Ascolta & Leggi: Lilly Wood & The Prick and Robin Schulz con poesie di Raffaella Lanzetta

Poesie tratte dal libro Sguardo scarlatto di Raffaella Lanzetta con prefazione di Antonio Veneziani (edizioni Croce)

*

SABBIA COME CENERE (a mio padre)

Rastrelli sul cemento le ultime foglie di autunno,
profumi di ago di pino la sabbia
nel divenire cenere.
L’andare veloce arriva all’orizzonte,
come nel gioco della corda
la mano afferra l’infinito.

*

SENZA ETÀ

Il corpo stanco
strattonato dal tempo,
non lo sento,
guardo oltre l’atmosfera.
La carne ormai matura,
trasparente,
sorvola lo sguardo assente
diventa nella libertà coraggiosa,
oltrepassa il piacere,
consapevole della ferita del ventre
assapora la gioia dell’essere.

*

LUCE

Nelle tue spine trovo la mia espiazione
Nelle tue lacrime il mio amore
A mani congiunte raccolgo il sudiciume,
cospargo di spezie l’aria nel cammino.
Festosa alzo lo sguardo ad un giorno,
senza domandare altro se non la luce,
un forte abbraccio alla vita ormai adulta.

*

CORTO MALTESE

Nel tuo viaggio senza nome
guarda limpido il mare
nuota le vele bianche
sfida il vento
lascialo senza fiato ritroverai il sereno.
Nella fiamma spenta
ritroverai il tepore della cenere,
nella brace un timido rossore
soffia sul vento
lascialo senza fiato,
ritroverai il tuo nome.

*

INCOFFESSATA NOIA DI ME

Cammino lenta,
nell’ombra di versi cupi di torpore
tempi lontani hanno illuminato
gli occhi di soli,
accecanti.
Le sabbie figlie di granelli sfavillanti giuramenti,
nel Sole a contrasto la tua ombra.
Tra muri candidi ora prometti vendetta
per alcun tipo di indifferenza,
alcun tipo di mancanza,
è solo inconfessata noia di me,
io stessa annoiata da me,
senza gli anni perché senza te,
ombra nel Sole,
ritorno a te assenza.

************************************************************

Con la sua seconda silloge Sguardo scarlatto, Raffaella Lanzetta raggiunge una maggiore efficacia nella
scrittura, come dice Antonio Veneziani, autore della prefazione: Mi è capitato raramente, soprattutto negli ultimi tempi, d’incontrare una poesia efficace come quella di Raffaella Lanzetta. Le parole accerchiano il
lettore e lo precipitano dentro le domande fondamentali del vivere. La poeta, infatti, sente la necessità di rivolgersi al lettore per sentire insieme il bisogno di spiritualità nel Mondo e fermare la corsa del nulla, del “nulla determinato”. Cerca con la poesia di tornare all’essenza della vita e di guardare con “sguardo scarlatto” la vita stessa, colorandola di emozioni. Per astenia, con quattrini compra attimi di felicità, ma non basteranno mai, non basterà mai l’amore, se non c’è poesia, se il pianto e un sonoro riso verranno soffocati per “educato contegno”.
La poesia di Sguardo scarlatto come “antidoto al mal di vita” , “una risposta al freddo di un giorno senza il noi”.
Sguardo scarlatto è una raccolta di poesie e pensieri sparsi che inchioda alla pagina il lettore e lo fa volare in liberi cieli per riportarlo poi alla carne e al corpo del quotidiano ed è questo che deve fare la vera poesia:
La salsedine mangia il ferro / il suo odore ha dilaniato la mia anima, / la radice spacca l’asfalto / il suo sguardo ha strozzato i miei pensieri, / il vento colpisce la roccia / l’indifferenza ha lasciato il passo al nulla.
L’autrice di questa silloge non fa troppe concessioni al lettore; certo, come tutti gli artisti, cerca complici. Teme il tempo, ma prova a leggerlo condividendo ogni più piccola annotazione.
Le parole di questo libro – che è un vero e proprio poema – sono sensoriali, sono fotogrammi in bianco e nero.
Raffaella Lanzetta racconta il mondo e la sua anima con una lingua che è appiglio e desiderio.
*
Raffaella Lanzetta vive a Roma, laureata in Lettere classiche, Università Federico II di Napoli. Dal 2001 lavora in Rai, attualmente per RAIPlay, gestione del personale. La sua prima raccolta Fammi diventare poesia (Chillemi), prefazione di Vincenzo Mollica, è stata premiata per la Poesia Contemporanea al Festival di Spoleto nel 2018 e dal Rotary (Abruzzo, Molise, Marche, Umbria) con il “Premio Cultura 2018”. Ha partecipato a numerosi reading collettivi.

Ascolta & Leggi: Max Richter con alcuni brani di Lucia Triolo

Ringrazio Lucia Triolo per la rosa di poesie che mi ha inviato, qui sotto ne trovate altre assieme a una mia riflessione sulla sua poetica e alla nota biografica, buona lettura.

https://almerighi.wordpress.com/2020/03/07/ascolta-leggi-beatles-e-poesie-di-lucia-triolo/

UN AMORE

mi sono data in pasto a un’invenzione
come un pasto che non c’è
inventa
un altro pasto
in un metro di digiuno

dall’estremità di un’illusione
a lunghi passi misuravo l’assenza

*

SCARABOCCHIO

ora mi rimpicciolisco
e mi sogno
un sogno piccolo
piccolo
estremo
come uno scarabocchio
di me
come un’introduzione
postuma:

-quelle… dita che
mi(!?) amavano…-

tu la trovasti

una figura
trovasti
tracciata col lapis
su una roccia
tu raccogliesti il lapis
e scrivesti

la figura sorrise
un sorriso lungo
sette giorni
sette anni
sette attimi di eternità

…il sogno…

*

SPARI DEL PENSIERO

“il gonfiore esistenza”*
P. Celan, Filamenti di sole

Noi siamo spari del pensiero e
betulle di carta vetrata al vento
occhialini
invasivi di uno sguardo

(l’aquila è volata via da un pezzo
con della carne in becco)

Un giro di giostra della nostra pazzia
basta
a una fessura nel parquet di
questa mezza cartuccia di mondo
accomodante

Urla la caramella
che si scioglie di dolore
tra le labbra
Perché dire: non avremmo voluto?
Cosa non avremmo voluto, cosa cosa?

