Ascolta & Leggi: Ivano Fossati Discanto, Francesco Sassetto Inediti

L’uomo ha camminato sulla Luna, inciampa sulla Terra. I poeti inutilmente indicano buche, le colmano, altrettanto inutilmente. Perché il destino di un poeta vero è quello di ritrovarsi solo, nudo, inascoltato. Francesco Sassetto, ecco lui sì, è un poeta; per il dono della sintesi nell’esperienza e il filtrarla in una sua personalissima, costruttiva, malinconia. Forse per questo siamo così affini. Le nuove poesie, qui sotto in anteprima, tutte in lingua (non dimentichiamone la straordinaria capacità di versificare in dialetto veneziano) sono lo specchio fedele dell’attuale, brillante momento poetico di questo autore. Anteprima di una nuova raccolta di prossima realizzazione dal titolo “Il Cielo sta Fuori”, l’uscita per i tipi della Samuela Editore, è prevista per il prossimo futuro. In questi inediti c’è tutto il sapore della poesia di Francesco, la sua forte e singolare capacità di saper osservare: una forte affinità, pur nella diversità, con le straordinarie visioni del quotidiano di Emanuel Carnevali o, con maggiore levità, di Raffaello Baldini. Non posso che dire bene di questo bouquet di poesie di Francesco Sassetto, buona lettura.

Mani di rosa

Le ragazze cinesi stanno là, notte e giorno,
chiuse nel semibuio delle camerette,
prigioniere di un congegno di mercato,
obbedienti al gestore, il padre padrone.

Le ragazze accarezzano la pelle del pagante
con movimenti sapienti, con
cortesia sorridono sfiorando gli occhi
del consumatore ad intuirne il consenso,
il grado di appagamento.

Matteo dice che nel regno dei cieli
loro andranno avanti, intanto
annegano le mani nel sudore
e negli umori del cliente.

Il cielo sta fuori, in alto
e non dice niente.
*

Ossario

Nessun silenzio sull’Ossario, nessuna pace
per i trentamila ammazzati sull’Altopiano.

Una fila infinita di nomi sulle lapidi di marmo
lucidato, ossa sparpagliate gettate
in loculi giganti, nella penombra
d’una geometria infernale.

Nell’azzurro i soldati sull’attenti
a presidiare il monumento, tricolori
al vento, cannoni e bombarde
tutt’attorno, cimeli del macello
ancora puntati sulla valle.

Il busto di Benito sovrasta l’immane
cimitero che chiamano Sacrario,
capolavoro del regìme, gli avanzi
accatastati alla rinfusa
del massacro passato a nutrire
quello successivo.

Famiglie in passeggiata, carrozzine e palloncini
colorati, i selfie a immortalare la scampagnata.

Si chiacchiera, si fuma, si levano i maglioni
sudati al sole abbagliante del primo agosto.

Un sole sbagliato.
Un sole fuori posto.
*

Parco Rodari

Luci in fila e tralicci dell’alta tensione
nel mattino deserto del Parco Rodari.

Abbracci di rami gelati e foglie cadute
aggrappate a grovigli di radici.

Ragazzi in bici vanno veloci, altri portano
i cani a pisciare, tre africani infagottati nei
giacconi stanno scaricando da un camion
tubi, assi e mattoni.

La bocciofila è chiusa da tempo, i vecchi
che sapevano il colpo se ne sono andati
o stanno chiusi nelle case
con le badanti moldave.

È stato un comunista Gianni Rodari, il mondo
che sognava è rimasto

un sogno

chiuso nel pugno
dei suoi libri di fiabe.
*

Capirsi

sarebbe come capire quest’acqua di laguna
che ora corre rapida al maestrale ora lenta
scivola nell’afa, acqua che sa di fiume e
di sale, risale le barene, il suo mistero
di riflussi, la sua quiete apparente.

Stare così, alla riva, ad osservare il moto
dell’onda che si allarga a tondo nell’aria
sospesa squarciata da grida di gabbiani.
Quest’acqua che ti porti nel cuore e nelle

vene, acqua che non sai e conosci bene,
tu ne ignori i vortici che alzano la melma
dei fondali, polvere grigia viene a galla

poi scompare
in un fremito di scaglie di sole.

È in questo balenare il suo grande amore,
il tuo amore di pescatore immobile
a contemplare la voce di questo mare
senza sosta, quest’acqua senza risposta.

È nei tuoi occhi inquieti il senso del tuo indagare

perché l’amore
vive nella tua sete di conoscenza, nella
tua ignoranza
nel divenire
che non sai e non puoi capire.
*

L’ultimo tuo regalo

andando via, è stata una lampadina
al fosforo per la notte.
L’accendo
ogni sera, bianca, immobile, da corsia
d’ospedale. Diecimila ore e il corridoio
dalla camera al bagno da fare
senza timore.

Quando passo in quel gelido chiarore
s’illumina ancor più il vuoto, ansima
una vertigine.

Spengo l’interruttore.

