano in crepe o appigli di memoria
Le cose che guardo
scoprendone i nervi
e quelle che sfioro coi denti
come case catturano la luce
per meglio scomporre la grana perlacea
l’ordito di polvere e foglie
Così mi annienti, se provo
a deliziarti di cronache minute
a dirti come sei viva
in questa mezzanotte di vento
in cui non ammetti nemmeno
la mia ombra alla tua bocca
alle parole che assediano il respiro
Sì e no una voglia
domenicale accende il finale
forse una nuvola resiste
dei pollini allo spigolo del viso
.
*
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DOMENICA SPORTIVA
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Sul balcone un rametto di pino
piovuto chissà da dove
non ramoscello d’ulivo
perché oggi non c’è pace
e ai piccioni non serve per il nido
ma è l’unico detrito ancora vivo
di questo mattino domenicale
e se tu lo speravi diverso
bastava un qualunque gesto, non dico
l’aperitivo di coppia al tavolino
io nel giubbotto sportivo
e tu un qualche trussardi
per accorgerci che è tardi
le famiglie ci aspettano a pranzo
prima di un altro pomeriggio
per me di cavalli e di calcio
.
*
.
FORSE
.
Forse sono io quell’uomo
rannicchiato in un’auto uguale
che scruta il mio stesso giornale
di programmi e risultati
senza un ricordo di cui essere geloso
Lo scatto di trotto sbilenco
questo cuore a riposo
.
*
LA CHIMERA
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per un ricordo di Antonio Delfini
Corri e taci e pensa alla Speranza,
solo alla Speranza,
la Chimera non è, non sarà…
Sei tu, eppure non sei tu
molto più grande, più grosso
sembri una statua scolpita nell’osso
di questo profondissimo muro
però senza dubbio sei tu
il perduto di oggi
che vaghi nel tuo ippodromo
Sotto la pelle un lievissimo alone
blu, come il resto della luce
perché tutto il resto
quest’anno è venuto troppo presto
la neve in ottobre sul Cimone
e il primo sottozero
ma dopo più niente
solo forse un colore, un odore di ruggine
attorno
E in te, come sempre
troppo presto è venuta
quest’ansia implacabile di corsa
in mezzo agli altri
che ti spingono ti premono
ti vogliono sempre più veloce
sempre più ladrone di te stesso
Ma tu vorresti invece un atrio vuoto,
un qualunque corridoio
dove fare sosta e tacere,
osservare e ancora tacere
impietrito nel foro del cunicolo,
accucciato, impotente, bloccato di botto
Poca roba, come sempre
la casa di notte
una bolla d’arancione nello scuro
a tenerti ancorato
al tuo pavimento mezzo sporco
al tran tran del mal di fegato nascosto
e negato lì nel cuore dell’andito
con tutte le conseguenti assenze, lentezze, voglie
di volo fino al sole
la sicurezza della morte
nel guscio di lenzuola scomposte
come pozze di fango
e la lingua della gatta
a caccia di una cimice
sulle persiane vuote
.
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Alberto Bertoni, nato a Modena nel 1955, è – dal 1 ° novembre 2002 – professore associato di Letteratura italiana contemporanea (Laurea triennale) e di Prosa e generi narrativi del Novecento (Laurea Magistrale) presso il Dipartimento di Filologia classica e di Italianistica dell’Università di Bologna.

