Ascolta & Leggi: Nubya Garcia con poesie di Silvia De Angelis

Alcune poesie della romana Silvia De Angelis buona lettura come sempre.

UN CROMOSOMA SPECIALE

E’un esponenziale vertigine
a trapelare
da una mossa celebre
che si ripeta
nella razza evoluta
Rafferma
la forza eterna
d’un cromosoma speciale
pronto a ricordare
il vezzo peculiare d’un avo
attento assai
a fare d’impronta
un saggio unico
riportato
nel poi del tempo
per far parlare ancora di sé

*

L’ATTIMO ASSOLUTO

Anche garbato
nello sgarbo momentaneo
sai contornarti
d’un fremito di grecale.
Ti rende davvero unico
mentre
pensoso
giochi con le dita
animando pensieri di carne schiusa.
E’ allora che l’impudenza
si fa perfezione di mente
alimentando un richiamo d’amore
vibrante
solitario
nell’attimo assoluto.

*

ALMANACCO D’UN SOGNO BREVE

Evoluzione nella cabala della mente
quando nella piazza immensa
riappare
trasparente
la memoria della vita
Scalpitano aromi incontaminati
tessuti sulla sofficità di dita infanti
insieme all’eco d’un pianto
silenziato da un sillabare dolcissimo di voce
Via le bende nell’adolescenza
dipinta dal blu cupo d’estate
mosso dal mare e infinito inganno
Fragore di luce nell’esaltazione d’amore
adulata dalla nudità d’un palmo sul viso
e un ciocco di vento tra i capelli
per l’almanacco d’un sogno breve
che non s’arrenda

*

TOCCATA

Frangibilità latente
su selciato di pelle
mossa da una motivazione
quasi surreale.
Risonanza di miscele lontane
ma vicinissime al pensiero
affranto da un insistente balsamo
migrante
su maturato dedalo della fragilità
toccata

*

SOGLIA DEI RUMORI

Dentro quel dentro
solista d’acute osservazioni
s’ampliano
circonferenze del passo
sulla linea della vita
Tonnellate di peso
incollate a iosa
restano al buio
nel letargo
Lasciano
solo
trapelare
quello stratagemma di luce
volta d’assoluzione
alla soglia dei rumori…

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Silvia De Angelis è nata a Roma, sempre invogliata dal contatto con la gente per il suo carattere estroverso e comunicativo. Dopo un inizio poetico rivolto a elaborati dai toni “scarniti”, cresce notevolmente, modificando lo stile e delineandone il fascino, con scritti più congrui e completati da una struttura più armoniosa.
Gioisce al contatto con la natura, in tutte le sue manifestazioni, dedicandole svariati elaborati poetici,
in particolare, un volume, completamente riservato agli animali “CONOSCIAMOLI MEGLIO”.
Ne pubblica poi un secondo, “CORALLI DI PAROLE INTAGLIATE COL FIATO”, in cui si sofferma volutamente su tratti d’inconscio. Ancora un terzo libro, stavolta in vernacolo, dedicato alla tradizione della sua città nativa, Roma, dal titolo “’N’ANTICCHIA DE’ ROMA MIA”. Segue un libro di poesie del profondo “INGANNI TRAVESTITI D’INCANTO” e infine un’ultima pubblicazione, di emozioni poetiche, dal titolo “SCREZI NEL VENTO”
Pubblica testi sui suoi blog :
“INGANNI VELATI”: https://deangelisilvia.blogspot.com/
“DRENTO ‘STA ROMA MIA”: https://ssilviadeangelis5.blogspot.com/
QUANDOLAMENTESISVESTE”: https://quandolamentesisveste.wordpress.com/
Inoltre, attualmente gestisce un gruppo poetico su facebbok dal titolo “ ARTE E ISPIRAZIONI POETICHE” : https://www.facebook.com/groups/869147846432916/?notif_id=1600329710086895&notif_t=group_admin_promotion&ref=notif, in cui, oltre a pubblicare articoli di cultura , brani poetici e letterari, ha anche la possibilità di apprezzare gli scritti di altri autori.
Ha ottenuto numerosi riconoscimenti partecipando a concorsi di poesia.

Ascolta & Leggi: Dmitri Shostakovich con poesie di Letizia Di Cagno

Versi liberi,lirici, accattivanti, che sanno prendere il lettore. Immagini create in non molti tratteggi, ma che sanno “rimanere” e non “sfuggire”. Un’autrice giovane che sa prendere le distanze, attraverso un propria cifra stilistica, dall’omologa che ha rapito molti, troppi, suoi coetanei. Buona lettura.

Pangea

Io non conosco acqua
più limpida delle mie braccia
e le sfuma questa sedia
ripida nel libeccio. A seconda della
sospensione – in attesa di te,
un calabrone libera il canto – si apparta
la notte, la cera degli indiscutibili
dèi. Ci muoviamo sentendoci le ossa.
Chi mangia frutti di stagione, sputa
un nocciolo al mondo.

*

Senza che io ci fossi

Senza che io ci fossi. Aprire la porta,
leggere Pontano, sul pavimento in cotto
il piumone grande blu. Ti avrei visto
scoprire i passi con le briciole
dalla vineria, in centro,
al bacio della sera. Senza che io ci fossi.
Gli occhiali da sole a specchio
delle confidenze verso me, per l’ora
Verona-Venezia. E tutto ciò
che resta: un’extrasistole tra
i tuoi capelli e la fronte.

*

Ammaipiù

Io di mio sarei nell’aspirapolvere
la domenica mattina, un orario qualsiasi
per ripensare Hundertwasser, portare
fuori il cane. Tappata di un pensiero a rose
e volendo appassire.
E poi ecco, un foglietto in cui mi dici
che mi ami e ha
gli occhi di tuo padre – se lo butto
lo conservo – senza aspettare sul serio
risposta. Perdendo ammaipiù
arrivederci ma di mio sarei
elenchi e carta forno strappata male,
un ceffone/supplica di mio padre.
Grata di un passo al tuo fianco.

