Ascolta & Leggi: Il volo americano di Claudio Borghi, musiche di Balmorhea

Sono legato da un sincero vincolo di stima a Claudio Borghi, insigne studioso di fisica e poeta, la cui figura avvicino allo splendido ricordo di Ubaldo de Robertis. Ecco alcuni estratti dal suo libro “americano” uscito poco tempo fa The Still Flight per Chelsea Editions, reperibile qui:

http://www.chelseaeditionsbooks.org/Borghi.htm

La musica è stata scelta dietro indicazione dell’autore. Buon ascolto e buona lettura.

Selezione da The still flight (Il volo fermo)
Chelsea Editions, New York 2018

Traduzione di Vittoria Armanini

Nota dell’autore (traduzione delle Author’s Note)

Molti testi che ho scritto sondano il corpo di una visione. Fisica o metafisica non so dire, né credo abbia senso saperlo o capirlo.
Ho sempre sentito la poesia (in versi o in prosa, lirica o filosofica, impressionistica o narrativa non importa, se la sostanza è poetica) come un movimento musicale o un quadro senza tempo, in cui l’io, o l’anima – non so che nome dare all’essere nel mondo –, cerca la strada di una possibile ripartenza, come il tempo potesse azzerarsi, la storia ricominciare dal principio.
Esistono un divenire cosmico e un divenire individuale, una Storia e tante storie che si scrivono insieme. Nel flusso del tempo, che per ogni storia significa trasformazione verso una fine, la poesia intona il verbo del rinascere, come se il pensiero, e con esso la musica che si disegna nell’inanellarsi dei versi, potesse inventare una strada diversa da quella già scritta, pur nella cangiante meraviglia di cui la mente sonda forme e strutture, nel mondo.
La poesia cerca il centro da cui sgorga la sua e ogni emanazione, a cui l’essere desidera abbandonarsi senza più pulsare – né pensare. In questo abbandono, in questo farsi spontaneo come un dono proveniente da un altrove che non ci è dato conoscere, credo consista l’autenticità della parola poetica che, ricongiungendosi con un cuore elementare, conquista il corpo della visione e ne respira, intero e definitivo, il senso.

*

Il volo fermo

La verità attraversa la mente come una colomba imbianca la notte.
Il tempo flusso calmo dell’anima – sostanza del corpo eterno che ogni vita contiene.
La mente, ferito andare, tesa nell’ideare fino all’intenebrarsi dei sensi, nella terra senza nome.
Nel vento dell’oblio un volo fermo, senza stagione, luce consapevole di rasserenare il paesaggio, coincidenza, nell’io, di atomo e mondo.

The still flight

Truth crosses the mind like a dove whitens the night.
Time calm flow of the soul – substance of the eternal body containing every life.
Mind, wounded walking, engrossed in thinking until the senses become dark, in the land without name.
In the wind of oblivion a still flight, without season, light aware of reassuring the landscape, coincidence, in the self, between atom and world.

*

Senza lingua di parole una speranza
di forma nei sensi si risveglia,
prende vita e respira lungamente
e al ritmo delle stagioni lentamente
si addormenta. Un volo si accende,
alta la luce sbianca la distanza.
E la corda del tempo vibrando
si tende, nell’apertura cosciente
della mente che nomina ed esplora
il luogo e lo trattiene, nel plurimo
viaggio di innumeri creature
che lo spazio hanno infestato di fusioni
e dissoluzioni e distruzioni, e l’attimo
vissuto frana e si disgrega nel mentre
che in musica distesa si rapprende.

Without a language of words a hope
of shape in the senses awakens,
it comes to life and at length it breathes
and by the rhythm of the seasons slowly
it falls asleep. A flight lights up,
high a light whitens the distance.
And the string of time vibrates
and tightens, in the conscious opening
of the mind that nominates and explores
the place and retains it, in the plural
journey of innumerable creatures
that have infested the space with mergers
and dissolutions and destructions, and the lived
instant landslides and disintegrates while
clotting in quiet music.

