Ascolta & Leggi: Nils Petter Molvaer con poesie inedite di Lucas Garcete

Lucas Garcete è il primo autore millennial che mi capita di incontrare, è nato infatti in Paraguay a Ciudad Del Este il 12 gennaio del 2000.Ha lasciato il suo paese con la sua famiglia per emigrare in Spagna, ha vissuto parte della sua infanzia a Ciudad Real, Castilla-La Mancha. Anni dopo si è trasferito a Madrid, dove h iniziato a consolidare la sua poesia. Già a 12 anni a scuola – guidato dal libro Platero y yo di Juan Ramón Jiménez – iniziò i suoi primi passi scrivendo favole, storie senza finale e poesie senza titolo nelle ultime pagine del suo taccuino. Da allora ha maturato la sua tecnica, cercando uno stile basato sulla semplicità, sull’uso delle parole, dando una voce personale e malinconica ai suoi scritti. Ha pubblicato il libro El Boulevard.

il suo blog:
https://lucasgarcete.wordpress.com/

NOMBRES ENVEJECIDOS

Sabemos la existencia de la lluvia,
pero en el desierto del corazón
las lágrimas construyen los oasis.
No conocemos todavía a la muerte
que sigilosamente llegará
envolviéndonos con su telaraña.
Quién me devuelve cada año que pasa,
si cada invierno nuevo llega envejecido.
Quién me devolverá cada beso que di,
si los labios que encuentro sólo dicen adiós.
La tierra se nutre de nosotros mismos,
porque donde antes hubo un cementerio
ahora es un bosque verde que calla nombres
y sólo la niebla es capaz de pronunciarl

NOMI INVECCHIATI

Conosciamo l’esistenza della pioggia,
ma nel deserto del cuore
le lacrime costruiscono oasi.
Non conosciamo ancora la morte
che arriverà di soppiatto
avvolgendoci con la sua rete.
Chi mi restituisce ogni anno,
se ogni nuovo inverno arriva invecchiato.
Chi restituirà ogni bacio che ho dato,
Se le labbra dicono solo addio.
La terra è nutrita da noi stessi,
perché dove prima c’era un cimitero
ora è una foresta verde che chiude i nomi
e solo la nebbia è in grado di pronunciarli

*

HIJA DE UNA LOBA

Yo sé que en mis pupilas
sólo veía un otoño baldío,
y que en sus pupilas
siempre habitaba el invierno.
Hija de una loba,
amiga de los pájaros.
Todavía la oigo aullar
desde la ventana de mi árbol.
Por sus ojos solía caer el océano,
por sus labios caía la nieve.
Al mirarla me envolvía una ventisca
y sus pestañas eran mil agujas de hielo.

FIGLIA DI UNA LUPA

Lo so nelle mia pupille
Ho visto solo un autunno libero,
e nelle sue pupille
è sempre stato inverno.
Figlia di una lupa,
amica degli uccelli.
La sento ancora ululare
dalla finestra del mio albero.
L’oceano le cadeva negli occhi,
la neve cadde dalle sue labbra.
Quando la guardai, una tempesta di neve mi avvolse
e le sue ciglia erano migliaia di aghi di ghiaccio.

*

EL ÚLTIMO

La soledad habita
en el jarrón con flores mustias,
en el silbido de las ventanas,
en el granizo sobre el coche,
en el columpio oxidado,
en la pecera llena de hojas
y de peces muertos.
La soledad habita
en la sombra del patio
donde enterraron a los perros,
y en la caseta de madera
donde morirá el último
que ahora ladra solo.

L’ULTIMO

Vive in solitudine
nel vaso con fiori appassiti,
nel sibilo delle finestre,
nella grandine sulla macchina,
sui tergicristalli arrugginiti,
nella vasca dei pesci piena di foglie
e pesci morti.
Vive la solitudine
all’ombra del patio
dove hanno sepolto i cani,
e nella capanna di legno
dove morirà l’ultimo
che ora abbaia solo.

