letture amArgine: Alfonsina Caterino, due poesie e un commento a Ignoti


Alfonsina Caterino insegna a Roma.
Ha pubblicato nel 2006 la raccolta poetica COME UNA FARFALLA (ed. Il Filo, Roma).
Nel 2009 ha pubblicato il racconto “LA CASA DI ZUCCHERO” sul periodico Narrazioni e nel 2011 la silloge poetica, “NEL TEMPO DELLA GUARDIA” ed. Dante Alighieri Napoli.
Nel 2014, il suo racconto “LA LUCE SOVVERSIVA” è stato segnalato al concorso internazionale di Poesia e Prosa, indetto dalla Casa Editrice Puntoacapo e pubblicato dalla stessa.

E RESTO…

E resto
connessa ai giorni
al tempo perpetuo che dispone i corpi
sgravati massi
da trascinare in vetta Dove i miraggi confondono
l’erba amara al grano
inconsumabile passaggio divorato schizzando
stoppie sui sorrisi
esitanti in destino Restano scorie le stagioni
confuse solitudini incastonate
nel quadro infinito di cose
aria e ortiche
sovramondo ai margini
tra radici spigolose fiammeggiando significato
il nulla
prima di rinsecchire
avanzo degli anellidi

*

E’ MATTINO PRESTO….

E’ mattino presto
spalanco le finestre Cristalli d’acqua le parole
vibrano fotogrammi sensi
la casa Vuota che staglia
smagliature sottopelle, la luce
condensa negli occhi
che il sole intiepidisce filamenti
di platino, lo sguardo
al di la del giorno Mi arresto
e
con un dito
smuovo la rugiada Il fresco fumo sembra
imprimervi il tuo nome
volto del tempo
dell’anima che
non pietrifica…

***


SI FA EVENTO MININO, IL VOLTO DELL’UOMO, NELLA POESIA
di Flavio Almerighi

Affiora autonomo ed essenziale, già nel titolo della raccolta di Flavio Almerighi “IGNOTI”, un sentimento fluido e leggero che circumnaviga l’universalità umana, facendo registrare pensiero, una Pagina Poetica connessa alla perpetua transitorietà della forma, in cui l’uomo si distilla e sbiadisce, trasfigurando in infinite possibilità, un corpo che vi aderisce, come organo ectopico. Accezione evidente che colpisce e cattura, è la forza duale dell’autore dialogante, con sé stesso cosmico e contemporaneamente, facendo trasparire mancanza, il divenire liberatorio: il giorno in cui riceverò/la sospirata notizia/ hai smesso di respirare. E seguita il giorno, nel tempo-spazio, diradando colori, volti e amalgamandone le superfici, infinite che, il reale non contiene… – ”BENCHE’ PRECARI”, recita il testo, effettivamente la vita ci sovrasta tra regimi, revisioni, stagioni calde e ghiacciate … Ci presenta il conto, pretendendo la confidenza degli uomini e la ottiene, costi quel che costi! Costa caro il rendiconto posto al centro della via, come cartello sbiadito su cui è irriconoscibile ogni sillaba che indica il prosieguo. Non si defila il linguaggio dalla condizione umana, frammentaria e sconosciuta che la poesia di Almerighi, indaga. Egli lo necessita, schietto e socializzante che penetra ovunque, per controvertere in caos, la desolazione specchiata. Così avviene in TRAMEZZI SOTTILI nei quali gli attimi divengono assoluti ed epifanici. Improvvisatori di verità ignote, spinte oltre, fino a smemorane motivi e finalità…Cosa siamo? Risponde un silenzio di piombo, sui triti fatti della quotidianità, frettolosa e sterile. Ogni risposta è vana ed anche incommensurabile!…Siamo volti che si disciolgono e divengono ogni cosa: Reietti voluti da Dio e Angeli morti/diverremo parodie di barriere coralline – Non solo…Perché ogni parola scritta, Almerighi, l’ha attraversata da parte a parte, prima di riassumerla dispositivo che prevarica le evenienze e orienta, l’anima, laddove tutto si decolora e sbiadisce, lasciando negativo sulla foto, un’ immagine polverizzata – Si profila così, il discorso che il poeta intrattiene con la poesia, organo vitale, qualsiasi funzione esso svolga nel corpo! Vale a dire, Poesia che si determina dimensione abile ad attraversare il divenire e, corrispondere affinità con cose e situazioni assurde, dolorose, folli e paradossali, dell’esistere – Egli non manca di annotare, con scrupolo evangelico, gli apostoli che ne attraversano l’indefinibile galassia rimanendone rappresi, eternamente nei nomi indelebili incisi nel tempo, con TECNICHE DI PALUDAMENTO. Così sente Flavio, di stigmatizzarli! L’elenco è lungo. Chi si oppone alle sponde sa dei pianeti a cui tendono i ricercatori della Parola e come essa può, con ossessione, ambire a strategie, ragioni e resistenze, autoramificandosi nelle creature che si flagelleranno con le tecniche di paludamento…E’ successo! La storia della narrazione ne annovera i nomi. Sono di giovanissimi, giovani e maturi protagonisti della scrittura quali: Vladimir Majakovskij, Alfonsina Storni, Marina Cvetaeva, Gorg Trakl e…tanti ancora…MA L’AMORE AMA I SILENZI! E Almerighi gioca, decretando la fine, solo prevaricazione ingloriosa di sé! Mentre Il presente dialoga col futuro/il rientro nelle cose è fuorviante/ama non essere disturbato.
Alfonsina Caterino