Ora tu mi vedi: resto
del niente
il resto che non possiamo
odiare
(riuscì a malapena di là di qua)

Noi siamo ciò che odiamo
carta vetrata di betulla al vento fermo
siamo la parola che voltiamo
nel biglietto:
“il gonfiore esistenza”*

E non vogliamo
no no
non vogliamo scrivere o pensare
basta comprare due copie del giornale

dov è quel bacio che non
sappiamo darci?
la ferita inferta dal posto adatto a te e a me
quindi cosa?

sì: cosa?
che fare di un imbroglio su un cruciverba
come il nostro?
Voglio che tu venga da me!

————

poca roba
nel cesto della frutta
signore!

….
*nicht ebenzubringen
der Hubbel Dasein”
(“non è da ripianarsi/il gonfiore esistenza”

*

CITTA’ LENTA

La città è lenta
stasera
non passa mai.

Il tempo sembra addormentato,
ma solo “sembra”
Non è come la città.
E’ desto, silenzioso e finto,
respira

E’ solo segno a vuoto
tempo finito:
ricordo

Verso …
….il perduto
capitale di silenzi

chiudo

La città è lenta
stasera

dentro il cassetto chiuso.

*

IL CASTELLO DI CARTA

C’era una volta una principessa in un
castello
era sola

il suo castello era di carta
molto sola troppo sola
il suo castello era di carta
decise di fare la rivoluzione
per ciò che è solo
e non esiste
il castello era di carta
la rivoluzione era
di carta

in ordine sparso
con convinzione!

*

RIMORSO

duri passi cammino
si svuota la distanza
frastornati di onde sotto i piedi

Chi accorcia chi allunga la notte?
A guidare sono membrane sottili e stelle
poi cosa…poi cosa?

mi hai vista nascosta tra le mani
noi come cacciatore e preda senza nuvola in cielo
per favore non portarmi indietro

io ti sono rimorso
io ti sarò rimorso
io concepisco figli

Tu spezzi il
mio respiro con un sasso
sasso e seme è il tuo bacio

*

L’URAGANO

Pensavo un teatro di me
un uragano asciutto vociante
mazze di ferro e ruote
a spezzare pietre
a schizzarvi sopra fuori scena
dissoluti disciolti
e ruote per lo schiacciasassi
era teatro sciupato era liturgia
di porte antipanico

l’uragano ama chi gli
fa lo sgambetto

*

DISSERO

dissero:
appartieni alla stirpe
della scimmia sola
ai margini sibilanti
del cascatore su spigoli mobili:
c’è
dignità di caminetti accesi spenti
tuoi non tuoi

dissero:
il suolo fa sul serio con te
non è sicuro
delle scarpe che indossi
dietro le quinte dove tu divieni tu
non si bara

mi illusi un istante

*

IL SONNIFERO E L’OMBRA

se stringe alleanza col desiderio
se non ha tregua
se si aggrappa alla parola
se mi nasconde tra la sabbia calda

l’ombra prende il sonnifero
le viscere del corpo
le stanno strette
così appuntate a matita
senza data

decidere di diventare esseri
brevi

*

LINA

Lina non era una persona seria
sorrideva con i denti rotti
dai calci delle sue follie
abiti scarrozzati da poltrone
sdrucite
maniche gonfie di precarietà
nelle notti d’improvviso fischiava tra
i guanciali
interessata ai gesti dei suoi amanti
tra i denti rotti li guardava

come me
nuda era poeta
maestra nei modi di fuggire
la felicità

*****************************************************************

Ascolta & Leggi: Luis Bacalov con poesie di Gianfranco Isetta

Osservare il pelo dell’acqua limpida e tranquilla, sotto un agitarsi di pesci veloci e sfuggenti. Questa è l’immagine netta che mi lascia la lettura delle poesie di Gianfranco Isetta che oggi vi propongo. Liriche cesellata, minuziose, apparentemente tranquille nell’osservazione dei singulti della vita di ogni giorno. Poesia che si fa amare fin dalla prima lettura. Eppure quanto rivoltarsi “segreto” dentro questi versi, col tempo e le sirene che sfuggono di mano. Buona lettura.

*

IL SEGRETO

e si va incontro al tramonto del mare
a fronteggiare la grande sirena
fino a toccare il punto in cui la mano
con una goccia in pugno ora s’invecchia
sul nocciolo di tutte le questioni

come un inevitabile trentenne
non ne sapevo molto del futuro
forse nella bottiglia trascinata
dalle correnti su rotte nascoste
c’era già tutto nel tempo trascorso

ma non spargiamo la voce, potrebbe
lasciarsi andare a una deriva vuota.

*

NACCHERE

Uso le nacchere per rafforzare
lo schiocco delle dita e cerco il ritmo.

Seguo il tamburo del mio picchio verde
quando si fa sentire nel giardino
per lavorare col suo becco il legno
lasciando tracce di linguaggio antico.

