Cerentari: Almerighi’s Greatest Hits e una manciata di inediti.

I poeti non sono musicisti, sono vecchie carogne spesso e volentieri anche i giovani. Affastellati tutti a un’aspirazione al divismo che cozza con la loro sfiga congenita, e parlo anche di me.
Molti vivono con la forza di ricatti che si fanno e che subiscono se non quotidianamente, quasi.

Per quelli come me, quasi sulla sessantina, arriva anche l’antologia: qui sotto ve la potete comodamente scaricare aggratis

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NON L’IMMAGINE PRURIGINOSA SOTTO, MA IL LINK AZZURRINO SOPRA E DAI DUNQUE!!

Saluti da Venezia!

In collaborazione con il MiBACT – Polo Museale del Veneto e con la SMAV Scuola di Musica Antica Venezia, Alessandro Canzian (Samuele Editore) e Federico Rossignoli propongono presso il museo di PALAZZO GRIMANI:

7 luglio “Le Metamorfosi” – con Flavio Almerighi, Gabriella Musetti, Francesco Sassetto.

La formula degli incontri prevede un’introduzione musicale a cura della Scuola di Musica Antica, una lettura dei poeti e una discussione sul tema con particolare attenzione al mito e alla sua contemporaneità. A seguire, come d’uso per la Samuele Editore, sarà aperto un open mic dove i presenti potranno proporre un proprio testo.
Per i soli eventi di Callisto l’entrata al Museo sarà ridotta al 50% (2,50 €).
Tutti gli incontri si svolgeranno alle 16.30.
Si consiglia la prenotazione al 0412411507.

Incontri di Poesia a Palazzo Grimani – 7 luglio: le metamorfosi

Se si pensa che la metamorfosi anticamente aveva a che fare con temi fondativi di civiltà, dava ordine al caos originario, un ordine mitico capace di essere compreso dalle popolazioni, assunto come luogo di sacralità che forma le istituzioni civili e il senso della cultura, in questa nostra società iper connessa e neoliberista che ha trasformato ogni rapporto tra persone in rapporto tra oggetti, in cui lo spazio dell’io è metamorfizzato e straniato, messo in crisi, non pacificato da nessuna regola, come sopravvive o cambia o si sovverte il concetto archetipico di metamorfosi?
Gabriella Musetti

Metamorfosi? Riforme? Evitiamo distrazioni. Avvengono generalmente in silenzio, quando ce ne accorgiamo è troppo tardi. Stiamo un passo avanti e non due indietro.
Flavio Almerighi

Sono d’accordo. Il tema metamorfico del mondo antico e medievale può essete un utile spunto un riferimento per il poeta contemporaneo che può trarne immagini simboliche, elementi concettuali da reinventarsi da caricare di significati allusivi e metaforici finalizzati a intervenire sul mondo devastato in cui viviamo. Due passi avanti, appunto. Uno indietro casomai solo per fare meglio i due in avanti. Come hanno fatto, tanto per stare sui giganti, Pavese Montale Pasolini Pagliarani ecc…
Francesco Sassetto

letture amArgine: Beppe Salvia letto da Claudio Borghi

I begli occhi del ladro

E’ presa la vena, carezzala, fa
arco col braccio, appanna il lume, luce
celeste brilla una febbre sul braccio;
scalda l’anima copri lo specchio, fa
che una coltre allontani le voci, la
lamina d’argento s’è scaldata, è
la bianca fiamma che adesso mescola
a una gocciola che tersa traspare
la bianca bianca eroina, la vena
è radice il laccio stringe l’ago
riluce brilla buca il braccio, brina
scioglie che sulle ciglia brillava, va
in vena, è il momento del mantice, la
misura di sidro che versa dal calice,
son chiusi i begli occhi del ladro.


La poesia di Beppe Salvia (Potenza 1954 – Roma 1985) nasce nell’arco temporale successivo a Satura di Montale (1971), a cui alcuni critici fanno risalire l’origine, se non la causa scatenante di un’involuzione progressiva, formale e sostanziale, all’insegna di un minimalismo elegiaco e autoreferenziale, della scrittura in versi nell’ambito della letteratura italiana. Per quanto i testi più intensi di Salvia, legati a vicissitudini stilistiche a cui non sono estranee le influenze dello sperimentalismo della neoavanguardia, siano pienamente riconducibili a una matrice lirico-elegiaca, è indiscutibile il valore estetico ed espressivo della sua opera più rappresentativa, Cuore (cieli celesti), a riprova del fatto che gli stilemi critici precostituiti sono spesso inefficaci laddove pretendano ricondurre la storia della poesia a linee guida schematiche e rigide e il giudizio sulle singole opere a categorie sterili e classificatorie.