*

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Ascolta & Leggi: Quattro giorni insieme e Quattro poeti spagnoli

LA MARCIA – MARÍA VICTORIA ATENCIA

Eravamo gente abituata al dono della mansuetudine
e alla vaga memoria di un cammino verso un qualche luogo.
E nessuno diede l’ordine. –Chi avrebbe saputo il momento.-
Ma tutti, allo stesso tempo e in silenzio, lasciammo
il rifugio usuale, il fuoco acceso che alla fine si sarebbe spento,
gli utensili docili all’uso delle mani,
il cereale cresciuto, le parole a metà, l’acqua che traboccava.
Non ci fu alcun segnale. Ci alzammo in piedi.
Non ci voltammo indietro. Cominciammo la marcia.

Traduzione di Raffaella Marzano

*

CHIARORE SENZA RIPOSO – ANTONIO GAMONEDA

Vidi lavande sommerse in un lago di sangue e questa visione arse in me.
Oltre la pioggia vidi serpenti infermi, belli nelle loro ulcere trasparenti; frutti minacciati da spine e ombre e fiori eccitati dalla rugiada. Vidi un usignolo agonizzante e la sua gola piena di luce.
La realtà è il mio pensiero. Sto sognando l’esistenza ed è un giardino torturato. Ma morirò. Frattanto, passano davanti a me madri incanutite nella vertigine.
Il mio pensiero è anteriore all’eternità ma non c’è eternità. Ho consumato la mia gioventù davanti ad una tomba vuota; mi sono estenuato in domande che ancora battono in me come un cavallo che galoppi tristemente nella memoria.
Ancora mi aggiro in me stesso sebbene sappia che ormai cadrò nella freddezza
del mio stesso cuore.
Così è la vecchiaia: ore incomprensibili, chiarore senza riposo.

Traduzione di Raffaella Marzano

*

LA MATERIA NON PESA – PEDRO SALINAS

La materia non pesa.
Il tuo corpo ed il mio,
uniti, non sentono mai
schiavitù, sentono ali.
I baci che tu mi dài
sono sempre redenzioni:
tu baci verso l’alto,
e qualcosa di me porti a luce,
costretto prima
nel fondo oscuro.
Lo salvi, lo guardiamo
per vedere come ascende,
e vola, per l’impulso che gli dài,
verso il suo paradiso
dove ci aspetta.
No, non opprime la tua carne
e neppure la terra che calpesti
né il mio corpo che stringi.
Sento, quando mi abbracci,
che ho tenuto contro il petto
un lieve palpitare,
vicinissimo, di stella,
che viene da un’altra vita.
Il mondo materiale
nasce quando tu parti.
E sull’anima sento
quest’oppressione enorme
di ombre che hai lasciato,
di parole, senza labbra,
scritte su fogli di carta.
Restituito alla legge
del metallo, della roccia,
della carne. La tua forma
corporea,
il tuo dolce peso rosa,
è ciò che mi rendeva
il mondo più lieve.
Ma ciò che non sopporto
e che mi schiaccia,
chiamandomi alla terra,
senza te per difendermi,
è la distanza,
è il vuoto del tuo corpo.

Sì, tu mai, tu mai:
il tuo ricordo, è materia.

Traduzione di Emma Scoles

*

ADA SALAS

che ancora hanno sale le mani del suo padrone
Lope de Vega

Un uomo corre
dietro al suo cane. Corre
ma non lo insegue
corre
come al rallentatore
– un po’ come se
corresse all’indietro –
e chiama
insistentemente il suo cane
chiama
come se il nome del suo cane
fosse
caro cane fermati per pietà.
Chi vede la scena guarda
e si chiede
da cosa fugge quel cane
– o la domanda
era
da cosa fugge quell’uomo –
perché
il passo di quell’uomo non smette di rallentare
perché il suo amore non ne aumenta la falcata
perché
si ferma alla fi ne sul marciapiede
perché
non afferra più quel cane che gira tra la morte.