Grazie Alfonsina!

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letture amArgine: inediti di Luca Crastolla

Scrive Luca Crastolla: Nasco in Puglia, a Fasano, nel 1974, registrato con il nome di Luca Crastolla.
Seguo, dopo un anno, la migrazione al nord dei miei genitori. Vi rimango dieci anni prima di tornare. Dieci anni nel varesotto, e dieci anni sono sufficienti a fare di me un mezzo sangue che non si ritrova né di qua né di là. E questo diventa cifra. Anche in poesia o in quella cosa che tento andando a capo.
Lettore appena sufficiente fino ai 30 anni, smetto quasi del tutto dopo quella soglia.
Attualmente inizio due, massimo tre, libri all’anno che ovviamente ho l’accortezza di non finire.
Però mi ostino a scrivere, sento il bisogno di onorare i grandi, ma il bisogno non è mai abbastanza, così resto sulla superficie delle cose e della dote che avrei, ma per la quale non ho mai scelto d’impegnarmi davvero.
Insomma, a 44 anni, continuo ad onorare quanto mi si è stato ripetuto come nome di battesimo dalla prima elementare: è dotato, ma non s’impegna.
Io preferisco dirla con De Andrè: “quando ero piccolo m’innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani”. In seguito poco è cambiato.
Voglio dire: ho sviluppato un approccio molto cazzaro alla poesia, punk fa più figo, ma questa è la sostanza. La mia poesia è punk, non lo mostra negli esiti, lo è come conquista. Del resto, è così che mi avvicino alle cose: non so mai come davvero funzionano.
Oltre a scrivere, amo costruire qualsiasi cosa recuperando. Qualsiasi cosa significa caminetti, mobili, piccole installazioni, minute inutilità.
Oltre al recupero, amo camminare, lunghe camminate. Due anni fa la più lunga e mi ha portato trecento chilometri lontano da casa. Senza cibo, senza soldi, ho camminato 10 giorni barattando poesie per cibo e sono, incredibilmente, sopravvissuto. Ho dormito nei boschi, mi sono svegliato con i cinghiali, ho praticato la polvere, ho raggiunto l’Irpinia da Alberobello seguendo il tracciato dell’acquedotto pugliese, attraversando la steppa murgiana.
La meta: le sorgenti del Sele, fiume che per primo ha dissetato la sitibonda apula terra centosedici anni fa.
Con questa terra ho un rapporto complicato, forse perché le somiglio nell’eterna sete, forse perché non ho esperienza di relazioni che non lo siano.
Allora scrivo, mi canto una ninna nanna e mi consolo. Salvo entrare in un loop di dannazione per cui la penna che si alza dal foglio mi ferisce a sua volta.
Ho una moglie e due figli che sopportano quello che sono…e quello che mai diventerò.

p.s. Curo ogni giorno un filo d’erba e con lui parlo la lingua dei cervi.

Questo pugliese mi piace, ha sangue, ha le idee talmente confuse da sembrare sano di mente. Scrive poesie che mi fanno incazzare, ma anche emozionare, va bene così dai, leggiamolo insieme. Nel suo scrivere forte e impetuoso ci sono sintomi di grandezza che non vanno trascurati.