Ascolta & Leggi: Mark Isham con poesie di Ernest Hemingway

Raccomandazione a un figlio
.
Non fidarti d’un bianco,
Un ebreo non ammazzare,
Non firmare mai un contratto,
Un banco in chiesa non affittare.
Non arruolarti nell’esercito;
Pigliare troppe mogli non bisogna;
Non scrivere mai per le riviste;
Non grattarti la rogna.
Metti sempre una carta sul sedile del cesso,
Con la guerra sta in campana,
Tienti pulito, non essere malmesso,
Non sposare una puttana.
Non pagare i ricattatori,
Gli avvocati tieni a bada,
Non fidarti degli editori,
O finirai in mezzo a una strada.
Tutti gli amici ti lasceranno
Prima o poi moriranno, lo sai,
Che la tua vita sia sana e pulita
.
*
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Tutti gli eserciti sono uguali
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Tutti gli eserciti sono uguali
È quel che sembra e non quel che vali
L’artiglieria fa il solito rumore
Attributo dei giovani è il valore
Stanchi sono gli occhi dei vecchi soldati
Gli rifilano le solite menzogne
Le mosche han sempre amato le carogne.
.
*
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D’Annunzio
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Mezzo milione di mangiaspaghetti morti
E che gusto ci ha provato
Quel figlio di puttana
.
*
A certi bravi ragazzi morti
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Ci hanno potuto;
Il re e la patria,
Cristo Onnipotente
E tutto il resto.
Patriottismo,
Democrazia,
Onore…
Parole e frasi,
Ci hanno ferito o ucciso.
.
*
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Tu non sei i tuoi anni
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Tu non sei i tuoi anni
né la taglia che indossi,
non sei il tuo peso
o il colore dei tuoi capelli.
Non sei il tuo nome,
o le fossette delle tue guance.
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Sei tutti i libri che hai letto
e tutte le parole che dici,
sei la tua voce assonnata al mattino
e i sorrisi che provi a nascondere,
sei la dolcezza della tua risata
e ogni lacrima versata,
sei le canzoni urlate così forte
quando sapevi di esser tutta sola.
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Sei anche i posti in cui sei stata
e il solo che davvero chiami casa,
sei tutto ciò in cui credi
e le persone a cui vuoi bene,
sei le fotografie nella tua camera
e il futuro che dipingi.
.
Sei fatta da così tanta bellezza,
ma forse tutto ciò ti sfugge
da quando hai deciso
di esser tutto quello che non sei.
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(questa poesia è attribuita, ma non è certo che sia di Hemingway)
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Ernest Miller Hemingway, soprannominato Papa (Oak Park, 21 luglio 1899 – Ketchum, 2 luglio 1961)  scrittore e giornalista americano. Ha scritto romanzi e  racconti è stato vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1954.

Ascolta & Leggi: Orchestra Mantovani con poesie di Alison Croggon

Poesia della seduzione
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Voglio una torsione di muscoli, un luogo
d’incontro meno cerebrale; nessuna parola
ma il tuo urlo virile, l’increspato volto
privato e la pelle onesta
che piange per me, sì,
la dolcezza senza bocca, senza occhi
che piange per essere ammessa.
.
Sbottona tutto il tuo peso, come un uccello
che cavalca la nudità della notte stellata:
deponi la tua lingua grammaticale, spogliati
della tua educata pelle sociale:
diventa bianco e assurdo
tutto il tuo idioma una parola
che implora di essere ammessa
.
*
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Limbo
.
Sono in attesa
di ciò che emerge
dagli spigoli bianchi
della catastrofe
.
quell’ultimo segno sanguinante
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che genera
questo frammento
nel mio corpo
è una gioia
al di là dell’oscura
forza del mio cuore
.
eppure io scelgo
questo travaglio
.
più difficile
ogni volta
.
*
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Fuga
.
la poesia ricorda
quello che l’esaurimento
sparge attraverso una terra desolata
dove la gente cammina con scarpe vecchie
con l’amore che si fa scuro
dentro tristi cesti di carne
.
una volta ero seduta in treno
e osservavo le nuvole appiccare fuoco
a una città dalle finestre vuote
.
una volta una ragazzina
mi sussurrò una canzone
e capii che il mio sguardo
era il giardino in cui gioca
.
non voglio partire
dimenticando tutti questi doni
concessi al mio segreto
e immeritevole cuore
.
c’è una mano che si apre
e una mano che si chiude
c’è un nome
e un giardino di erbacce
.
c’è un serpente
che canta un sogno di fiamma
che sorge da fredde ceneri
.
c’è un coltello che trema
attraverso le acque gioiose
di ogni lingua muta
.
*
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Malattia
.
Le ombre si muovono dove i tordi beccano
alcuni chicchi. Il cielo riversa
ambigua benedizione. Uno steccato
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abbandonato s’inclina sotto anni
di viti. Io sono ancora
giovane, in questa luce che graffia
.
solchi attraverso l’alta
erba ribelle, questo lembo non sanato
di canzone.
.
Qui, dove un dubbio può albergare
il suo cancro, qui il chirurgo con la mascherina
si blocca e dà un colpo secco. Un piccolo danno
.
si manifesta: una ferita, un sorriso
esangue e vago, una testa
rasata tremante nella pioggia.
.
(traduzioni di Marzia Dati)
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Alison Croggon, nata in Sudafrica nel 1962, è poeta, drammaturga, romanziera fantasy e librettista australiana. Visitate il suo sito internet:
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Writing and books

Ascolta & Leggi: Balmorhea e due poesie di Maria Rosaria Madonna.

