Giorni Iblei di Angela Greco versione inglese di Adeodato Piazza Nicolai

A long poem or micro “poema” it doesn’t need categorizing. The writing of Angela Greco is rich, exaustive, but avoids excessive richness/length in its lines, attaining fascination and musica-lity. “The Iblei Days” is the telli of a summer vacation in Sicily, a short vacation. The heat, the fires, the rugged beauties of the Iblea area of Sicily. It is filtered through the eyes of the woman poet, alsays a sharp and accurate trasmutating into poetry. On the other, hand if her creativity did not pass through the eyesight, for the person behind that look we would have a product and not an art work. I invite you to reead this poem, listen to the assonance,to the powerful verses, so lovely to read beause devoid of dried-up branches and dead-end rail tracks. Angela Greco ha chosen very strong and suggestive verses for each stanza openingso so that the reading is not only fascinating but also self-aware. I think that poetry draws new lymph, because in its way this is a renewed style of writing. (Flavio Almerighi)

Iblei Days – inedited by Angela Greco (August 2017)

An owl flies over the awakening. Few cars
behind the glass; another age rises with the sun
from the stone. Voices from the tiny window barely open
instill in the ears absences and dissonance.
Beams seen far away and deep physiological drops
on the involuntary meridian; the zeroed shadow laughs
of the silence behind green reflectors barely slanted.
The parapet aligns the road and shopping bags; get on,
we have time to disinfect our own habits. Little else
rests waiting for us, the hibiscus and his white petals.

Each house has dead fixtures on the outside wall.
The bridge cuts the eyeview in diagonal, we proceed
parallel to the driedup river. On the right side, the wound
of the last recovery opens her eyes on the hillside
burn by August. We live with grasses left to the choice
of a huge, pityless sun. A crack moans un the road;
an olive tree anchors the earth and a agrasshopper
also awaits the sort at three o’clock in the afternoon.
The first floor is on sale held up by mouths that bluff
the muted eye of the nobles left to guard the collapse.

The sun “barocca” [1] the heat; on the circle carved on the door
echoes a distant train towards nord-east.
The old man next door has cane and white hat
to use for morning shopping. On the tilted tile a nest
and a carrub tree sing. The light is blinding. We enter,
there are still dark corners talking to us. Night clings
with the cricket and the last star of an unberable August.
The crack on the wall and the eye far away; in the absence
of rain, a dryness unwanted. Walls without mortar
lie upon cut-down breasts. There is no shade and the road
is marked by one number only. An indication uprooted
like teeth biting lost feet along this place.

The ibean night has eyes of the plains far from the sea.
Outside it seems we can still survive. The corner
of light invests a bridge with many stumps; a river
rises to the south and swallows the earth, making us equal
and gives back transparencies known to your mouth. The morning
then, is a new climax. The wind narrows both eyes and breath;
shakes up the noons, ruffles the tea hour.
Absences ruminate. Here one doesn’t smoke. The breath
is laboring in your direction. The knots undone,
we are trempests beginning to form, waiting for rain.
The way is marked by small cemeteries; brief pauses
among almond fires and August. Time of one flower.
We’ll dry up at the next station ready for Veronica
to wipe away sweat and the road. The sea at our side
until the return.

[1] NOTE: In Italian the verse begins: “Il sole barocca l’afa”—it is na image that offers no translatable alternatives, hence the translator used “barocca” as in the original. The word is a neologism in Italian, from the adjective “barocco”, meaning baroque. (NdT).

© 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of GIORNI IBLEI written by Angela Greco.
All Rights Reserved both for the original and its translation.


ANGELA GRECO was born on May 1, 1976, in Massafra (Province of Taranto). She lives there with her family. In prose she has published Portraint of a Girl at theMirror (Stories, Lupo Editor, 2008); Arabesques Carved by the Sun (Terra d’Ulivi 2013); Personal Eden ( La Vita Felice, 2015, Intro by Rita Pacilio), Crossing me ( Limina Mentis, 2015), with a photography cycle realized with Giorgio Chiantini and an introductive note by Nunzio Tria. Anamorphosis Culture Project, Rome, 2017, Introduction by Giorgio Linguaglossa. Ready for September 2017, Contrary Currents (Ensemble ed. Rome). (© American translation by A. P. Nicolai. All Rights Reserved).


contributi amArgine: Davide Inchierchia “Essere Significato”

Ovvero, la dialettica infinita tra Filosofia e Scienza

Filosofia “è” scienza?