Meglio il buio, meglio camminare a tentoni
urtando gli spigoli dei muri

meglio andare alla cieca
come si va nella vita.
*

Andare via

Andremo via anche noi, un giorno o l’altro,
come sono già andati in tanti, mio padre
sparito a quarant’anni, un crollo al cuore,
e mia madre, molto tempo dopo, per lento
scivolamento, Asako volata in un istante
e Maria precipitata giù per un burrone.

Dovrà arrivare anche per noi il giorno
che si dovrà finire, chiudere un portone.

Non sarà quello il momento di contare
l’avuto e il dato, quello che abbiamo
rubato e regalato, ci sarà forse ancora
da camminare per qualche altro deserto
sconosciuto o sarà finalmente
un modo migliore di viaggiare.

Terminate le corse affannate, le parole
dette tanto per parlare, i goffi
voli presuntuosi

il nostro insensato continuare.

Si spegnerà ogni voce, qualcuno avrà
il tempo per un’orazione, un saluto,
occhi svuotati.

Andremo soli come soli
siamo sempre andati.
*

Che nulla ritorni

e tutto si ripeta lo sapevi bene,
era scritto sul biglietto che ti hanno
dato all’ingresso del girone, neanche
poi tanto male per noi
anime poco prave.

Noi mediocri, bravi a scansare gli artigli
e le nerbate, a ballare la tresca collettiva
dell’autoassoluzione da peccati perlopiù
veniali, portatori sani di modesti mali

noi ci mettiamo in riga, obbedienti
ai segnali imbocchiamo direzioni
sempre uguali, noi ci sposiamo,
produciamo prole, lavoriamo,
abbiamo viaggi a buon mercato,
gonfiamo i cellulari con sequenze
di paesaggi e volti traballanti,
l’audio gracchia un poco, fotogrammi
inutili e banali come le nostre esistenze
oscillanti e per niente a fuoco.

I più sciocchi riempiono le carte
di queste ed altre cose senza scopo.

Anche fare versi è forse solo un gioco.
*

Francesco Sassetto risiede a Venezia, dove è nato nel 1961. Si è laureato in Lettere nel 1987 presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia con una tesi sul commento trecentesco di Francesco da Buti alla Commedia dantesca, pubblicata nel 1993 dall’editore Il Cardo di Venezia con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante.
Ha collaborato in qualità di cultore della materia alla cattedra di Filologia Dantesca ed ha conseguito nel 1998 il titolo di dottore di ricerca in “Filologia e Tecniche dell’Interpretazione”. Insegna Lettere presso il C.t.p. (Centro territoriale per l’educazione in età adulta) di Mestre.
Scrive componimenti in lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto premi e segnalazioni.
Ha partecipato a presentazioni, incontri e pubbliche letture di testi poetici, anche in ambito scolastico. Suoi testi sono presenti in antologie e riviste ed ha pubblicato le raccolte di poesia: Da solo e in silenzio (Milano, Montedit, 2004) con prefazione di Bruno Rosada, Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice, 2010) con prefazione di Stefano Valentini, Background (Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012) con prefazione di Fabio Franzin, Stranieri (Padova, Valentina Editrice, 2017), con prefazione di Stefano Valentini, Xe sta trovarse (in dialetto veneziano) (Samuele Editore, Fanna, 2017), con prefazione di Alessandro Canzian.
Una silloge di poesie in veneziano, intitolata Semo fati de sogni sbregài è stata ospitata nel volume antologico Poeti in lingua e in dialetto. La Poesia Onesta 2007, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale La Guglia, Agugliano 2007.
Una raccolta di testi in veneziano, intitolata Peoci, è stata edita nel volume antologico Poeti e narratori in italiano e in dialetto. La Poesia Onesta 2012, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale Versante, 2012.
Una silloge di poesie in lingua e in dialetto veneziano, intitolata Di ordinari galleggiamenti è stata pubblicata, con una introduzione critica di G. Lucini, nel volume antologico Retrobottega 2, a cura di G. Lucini, Edizioni CFR, 2012.
Suoi testi compaiono nelle antologie tematiche La giusta collera, Edizioni CFR, 2011, Ai propilei del cuore. Poeti contro la xenofobia, Edizioni CFR, 2012, Il ricatto del pane, Edizioni CFR, 2013, Keffiyeh. Intelligenze per la Pace, Edizioni CFR, 2014, tutte a cura di Gianmario Lucini.
Sue liriche sono state ospitate nell’antologia 100 Thousand Poets For Change, Roma, Albeggi, 2013; nell’antologia Sotto il cielo di Lampedusa. Annegati da respingimento, Milano, Rayuela, 2014; nell’antologia In classe, con i poeti, a cura di M. Casagrande, Puntoacapo editrice 2014; nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, a cura di M. Cohen, V. Cuccaroni e altri, Camerano, Gwynplaine edizioni, 2014.
Suoi testi sono presenti nelle riviste online Versante Ripido e Sagarana, in blog e siti web.