**
giochiamo
giochiamo al deficit dell’attenzione.
Non dimenticarti il correlato sull’iperattività.
Facciamolo in scala 1:1.
Dove scavi la lacuna
me la riempi di richieste
poi, pretendi una pila di ricevute di ritorno.
A ritmo, mi firmo con l’identico sangue
ma nel ronzìo perpetuo
nelle cantilene di braccia e di gambe
vorrei solo togliere la polvere
al pamphlet pedagogico dei ceci crudi
o a un catechismo di calici a rendere.

Infine, attraverso la porta
sperando si alzi un vento da lapidare

**
il tempo uccise l’ora
La tua febbre mi addentava insano
il tempo uccise l’ora e armò la mia mano.
L’amore stretto nei pantaloni, tra le cosce un lago.
Il sesso, rotta l’asola
Il sesso, issata la vena.
Il sesso uccise l’ora:
nella bocca, il rogo e le streghe
tra i denti, i resti di parole.
Il tempo uccise l’ora e ne occultò le ossa
il sesso uccise l’ora
uccise, assassinò l’ora
ai nostri occhi sequestrati. E Cristo quanti cani!
cani da Guerra Santa!
da Guerra Santa sull’osso!

(carne non eravamo più)

**
la cicatrice del Guadalmedina, oltre
il caos dirotta nel mercato delle cartoline.
Una scenografia d’ordine.
Eppure, la tiritera delle dominazioni
la contesa della grazia
nelle pietre della cattedrale monca
Eppure, la sanguinaria fortuna del meticcio
le radici del pittore
Eppure, urtare il giorno di qualcuno
e chiedergli scusa
di queste esistenze in parti
nonostante il menù turistico
e la calca

**

Amore mio stordito
riprendo a scriverti senza aver mai smesso
queste mie cartoline dall’aldilà.
Non ti allarmi il piglio:
qui è sempre la solita
vecchia storia di insofferenza
per i nomi comuni delle cose.
So bene che la senti:
mi sei complice nella carne anche quando
trovi le valigie fuori la porta
della casa che abbiamo costruito insieme.
Che sventura di amante ingrato
hai scelto di mettere tra le tue righe
ha la fame di una cagna sdentata.

Ma non ti ingrassare: nemmeno tu sei santa:
non dimentico le volte
che mi hai preteso stregone muto
tutte le volte che hai spezzato l’amplesso
serrando le gambe e lasciandomi
alla debolezza livida dei polsi.
E ancora credi che il mondo
debba accorgersi di questa fatica
di nominare quello che siede
sopra e sotto l’orizzonte.
Il mondo ha le sue preoccupazioni
e in fondo la nostra
è una questione privata.

A Desire for Lost Love

Non se a voi sia mai capitato, a me sì, ho composto a quattro mani con un’autrice che vive agli antipodi

Simply G

Un desiderio di amore perduto (A Desire for Lost Love)

A Collaborative Bilingual Poem

Italian on top and English translation below

Italian:

Occhi ardenti, il cuore galoppa selvaggio

Poi ha smesso di battere, insensibile

Pensieri stanchi

Lingua che sputa le unghie

Sorde orecchie da cuore trafitto

Si trova su un pavimento freddo

Desiderio di un caldo abbraccio

Non parla, ma grida in silenzio

Sulle quattro mura

Il suo bisbiglio echeggia

Un desiderio di amore perduto

Adora la rosa

La bellezza e il lacerato

Royal petali rossi sparsi sul letto

Due bicchieri bordeaux sul tavolo

Con una bottiglia di vino carminio

Tutto pronto per la notte così raro

Non lasciarmi aspettare così tanto

La notte è nostra da abbracciare

English:

Eyes blazing with fire

Heart stopped beating

Anticipation turned to numbness

Tired thoughts

Tongue spits out nails

Heart punched with holes

Ears turned deaf

Cold tiled floors

Caressing naked body

Desire…

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letture amArgine: quattro inediti di Gianpaolo G. Mastropasqua

Può la nuova poesia del Sud rianimare l’esangue poesia nazionale? Pare di sì. Una messe di poeti da Alfonso Guida ad Angela Greco sta dando sangue nuovo, tanto, e soprattutto sta pure imparando a disobbedire. Eccone un altro che in poesia ha qualcosa da dire e sa dirlo. Gianpaolo Mastropasqua ci offre quattro inediti densi, essenziali, diretti. Sa fare poesia come tutti coloro che sanno vivere i disagi altrui, e non si gira dall’altra parte. Continua così. Si crepa, si urla, si giace, si fa poesia sui relitti di ogni tempo, con forza, decisione, talento, senza troppe perifrasi.