Può accostare la “filosofia” alla “scienza”, modernamente intesa (pura o applicata, sempre téchne è), solo chi non si sia mai veramente accostato alla filosofia (rigorosa e radicale: se non è tale, non è filosofia ma chiacchiera più o meno erudita, di cui si può e si deve fare a meno).
Se la filosofia è un «gioco serio» (cfr. Platone, «Parmenide» 137 b), le scienze sono giochi poco “seri”, ancorché molto seriosi ed utili: ma, si sa, che qualcosa sia utile, funzionante, efficace non dimostra che sia vero ma soltanto, tautologicamente, che è utile, funziona ed è efficace: e queste sono categorie pratiche, non teoretiche, come ognun vede (ma si noterà, altresì, che “utilità, funzionalità, efficacia” indicano lo esser mezzi, quindi asserviti e non liberi, rispetto ad un fine presupposto e condizionante).
Non sono seri perché sono ipotetici ed ingenuamente presuppositivi, presuppositivi quindi “ingenui” (cfr. Bacchin, «Anypotheton», p. 288: “L’ingenuità del senso non filosofico accomuna lo scienziato, nonostante la complessità e scaltrezza delle sue metodologie, all’«infante»: perché senza una preconcetta «fiducia» nell’immediato e nel «dato», nessuna scienza sarebbe mai possibile.”), quindi, astratti.
Ora, il problema è che il proprium dell’astratto è di credersi immediatamente concreto (si noti: *credere* di essere qualcosa che non si è, senza *sapere* cosa si è veramente – ma il vero *essere* sarebbe precisamente il *sapere di essere*, che passa attraverso [mediazione] la critica di ciò che immediatamente si assume [si crede, si opina: doxa, non episteme] di essere).
L’astratto è tale, proprio perché non sa di “essere” tale, l’astrattezza è il non-sapere in cui consiste la pretesa di “sapere prima di sapere” che si chiama “credere di sapere” o “immediatezza” (l’astratto rifiuta strenuamente di sapere la propria astrattezza, cioè di prenderne coscienza, ed esso “è” questo rifiuto): averne coscienza sarebbe già “essere” nel concreto (concretezza, infatti, non è altro che sapere l’astrattezza dell’astratto).
Nel rifiuto dell’astratto di sapersi tale sta TUTTO l’astratto: esso è tutto e solo (in) tale rifiuto, per questo è tragico e comico insieme.

«Essere» non è (non può venire ridotto a) «significare»

Parimenti, sinonimizzare in senso scientifico (ossia in senso concettuale, non solo linguistico) «essente» e «significato», cioè considerare l’essere di ogni ente come un significato, che assume “significanza” e, quindi, “è” se stesso ovvero “è quel che è” solo in (cor)relazione ad ogni altro significato, ebbene tale prospettiva teoretica postula una dogmatica [presuppositiva] è però impossibile [contraddittoria] assolutizzazione ( = estensione all’intero) del significare ossia, in ultima analisi, della Relazione quale Fondamento.
Che è come dire: il significare non può assurgere al rango di “originario”.
Potremmo sintetizzare il tutto anche così, direi: l’Intero non è e non potrà mai essere un significato, non è significabile, non ricadrà mai nella “struttura” del significare.
E perché l’Intero non può decadere a “significato”?
Per la semplice ragione che l’Intero non può patire divisione alcuna (distinzione né da altro da sé, né in se stesso per propria auto-determinazione, come molti “teologicamente” opinano, non potendolo dimostrare).
E non può venire diviso, perché la “divisione dell’intero” risulta inintelligibile (impensabile); e risulta impensabile, perché comporta contraddizione: la contraddizione di un intero (uno, essere) che – per dividersi in se stesso, restando però se stesso – dovrebbe essere, insieme, il suo stesso atto del dividersi (chi altri potrebbe dividere l’intero se non l’intero stesso?), atto che come tale deve essere un atto INDIVISO, ed essere, tuttavia, anche risultato di tale atto di DIVIDERSI, quindi anche (e sub eodem respectu, ché vi è un unico “respectus”: l’Intero stesso, che è necessariamente il Tutto: non si danno due interi) DIVISO.
Che l’Intero (medesimo, sé, autò) sia “indiviso e diviso” (“medesimo e non medesimo”) è la palese contraddizione di un intero che non è tale… e quindi ogni discorso su un intero divisibile od originariamente diviso (cfr. E. Severino, «La struttura originaria») è un discorso che poggia su un assunto contraddittorio, quindi è discorso nullo, vano… è mero “discorso” (parola senza concetto, sofisma).

La Verità (l’Intero concreto) non conosce “progresso”

