Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Remo Pagnanelli

Nel ricordo del trentesimo anniversario della scomparsa di questo grande autore.

Il sasso nello stagno di AnGre

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Remo Pagnanelli

nel nulla di una stazione cancellata da fiandre
piovaschi, sulle sete sudicie ma tese delle
palpebre, scorre un rumore d’impalpabile azzurro,
un tremore di palme arrochite, assopite nel lino
orsolino. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
(nel grande fiume di luce apparente, estenuantesi
fino all’estinzione, che porta i morti alla foce
d’un altro destino, dorato da sopra macchie
mediterranee d’una cenere autunnale semplicemente
posatasi, vedo la cupola spenta nel latte del bosco)
(nel treno nella notte chissà se dormi lontana
Sorella)
.
.
*
.
IV TOMBEAU
.
(pensa nel sonno i sonni…

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letture amArgine: Correnti Contrarie di Angela Greco


Fresca di stampa per Ensemble Editore ecco la nuova silloge di Angela Greco. La prima uscita con presentazione si terrà a Massafra (TA) il 9 novembre alle 18,30 presso il Bar Aurora. Chi è nei pressi non può mancare. Il libro, da una prima ricognizione è decisamente bello, validissimo. Può essere considerata una delle migliori produzioni di questo poeta. (Flavio Almerighi)

Correnti Contrarie Ensemble Editore
http://www.edizioniensemble.it/prodotto/correnti-contrarie/
è acquistabile anche on line e presso tutte le librerie del Regno.

Breve selezioni di testi a cura dell’Autrice

E se poi il sacro
non fosse solo un’invenzione
ma fosse connesso
con la sintesi delle tue labbra?

Un salmo da sciogliere
a rima dischiusa sul percorso
dalla bocca ai tuoi lombi e così sia
nella congiunzione di mani salde
su pianure scolpite dal vento d’oriente
con il fruscio dei tuoi riccioli sul viso,
coro angelico?

Acquisterei una mansarda in centro
e sulla piazza proietterei
le nostre ombre profane.

(pag.12)

*

Clara oggi è nuova. Appartiene al domani.
Fuori piove. Più in là insiste il battito feroce
della terra, nel petto, sulla tastiera.

Ti guardo e sono Te Arii Vahine. Ti chiamo.
Le donne di Gauguin hanno tra i capelli fiori grandi
e fianchi confusi con le onde. Coprono l’ancestralità
con un foglio bianco, mentre un animale nero
attraversa lo spazio alle spalle del letto di terra.
Ancora un frutto da cogliere in un nuovo Eden.
Il pomeriggio statuario nella sua impassibilità
ha conti improcrastinabili e simili desideri.

Ho lasciato Parigi per il mio angolo di paradiso.
Lontano da qualsiasi civiltà.

(pag.35)

*

Rimane rossofragola l’attesa senza zucchero.
Allo scadere del rito sfodereremo ancora gladio e virtù.
Il golgota ha vie personali, la risurrezione accade
e le varie stazioni confermano l’esattezza: tu,
l’orario perfetto della mia rinascita. Sorride la bellezza.

Il treno attraversa il fine settimana stridendo promesse.
Il bacio guarda la strada ferrata rincorrendo il pomeriggio
sulla tua camicia di jeans dai bottoni impazienti.
Siamo grano nella fase di levata; il verde stordisce
subito fuori il tunnel di questi giorni di acciaio.

Accade appena dopo il tuo nome
che diventi azzurro il respiro.

(pag.49)

*****

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato:
in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (formato elettronico, Quaderni di RebStein LXVII, introduzione di Flavio Almerighi).
È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre
http://ilsassonellostagno.wordpress.com/

letture amArgine: tre poesie di Maria Elena Blanco tradotte da Comasia Aquaro

Poesie tratte da “Possesso per perdita” di Maria Elena Blanco

TRANSITO

Corpo lieve

corpo senza l’imbarazzo del fiato

corpo musicale
accordato
in chiave d’ombra
piramide
senza fianchi
senza angoli
senza graffio
senza radici
fuga di atomi
prospettiva di elitra
frescura di alabastro
tersa
latitudine:
mi bruci
in tangenza diuturna
mi ardi
con l’ultima
umida
rotazione
di palpebre
il roco remare controcorrente
l’acido ostinato dei limbi:
corpo essenziale
mi apristi
al rumore impercettibile
alla
carezza astratta
all’inversa cavità della materia
delucidasti
il piacere
della curva squisita di uno specchio
e questo vibrare insistente
nel delta
tra cielo
e mare.
*
VISIONE II

gola della notte: penetro:

un vento gelato dispiega le tue scale

fino al mare cinto nel suo orologio di luna:

poro a goccia: chiarore abissale: mi innalzo alla tua figura

temendo una brusca emulsione di nevi o

uno scivolone verso l’amore negativo:

solo tu notte abortisci

il richiamo del giorno.
*
PARADOSSO DEL FUOCO

I

Voglio parlare di rovesci
e degli interstizi che conflagrano la squallida
razione dei giorni
della pira di rabbia e petali di rosa
dell’ardore
di feci d’amore

e di uno così piantato nella sua carta d’albero in mezzo all’inverno
con la sua linfa stellata

e di uno che si accomoda come può nel suo letto di schegge
e sogna di essere magma

e si risveglia lava

per le crepe ondosa si dirama
lascia un campo di scie

Erige altra dimora

(Traduzioni di Comasia Aquaro con la supervisione di Aurelia Iurilli)