Giunto dalla nativa Lucania a Roma nel 1971, Beppe pubblica testi poetici a partire dal 1976 su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Nel 1980 fonda la rivista Braci con Claudio Damiani, Arnaldo Colasanti, Gino Scartaghiande e Giuseppe Salvatori, su cui negli anni seguenti pubblica suoi versi e prose. Negli stessi anni collabora a Prato Pagano, prima almanacco e poi rivista, la cui redazione si riunisce nella casa di Gabriella Sica: sulla rivista escono testi di Beppe, che fornirà un contributo anche alla veste grafica. I libri di Salvia escono tutti, a cura degli amici, dopo la tragica morte a Roma: Elisa Sansovino, Estate (Quaderni di Prato pagano, Il Melograno-Abete Edizioni, 1985); Cuore (cieli celesti) (Rotundo,1988); Elemosine Eleusine, a cura di Arnaldo Colasanti (Edizioni della Cometa, 1989).

La scrittura di Salvia è densa, formalmente compatta, profonda. La sua breve vicenda creativa si risolve, nei libri editi, in poco più di un centinaio di testi, tra versi e prose (in prevalenza versi), in cui traspare una filigrana emotiva fitta quanto fragile, sorvegliata da un’intelligenza che sembra voler stringere la presa sull’opera come fosse il riflesso immediato, contingente e precario, dell’esistenza. Ogni poesia di Beppe è un resoconto esistenziale, anche quando scrive un breve editoriale introduttivo per il primo numero di Braci, uscito nel 1980:

Il lume accanto allo scrittoio

Noi proviamo in questa notte a scrivere della vita e della morte. La letteratura ufficiale ancora adombra con grave e dimessa incuria la volontà di lenire (sorridere è uno stile come tacere) e ispira, subìto pentita, nuove rinnovate schiere di verseggiatori sentimentali e scolari giustamente beffardi. In queste nostre pagine dunque noi proviamo a far vivere ogni nostro dolore o limite o sofferenza o gioia poiché vogliamo ridare allo scritto, un pensiero vergato perché rimanga, il suo più immediato valore che è quello di partecipare esso stesso del vivere, e far vivere anche noi che fuggiamo altrimenti, nel suo duplice calore di ricordo e d’attesa. Poiché del presente il pensare è fuggiasco.
E noi, noi moderni, costretti a sperare o dimenticare, riviviamo ogni giorno un giorno troppo uguale. Si perde così ogni passione. Anche perché le passioni non più scritte o coltivate in una scrittura interiore son tutte eguali. E il piacere è gioia e la gioia è dolore. E il ricordo felicità e la felicità dimenticanza.
Allora non più i nostri versi si ingannano se appaiono confusi, ma ben più grato è il nostro amore per essi se un disteso piacere li rende aggraziati e al contempo un rigore di pensiero li provi al diffuso dolore.
Per non rischiare di contemplare i nostri volti abbiano scritto di essi. Poiché un volto pur bello, e se bello ancor più, ha la virtù di sparire rimediarsi allontanare il suo più profondo rilievo.
Altrimenti in quelle parole a fatica tratte a descrivere passioni e orrori la bellezza è seconda. Il favore che ad esse parole scrivendo chiediamo è di rifletterci il volto mille volte lo stesso le mille volte che esso, è mutevole il tempo, s’acciglia e si trasforma. Non è semplice chiedere questo; è come sedurre il destino, ma nell’opera è l’opera. Il merito e il valore ce ne disinteressiamo.