Se volessimo descrivere (sapendo che nessuna “descrizione” è come tale teoretica… ma nel “saperlo” sta la coscienza teoretica), se volessimo descrivere il movimento della teoresi (filosofia) rispetto al procedere delle scienze, potremmo immaginare l’azione di quest’ultime come un moto di “svolgimento” orizzontale (extensive), mentre il movimento dell’atto teoretico è la verticalità (intensive) dello “approfondimento”.
La verticalità non è una orizzontalità ortogonalmente ribaltata, ma è un, anzi, il trapassamento dell’INTERA orizzontalità, che viene risolta e dissolta nel senso della trascendentalità dall’approfondimento: il quale propriamente non è né passaggio [processualità, svolgimento, accrescimento, gradualità] né stasi [definitività]… poiché è negazione sia della incompiutezza sia della compiutezza.
Ed è per questo che chi si occupa del procedere orizzontale “perde tempo”, o meglio “si perde nel tempo” (perché si dispone nel tempo: si dis-pone, quindi si colloca nel tempo, che è appunto successione progressiva), mentre chi si occupa dell’atto teoretico non ha tempo da perdere, proprio perché – parafrasando un’espressione che Karl Barth riferiva a Dio stesso – “ha sempre tempo”, ovvero ha TUTTO il tempo (lo controlla non immergendovisi, dominandolo).
La filosofia non si contrappone al tempo né sta fuori dal tempo, bensì controlla il tempo (esistenza, storia personale, storia mondana…e tutto ciò che in esso è coinvolto, scienze incluse) e lo domina con un semplice “sguardo”, lo sguardo del Necessario (come tale né utile né inutile).
La filosofia, quindi il filosofo cioè l’uomo che si “asservisce” sovranamente alla libera “autorità” [augere = far crescere] del pensiero autentico ed incondizionato, intende solo la Verità (intero essere) e nient’altro: non si accontenta di essere soltanto “uomo” ed, anzi, guarda con “riso e pietà” (parafrasando Leopardi) le autoesaltazioni dell’uomo: poiché esse non sono il (necessario) superamento dell’uomo, in cui consiste la effettiva dignitas hominis (che è tensione al Valore, al Vero, indipendente dall’uomo), bensì sono il grottesco prolungamento della miseria di essere-uomo, “protesi” della sua impotenza doxastica (tronfia e vana, insieme), di cui le scienze sono, per l’appunto, la longa manus – e, proprio per la loro essenziale coappartenenza, la doxa (non la teoresi) le applaude e le osanna.
È questa la ragione per la quale una “filosofia”, che si (pre)occupasse del “progresso”, si occuperebbe di qualcosa d’altro, che, di certo, non è il Vero ossia l’Intero.
Sarebbe ed è mera antropologia o protesi della umana “volontà di potenza” (che è, come tale, ammissione di im-potenza, cioè di disparità tra volere e potere: la volontà è irrilevante al cospetto della Verità), quindi celebrazione della miseria dell’uomo… la quale, pur esaltata ed esaltantesi, resta miseria.
Per il “progresso” (utilissimo epperò teoreticamente irrilevante, anzi a-teoretico) vi sono già le sedicenti “scienze” e lasciamo volentieri la cura di tale “progresso” a loro ed alla loro funzionale (o “finzionale”?) ingenuità speculativa – ché, se non fossero ingenue (presuppositive, astratte), come potrebbero pro-gredire?
«Il cammino delle singole esperienze è segnato da questa perdita (nell’astratto) che niente può compensare: la scienza, come esperienza di questo cammino, è la più colossale mistificazione del concreto.
Si capisce perché la scienza “eluda” la filosofia e perché solo emancipandosi dalla filosofia essa sia potuta progredire; progredire è procedere integrando le parti ed importa la “divisione”: il concreto non progredisce perché non ne ha bisogno, progredire è il segno non del valore, ma dell’assenza di valore.
Mette conto di osservare come la scienza sia, nella sua formulazione moderna, appunto perché funzione logica dell’integrazione, la più manifesta (im)potenza dell’azione nei confronti dell’Intero e come la concretezza della filosofia sia una cosa sola con la sua impossibilità di valere nella progressione che ne temporalizza i termini.»
(R. Bacchin, Metafisica originaria, p. 114).

Filosofia: scienza del “limite”

Un’ultima considerazione.
Oggi la filosofia corre continuamente il rischio di ridursi a semplice “dossologia”, a mera “storia delle idee”, in una parola, a “scienza del linguaggio”: ciò accade quando la filosofia rinuncia alla propria ‘scientificità’ nelle interminabili decostruzioni critiche del significato (come nel pensiero “post-metafisico” di area francese), o quando la filosofia si illude di ‘scientificizzarsi’ trasformandosi in tecnica d’analisi formale dei concetti (come nel “neo-empirismo” di area anglosassone e americana).
Non v’è dubbio che la sfida contemporanea della filosofia risieda ancora (come per Husserl e per la tradizione tedesca della “fenomenologia”) nel suo rapportarsi alla scienza autentica: il “fatto” scientifico è ancora il “dato” di cui il sapere filosofico deve poter fornire le condizioni trascendentali di “possibilità”.
Eppure ciò non può che avvenire, al nostro tempo, nel senso di una assoluta “differenza” rispetto al passato: oggi al filosofo spetta la responsabilità di riconoscere il “differire” in-finito della Cosa, la sua concreta “e-sistenza” – l’esistere “e-statico” della Cosa – come il radicalmente Altro da ogni Oggetto “de-finito” tramite le categorie o le leggi della scienza.
Ritornando a questa sua Origine abissale, ritornando al suo Inizio – in senso teoretico: al suo “cominciamento” – solamente, la filosofia potrà ritrovare la propria essenza: il proprio essere un “pensiero” che pensa l’Impensabile, il proprio essere un “dire” che dice l’Indicibile, il proprio essere “scienza” del Limite di ogni discorso scientifico.
(cfr. M. Cacciari, «Della cosa ultima»).