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Ascolta & Leggi: Flavio Almerighi – ESTRANEI letta da Luigi Maria Corsanico

Un sentito ringraziamento a Luigi Maria Corsanico per questa lettura di un mio brano, così in sintonia col mio sentire nello scriverla. Grazie di cuore.

Letture/Lecturas

Flavio Almerighi – ESTRANEI © 2019

Opera pittorica di Edgar Caracristi

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti – Continuum
Antoinette Vischer, clavicembalo

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Infinite onde concentriche,
acqua ovunque giacciano estranei;
non li vorrò mai vedere
nemmeno per interposta persona,
i resti saranno divisi equamente
tra sensi di colpa e rancore.

In tanta calma sintetica
da lasciarsi credere normalità,
la stessa dove affogano gattini,
rimpicciolisce ogni ricordo,
che il tempo allontana.
Vera unica virtù.

Penso agli stranieri,
nuotano disposti a morire
pur di venire qui a farsi odiare.
Allora qualcosa, qualcuno
è peggio di noi ottusi ignoranti,
disposti al lamento e niente più!

Alla fine ci si amerà morti,
questo paese n’è pieno.
Le parole non crescono grano,
non scaldano l’acquavite
gli sgomberi, le soffitte,
qualsiasi altra memoria.

Flavio Almerighi © 2019

ESTRANEI

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Ascolta & Leggi: Vent’anni, musica di Marracash, inediti di Valerio Succi

Questo ventenne trae scrittura, rappa, alla stessa maniera con cui noi ne abbiamo tratta dai vari Claudio Lolli e Francesco De Gregori. Niente di male, va bene così, quel che importa è dare alla poesia continuità, contiguità, seguito, verità. Innamorarsi, vivere, dare voce agli occhi. Valerio ci prova e lo fa con le armi di cui dispone un ragazzo in formazione, costretto a vivere in un paese per vecchi e di vecchi. Auguro a lui e a quelli dell’attuale generazione di ventenni, di riuscire a trovare e superare il punto che noi, per paura e per comodo, siamo soltanto riusciti a raggiungere per poi ritrarci.

Croce chi, innamorato di professione, vive ogni amore.
Alla romana? No, pagherò tutto io… come l’altre volte.

La realtà è questa. Non quella dei giorni
dell’amore sconosciuto, coi testimoni all’oscuro
che il cuore odia il digiuno. L’urlo devasta l’intera stanza
alza alta l’asta | Alt! fin qui è abbastanza!

I versi resi lievi, mentre questa forza non si smorza.
Se n’amo quindi più nessuno, che vada allora a
il posacenere il suo dovere: alla forca le scritte degenere!
La pagina incomincia a infiammare; non cerca però d’evacuare,
un fumo che fu fumo, l’inchiostro immerso nel colostro.
Il nome dunque sbiadisce, lenta cenere perché lento accende
Ti voglio bene, ti voglio…
fino a quando la fatica non sarà estinta… Mi scalda
questo dio della solitudine

e mi parla
Il globo godrà di gioia un giorno, ma,
siccome il fusto tuo busto al Pantaleone è svelto, tu sei stato scelto; così
ho concesso ostello alla tua genetliaca scomunica.

Stasera sono bruciato.
Mi sono ucciso
finalmente
domani sarò nuovo nato.

*

Per le vie batterie. Scuderie. Sta per scadere il tempo…
Serena pensa parli come un vecchio dato l’abuso
d’imperfetto – amavo… avevo un amico… sentivi il pericolo?
se avessi venerato il monte invece del cemento… –
e del periodo ipotetico il terzo, detto del non detto.

Così è. A ogni legge capìta si accorcia la matita.
Più buia la mattina se la verità diventa bugia.
Inganno incappo inciampo.

E così sia. Non abita San Martino, là
si giunge alla fine del giro. Il cuore che trascino non dimora:
l’ospedale ospita fissi fossili che non pretendono di respirare;
perché non abbiamo avuto l’esigenza di muovere la mano?

A chi chiudo gli occhi dedico oggi un epitaffio. Lascio quindi,
comatorio spesso obitorio, che questo potere ci renda immortali.

*

Oggi mi hanno interrogato.

Era giorno era nevicato. In centro nulla era rimasto
ma a Pilastro il suolo era d’alabastro, sommerso
sovrastato da una coltre di nebbia, tipica dell’inverno caldo dei morti.
Così quel sangue amaro romagnolo nel rosignolo – che giù fu fra il rovo
nunc a lutto per il dolo – Cantate queste nottate!

I morti che credo morti sono vivi. In realtà
abitano la mia testa, domandando continuamente compagnia, la mia
di chi sia. Questa volontà è già assenza, una conseguenza
la cui sentenza è già presenza. – Ci hai sotterrati? – La prego, esca!

Cercano di farmi raccontare la nostra storia, ancora
per infilarsi nei miei pensieri. Sempre vie traverse se lo scopo è solo essere di nuovo.
Così però si preservano giusto i nomi, le nostre azioni. È felicità? mia? vostra?
Dove sistemano le nostre sensazioni? Io che vorrei avervi ancora attorno: ritorniamo
viventi insieme! I volti stanno sbiadendo: foto mosse lacrime percosse.