Servono umori nuovi a questa estate
ed il silenzio umbratile e appartato
delle sere lascerà il posto a nuvole
tuonanti e prosperose con i lampi

per il futuro delle nostre storie
dei nostri rami sopra l’avventura
cresciuti sottovento senza foglie
all’ombra cauta dei fiori giganti

in questo prato verde sulla soglia
dei nostri sogni densi di memorie.

*

COME S’ABBEVERA L’ACQUA ALLE RADICI

Tra nubi basse quella casa bianca
rilancia il paesaggio che scoprivo
da ragazzo e, dei lampi, la paura.

Mi regalava intimità l’ingresso
già fitto ma sottile della pioggia
attendendo il passaggio delle foglie
silenziose barchette trascinate
nel gorgoglìo di gonfi rigagnoli.
Cercando il passo ai cigli roteavano.

Arranco verso gli occhi delle nuvole
ed al mio tronco d’oggi vacillante
chiedo tutto l’abbraccio che mi resta
come a radici s’abbevera l’acqua
per trattenere l’aria già fuggente.

*

QUEI FAZZOLETTI BIANCHI

Quei fazzoletti bianchi di mia madre
piegati in quattro parti profumate
in quella loro esatta posizione.
A ben guardar della tua intensa vita
forse è rimasto un segno sopra un lato
forse non ci volevi lasciar del tutto
in quei momenti di carezze e lacrime.
Ora ho di fronte a me la strana quiete
di quella loro esatta posizione

***************************************************

Gianfranco Isetta è nato a Castelnuovo Scrivia (AL) nel 1949. Laureato in statistica presso l’Università Cattolica di Milano, è stato per dieci anni sindaco di
Castelnuovo, promuovendo il Centro Internazionale di Studi «Matteo Bandello».
Ha pubblicato:
Sono versi sparsi (Novi Ligure 2004); Stat rosa (puntoacapo 2008, entrambi con prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti); Indizi… forse, (ivi 2011, antologia con inediti e interventi critici, Premio «Oubliette» 2013); Passaggi curvi.
Poesie non euclidee (con Prefazione di Alessandra Paganardi e Nota critica di Ivano Mugnaini (ivi 2014, Premio «Città di Acqui Terme» 2017 e «Nuove Lettere»; Gigli a colazione (ivi 2017), Senza turbare il cielo (Puntoacapo, 2020)
È presente in varie antologie nazionali e estere.

Ascolta & Leggi: Nubya Garcia con poesie di Silvia De Angelis

Alcune poesie della romana Silvia De Angelis buona lettura come sempre.

UN CROMOSOMA SPECIALE

E’un esponenziale vertigine
a trapelare
da una mossa celebre
che si ripeta
nella razza evoluta
Rafferma
la forza eterna
d’un cromosoma speciale
pronto a ricordare
il vezzo peculiare d’un avo
attento assai
a fare d’impronta
un saggio unico
riportato
nel poi del tempo
per far parlare ancora di sé

*

L’ATTIMO ASSOLUTO

Anche garbato
nello sgarbo momentaneo
sai contornarti
d’un fremito di grecale.
Ti rende davvero unico
mentre
pensoso
giochi con le dita
animando pensieri di carne schiusa.
E’ allora che l’impudenza
si fa perfezione di mente
alimentando un richiamo d’amore
vibrante
solitario
nell’attimo assoluto.

*

ALMANACCO D’UN SOGNO BREVE

Evoluzione nella cabala della mente
quando nella piazza immensa
riappare
trasparente
la memoria della vita
Scalpitano aromi incontaminati
tessuti sulla sofficità di dita infanti
insieme all’eco d’un pianto
silenziato da un sillabare dolcissimo di voce
Via le bende nell’adolescenza
dipinta dal blu cupo d’estate
mosso dal mare e infinito inganno
Fragore di luce nell’esaltazione d’amore
adulata dalla nudità d’un palmo sul viso
e un ciocco di vento tra i capelli
per l’almanacco d’un sogno breve
che non s’arrenda

*

TOCCATA

Frangibilità latente
su selciato di pelle
mossa da una motivazione
quasi surreale.
Risonanza di miscele lontane
ma vicinissime al pensiero
affranto da un insistente balsamo
migrante
su maturato dedalo della fragilità
toccata

*

SOGLIA DEI RUMORI

Dentro quel dentro
solista d’acute osservazioni
s’ampliano
circonferenze del passo
sulla linea della vita
Tonnellate di peso
incollate a iosa
restano al buio
nel letargo
Lasciano
solo
trapelare
quello stratagemma di luce
volta d’assoluzione
alla soglia dei rumori…

*****************************************************************************************

Silvia De Angelis è nata a Roma, sempre invogliata dal contatto con la gente per il suo carattere estroverso e comunicativo. Dopo un inizio poetico rivolto a elaborati dai toni “scarniti”, cresce notevolmente, modificando lo stile e delineandone il fascino, con scritti più congrui e completati da una struttura più armoniosa.
Gioisce al contatto con la natura, in tutte le sue manifestazioni, dedicandole svariati elaborati poetici,
in particolare, un volume, completamente riservato agli animali “CONOSCIAMOLI MEGLIO”.
Ne pubblica poi un secondo, “CORALLI DI PAROLE INTAGLIATE COL FIATO”, in cui si sofferma volutamente su tratti d’inconscio. Ancora un terzo libro, stavolta in vernacolo, dedicato alla tradizione della sua città nativa, Roma, dal titolo “’N’ANTICCHIA DE’ ROMA MIA”. Segue un libro di poesie del profondo “INGANNI TRAVESTITI D’INCANTO” e infine un’ultima pubblicazione, di emozioni poetiche, dal titolo “SCREZI NEL VENTO”
Pubblica testi sui suoi blog :
“INGANNI VELATI”: https://deangelisilvia.blogspot.com/
“DRENTO ‘STA ROMA MIA”: https://ssilviadeangelis5.blogspot.com/
QUANDOLAMENTESISVESTE”: https://quandolamentesisveste.wordpress.com/
Inoltre, attualmente gestisce un gruppo poetico su facebbok dal titolo “ ARTE E ISPIRAZIONI POETICHE” : https://www.facebook.com/groups/869147846432916/?notif_id=1600329710086895&notif_t=group_admin_promotion&ref=notif, in cui, oltre a pubblicare articoli di cultura , brani poetici e letterari, ha anche la possibilità di apprezzare gli scritti di altri autori.
Ha ottenuto numerosi riconoscimenti partecipando a concorsi di poesia.