*

Dentro di te

Svegliami da questi passi
che imbiancano una notte mai
notte, dall’interno fischiato degli alberi,
lunghe steppe, raid desertici,
chiamata dentro di te una volta ancora
la timidezza di essere al mondo.

*

Respiro

E collezioni di unghie
spaccate al cielo – raddrizzarmi
da lontano la ruota del sonno? Amore.
Ma soffoca questa costellazione:
un – respiro attaccato – all’altro. Qui,
nel reggimento dove sono, si arruolano
vipere discorsive e cessi tegami
pennette rincretinite spiagge
“affitto” “stazione” “take away”
lento pure nel mio sangue.

*

Io salgo un cimitero di baci
che si scorda i pronomi nelle lettere,
rimango qui, la brocca che
crepa fiotti di virgole e se n’è andata,
non eravamo cartapesta o vimini
noi, la censura a rallentatore,
crescere salutare panini al gas
dietro ai fogli, un padre si è
strozzato in cucina
era giusto vederlo morire chiedo
da chi resta, ora dentro
una seppia di sonno. Ed eccola
un’arma che non scarterà Cristo:
il sole chiama la mezzanotte.

*

Non ferire l’ultima estate si accovaccia
fa sentire i grilli già morti, le voci
rovesciano colli smontate le vie dei canali,
dal cielo rimangono stelle che fumo
monossido di carbonio,
una zanna di mare
accoltella la sera.

*

E non so se in nome delle spalle
istighi un’attesa,
il trapianto di cuore e basilico
soccorre un’alba a peli di gatto. Ma il corpo
ritira un uncino di fiore sulla tua voce.
Svegliami, sangue.

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Letizia di Cagno è nata a Bari nel 1998. Attualmente vive a Verona dove ha intrapreso gli studi di Filosofia. Suoi testi sono stati pubblicati nell’antologia “Abitare la parola. Poeti nati negli Anni Novanta”, a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello, su “Secolo Donna 2019 – Almanacco di poesia”, per la rivista di poesia “Atelier” e sul giornale internazionale di poesia “Inverso”. Nel 2019, con la sua silloge d’esordio “Urla la fine che pianta germogli”, risulta finalista al premio Letterario Camaiore, al premio Internazionale di Letteratura Città di Como e tra i segnalati al premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano. Un suo inedito è apparso su La Repubblica (26 maggio, edizione di Bari) nello stesso anno

Ascolta & Leggi: Erik Satie e una corrispondenza con Vincenzo Petronelli

Carissimo Vincenzo, ho letto con piacere e con vivo interesse le tue poesie che, deduco, siano state composte nell’ultimo periodo. A mio avviso il tuo lavoro è decisamente buono, e per fortuna sfugge tutti gli stilemi della cosidetta Noe: tutti possono essere buoni imitatori di una “scuola” che imbarca tutto e il contrario di tutto in nome di uno stile che non esiste. La tua poesia, al contrario, è molto ben scritta, rifinita, e marcia verso una originalità che definisce uno stile preciso, pittorico, descrittivo, narrante, di ottimo impatto. Insomma, a mio parere stai lavorando bene e sviluppi un modo di comporre che si muove e percorre la via di una personalità esclusivamente Tua, come ogni autore che si rispetti deve fare. Insomma, io ti incoraggio a continuare su questa strada, scevro da condizionamenti, ben fatto!

In viaggio verso Poggiorsini

La spessa linea di fumo
accompagna il passaggio del treno dal mare: il suo fragore
sull’orizzonte immobile del falco.

Il passo sospeso della formica: frammenti di lavoro,
aliti di vento tra anfratti di tempo.

Il mare è lontano da qui: in dissolvenza
il verso dei gabbiani in volo
oltre la coltre corvina.

*

La coppia

Una fessura tra due palazzi antichi:
inquadratura in campo lungo.
L’eco lontana di auto dalla valle.

Aengus il vagabondo
assorto in un silenzio di falene:
dietro le porte in legno dei vicoli,
i chiavistelli ancora aperti
in attesa del rituale.

Donna Eleonora abitò fra queste pietre:
ritorna ogni sabato per la liturgia popolare.
“É sopro da minha alma
este accento de esperança,
eco do Alentejo”.

Ha nevicato in abbondanza sui profili delle serre.
Felpati, nella notte di febbraio
i gesti degli amanti
lettere di polvere.

Il vento trascina sotto i piedi
un foglio di carta slavato
frammenti ingialliti di poesia:
“le mele d’argento della luna,
le mele d’oro del sole”.

Tela notturna: sulla strada del rientro,
le note di Ry Cooder
serrano le case alle finestre
in attesa del miracolo.

*

Notturno

L’ago della bussola continua a segnare il nord.

La notte baltica, conduce a Riga
lungo una distesa infinita di neve e stelle anti-russi.

Senza ragione
avanzano profili di edifici, spogli di vita.

Il silenzio è impari.
Il geometra prepara l’epitaffio per il suo progetto di eternità.
Il pescatore dorme con i muscoli tesi sulla fisarmonica.
Nei rifugi antipanico, gli attori si consegnano alla pace:
Il loro perimetro li inghiotte.

La bussola è ferma, inesorabilmente.
Svanisce l’ultimo scheletro di specchi:
è una sinfonia di alberi e boschi,
boschi e alberi, ed alberi
e boschi, del colore acceso del candore del fuoco.

Non importano la geografia, i nomi:
la sinfonia è una successione di accordi
e rivolti.
Fino alla resa dei conti
senza ragione
alla ragione delle armi.

Riappare il campo magnetico
al confine del Tavoliere.

*

Esodo

Tra i ruderi del castello
i versi lunghi della cornacchia.

Sulla Via del gelso
il nonno offre esportazioni senza filtro al parroco.