letture amArgine: due nuovi inediti di Adeodato Piazza Nicolai

Il poeta e l’attualità si potrebbe aggiungere. Due brani molto diversi tra loro. Il primo proviene dall’onda d’urto provocata dai tremendi fatti di Barcellona. Il secondo è permeato di sarcasmo, speriamo che il fumo non ci riduca a primati, visto che anch’io sono un discreto fumatore. Un grazie all’autore per la fiducia accordata ancora una volta a questo blog, e per la qualità dei testi proposti. (Flavio Almerighi)


Giorni fa non fu Rambo
sulla Rambla di Barcellona
a scucire la vita di Luca ma
un jihadista rabbioso senza
coscienza e con disonore.
Oggi a Dobbiaco sette geniali
ragazzi interpreteranno
la Nona di Beethoven: musica
dei kalashnicov contrapposta
alle note per non dimenticare.
Vita e morte s’incrostano
selvaggiamente su questa terra.
Ciao, Luca. Buon viaggio. …
Pregheremo per te
là dove sei già ritornato …

© 2017 Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 19 agosto, ore 10:25



«Ma la Ruth che sedeva accanto a me
nella mia stanzetta in soffitta alla fine
della giornata, le gambe allungate oltre
il bordo del materasso, la tazza fumante
tenuta con entrambe le mani, quella era
la Ruth di Hailsham, e qualunque cosa fosse
successa durante il giorno, ricominciavamo
[a fumare] da dove ci eravamo interrotte
l’ultima volta che ci eravamo ritrovate così» [1]

Parte prima

IL FUMO causa diverticoli cardiopatici
IL FUMO ammazza – smetti adesso
IL TABACCO fa ricche oltre 70 aziende plurinazionali
IL FUMO causa oltre il 90% dei “buchi neri” ai polmoni
IL FUMO galleggia sulle collettive poltrone
IL FUMO trascrive i dispiaceri dentro i polmoni
IL FUMO rigenera ictus e zero generositàà
I FIGLI (nipoti e pronipoti) dei scalatori hanno varie
probabilità di precipitare
IL FUMO causa contrasti pseudoconciliari
SMETTI di fumare e sgobba al posto dei soliti furbetti
che timbrano il cartellino per andare a fumare
IL FUMO combatte l’infelicità
IL FUMO aumenta il rischio di diventare prepotenti senza cerotti
IL FUMO sa uccidere il feto nell’utero paterno
IL FUMO neutralizza ogni cancro alla bocca e alle narici
IL TABACCO rende multi-billiardarie le varie multinazionali
IL FUMO non asseconda alcuna preghiera

Parte Seconda

[ NOTA: MO si riferisce al “messaggio originale” stampato sui pacchetti di sigarette. MA si riferisce al “messaggio alternativo” proposto, in chiave autoironica, dallo scrittore, che è un fumatore incallito. Ha tentato varie volte di smettere, e fin’ora ha sempre fallito…]

MO = IL FUMO uccide – smetti subito
MA = LA FAME è suicida –non smettere troppo presto
MO = IL TUO FUMO può nuocere ai tuoi figli, la tua famiglia e ai tuoi amici
MA = LA MORTE può nuocere ai tuoi vicini, ai tuoi figli e ai tuoi nemici
MO = IL FUMO causa attacchi cardiaci
MA = IL FUMO promette esondamenti afrodisiaci
MO = IL FUMO causa ictus e disabilità
MA = IL FUMO produce rictus e probabilità
MO = I FIGLI dei fumatori hanno più probabilità di cominciare a fumare
MA = I PADRI dei fumatori hanno più capacità di predicare agli altri
MO = SMETTI DI FUMARE e vivi per i tuoi cari
MA = SE NON SMETTI di fumare vivrai più a lungo dei tuoi cari
MO = IL FUMO causa attacchi cardiaci
MA = IL FUMO attutisce attacchi amorosi
MO = IL FUMO è dannoso per i tuoi denti e le tue gengive
MA = IL FUMO è prezioso per il tuo vizio e le tue sorgive

MO = IL FUMO causa attacchi cardiaci
MA = IL FUMO promette erezioni afrodisiache
MO = IL FUMO riduce la fertilità
MO = IL FUMO causa attacchi cardiaci
MA = IL FUMO ammazza gorilla cardiopatici

MO = NUMERO VERDE 800.554.088 per smettere (di fumare)
MA = NUMERO ROSSO 000.000.000 per ricordare come fumar


© 2017 Adeodato Piazza Nicolai, Vigo di Cadore,
dal mese di febbraio al mese di agosto 2017. Tutti i Diritti Riservati
dalle Multinazionali del Tabacco, le di cui pubblicità sono state citate.
I diritti d’autore sono riservati per le “varianti ironiche” create.

NOTA [1] – Kazuo Ishiguro, NON LASCIARMI, la biblioteca di Repubblica – l’Espresso.
© 2017 Edizione speciale per GEDI Gruppo Editoriale S.p.A, p. 161-162. Diritti Riservati

Cerentari: Almerighi’s Greatest Hits e una manciata di inediti.

I poeti non sono musicisti, sono vecchie carogne spesso e volentieri anche i giovani. Affastellati tutti a un’aspirazione al divismo che cozza con la loro sfiga congenita, e parlo anche di me.
Molti vivono con la forza di ricatti che si fanno e che subiscono se non quotidianamente, quasi.