*

Anima, che strofa ti credi
di chiusa canzone, lascia sottile
il suono della memoria spargersi
mentre il corpo si consuma, la traccia
involontaria che nel respiro e nel ritmo
sopravvive, non è materia, lo sai,
che possa consistere, eppure speri
che al lume dell’idea tutto il buio
si possa diradare. Nulla si intravede
che sappia tracciare una via
al culmine o all’approdo, tutto
senza mappa si svolge, né al fondo
un luogo è dato su cui planare.
Sarà un moltiplicarsi come
di polvere di fuoco, del tempo
l’ultima favilla persa. Nel punto
in cui un altrove accendersi vuole
ultimo si appanna, si incupisce il mondo.

Soul, you believe to be a verse
of a closed song, you let the sound
of memory thinly spread
while the body fades, the involuntary
trace that survives in the breath and in the rhythm,
it’s not a substance, you know,
that can consist, and yet you hope
that at the light of the idea all the darkness
will dissolve. Nothing is in sight
that knows how to draw a path
to the peak or to the landing, everything
unfolds without a map, and the bottom
isn’t given a place to glide on.
It will be a growing
of a dust of fire, of time
lost the last spark. In the point
where an elsewhere wishes to flare up
last is tarnished, is darkened, the world.

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Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo mantovano. Ha pubblicato diversi articoli scientifici su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Mimesis sono usciti, nel 2018, i due saggi Dagli orologi al tempo e Il tempo generato dagli orologi. Ha pubblicato le raccolte di versi e prose Dentro la sfera (Effigie, 2014), La trama vivente (Effigie, 2016) e L’anima sinfonica (Negretto, 2017). Di recente pubblicazione (dicembre 2018) l’antologia bilingue di versi e prose The still flight, tratta dai tre volumi editi, con alcuni inediti, presso l’editore newyorkese Chelsea Editions.

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Ascolta & Leggi: Nosferatu, musica dei Popol Vuh, Versi di Klaus Kinski

Attraverso alcuni post di Yoki su Fb, ho scoperto che Klaus Kinski, oltre a essere stato un rinomato attore fin dal tempo degli spaghetti western, ha dato un po’ di penna e voce alla Poesia. Lo ricordiamo assieme alla colonna sonora di uno di quei tanti film in cui sfoderò interpretazioni memorabili.

COSÌ IL RIPETERSI DEI GIORNI

Ancora ripidi pendii coperti di bianco
racchiudono come vasi allungati il dolore –
sale tutto intorno la profonda melodia dei flauti,
risplendono leggeri i pesanti piedi
e intona strofe finali la stretta gola.

Distesa sugli occhi dei grandi uccelli
la retina espande alla cieca il loro dilatarsi,
lunga l’attesa degli occhi precipitati,
velati come dalla partenza dei lunghi pellegrinaggi –
sfida la propria debolezza l’ombra,
si perde nel temporale priva della vista.

Ecco una rossa raggiante corona irrompere nella stanza,
festeggia alle tempie la febbre d’energia –
prese dal sole le ragazze diventano donne
e il loro grembo innominato risuona –
scotta il seno di vergine, che sempre m’accoglie.

*

MANI DI PUTTANE

Mi mostrarono il fuoco le mani delle puttane.
Accesero la mia bocca tra le loro gambe
come una miccia tra pietre focaie –
sputano fuoco bianco le mani delle puttane.

Mi allattarono col sangue le mani delle puttane.

Voi conoscete solo cuori pieni di sperma
e poggia sul mio dolore il vostro culo –
immerse nel sangue sono così calde le mani delle puttane.

Mi mandarono un bacio le mani delle puttane.
Per le loro notti mi strofinarono a fondo –
di sicuro per voi io sono l’essere più schifoso –
sferzarono il mio bacio le mani delle puttane.

Ora io sono libero! i delitti mi rincorrono!
gli assassini fantasticano la mia faccia!
la follia getta con rabbia il suo peso
nel mio ventre, allevia la sofferenza!!