Ascolta & Leggi: Dmitri Shostakovich con poesie di Letizia Di Cagno

Versi liberi,lirici, accattivanti, che sanno prendere il lettore. Immagini create in non molti tratteggi, ma che sanno “rimanere” e non “sfuggire”. Un’autrice giovane che sa prendere le distanze, attraverso un propria cifra stilistica, dall’omologa che ha rapito molti, troppi, suoi coetanei. Buona lettura.

Pangea

Io non conosco acqua
più limpida delle mie braccia
e le sfuma questa sedia
ripida nel libeccio. A seconda della
sospensione – in attesa di te,
un calabrone libera il canto – si apparta
la notte, la cera degli indiscutibili
dèi. Ci muoviamo sentendoci le ossa.
Chi mangia frutti di stagione, sputa
un nocciolo al mondo.

*

Senza che io ci fossi

Senza che io ci fossi. Aprire la porta,
leggere Pontano, sul pavimento in cotto
il piumone grande blu. Ti avrei visto
scoprire i passi con le briciole
dalla vineria, in centro,
al bacio della sera. Senza che io ci fossi.
Gli occhiali da sole a specchio
delle confidenze verso me, per l’ora
Verona-Venezia. E tutto ciò
che resta: un’extrasistole tra
i tuoi capelli e la fronte.

*

Ammaipiù

Io di mio sarei nell’aspirapolvere
la domenica mattina, un orario qualsiasi
per ripensare Hundertwasser, portare
fuori il cane. Tappata di un pensiero a rose
e volendo appassire.
E poi ecco, un foglietto in cui mi dici
che mi ami e ha
gli occhi di tuo padre – se lo butto
lo conservo – senza aspettare sul serio
risposta. Perdendo ammaipiù
arrivederci ma di mio sarei
elenchi e carta forno strappata male,
un ceffone/supplica di mio padre.
Grata di un passo al tuo fianco.

*

Dentro di te

Svegliami da questi passi
che imbiancano una notte mai
notte, dall’interno fischiato degli alberi,
lunghe steppe, raid desertici,
chiamata dentro di te una volta ancora
la timidezza di essere al mondo.

*

Respiro

E collezioni di unghie
spaccate al cielo – raddrizzarmi
da lontano la ruota del sonno? Amore.
Ma soffoca questa costellazione:
un – respiro attaccato – all’altro. Qui,
nel reggimento dove sono, si arruolano
vipere discorsive e cessi tegami
pennette rincretinite spiagge
“affitto” “stazione” “take away”
lento pure nel mio sangue.

*

Io salgo un cimitero di baci
che si scorda i pronomi nelle lettere,
rimango qui, la brocca che
crepa fiotti di virgole e se n’è andata,
non eravamo cartapesta o vimini
noi, la censura a rallentatore,
crescere salutare panini al gas
dietro ai fogli, un padre si è
strozzato in cucina
era giusto vederlo morire chiedo
da chi resta, ora dentro
una seppia di sonno. Ed eccola
un’arma che non scarterà Cristo:
il sole chiama la mezzanotte.

*

Non ferire l’ultima estate si accovaccia
fa sentire i grilli già morti, le voci
rovesciano colli smontate le vie dei canali,
dal cielo rimangono stelle che fumo
monossido di carbonio,
una zanna di mare
accoltella la sera.

*

E non so se in nome delle spalle
istighi un’attesa,
il trapianto di cuore e basilico
soccorre un’alba a peli di gatto. Ma il corpo
ritira un uncino di fiore sulla tua voce.
Svegliami, sangue.

*************************************************************************

Letizia di Cagno è nata a Bari nel 1998. Attualmente vive a Verona dove ha intrapreso gli studi di Filosofia. Suoi testi sono stati pubblicati nell’antologia “Abitare la parola. Poeti nati negli Anni Novanta”, a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello, su “Secolo Donna 2019 – Almanacco di poesia”, per la rivista di poesia “Atelier” e sul giornale internazionale di poesia “Inverso”. Nel 2019, con la sua silloge d’esordio “Urla la fine che pianta germogli”, risulta finalista al premio Letterario Camaiore, al premio Internazionale di Letteratura Città di Como e tra i segnalati al premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano. Un suo inedito è apparso su La Repubblica (26 maggio, edizione di Bari) nello stesso anno

Ascolta & Leggi: Erik Satie e una corrispondenza con Vincenzo Petronelli

Carissimo Vincenzo, ho letto con piacere e con vivo interesse le tue poesie che, deduco, siano state composte nell’ultimo periodo. A mio avviso il tuo lavoro è decisamente buono, e per fortuna sfugge tutti gli stilemi della cosidetta Noe: tutti possono essere buoni imitatori di una “scuola” che imbarca tutto e il contrario di tutto in nome di uno stile che non esiste. La tua poesia, al contrario, è molto ben scritta, rifinita, e marcia verso una originalità che definisce uno stile preciso, pittorico, descrittivo, narrante, di ottimo impatto. Insomma, a mio parere stai lavorando bene e sviluppi un modo di comporre che si muove e percorre la via di una personalità esclusivamente Tua, come ogni autore che si rispetti deve fare. Insomma, io ti incoraggio a continuare su questa strada, scevro da condizionamenti, ben fatto!