Per quelli come me, quasi sulla sessantina, arriva anche l’antologia: qui sotto ve la potete comodamente scaricare aggratis



Saluti da Venezia!

In collaborazione con il MiBACT – Polo Museale del Veneto e con la SMAV Scuola di Musica Antica Venezia, Alessandro Canzian (Samuele Editore) e Federico Rossignoli propongono presso il museo di PALAZZO GRIMANI:

7 luglio “Le Metamorfosi” – con Flavio Almerighi, Gabriella Musetti, Francesco Sassetto.

La formula degli incontri prevede un’introduzione musicale a cura della Scuola di Musica Antica, una lettura dei poeti e una discussione sul tema con particolare attenzione al mito e alla sua contemporaneità. A seguire, come d’uso per la Samuele Editore, sarà aperto un open mic dove i presenti potranno proporre un proprio testo.
Per i soli eventi di Callisto l’entrata al Museo sarà ridotta al 50% (2,50 €).
Tutti gli incontri si svolgeranno alle 16.30.
Si consiglia la prenotazione al 0412411507.

Incontri di Poesia a Palazzo Grimani – 7 luglio: le metamorfosi

Se si pensa che la metamorfosi anticamente aveva a che fare con temi fondativi di civiltà, dava ordine al caos originario, un ordine mitico capace di essere compreso dalle popolazioni, assunto come luogo di sacralità che forma le istituzioni civili e il senso della cultura, in questa nostra società iper connessa e neoliberista che ha trasformato ogni rapporto tra persone in rapporto tra oggetti, in cui lo spazio dell’io è metamorfizzato e straniato, messo in crisi, non pacificato da nessuna regola, come sopravvive o cambia o si sovverte il concetto archetipico di metamorfosi?
Gabriella Musetti

Metamorfosi? Riforme? Evitiamo distrazioni. Avvengono generalmente in silenzio, quando ce ne accorgiamo è troppo tardi. Stiamo un passo avanti e non due indietro.
Flavio Almerighi

Sono d’accordo. Il tema metamorfico del mondo antico e medievale può essete un utile spunto un riferimento per il poeta contemporaneo che può trarne immagini simboliche, elementi concettuali da reinventarsi da caricare di significati allusivi e metaforici finalizzati a intervenire sul mondo devastato in cui viviamo. Due passi avanti, appunto. Uno indietro casomai solo per fare meglio i due in avanti. Come hanno fatto, tanto per stare sui giganti, Pavese Montale Pasolini Pagliarani ecc…
Francesco Sassetto

letture amArgine: Beppe Salvia letto da Claudio Borghi

I begli occhi del ladro

E’ presa la vena, carezzala, fa
arco col braccio, appanna il lume, luce
celeste brilla una febbre sul braccio;
scalda l’anima copri lo specchio, fa
che una coltre allontani le voci, la
lamina d’argento s’è scaldata, è
la bianca fiamma che adesso mescola
a una gocciola che tersa traspare
la bianca bianca eroina, la vena
è radice il laccio stringe l’ago
riluce brilla buca il braccio, brina
scioglie che sulle ciglia brillava, va
in vena, è il momento del mantice, la
misura di sidro che versa dal calice,
son chiusi i begli occhi del ladro.

La poesia di Beppe Salvia (Potenza 1954 – Roma 1985) nasce nell’arco temporale successivo a Satura di Montale (1971), a cui alcuni critici fanno risalire l’origine, se non la causa scatenante di un’involuzione progressiva, formale e sostanziale, all’insegna di un minimalismo elegiaco e autoreferenziale, della scrittura in versi nell’ambito della letteratura italiana. Per quanto i testi più intensi di Salvia, legati a vicissitudini stilistiche a cui non sono estranee le influenze dello sperimentalismo della neoavanguardia, siano pienamente riconducibili a una matrice lirico-elegiaca, è indiscutibile il valore estetico ed espressivo della sua opera più rappresentativa, Cuore (cieli celesti), a riprova del fatto che gli stilemi critici precostituiti sono spesso inefficaci laddove pretendano ricondurre la storia della poesia a linee guida schematiche e rigide e il giudizio sulle singole opere a categorie sterili e classificatorie.

Giunto dalla nativa Lucania a Roma nel 1971, Beppe pubblica testi poetici a partire dal 1976 su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Nel 1980 fonda la rivista Braci con Claudio Damiani, Arnaldo Colasanti, Gino Scartaghiande e Giuseppe Salvatori, su cui negli anni seguenti pubblica suoi versi e prose. Negli stessi anni collabora a Prato Pagano, prima almanacco e poi rivista, la cui redazione si riunisce nella casa di Gabriella Sica: sulla rivista escono testi di Beppe, che fornirà un contributo anche alla veste grafica. I libri di Salvia escono tutti, a cura degli amici, dopo la tragica morte a Roma: Elisa Sansovino, Estate (Quaderni di Prato pagano, Il Melograno-Abete Edizioni, 1985); Cuore (cieli celesti) (Rotundo,1988); Elemosine Eleusine, a cura di Arnaldo Colasanti (Edizioni della Cometa, 1989).