*

SENI DI LILLÀ

Il rosso sudore dei seni di lillà mi rende feroce!
sono gonfi di fosforo i cuori delle tredicenni!
ruggiscono luce e mi leccano ferite dolorose,
come pioggia lavano il vecchiume che m’affligge!!
io sballo alla grande, brucio balzando
sopra ad una pazzesca distesa di rami!
e vola fin nella mia bocca la scapola di lei:
io canto ————————————

s’impennano febbricitanti come serpi i raggi di sole,
leccano la calda schiuma sanguigna attorno alla visione,
triturano papavero nel mio cervello!
i neri seni di lillà mi rendono così feroce!!!

*

L’ANIMALE

Io mi piego animale alla tua bocca,
tornato sotto l’arco dei tuoi lombi rigati –
eccitanti i frutti alle tue mani maculate –
mi dissetano e mi fanno guarire.
Lenti cespugliosi fiocchi di capelli ricoprono
di neve stupide strofe ammaestrate dal dolore,
e come ubriaco di nuda furia il sangue nero
ribolle avvolgendoti come una pelliccia,
sfavillano attorno alle pallide mura i grappoli –
ecco grandinare la cascata dei tuoi denti,
il sale fluire nel mio torace spalancato –
rosso livido è il tuo bacio e mugghia di piacere
e beve e gorgoglia come da una bottiglia –
io sotto di te giaccio e cenere divoro.

*

LA MORTE MI ECCITA

Quando battevo le strade nella vita passata
io mi sentivo libero come una troia –
così gonfio era il verde pavone del cielo,
soffrire per la nuova terra era scontato.
La crosta vaiolosa soffocò ogni riflessione –
i cieli d’ottone crollarono con tutti i loro segreti –
il dolore della resurrezione era avvenuto senza di noi
e per noi invocava a gran voce colpe sconosciute –
riposavano fredde nell’urna le torride estati ——-

io guardai sulle nostre mani e piansi –
nella sabbia diventavano esangui le orme –
e se non ebbi neanche il vile coraggio di farla finita,
fu a causa dei giovani ventri su cui rimavano poesie –

io pur d’avere una fetida luce arraffai l’ultima menzogna –
tuttavia nelle ultime finestre già s’allenava la putrefazione –
noi senza crederci parlammo di guarigione
e quanto ingorde le risate, al vacillare di Cristo ——–

“oh Dio, aiutami” – noi rubiamo e scappiamo!
“oh Dio, lasciami” – noi ti odiamo e vogliamo amore!
siamo pungolati da così tanti inferni!
bastiamo noi soli a comprare l’indulgenza!
sta ritornando l’estate – così tanto io ho patito –
fuggevole come i pesci è il bianco guizzante del tuo volto!

io non so niente di quello che i cuori ruminano –
io so solo che da qui al sole c’è il mio angelo!
urla chiara come una luce la morte che mi eccita! ———————-
mai nessuna bocca provò gioia così grande per un bacio!

*

ADDIO

Mi levo del tutto verso l’alto – eretto – come fanno gli alberi,
quando sanno che è giunta l’ora di morire ——-

io devo andarmene via da qui!!

******************************

Schauspieler Klaus Kinski, aufgenommen im Jahr 1980.