Sì, mio caro lettore, dobbiamo amare le stelle
.
Tu mi chiedi ancora una volta
di tornare al nostro problema principe:
«quale sia l’origine del male».
«Ebbene, io ti rispondo che se
al male aggiungiamo altro male e al bene
altro bene, non per questo
avremo più o meno male, più o meno bene, ma ciò
non deve farci recedere di un millimetro
dal nostro proposito».
Sì, mio caro lettore, dobbiamo
amare le stelle e andare a passeggio
con Dante e i personaggi del suo Inferno
piuttosto che tra i beati del Paradiso.
Sì, mio stimato lettore, il male esiste e resiste
a tutte le intemperie…
Ed ora un aneddoto. Sai come si salvò
un tenente italiano fatto prigioniero dai tedeschi?
All’ufficiale della Wermacht che lo interrogava
rispose recitando il primo canto della Commedia…
parlava senza fermarsi della selva oscura
che nel pensiero rinnova la paura
e delle tre fiere che gli sbarravano il passo…
E così si salvò dalla deportazione nel lager.
Dunque, è vero, stimato amico lettore
che la poesia salva la vita e riscatta il mondo
e sono nel falso e nella menzogna
coloro che dicono altro. Tienilo a mente,
o lettore, tu che sei saggio e sai
distinguere la verità dalla menzogna.
*
***
.
Non adularmi per la mia misura,
se sono evanescente; tu dici «che non capisco
la lingua dei famuli…», ma «è che provengo
da un terribile digiuno…».
Tu dici che «non comprendo perché sono pagana?
Che non comprendo la lingua degli iloti?
E tu?, tu, invece, la capisci?».
«Io lo so: tu, convertito al dio dei cristiani,
intendi bene la lingua degli iloti
i tuoi simili, i devoti all’altare di Mitra
e del vostro dio dei cristiani…».
Un sonno leggero sulle mie palpebre.
Adesso sono una gemma (una stella?, una supernova?)
una stella senza profeta, sacerdote senza segreta.
«Sono la tua baldracca?, dimmi;
la tua lussuria osserva la danza araba
del mio ventre, l’ombelico che ondeggia
al suono dei sistri.
Non adularmi per la mia arrendevolezza,
è che sono evanescente e non capisco
la lingua dei servi».
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Maria Rosaria Madonna è nata a Palermo nel 1942 è deceduta a Parigi nel 2002.

Ascolta & Leggi: Phil Ochs – Changes con poesie di Judith Rodriguez.