La scrittura di Salvia è densa, formalmente compatta, profonda. La sua breve vicenda creativa si risolve, nei libri editi, in poco più di un centinaio di testi, tra versi e prose (in prevalenza versi), in cui traspare una filigrana emotiva fitta quanto fragile, sorvegliata da un’intelligenza che sembra voler stringere la presa sull’opera come fosse il riflesso immediato, contingente e precario, dell’esistenza. Ogni poesia di Beppe è un resoconto esistenziale, anche quando scrive un breve editoriale introduttivo per il primo numero di Braci, uscito nel 1980:

Il lume accanto allo scrittoio

Noi proviamo in questa notte a scrivere della vita e della morte. La letteratura ufficiale ancora adombra con grave e dimessa incuria la volontà di lenire (sorridere è uno stile come tacere) e ispira, subìto pentita, nuove rinnovate schiere di verseggiatori sentimentali e scolari giustamente beffardi. In queste nostre pagine dunque noi proviamo a far vivere ogni nostro dolore o limite o sofferenza o gioia poiché vogliamo ridare allo scritto, un pensiero vergato perché rimanga, il suo più immediato valore che è quello di partecipare esso stesso del vivere, e far vivere anche noi che fuggiamo altrimenti, nel suo duplice calore di ricordo e d’attesa. Poiché del presente il pensare è fuggiasco.
E noi, noi moderni, costretti a sperare o dimenticare, riviviamo ogni giorno un giorno troppo uguale. Si perde così ogni passione. Anche perché le passioni non più scritte o coltivate in una scrittura interiore son tutte eguali. E il piacere è gioia e la gioia è dolore. E il ricordo felicità e la felicità dimenticanza.
Allora non più i nostri versi si ingannano se appaiono confusi, ma ben più grato è il nostro amore per essi se un disteso piacere li rende aggraziati e al contempo un rigore di pensiero li provi al diffuso dolore.
Per non rischiare di contemplare i nostri volti abbiano scritto di essi. Poiché un volto pur bello, e se bello ancor più, ha la virtù di sparire rimediarsi allontanare il suo più profondo rilievo.
Altrimenti in quelle parole a fatica tratte a descrivere passioni e orrori la bellezza è seconda. Il favore che ad esse parole scrivendo chiediamo è di rifletterci il volto mille volte lo stesso le mille volte che esso, è mutevole il tempo, s’acciglia e si trasforma. Non è semplice chiedere questo; è come sedurre il destino, ma nell’opera è l’opera. Il merito e il valore ce ne disinteressiamo.

Il ritmo di questa scrittura è stranamente sincopato, quasi trapelasse un’indecisione circa quello che l’autore sta per fare, quasi non sapesse bene cosa scrivere, eppure da questa riservatezza nasce un ibrido unico, un impasto tra verso e prosa di grande originalità espressiva. Involontaria? Cosa importa? Qui c’è una sensibilità che entra per osmosi nel lettore rendendolo partecipe di ogni passaggio emotivo, quasi la mente di chi legge fosse rischiarata dallo stesso breve lume da cui sono fasciate le mani dello scrittore.
Come paradigmatico della ricerca poetica di Salvia vogliamo considerare il libro Cuore (cieli celesti), senz’altro il suo testo più significativo e inventivo. Si sentono tanti influssi potenziali, di diversissima matrice, da Petrarca a Leopardi a Zanzotto, in particolare si osserva con evidenza il tentativo di trovare una forma personale, senza tralasciare indecisioni ed approssimazioni, a testimonianza di un cammino accidentato, necessario a trovare un’identità, a tracciare un itinerario di verità e bellezza. Per quanto ogni singola composizione sia formalmente risolta al suo interno, si ha spesso la sensazione di una conquista temporanea e precaria se non di una sfida personale con una materia espressiva stilisticamente da dominare, anche a discapito dell’impianto e dell’equilibrio complessivo. La cosa è fisiologica, vien da dire, trattandosi di opere riscostruite da altri laddove l’autore non le aveva predisposte per la pubblicazione, tranne Estate, uscito, per suo volere, curiosamente a nome di una presunta autrice femminile, Elisa Sansovino, indice di una giocosa indole pessoana come di una radicata costitutiva insicurezza circa la propria identità autoriale. In effetti il passo indeciso, per quanto si tratti di testi formalmente molto compatti ed espressivamente efficaci, rispecchia una fragilità che lo stesso autore sembra percepire come irreversibile. Ha talento e fascino (lo testimoniano gli amici, tra cui Claudio Damiani), ma sembra disinteressarsene: sente che quello che cerca e vuole appartiene al regno dell’ineffabile, dell’emozione che sfugge, del centro inattingibile sul piano dell’esperienza sensibile. Alcuni testi, in Cuore (cieli celesti), sono sperimentazioni stilistiche, tentativi quasi formalistici che ricordano lo Zanzotto degli anni settanta e ottanta, in particolare quello di Galateo in Bosco che ritorna al sonetto, in una sorta di volontaria clausura che sa di involuzione manieristica, una barriera interiore a difesa della purezza del centro profondo dalla materia impura del mondo. Beppe padroneggia la forma, scrive sonetti metricamente perfetti ma spesso senza rime, sente di poter dominare lo strumento stilistico, ma gli effetti non possono bastargli, sa di essere su un crinale, sa che la poesia, giunta a perfezione, si chiude nella dissoluzione della forma fine a se stessa. E qui sta il punto di svolta: la poesia di Salvia diventa, di colpo, nudamente lirica ed elegiaca, limpido riflesso dell’io che disegna le trame dell’esistenza, la quotidianità, l’amicizia, l’amore, come precipitando all’indietro di centinaia di anni trova se stessa in un alveo originario, petrarchesco se si vuole, o leopardiano, in apparente aperta dissonanza con lo sperimentalismo perseguito fino a poc’anzi, e in una sorta di terra senza tempo, di pura distillata emozione, conquista la sua naturale grandezza.