La stremata

Quest’attesa stremata del conto
si mura ci finge si dorme
numeri tra le casse del cassiere.
Quest’attesa armata che pugnala
alle spalle, come notizia del giorno
tra gli altoparlanti mondiali del finale.
Quest’attesa destinata delle prefiche
si crepa ci urla si giace
nell’irripetibile vivere dei morti
che ci sfiorano in sotterranei amori
e ci baciano con lingue erbivore
di astri, con carezze cadenti di stella.
Quest’attesa ammaestrata al guinzaglio
del sole, raduna le ombre prediluvio
nell’inganno dei segnali scherzati
che sentinellano sulle ciglia truccate
delle strade, dove finiscono tutte le strade
(Scopate in corso! Polvere, polvere!)
Quest’attesa immolata, fradicia di quiete
lascia le scarpe sulla porta dei sogni
abitando le stive delle anime al largo
remando verso l’isola di luna adolescente
verso le tette delle nuvole da latte,
nutrimento dei naviganti, porto mistico
dei poeti, ultimo asilo dei giganti.
Quest’attesa seduta in un bar sudato
del sud, gioca a carte con l’assente, attende
la mano vincente, per non attendere
eternamente (Asso! Scopa!) più niente.

Vivida

Nella stanza del regime invisibile
sul tavolo del giorno rotto, la mannaia
ancora calda, si accasciò nel rossore;
chi si attraversa nell’ora di punta
annuncia le catene ai piedi
le corde vocali ai polsi
la mano vuota degli zingari,
dei bambini luminosi di sangue
accendono la capitale nucleare:
per via dei mille, per corso rosso
una caviglia, un laccio, un corpo.
Così distratti da parole truccate
da facce rifatte, da seni puntati,
seduti e sedati davanti alla morte
come lapidi o sintomi o tosse.
E che dunque nessuno sapesse
era scritto nel silenzio avvoltoio
nella gola di un nido introvabile
nel rumore di paglia di una spiga.
E la follia aveva le sue scarpe
e scalciava potenti punizioni
nella rete tra la lingua e il terreno
nell’oppio delle poltrone paganti.
Dalle pianure del grido all’altra valle
il tempo è un foro nella carne, madonna
che chiama, corpo estraneo che passa.

Dopoguerra dell’essere

Fusero il cielobianco e il cieloceano
di Cracovia, in cento chiese cento canti
dove dipinta vagava la doppia faccia
di piazza del mercato, precipitando
in pasto alla luna, nella messa ossuta
fino all’argento, nell’ora lieve e cinerea
della madonna nera in processione
di caccia, mentre l’organo del pianista
esistenziale e bicentenario, crollava
con Varsavia e il romanticismo, assurdo
e assoluto in un futuro stremato dell’aria
nel dopoguerra dell’essere, assassinavo
la fantasia e i suoi fantasmi, fallico
d’immaginazione, sbronzo d’entusiasmo,
scivolando in chiese minerali, in scale
concentriche di folle in file, salgemma
amica di mia sorella, amore primaverile
e pullulante di presagi, avevi candelabri
di capelli, statue di sorgenti, stanze di sale
e rotaie dove i minatori piangevano
i sogni, e la verità sotterranea
come una tomba abitata, e l’età.

(Cracovia, Miniere di sale)

Girone della dea banalità

E narrami in traduzioni eretiche
sibilla senza timori esistenzialisti
o ambasciate distruttive che soffri
perché non sei Lilith o Satana in pelle
o una imbelle che non sa creare nulla
e indossa la maschera della maledetta
risata in visibilio, scivolando sui palchi
tra arcaici maniaci e marci falli
attendendo la bava della gloria.
Oh Signora dei vermi che inviti a letto
letterati, pigmalioni o aedi accecati
per recensioni da testate al muro
o paghi o vaghi o vai per correzioni
dei tuoi versi citati nelle alcove,
converti dementi d’accademia
in burattini o bari con la tua intima
zampogna sudata in preghiera sonante,
la forza della contronatura alberga lì
nell’inganno erogeno che radi risvegliati
per intuito sapiente il marchio vedono
e passerai alla storia perché questa storia
mente, ma lascia morire i rari sublimi
in abbondanza di niente, i fedeli
liberati che non puoi sedurre, i liberi
legislatori del mondo mai ricordati
immortali come montagne eppur sepolti.