KLAUS KINSKI (1926-1991) nacque a Sopot, allora compresa nella città-stato della Città Libera di Danzica da padre di origine polacca e da madre tedesca. La sua carriera comincia all’inizio del secondo dopoguerra, quando nel 1955 ottiene un ruolo minore nella pellicola All’est si muore del regista László Benedek. Inizia così una carriera come caratterista, interpretando soprattutto personaggi luciferini e violenti e partecipando a diverse pellicole internazionali, incluso un cameo ne Il dottor Živago (1965) di David Lean.
Nel 1965 partecipa, seppur sempre con un ruolo di contorno, a uno dei classici di Sergio Leone, Per qualche dollaro in più, in cui interpreta lo scagnozzo gobbo nella cricca di “El Indio”. Negli anni successivi l’attore continua a lavorare in Italia, partecipando a numerosi spaghetti western, in cui interpreta generalmente il ruolo del cattivo. Tra le interpretazioni più significative di questo periodo, quelle di co-protagonista nel ruolo de “El Santo” in Quién sabe? di Damiano Damiani, del cacciatore di taglie Tigrero ne Il grande silenzio di Sergio Corbucci ed il ruolo di protagonista in E Dio disse a Caino… di Antonio Margheriti.
Dagli anni settanta comincia la collaborazione con il regista tedesco (ed ex coinquilino negli anni giovanili) Werner Herzog, che lo sceglie come protagonista di cinque dei suoi film e che gli donerà finalmente fama internazionale: Aguirre, furore di Dio (1972), Woyzeck (1979), Nosferatu, il principe della notte (1979), Fitzcarraldo (1982) e Cobra Verde (1987). Sono nella storia del cinema le discussioni, anche violente, che Kinski provocava frequentemente col regista sul set, che tuttavia non hanno impedito il continuare di questo sodalizio, basato su un’alta considerazione reciproca e sul desiderio di sperimentazione espressiva, fino alla morte dell’attore.
Attore istrionico e da alcuni considerato fin troppo esasperato nelle sue manifestazioni sceniche, donava comunque sempre ai suoi personaggi un alto tasso di imprevedibilità. Rimangono nella storia del cinema almeno due delle sue interpretazioni: quella di Aguirre, il folle conquistador che, spinto dalla sua sete di ricchezza alla ricerca della fantomatica città di El Dorado, troverà la morte in preda alla follia più oscura, e quella di Nosferatu nel rifacimento del capolavoro del 1922, Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens) di Friedrich Wilhelm Murnau.
Ha lasciato come regista una sola opera: Kinski Paganini (1989). Herzog, dopo la morte di Kinski, produsse un lungo documentario dal titolo Kinski, il mio nemico più caro (1999), nel quale raccontò il loro sodalizio e la figura del suo amico usando moltissimi spezzoni di riprese fatte sui diversi set cinematografici ed interviste con attori che recitarono con Kinski a teatro.
L’attore tedesco morì di infarto a Lagunitas. Le sue ceneri furono sparse nell’Oceano Pacifico.

Ascolta & Leggi: Cinque poesie di Alfonsina Storni e una canzone di Ivano Fossati.

Le prime tre poesie sono presentate in versione originale e tradotte da me. Le ultime due sono state reperite in web senza il nome del traduttore e senza la versione originale.

LAMENTO

Signore, il mio lamento è questo,
Mi capirai:
Sto morendo d’amore,
Ma non posso amare

Perseguo la perfezione
In me e negli altri,
Perseguo il perfetto
essere in grado di amare.

Mi consumo nel mio fuoco,
Signore, pietà, pietà!
Sto morendo d’amore,
Ma non posso amare!

Q U E J A

SEÑOR, mi queja es ésta,
Tú me comprenderás:
De amor me estoy muriendo,
Pero no puedo amar.

Persigo lo perfecto
En mí y en los demás,
Persigo lo perfecto
Para poder amar.

Me consumo en mi fuego,
¡Señor, piedad, piedad!
De amor me estoy muriendo,
¡Pero no puedo amar!

*

UMILTA’

SONO STATA Colei che ha camminato orgogliosa
L’oro falso di poche rime
Sulla sua schiena, e credeva gloriosamente,
Di colture opposte.

Abbi pazienza, donna che sei buio:
Un giorno, la forma distruttiva
Che tutto divora,
Cancellerà la mia figura.

Andrà giù ai miei libri, già gialli,
E sollevandolo tra le sue dita, le guance
Un po ‘gonfiate, con modalità

Da un grande signore annoiato di tutto,
Da un colpo stanco
Mi getterà nel dimenticatoio.

H U M I L D A D

YO HE SIDO aquélla que paseó orgullosa
El oro falso de unas cuantas rimas
Sobre su espalda, y creyó gloriosa,
De cosechas opimas.

Ten paciencia, mujer que eres oscura:
Algún día, la Forma Destructora
Que todo lo devora,
Borrará mi figura.

Se bajará a mis libros, ya amarillos,
Y alzándola en sus dedos, los carrillos
Ligeramente inflados, con un modo

De gran señor a quien lo aburre todo,
De un cansado soplido
Me aventará al olvido.