Poesie che annegano
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Ogni giorno annegano a dozzine
artigliate a morte,o soffocate sotto terra
trascinandosi dietro scadenze velenose*.
Otturano le mie crepe
muoiono a poco a poco
il giorno si leva e trema
sorge ed è per me indifferente.
.
Alla fine nessuna traccia rimasta.
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Ma tu,poesia,
intravista così vicino alla nascita
te io solleverò
anche se per i capelli;
sì,questa,viva
o quasi.
Con violenza o astuzia
o in qualsiasi altro modo,
anche sleale.
.
*
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Cuore di strega
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Guidando stasera nell’aria gelida
per affollare il ridotto ventoso del Comedy
andiamo a vedere una rossa battona che fa sorgere
undici nobili morti dalla tomba
undici signore che si erano divertite
e un secolo era passato dai loro funerali.
Oh!Cantavano bene e vivevano pienamente.
Fu l’incontro di una notte in una strada a fondo cieco
le raffiche sono fredde ed è buio nella strada
la grandine scende e la punteggia di bianco
e nella triste oscurità del Comedy
saremo quei nobili truffati e onorati
violentati e feriti,ubriacati e rapinati
buttati in prigione e morti e giovani che si lamentano,
quelle signore alte nel vento e nella pioggia
che le illumina e le prostra,
una battona dai capelli rossi racconta nel corso degli anni
che undici puttane morte mascherano la loro tristezza.
.
il cuore di strega canta con un volto esangue
e vive il trionfo di quel dolore
.
e quelli che amano e vivono sono ancora più donne
felici della loro gaiezza e potenza.
.
*
.
Questa donna
.
Questa donna.
occhi verdi non trasmessi ai figli,
sfiora gli amici con il pensiero,dubita che facciano altrettanto,
simula la malattia e incanta a tratti,muore ogni giorno.
.
Questa donna:
non porta l’anello.si aggrappa al marito,maledetto lui,
per essere il marito che potrebbe essere,se lo fosse,
anche se ci volessero cinquant’anni.Fedelmente se lo stritola
con pensieri e parole,giustificazioni precarie.
.
Questa donna:
ha sentito parlare di ninfe simili al vino;con violenza dentro di sé
affronta l’acqua torbida e tempestosa,le pareti di fango
ammassate e pesanti.Le ninfe intrecciano calme
ruscelletti di luce,un’estate silente. Lei scava
con pensieri confusi in un profondo cumulo di disordine:
dove scaricare i rifiuti,dove estrarre,se
abbandonare il posto all’inondazione,
facce scolpite scorticate
nel turbinìo delle macerie.
.
Questa donna:
in sintonia con il suo umore tangibile,
spartito semi-tranquillo,corrotto,
esultante,discordante,problematico…
.
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Judith Catherine Rodriguez (13 febbraio 1936 – 22 novembre 2018) è stata una poetessa australiana. Ha pubblicato numerosi volumi di poesie, alcuni illustrati dalle sue xilografie. Dal 1979 al 1982 è stata redattrice di poesie della rivista letteraria Meanjin, e dal 1988 al 1997 è stata editrice di poesie con l’editore Penguin Australia. Nel 1989 ha vinto una borsa di studio per iscritto al Victoria College, che nel 1993 è diventata parte della Deakin University, dove ha continuato a insegnare fino al suo pensionamento nel 2003. È stata nominata membro dell’Ordine dell’Australia nel 1994

Ascolta & Leggi: Stella Sommer con poesie di Petr Král.

