Altre voci – Alberto Rizzi. (Monstra e Una distanza immane) Scambio di vedute con l’autore.

Colloquio di Anna Leone con l’Autore Alberto Rizzi con un video tratto dalla presentazione di Monstra a Ferrara lo scorso maggio.

Intermittenze. Scritture di Anna Leone

Di Alberto Rizzi ho a disposizione alcune sue raccolte da lui inviatomi, per esattezza: Poesie incitanti all’odio sociale, Monstra, Annuario, Una distanza immane. Questo mio non vuole essere una critica letteraria, non avendo titolo, né strumenti per poter avvallare appartenenza e aderenza a stili o negare eventuali  velleità stilistiche, capovolgimenti e innovazioni  linguistiche in campo poetico. Ho la fortuna di poter interloquire con Alberto e questo mi rende più facile la comprensione dei suoi testi, proprio per quello scambio di vedute che va oltre le questioni puramente linguistiche .

Mi appresto, qui, a farvi parte di una serie di e-mail che attestano quanto sopra detto.  Vi lascio anche le coordinate  perché possiate leggere note biografiche e bibliografiche dell’autore, perché non avrebbe senso fare io un copia e incolla da altri siti. Di mio metto il parere positivo per un autore che fin dalla metà degli anni settanta si è…

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Ascolta & Leggi: Otto confessioni di Anna Lamberti Bocconi (con Ivano Fossati)

Carissimo Flavio, finalmente, vincendo le mie resistenze, ho fatto la compilation da darti. Ti ringrazio molto. Sono otto poesie che mi piacciono, e che comprendono anche le più nuove. Un saluto e grazie ancora!

E sono otto poesie che piacciono molto anche a me, Anna. Sono nel solco dell’ottima scrittura, eppure tutto il cattivo odore e i profumi della vita si avvertono benissimo, rendendo la tua poesia facilmente riconoscibile. No, la poesia non ti ha affatto abbandonata. Ti ringrazio per la gentile concessione dei tuoi inediti, sperando abbiano la diffusione che meritano queste piccole opere d’arte.

1

Fotografami stamattina
dove lo sai che sto io
con il caffè col gatto in cucina
con gli occhi spiritati
fammi una foto con la Reflex
con una macchina reale
vedremo che cosa esce.

Sono un poeta rovente
tranquillo come una pietra
l’acida carta del tempo
rivelerà la figura
somiglierò un po’ a mia mamma
nella bellezza straziata
che spinge la vita indietro.

Fotografami con la Sfinge
la mia magnifica bestia
ho in mano un pezzo di vetro
vediamo che cosa esce
dalla mia musica triste
dai miei bicchieri rotti
che cosa si compone.

Il cielo si è rispecchiato
come un profumo fugace
sulle mie dita sottili
nel mio tabacco da fiuto
tra i fiumi delle mie vene
aspetto dunque lo scatto
vediamo che cosa viene.

2

L’arte di perdere
non parlava, pedalava in solitudine
a ruote sgonfie di incoscienza
ragionando sul cha cha cha dei sassolini,
fischiettava, era un fornaio
di notte sul profumo del pane –
l’arte era perdere il sole
svanire verso occidente
ma nel buio sentirsi immensi,
specchiati in un’eclisse,
era esercizio narciso
con le tarme sotto le pezze.

3

Mi ricordo di uno scrittore
ubriaco sul mio balcone
accasciato dopo il languore
la mollezza del disonore
come inutile e vecchio il gioco
che si immagina sia l’amore
anche solo come passione
uno scambio senza parole
ombre forme persone sole
un riflesso dentro un bicchiere
io romantica come il fuoco
commovente di giovinezza
mi buttavo ma per vedere
non capivo ma per sapere
e la luna da quel terrazzo
mi centrava la pelle nuda.
I miei occhi sul suo profumo,
un celeste fiore notturno
incubava la sorte cruda.