Le campane della chiesa
rifrangono la caligine nell’aria:
nubili e vedove avanzano a passo lento
pronte per l’estrazione della lotteria,
mentre il macellaio –
mitra avvolto sotto il grembiule –
si prende cura dei bambini.

Nella quiete del vento,
riecheggia ancora il verso della cornacchia,
sulla rotta dei treni dalla Siberia:
mercanti macedoni in cerca dei loro accenti
tra le voci delle “Sciescie” (1).

Nelle stanze del diluvio
specchi di rugiada.
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1. Termine di origine araba utilizzato in molte cittadine del Sud Italia per indicare i classici vicoli antichi di conformazione labirintica

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Nato a Barletta l’8 novembre del 1970, sono laureato in lettere moderne con specializzazione storico-antropologica, risiedo ad Erba in provincia di Como, dove sono approdato diciotto anni fa per amore di quella che sarebbe poi diventata mia moglie, ho una figlia di 13 anni.
Dopo un primo percorso post-laurea che mi ha visto impegnato come ricercatore universitario nell’ambito storico-antropologico-geografico e come redattore editoriale, ho successivamente intrapreso un percorso professionale nel campo della consulenza aziendale, che mi ha condotto al mio attuale profilo di consulente in tema di comunicazione ed export; nel contempo proseguo nel mio impegno come ricercatore in qualità di cultore della materia, occupandomi in particolare di tematiche inerenti i sistemi di rappresentazione collettiva, l’immaginario collettivo, la cultura popolare e la cultura di massa. Inoltre abbraccio un ampio spettro di interessi culturali nei opero come divulgatore, storyteller ed organizzatore di eventi, spaziando dalla letteratura, alla linguistica, alla musica, al cinema, allo sport.
Dal 2018 sono presidente del gruppo letterario Ammin Acarya di Como, impegnato specificamente nella divulgazione ed organizzazione di eventi nell’ambito letterario e poetico.
Per quanto concerne in particolare la poesia, è una passione che mi accompagna ininterrottamente dall’età di sedici anni e che ho coltivato in modo febbrile nel corso del tempo, divorando letture di poeti dalle più disparate tradizioni ed aree geografiche, per poi cominciare a comporre mie poesie in modo più consapevole dall’età di ventinove anni.
Alcuni miei scritti sono comparse nelle antologie “IPOET” 2017 ed “Il Segreto delle Fragole” 2018 entrambi a cura dell’editore Lietocolle, “Mai la Parola rimane sola” edita nel 2017 dall’associazione Ammin Acarya di Como e sul blog letterario internazionale “L’Ombra delle Parole” a cura del critico letterario Giorgio Linguaglossa.

Ascolta & Leggi: Chinese Man e cinque poesie di Elena Milani

Elena Milani e l’immodestia di una poesia sincera, senza arzigogoli o effetti speciali. In Appennino non è infrequente trovare questa poesia, che poi sa pervadere, entrare, restando spesso segreta. Buona Lettura.

Betty fa finta di fare la bella
fra le caviglie
ci tiene una palla,
gioca coi maschi
e sputa per terra
Betty per oggi
ha smesso la guerra.
Betty ha indossato
un campo di fiori
cuscini e rose
dai tenui colori,
mette un cappello
regalo di mamma,
dalle sue labbra
l’odor di una canna.
Betty è un ragazzo
che ama le donne
dentro se stessa
non è poi un gran danno
e dietro al vetro
di panna velato
finge per loro,
non pensa al peccato.

*

Il mio poeta mi cuce addosso le parole
Segna col gesso i miei contorni
ha l’abitudine di disegnare ali
sulle mie scapole.
Il mio poeta usa forbici affilate di parole
per ritagliar la stoffa ,
aderente,
non mi taglia mai la pelle
e non pungono i suoi spilli
quando risalgono le chine dei miei fianchi.
Nei palmi tiene le mie misure,
dentro gli orli vi infila piccoli baci
che rumoreggiano mentre cammino.

Il mio poeta fa nuova
una stoffa vecchia
con l’arte del suo taglio,
tutto a misura per me.

*

La prima ora del giorno
è così inesatta,
spinge di luce da fuori.
Le dita ancora tinte
dal buio della notte
hanno unghie laccate di stelle,
che farò di loro?
Una puntina graffia un vinile,
saltellante nel vuoto
tenta di ricominciare
dal punto lasciato alla sera.
Un filo d’erba
scarico di verde
mi guarda da una suola.
Vorrei solo un altro quarto d’ora di silenzio
per dimenticare il mio nome.

*

Parlami della forma che dai all’acqua
quando, per dimenticare la ruvida sabbia,
vai in cerca di abbracci di onde.

*

Quando di una notte solitaria
senti ancora il sale sulle dita
e imprechi che non doveva finire
non doveva finire
l’unica notte possibile,
noi frenetici dentro il cono di luce
di luna che cammina
avanti e indietro
per spiarci di sotto
stesi sul pavimento
estensioni esauste
di lenzuola troppo bianche,
noi che con le voglie dei giochi
ci teniamo l’amore
che non vuole finire,
che non vuole finire
in gocce di sale
nelle notti da soli.

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Il mio nome è Elena, ho 56 anni e vivo in una piccola frazione sull’appennino emiliano.
Scrivo da quando sono nata ,cominciando dalle pareti di casa,poi sui diari.
Scrivevo per me, per conoscermi e riscaldarmi con le mie parole.
Forse per lasciare un ricordo ai miei nipoti.
Oggi, nella scrittura,sempre modestissima e senza pretese,ho trovato le persone, la condivisione dei pensieri, una boccata d’aria al chiuso di una solitudine…l’amore per me stessa.

Ascolta & Leggi: Soft Verdict con poesie inedite di Laura Segantini.