Il ritmo di questa scrittura è stranamente sincopato, quasi trapelasse un’indecisione circa quello che l’autore sta per fare, quasi non sapesse bene cosa scrivere, eppure da questa riservatezza nasce un ibrido unico, un impasto tra verso e prosa di grande originalità espressiva. Involontaria? Cosa importa? Qui c’è una sensibilità che entra per osmosi nel lettore rendendolo partecipe di ogni passaggio emotivo, quasi la mente di chi legge fosse rischiarata dallo stesso breve lume da cui sono fasciate le mani dello scrittore.
Come paradigmatico della ricerca poetica di Salvia vogliamo considerare il libro Cuore (cieli celesti), senz’altro il suo testo più significativo e inventivo. Si sentono tanti influssi potenziali, di diversissima matrice, da Petrarca a Leopardi a Zanzotto, in particolare si osserva con evidenza il tentativo di trovare una forma personale, senza tralasciare indecisioni ed approssimazioni, a testimonianza di un cammino accidentato, necessario a trovare un’identità, a tracciare un itinerario di verità e bellezza. Per quanto ogni singola composizione sia formalmente risolta al suo interno, si ha spesso la sensazione di una conquista temporanea e precaria se non di una sfida personale con una materia espressiva stilisticamente da dominare, anche a discapito dell’impianto e dell’equilibrio complessivo. La cosa è fisiologica, vien da dire, trattandosi di opere riscostruite da altri laddove l’autore non le aveva predisposte per la pubblicazione, tranne Estate, uscito, per suo volere, curiosamente a nome di una presunta autrice femminile, Elisa Sansovino, indice di una giocosa indole pessoana come di una radicata costitutiva insicurezza circa la propria identità autoriale. In effetti il passo indeciso, per quanto si tratti di testi formalmente molto compatti ed espressivamente efficaci, rispecchia una fragilità che lo stesso autore sembra percepire come irreversibile. Ha talento e fascino (lo testimoniano gli amici, tra cui Claudio Damiani), ma sembra disinteressarsene: sente che quello che cerca e vuole appartiene al regno dell’ineffabile, dell’emozione che sfugge, del centro inattingibile sul piano dell’esperienza sensibile. Alcuni testi, in Cuore (cieli celesti), sono sperimentazioni stilistiche, tentativi quasi formalistici che ricordano lo Zanzotto degli anni settanta e ottanta, in particolare quello di Galateo in Bosco che ritorna al sonetto, in una sorta di volontaria clausura che sa di involuzione manieristica, una barriera interiore a difesa della purezza del centro profondo dalla materia impura del mondo. Beppe padroneggia la forma, scrive sonetti metricamente perfetti ma spesso senza rime, sente di poter dominare lo strumento stilistico, ma gli effetti non possono bastargli, sa di essere su un crinale, sa che la poesia, giunta a perfezione, si chiude nella dissoluzione della forma fine a se stessa. E qui sta il punto di svolta: la poesia di Salvia diventa, di colpo, nudamente lirica ed elegiaca, limpido riflesso dell’io che disegna le trame dell’esistenza, la quotidianità, l’amicizia, l’amore, come precipitando all’indietro di centinaia di anni trova se stessa in un alveo originario, petrarchesco se si vuole, o leopardiano, in apparente aperta dissonanza con lo sperimentalismo perseguito fino a poc’anzi, e in una sorta di terra senza tempo, di pura distillata emozione, conquista la sua naturale grandezza.

Adesso io ho una nuova casa, bella
anche adesso che non v’ho messo mano
ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri
infranti, il legno fradicio. Ma bella
per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città.
Io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna.

*

A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.

*

C’è chi, al contrario di me, non dispera,
che con salute e forza e virtù e buona
fortuna, si arrivi a morire dopo
tanti bei giorni, pieni di tantissime
cose di questo mondo o di un altro mondo;
o dopo tanti giorni e quella gioia soltanto
povera dei giorni. Io son felice,
a questo mondo, solo di questo e spero
che a me il destino procuri con le sue
pesti e le pietà e i suoi dolori
un solo giorno più bello di tutti questi
miei dolorosi giorni; o di questo mio
dolore si dimentichi per un solo
giorno.

*

il mare è vasto e azzurro come il cielo,
e di questa ritmica melodia
vibrano foglie e fiori e le chiome
ampie dei pini. La malinconia
un tempo m’afferrava quando, vecchio
calligrafo di grigi fogli, ferro
e fuoco sono i versi, della casa
mia infinita, le persiane verdi
e il rosa scialbo e l’edera già grigia,
io sognavo inutilmente. Adesso
io amo questa nostra vita mite
e quei colori e quei versi, e tutta
infinita grandezza e la pazienza
del nulla attorno a queste sillabe.

*

Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.

*

I miei malanni si sono acquietati,
e ho trovato un lavoro. Sono meno
ansioso e più bello, e ho fortuna.
E’ primavera ormai e passo il tempo
libero a girare per strada. Guardo
chi non conobbe il dolore e ricordo
i giorni perduti. Perdo il mio tempo
con gli amici e soffro ancora un poco
per la mia solitudine.
Ora ho tempo per leggere per scrivere
e forse faccio un viaggio, e forse no.
Sono felice e triste. Sono distratto
e vagando m’accorgo di che è perduto.

*

M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine,
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.