4

La poesia solitudine bellezza
che cerca di esser detta disperata
tramite poca voce misurata
su un numero di sillabe coerente

carezza a mano aperta sopra il nulla
la vita che è passata malamente
fiotto di luce d’oro tra la culla
e la tomba del folle senza pace

la cosa che ti piace la parola
estratta tra infinite proprio quella
lo sforzo di cavarla ancora ignota
dalla miniera del verace e solo

unico senso unico del senso.

Ho freddo son barocca son Marino
ho freddo ora son Leopardi ucciso
son Bobby Solo mi ha solcato il viso

la lacrima che dice tante cose,
anche se non lo sai se non lo so
perché si è rovinato il mio destino

nel buio e senza ragionevolezza.

5

Se la poesia è in me morta chiederei un canto di fenice,
povera fine mia: vorrei fotografare un cigno
cattivo come un’oca e crudele come l’uomo,
vedere cos’è successo, chi me l’ha messo l’ostacolo
insormontabile, il masso tagliente la pietra lavica
l’incandescente diventato nero.
Vorrei che al cimitero delle parole
ci fosse sulla fossa la mia figura,
lì dura, al naturale, come a quindici anni;
che uno, passando, se la ricordava:
“Anna, le sue poesie, com’era brava a scrivere…”
Chi me lo dice, adesso, che devo andare?

6

La nube lanciata per gioco
in cielo, a caleidoscopio
la guardo ruotare, sfrangiarsi.

La sera che sale dal fondo
respira profondo, da anziana
col petto gigante: ha fame di bianco.

Oh sera tu strega il morso ti sfugge
la piccola nube si sfiocca
in lana tagliata d’agnello

è neve sull’imbrunire
pois, gocce sul mio cuscino
piovute a ventaglio. L’artiglio assassino

ha dato il suo rosso violento
di gola, il tramonto infuocato,
poi lento ha mollato la presa.

Chi è salvo è perché ha trasformato
il gioco d’infanzia del latte
in forma discesa sul mondo

molteplice, disseminata.
Chi è salvo è poeta d’annata
che ride disperso nel bianco.

7

Eremita che ero volevo il sole
fui solitario per trovarti
peregrinai come un povero,
imperatore nascosto tra i cespugli
chiesi consiglio al papa giudizio al matto
e non capivo quando sbagliavo
erano mie le bagatelle per un massacro
privo di temperanza e sotto le stelle
la mia corona era piena di terra
sotto la luce della luna
sì, ti ho cercato innamorato
ti ho rimirato a testa in giù
sì, mi scoppiavano anche gli occhi
ed alla fine sono nato,
io sbertucciato e insanguinato
sono resuscitato,

senza perché nel mese del coraggio
per violare gli arcani insieme a te.

8

Contrattura di un muscolo dolente
a sinistra del petto. Mima il cuore.
Riconoscenza ingrata della vita
che ti bussa alla porta col dolore
e dice “Sono io! Sei proprio tu,
felice che mi ospiti! Ti stringo,
amore individuale, ti tormento,
ecco, son qui, esercito il possesso”.
Io invece metto in atto la ragione
mi fa male lo sterno e non importa
cerco la musicalità dei versi
massaggio il Voltaren sopra le costole
non cedo di una virgola, sto al posto
che mi compete, il posto del valore.
Son qui alle sette di mattina, triste,
mi sento sempre il solito soldato.
Valore ce n’è tanto, ma è il volere
che fa difetto, o meglio: non ha oggetto.
Sono rimasta volontà assoluta
un sasso in bianco e nero un chiodo al muro
grumo di resistenza senza scopo.
La mia fortuna è nell’endecasillabo,
l’abilità in parole il solo sole:
e menomale, menomale tanto.
Mi esprimo, scrivo bene e me ne vanto –
e per il resto potete anche andare.