Adesso io ho una nuova casa, bella
anche adesso che non v’ho messo mano
ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri
infranti, il legno fradicio. Ma bella
per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città.
Io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna.


A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.


C’è chi, al contrario di me, non dispera,
che con salute e forza e virtù e buona
fortuna, si arrivi a morire dopo
tanti bei giorni, pieni di tantissime
cose di questo mondo o di un altro mondo;
o dopo tanti giorni e quella gioia soltanto
povera dei giorni. Io son felice,
a questo mondo, solo di questo e spero
che a me il destino procuri con le sue
pesti e le pietà e i suoi dolori
un solo giorno più bello di tutti questi
miei dolorosi giorni; o di questo mio
dolore si dimentichi per un solo


il mare è vasto e azzurro come il cielo,
e di questa ritmica melodia
vibrano foglie e fiori e le chiome
ampie dei pini. La malinconia
un tempo m’afferrava quando, vecchio
calligrafo di grigi fogli, ferro
e fuoco sono i versi, della casa
mia infinita, le persiane verdi
e il rosa scialbo e l’edera già grigia,
io sognavo inutilmente. Adesso
io amo questa nostra vita mite
e quei colori e quei versi, e tutta
infinita grandezza e la pazienza
del nulla attorno a queste sillabe.


Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.


I miei malanni si sono acquietati,
e ho trovato un lavoro. Sono meno
ansioso e più bello, e ho fortuna.
E’ primavera ormai e passo il tempo
libero a girare per strada. Guardo
chi non conobbe il dolore e ricordo
i giorni perduti. Perdo il mio tempo
con gli amici e soffro ancora un poco
per la mia solitudine.
Ora ho tempo per leggere per scrivere
e forse faccio un viaggio, e forse no.
Sono felice e triste. Sono distratto
e vagando m’accorgo di che è perduto.


M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine,
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.


Ma oltre queste verità e dentro queste
vuote parole ho perso la misura.
Ora io so soltanto che son seduto
a questo tavolo e che per tanto buone
ragioni ho tempo e odio da spendere.
E mi basta così senza nemmeno
maledire. Non è perdere al gioco,
e poi fa bene vivere. Un’arte
marziale voglio imparare, di che sempre
si possa indugiare di far male.
Un teatro astratto di colpi e pensieri
per i giorni neri. E poi le gioie e insieme
con gli amici far niente.


È quasi primavera, io dipingo
già fuori sul terrazzo, tra odori
di mari lontani e queste vicine
piante di odori. La salvia la menta
il basilico e i sedani dipingo
su tele bianche con pochi colori.
Il verde perché son verdi le piante,
e bianco il bianco nulla della tela,
e il rosso dei tramonti su la vela
del cielo che apre un teatro vero
e questi miei pensieri. Io dipingo
la sera quando i tormenti più vivi
accendono il cielo e bruciano il cuore,
e all’alba quando già nulla è la vita.


Viene la sera, è vero, silenziosa
piove una luce d’ombra e come
fossero i nostri sensi inevitabili
improvvisi, noi lamentiamo
una più vasta scienza.
Aver di quella il frutto
appariscente, la bella brama,
e l’ombra perfino, di sussurri
e di giochi, come bimbi.
Ma io lo so Serena io non posso,
in questi tempi segnati dal segreto
di cui s’invade
la nostra intimità,
vivere adesso se non con tale affanno
e così lieve.
Di questo amaro stento già si fa più vero
un sentimento pago di letizia, al modo
che alla sera insieme
andando per le strade
chiare, l’ho visto, d’ombra
e di segreto,
noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire
salvi quasi per caso, e in questo prodighi.
I baci sono bellissimi doni.