*

Ma oltre queste verità e dentro queste
vuote parole ho perso la misura.
Ora io so soltanto che son seduto
a questo tavolo e che per tanto buone
ragioni ho tempo e odio da spendere.
E mi basta così senza nemmeno
maledire. Non è perdere al gioco,
e poi fa bene vivere. Un’arte
marziale voglio imparare, di che sempre
si possa indugiare di far male.
Un teatro astratto di colpi e pensieri
per i giorni neri. E poi le gioie e insieme
con gli amici far niente.

*

È quasi primavera, io dipingo
già fuori sul terrazzo, tra odori
di mari lontani e queste vicine
piante di odori. La salvia la menta
il basilico e i sedani dipingo
su tele bianche con pochi colori.
Il verde perché son verdi le piante,
e bianco il bianco nulla della tela,
e il rosso dei tramonti su la vela
del cielo che apre un teatro vero
e questi miei pensieri. Io dipingo
la sera quando i tormenti più vivi
accendono il cielo e bruciano il cuore,
e all’alba quando già nulla è la vita.

*

Lettera
Viene la sera, è vero, silenziosa
piove una luce d’ombra e come
fossero i nostri sensi inevitabili
improvvisi, noi lamentiamo
una più vasta scienza.
Aver di quella il frutto
appariscente, la bella brama,
e l’ombra perfino, di sussurri
e di giochi, come bimbi.
Ma io lo so Serena io non posso,
in questi tempi segnati dal segreto
di cui s’invade
la nostra intimità,
vivere adesso se non con tale affanno
e così lieve.
Di questo amaro stento già si fa più vero
un sentimento pago di letizia, al modo
che alla sera insieme
andando per le strade
chiare, l’ho visto, d’ombra
e di segreto,
noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire
salvi quasi per caso, e in questo prodighi.
I baci sono bellissimi doni.

Un commento a questi testi mi pare superfluo: illuminano direttamente il cuore, senza filtri intellettuali, come fa la poesia quando raggiunge il centro a cui naturalmente tende. E questo esito, alto quanto imprendibile, nitido quanto anacronistico, è una sorta di dichiarazione di resa dell’anima alla poesia, in equilibro precario tra semplicità e profondità, al dono unico e raro dell’ispirazione. Si pensi, come utile parallelo, alla contemporanea vicenda creativa di Cesare Viviani, che nella sua prima produzione, dagli anni sessanta alla metà degli anni ottanta, risente di istanze palesemente neoavanguardistiche, per trasformarsi in breve tempo, a partire da L’opera lasciata sola (1987), in una esplorazione interiore spiritualistica e metafisica che si è, più recentemente, trasfigurata nel resoconto di un’esperienza palesemente mistica. Viene da interrogarsi sul senso del progresso, stilistico e contenutistico, in tanti autori, inclusi i cosiddetti maggiori, che spesso hanno trovato la propria identità superando d’un balzo la finzione della ricerca che per decenni ne ha ammantato le opere, come la strada maestra fosse quella da sempre scritta nei testi immortali, non in una vetusta sterile statica tradizione, ma in un eterno presente, il presente dell’emozione che balbetta l’inadeguatezza di ogni io alla vita che deve portare con sé, nel corpo che respira e pulsa e si accende nei sensi.

Questa breva nota vuole essere solo in parte un contributo critico. E’ in sostanza un atto d’amore, a cui si riduce l’esperienza della poesia quando si rivela nella sua nudità, espressiva e primitiva, come la vita intera, in cui si accumulano immagini e concetti e teorie che ci rendono falsamente familiare e accessibile il mondo. La poesia è l’origine, il centro, precede le tante parole con cui ci illudiamo di afferrarla: tra il principio e la fine c’è una corsa senza estensione, che chiamiamo tempo della vita. La spoglia di ogni esistenza è in sé poetica, trascende ogni ricerca formale. Questo dice la poesia di Beppe, questo, al fondo di ogni esistenza, è il senso del contatto con il mistero del mondo e dell’anima, quel fascio di idee sensazioni percezioni emozioni che in un istante diventa cenere, la cenere di ogni opera, testimonianza e sintesi intellettuale-emozionale di vita vissuta.