Anna Lamberti Bocconi è nata a Milano nel 1961. Svolge consulenze su testi e tiene corsi di scrittura nell’ambito del sostegno alla salute mentale. I suoi libri più recenti sono la raccolta Teatro
dell’amore (Le Voci della Luna/Dot.com Press, 2015) e il saggio Adolescenza e droga. Uno studio sociologico, neuroscientifico, psicologico e giuridico (coautore Matteo Rossi Renier, Alpes Italia,
2017). Ha pubblicato in poesia: Sale Rosso (1992, Stampa Alternativa), Crasi e Una poesia (1994 e 1999, Pulcinoelefante), Il vino di quella cosa (1995, ristampa 2004, Campanotto), Devi chiamarmi
sempre (2005, Campanotto), Canto di una ragazza fascista dei miei tempi (2010, Transeuropa), Bastarde senza gloria (2013, Sartoria Utopia, insieme ad altre sei autrici), La signorina di CroMagnon (2014, Sartoria Utopia); in prosa Sola sul cammino (1999, Xenia), La forza della preghiera (2000, Sperling e Kupfer), Sono stato quel ragazzo (2005, Società Editrice Barbarossa), Rumeni
(2009, Stampa Alternativa), Violenza sessuale. Diniego e minimizzazione (coautore Matteo Rossi Renier, Alpes Italia, 2016). Come autrice di testi di canzoni ha collaborato con Ivano Fossati (in
Discanto), Fiorella Mannoia (in Gente comune), Ornella Vanoni (in Argilla), GianCarlo Onorato (in Io sono l’angelo, Falene e Sangue bianco), Pier Dragone (in Fame di vento). Suoi lavori sono
apparsi in diversi blog e antologie.

Ascolta & Leggi: FLAVIO ALMERIGHI – Isole (grazie al barman Antonio Bianchetti) musica di Charles Lloyd e Lucinda Williams.

A distanza di qualche settimana un sentito grazie al Barman e all’Associazione Acarya, con ottima musica da Lui segnalata.

Sourtoe Cocktail Club

flavio almerighi isole

Venerdì 14 giugno, presso la sede del Gruppo Letterario Acàrya di Como, per il ciclo “A colloquio con l’autore”, c’è stato un incontro con il poeta Flavio Almerighi, il quale ha presentato la sua ultima pubblicazione intitolata “Isole“. E’ stata una serata molto interessante, in cui, oltre alla lettura delle liriche del libro in questione e dei significati appartenenti al titolo stesso, c’è stato un bel dibattito sul fare poesia di oggi.

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Ascolta & Leggi: Ivano Fossati Discanto, Francesco Sassetto Inediti

L’uomo ha camminato sulla Luna, inciampa sulla Terra. I poeti inutilmente indicano buche, le colmano, altrettanto inutilmente. Perché il destino di un poeta vero è quello di ritrovarsi solo, nudo, inascoltato. Francesco Sassetto, ecco lui sì, è un poeta; per il dono della sintesi nell’esperienza e il filtrarla in una sua personalissima, costruttiva, malinconia. Forse per questo siamo così affini. Le nuove poesie, qui sotto in anteprima, tutte in lingua (non dimentichiamone la straordinaria capacità di versificare in dialetto veneziano) sono lo specchio fedele dell’attuale, brillante momento poetico di questo autore. Anteprima di una nuova raccolta di prossima realizzazione dal titolo “Il Cielo sta Fuori”, l’uscita per i tipi della Samuela Editore, è prevista per il prossimo futuro. In questi inediti c’è tutto il sapore della poesia di Francesco, la sua forte e singolare capacità di saper osservare: una forte affinità, pur nella diversità, con le straordinarie visioni del quotidiano di Emanuel Carnevali o, con maggiore levità, di Raffaello Baldini. Non posso che dire bene di questo bouquet di poesie di Francesco Sassetto, buona lettura.

Mani di rosa

Le ragazze cinesi stanno là, notte e giorno,
chiuse nel semibuio delle camerette,
prigioniere di un congegno di mercato,
obbedienti al gestore, il padre padrone.