Perchè ci chiami morti? Noi siamo vivi ma in altri lidi.
Questo profumo mi ricorda te! Quella frase! Mi sei in mente! Non temporaneamente…
Da domani dunque nuova dieta, e mai più verso quella meta
perché devo salutarvi, congedarvi prima che mi trasciniate giù con voi
nel sottobosco subsconscio… Esco dal coma.

Diciannove in punto. Cielo nero. Il 20 libero
Brindiamo quindi alla partenza!
mi sta portando da voi.

*

Alle Scuderie la fila addormenta lenta.
Lucrezia, mentre un incontro in sala era in data,
spiegava, ma io non capivo, latino; un morto
può occidere un vivo?

Non
Sole alto, febbraio caldo asfalto
sai
alla fermata di Irnerio, sulla banchina
cosa
stesa, una ragazza senza vita c’era.

*
T>perdi.

Quando scrivo uccido: voi dal viso reciso,
i mastri madri, la Grande Mela, chi punta agli astri
– Ne sei capace? Seguendo quali passi? –
e, con in mano la biro, infine spiro parte di me – quanto sopravvivrò? –
totalmente te… Dopo domanda dove dormono i dolci dogmi,
e ora attendi l’abbraccio di chi ama i senza volto,
e riflessa e diversa si schiarerà chiarezza.

Ciò però non ho, se
l’importante è uccider sé per rimaner
felici.

*

Valerio Succi è nato nel 1998 a Lugo, Ravenna. Ha vissuto a Bagnacavallo, fino a quando ha iniziato a frequentare la facoltà di lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, città dove attualmente vive.
E’ presente in due diverse antologie: «Novecento non più – verso il Realismo terminale», La Vita felice, 2016 e «Nessun dannato orologio», SensoInverso Edizioni, 2015. Suoi inediti sono stati inoltre pubblicati sulle riviste online «Atelier», di cui uno tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti, e «LimesLettere». La sua opera d’esordio in versi si intitola «Primo», Terra D’ulivi edizioni, 2018.

Ascolta & Leggi: Sharon Van Etten, Seventeen – Antonio Bianchetti, Poesie inedite

Antonio Bianchetti, un amico, un coetaneo, un conterraneo (è di Forlì, malgrado si sia trasferito a Como e parli con spiccato accento lumbard); molte le cose che abbiamo in comune, in musica e parole. Il suo amore per la poesia è conclamato e tanta ne propone sul suo bellissimo blog:
https://antoniobianchetti.wordpress.com/
da lui si ascolta, legge e beve di tutto. Garantisco, è roba buona. Oltre che scrivere ottima poesia, anima da anni il Gruppo Acarya di Como, persone amanti della buona poesia. Come del resto lo è la raccolta di suoi inediti qui sotto, degni del poeta raffinato che è. Buona lettura.

PULIZIE DI STAGIONE

Quest’aria non ci ha mai lasciato
perché lo sguardo
è la misura infinita di questa casa:
stanze che ci chiamano per nome
e noi rispondiamo controvoglia
a volte
ma
è sempre così

facciamo la polvere agli anni
spostiamo i nostri nomi
cambiamo la posizione di un quadro
come se i gesti fossero necessari

I pennelli passano e ripassano
sopra le nostre parole
e cambiano il colore
dei movimenti
identici da sempre

poi
apriamo tutte le finestre
cercando un futuro da rinnovare
o un profumo che aspetta l’estate

*

LE VOCI CHE NON RITORNANO

Anche il giorno è finito
e il sole non ha riscaldato
queste stanze che si muovono incerte
sotto le nubi

Eppure ci piaceva la pioggia
la libertà vissuta come un gioco
quell’ improvvisa luce
dopo il temporale

Sarebbe troppo facile
parlare di arcobaleni
o di orizzonti verdi
quando ti guardavo

Ma il colore dei tuoi occhi ora
non corrisponde
alla tinta di queste pareti

Le porte sono sempre aperte

le voci entrano ed escono
spaventate dal silenzio

Entrano ed escono
e non ritornano

*

I DISCORSI DI IERI

La sera apre e chiude in fretta
le porte
dietro al mondo degli altri
e nessuno ricorda le parole
pronunciate nelle ore di luce

La notte cambia sempre
i contorni delle montagne
e quando l’aria
scende sulle valli
rimarrà il buio
dentro a quello che avevamo detto
Rimarranno le speranze
identiche alle foglie
che ci hanno abbandonato

A volte
l’alba tarda ad arrivare
come se i peccati
fossero dei sogni muti
che decifriamo troppo tardi
e le voci
si addormenteranno ancora
intorno all’inquietudine
di ricominciare a parlare

Alla fine il sole arriverà
come d’abitudine
e nessuno si chiederà
perché il tempo
si ripropone identico a se stesso
uguale ai nostri discorsi
dimenticati