Traduzione di Raffaella Marzano

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ascolti amArgine: Sigur Rós – Sæglópur (2005)

Sæglópur (in islandese “perso nel mare”) è una canzone dei Sigur Rós dell’album del 2005 Takk…, pubblicata come singolo nel 2006. Il testo è prevalentemente in islandese, mentre una parte è cantata in vonlenska (Il vonlenska è una lingua artificiale creata dai Sigur Rós, in particolare dal cantante Jón Þór Birgisson. Questo idioma è noto anche con il termine inglese hopelandic. Letteralmente, in lingua italiana, esso diventerebbe speranzese, ossia “lingua della speranza”). Non pensiate che me lo sia tradotto dall’islandese, me ne sono cercato, ovviamente, una traduzione in inglese. Tipico esempio di “forma canzone” in cui le parole sono accessorie alla musica e alle suggestioni da essa create.

PERSO NEL MARE

Tu, sei una volpe
Tu, tu stai
In aria
In aria, sì

Tu, senti
Oh, oh la pace
Oh no
Oh no, sì

Perso nel mare
Vivo
Ritorna a casa
Un marinaio perso
Vivo
Ritorna a casa
Arriva un sommozzatore

TESTO ORIGINALE

Þú, ert refur
Þú, þú hefur – á lofti

Á lofti, já
Á loft
Á lofti, já

Þú, líður
Ó, ó friður
Ó nei
Ó nei, já
Ó nei
Ó nei já

Sæglópur
Á lífi
Kominn heim
Sæglópur
Á lífi
Kominn heim
Það kemur kafari

Ascolta & Leggi: Your Own Special Way – Genesis (1976)/Anna Maria Curci da Nuove Nomenclature

E’ bella la poesia di Anna Maria Curci, perché non sta mai ferma, è piccola/grande, si increspa, allittera, ama il calembour, traduce in scrittura una somma di musiche che fanno musica. Il che la dice lunga sul formidabile amore di questa autrice per il mondo poetico, sì, si potrebbe definirla, la sua, una vita intera al servizio della Poesia. Ho letto a lungo il suo Nuove Nomenclature, una raccolta nutrita, eterogenea e profonda. Ne ho ammirato anzitutto il non limite nella parola, quel suo andare oltre il senso per farsi musica. Consiglio quindi ai lettori di leggere i brani ad alta voce per assaporarne meglio e fino in fondo il suono, la sintesi frastagliata e profonda delle sensazioni e dei messaggi che diffonde. Scrive bene Plinio Perilli nella prefazione “… si spendono ma non oziano idee; insomma caparbiamente s’immolano a consacrare e duellare per una consapevolezza che non arretri o ceda di fronte ad alcun sopruso, nessuna ignobile sopraffazione: anzitutto linguistica, percettiva, culturale… Nuove nomenclature è quindi libro di battaglia, codice d’onore in nome della sorveglianza, del controllo mentale, della religione disattesa e tradita del proprio tempo”.

Assetto

Lo montano e lo smontano.
Finanziario economico
arranca e non demorde
(arraffa ed è concorde).

Ribassato, sportivo,
di vetture da fiera
la parata lo afferra:
ed è assetto di guerra

*

Flessibilità

Ammirami: sono bella e scattante,
disse la corda tesa all’infinito.

Sinuosa quanto basta, son capace
di ogni acrobazia del tempo pieno.

Ho attraversato sale e corridoi,
indugio in open space, che vanno tanto.

Inarcava la schiena, la vezzosa,
sfoderava tronconi propulsori.

Ammutolii di botto, quando scese
lo sguardo su ganasce di cemento.

*

Idiomaticamente

Non avere più alibi è risorsa.
Al fast food di sentenze c’è anche questa
pietanza da servire con rigaglie,
spezie varie d’avanzo e faccia tosta.

Fioccano locuzioni da conquista,
negli acquartieramenti si fa incetta
di lingua requisita e mal riposta,
“amara terra mia” va in soffitta.

Di detti e contraddetti la brodaglia
fiumi azzurrognoli espande in tutta fretta,
sul segno-senso pende già una taglia.

Sciapi o sapidi trionfano zupponi –
non dichiarata presa di possesso –
a cubetti ora vendono gli idiomi.

*

Sosta

E potrei perdermi, se vuoi,
nel verdeoro di un autunno affamato.
Già la sanguigna disegna i bordi
saturi di attesa.