Può la poesia essere quella coltre di buio che illumina la vita, lo sconosciuto che fa conoscere? Poesia è tante cose. Scriveva Jim Morrison: La poesia non dice niente, elenca solo delle possibilità. Apre tutte le porte. E voi potete passare per quella che preferite. Ecco direi che la poesia di Laura si avvicina molto a questo sentire, senza ricerca di definizione, ma nella speranza che i piccoli viaggi giungano a destinazione. Perché poi alla fine, sinceramente, tutti scriviamo nella speranza di stare meglio, dopo. Buona lettura.

***

Così questo buio
io l’ho preso
e l’ho messo nelle tue mani.
Ho sfiorato un momento, del tuo silenzio,
e sono scivolata via.
Ho perduto il sentiero,
distratta dall’attesa.
Ed ho lanciato le mie parole
oltre.
Oltre le sbarre di questa gabbia.
E le strade di ieri, ora,
non significano più niente.
Scrivi sul mondo,
una sola parola.
Scrivi per me.
La leggerò.
Oggi.

*

Ti vesti di parole,
ascoltando un nuovo silenzio.
Questo lo sai fare bene.
Ma le maschere cadono, sai.
La notte ha voltato il viso,
non ti vedrà piangere.
Non questa volta,
ma io lo saprò.
Una sola nota d’azzurro,
traspare dalle fronde scure.
Limpida come un sorriso.
E le nuvole sostano,
troppo simili a me.
In un luogo mobile,
indefinito.
Eternamente,
tra la terra ed il cielo.

*

Io non la so descrivere,
quella parte segreta
del cuore.
Che si innamora
del colore del cielo,
passeggiando
tra gli aghi di pino.
Non ti so dire,
quando piange, il perché.
Quando vorrebbe abbracciare il mattino,
e respirare la notte,
tutta intera,
non te lo so dire il perché.
So che tu sei sempre lì,
e domani sarai ancora lì.
E non ti so dire il perché.

*

Noi siamo quelli
col senno di poi.
Ripiegati, doloranti,
senza luce, nel buio.
Noi.
Rinchiusi nel profondo,
neanche un grido
che arrivi in superficie.
Testimoni dei miracoli altrui.
Noi siamo quelli a cui
manca sempre
un solo passo…
Per riuscire a volare,
verso il cielo,
non importa dove…
Ma volare via.
E, di fronte alle nuvole,
qualche volta,
ci viene da piangere.

*

Laura Segantini, autrice del tutto inedita sul piano editoriale, è nata a Legnago (VR) e vive a Vicenza. Ha frequentato il Liceo Artistico Statale Marzotto a Valdagno (VI)

Ascolta & Leggi: Lounge Lizards e poesie di Liliana Casadei

La pagina letteraria di oggi è dedicata a un’autrice mia conterranea: conobbi Liliana Casadei una decina di anni fa, ai tempi del suo esordio editoriale; entrambi pubblicammo per l’Editore Tempo al Libro di Faenza, e prendemmo parte ad alcune iniziative organizzate da Mauro Gurioli, tra cui una trasmissione presso una TV privata di Imola. La sua poesia con l’andare del tempo si è evoluta pur non snaturando la spontaneità potente che ne è caratteristica peculiare. Liliana ha capito quanto sia importante evitare l’arzigogolo e la scarsa comunicativa; il lettore non si stupisce, se ne va. Questa è buona poesia epigrammatica a volte, aforistica in altri casi, ma sempre di piacevole lettura e notevole risonanza. Ringrazio l’autrice e auguro a tutti buona lettura.

SOLE

Anche questa lunga ombra,
che chiamiamo notte,
mi racconta di te.

*

ICEBERG

Aveva l’inferno dentro quella testa,
ma da fuori non si vedeva quasi nulla,
una lieve malinconia.
Come quando da qualche parte imperversa il temporale
e tu vedi solo qualche bagliore all’orizzonte.
Ecco,
quello era il suo inferno.

*

FIESTA

La fiesta alle spalle.
Il miglior mojito è in ogni bar di Cuba.
E mi chiedi perché
sto lontana dalla fiesta.
Perché io amo la foschia delle 6 di mattina
sui colli di Vinales.
Perché il mio silenzio
vince quasi su tutti gli argomenti.
Perché conosco gli occhi più veri
e lì mi fermo.
Davanti alla fame sincera
di un cane di strada.
Perché io desidero la pioggia.
E perché ora non cambierei con nessuna fiesta
queste pagine d’oro,
a navigare nella notte
di chi mi insegnò a vivere
anni fa.

*

TRUE LOVE

A volte
pensavo che la amasse così tanto
che le sarebbe bastato anche solo pensarla,
anche solo per il resto dei suoi giorni.

*

LACKY

Ci sono notti
in cui non dormirei mai
e giorni in cui non vorrei nemmeno esistere.
Tra salvezza e distruzione.

Eppure sei così bella,
anche quando piangi,
ma ancora di più quando trovi una ragione
e ti rialzi.
Sei bella
con tutti i tuoi ricordi
e anche con quelli che non trovi più,
perchè le foto non bastano.

È ora di vivere,
immagino.
E, per fortuna,
c’è ancora tempo.

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Liliana Casadei, laureata in Scienze Antropologiche nel 2009, è nata il 17 maggio 1984 in
provincia di Bologna. Autrice dei romanzi “Come i binari” (2014), “Le Imperfezioni” (2017), “Agnese” (2019) e
delle raccolte di poesie “Oltre le prigioni del corpo” (2010), “Visioni oniriche” (2017), “Oceano di stelle” (2018), “L’isola che non c’è” (2019).

Ascolta & Leggi: Una poesia e intervista a Nadia Alberici (con musica di Ennio Morricone)

SALA D’ATTESA

buongiorno io sono di Correggio

E lei di dov’è?
Io di Rivarolo del Re

Non ci possiamo frequentare
Peccato, stare lontani non aiuta

Però mi sarebbe piaciuto, lei come parla,
Le sue parole assomigliano ai miei pensieri

Questa solitudine per me non è da ieri
E se non stai attento, sbarra finestre e sentieri

Ma lei scusi, che la vedo sensata,
Che ne pensa del matrimonio da donna sposata?