Due di Uno: Luigina Bigon e Adeodato Piazza Nicolai

Due poeti, due amici, due belle persone: Due di uno. (Flavio Almerighi)

UN SASSO NELL’ACQUA

Anche il ficus beniamino
se n’è andato con la stagione,
le vene hanno perso il flusso.
Pallido come uno straccio
braccia scarne mani bianche,
ritto nella gamba
a più speroni non lamenta
prigione alcuna, libero
di volare per altre primavere.
La merla e il suo compagno
si incontreranno per altri nidi?
Forse sì, forse no. Forse vecchi
pure loro staranno zitti
con il becco a mezzombra
tra i rami del pino
o in riva al fiume
a un passo dal paradiso.
Lancio un sasso nell’acqua,
si allargano gli anelli
in una immensa ‘O’
sempre più gigante
con tanti figli
che si allargano nello spazio
senza mai toccarsi,
un infinito senza ombra
e senza piuma, questa la
mia natura nel fiume della vita
senza paura di affogare.

© Luigina Bigon
26 febbraio 2017 h 18,56

A STONE IN THE WATER

Even the benjamin tree
is gone with the season,
the veins lost their lymph.
Pale as a rag
skinny arms white fingers
rigid limbs,it doesn’t
complain of the thorns:
the sure prison, freeflying
toward other springtimes.
The female black bird
and her mate
might make other nests,
maybe yes maybe no.
Old even them
they will remain mute
their beaks in the shade
of the pine branches
or along the river bank
one step from heaven.
I launch a stone
in the water,
the rings expand
in an “O” without end
with many kids
invading space,
a shadeless infinite
without feather, this is
my nature in the river of life
with no fear of drowning.

Copyright 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem UN SASSO NELL’ACQUA by Luigina Bigon. All Rights Riseved.

SOLITUDINE AMICA MIA

Solitudine non è restare solo
per ascoltare la canzone di jazz
preferita; alle note nella tua testa,
o ascoltare le ombre sotto il tuo letto.
Non è pensare come la vita potrebbe
scappare una di queste giornate,
cosa potrebbe accadere dopo che
se n’è andata. Non è neanche la tua
cara compagna che dice arrivederci
dopo che la passione è sbiadita.
Amore e solitudine dovrebbero
passeggiare mano in mano attraverso
le foreste ascoltando come canta
l’uccello del mattino, cogliere una viola
inzuppata di rugiada. Forse saremo io
e te sotto la volta del cielo
che balliamo un lento verso il grosso
sasso la cui base non riusciamo a sfiorare.
Ci invita sempre più vicini finché
le dita dei piedi toccano la sponda
che ci richiama ancora di nuovo:
venite per imparare come volare …

©2017 Traduzione italiana della poesia di A. P. Nicolai titolata LONELINESS MY FRIEND. Diritti Riservati dall’Autore.

LONELINESS MY FRIEND

Loneliness aint being alone
to listen to your preferite jazz
tune, to sounds in your head, or
to ear shadows beneath your bed.
It aint thinking how life might
run away one of these days, of
what might come after it’s gone.
It aint even your dear lady-friend
saying goodbye once passion
has gone its own way. Love and
the lonely should go hand in hand
into the woods to hear the morning
bird chime, to gather a violet soaked
with fresh dew. Maybe it might just
be you and I under the sky slowly
dancing toward a tall stone whose
bottom aint seen. It calls us closer
and closer until our toes touch its
edge that invites us again and
again: come and learn how to fly …

Copyright 2017 by Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 15 march 2017- at 3;17 A.M.<a

href=”https://almerighi.files.wordpress.com/2017/04/adeo.jpg”&gt;

note amArgine: FUORI DALLO SCAFFALE

da un’idea di Angela Greco (cui ho collaborato con molto piacere), una buona antologia di autori NON PROPRIAMENTE ALLINEATI. Voci libere, o che si presume lo siano state.
Trovate l’articolo di presentazione qui:

https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2017/06/07/fuori-dallo-scaffale-antologia-di-testi-poetici-non-allineati-a-cura-di-flavio-almerighi-e-angela-greco-e-book-scaricabile/#comments

Potete scaricare aggratis l’e book qui:

fuori-dallo-scaffale-aa-vv-a-cura-di-flavio-almerighi-e-angela-greco-il-sasso-nello-stagno-di-angre

buona lettura

dialettiche amArgine: Davide Inchierchia “Questione della cosa e contraddizione nel pensiero moderno”.

Un interessante discorso teorico speculativo di Davide Inchierchia sulle tre principali prospettive che hanno caratterizzato la modernità filosofica (razionalismo, criticismo e idealismo), pensiero che sta alla base del Contemporaneo.