In viaggio verso Poggiorsini

La spessa linea di fumo
accompagna il passaggio del treno dal mare: il suo fragore
sull’orizzonte immobile del falco.

Il passo sospeso della formica: frammenti di lavoro,
aliti di vento tra anfratti di tempo.

Il mare è lontano da qui: in dissolvenza
il verso dei gabbiani in volo
oltre la coltre corvina.

*

La coppia

Una fessura tra due palazzi antichi:
inquadratura in campo lungo.
L’eco lontana di auto dalla valle.

Aengus il vagabondo
assorto in un silenzio di falene:
dietro le porte in legno dei vicoli,
i chiavistelli ancora aperti
in attesa del rituale.

Donna Eleonora abitò fra queste pietre:
ritorna ogni sabato per la liturgia popolare.
“É sopro da minha alma
este accento de esperança,
eco do Alentejo”.

Ha nevicato in abbondanza sui profili delle serre.
Felpati, nella notte di febbraio
i gesti degli amanti
lettere di polvere.

Il vento trascina sotto i piedi
un foglio di carta slavato
frammenti ingialliti di poesia:
“le mele d’argento della luna,
le mele d’oro del sole”.

Tela notturna: sulla strada del rientro,
le note di Ry Cooder
serrano le case alle finestre
in attesa del miracolo.

*

Notturno

L’ago della bussola continua a segnare il nord.

La notte baltica, conduce a Riga
lungo una distesa infinita di neve e stelle anti-russi.

Senza ragione
avanzano profili di edifici, spogli di vita.

Il silenzio è impari.
Il geometra prepara l’epitaffio per il suo progetto di eternità.
Il pescatore dorme con i muscoli tesi sulla fisarmonica.
Nei rifugi antipanico, gli attori si consegnano alla pace:
Il loro perimetro li inghiotte.

La bussola è ferma, inesorabilmente.
Svanisce l’ultimo scheletro di specchi:
è una sinfonia di alberi e boschi,
boschi e alberi, ed alberi
e boschi, del colore acceso del candore del fuoco.

Non importano la geografia, i nomi:
la sinfonia è una successione di accordi
e rivolti.
Fino alla resa dei conti
senza ragione
alla ragione delle armi.

Riappare il campo magnetico
al confine del Tavoliere.

*

Esodo

Tra i ruderi del castello
i versi lunghi della cornacchia.

Sulla Via del gelso
il nonno offre esportazioni senza filtro al parroco.

Le campane della chiesa
rifrangono la caligine nell’aria:
nubili e vedove avanzano a passo lento
pronte per l’estrazione della lotteria,
mentre il macellaio –
mitra avvolto sotto il grembiule –
si prende cura dei bambini.

Nella quiete del vento,
riecheggia ancora il verso della cornacchia,
sulla rotta dei treni dalla Siberia:
mercanti macedoni in cerca dei loro accenti
tra le voci delle “Sciescie” (1).

Nelle stanze del diluvio
specchi di rugiada.
_________________________________________________
1. Termine di origine araba utilizzato in molte cittadine del Sud Italia per indicare i classici vicoli antichi di conformazione labirintica

****************************************************************************************

Nato a Barletta l’8 novembre del 1970, sono laureato in lettere moderne con specializzazione storico-antropologica, risiedo ad Erba in provincia di Como, dove sono approdato diciotto anni fa per amore di quella che sarebbe poi diventata mia moglie, ho una figlia di 13 anni.
Dopo un primo percorso post-laurea che mi ha visto impegnato come ricercatore universitario nell’ambito storico-antropologico-geografico e come redattore editoriale, ho successivamente intrapreso un percorso professionale nel campo della consulenza aziendale, che mi ha condotto al mio attuale profilo di consulente in tema di comunicazione ed export; nel contempo proseguo nel mio impegno come ricercatore in qualità di cultore della materia, occupandomi in particolare di tematiche inerenti i sistemi di rappresentazione collettiva, l’immaginario collettivo, la cultura popolare e la cultura di massa. Inoltre abbraccio un ampio spettro di interessi culturali nei opero come divulgatore, storyteller ed organizzatore di eventi, spaziando dalla letteratura, alla linguistica, alla musica, al cinema, allo sport.
Dal 2018 sono presidente del gruppo letterario Ammin Acarya di Como, impegnato specificamente nella divulgazione ed organizzazione di eventi nell’ambito letterario e poetico.
Per quanto concerne in particolare la poesia, è una passione che mi accompagna ininterrottamente dall’età di sedici anni e che ho coltivato in modo febbrile nel corso del tempo, divorando letture di poeti dalle più disparate tradizioni ed aree geografiche, per poi cominciare a comporre mie poesie in modo più consapevole dall’età di ventinove anni.
Alcuni miei scritti sono comparse nelle antologie “IPOET” 2017 ed “Il Segreto delle Fragole” 2018 entrambi a cura dell’editore Lietocolle, “Mai la Parola rimane sola” edita nel 2017 dall’associazione Ammin Acarya di Como e sul blog letterario internazionale “L’Ombra delle Parole” a cura del critico letterario Giorgio Linguaglossa.

Ascolta & Leggi: Chinese Man e cinque poesie di Elena Milani

Elena Milani e l’immodestia di una poesia sincera, senza arzigogoli o effetti speciali. In Appennino non è infrequente trovare questa poesia, che poi sa pervadere, entrare, restando spesso segreta. Buona Lettura.