*

PRIMA E DOPO L’URAGANO

Anche ieri pioveva
per contare la bellezza
di tutte le parole
ridiscese finalmente libere

La folla si è fermata ad ammirare
quanta acqua
veniva data loro
e poi
quanta dolcezza rimaneva dentro
oltre quelle pagine che si richiudevano

A volte basta guardarsi

a volte basta perdersi

Anche oggi piove
ma è diverso perché
le persone sono sole
e cercano d’inventarsi un sorriso
che si nasconderà nel buio

Si svolta l’angolo e scende la notte
aspettando un sole
che forse arriverà
senza domandarsi niente

senza sapere se un altro cielo
sceglierà
dove far cadere un altro uragano
insieme a un altro silenzio

*

PIOGGIA GELIDA
(lamento di un pupazzo di neve)

Non posso che assimilare torture
mentre il tempo ustiona il silenzio
luce divelta dalle urla
paragoni che s’intrecciano
sul viso sfatto
lacerato dai tagli delle chiacchiere
come se il passato
fosse solo un’invenzione

La decomposizione delle forme
aumentava le paure
che più profonde ho colto
trasfigurate come sagome di facce
nei luoghi aperti dell’immobilità
nei deserti chiusi dove ognuno
ha una colpa da nascondere
Ma
è alle sue origini
che voglio tornare
degustando la vertigine che affiora
e che ormai
troppo spazio ha aperto
Eppure
ogni mattina mi adagio
a rintracciare echi
di inganni e di massacri
a sciogliere
insieme alla mia pelle
voci confuse e note
e bombe termonucleari
dentro alla chiusura di una palpebra
Tra tutte le voci del giorno
lento svanirà
il solitario tormento
fioco monologo perduto nell’alba
pronto a lacerare la prossima luna
grido mannaro
che ripopola gli squarci
come se l’acqua fosse
un rigagnolo di sangue

*

LIPOSUZIONE

Le cene sono rovinate a volte
da liste d’ ingredienti sbagliati
come un passato non gustato
dentro a piatti che non ci appartengono

dove ognuno mastica da solo
dove ognuno beve le sue ore

anche se ieri un cuoco inesperto
voleva togliere
un po’ di grasso dall’ amore

I viaggi sono cambiati a volte
dalle terre troppo estese per un passo
e dal presente non si elimina
la complice stanchezza di una pausa

dove ognuno si volta sempre indietro
dove ognuno fruga nella sua ferita

anche se oggi un vagabondo stanco
vuole togliere
un po’ di grasso dalla vita

Gli sguardi sono confusi a volte
dalla miopia che sfoca gli orizzonti
e nel futuro non vedremo
il sogno del proprio panorama
dove ognuno crede nella sua pazienza
dove ognuno si perde nella sua amnesia
anche se domani un poeta illuso
vorrà togliere
un po’ di grasso alla poesia

*

TERMINAL

…e invece devi partire
anche se nei posti vuoti
qualcuno è stato dimenticato

o si è nascosto dietro ai confini
che separano mondo e latrine
nonostante le attese
…e invece devi iniziare
come se il giorno avesse
un’infinita serie di biglietti

da mostrare al tempo
e ai responsi di condanne
solamente obliterate
…e invece devi carpire
la smorfia l’espressione
gli occhi truccati

dalle torture
che mummificano il vento
tra cobalto e screen-saver
e non guardare dove le parole
hanno significati vicini al mutamento
se ascoltate
nell’orgia di un megafono
o sull’orlo di un respiro recitato
prima dell’arrivo
Terminal…
e invece devi partire

***********************************************************

Ascolta & Leggi: See Saw – Pink Floyd; The First Geniuses di Billy Collins (trad. Stefanie Golisch)

Ringrazio Stefanie Golisch per avermi fatto conoscere questo poeta.

I primi geni di Billy Collins (traduzione Stefanie Golisch)

E‘ ancora così presto che quasi nulla è successo.
L’agricoltura è un seme non ancora piantato.
La musica e il cappello di feltro sono ancora lontani migliaia di anni.
La vela e l’astrolabio non spuntano nemmeno all’orizzonte.
Finestre e forbici: impensabili.

Ma perfino ora, prima che l’orchestra della storia
avesse avuto il tempo di scaldarsi, i primi geni
si sono trovati in un gruppo
di pensatori.
Magri, alti e con la barba come ci piace immaginare,
sagome contro un paesaggio di vulcani
fumanti

o si muovono sulle rive dei laghi, color piombo, senza nomi,
o siedono sulle rocce spoglie, sembrano i primi arrivati a una festa
che la terra sta preparando
ora che finalmente i dinosauri sono scomparsi.

Devono ancora scoprire il fuoco, inventare la ruota,
camminano in un mondo oscuro e immobile,
chiedendosi cosa fare della loro saggezza
come delle ragazze che si chiedono cosa fare dei loro cappelli.