Strizza, l’occhio sorpreso.
Sfonda la calza
l’alluce impaziente.
Nel tascapane ho il filo del rammendo.

Mi rammento di te,
voce vecchia e suadente,
e non ti seguo.
Scende la brina dell’inadeguatezza.

Incurante, se la ride la guazza.

*

19 luglio 1943

Sotto la rete vedo i calcinacci
e nonno che ci guarda preoccupato
mi stringo a mia sorella che ha due anni

fa caldo, è luglio e sono a San Lorenzo.

*

Verrai a prendermi un giorno

I
Verrai a prendermi un giorno,
avrò il vestito sognato,
bianco coi fiori azzurri
sui fianchi troppo larghi.

II
Verrai a prendermi un giorno,
tra canti e contraddanze,
ai miei, di calembour,
additerai i difetti.

III
Verrai a prendermi un giorno,
e sarà gioia piena.
Se mia o degli ostili,
altri lo narreranno.

*

Preludio

Ascolta, nell’attesa, come vuoi:
mano appoggiata al mento ed occhi chiusi
oppure spalancati e testa alta.

Ascolta, non fuggire, non temere
presa rapida o lenta gestazione
del vento muto che avvolge e sospinge.

Ascolta, prendi il ritmo e cogli nota.
Ricostruisci la tua partitura:
è proprio quella che appare distante.

Ascolta e frena il piede impaziente
la nocca che si tende e il naso ostile.
Non ignorare i canti dal silenzio.

***********************************
Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna lingua e letteratura tedesca. Scrive sul blog Cronache di Mutter Courage, su Unterwegs/In cammino, su Lettere migranti ed è redattore di Poetarum Silva. Suoi testi sono apparsi in riviste (“Journal of Italian Translation”; “Traduttologia; “Chichibìo”; “Il 996″), nelle antologie La notte (Roma 2008), Oltre le nazioni (CFR, Rende 2011), Cuore di preda (CFR, Rende 2012), nei blog La dimora del tempo sospeso, Cartesensibili, Neobar, La poesia e lo spirito, La presenza di Erato e sul sito Poeti del parco. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta Inciampi e marcapiano; dal 2012 è nella redazione della rivista trimestrale Periferie, diretta da Vincenzo Luciani. Dal 2014 cura per il sito Ticonzero la rubrica aperiodica “Il cielo indiviso“. Del febbraio 2015 è la sua seconda raccolta di poesie in volume, Nuove nomenclature e altre poesie, L’arcolaio.

ascolti amArgine: The Doors, The Crystal Ship

Questo è il lato B dell singolo Light My Fire. La canzone narra la fine di un amore. In origine avrebbe dovuto essere un brano molto più lungo, in particolare grazie alle improvvisazioni di Ray Manzarek e Robby Krieger, ma fu preferita When The Music’s Over.
Il coautore John Densmore ha dichiarato: “Jim scrisse The Crystal Ship per Mary Werbelow nel 1964, una ragazza con cui si stava per lasciare, la canzone si trovava nel suo famoso quaderno di poesie che aveva quando ci formammo.”

LA NAVE DI CRISTALLO

Prima di scivolare nell’incoscienza,
vorrei da te un altro bacio,
un’altra abbagliante opportunità d’estasi;
un altro bacio

Splendenti e colmi di pena i giorni,
rinchiudimi nel tuo dolce circolo;
troppo assurdo è stato
il tempo dell’assenza

ci incontreremo ancora,

Dimmi dov’è la tua libertà,
le strade sono luoghi infiniti.
Liberami da ragioni e perché.
Tu Vorresti morire,
io, piuttosto, vorrei Volare

La nave di cristallo
è ormai quasi piena
Mille e mille ragazze
mille e mille fremiti
Modi infiniti di passare il tempo

Quando torneremo indietro,
traccerò una linea.