Betty fa finta di fare la bella
fra le caviglie
ci tiene una palla,
gioca coi maschi
e sputa per terra
Betty per oggi
ha smesso la guerra.
Betty ha indossato
un campo di fiori
cuscini e rose
dai tenui colori,
mette un cappello
regalo di mamma,
dalle sue labbra
l’odor di una canna.
Betty è un ragazzo
che ama le donne
dentro se stessa
non è poi un gran danno
e dietro al vetro
di panna velato
finge per loro,
non pensa al peccato.

*

Il mio poeta mi cuce addosso le parole
Segna col gesso i miei contorni
ha l’abitudine di disegnare ali
sulle mie scapole.
Il mio poeta usa forbici affilate di parole
per ritagliar la stoffa ,
aderente,
non mi taglia mai la pelle
e non pungono i suoi spilli
quando risalgono le chine dei miei fianchi.
Nei palmi tiene le mie misure,
dentro gli orli vi infila piccoli baci
che rumoreggiano mentre cammino.

Il mio poeta fa nuova
una stoffa vecchia
con l’arte del suo taglio,
tutto a misura per me.

*

La prima ora del giorno
è così inesatta,
spinge di luce da fuori.
Le dita ancora tinte
dal buio della notte
hanno unghie laccate di stelle,
che farò di loro?
Una puntina graffia un vinile,
saltellante nel vuoto
tenta di ricominciare
dal punto lasciato alla sera.
Un filo d’erba
scarico di verde
mi guarda da una suola.
Vorrei solo un altro quarto d’ora di silenzio
per dimenticare il mio nome.

*

Parlami della forma che dai all’acqua
quando, per dimenticare la ruvida sabbia,
vai in cerca di abbracci di onde.

*

Quando di una notte solitaria
senti ancora il sale sulle dita
e imprechi che non doveva finire
non doveva finire
l’unica notte possibile,
noi frenetici dentro il cono di luce
di luna che cammina
avanti e indietro
per spiarci di sotto
stesi sul pavimento
estensioni esauste
di lenzuola troppo bianche,
noi che con le voglie dei giochi
ci teniamo l’amore
che non vuole finire,
che non vuole finire
in gocce di sale
nelle notti da soli.

************************************************************

Il mio nome è Elena, ho 56 anni e vivo in una piccola frazione sull’appennino emiliano.
Scrivo da quando sono nata ,cominciando dalle pareti di casa,poi sui diari.
Scrivevo per me, per conoscermi e riscaldarmi con le mie parole.
Forse per lasciare un ricordo ai miei nipoti.
Oggi, nella scrittura,sempre modestissima e senza pretese,ho trovato le persone, la condivisione dei pensieri, una boccata d’aria al chiuso di una solitudine…l’amore per me stessa.

Ascolta & Leggi: Soft Verdict con poesie inedite di Laura Segantini.

Può la poesia essere quella coltre di buio che illumina la vita, lo sconosciuto che fa conoscere? Poesia è tante cose. Scriveva Jim Morrison: La poesia non dice niente, elenca solo delle possibilità. Apre tutte le porte. E voi potete passare per quella che preferite. Ecco direi che la poesia di Laura si avvicina molto a questo sentire, senza ricerca di definizione, ma nella speranza che i piccoli viaggi giungano a destinazione. Perché poi alla fine, sinceramente, tutti scriviamo nella speranza di stare meglio, dopo. Buona lettura.

***

Così questo buio
io l’ho preso
e l’ho messo nelle tue mani.
Ho sfiorato un momento, del tuo silenzio,
e sono scivolata via.
Ho perduto il sentiero,
distratta dall’attesa.
Ed ho lanciato le mie parole
oltre.
Oltre le sbarre di questa gabbia.
E le strade di ieri, ora,
non significano più niente.
Scrivi sul mondo,
una sola parola.
Scrivi per me.
La leggerò.
Oggi.

*

Ti vesti di parole,
ascoltando un nuovo silenzio.
Questo lo sai fare bene.
Ma le maschere cadono, sai.
La notte ha voltato il viso,
non ti vedrà piangere.
Non questa volta,
ma io lo saprò.
Una sola nota d’azzurro,
traspare dalle fronde scure.
Limpida come un sorriso.
E le nuvole sostano,
troppo simili a me.
In un luogo mobile,
indefinito.
Eternamente,
tra la terra ed il cielo.

*

Io non la so descrivere,
quella parte segreta
del cuore.
Che si innamora
del colore del cielo,
passeggiando
tra gli aghi di pino.
Non ti so dire,
quando piange, il perché.
Quando vorrebbe abbracciare il mattino,
e respirare la notte,
tutta intera,
non te lo so dire il perché.
So che tu sei sempre lì,
e domani sarai ancora lì.
E non ti so dire il perché.

*

Noi siamo quelli
col senno di poi.
Ripiegati, doloranti,
senza luce, nel buio.
Noi.
Rinchiusi nel profondo,
neanche un grido
che arrivi in superficie.
Testimoni dei miracoli altrui.
Noi siamo quelli a cui
manca sempre
un solo passo…
Per riuscire a volare,
verso il cielo,
non importa dove…
Ma volare via.
E, di fronte alle nuvole,
qualche volta,
ci viene da piangere.