GIANPAOLO G. MASTROPASQUA (Novembre, 1979) Psichiatra e Maestro di Musica (clarinettista), è nato a Bari, ha vissuto a Santeramo in Colle, in Andalusia e nel Nord Italia, vive attualmente a Lecce, dove lavora in qualità di Dirigente Medico in Psichiatria presso la ASL – DSM. Ha pubblicato Silenzio con variazioni (2005) Andante dei frammenti perduti (2008) Partita per silenzio e orchestra (2015) e Danzas de amor y duende (Valencia, 2016), Dansuri de dragoste si duende (Bucarest, 2017), in edizioni bilingue. Ha partecipato, tra gli altri, al Sardam Alternative Literary Readings Festival di Cipro, al Festival Internacional de Poesia Benidorm y Costa Blanca e scelto tra i poeti italiani per il Bombardeo de Poemas sobre Milan opera del collettivo cileno Casagrande. É tra i 7 poeti contemporanei scelti per il film documentario “Il futuro in una poesia” della regista Donatella Baglivo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. É membro e delegato del Liceo Poetico de Benidorm e dei “Poeti per la Cultura di Pace”.

dialoghi amArgine: Davide Inchierchia In Trasparenza con una poesia di Claudio Borghi

Questo articolo nasce da una serie di colloqui e riflessioni tra l’autore e il fisico, poeta “ladro di fuoco” Claudio Borghi. Il risultato è a parer mio spunto interessante.

SCIENZA, METAFISICA E PENSIERO DELLA TRASCENDENZA

La nuova scienza e il fondamento qualitativo

Stando alle più recenti acquisizioni in ambito scientifico, dalle indagini nelle profondità sub-atomiche della materia alle esplorazioni nello spazio-tempo delle galassie più remote, dalla fisica quantistica post-einsteiniana alla biologia trans-genetica, passando per le inedite frontiere cognitive delle neuroscienze, la nuova conoscenza della natura – e della natura umana – in poco più di un secolo ha senz’altro oltrepassato il paradigma moderno classico, galileiano-cartesiano. Quest’ultimo non è stato semplicemente cancellato con un colpo di spugna, ma si è trattato piuttosto di ri-comprenderlo entro una prospettiva epistemologica più ampia e complessa: non esiste una realtà propriamente ‘esterna’, dotata di leggi obiettive e determinabili in modo assertorio; la realtà che si offre alla esperienza e agli strumenti della scienza è invece già ‘interna’ all’atto conoscitivo dell’osservatore, che del mondo reale definisce dunque fisionomia e contorni, essendo del mondo l’inoltrepassabile condizione di possibilità (si consideri il noto “principio di in-determinazione” di Heisenberg).
Tutto questo ha una conseguenza di decisiva importanza dal punto di vista del sapere in generale, a prescindere dalle specifiche implicazioni teoriche e tecnico-sperimentali: alla categoria della “quantità”, un tempo il criterio assoluto di verificabilità della scienza, oggi è subentrata la categoria della “qualità”. Nella nuova impostazione contemporanea il fenomeno naturale, tanto più è dotato di ‘senso’, quanto più esso diverrà ‘sensibile’ alle sollecitazioni della procedura empirica che è in grado di rappresentarlo: ciò che del fenomeno è quantitativamente esprimibile (in relazioni e funzioni matematiche) si fonda allora sulla variabilità qualitativa (probabilistica) del campo esperienziale e concettuale – soggettivo – in cui l’oggettività fenomenica prende forma e significato.

Una secolare diatriba

Nonostante tale consapevolezza scientifica oggi pienamente certificata sulla costitutiva prospetticità di ogni conoscenza, che rende non più praticabile la via del naturalismo immediato – non esiste ‘dato’ naturale che non sia già ‘mediato’ dal rapporto simbolico soggetto/oggetto – una secolare diatriba più o meno palese, protrattasi fino ai nostri giorni, vede la scienza contrapposta agli altri saperi (in primis alla filosofia) nella ricerca di ciò che le cose ‘sono’ in se stesse: è il problema della “essenza” ultima della realtà.
Tale contrapposizione ha prodotto e tuttora produce una sequela di fraintendimenti ed equivocità, riassumibili in due estremi esemplari solo apparentemente contraddittori. Da una parte si trova il razionalismo di chi ritiene del tutto obsoleta nell’era moderna la questione dell’essenza: essa altro non sarebbe che il retaggio di una visione mitica del mondo, il frutto di un’ancestrale – e pre-scientifica – illusione umana, che oggi troverebbe spiegazione nelle ‘energie’ invisibili ma strutturali dell’universo materiale (si pensi al nebuloso dibattito seguito alla scoperta del bosone di Higgs, ribattezzato dai media “particella di Dio”). Dall’altra parte si assiste al dilagare nella stessa modernità di un diffuso esoterismo: l’essenza delle cose non riguarderebbe in alcun modo la scienza, laddove soltanto un sapere di tipo iniziatico consentirebbe l’accesso a luoghi ‘occulti’ dell’esistenza (è il caso della persistente credenza nel “paranormale”, che associa generiche istanze mistico-religiose a presunte facoltà extra-sensoriali o, in versioni postmoderne più aggiornate, a fantomatiche attività extra-terrestri).
Ora, la domanda sull’essenza ultima – sia essa quella della ragione ‘illuministica’ o di un’intuizione ‘illuminata’ – è davvero riducibile a ciò che resterebbe ‘nascosto’ all’esperienza delle cose, in una misteriosa ‘alterità’ estranea alla nostra percezione e alla nostra vita di esseri pensanti?