*

IL SILENZIO

NON hai mai visto perché,
mondo dopo mondo,
attraverso il cielo profondo
stanno passando senza rumore?

Loro, quelli che trasudano
cose assolute,
Per i loro percorsi blu
Sempre silenziosi vagano.

Solo l’uomo, piccolo,
di chi è il battito del cuore umano
sulla terra, è un sogno,
solo l’uomo fa rumore!

EL SILENCIO

¿NUNCA habéis inquirido
Por qué, mundo tras mundo,
Por el cielo profundo
Van pasando sin ruido?

Ellos, los que traspiran
Las cosas absolutas,
Por sus azules rutas
Siempre callados giran.

Sólo el hombre, pequeño,
Cuyo humano latido
En la tierra, es un sueño,
¡Sólo el hombre hace ruido!

*

VADO A DORMIRE (trad. ignoto)

Denti di fiori, cuffia di rugiada,
mani di erba, tu, dolce balia,
tienimi pronte le lenzuola terrose
e la coperta di muschio cardato.

Vado a dormire, mia nutrice, mettimi giù.
Mettimi una luce al capo del letto
una costellazione; quella che ti piace;
tutte van bene; abbassala un pochino.

Lasciami sola: ascolta erompere i germogli…
un piede celeste ti culla dall’alto
e un passero ti traccia un percorso

perché dimentichi… Grazie. Ah, un incarico
se lui chiama di nuovo per telefono
digli che non insista, che sono uscita…

*

IO SONO COME LA LUPA (trad. ignoto)

Io sono come la lupa. Me ne vado sola e rido
del branco. Mi guadagno il cibo ed è mio
dovunque sia, poiché ho una mano
che sa lavorare e cervello sano.
Chi mi può seguire venga con me,
ma io me ne sto ritta, di fronte al nemico,
la vita, e non temo il suo impeto fatale
perché ho sempre un pugnale pronto in mano.
Il figlio e dopo io e dopo… quel che sia!
Quel che prima mi chiami alla lotta.
Talvolta l’illusione di un bocciolo d’amore
che so sciupare prima ancora che diventi fiore.

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per saperne di più:


https://it.wikipedia.org/wiki/Alfonsina_Storni


https://it.wikipedia.org/wiki/Ivano_Fossati

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Ascolta & Leggi: Una canzone di Simone Cristicchi e Quattro poesie di Vincenzo Costantino Cinaski

L’EROE

Non vedo l’ora di fare un atto di coraggio
ma ho paura
anche se un giorno attraverserò Corso Buenos Aires a piedi
berrò birra in un ristorante indiano
magari tornerò a casa a mezzanotte
troverò una donna che sia vera
oppure schiarirò le stelle con un falso pennello
ricorderò le tracce lasciate dalla Seicento di mio nonno
forse farò l’amore cinque volte al giorno
e finalmente in due sì
Non vedo l’ora di fare un atto di coraggio
ma ho paura di diventare un eroe
poi dover salvare le balene
le foche
tappare ogni tipo di buco
andare per mari e monti razzolando bene
anche se un giorno
lancerò le mie mutande usate dalla finestra
sperando che cadano in testa a qualcuno
mi piegherò in due
cagando sangue in un monolocale marrone
magari giocherò a carte le mie speranze
dando a qualcuno un motivo per fischiare
vorrei innamorarmi di un pulcino
avere una figlia
per regalarle un paio di scarpe col tacco
vorrei mangiare la neve con le dita
vorrei essere nato prima
vorrei fare un atto di coraggio
ma… sono ancora vivo.

*

MENTRE FALCIAVANO L’ERBA

Ho guardato dalla finestra
ho visto dieci bambini che giocavano agli indiani
ho visto il 1964
ho guardato con attenzione e
ho visto i colori della Jamaica
i riccioli neri della più stupida della classe
la mia malinconia dentro il Johnny Walker
la bicicletta dentro un fosso
la mia prima volta in Francia
la morte di Gilles Villeneuve
la corsa di Mennea
i sogni che diventavano sbronze
le sbronze che cancellavano i ricordi.
Ho guardato dalla finestra
ho visto i dieci comandamenti
non ne ho saltato uno
ho sentito l’odore dell’acero canadese
ho picchiato un cinese
perché aveva insultato un egiziano
ho visto i capelli biondi
della più bella della classe
Vancouver come San Francisco
ho visto quello che mi hanno fatto vedere
ho visto quello che volevo
ho visto scivolare la luna in una pozzanghera
ho visto che non potrai mai fare domani
quello che potevi fare ieri.