La filosofia moderna nasce dal riconoscimento di una scissione, una frattura radicale tra intelletto e realtà: l’unità originaria di essere e pensiero – principio ontologico fondativo nella tradizione antica e medievale – non è più (per cause molteplici, ed anche extra-filosofiche) un’evidenza razionale, bensì l’estrema contraddizione della ragione: l’identità del pensiero si rovescia nel pensiero della differenza.
La modernità filosofica è così la storia dei tentativi diretti o indiretti di fronteggiare tale costitutiva aporia della Cosa, con argomentazioni ed intenzioni diverse, ma a partire dalla comune premessa ‘moderna’: la contraddizione della ragione è risolvibile entro i confini della stessa ragione (principio d’autonomia vs principio d’autorità).

La prima via è quella del razionalismo.
Tanto nel mentalismo cartesiano, quanto nel pan-enteismo logico spinoziano e leibniziano (seppur in gradi e modalità non del tutto sovrapponibili) il fondamento ontologico tradizionale è inteso quale presupposto illusorio di una ragione subordinata alle ingannevoli impressioni dei sensi e alle oscurità dei fideismi dogmatici, dunque non ancora pienamente ‘razionale’, ossia ancora mitica in quanto fatalmente pre-conoscitiva. Con l’avvento della nuova scienza della natura si dimostra invece che la realtà altro non è che materia caotica e informe: la ragione matematica e fisica è ciò che soltanto può conferire forma e ordine ‘legale’ al mondo. Non vi è alcuna unità sostanziale tra essere e pensiero in senso universale, bensì l’instaurarsi contingente di un rapporto estrinseco tra il soggetto e il ‘suo’ oggetto particolare: la frattura, la contraddizione è pertanto annullabile dal punto di vista della sola idea “chiara e distinta”, cioè della mente dell’individuo che esercita la ‘potenza’ del proprio intelletto calcolante sulla natura ostile ed estranea, trasformandola in tecno-logia.

La seconda via è quella del criticismo.
Anticipata dagli empirismi berkleyano e humiano, la teoria kantiana della conoscenza sviluppa il razionalismo in direzione critica (illuministica): la ragione non è ‘esterna’ alla natura, bensì ne costituisce un’espressione interna, specifica. Non sussiste contraddizione netta tra pensiero e realtà, piuttosto una corrispondenza aperta, garantita dalla facoltà non meramente riproduttiva ma produttiva della “rappresentazione”: originaria non è l’identità, ma la “relazione”. La trascendenza della cosa, la sua estraneità rispetto all’intelletto è il ‘dato’ di partenza del punto di vista naturalistico, immediato, che si tratta di sussumere ad opera di una più profonda mediazione “trascendentale”. Essere e idea, intuizione e categoria sono le polarità in sé irriducibili, infinitamente asintotiche, di una (seconda) “natura” fenomenica che nasce dallo scambio simbolico – insieme sensibile e sensato – tra la soggettività della ragione e l’oggettività del mondo: la cosa “appare” in virtù della concreta attività esperienziale di una mente che ne deve poter fornire un’adeguata “immagine”.

La terza via è quella dell’idealismo.
L’universalismo romantico dei sistemi fichtiano e schellinghiano confluisce (nonostante le rispettive, profonde dissomiglianze) nel sistema speculativo della dialettica hegeliana. Pur condividendo con razionalismo e criticismo il rifiuto dell’ontologismo scolastico tradizionale, l’idealismo non accetta la pregiudiziale anti-metafisica che caratterizza il ‘modernismo’ scientista. L’unità tra essere e pensare non è solo il retaggio arcaico del sostanzialismo pre-moderno, non è il frutto di una costruzione intellettualistica o di un’illusione non scientificamente fondata: vera scienza – indistinguibile dalla vera metafisica – è possibile al contrario proprio laddove ragione e realtà siano fondamentalmente Uno. Se d’altronde l’episteme antico pensa tale unità come già compiuta, come attualità “ineffabile”, già da sempre ‘antecedente’ ogni eventuale enunciazione discorsiva che della Verità reca “memoria”, l’episteme moderno (giusta la risoluzione vichiana di “verum” e “factum”) sa che l’unificazione è sempre l’esito di un’“effettuazione”, che il Vero è il risultato, l’attuarsi di un processo di “comprensione”. L’essenza del reale è il “realizzarsi” dell’idea; reciprocamente, l’idea assume realtà nel “concetto” che la esprime. Ma per giungere a tanto la ragione dovrà attraversare proprio l’originaria ‘astrattezza’ della contraddizione che è essa stessa a produrre: ciò che alla coscienza fenomenica a-storica pare “altro” dal pensiero (tesi), in verità, è l’“estraniarsi” da sé del pensiero medesimo nella storia (antitesi): autentica conoscenza dell’Essere sarà dunque l’autocoscienza fenomeno-logica di questo “togliersi” del finito, del “negarsi” di esso nell’infinità del sapere (sintesi). La ragione “logica” diviene così “teleo-logia” dello spirito. Lo spirito è l’Assoluto poiché assoluta – non solo rappresentativa o trascendentale – è la mediazione dell’intelletto, ovvero la “riflessività” della Cosa, ‘manifesta’ unicamente nell’assolutezza del suo sapersi eidetico in quanto “non altro” da sé.