Verso l’ “in sé” delle cose: riscoperta di un pensiero ‘trascendente’

Se l’infaticabile lavoro della scienza autentica consente di fugare fantasmi vecchi e nuovi, la filosofia dal canto suo può contribuire con pari rigore a fare chiarezza su un senso del nostro “esserci” troppo spesso mal compreso o stultificato da una certa ideologia scientista (falsamente scientifica) ancora dilagante. In effetti, ben prima che fosse annunciata in ambito epistemologico l’esigenza critica dei ‘limiti’ della conoscenza (Kant), la grande tradizione metafisica dell’Occidente (greco e cristiano) già mostrò di intendere il rapporto scienza/coscienza con una radicalità di visione che è forse necessario riscoprire.
Siamo perlopiù abituati a pensare in un contesto fortemente improntato alla cultura ‘nichilista’ che, dal tardo romanticismo di Nietzsche e passando per l’esistenzialismo dominante di Heidegger, ha segnato tanta parte del Novecento filosofico. Eppure, nonostante le diagnosi ‘faustiane’ del nichilismo – inconsapevole controfigura storica dello scientismo anzidetto, che ravvisa nella metafisica una paradossale scienza dell’ ’inverificabile’ destinata al tramonto (Russell) – la responsabilità ermeneutica impone in filosofia una maggiore onestà intellettuale nei confronti del passato.
L’antica domanda sull’essere o, nei termini sopra accennati, sull’essenza delle cose mai è stata confusa nelle antiche riflessioni speculative con una (pseudo) ricerca di ‘entità’ che risiederebbero al di fuori di ciò che possiamo scientificamente descrivere. Nessuna imperscrutabile ‘ulteriorità’ segretamente celata alla contingenza empirica della ragione: l’autentica metafisica si volge invece alla ‘interiorità’ dell’essere che trascende lo stesso soggetto e che, di conseguenza, trascende ogni possibile empiria.
Ma in che modo intendere tale ‘trascendenza’ ontologica, senza cadere in fuorvianti irrazionalismi o in una qualche nuova forma di oscurantismo? Ritornando all’idea “chiara e distinta” dell’intrinseca razionalità, essa stessa già metafisica, del soggetto conoscente.
Se infatti la conoscenza nasce, come si diceva, nella tensione prospettica verso le cose, il “concetto” che ne deriva – e che sta a fondamento del progredire indefinito delle scienze – non può sussistere semplicemente ‘là fuori’ tra le cose, non è un fenomeno tra gli altri innumerevoli fenomeni: esso è piuttosto ‘evento’ originario, la ‘soglia’ attraverso cui l’esistenza tutta ‘entra’ nella dimensione qualitativa della verità. Per ipotesi assurda, quand’anche non conoscessimo nulla della materia inorganica ed organica, quand’anche non conoscessimo nulla delle forze che compongono l’universo, ogni soggetto in quanto pensante ‘sa’ se stesso, poiché già da sempre è ‘manifesto’ a se stesso (Pascal). Scorgiamo così una suggestiva dinamica di senso, in cui la scienza – anziché funzione ‘tecno-logica’ soltanto – appare prima ancora espressione ‘ana-logica’ della natura universale, dell’unico essere nella sua essenziale ‘riflessività’: ogni Io, pensando, si costituisce quale essente che ha ‘centro’ in se stesso a sé e domanda per questo, a sua volta, quale sia il ‘centro’ proprio di ciascun altro essente.