*

Laura Segantini, autrice del tutto inedita sul piano editoriale, è nata a Legnago (VR) e vive a Vicenza. Ha frequentato il Liceo Artistico Statale Marzotto a Valdagno (VI)

Ascolta & Leggi: Lounge Lizards e poesie di Liliana Casadei

La pagina letteraria di oggi è dedicata a un’autrice mia conterranea: conobbi Liliana Casadei una decina di anni fa, ai tempi del suo esordio editoriale; entrambi pubblicammo per l’Editore Tempo al Libro di Faenza, e prendemmo parte ad alcune iniziative organizzate da Mauro Gurioli, tra cui una trasmissione presso una TV privata di Imola. La sua poesia con l’andare del tempo si è evoluta pur non snaturando la spontaneità potente che ne è caratteristica peculiare. Liliana ha capito quanto sia importante evitare l’arzigogolo e la scarsa comunicativa; il lettore non si stupisce, se ne va. Questa è buona poesia epigrammatica a volte, aforistica in altri casi, ma sempre di piacevole lettura e notevole risonanza. Ringrazio l’autrice e auguro a tutti buona lettura.

SOLE

Anche questa lunga ombra,
che chiamiamo notte,
mi racconta di te.

*

ICEBERG

Aveva l’inferno dentro quella testa,
ma da fuori non si vedeva quasi nulla,
una lieve malinconia.
Come quando da qualche parte imperversa il temporale
e tu vedi solo qualche bagliore all’orizzonte.
Ecco,
quello era il suo inferno.

*

FIESTA

La fiesta alle spalle.
Il miglior mojito è in ogni bar di Cuba.
E mi chiedi perché
sto lontana dalla fiesta.
Perché io amo la foschia delle 6 di mattina
sui colli di Vinales.
Perché il mio silenzio
vince quasi su tutti gli argomenti.
Perché conosco gli occhi più veri
e lì mi fermo.
Davanti alla fame sincera
di un cane di strada.
Perché io desidero la pioggia.
E perché ora non cambierei con nessuna fiesta
queste pagine d’oro,
a navigare nella notte
di chi mi insegnò a vivere
anni fa.

*

TRUE LOVE

A volte
pensavo che la amasse così tanto
che le sarebbe bastato anche solo pensarla,
anche solo per il resto dei suoi giorni.

*

LACKY

Ci sono notti
in cui non dormirei mai
e giorni in cui non vorrei nemmeno esistere.
Tra salvezza e distruzione.

Eppure sei così bella,
anche quando piangi,
ma ancora di più quando trovi una ragione
e ti rialzi.
Sei bella
con tutti i tuoi ricordi
e anche con quelli che non trovi più,
perchè le foto non bastano.

È ora di vivere,
immagino.
E, per fortuna,
c’è ancora tempo.

*****************************************************

Liliana Casadei, laureata in Scienze Antropologiche nel 2009, è nata il 17 maggio 1984 in
provincia di Bologna. Autrice dei romanzi “Come i binari” (2014), “Le Imperfezioni” (2017), “Agnese” (2019) e
delle raccolte di poesie “Oltre le prigioni del corpo” (2010), “Visioni oniriche” (2017), “Oceano di stelle” (2018), “L’isola che non c’è” (2019).

Ascolta & Leggi: Una poesia e intervista a Nadia Alberici (con musica di Ennio Morricone)

SALA D’ATTESA

buongiorno io sono di Correggio

E lei di dov’è?
Io di Rivarolo del Re

Non ci possiamo frequentare
Peccato, stare lontani non aiuta

Però mi sarebbe piaciuto, lei come parla,
Le sue parole assomigliano ai miei pensieri

Questa solitudine per me non è da ieri
E se non stai attento, sbarra finestre e sentieri

Ma lei scusi, che la vedo sensata,
Che ne pensa del matrimonio da donna sposata?

Ohh nei primi tempi vivi con l’amore
Poi si scende in un alveare senza sapore

Beh dipende, va a fortuna
Ma spesso si spaccia amore per desiderio

Quanto vorrei parlare con lei
Mi creda, mi trovo bene, ha un bel profilo
La mascherina non lo rende

Io sarò operato martedì
Al cuore del ginocchio

Troppi calci alla mia vita!

E lei che intervento?

Io agli occhi per troppe lacrime
E un by pass coronarico
Per passare oltre e non guardare indietro.

*

Dove sta andando la tua poesia?

La mia poesia, non so dove stia andando, ma la tengo stretta e cara come risorsa importante di qualcosa che sono. Ho cominciato tardi a scrivere per un desiderio intrinseco a me, come forma mia che doveva uscire. Mi sono sempre cimentata con disegno, ceramica… e sono state passioni di cui avevo necessità.
Sono approdata alla poesia così, una forma artistica nuova e spontaneamente…
Sicuramente ho cominciato a scrivere sull’onda delle emozioni, ma questa cosa non può durare a lungo senza doverti ripetere ed è allora che cerchi di cambiare nella forma e nei contenuti. Tante volte mi ispiro ad articoli che leggo un po’ ovunque. Mi piace l’indagine introspettiva, il senso delle cose, la loro verità, indagare il tempo e le dimensioni del mondo di cui ancora provo meraviglia, e il vivere umano sforzandomi di andare oltre il giudizio e gli stereotipi.
Quando cominciai a leggere i grandi (Campana, Luzi, Emily Dikinson,la Merini, Cepollaro, Transtromer e tanti altri) ho provato la meraviglia. Allora mi sono cimentata. I primi passi con Campana cercando di riprodurre le sue poesie per comprenderne i passaggi, il percorso, gli aspetti più interiori
Poi ho scoperto lentamente che con qualche scrittore mi sentivo più in sintonia che con altri: ho notato una certa vicinanza, forse nel sentire, con alcuni e tuttora succede di immergermi in grande coinvolgimento e di innamorarmi dello scrivere di questi o anche soltanto di alcune loro poesie.
Oggi leggo molti poeti contemporanei sia sul blog che sulla carta e sono impressionata dalle diversità e dalle bellezze che ognuno mette in campo.
Io cambio continuamente, credo, subendo influssi da molti. Mi sono affinata forse. Trovo spazi di riflessione in più e con maggior consapevolezza. Dove vado non lo so ma sono sempre alla ricerca di qualcosa di meglio che mi dia soddisfazione. Mi accorgo quando cresco nel mio lavoro e se dovesse ristagnare la mia poesia entrerei in crisi per il timore di non aver più niente da dire.
Succede ogni tanto, ma l’importante è trovare altri stimoli o altre letture o qualcosa che mi sblocchi.