*

OGGI ( dedicata e ispirata a Piero Ciampi )

Domani
cancellerò le mie impronte
dalla strada che mi ha portato a te
butterò giù l’amore amaro
che ha reso dolce le salite
ruberò il tempo al desiderio
e manderò in esilio la ragione.
Domani
riempirò le mani di sudore
e costruirò il rifugio dei sentimenti
prenderò a calci l’estate
e regalerò un cappotto all’inverno
mi sdraierò su di un letto di fiori finti
e farò l’amore con la verità.
Domani
mi farò benedire dalla fortuna
cavalcando un panettone di cemento
porterò occhiali da sole
per nascondermi dalle nuvole
camminerò a braccia aperte
per coprire le distanze
ma oggi..
oggi.. farò di tutto
per evitare di
incontrarti.

vcc
poesia tratta da Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare.

*

LE CASE

Un giorno
anche la malinconia
lascerà
vuote le case.
Camminerà
vagando per le strade
e si sentirà chiamare
in mille modi.
Non risponderà
a nessuno
continuerà
a nascondersi
dentro i tram
sui treni
e negli ascensori.
Non entrerà mai più
nelle case
finchè
nelle case
si cucinerà il presente
con le finestre aperte
sul futuro.
Un giorno
anche la malinconia
troverà
pace.
Noi saremo tristi.

*

il blog (invero non aggiornatissimo) di Vincenzo Costantino:

https://vincenzocostantinochinaski.it/

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Libri amArgine: A mia Immagine di Elettra Verganti (e-book scaricabile gratis)

In realtà non mi interessa chi ci sia dietro il nom de plume Elettra Verganti. Importante è la poesia che scaturisce da quella penna: se tutti i cacciatori di visibilità fossero così, non avremmo la miriade di lacchè pronti a trovarne a tutti i costi (e costi quel che costi). L’altra condizione è che la poesia piaccia a me, mi piace molto. Verganti scrive da pochi mesi per sua spontanea ammissione, ne esce però una scrittura a dir poco pregevole e matura. Pronta a dire molto di più. Buona lettura.
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Inutile scrivere versi belli e pubblicarli male (e pagando).
Inutile pubblicare e-books che non si potrebbero stampare in tipografia, volendo.
Qui un professionista – un insider di un certo sistema – ha regalato due decine di ore di lavoro, e d’ora in poi si impegna a farlo per ogni libro amArgine.
Perché? Non gli conviene, dal punto di vista pratico. Ma se un professionista regala, è segno che il suo calcolo si orienta più al futuro che al presente, e che il suo atto è o religioso o politico. Bene: qui è politico. Potete crederci. Per lui è anche un atto religioso, è chiaro: ma la sua fede riguarda solo lui, il professionista della Lotta di Classico.
Possiamo avere la perfezione, e anche gratis. La perfezione è rivoluzionaria: “Miei canti, su, diciamo perfezione – / Diventeremo un certo dispiacere”, come Pound scrive e il politico-religioso ha tradotto (in endecasillabi). Imporre lo stile è l’unico atto di ostilità che un poeta possa fare, in quanto poeta.
Non vogliamo essere né Fantozzi né Carmelo Bene. Sono due estremi simpatici, diversamente autodistruttivi, ma non servono più.
Il nostro decoro deve essere versatile, poliglotta, multimediale, impegnato e furioso.
Il nostro decoro è una contestazione. I libri del nostro decoro devono essere più inauditi che Einaudi. Saranno gratuiti, e ovviamente saranno belli da vedere.
Allora l’eccesso che ci attende è un eccesso estetico: rivoluzionario senza autodistruzione, per forza. E con questo notevole stimolo, la Collana Libri amArgine riprende con rinnovato slancio e vigore. Un grazie è dovuto sia a Elettra Verganti per la sua poesia, sia a Massimo Sannelli per la sua disponibilità.