Ogni tanto qualcuno farà un commento
sul movimento delle stelle, la densità del silenzio
lo strano comportamento dell’acqua in inverno,
ma non c’è un alfabeto, nessuna goccia di inchiostro
e così le parole scompaiono nelle grandi foreste verdi
come stormi di piccoli uccelli spaventati.

Un giorno qualcuno inventerà la bussola e qualcun’altro
disegnerà con un bastone il primo numero nella sabbia,
e gli scapperà un urlo come ad Archimede nella vasca
e gli animali curiosi alzeranno lo sguardo.
Più tardi l’elica e la fionda appariranno;
l’ago, il tachimetro e l’arco seguiranno.
Ma ancora si cammina sulla terra silenziosamente,
ascoltando soltanto il rumoreggiare della propria mente,
nessuna nozione di nord, nessuna nozione di zero,
ancora non si sa come affilare una pietra al punto da essere mortale.

*

TESTO ORIGINALE: The First Geniuses
by Billy Collins

It is so early almost nothing has happened.
Agriculture is an unplanted seed.
Music and the felt hat are thousands of years away.
The sail and the astrolabe, not even specks on the horizon.
The window and scissors: inconceivable.

But even now, before the orchestra of history
has had time to warm up, the first geniuses
have found one another and gathered into a thoughtful
group.
Gaunt, tall and bearded, as you might expect,
they stand outlined against a landscape of smoking
volcanoes

or move along the shores of lakes, still leaden and unnamed,
or sit on high bare cliffs looking like early arrivals
at a party the earth is about to throw
now that the dinosaurs have finally cleared the room.

They have yet to discover fire, much less invent the wheel,
so they wander a world mostly dark and motionless
wondering what to do with their wisdom
like young girls wonder what to do with their hair.

Once in a while someone will make a pronouncement
about the movement of the stars, the density of silence,
or the strange behavior of water in winter,
but there is no alphabet, not a drop of ink on earth,
so the words disappear into the deep green forests
like flocks of small, startled birds.

Eventually one of them will come up with the compass
or draw the first number in sand with a stick,
and he will let out a shout like Archimedes in his tub
and curious animals will look up from their grazing.

Later the water screw and the catapult will appear;
the nail, the speedometer and the bow tie will follow.
But until then they can only pace the world gravely,
knowing nothing but thrumming of their minds,
not the whereabouts of north or the notion of zero,
not even how to sharpen a stone to a deadly point.

********************

PER SAPERNE DI PIU’:

https://it.wikipedia.org/wiki/Billy_Collins

*

Stefanie Golisch, germanista, scrittrice, traduttrice. Vive e lavora dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni: Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte (a cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch) Mimesis edizioni, Milano, 2013. Ferite. Storie di Berlino, Edizioni Ensemble, Roma, 2014. Fly and Fall. Culicidae Press, Ames, 2014. Filippo Tommaso Marinetti: Wie man die Frauen verführt (a cura di Stefanie Golisch) Berlin, 2015 (Matthes und Seitz) Anstelle des Mondes, Pop Verlag, Ludwigshafen, 2015. Postkarten aus Italien, Edition FZA, Wien, 2016. All of us can fly, Musca Press, Ames, 2018. Filippo Tommaso Marinetti: Die Manifeste (a cura di Stefanie Golisch), Berlin 2018 (Matthes und Seitz).

Ascolta & Leggi: Francesco De Gregori una canzone; Mauro Contini, poesie e una lettera dell’autore.

Un autore conosciuto in rete, cui va tutta la mia stima.Sardegna, terra di poeti.

TUTTO L’AMORE PREVISTO (18 01 2015)

Mi chiedo dove sia finito
tutto l’amore previsto,
in quale enigma si annidi
la pienezza dell’esistere e la sua misura,
l’anima irreversibile del tempo,
si toccano la terra del disincanto
e quella delle promesse ancora inedite,
ti ricerco ancora,
al limite scosceso
d’un difficile ricordare,
oltre il nodo di finitudine
che incarcera il corpo
e tacita lo spirito.
Nei pensieri giaccio a contemplare
il luogo sfumato della dimenticanza,
il desiderio accanto al fallimento,
sto accanto alle mie anime
che promisero il paradiso,
rivedo il vento che insegnava
l’impeto e la calma,
s’alzava a minaccioso turbine
fino a giungere ad una tregua
troppo estesa per essere accettata.
A tentoni, pronto all’inverso dei passi,
osservo la memoria che mi invita
al rispetto e alla rapina
furto di una gioia aperta
al rapido declinare
dell’eterno mutamento.
Ti ricordo, ti ritrovo sulla strada
che conduce al chiaroscuro dei giorni,
al cuore immedicabile
del tempo senza fine.