Ohh nei primi tempi vivi con l’amore
Poi si scende in un alveare senza sapore

Beh dipende, va a fortuna
Ma spesso si spaccia amore per desiderio

Quanto vorrei parlare con lei
Mi creda, mi trovo bene, ha un bel profilo
La mascherina non lo rende

Io sarò operato martedì
Al cuore del ginocchio

Troppi calci alla mia vita!

E lei che intervento?

Io agli occhi per troppe lacrime
E un by pass coronarico
Per passare oltre e non guardare indietro.

*

Dove sta andando la tua poesia?

La mia poesia, non so dove stia andando, ma la tengo stretta e cara come risorsa importante di qualcosa che sono. Ho cominciato tardi a scrivere per un desiderio intrinseco a me, come forma mia che doveva uscire. Mi sono sempre cimentata con disegno, ceramica… e sono state passioni di cui avevo necessità.
Sono approdata alla poesia così, una forma artistica nuova e spontaneamente…
Sicuramente ho cominciato a scrivere sull’onda delle emozioni, ma questa cosa non può durare a lungo senza doverti ripetere ed è allora che cerchi di cambiare nella forma e nei contenuti. Tante volte mi ispiro ad articoli che leggo un po’ ovunque. Mi piace l’indagine introspettiva, il senso delle cose, la loro verità, indagare il tempo e le dimensioni del mondo di cui ancora provo meraviglia, e il vivere umano sforzandomi di andare oltre il giudizio e gli stereotipi.
Quando cominciai a leggere i grandi (Campana, Luzi, Emily Dikinson,la Merini, Cepollaro, Transtromer e tanti altri) ho provato la meraviglia. Allora mi sono cimentata. I primi passi con Campana cercando di riprodurre le sue poesie per comprenderne i passaggi, il percorso, gli aspetti più interiori
Poi ho scoperto lentamente che con qualche scrittore mi sentivo più in sintonia che con altri: ho notato una certa vicinanza, forse nel sentire, con alcuni e tuttora succede di immergermi in grande coinvolgimento e di innamorarmi dello scrivere di questi o anche soltanto di alcune loro poesie.
Oggi leggo molti poeti contemporanei sia sul blog che sulla carta e sono impressionata dalle diversità e dalle bellezze che ognuno mette in campo.
Io cambio continuamente, credo, subendo influssi da molti. Mi sono affinata forse. Trovo spazi di riflessione in più e con maggior consapevolezza. Dove vado non lo so ma sono sempre alla ricerca di qualcosa di meglio che mi dia soddisfazione. Mi accorgo quando cresco nel mio lavoro e se dovesse ristagnare la mia poesia entrerei in crisi per il timore di non aver più niente da dire.
Succede ogni tanto, ma l’importante è trovare altri stimoli o altre letture o qualcosa che mi sblocchi.

Puoi spiegare meglio il legame fra la tua terra e la tua poesia?

Il luogo di nascita e dove si è cresciuti credo che resti incollato a tutti. Io avevo l’argine maestro del Po
dietro casa superato il largo cortile e l’orto. L’infanzia l’ho vissuta lì: corse e giochi e rotolate nell’erba alta, scorribande nella golena. Bagni estivi in un’ansa del Po e lunghe passeggiate fino al ponte vecchio e con parte della comunità viadanese a osservare lo spaventoso e quasi miracoloso spettacolo delle esondazioni.
Tutto questo appare di tanto in tanto nelle mie poesie: è inevitabile perché noi siamo i nostri luoghi, il Po è il grande fiume di cui ricordo lo scorrere, le schiume, i gorghi, la spiaggia, il torbido i tramonti. La mia grande sete e un grande amore. Poi impari ad amare anche luoghi dove ti trasferisci e qui non si contano i giri in bicicletta nelle strade secondarie tra le risaie e i fossi.
La poesia, che a volte è il noi più intimo, riporta questa parte interiore. Spesso la poesia che scriviamo esce dal quotidiano e porta in superficie, anche senza volerlo, l’esperienza e le sensazioni dei luoghi vissuti ed è proprio il legame che “fabbrica” la poesia.
La mia prima raccolta “TERRE INCOLTE” è molto legata alla natura dei luoghi che ho vissuto o solo incontrato e riportato in memoria

Su quali poeti ti sei formata?