L’ e book è scaricabile gratis qui:

Libri amArgine 7 Elettra Verganti

VERTIGO

I greci ragazzi di Acitrezza
– lì dove a picco stagliano
ledendo la piana marina
ciclopici massi bruni –
con breve rincorsa
e calcolo di vuoto
lanciano a gara
la bellezza
ai fondali

Uno schiocco di frusta
nel riverbero increspato
Breve la corona di spuma
che segna il volo ben fatto

Riaffiorano d’orgoglio
lucidi bronzei nel sole
– invisibili lauri al capo –
ritentando l’impresa

Più ardua la sfida
della tua vertigine
la sera che nell’età
inaspettata e sazia
colma di giorni
a mani preganti
alte sul capo
hai ferito l’onda

dell’anima mia

*

AMOUR À LA CARTE

Ricordava il ragazzo solerte
le eccezioni del nostro ordinare
il vino d’abitudine
e i gusti divergenti
all’opzione dibattuta del dessert

I Signori desiderano.
Era caldo a volte
ventagliavo col menu
Nella lama il trucco a posto
La condensa sul bicchiere

I Signori desideravano.
Nella gelateria dal nome in rima
la mia voce alta scontrosa
coperta dalla musica da sala
Ne ricordo il verso
crescente che ci rese
labiali come nei segreti

Un grano di limone
t’è rimasto sul mento
Le monete alla giovane
con la giubba a righe

Esce prima la donna
dalla porta roteante
Vezzo infantile di
fare un altro giro

Chissà se han preso
il nostro tavolo
Signori che desiderano

***********************

Ascolta & Leggi: Tre poesie di Giuseppe La Mura e una canzone dei Babe Ruth

C‘è un posto unico
Dove far l’Amore
Io e Te.
Dentro Te
Dentro Me
Racchiusi e stretti
Tra i veli delle Anime, libere come il vento.
E
Sfiorando
Leggendo
Baciando
I pensieri scritti
cuciti col sangue dalla vita
sui veli ammantati di bianco
Leccheremo le Poesie
Odoreremo gli Inchiostri
Ameremo le follie
Imprigionate tra le ferite aperte

*

Passano col tempo
Tutti i tuoi perché,
E restano negli occhi
Soltanto inutili domande,
Prive oramai di alcun senso.

Perchè in inverno cadono le foglie,
Perchè la vita è a volte così dura,
Perchè l’amore è una stagione
E il suo tempo è lungo quanto il giorno.
Le domande, sempre quelle.

E poi succede che il silenzio ti racconti le risposte.

A volte accadono tramonti,
La cui bellezza resta immutata,
Come i tuoi lineamenti,
Lascino senza respiro Me,
Senza che ci siano inutili parole.

E l’amore,
E’ come un tramonto,
Bellissimo,
Eterno ed effimero,
Dura l’attimo che resta nei tuoi occhi
Giusto il tempo per spezzarti il Cuore,
Vederlo morire giù nel mare,
Affogare la sua luce nel buio più profondo.

Ma sai
Che quel buio è dentro di te,
Che il rosso d’un tramonto,
Della malinconia è dentro di Te,
Ed è nel tuo grembo
La passione, l’ardore che scorre come un fiume in piena dentro di Te,
Tutta la tua bellezza che scalda ancora il mio sangue.

*

Le tue labbra
Sono come una porta che lasci socchiusa,
Assapori il vento,
La brezza che porta il mare,
Assaggi l’amore,
E il suo retrogusto a volte amaro.
Aspetti qualcuno dietro quelle labbra,
Aspetti l’amore dietro la porta socchiusa,
Ci appoggi il tuo corpo
E poi il Cuore
Aspetti di sentire quando arriva forte il vento,
Perchè quella porta,
E così anche le tue labbra,
Non si chiudano all’Amore.