*

POTRESTI NON ESISTERE (24 04 2014)

Potresti non esistere,
mi trovo a ripensare la memoria,
ti ricordi quegli anni
lontani dall’assenza,
sostenevi di comprendere
l’intermittenza del cuore,
il mutevole vagare dello spirito,
ne ridevi leggera,
aspettavi l’avvenire
come fosse un banale spicchio
del quadrante temporale,
misura certa
di un’epoca promessa,
ti volgevi al passato
nelle pause, nei battiti del tempo
la tua anima
aveva innumerevoli ragioni
di rifugio nel mistero,
la tua voce
studiava un alfabeto
di possibili sorprese,
allungavi le mani nel roseto,
ti scansavano le spine.
Potresti non esistere,
mi trovo a ripensare,
ti concedi ora
al pane quotidiano dell’assenza,
all’incerta ironia
delle rivelazioni.
Le pause mi dicevi,
hanno un cuore limitato,
un battito effimero e fugace,
lieve trascini il tuo nome
fuori dal tempo,
qualcosa che ho da dirti
s’ostina nell’ombra emarginata.

*
SEI ANCORA QUI (28 02 2016)

” Pensami “, mi dicesti,
o fu l’eco estrema
di un’illusione,
“rivisita i sentieri
dell’antico ricordare”,
confusa dagli eventi
ti nascondi oltre i graffi,
desiderosa di una fuga.
Rimbalza nella mente,
su rivela al cuore
il giusto del pensiero,
nelle stanze del riserbo
scostato il velo
che prometteva protezione,
il palpito d’ansia
sovrapposto al battito,
tu aggrappata
alla grazia incolume,
sopravvissuta al tacere,
attratta dalla persuasione
tra le pause
di un incerto divenire.
” Sei ancora qui “,
è la mia voce fatta appello,
” non cercare la strada alterna
al sentimento,
non rassegnare le dimissioni
dall’apparenza, dalla visione “.
” Se si potesse rinnovare
l’appuntamento col destino,
se tu dovessi accogliermi
alla fine dell’attesa,
incrociare la tua strada,
rileggere l’approdo,
se esistesse un comprendere
fuori dalla battaglia del pensiero “.
Sei tu che parli,
tu sei le mie parole,
tu, di luce colma,
cogli la notte di sorpresa,
attendi ancora
un tempo memorabile,
una rilettura dell’esistenza,
tu che non sai
tutta la stanchezza,
ma cogli il celato
nell’autentico dell’ora,
le stagioni dell’esistere
tra desiderio e abbandono.

*

DICONO CHE TU SIA (12 10 2018)

Dicono che tu sia,
dicono la tua assenza,
dicono che nell’assenza tu sia,
nel deserto le tue tracce
dissimulate dal vento,
riemerse nella memoria di un sentire
disposto all’immaginazione,
nella non appariscenza
l’incertezza del tuo esistere,
è tua la tenerezza che sorprende
gli occhi occupati dalla noia,
giunge da ansiose lontananze
il silenzio sopravvissuto alla profezia,
i luoghi che sono stati,
gli attraversamenti in cui dubitammo,
-ospitata nell’epoca della sparizione
la tua anima in cerca d’un asilo,
confusa la tua eco nell’ora
catturata dalla dismisura-
si divide dal tuo pensiero
l’illusione di una fede,
“ricordi come nelle pause
si occultasse l’attenzione,
sfuggisse la voce alle parole,
era attesa, sembrava amore”.

*

UNA NUOVA TENEREZZA (16 09 2017)

Si ferma il tempo
nel suo perpetuo generarsi
dentro la finzione del molteplice,
abbandono alla parabola d’eventi
disposta al declinare
dell’essere intravisto
nella maturità concessa,
mentre ti conduce il raggio
emerso oltre le fronde
tra strade di paese,
vicoli nascosti alla visione,
tra gli steli di ringhiere
indecise alla clausura
in città immerse
nelle proprie solitudini,
trasparenze ostinate
in volti disadorni,
stratagemmi di memoria
a difesa di ore antiche,
mentre l’ombra si sporge
oltre gli incroci che inducono
ad una via tra le altre preferita,
accoglie il segreto della lentezza
il battito disperso tra le case
diffuse a comporre l’uniforme,
a cercare l’armonia nel risaputo,
il silenzio tra i viali
che tratteggiano i confini,
i luoghi in cui termina
la fuga del sentimento simile
alla fede a folgori sopravvissuta,
alla sembianza che non giudica,
alle incongruenze pronte
a scardinare il cuore,
e tu, che ancora trattieni
in enigmi sparsi nelle epoche
la comune dirittura
che fuse in una le esistenze,
regolò le tracce d’anima
al passo della non onnipotenza,
nei rifugi dell’appartenenza
il respiro accolto,quello infranto,
prima che s’insinui
negli angoli riposti il vento,
prima che sia rapito
nel sortilegio di mancanza
il vagabondare dello spirito,
nell’era preservata per la gioia
convinto il destino
ad una nuova tenerezza.
**************