In trasparenza

L’esistenza nel mondo fisico consiste – può dirsi ‘una’ – in ragione della gravitazione solare; la luce del Sole, ad un livello fisicamente maggiore, è coinvolta nella più intensa ‘unità’ gravitazionale del Cosmo; con un’intensità incomparabilmente superiore l’intera realtà, attraverso la ‘luce’ della Coscienza aperta “in unitatem” a sé, trae se stessa verso la gravitazione meta-fisica dell’ultimo «In sé». Fondamento o Causa prima che pare pertanto del tutto irragionevole immaginare – come fa dire Heidegger, ma travisandone le intenzioni, alla storia del pensiero metafisico – quale “sostanza” posta in un abissale ‘al di là’ degli oggetti conosciuti o conoscibili, costituendosi nel versante opposto quale “principio” fontale che risiede ‘al di qua’ della stessa mente capace di conoscenza: ciò che in sé ‘com-prende’ ogni logica, il Logos – il Medesimo o “Non-Altro” (come platonicamente traduce il Cusano) – che è dunque non Abisso senza fondo ma Vertice d’infinita solarità (Agostino), Singolarità originaria nella cui ‘identità’ unificatrice ogni singola intelligenza, ogni singola interiorità ontologica (non certo psicologica!) può riconoscere – sia pur in misura infinitesima – il proprio irriducibile “sé” quale ‘immagine’ dell’Identico.
Scienza e metafisica, insomma, come due saperi ben distinti ma nient’affatto avversi nel medesimo “itinerarium mentis” (Bonaventura) che conduce al ‘sapersi’ dell’essere. Dalla Natura come manifestarsi prospettico all’Io dell’uni-totalità degli enti, all’uni-versale attualità dell’Io manifesto a se stesso nella trasparenza – ‘speculativa’ – infinitamente in-attuale dell’Uno-Unico: l’eterno vivente “È”, «non circumscritto che tutto circumscrive», dell’alta Luce che «da sé è vera» (Dante).

Davide Inchierchia

*

Si traccia sapiente la ricerca,
disegna una trama che vedi dipanarsi sicura
dalla mente alle cose,
in cui il sapere pretende conquistare,
o vedere con occhi definitivi,
il senso della materia, dell’energia e delle forme.
Si colma in un processo di conquista la scienza,
in un abbraccio verticale,
tentando la fusione dello sparso
nel cerchio unico della coscienza.
Eppure le cose dentro mutano e si sfibrano
fino a sfiorire e sgretolarsi,
l’esperienza priva la mente
della possibilità ultima del contatto,
l’abbraccio bramato si dissolve, i corpi
come evanescenze si allontanano, la visione
come una marea si ritira spegnendosi,
viva lasciando solo l’illusione
di un possibile rinnovarsi:
come un dono offerto intero
al prato deserto della contemplazione
ritorna nel luogo inattingibile,
da cui nell’anima, potente, si era riversato.

Claudio Borghi

Ormai è andata (con una risposta in versi di Angela Greco)

Ormai è andata, intendo partita
verso una giornata arrampicata
dove non ci sono muli solo fatica
di dividere il pane, riporre le unghie
senza una terra, una pietra
per divagare all’ora sesta,
quando i bambini non trovano pace
nemmeno le notizie sono buone.

Giornata di referti e preghiere
piove su vittime di poeti e cantastorie.
Fuori il mare bussa per entrare
nell’istante dei fratelli,
ognuno chiuso dentro cuori
a doppia mandata, auto inflitti
cambiati per cambiare, ombrelli
strozzati e logori volati via.

L’unico pensiero terminare,
ritrovare è l’altro e riprovare
il successivo, intanto è già buio.
All’origine il protagonista
partì come comprimario,
la sera stessa, sera di tutti,
non è da meno. Ciao come stai?
Non trovo le chiavi.

***

L’unico pensiero iniziare,
continuare, non fermarsi.
E’ di nuovo giorno
e non importa essere protagonista.
Basterebbe essere e basta.

Le chiavi sono nella gran confusione
che le borse e i tempi conoscono per nome;
mani di donne sembrano alla rinfusa, ma
sanno bene cosa cercare. Non dubitare.
Il dove è un luogo comune, sorte ricevuta a caso.

Ciao, non sto male, ma non escludo che
si potrebbe stare meglio.

Il mare trova sempre una via;
spenta la luce si chiude in un amen ogni giornata
e s’apre al contempo il buio con le sue stelle
ad indicare la direzione di casa,
dove non servono ombrelli.

La pioggia riempie la pentola per scaldare speranze,
mentre sbocciano le idi di marzo.