TESTO ORIGINALE

Before you slip into unconsciousness
I’d like to have another kiss
Another flashing chance at bliss
Another kiss, another kiss

The days are bright and filled with pain
Enclose me in your gentle reign
The time you ran was too insane

We’ll meet again, we’ll meet again

Tell me where your freedom lies
The streets are fields that never die
Deliver me from reasons why
You’d rather die, I’d rather fly

The crystal ship is being filled
A thousand girls
A thousand thrills
A million ways to spend your time

When we get back, I’ll drop a line

Ascolta & Leggi: Ferlinghetti, i miei primi cent’anni, musica di Watermelon Slim & The Workers

Lawrence Ferlinghetti (New York, 24 marzo 1919) è un poeta americano, conosciuto anche per essere uno dei proprietari della libreria e casa editrice City Lights, che pubblicò i primi lavori letterari della Beat Generation, tra cui Jack Kerouac e Allen Ginsberg. La più famosa raccolta poetica di Lawrence Ferlinghetti è A Coney Island of the Mind, tradotta in nove lingue. Nel 2011 Lawrence Ferlinghetti per il 150º anniversario dell’Unità d’Italia inviò due poesie, fonte d’ispirazione per numerosi artisti nella grande mostra Lawrence Ferlinghetti e i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Qui sotto un link dove troverete in e book alcuni lavori di poeti della beat generation tra cui Ferlinghetti:
http://www.stampalternativa.it/liberacultura/books/kerouac.pdf

Manifesto populista per i poeti, con amore

Poeti, uscite dai vostri studi,
aprite le vostre finestre, aprite le vostre porte,
siete stati ritirati troppo a lungo
nei vostri mondi chiusi.
Scendete, scendete

Dalle vostre Russian Hills e dalle vostre Telegraph Hills,
Dalle vostre Beacon Hills e dalle vostre Chapel Hills,
dalle vostre Brooklyn Heights e dai Montparnasse,
giù dalle vostre basse colline e dalle montagne,
fuori dalle vostre tende e dai vostri palazzi.
Gli alberi stanno ancora cadendo
E non andremo più nei boschi.
Non è il momento ora di sedersi tra loro
quando l’uomo incendia la propria casa
per arrostire il maiale.
Non si canta più Hare Krishna mentre Roma brucia.
San Francisco sta bruciando
La Mosca di Majakowskij sta bruciando
I combustibili fossili della vita.
La notte & il cavallo si avvicinano
Mangiando luce, calore & forza
E le nuvole hanno i calzoni.
Non è il momento ora di nascondersi per l’artista
Sopra, oltre, dietro le scene,
indifferente, tagliandosi le unghie,
purificandosi fuori dall’esistenza.
Non è il momento ora per i nostri piccoli giochi letterari
Non è il momento ora per le nostre paranoie & ipocondrie,
non è il momento ora per la paura & il disgusto,
è il momento solo per la luce e per l’amore.
Abbiamo visto le migliori menti della nostra generazione
Distrutte dalla noia ai reading di poesia.
La poesia non è una società segreta,
né un tempio.
Le parole & i canti segreti non servono più.
L’ora di emettere l’OM è passata,
viene l’ora di cantare un lamento funebre,
un momento per cantare un lamento funebre & per gioire
sulla fine in arrivo
della civiltà industriale
che è nociva per la terra & per l’Uomo.
Il momento ora di esporsi
nella completa posizione del loto
con gli occhi bene aperti,
il momento ora di aprire le nostre bocche
in un nuovo discorso aperto,
il momento ora di comunicare con tutti gli esseri coscienti,
tutti voi, “Poeti delle Città”
appesi nei musei, includendo me stesso,
tutti voi poeti del poeta che scrive la poesia
sulla poesia
tutti voi poeti di poesia da laboratorio
nel cuore giungla d’America
tutti voi addomesticati Ezra Pound tutti voi poeti pazzi, sballati, malconci,
tutti voi poeti della Poesia Concreta pre-compressa,
tutti voi poeti cunnilingui,
tutti voi poeti da gabinetto a pagamento che vi lamentate con graffiti,
tutti voi ritmatori da metropolitana che non ritornate mai sulle betulle,
tutti voi padroni delle segherie haiku nelle Siberie d’America,
tutti voi non realisti senza occhi,
tutti voi supersurrealisti autonascosti,
tutti voi visionari da camera da letto,
ed agitprop da gabinetto,
tutti voi poeti alla GrouchoMarxista e Compagni di ozio di classe
che restano inattivi tutto il giorno
e che parlano del lavoro di classe del proletariato,
tutti voi anarchici Cattolici della poesia,
tutti voi Neri Montanari della poesia,
tutti voi Bramini di Boston e bucolici di Bolinas,
tutti voi baby.sitters della poesia,
tutti voi fratelli zen della Poesia,
tutti voi amanti suicidi della poesia,
tutti voi capelluti professori della poesia,
tutti voi critici di poesia
che bevete il sangue dei poeti,
tutti voi Poliziotti della Poesia-
Dove sono i figli di Whitman,
dov’è la grande voce che parla ad alta voce
con un senso di dolcezza & sublimità,
dov’è la nuova grande visione,
la grande visione del mondo,
l’alta canzone profetica
dell’immensa terra
e tutto ciò che canta in essa
e il nostro rapporto con essa-
Poeti, scendete
Nelle strade del mondo ancora una volta
E aprite le menti & gli occhi
Con la vecchia delizia visuale,
schiarite la gola e parlate più forte,
la poesia è morta, lunga vita alla poesia
con occhi terribili e forza di bufalo.
Non aspettate la rivoluzione
o succederà senza di voi.
Smettete di mormorare e parlate ad alta voce
con una nuova poesia guidata
con una nuova comune-sensuale “comprensione-pubblica”
con altri livelli soggettivi
con altri livelli sovversivi,
un diapason nell’orecchio interno
per colpire sotto la superficie.
Del vostro dolce Io che ancora cantate
Ancora esprimete “la parola en-masse”-
Poesia il veicolo comune
per il trasporto pubblico
verso luoghi più alti
di altre ruote che possono portarla.
Poesia che ancora cade dai cieli
dentro le nostre strade ancora aperte.
Loro non hanno ancora alzato barricate,
le strade animate ancora con visi,
uomini &donne attraenti camminano ancora qui,
dovunque ancora attraenti creature,
negli occhi di tutti il segreto di tutti
qui ancora sepolto,
i selvaggi figli di Whitman qui ancora dormono,
si svegliano e camminano nell’aria aperta.