Festival
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Una rovina come un’altra. Siamo. Il sole bianco.
Frammenti ancora eretti verso il cielo.
Banchi di gelo abbagliati oppure soltanto i pallidi avanzi di purè
impantanati sul bordo del piatto. Intorno i ghiacciai sparpagliati
e l’anemico fantasma del volante al posto del centro. Saremmo stati,
ma non potemmo. La mano esita per un attimo, poi aderisce. La ringhiera delle scale
o la morbidezza della spalla. Celato, ma inesorabile il ticchettio. Nonostante la pazienza
delle cose inondate della domenica. Nonostante il silenzio.
Minimax, un po’ di sangue solidificato. Nuda e inviolabile
realtà. Visitare il mondo, i suoi parchi e le cliniche, il suo macello,
firmare con lo sguardo la vacuità di piastrelle ingiallite – qua e là con la macchia secca – negli afosi rifugi sospetti dei gabinetti di porcellana –
e ogni tanto chinarsi a raccogliere il guanto dal marciapiede gelato, ai piedi di colei,
il cui sesso, campanile imperlato e cupo, si sveglia lentamente in lontananza
dietro il sipario rigorosamente nero della gonna di una vedova.
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*
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L’oggi sarà
                 a Claude Gibbsy
Aspetto solo l’occasione per diventare capo onorario della stazione;
il crepuscolo cela nuovamente i campi da tennis,
i treni bolsi si scontrano negli sguardi di uomini
inchiodati a terra davanti ad alberghetti modesti
la città un po’ alla volta si accende grazie a gesti doppi nella penombra di una camera da letto,
se si aprissero di nuovo i velodromi, potremmo guardare gare d’ombre mai viste
(la questione più spinosa è quella del cambio di velocità),
la calda sfera vellutata scivola dalla mano, senza dubbio di sole,
il nostro unico padre è il cappello, lo dimentichiamo come tutto,
le ultime Queens agonizzano nobili nei porti, a spese delle agenzie marittime;
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comunque c’è bisogno di parlare, controbattere se stessi e il parlottare, la folla di prossimi,
il mondo e anche le sue raffigurazioni, la politica delle catastrofi,
mantenere un livello di bisbigli, a dispetto del pianeta,
il crepuscolo risuscitato dal crepitio di un vecchio disco, lui stesso prossimo alla morte,
le cantine urtano gli scogli, mani di pianisti saldano il loro corpo col fulmine
prima di disperdersi per sempre tra i tasti, così come noi,
Eden del sorriso forzato per sempre su una foto, sul ghiacciaio di una giubba bianchissima –
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forse è proprio questa la speranza: i punti bianchi del mondo
dilatati con testarda delicatezza,
in catacombe di memoria il fulgore di camici bianchi,
l’immacolata freccia dell’aereo sul Savoy lambito dalla pioggia, prima che tutto inizi daccapo
nella corrente d’aria e al sonoro scroscio delle palme dell’hotel.
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*
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Notizia
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Attraversò la piazzetta deserta, gelò davanti a me sul margine di pietra
su due gambe troppo candide e dall’alto, come due piloni di frassino
le fece scivolare via sul selciato della carreggiata. Poi non mi rimase che voltarmi a guardarla,
mentre si affrettava a salire quella stessa strada che io discesi verso la piazzetta,
mentre saettava le lance dei polpacci al tramonto sotto gli alberi
e passava davanti a negozi vicino a mucchi di scatole vuote come i suoi
bagagli, che lì da qualche parte più in altro le erano di zavorra.
Tornai a casa; tra me e la mia vita nascosta, della quale era venuta a darmi notizia,
si ridistese ancora una volta l’intera superficie della città. Da qualche parte nella placidità del centro
continuano ad imperversare gli orbi e la loro risolutezza desolata,
l’ostinato ammassare di scatole. Solo al mattino quando sulla facciata dell’albergo di fronte
si muove lieve al vento la tenda di una finestra mal chiusa,
da lì la stanza senza ospiti punta qui il suo sguardo quasi attento –
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(testi tradotti da Antonio Parente)
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Petr Král è nato a Praga il 4 settembre 1941, dove è deceduto il 17 giugno 2020.
Poeta e scrittore ha iniziato a scrivere sotto l’influenza del surrealismo, ma dal 1970, i suoi libri dimostrano che essere totalmente appagati è qualcosa che il metodo surrealista non può dare. Scrive dell’eterno desiderio che si è autoalimentato, e forse si lega al consumo della persona che desidera. Le parole emblematiche di Král potrebbero essere: “Noi non moriamo, peggio: svaniamo. In altre parole, non siamo mai stati. Non c’è realtà.” 

Ascolta & Leggi: Nick Mason con quattro poesie di Vanja Strle

QUANDO VIENI DA ME
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Quando vieni da me
il tempo si ferma.
Le nostre braccia e le gambe
s’intrecciano
e le bocche ci aiutano a superare
le dimensioni dei corpi,
a congiungerli
in un solo corpo;
anche le cose, stupefatte,
si collocano
sul piano del letto.
Noi due, sdraiati sopra,
siamo vicinissimi alle stelle.
.
*
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TRAMITE I POETI SENSIBILI
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Tramite i poeti sensibili
ormai da tempo immemorabile proviene
la naturale rotazione delle cose
e la maggioranza di loro
avvertiva con più forza la decadenza
e il meno reiterante
sviluppo dell’ordine atavico.
.
Accettavano il declino dell’accortezza
come un dono inquieto
attraverso cui raggiungevano l’estasi
che segnavano con la parola
per un futuro risveglio dal torpore.
.
E così oggi nel comune retaggio
ci sono più epitaffi
e apparizioni assurde
che occhi puntati verso il sole
durante il viaggio nell’extratemporalità dell’incarnazione.
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*
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IL TEMPO
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Ti inondo come il mare,
ti corrodo e concio con il sale,
ti alletto con le lontananze,
ti eccito con gli abissi.
Ogni ondata ti irrora un’unica volta;
la seguente non è più uguale.
Ognuna è un vuoto irripetibile.
.
Ti cerchi nei miei occhi che sono tuoi
per ghermire l’inafferrabile istante
della propria presenza.
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*
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PERCHE’ ESISTO
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Sai,
io esisto per merito dell’amore.
Questo amore
a cui debbo l’esistenza
è costruito
come una piramide.
La sua base è larga
come lo spazio
tra i mondi
e il suo vertice
non ha fine.
Mi applico e costruisco questo amore
che è la mia unica opera.
Mi applico e costruisco
ed esisto – per merito dell’amore.
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Vanja Strle è nata a Capodistria nel 1960, Vive a Notranjska. Professore Ordinario di Chimica e Laureato in Ingegneria Chimica, opera nel campo della tutela ambientale nella realizzazione di attività industriali. Ha pubblicato sette raccolte di poesie.