(Angela Greco)

letture amArgine: pubblica lettura di Angela Greco venerdì 2 febbraio a Massafra (TA)

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008), ed in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (formato elettronico, Quaderni di RebStein LXVII, 2017).
È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (http://ilsassonellostagno.wordpress.com/).

§

Dalla finestra il mare prende il sopravvento.
L’angolo di luce sulla casa bianca è un tentativo:
la crepa spacca l’occhio e la mano non basta
a fronteggiare l’urto. La profondità ha un costo.
Al foglio bianco il possibile squarcio,
la metafisica dell’attesa, la piazza vuota e la venere.

Il treno della solita domenica pomeriggio
restituisce la tua assenza alla finestra.
Vuota, dietro il vetro, la camera degli amanti
torna al pennello di Hopper. Questioni di colori
sbiadiscono il principio di giugno. Nessuna pietra
impedisce al piede la salita e la slogatura.

La luce geometrica di un triangolo regge la figura muta.
Non sono previsti atti, ma bottiglie di collo lungo e sottile
dal distributore inutile. Osservo energia priva di scopo.
Al piano superiore due colonne reggono il corpo
di fabbrica; la finestra è propaggine di materia oscura.
Non bussano ed entrano dove l’orologio è fermo
agli intrichi di rette, che perimetrano l’abitudine.
Avanzi della cena in bagno; si avvicina un suono fuori moda
mentre a torso nudo incalza la sera. Il decaffeinato chiama.

Il paesaggio distratto in lontananza non si preoccupa
del muscolo in salsa Worcestershire e accende una luce.
La decomposizione da cui deriviamo allarga l’orizzonte:
alla fine ogni eccesso si riduce a pochi elementi chimici.
Intanto sulla soglia una signora con mantello attende
ore sgranate nel tempo della mietitura. Un disegno
in bianco e nero aspetta un temperamatite. La lama è
sul lavandino accanto al dentifricio. Colore e marca conosciuti.

§§

Claire, non ho mai finito di porre domande. O, forse,
l’unica che davvero vorrei rivolgerci non so formularla.

La stazione di servizio ci ha fermati al km 500+17
della “Road to sea”: un grandangolo sul vuoto,
una porzione non meglio definita di bordo strada
e poche luci dall’interno. Il navigatore ha perso la stella
ed ha affidato al telefono la sua personale ricerca.
Guardo nella direzione sbagliata; vedo la tua schiena.
Verso il bosco una schiera di soldati a cavallo passa
nel silenzio. Mi stupisco. Volevo solo fare rifornimento.

Le spire del Laocoonte distanziano battiti; bianco e nero
si spengono le luci sul volto. Nemmeno il motivo
mi è dato conoscere. Apparteniamo a due orari d’istinti;
alle otto l’ultimo treno ci riporta in due case differenti.
Questo è uno dei momenti in cui vorrei sbagliare.

Si tratta di individuare la casa, di vivere la metafora,
di imbiancare il muro. Il grande tetto a valle rovesciata
copre la porzione di cielo a noi destinata.
Le colonne smettono sostegno e ingoiano angoli,
nella prospettiva dei giganti. Il taglio inferto
alla carne lascia penetrare una luce oscura, mai vista.

Il campo giallo fuma in più punti. Il faro
ha perso l’occhio che apriva il mare.
Roghi ai bordi, righi rossi diagonali, lungo le vie
di fuga, sulle pendici del risveglio. Vuoto di sguardo;
schiuma bianca per correggere inesattezze. Un tatuaggio
di poche parole avvia lo spettacolo, l’avambraccio recita
una sola frase: «Trovati un posto, devo fare il matto».
Il re di Danimarca ha perso lo spettro; non resisto al richiamo
di Amleto, mentre scorre un secolo bianco e nero, Lyda Borelli
m’appare veritiera, per interposta persona, nei tuoi nei.
La maschera assegna posti; dietro le quinte si prega.

*

Versi estratti da AA.VV. “Come una mezzaluna nel sole di maggio. Ricognizione della poesia pugliese 1975-1994” (Fallone Editore, novembre 2017). L’antologia, contenente i testi di diciotto poeti pugliesi nati tra il 1975 e il 1994, alcuni dei quali già consolidati a livello nazionale e altri ancora inediti, censiti per generazioni, sarà presentata venerdì 2 Febbraio 2018 a Massafra (TA), alle ore 18.30, presso lo storico Bar Aurora, sito in Corso Roma n.278. La presentazione sarà condotta da Angela Greco.

https://falloneeditore.com/