Le ragazze accarezzano la pelle del pagante
con movimenti sapienti, con
cortesia sorridono sfiorando gli occhi
del consumatore ad intuirne il consenso,
il grado di appagamento.

Matteo dice che nel regno dei cieli
loro andranno avanti, intanto
annegano le mani nel sudore
e negli umori del cliente.

Il cielo sta fuori, in alto
e non dice niente.
*

Ossario

Nessun silenzio sull’Ossario, nessuna pace
per i trentamila ammazzati sull’Altopiano.

Una fila infinita di nomi sulle lapidi di marmo
lucidato, ossa sparpagliate gettate
in loculi giganti, nella penombra
d’una geometria infernale.

Nell’azzurro i soldati sull’attenti
a presidiare il monumento, tricolori
al vento, cannoni e bombarde
tutt’attorno, cimeli del macello
ancora puntati sulla valle.

Il busto di Benito sovrasta l’immane
cimitero che chiamano Sacrario,
capolavoro del regìme, gli avanzi
accatastati alla rinfusa
del massacro passato a nutrire
quello successivo.

Famiglie in passeggiata, carrozzine e palloncini
colorati, i selfie a immortalare la scampagnata.

Si chiacchiera, si fuma, si levano i maglioni
sudati al sole abbagliante del primo agosto.

Un sole sbagliato.
Un sole fuori posto.
*

Parco Rodari

Luci in fila e tralicci dell’alta tensione
nel mattino deserto del Parco Rodari.

Abbracci di rami gelati e foglie cadute
aggrappate a grovigli di radici.

Ragazzi in bici vanno veloci, altri portano
i cani a pisciare, tre africani infagottati nei
giacconi stanno scaricando da un camion
tubi, assi e mattoni.

La bocciofila è chiusa da tempo, i vecchi
che sapevano il colpo se ne sono andati
o stanno chiusi nelle case
con le badanti moldave.

È stato un comunista Gianni Rodari, il mondo
che sognava è rimasto

un sogno

chiuso nel pugno
dei suoi libri di fiabe.
*

Capirsi

sarebbe come capire quest’acqua di laguna
che ora corre rapida al maestrale ora lenta
scivola nell’afa, acqua che sa di fiume e
di sale, risale le barene, il suo mistero
di riflussi, la sua quiete apparente.

Stare così, alla riva, ad osservare il moto
dell’onda che si allarga a tondo nell’aria
sospesa squarciata da grida di gabbiani.
Quest’acqua che ti porti nel cuore e nelle

vene, acqua che non sai e conosci bene,
tu ne ignori i vortici che alzano la melma
dei fondali, polvere grigia viene a galla

poi scompare
in un fremito di scaglie di sole.

È in questo balenare il suo grande amore,
il tuo amore di pescatore immobile
a contemplare la voce di questo mare
senza sosta, quest’acqua senza risposta.

È nei tuoi occhi inquieti il senso del tuo indagare

perché l’amore
vive nella tua sete di conoscenza, nella
tua ignoranza
nel divenire
che non sai e non puoi capire.
*

L’ultimo tuo regalo

andando via, è stata una lampadina
al fosforo per la notte.
L’accendo
ogni sera, bianca, immobile, da corsia
d’ospedale. Diecimila ore e il corridoio
dalla camera al bagno da fare
senza timore.

Quando passo in quel gelido chiarore
s’illumina ancor più il vuoto, ansima
una vertigine.

Spengo l’interruttore.

Meglio il buio, meglio camminare a tentoni
urtando gli spigoli dei muri

meglio andare alla cieca
come si va nella vita.
*

Andare via

Andremo via anche noi, un giorno o l’altro,
come sono già andati in tanti, mio padre
sparito a quarant’anni, un crollo al cuore,
e mia madre, molto tempo dopo, per lento
scivolamento, Asako volata in un istante
e Maria precipitata giù per un burrone.