*

Tutto cambia e niente cambia

Tutto cambia e niente cambia
Finiscono secoli
e tutto continua
come nulla finisse
Come le nubi ancora s’arrestano a mezzovolo come dirigibili presi tra venti contrari

E la febbre dell’efferata vita di città ancora strozza le strade

Ma ancora io sento cantare
ancora le voci dei poeti
mischiate agli schiamazzi delle troie
nell’antica Mannahatta
o nella Parigi di Baudelaire
echeggiare richiami d’uccelli
lungo i vicoli della storia
ora coi nomi cambiati
E ora siamo nel Novecento
e la Borsa è di nuovo crollata
E mio padre vagabonda qui vicino con il fedora in testa
occhi sui marciapiedi
un’unica lira italiana
e un centesimo che raffigura la testa di un indiano in tasca
Trafficanti di liquori e carri funebri passano al rallentatore
Risuona la campana di ferro di una chiesa
frammista agli allarmi delle macchine nell’anno duemila

Mentre abiti nuovi corrono al lavoro in grattacieli oscillanti
mentre gli strilloni ancora strillano annunciando l’ultima follia

E risate s’alzano
sul mare lontano

*******************

Ascolta & Leggi: Primo giorno di primavera – Dik Dik (1969) / Gino Scartaghiande da Sonetti d’amore per King Kong (1977)

Mi sia perdonato l’azzardo di questa accoppiata, ma non ho saputo resistere, sarà la primavera.

“Coltiva questa frantumazione vetrosa
all’interno di te. Frantuma i milioni
di finestre divisorie, lascia che lo sfaldamento
prenda luogo dove entra l’esistenza.”