Direi che quando si è spinti a scrivere poesia, anche se molte volte non la si può chiamare tale, è perché esiste qualcosa appreso durante l’infanzia, magari una sensibilità o una caratteristica dei propri genitori. Anni fa si scrivevano lettere in carta e penna e c’era l’usanza del diario che io ho tenuto. Sia mia madre che mio padre quando scrivevano avevano la tendenza, pur sgrammaticando, a scrivere “bene”, belle frasi, bei pensieri. C’era uno sforzo nel raggiungere una forma scritta toccando emozioni e soprattutto uno sforzo per essere cortesi con l’interlocutore. Si usava così. Mai negli scritti dei miei era apparsa un’offesa sgarbata o volgare, mai parole buttate a caso. La scrittura era una forma superiore d’espressione, era un rappresentare il meglio di sé. Alla scrittura si doveva rispetto come fosse ed è, una forma superiore d’espressione.
Io credo di cercare in me lo stesso sforzo perché alla base ho in mente questa sorta di rispetto nelle parole sgrammaticate ma tendenti al bello di mia madre e di mio padre.
In più mia madre dipingeva fin da giovane, era brava, nelle pause del lavoro dei campi. Ha dipinto fino a circa 94, 96 anni. C’è amore in questa passione, una volontà all’arte.
Da piccola, avevo imparato a memoria alcuni versi della Divina Commedia: un’edizione vecchia con i disegni di Doré.. ancora quando penso alla Divina Commedia sono quei disegni che vedo.
Poi Rodari, le filastrocche lette e rilette con quel senso del ritmo e incredibilmente belle.
Grande impressione Ungaretti, un po’ studiato a scuola, ma soprattutto ascoltato in tv in bianco e nero mentre recitava alcune sue poesie con quel marcato accento sui suoni e così scevre e scarne le parole.
E tanti piccoli incontri sia televisivi con la poesia (Paolo Poli che leggeva Palazzeschi) e con il teatro, che in letture di testi teatrali di Eduardo De Filippo, di Goldoni, di Ionesco e Bekett.
E devo dire anche un elogio (raro) della mia insegnate di lettere per un mio tema breve ma secondo me con senso poetico. Queste cose rimangono talmente tanto che solo adesso me ne rendo conto.
Io però ho cominciato a scrivere cercando la poesia in età avanzata con qualche raro esperimento, mal riuscito, di tanto in tanto. Da qui con sistematicità ho innaffiato e coltivato e dato da mangiare alla mia capacità espressiva con abbonamento ad una rivista e leggendo tutti gli autori italiani e stranieri che venivano proposti. E provando e trovando soddisfazione. Qualche volta seguendo certi autori come una traccia sui cui scrivere del mio. Io non posso definirmi autodidatta, sono improvvisata, istintiva e fuori da ogni corrente o schema o verso. Ciò che mi sento e mi piace al momento. Non voglio cambiare. Non sono una poetessa.
Da quando cominciai a scrivere regolarmente, prima di approdare al blog, alcuni autori mi avevano entusiasmato, come un innamoramento temporaneo: Papuska, Guillermo Fernandez, La Merini, Cepollaro, Luzi (gli stessi nominati prima), e Transtromer che tengo sul comodino, poi una bravissima poetessa mantovana Elia Malagò … Sicuramente ne dimentico moltissimi.
E di seguito i miei incontri con altri bravissimi, che leggo sui blog. Questa del blog ritengo che sia una palestra, un confronto quotidiano che mi spinge a crescere… perché credo che il percorso di formazione di ognuno sia perenne, credo che fino a ché si continua a leggere e scrivere non si arrivi mai ad essere completi.

Ringrazio Almerighi per avermi dato modo di spiegare un poco come affronto la poesia, un invito inatteso
e sicuramente immeritato, vista la quantità e la qualità delle scrittrici e degli scrittori che producono magnifiche cose.

Nadia Alberici

Ascolta & Leggi: Bruno Di Pietro videopoesie con testo

Ringrazio Bruno Di Pietro per avere concesso al blog queste videopoesie corredate dai testi. Una poesia, quella di Di Pietro, ricca di riferimenti storico mitologici ed esoterici (la luna nera per esempio), che conferiscono fascino inusuale a testi già di forte e scintillante bellezza. Dunque, buon ascolto e buona lettura.

sarà come
dopo la luna nera
di quarto in quarto
di marea in marea
sprofondare e rialzarsi
per derive di vénti
e seni e bocche schiuse
(cose da niente i baci)

*

di come un mattino di ottobre
seduto sulla riva del mare
spettinato dal grecale
pesando la retata del pescato
tu abbia immaginato
una nuova terra un nuovo cielo

di come ti sia sembrato labile
il margine fra l’onda e il lido
e avresti voluto per detto
tutto il dicibile

dirai un giorno

e di come allora
fiutato il vento
come un vecchio marinaio
sia iniziato il cammino
verso il non ancora

*

VI. Augusto a Somma evoca Orazio e Mecenate

Tutt’altro che pallida, Quinto, è la morte.
Nulla s’impara nella perdita dei più cari affetti
come in quell’ostile autunno che portò via te e Gaio.
Ritroveremo nell’Ade il sapore
delle olive e del vino della Sabina
e quei silenzi in cui ognuno pensava con se stesso?
Il mio viaggio verso l’origine si ferma a Somma
non si può vedere l’inizio prima della fine.
Sono in quella radura del tempo e dello spazio
che non ha sponde: non più qui non ancora altrove.

Devo salutare le costellazioni
mentre incoronano il vulcano.
Svanisce la quieta maestà delle stelle
di fronte alla minacciosa infinità priva di futuro.
Svanisce l’erba in questi afosi giorni estivi
svaniscono le rose prima del crepuscolo.

È questa la notte dell’antico niente
e persino le ali della luce sono lente
quando non sai più se l’ora passata
è un’ora persa o un’ora guadagnata.

Ascolta.
Il cigolío degli scalmi
lo sciabordío dei remi
annunciano l’avvento del battelliere
( e tu ne tremi).

*************************************************************

BRUNO DI PIETRO (1954) vive e lavora a Napoli esercitando la professione forense.

Ha pubblicato le raccolte poetiche: “Colpa del mare” ( Oédipus, Salerno-Milano 2002)“[SMS] e una quartina scostumata” (d’If,Napoli 2002)“Futuri lillà” (d’If, Napoli,2003)“Acque/dotti. Frammenti di Massimiano” (Bibliopolis,Napoli 2007) “Della stessa sostanza del figlio” (Evaluna,Napoli 2008) “Il fiore del Danubio” (Evaluna,Napoli 2010)“Il merlo maschio” (I libri del merlo, Saviano 2011) “minuscole” (IL LABORATORIO/Le edizioni, Nola 2016) “Impero” (Oèdipus,Salerno-Milano, 2017) “Undici distici per undici ritratti” (Levania Rivista di Poesia n° 6/2017).”Colpa del mare e altri poemetti” (Oèdipus ,Salerno Milano 2018); “Baie” (Oèdipus ,Salerno-Milano 2019)

È presente in diverse antologie fra cui : Mundus. Poesia per un’etica del rifiuto (Valtrend, Napoli 2008) Accenti (Soc. Dante Alighieri, Napoli 2010) Alter ego. Poeti al MANN (Arte’m , Napoli 2012). Errico Ruotolo, Opere (1961-2007) (Fondazione Morra,Napoli,2012) Polesìa (Trivio 2018, Oèdipus Edizioni)
Articoli e interventi sulle sue opere sono presenti in riviste e blog (Nazione Indiana, Infiniti Mondi, ClanDestino, Trasversale, Versante Ripido, Frequenze Poetiche, Atelier, Levania , Trivio , InVerso, Menabò, Poetarum Silva). E’ stato cofondatore con Gabriele Frasca e Mariano Baino della Casa Editrice “d’If” e socio della Casa Editrice “Cronopio”.