Dovrà arrivare anche per noi il giorno
che si dovrà finire, chiudere un portone.

Non sarà quello il momento di contare
l’avuto e il dato, quello che abbiamo
rubato e regalato, ci sarà forse ancora
da camminare per qualche altro deserto
sconosciuto o sarà finalmente
un modo migliore di viaggiare.

Terminate le corse affannate, le parole
dette tanto per parlare, i goffi
voli presuntuosi

il nostro insensato continuare.

Si spegnerà ogni voce, qualcuno avrà
il tempo per un’orazione, un saluto,
occhi svuotati.

Andremo soli come soli
siamo sempre andati.
*

Che nulla ritorni

e tutto si ripeta lo sapevi bene,
era scritto sul biglietto che ti hanno
dato all’ingresso del girone, neanche
poi tanto male per noi
anime poco prave.

Noi mediocri, bravi a scansare gli artigli
e le nerbate, a ballare la tresca collettiva
dell’autoassoluzione da peccati perlopiù
veniali, portatori sani di modesti mali

noi ci mettiamo in riga, obbedienti
ai segnali imbocchiamo direzioni
sempre uguali, noi ci sposiamo,
produciamo prole, lavoriamo,
abbiamo viaggi a buon mercato,
gonfiamo i cellulari con sequenze
di paesaggi e volti traballanti,
l’audio gracchia un poco, fotogrammi
inutili e banali come le nostre esistenze
oscillanti e per niente a fuoco.

I più sciocchi riempiono le carte
di queste ed altre cose senza scopo.

Anche fare versi è forse solo un gioco.
*

Francesco Sassetto risiede a Venezia, dove è nato nel 1961. Si è laureato in Lettere nel 1987 presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia con una tesi sul commento trecentesco di Francesco da Buti alla Commedia dantesca, pubblicata nel 1993 dall’editore Il Cardo di Venezia con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante.
Ha collaborato in qualità di cultore della materia alla cattedra di Filologia Dantesca ed ha conseguito nel 1998 il titolo di dottore di ricerca in “Filologia e Tecniche dell’Interpretazione”. Insegna Lettere presso il C.t.p. (Centro territoriale per l’educazione in età adulta) di Mestre.
Scrive componimenti in lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto premi e segnalazioni.
Ha partecipato a presentazioni, incontri e pubbliche letture di testi poetici, anche in ambito scolastico. Suoi testi sono presenti in antologie e riviste ed ha pubblicato le raccolte di poesia: Da solo e in silenzio (Milano, Montedit, 2004) con prefazione di Bruno Rosada, Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice, 2010) con prefazione di Stefano Valentini, Background (Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012) con prefazione di Fabio Franzin, Stranieri (Padova, Valentina Editrice, 2017), con prefazione di Stefano Valentini, Xe sta trovarse (in dialetto veneziano) (Samuele Editore, Fanna, 2017), con prefazione di Alessandro Canzian.
Una silloge di poesie in veneziano, intitolata Semo fati de sogni sbregài è stata ospitata nel volume antologico Poeti in lingua e in dialetto. La Poesia Onesta 2007, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale La Guglia, Agugliano 2007.
Una raccolta di testi in veneziano, intitolata Peoci, è stata edita nel volume antologico Poeti e narratori in italiano e in dialetto. La Poesia Onesta 2012, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale Versante, 2012.
Una silloge di poesie in lingua e in dialetto veneziano, intitolata Di ordinari galleggiamenti è stata pubblicata, con una introduzione critica di G. Lucini, nel volume antologico Retrobottega 2, a cura di G. Lucini, Edizioni CFR, 2012.
Suoi testi compaiono nelle antologie tematiche La giusta collera, Edizioni CFR, 2011, Ai propilei del cuore. Poeti contro la xenofobia, Edizioni CFR, 2012, Il ricatto del pane, Edizioni CFR, 2013, Keffiyeh. Intelligenze per la Pace, Edizioni CFR, 2014, tutte a cura di Gianmario Lucini.
Sue liriche sono state ospitate nell’antologia 100 Thousand Poets For Change, Roma, Albeggi, 2013; nell’antologia Sotto il cielo di Lampedusa. Annegati da respingimento, Milano, Rayuela, 2014; nell’antologia In classe, con i poeti, a cura di M. Casagrande, Puntoacapo editrice 2014; nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, a cura di M. Cohen, V. Cuccaroni e altri, Camerano, Gwynplaine edizioni, 2014.
Suoi testi sono presenti nelle riviste online Versante Ripido e Sagarana, in blog e siti web.