Gino Scartaghiande

Primo notiziario da ieri mattina

Quale la tua ora dove
dormi? Hai ricordi di spazi?
Quest’ora questo spazio
ti presagisce come suo signore.
Caro mostro ristretto
al più ampio. Incamminati
insieme verso l’anfora
che gli universi serrano
nel loro fondo blu.
A portare il miele
raccolto tra una stella e l’altra.
Io sarò per te la più
avventurosa prostituta.
In verità già ieri mattina
la mia casa sorrideva
d’universi bambini. Ma quale
la tua ora dove dormi? Hai
ricordi di spazi?

*

Sono fumose identità

Era ancora un’identità fumosa.
La pelle per esempio: scaglie
verdi, lucertole. Il genoma,
questa puttana perseverante
(sui marciapiedi di quale
cellula?)
Mai avrebbe smesso. Ma io
t’amo King Kong. Sconoscenza
altrettanto brutale del
pendolo galileiano.
Vieni con la narice dilatata.
Come un altro verbo in codice
tra il grattacielo e
l’elettrocardiogramma.
Ma io t’amo. Tu m’ami.
Mi baci, mi penetri,
penetro in te. Antimateria
ancora più violenta del corpo.
Come l’angelo coprofago
che rincorre la sintesi.

*

Il conto delle sere

Son contento che stai bene.
In quanto a me, mi rapisce
a tratti alterni. Ieri mattina
mi piacquero molto gli occhi
di un ragazzo. Non ti va più
di parlare, lo so. È strano almeno,
non ti sento. Siamo diventati
più reticenti entrambi.
Non mi urli più nell’animo, né io
alzo la voce contro di te.
Che cosa ancora, quale altra
intromissione dovremo accettare?
L’accetteremo?
Erano belli i nostri discorsi
di una volta. Io ti amo.
O mio Kong, mio re dell’isola
sperduta, mio occhio io ti amo.

*

L’immagine

Dovrai darmi un nome. Tutto ciò
qui fatto non mi interessa, continuerò
ad ucciderti, a scriverti e riscriverti.
L’immagine è l’universo delle nostre fughe,
è l’escrescenza terrestre con viali d’alberi,
uomini, formiche. Io devo cullarti ancora parola
a venire, devo santificare i tuoi cimiteri
e cercarti con più ardore, te menzogna, te
falsità. Io dovrò darti e darmi pace; ti
aspetto da un momento all’altro, non so
nemmeno se mi allontano o mi avvicino;
perché farmi paura perché non farmene.

*

I due tempi della poesia

Vedi le rose fiorire.
Rubale. Sali sui muri
e rubale.
Verso i nove anni
in un boschetto di
gelsomini masturbavi
ragazzi. Immagini
del sesso. Cronistoria
di un sarcofago
trasportato da Parigi
a Catania. Vincenzino
si masturba nella
tomba e tu cogli
rose, rosa casta diva
come la spina e il
petalo benvenuta sia
la materia dialettica.

*

Perché l’ultimo?

Che cosa rotta. Spezzata la creta.
Ne avremo cura un’altra volta,
badate a che il primo violino
non ci sfugga. Un soffio tra
la guancia e l’occipitale.
Tutti gli universi non possono
bastare. Questo è assiomatico.
Ricreare è la nostra condanna.
Ed è l’ultimo dei sonetti d’amore.

**********************************

per saperne di più:

https://it.wikipedia.org/wiki/Dik_Dik

Gino Scartaghiande è nato nel 1951 a Cava dei Tirreni (Salerno) ed ha studiato presso “La Sapienza” di Roma. Ha pubblicato due libri di poesia, Sonetti d’amore per King Kong (Cooperativa Scrittori, Roma 1977) e Bambù (questioni di provincia) (Rotundo, Roma 1988) Per i commenti critici si veda E. Pagliarani – “Periodo ipotetico” n° 10/11 – G. Sica “Avanti!” – 13/02/77 – A. Giuliani – “La Repubblica” – 23/04/77 – F. Cordelli – “Il poeta postumo” (Lerici, Roma 1978) A. Zanzotto, “Corriere della sera” 07/06/96 – S. Caltabellotta, dall’antologia “Ci sono fiori che fioriscono al buio” – Frassinelli 1977.