Puoi spiegare meglio il legame fra la tua terra e la tua poesia?

Il luogo di nascita e dove si è cresciuti credo che resti incollato a tutti. Io avevo l’argine maestro del Po
dietro casa superato il largo cortile e l’orto. L’infanzia l’ho vissuta lì: corse e giochi e rotolate nell’erba alta, scorribande nella golena. Bagni estivi in un’ansa del Po e lunghe passeggiate fino al ponte vecchio e con parte della comunità viadanese a osservare lo spaventoso e quasi miracoloso spettacolo delle esondazioni.
Tutto questo appare di tanto in tanto nelle mie poesie: è inevitabile perché noi siamo i nostri luoghi, il Po è il grande fiume di cui ricordo lo scorrere, le schiume, i gorghi, la spiaggia, il torbido i tramonti. La mia grande sete e un grande amore. Poi impari ad amare anche luoghi dove ti trasferisci e qui non si contano i giri in bicicletta nelle strade secondarie tra le risaie e i fossi.
La poesia, che a volte è il noi più intimo, riporta questa parte interiore. Spesso la poesia che scriviamo esce dal quotidiano e porta in superficie, anche senza volerlo, l’esperienza e le sensazioni dei luoghi vissuti ed è proprio il legame che “fabbrica” la poesia.
La mia prima raccolta “TERRE INCOLTE” è molto legata alla natura dei luoghi che ho vissuto o solo incontrato e riportato in memoria

Su quali poeti ti sei formata?

Direi che quando si è spinti a scrivere poesia, anche se molte volte non la si può chiamare tale, è perché esiste qualcosa appreso durante l’infanzia, magari una sensibilità o una caratteristica dei propri genitori. Anni fa si scrivevano lettere in carta e penna e c’era l’usanza del diario che io ho tenuto. Sia mia madre che mio padre quando scrivevano avevano la tendenza, pur sgrammaticando, a scrivere “bene”, belle frasi, bei pensieri. C’era uno sforzo nel raggiungere una forma scritta toccando emozioni e soprattutto uno sforzo per essere cortesi con l’interlocutore. Si usava così. Mai negli scritti dei miei era apparsa un’offesa sgarbata o volgare, mai parole buttate a caso. La scrittura era una forma superiore d’espressione, era un rappresentare il meglio di sé. Alla scrittura si doveva rispetto come fosse ed è, una forma superiore d’espressione.
Io credo di cercare in me lo stesso sforzo perché alla base ho in mente questa sorta di rispetto nelle parole sgrammaticate ma tendenti al bello di mia madre e di mio padre.
In più mia madre dipingeva fin da giovane, era brava, nelle pause del lavoro dei campi. Ha dipinto fino a circa 94, 96 anni. C’è amore in questa passione, una volontà all’arte.
Da piccola, avevo imparato a memoria alcuni versi della Divina Commedia: un’edizione vecchia con i disegni di Doré.. ancora quando penso alla Divina Commedia sono quei disegni che vedo.
Poi Rodari, le filastrocche lette e rilette con quel senso del ritmo e incredibilmente belle.
Grande impressione Ungaretti, un po’ studiato a scuola, ma soprattutto ascoltato in tv in bianco e nero mentre recitava alcune sue poesie con quel marcato accento sui suoni e così scevre e scarne le parole.
E tanti piccoli incontri sia televisivi con la poesia (Paolo Poli che leggeva Palazzeschi) e con il teatro, che in letture di testi teatrali di Eduardo De Filippo, di Goldoni, di Ionesco e Bekett.
E devo dire anche un elogio (raro) della mia insegnate di lettere per un mio tema breve ma secondo me con senso poetico. Queste cose rimangono talmente tanto che solo adesso me ne rendo conto.
Io però ho cominciato a scrivere cercando la poesia in età avanzata con qualche raro esperimento, mal riuscito, di tanto in tanto. Da qui con sistematicità ho innaffiato e coltivato e dato da mangiare alla mia capacità espressiva con abbonamento ad una rivista e leggendo tutti gli autori italiani e stranieri che venivano proposti. E provando e trovando soddisfazione. Qualche volta seguendo certi autori come una traccia sui cui scrivere del mio. Io non posso definirmi autodidatta, sono improvvisata, istintiva e fuori da ogni corrente o schema o verso. Ciò che mi sento e mi piace al momento. Non voglio cambiare. Non sono una poetessa.
Da quando cominciai a scrivere regolarmente, prima di approdare al blog, alcuni autori mi avevano entusiasmato, come un innamoramento temporaneo: Papuska, Guillermo Fernandez, La Merini, Cepollaro, Luzi (gli stessi nominati prima), e Transtromer che tengo sul comodino, poi una bravissima poetessa mantovana Elia Malagò … Sicuramente ne dimentico moltissimi.
E di seguito i miei incontri con altri bravissimi, che leggo sui blog. Questa del blog ritengo che sia una palestra, un confronto quotidiano che mi spinge a crescere… perché credo che il percorso di formazione di ognuno sia perenne, credo che fino a ché si continua a leggere e scrivere non si arrivi mai ad essere completi.

Ringrazio Almerighi per avermi dato modo di spiegare un poco come affronto la poesia, un invito inatteso
e sicuramente immeritato, vista la quantità e la qualità delle scrittrici e degli scrittori che producono magnifiche cose.

Nadia Alberici