Ascolta & Leggi: Flavio Almerighi – ESTRANEI letta da Luigi Maria Corsanico

Un sentito ringraziamento a Luigi Maria Corsanico per questa lettura di un mio brano, così in sintonia col mio sentire nello scriverla. Grazie di cuore.

Letture/Lecturas

Flavio Almerighi – ESTRANEI © 2019

Opera pittorica di Edgar Caracristi

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti – Continuum
Antoinette Vischer, clavicembalo

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Infinite onde concentriche,
acqua ovunque giacciano estranei;
non li vorrò mai vedere
nemmeno per interposta persona,
i resti saranno divisi equamente
tra sensi di colpa e rancore.

In tanta calma sintetica
da lasciarsi credere normalità,
la stessa dove affogano gattini,
rimpicciolisce ogni ricordo,
che il tempo allontana.
Vera unica virtù.

Penso agli stranieri,
nuotano disposti a morire
pur di venire qui a farsi odiare.
Allora qualcosa, qualcuno
è peggio di noi ottusi ignoranti,
disposti al lamento e niente più!

Alla fine ci si amerà morti,
questo paese n’è pieno.
Le parole non crescono grano,
non scaldano l’acquavite
gli sgomberi, le soffitte,
qualsiasi altra memoria.

Flavio Almerighi © 2019

ESTRANEI

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Ascolta & Leggi: Vent’anni, musica di Marracash, inediti di Valerio Succi

Questo ventenne trae scrittura, rappa, alla stessa maniera con cui noi ne abbiamo tratta dai vari Claudio Lolli e Francesco De Gregori. Niente di male, va bene così, quel che importa è dare alla poesia continuità, contiguità, seguito, verità. Innamorarsi, vivere, dare voce agli occhi. Valerio ci prova e lo fa con le armi di cui dispone un ragazzo in formazione, costretto a vivere in un paese per vecchi e di vecchi. Auguro a lui e a quelli dell’attuale generazione di ventenni, di riuscire a trovare e superare il punto che noi, per paura e per comodo, siamo soltanto riusciti a raggiungere per poi ritrarci.

Croce chi, innamorato di professione, vive ogni amore.
Alla romana? No, pagherò tutto io… come l’altre volte.

La realtà è questa. Non quella dei giorni
dell’amore sconosciuto, coi testimoni all’oscuro
che il cuore odia il digiuno. L’urlo devasta l’intera stanza
alza alta l’asta | Alt! fin qui è abbastanza!

I versi resi lievi, mentre questa forza non si smorza.
Se n’amo quindi più nessuno, che vada allora a
il posacenere il suo dovere: alla forca le scritte degenere!
La pagina incomincia a infiammare; non cerca però d’evacuare,
un fumo che fu fumo, l’inchiostro immerso nel colostro.
Il nome dunque sbiadisce, lenta cenere perché lento accende
Ti voglio bene, ti voglio…
fino a quando la fatica non sarà estinta… Mi scalda
questo dio della solitudine

e mi parla
Il globo godrà di gioia un giorno, ma,
siccome il fusto tuo busto al Pantaleone è svelto, tu sei stato scelto; così
ho concesso ostello alla tua genetliaca scomunica.

Stasera sono bruciato.
Mi sono ucciso
finalmente
domani sarò nuovo nato.