Nel complesso, i tre indirizzi teoretici qui appena delineati – a prescindere dal loro succedersi diacronico nel tempo – sembrano infine illustrare, non già tre alternative della filosofia moderna, bensì più significativamente tre articolazioni filosofiche del Moderno. Alla (presunta) emergenza della “contraddizione” necessaria ricorrono in effetti tutte queste prospettive che, da Descartes ad Hegel, passando per Kant, intendono rispondere – in direzione opposta rispetto al paradigma antico – alla questione classica sul senso della “cosa” (ora interpretata nei termini alquanto equivoci di “totalità”).
Una necessità che si autodefinisce ‘ideale’, e che tuttavia lascia trapelare molto, forse troppo, dell’origine ‘ideologica’ da cui trae le proprie mosse: quella cruciale, iniziale aporia intellegibile dell’“essere” che – contraddicendosi – pretende di essere “intellegibile”.

Davide Inchierchia

note amArgine: Monica Guerra legge Ombre coi tacchi a spillo di Nais Aloisi

Recensione di
Monica Guerra

Nel libro di Naïs Aloisi Ombre coi tacchi a spillo il lettore si trova calato in una danza di parole che accasa gli elementi del macrocosmo nel microcosmo. Nei primissimi versi incontriamo un cielo risucchiato, per mezzo di un languore del tutto umano, dentro una pozzanghera e tutte le cose dell’universo sono immediatamente poste in stretta correlazione le une dentro le altre.
Nulla appare isolato o a sé stante, al contrario, tutto partecipa e compartecipa, talvolta germoglia e feconda; l’uomo e tutti gli elementi, finanche forse i non viventi, coabitano la medesima dimensione della vita.
La Poesia, come atto generativo, è riconducibile alla natura che, attraverso le nuvole, si fa portatrice di un seme che feconda i pensieri e a un vento che restituisce al lettore, quasi in ogni lirica, la suprema voce – o talvolta persino lo sguardo – dell’ineffabile.
Micro e macro ballano all’unisono, senza tagli o fratture, senza consentire l’individuazione, in modo esatto, di un confine: una goccia di mare si fa vena e all’interno di ogni elemento si scova una specifica, talvolta luminosa e talvolta ombrosa, anima. Quasi panteistico, a mio avviso, è il sentire dell’autrice, e lo s’intuisce dal modo in cui si rapporta al tutto, nel suo conferire un’anima pigra all’inverno e una nitida voce alle maree.
Ho amato, nella lettura, alcuni versi in particolare, di quel genere
di amore che non può prescindere da un piccolo piglio d’identificazione e allora riporto qualcosa che davvero sento anche mio:
in certe ore d’estate / non sei mai sola / la
luce del tramonto / moltiplica l’anima
/ dei papaveri
; una Poesia che carezza l’animo, che lenisce la
solitudine e che non consentirà più al lettore di guardare un campo
fiorito allo stesso modo.
La poesia di Naïs è Poesia dell’istante, il tempo dai suoi versi non
emerge come una linea orizzontale, percorribile avanti e indietro lungo il binario del ricordo, bensì è uno scrigno all’interno della quale la memoria è commistione di passato e di presente e, nonostante un miscelare sapientemente gli ingredienti nei versi, il prezioso forziere è collocato, in una geografia dell’anima, in un luogo “elevato” e ben definito: basta salire quei gradini.
Istantanea e sconfinata, la Poesia è come aria, in grado di travalicare, grazie alla sua leggerezza, gli ordini prestabiliti e i conformismi e di risalire, controcorrente, il corso dei pensieri per frugare, senza timore, nell’eterno.
Naïs non teme l’ombra, la accoglie, scaldandosi alla luce fredda della luna, indaga il mistero per migliorarsi, per innalzarsi sopra la sfera della materia, ed è tutto un fondere il dentro e il fuori, confondendo in modo sapiente e consapevole le carte dell’umano, mentre l’anima si succhia come in un gioco fanciullesco dalle dita, gli angeli, forse a differenza degli uomini, non si tolgono le scarpe – eppure partecipano anch’essi, in modo naturale, al panorama dell’umano – e i passeri, come fosse assolutamente normale, danno la precedenza ai santi. La parola poetica diviene indagine, consapevole del suo limite, eppure tesa a superarlo, infaticabile nel percorrere una strada che è solo viaggio e che non può raggiungere in definitiva nessuna meta. Attraverso i testi, l’autrice narra di luna e di vento, di stagioni e del tempo, ma soprattutto nomina l’anima, un’anima che odora e che è quindi immediatamente riconducibile a un qualcosa di umano e di familiare. Non serve chissà quale pratica meditabonda o religiosa per destarla ma essa vive e schiuma per i gesti semplici del vivere, per un tocco, per una voce, un qualche elemento che stabilisca un piccolo eppure autentico contatto.
Se i tacchi a spillo evocano il femmineo in generale, la figura della
madre, tanto quanto la donna che genera quanto la terra che accoglie
– senza un netto distinguo -, è l’archetipo materno che emerge in
modo spiccato da molteplici liriche e che, cullandoci sui seni e
allattandoci, ci consente l’affaccio alla vita.
L’autrice dimostra un ascolto attento, una predisposizione a cogliere
la magia delle piccole cose, una tensione a entrare in sintonia con
ciò che la circonda. Talvolta il suo sguardo si fa fanciullo, come se il bambino fosse vicino alla forma più alta e completa dell’umano,
come se la purezza che lo abita fungesse da contrappeso nei confronti
di una corporalità che, crescendo, prenderà il sopravvento e che, inevitabilmente, relegherà l’anima a rintanarsi in qualche anfratto recondito, forse in un luogo imperscrutabile e fiabesco laddove i timidi preparano, sapientemente, l’ombra alle margherite (dalla Rivista Tipographie)