Caro Flavio,
ti invio di seguito una breve selezione di mie poesie, come capirai dalle date di stesura sono distribuite tutte nell’arco degli ultimi cinque anni, sono sempre stato un appassionato lettore, l’amore per la poesia ha avuto il primo sigillo formale in seconda elementare, quando il maestro ci lesse e ci fece imparare a memoria la poesia “La mia vita non è stata una scala di cristallo”, di Langston Hughes, rimasi profondamente colpito dall’intensità di quei versi, che aprivano uno squarcio nel mondo protettivo medio borghese in cui ero nato e cresciuto.
Ho avuto un’infanzia e una giovinezza felici, ma, da allora, tutte le tappe della mia vita sono state accompagnate dalla consapevolezza che qualsiasi realtà sia interpretabile mediante una lettura poetica, che costituisce l’altro versante dell’essere, non il meno importante.
Per mantenere me e la mia famiglia faccio l’assicuratore come lavoratore autonomo, ho lavorato per quasi venticinque anni in una delle agenzie più grandi d’Italia, e proprio a seguito dell’improvvisa e inaspettata chiusura dell’agenzia a inizio del 2014, ho istintivamente cominciato a scrivere, la scrittura è stata una preziosa alleata in un momento di difficoltà, quasi un’ancora di salvezza, ricordo che il primo pensiero in quei momenti di concitazione e inquietudine è stato per la poesia “Maceria e fonte”, di Mario Luzi, poeta che amo e con cui sento una speciale consonanza esistenziale.
Sono nato a Macomer, nel cuore della provincia di Nuoro, centro più importante del Marghine, nel cuore della Sardegna, territorio che, grazie alla sua centralità nell’isola, ha rappresentato un crocevia di esperienza e flussi di persone, una mescolanza che non può non non aver avuto influsso nella mia formazione.
Da quasi quarant’anni vivo a Cagliari, mia seconda patria, città bellissima, che mi ha accolto con benevolenza, ampiamente ricambiata.
Oggi continuo a lavorare nelle assicurazioni, e a scrivere, come ragione irrinunciabile di vita.
Ti ringrazio per la tua attenzione e per il tuo interesse,
ti abbraccio e ti saluto caramente, a presto,
Mauro

Ascolta & Leggi: Paolo Fresu in concerto, Alfonsina Caterino tre inediti

Queste nuove poesie di Alfonsina Caterino hanno un incedere dimesso eppure potente. Prendono corpo dalla vita e lo scrivere … scivola fuori dal quadro, coerentemente col modo di intendere e vivere la vita da parte dell’autrice, con tormento e con amore. Un ridare ogni giorno corpo e speranze, che altrimenti non avrebbe. Buona lettura.

… SCIVOLA FUORI DAL QUADRO

il tempo Ghiotto
di luce imprigiona nelle rughe
l’attesa e
squarcia sottopelle i colori
divenendo corpo dipinto,
memoria che smagrisce

Schiodata intorno
la cornice lega
Itaca inafferrabile
alla radice
che svapora

Resta tellurica follia
e segnale in campo
il crollo delle mura che muta
fuori logica e gestazione
ogni ordine
mentre plana rinascendo
una danza di fuoco

*

… FITTIZIA LA PELLE

sopravvive ai pesi delle convalescenze
lunghe funestate dai giocattoli vedovi
delle primavere
sbattute tenere tombe
nel grembo della terra

Smarrita pelle fittizia,
tra disgusto e senso introvabile
sopravvive male giorno
nel contenitore
mai prosciugato seme
interrato nella pausa dei fiori

E tu Angelo
postato nella rete
spinata dei luoghi in Croce
nel tentativo di bilanciare gli equilibri
con le ali
non obliare le spalle impassibili
accoppiate sotto i cuori degli uomini
infelici che mutano e saltano
nel vuoto
dei loro scavi…

*

… SCORCIO INEGUAGLIABILE

il lato spento
oltre il luogo degli spilli
inscena rimozioni e teoremi
sulla carne sbavata
misera casa complice della fisionomia
contenuta d’acqua
mai sfuggita luce
che affiora insolita
superficie

Non smette di fissarmi
E’ voce ineguagliabile
lo scorcio rimbalzato fra
fotogrammi vivi
follia e resistenza
delle aste perse per un centesimo
disegnando sotto i piedi un ritorno
d’orme pieno di sogni
Ricorrenti e inutili

Resta vigile sul rigo
la poesia spezzata. E’
scorcio incidente la sua ombra
tessuta d’uomini
che sfumano le raffiche in mano
oltrepassando scene evidenti
fissate fuori dall’immobilità
per trasmutare i
pilastri in terra …
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Alfonsina Caterino insegna a Roma.
Ha pubblicato nel 2006 la raccolta poetica COME UNA FARFALLA (ed. Il Filo, Roma).
Nel 2009 ha pubblicato il racconto “LA CASA DI ZUCCHERO” sul periodico Narrazioni e nel 2011 la silloge poetica, “NEL TEMPO DELLA GUARDIA” ed. Dante Alighieri Napoli.
Nel 2014, il suo racconto “LA LUCE SOVVERSIVA” è stato segnalato al concorso internazionale di Poesia e Prosa, indetto dalla Casa Editrice Puntoacapo e pubblicato dalla stessa.
Alfonsina Caterino