*

Per le vie batterie. Scuderie. Sta per scadere il tempo…
Serena pensa parli come un vecchio dato l’abuso
d’imperfetto – amavo… avevo un amico… sentivi il pericolo?
se avessi venerato il monte invece del cemento… –
e del periodo ipotetico il terzo, detto del non detto.

Così è. A ogni legge capìta si accorcia la matita.
Più buia la mattina se la verità diventa bugia.
Inganno incappo inciampo.

E così sia. Non abita San Martino, là
si giunge alla fine del giro. Il cuore che trascino non dimora:
l’ospedale ospita fissi fossili che non pretendono di respirare;
perché non abbiamo avuto l’esigenza di muovere la mano?

A chi chiudo gli occhi dedico oggi un epitaffio. Lascio quindi,
comatorio spesso obitorio, che questo potere ci renda immortali.

*

Oggi mi hanno interrogato.

Era giorno era nevicato. In centro nulla era rimasto
ma a Pilastro il suolo era d’alabastro, sommerso
sovrastato da una coltre di nebbia, tipica dell’inverno caldo dei morti.
Così quel sangue amaro romagnolo nel rosignolo – che giù fu fra il rovo
nunc a lutto per il dolo – Cantate queste nottate!

I morti che credo morti sono vivi. In realtà
abitano la mia testa, domandando continuamente compagnia, la mia
di chi sia. Questa volontà è già assenza, una conseguenza
la cui sentenza è già presenza. – Ci hai sotterrati? – La prego, esca!

Cercano di farmi raccontare la nostra storia, ancora
per infilarsi nei miei pensieri. Sempre vie traverse se lo scopo è solo essere di nuovo.
Così però si preservano giusto i nomi, le nostre azioni. È felicità? mia? vostra?
Dove sistemano le nostre sensazioni? Io che vorrei avervi ancora attorno: ritorniamo
viventi insieme! I volti stanno sbiadendo: foto mosse lacrime percosse.

Perchè ci chiami morti? Noi siamo vivi ma in altri lidi.
Questo profumo mi ricorda te! Quella frase! Mi sei in mente! Non temporaneamente…
Da domani dunque nuova dieta, e mai più verso quella meta
perché devo salutarvi, congedarvi prima che mi trasciniate giù con voi
nel sottobosco subsconscio… Esco dal coma.

Diciannove in punto. Cielo nero. Il 20 libero
Brindiamo quindi alla partenza!
mi sta portando da voi.

*

Alle Scuderie la fila addormenta lenta.
Lucrezia, mentre un incontro in sala era in data,
spiegava, ma io non capivo, latino; un morto
può occidere un vivo?

Non
Sole alto, febbraio caldo asfalto
sai
alla fermata di Irnerio, sulla banchina
cosa
stesa, una ragazza senza vita c’era.

*
T>perdi.

Quando scrivo uccido: voi dal viso reciso,
i mastri madri, la Grande Mela, chi punta agli astri
– Ne sei capace? Seguendo quali passi? –
e, con in mano la biro, infine spiro parte di me – quanto sopravvivrò? –
totalmente te… Dopo domanda dove dormono i dolci dogmi,
e ora attendi l’abbraccio di chi ama i senza volto,
e riflessa e diversa si schiarerà chiarezza.

Ciò però non ho, se
l’importante è uccider sé per rimaner
felici.

*

Valerio Succi è nato nel 1998 a Lugo, Ravenna. Ha vissuto a Bagnacavallo, fino a quando ha iniziato a frequentare la facoltà di lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, città dove attualmente vive.
E’ presente in due diverse antologie: «Novecento non più – verso il Realismo terminale», La Vita felice, 2016 e «Nessun dannato orologio», SensoInverso Edizioni, 2015. Suoi inediti sono stati inoltre pubblicati sulle riviste online «Atelier», di cui uno tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti, e «LimesLettere». La sua opera d’esordio in versi si intitola «Primo», Terra D’ulivi edizioni, 2018.