Ascolta & Leggi: Tamar Aphek e quattro poeti sloveni

Tra ombra e luce
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Tra Ombra e luce
ci sono differenze minime
(l’ombra è solo un’irradiazione
meno ricca).
Il tempo si muove
entro il loro cerchio
e il poeta non si firma
sotto le sue poesie;
se sono sue,
sono tue, mie
(l’elementare diritto dell’arte
è la sua particolare percezione
in ogni singolo individuo),
nostre,
adesso e nel futuro,
a tempo debito – che verrà –
parleranno di nuovo con noi.
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di Vanja Strle, da Quale fuoco (Mobydick, 2009), trad. it. J. Milič
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*
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Bollettino di guerra
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Quarto anno di guerra. Verso sera
al bollettino mi spinge attraverso i castagni
in un’attesa ogni giorno più dolorosa.
“Niente di nuovo”, dice il corriere.
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Niente di nuovo: la morte prosegue il banchetto,
oggi come ieri lo stesso macello,
agonie, centinaia di migliaia di lamenti.
Quarto anno di guerra… Quando la pace?
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Niente di nuovo – solo la morte mieterà per sempre;
e anche se per milioni di anni
l’umanità accumulerà lavoro,
.
niente di nuovo più potrà vedere il mondo;
solo chi oggi è stato colpito dalla palla
libero dal vecchio, potrà guardare il nuovo.
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di Andrej Budal
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*
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La misura
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Già oggi mi rallegro di tutti i giorni che vivrò.
Tanto i difficili, quando sarò costretto a cuocere l’argilla
ed a incollare i cocci della brocca –
.
quanto i facili, quando dipingerò le pareti dello spazio,
misurandole e riempiendole, mi disseterò
e raggiungerò l’equilibrio.
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Già oggi faccio i conti di quanto peso dovrò
porre da parte, per poter cogliere la misura
e abituare il respiro al non troppo e al non troppo poco.
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Mi conquistano precise dita
che sempre ripartiscono abbastanza,
ma per sé non esigono nulla.
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Essere il tocco della lingua
sul palato
delle bocche mute.
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di Primož Čučnik da Loro tornano la sera. Sette autori della giovane poesia slovena (ZTT – Editoriale Stampa Triestina, 2011), cura e traduzione di Michele Obit
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Pastore
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Gli alberi sono coperti di neve, completamente.
Sotto la stalla il fuoco scalda le mani intirizzite.
Le pecore cadono dal freddo sulla schiena,
belano con le loro grida da latte sulla schiena.
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Da secoli sono su questi monti, per custodire i Sette
Laghi. C’erano i falconi domestici che giravano affamati e
scannavano le mie pecore, una dopo l’altra, sotto la Croce!
Bianchi stavano diventando i miei sogni nel buio
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della volta celeste. La neve e il ghiaccio inghiottono tutto.
Tutti hanno avuto il tempo tranne me, le mie delizie,
i miei fischi, la mia valle. Io sono stato sempre solo
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con il mio cane rabbioso, che morde la cinghia della borsa
per il freddo e la fame, e per fermare
il passo silenzioso delle pecore nella morbida neve.
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di Tomaz Salamun da Acquedotto (Interlinea, 2001), a cura di G. Donati
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