OMBRE COI TACCHI
A SPILLO
di Naïs Aloisi
IL VICOLO Editore – Cesena, 2017
Collana “Sfridi”
pagg. 48, Euro 10,00

( plenilunio

non so spiegarmi questa luna
snidata dal canneto
al primo sospetto della sera

ho ballato da sola
e ora buttata sul letto
fingo di dormire
perché almeno un’ombra
resti a scaldarmi i piedi

forse una storia lega
i miei silenzi ai suoi risvegli
dove nessuno vola

o forse perdo le parole
scivolando ai bordi della vita
e lei per paura di cadere
annusa l’orizzonte
intonando il canto delle maree
*
( vespri

in certe ore d’estate
non sei mai sola

la luce del tramonto
moltiplica l’anima
dei papaveri
*
( eco ancestrale

l’anima non è un morso di vento
dentro a un corpo distratto

una rondine sfuggita ai cherubini
in un volo sghembo
per diventare il frutto del grembo
del mio grembo

in questa sera d’estate
così calma da sembrare altrove
sento fusa in gola
per ogni lembo di cielo
illudendo piccole preghiere sfinite
fra le sue unghie di gatto
ma non so stanarla

allora mi siedo sulla riva
abbagliante dei sogni
e aspetto di sorprenderla lì
dove i timidi preparano l’ombra
alle margherite
*
(il primo passo

forse la gazza
mi ha beccato le mani
volando più in alto
dello sguardo
una freccia impertinente
del mattino

o il vento e la paura nel vento
che solleva anche le serpi
e i vigliacchi

forse ho ingoiato l’erbavoglio
con ogni primavera
stipata fra gli ormoni
di mia madre
il respiro più dentro

ma in quell’istante
mi sono alzata
barcollando verso l’infinito
il dito in bocca
a succhiare l’anima
per guardare la luna
fra gli sciocchi
*

Nais Aloisi, nata in Francia (alcuni critici spiegano in questo la musicalità del verso) e vissuta, per un certo tempo, a Ginevra, risiede a Cesena dove svolge attività d’animazione in un laboratorio teatrale
e dove ha collaborato al foglio letterario Libere Carte e L’Agenda.
Partita dalla scuderia della Rivista Forum-Sesta Generazione dove
sono state pubblicate le sue prime poesie ( “nel gioco chiaroscurale
del suo ordito linguistico, straordinari certi attacchi che portano
al cuore di una lirica elegante e sofferta nel gioco delle ambiguità”
Celso Zappi) , suoi testi sono nelle Antologie La Doppia Dimenticanza,
Premio Satyagraha (Forum), Voce Donna 1995 ( IL VICOLO & Il Ponte Vecchio), I Contemporanei (Venezia,Gruppo Editrice Veneta ), Agenda della Poesia 2004, 2005, 2015 ( IBISKOS).