Ascolta & Leggi: Erik Satie con una ricognizione metafisica di Davide Inchierchia.

La scienza oggi, tra fenomenologia ed ontologia.
Una ricognizione metafisica
di Davide Inchierchia

Per rispondere alla domanda cruciale che incalza da più fronti del sapere contemporaneo – che ne è della Filosofia nell’epoca in cui «Sophia» si è compiutamente realizzata in Scienza? – sono oggi rintracciabili alcune prospettive di senso che individuano altrettante accezioni del “conoscere” filosofico.

1. Analitica semantico-concettuale e linguaggio.

Se si assume come del tutto evidente la piena identificazione tra scienza dell’essente e gnoseologia teoretico-linguistica; ovvero, se la Cosa coincide senza residui con il Concetto che definendola la determina oggettivamente – idea aristotelica che, attraverso il razionalismo della modernità cartesiana, si compie nella Logica dialettico- idealistica hegeliana e giunge fino ai logicismi e neoidealismi novecenteschi – filosofia
diventa qui il sapere della Totalità, in quanto “semantizzazione” assoluta dell’ente.
Per ogni DATO empirico esisterebbe un SIGNIFICATO razionale che ne descrive analiticamente lo statuto ontologico: ad una analisi di tipo epistemico delle proposizioni predicativo-referenziali si affianca, distinta ma non separabile, la sintesi epistemologica delle loro MEDIAZIONI sistemiche.
Si tratta di una linea interpretativa oggi per certi versi dominante che, a partire dalle discipline scientifico-naturali in senso stretto, si estende ai “linguaggi” che appartengono ad ambiti tra loro formalmente anche molto dissimili (come l’estetica artistica e l’intelligenza artificiale), ma tutti accomunati dal criterio cognitivista – con esiti nominalistici non di rado dalla forte connotazione convenzionalistica – secondo
cui conoscenza sarebbe atomisticamente la sola riduzione tecno-logica dell’ente alle sue “proprietà” strutturali ed elementari.

2. Critica trascendentale e fenomenologia

Laddove invece la stessa scienza si riconosce in termini non obiettivistici e deterministici bensì quantistico-probabilistici, tra il “manifestarsi” dell’essente e il “dire” che lo predica sopravviene una DIFFERENZA ONTOLOGICA che la filosofia ha cura di salvaguardare e tematizzare teoreticamente (non retoricamente).
Oggettività della conoscenza è possibile qui in virtù della inter-soggettività delle funzioni categoriali: l’essente è il FENOMENO che “appare” se e solo se sollecitato operativamente dal concetto; è l’OSSERVABILE la cui “forma” si trova in continua emergenza entro una prassi procedurale di necessaria “trans-formazione” modale.
Ad una scienza dell’ente in quanto SEMBIANTE – idea anch’essa di matrice aristotelica che, filtrata attraverso il criticismo kantiano, nutre il versante post-dialettico tardo-moderno, alla base delle varie declinazioni contemporanee del pensiero husserliano e heideggeriano – corrisponderà pertanto una filosofia ancora della Totalità, ma ora “aperta” alla IN-DETERMINAZIONE simbolica. All’ente nel suo apparire è del tutto costitutivo un “nascosto” quale condizione trascendentale del manifestarsi; la fenomeno-logia del mostrarsi non esaurisce l’onto-logia dell’ente che EX-siste sempre “differendo”; l’essente che si fa OGGETTO di rappresentazioni molteplici per il soggetto cela, in se stesso, la propria “invisibile” SOSTANZA, cui tuttavia il fenomeno fa necessariamente segno in ciascuna delle sue modalità “visibili”.

3. Negazione e decostruzionismo ​

Le costellazioni di pensiero appena delineate, protagoniste del grande dibattito filosofico-scientifico attuale, appartengono entrambe al medesimo orizzonte ermeneutico, non privo di interne contraddizioni. Nella prospettiva analitica così come nell’impostazione trascendentale, per quanto non sovrapponibili nella definizione e nel metodo, il REALE consiste unicamente nella RELAZIONE delle sue espressioni “potenziali”. In effetti sia esso un “fatto” performativo già qui e ora logicamente e tecnicamente disponibile, oppure sia esso indeterministicamente una virtuale “sopravvenienza” di là da venire, l’ente conosciuto scientificamente può “essere” solamente in rapporto ad “altro” da sé: la Cosa della scienza “ri-vela” – non in astratto, ma nella concretezza del suo oggettivo apparire – l’indicabile eppure mai generalizzabile, inattuale SINGOLARITA’ dell’esistente.
«Determinatio est negatio», affermava Aristotele: ogni episteme dell’Universale è possibile alla sola condizione del “negarsi” ontologico del Singolo.
Ora, davanti a tale perturbante “a-poria” dell’essente – l’insondabile “abissalità” insita nella ricerca di un FONDAMENTO che, nel momento del suo ESSER-FONDANTE, si mostra al tempo stesso IN-FONDATO – sono oggi filosoficamente alquanto inefficaci le reazioni irrazionalistiche talvolta rifiorenti del Pensiero Negativo che, nel solco di Nietzsche, vorrebbe riesumare i passati fantasmi del Nichilismo ma che, risolvendosi nella mera retorica del “Nulla nientificante”, non ha più né la forza teoretica né la cogenza storico-epocale delle note istanze nietzscheane.
Sembrano altresì peregrine ed ormai ineffettuali le pur suggestive e prolifiche teorie della Finitezza o del cosiddetto Nuovo Realismo. Il tentativo volto a decostruire genealogicamente i retaggi “mito-logici” di ogni Logos è operazione certo benemerita ed anzi doverosa, ma non sufficiente ed utile fintantoché non diventi autoreferenziale o dai toni patetico-sentimentali: l’umbratile “parvenza” dei nostri limiti conoscitivi –
limiti psicologici, antropologici, culturali – offusca sì il Finito ponendolo costantemente a sospetto d’illusorietà, ma non riesce affatto ad annientare tuttavia il problema del rigenerarsi – idealmente infinito – della sua “manifestatività”.