Un commento a questi testi mi pare superfluo: illuminano direttamente il cuore, senza filtri intellettuali, come fa la poesia quando raggiunge il centro a cui naturalmente tende. E questo esito, alto quanto imprendibile, nitido quanto anacronistico, è una sorta di dichiarazione di resa dell’anima alla poesia, in equilibro precario tra semplicità e profondità, al dono unico e raro dell’ispirazione. Si pensi, come utile parallelo, alla contemporanea vicenda creativa di Cesare Viviani, che nella sua prima produzione, dagli anni sessanta alla metà degli anni ottanta, risente di istanze palesemente neoavanguardistiche, per trasformarsi in breve tempo, a partire da L’opera lasciata sola (1987), in una esplorazione interiore spiritualistica e metafisica che si è, più recentemente, trasfigurata nel resoconto di un’esperienza palesemente mistica. Viene da interrogarsi sul senso del progresso, stilistico e contenutistico, in tanti autori, inclusi i cosiddetti maggiori, che spesso hanno trovato la propria identità superando d’un balzo la finzione della ricerca che per decenni ne ha ammantato le opere, come la strada maestra fosse quella da sempre scritta nei testi immortali, non in una vetusta sterile statica tradizione, ma in un eterno presente, il presente dell’emozione che balbetta l’inadeguatezza di ogni io alla vita che deve portare con sé, nel corpo che respira e pulsa e si accende nei sensi.

Questa breva nota vuole essere solo in parte un contributo critico. E’ in sostanza un atto d’amore, a cui si riduce l’esperienza della poesia quando si rivela nella sua nudità, espressiva e primitiva, come la vita intera, in cui si accumulano immagini e concetti e teorie che ci rendono falsamente familiare e accessibile il mondo. La poesia è l’origine, il centro, precede le tante parole con cui ci illudiamo di afferrarla: tra il principio e la fine c’è una corsa senza estensione, che chiamiamo tempo della vita. La spoglia di ogni esistenza è in sé poetica, trascende ogni ricerca formale. Questo dice la poesia di Beppe, questo, al fondo di ogni esistenza, è il senso del contatto con il mistero del mondo e dell’anima, quel fascio di idee sensazioni percezioni emozioni che in un istante diventa cenere, la cenere di ogni opera, testimonianza e sintesi intellettuale-emozionale di vita vissuta.

Due di Uno: Luigina Bigon e Adeodato Piazza Nicolai

Due poeti, due amici, due belle persone: Due di uno. (Flavio Almerighi)


Anche il ficus beniamino
se n’è andato con la stagione,
le vene hanno perso il flusso.
Pallido come uno straccio
braccia scarne mani bianche,
ritto nella gamba
a più speroni non lamenta
prigione alcuna, libero
di volare per altre primavere.
La merla e il suo compagno
si incontreranno per altri nidi?
Forse sì, forse no. Forse vecchi
pure loro staranno zitti
con il becco a mezzombra
tra i rami del pino
o in riva al fiume
a un passo dal paradiso.
Lancio un sasso nell’acqua,
si allargano gli anelli
in una immensa ‘O’
sempre più gigante
con tanti figli
che si allargano nello spazio
senza mai toccarsi,
un infinito senza ombra
e senza piuma, questa la
mia natura nel fiume della vita
senza paura di affogare.

© Luigina Bigon
26 febbraio 2017 h 18,56


Even the benjamin tree
is gone with the season,
the veins lost their lymph.
Pale as a rag
skinny arms white fingers
rigid limbs,it doesn’t
complain of the thorns:
the sure prison, freeflying
toward other springtimes.
The female black bird
and her mate
might make other nests,
maybe yes maybe no.
Old even them
they will remain mute
their beaks in the shade
of the pine branches
or along the river bank
one step from heaven.
I launch a stone
in the water,
the rings expand
in an “O” without end
with many kids
invading space,
a shadeless infinite
without feather, this is
my nature in the river of life
with no fear of drowning.

Copyright 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem UN SASSO NELL’ACQUA by Luigina Bigon. All Rights Riseved.


Solitudine non è restare solo
per ascoltare la canzone di jazz
preferita; alle note nella tua testa,
o ascoltare le ombre sotto il tuo letto.
Non è pensare come la vita potrebbe
scappare una di queste giornate,
cosa potrebbe accadere dopo che
se n’è andata. Non è neanche la tua
cara compagna che dice arrivederci
dopo che la passione è sbiadita.
Amore e solitudine dovrebbero
passeggiare mano in mano attraverso
le foreste ascoltando come canta
l’uccello del mattino, cogliere una viola
inzuppata di rugiada. Forse saremo io
e te sotto la volta del cielo
che balliamo un lento verso il grosso
sasso la cui base non riusciamo a sfiorare.
Ci invita sempre più vicini finché
le dita dei piedi toccano la sponda
che ci richiama ancora di nuovo:
venite per imparare come volare …

©2017 Traduzione italiana della poesia di A. P. Nicolai titolata LONELINESS MY FRIEND. Diritti Riservati dall’Autore.


Loneliness aint being alone
to listen to your preferite jazz
tune, to sounds in your head, or
to ear shadows beneath your bed.
It aint thinking how life might
run away one of these days, of
what might come after it’s gone.
It aint even your dear lady-friend
saying goodbye once passion
has gone its own way. Love and
the lonely should go hand in hand
into the woods to hear the morning
bird chime, to gather a violet soaked
with fresh dew. Maybe it might just
be you and I under the sky slowly
dancing toward a tall stone whose
bottom aint seen. It calls us closer
and closer until our toes touch its
edge that invites us again and
again: come and learn how to fly …

Copyright 2017 by Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 15 march 2017- at 3;17 A.M.<a