Giuseppe La Mura è bravissimo nel canto della breve stagione di un amore. Profondo e rispettoso cultore della bellezza femminile, colloca la sua poesia a metà strada tra Prévèrt e la sua impareggiabile sensibilità. E’ un romantico del XXI Secolo, capace di continuare a cantare, discreto e continuo. Personalmente lo ammiro, proprio per quella sua singolare capacità di saper ripetere atmosfere irripetibili. Soprattutto per aver trasformato la solitudine in un continuo e rinnovato atto creativo. Visitate il suo blog per saperne di più. Qui:
https://giuseppelamura.wordpress.com/

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I Babe Ruth sono un gruppo rock britannico originario di Hatfield (Inghilterra). La band è stata attiva nella prima metà degli anni ’70 e si è poi ricomposta nel 2005.
Il gruppo ha avuto maggior successo negli Stati Uniti che in patria, grazie anche a singoli come The Mexican e Wells Fargo.

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Ascolta & Leggi: La vita è un arcobaleno, alcune poesie sempre vive e una canzone di Carmen Consoli.

Ana Rossetti: Dei pubi angelici
(Alla mia adorata Bibì Andersen)

Divagare
per il doppio corso delle tue gambe,
percorrere l’ardente miele pulito,
soffermarmi, e nel promiscuo bordo,
dove l’enigma nasconde il suo portento,
contenermi.
Il dito esita, non si azzarda,
la così fragile censura trapassando
– aderito triangolo che l’elastico liscia –
sapendo cosa lo aspetta.
Comprovando, infine, il sesso degli angeli.

*

Dylan Thomas: Per le nozze di una vergine

Svegliandosi sola in una moltitudine d’amori quando la luce del mattino
Sorprese nell’aprirsi dei suoi occhi lunghi tutta la notte
Il suo dorato ieri addormentato sull’iride
E il sole d’oggi balzò al cielo fuori dalle suo cosce,
Fu la miracolosa verginità antica come i pani e i pesci,
Benché l’istante d’un miracolo sia un lampo senza fine
E i cantieri delle orme di Galilea nascondano una flotta di Colombi.

Mai più le vibrazioni del sole brameranno
Sul mare profondo del guanciale dove un tempo si sposava solitaria,
Il suo cuore tutt’occhi e orecchi, le labbra catturanti la valanga
Del fantasma dorato che accerchiò coi suoi fiumi il suo osso di mercurio
E tra le imposte delle sue finestre sollevò un aureo bagaglio,
Perché un uomo dorme dove il fuoco discese ed ella apprende dal braccio di lui
Quell’altro sole, il correre geloso del sangue senza rivali.

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Guillaume Apollinaire: La nudità dei fiori

La nudità dei fiori è il loro odore carnale
Che palpita e si eccita come un sesso femminile
E i fiori senza profumo sono vestiti di pudore
Essi prevedono che si vuol violare il loro odore
La nudità del cielo è velata di ali
Di uccelli che planano d’attesa inquieta d’amore e di fortuna
La nudità dei laghi freme per le libellule
Che baciano con azzurre elitre il loro ardore di spume
La nudità dei mari io la adorno di vele
Che esse strazieranno con gesti di raffica
Per svelare il loro corpo allo stupro innamorato di esse
Allo stupro degli annegati ancora irrigiditi d’amore
Per violare il mare vergine dolce e sorpresa
Del rumore dei flutti e delle labbra appassionate

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Federico Garcia Lorca: Casida della donna distesa

Vederti nuda è rievocare la terra.
La terra piana e priva di cavalli.
La terra senza un giunco, forma pura
chiusa al futuro: confine d’argento.

Vederti nuda è comprendere l’ansia
della pioggia che cerca fragili fianchi,
o la febbre del mare dal volto immenso
che non trova la luce della sua guancia.

Il sangue risuonerà nelle alcove
e verrà con spada di folgore,
ma tu non saprai dove si celano
il cuore di rospo o la violetta.

Il tuo ventre è uno scontro di radici,
le tue labbra un’alba senza profilo,
e sotto le tiepide rose del letto gemono
i morti, in attesa del loro turno.

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