4. «Physis» e metafisica della presenza

Una discussione filosofica che si dichiari all’altezza della Sophia moderna, un sapere cioè che intenda “pensare” in coerenza e rigore “alla luce” dell’essente – questa radicale “trasparenza” è ciò cui l’Idea del sapiente da sempre va in cerca nella Cosa che “concreta-mente” gli appare – sarà allora di necessità un sapere certo contingente ma che saprà vedere nella scienza (anziché un temibile ostacolo da oltrepassare) una fonte viva ed incessante d’intellegibilità.
Senza pregiudiziali ideologiche di sorta, e a stretto contatto con le genealogie critiche e le semantiche del Linguaggio, la Metafisica può (forse deve) riscoprire così tutta la sua classicità. Ma ciò significa, tornando non ad un pensiero arcaico ma ad un “pensare archeico” – il pensiero dell’Originario – tornare a ricongiungersi e a dialogare nel profondo con la “metafisicità” immanente, seppur spesso inconsapevole, a tanta Fisica del contemporaneo (al contemporaneo dibattito post-relativistico sull’ontologia della materia/energia), la quale – a sua volta rinunciando agli stereotipi dello scientismo dogmatico – sappia beninteso riconoscere la medesima “scientificità” della Filosofia.
Nessun concetto, filosofico o scientifico, nasce concettuale.
Autentica conoscenza sorgerà sempre di nuovo a partire dalla “natura” di Aletheia: da quella primigenia PRESENZA dell’essente, la cui “ulteriorità” è possibile di scorcio RAPPRESENTARE, ma non de-terminare né com-prendere poiché già da sempre l’ente SI PRESENTA speculativamente, riflettendosi nella “interiorità” del pensante.
Potremo dire dunque con Heidegger, parafrasando il Platone del mito della Caverna
(cfr. M. Heidegger, «La dottrina platonica della verità», 1942):
non ci si libera mai davvero dalle “ombre” dei sensi e dell’intelletto, se non uscendo
una volta ancora nell’ “Aperto” di Physis.

DAVIDE INCHIERCHIA è nato a Mantova il 7 giugno 1983, risiede a Curtatone, si è laureato in Scienze Filosofiche a Bologna nel 2008, è libraio (mestiere che francamente gli invidio) presso il palazzo Ducale di Mantova.

Ascolta & Leggi: Agostino Rossi cinque poesie (feat. The Doors)

Seconda puntata delle poesie di Agostino Rossi, questa volta scelte dall’autore.

SORRISO DOLCE

Perché sorgi?

Il fiore si schiude
un passero canta

Le ore rincorrono
il giorno

Bambini gridano
nel parco
madri affacciate
chiamano:
la cena è pronta!

La notte
è attesa del risveglio
di un istante senza buio
senza vita

Speranza

Perché sorgi?

Dopo la pioggia
il sereno

il sorriso

forse

*

FINIRA’ L’INVERNO

Finirà
questo inverno
questa finta
primavera

Sarà solo storia
quando
ci troveremo
a contare
i petali
di una margherita
sfiorita

*

A MIO PADRE

stringi i denti guerriero
devi essere forte
cavaliere senz’armi
soggiogato alla sorte
per quest’ultimo viaggio
con timore si parte

sta ammiccando l’estate
e già bussa alle porte
ma conduce per mano
la promessa di morte
il destino spietato
ha girato le carte

il tuo lento cammino
sta seguendo il sentiero
ed in ogni tuo passo
greve resta un pensiero
ora devi inghiottire
il boccone più amaro

e ripeti pregando
sempre quelle parole

non lo voglio il dolore
dammi solo il coraggio

nei profumi di Maggio
s’appassiscono i fiori
un sudario pulito
di siringhe e dottori

dilavati i colori
e la luce fa male
incessante supplizio
la paura ti assale

e nell’ultimo grido
la tua voce risale

madre cara ti prego
prendi queste mie mani
non lasciarmi cadere
non lasciarmi più andare

oh padre
padre mio
ovunque ora tu sei
per sempre in me sarai

*

GUERRIERO

Non girerò le pagine
del mio quaderno
perché il tuo nome
scivoli
nell’oblio

Non getterò le foto
delle tue stagioni
per imbiancare
pareti

Non salirò la cima
della montagna
per toccare
la luna
quando posso nutrirmi
del sole
e dei tuoi occhi

Resterò immobile
guerriero
di argilla
sepolto
di sabbia
e di tempo

*

CAREZZE

Vorrei dirti
Parole che accarezzano
Quando le mani
Non possono

************************************************

Agostino Rossi, classe 1964, nato e cresciuto a Castel Bolognese, dove tutt’ora risiede, sposato e padre di due figli, spinto dalla passione per il canto, la musica, la fotografia e la lettura, fin dall’adolescenza si cimenta nel componimento di opere musicali (che ama definire “musiche per immagini”) e scritti di prosa e di poesia anche
se, a causa della maniacale ricerca della perfezione, che lo “costringe” a riprendere in mano le proprie opere, non è autore prolifico. Le poesie, come le musiche, sono intrise di nostalgica malinconia, “condizione ideale”
ripete spesso “per alimentare il terreno della creatività”.