MARIA ELENA BLANCO (L’Avana, Cuba, 1947). Ha studiato ad Havana, New York e Parigi. Ha pubblicato le poesie: Possesso di perdita (Santiago de Chile e Siviglia, 1990), Cuore sulla terra / terra negli occhi (Matanzas, Cuba, 1998), Alquímica memoria (Madrid, 2001), Mitologuías. Omaggio a Matta (Madrid, 2001, danubiomediterráneo / mittelmeerdonau (Vienna, 2005), amore irripetibile (Madrid, 2008), Havana / Habanidad. Antologia poetica bilingue (Miami, 2010), scritta in lingue (Santiago, Cile, 2015). Ha tradotto Charles Baudelaire e diversi poeti austriaci. È traduttrice freelance per varie agenzie delle Nazioni Unite. Vive in Austria e trascorre lunghe stagioni in Cile.


Comasia Aquaro vive in Puglia ed ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia:
La mia lunga sciarpa azzurra, (Martina Franca, Nuova editrice Apulia,1993); L’istante del nontempo (Martina Franca, 1996); Vesto il vento, prefazione di Franco Loi (Falloppio (CO), Lietocollelibri, 2003); I fiori nei cantieri, presentazione di Angela Biancofiore (Pasian di Prato (UD), Campanotto Editore, 2007).
Ha scritto una tesi sull’arte alla luce del pensiero filosofico di Henri Maldiney.
Le sue poesie, tradotte in più lingue, sono state pubblicate su varie riviste e antologie internazionali fra cui: La piccola Antologia dei poeti Mediterranei; Europski Glasnik; Kërkoj Engjëllin Mbrojtës; Levant; Prevue; Étoiles d’encre; Souffles; Antologi, encyklopoesien; Côté Femmes d’un poème l’autre; etc. Nel 2011 alcune sue poesie sono apparse in Italia sull’Antologia della poesia italiana contemporanea, “Frammenti imprevisti” a cura di Antonio Spagnuolo, ed. Kairòs. La luce che non muore (2017).

Intervista senza domande ad Alessandro Assiri

Alessandro Assiri: Lettere a D., Lietocolle Editore

Alessandro Assiri mi piace, anche come persona. Ha talento ed è un ottimo affabulatore, partecipare a una sua lettura è un’esperienza a dir poco brillante. Lettere a D. è un libro che colpisce, fatto di non poesie, forse prose poetiche, o comunque si voglia definirle, sempre che sia importante “definire” in poesia.
Questo bel libro, tutto sommato, è un cassetto pieno di foto, ricordi, qualche ritaglio di giornale. Non è un libro da descrivere o recensire, basta leggerlo. E c’è anche tanta Bologna in questo cassetto. Sì, Bologna, un tempo città ricca di fermento creativo e furore giovanile ora, anziana e in disarmo, assistita dalle sue numerose badanti, apre i cassetti vive di ricordi per sentirsi più giovane. Sapendo che tronerà mai più a esserlo.
Un documento, un libro che fotografa una discesa in atto, un libro a suo modo potente, poesie che sanno di non poter cambiar nulla, ma da leggere. (Flavio Almerighi)

Intervista senza domande ad Alessandro Assiri – Lettere a D.

(Non intervista)

“Alla parola inventi sempre differenze che ritieni decisive”
Sai qual è il punto caro Flavio, è che alla Gaber facciamo finta di nulla essere sani, sono queste le differenze decisive.

“Perché di ogni uomo sogno il successivo”
Dimmi cosa c’è tra questo nulla e me, quella menata Rimbaudiana dell’ io è un altro. L’io siamo noi che ci piaccia o meno

“Ascoltavo il farsi fottere delle nostre rivoluzioni”
Le rivoluzioni, comprese quelle mancate sono tutte bellissime e false, in fondo mi piacciono poco, come i movimenti dal basso, dal basso viene solo la colite

“In quello stare che per me è solo casa da abitare”
Appartengo ai nomadi affettivi, a quelli che desiderano così tanto i ritorni da aver dimenticato dove. La casa è dove appoggio quattro cose

“Nascosto neanche bene dentro qualche verso “
Se il poeta è un fingitore, e ci credo il giusto, finge quasi sempre male, esiste una sola distinzione la buona poesia e quella scadente, la buona è trasparente.

“Ascoltavo i ricordi in agguato”
In fondo caro Flavio sono i morti quelli che riaffiorano, tutto al più gli stronzi che galleggiano. C’è un detto che dice che toccato il fondo si può solo risalire, io credo da nichilista impenitente che si possa anche cominciare a scavare.

“Chi scende è sempre un altro da chi risale in superficie”
Non so quanti lettori abbia questa anomala intervista, ma ti faccio una confessione, sono quasi teologo e la divisione tra il tempo sacro e quello profano è una cosa che mi ha sempre affascinato molto

” gli ingressi che si somigliano tutti”
Si gli ingressi si somigliano tutti, forse non siamo “gettati” nel mondo, ma nessuno ha mai chiesto di venirci, le uscite quelle mi interessano sia che si tratti di uscite di scena o di porte socchiuse per pararsi un po’il culo lasciando uno spiraglio.

“Fidarsi degli uomini è farsi uccidere un po’”
Siamo degli inguaribili creduloni, inventiamo favole, immaginiamo mondi che non sappiamo mettere in pratica, dovremmo tenerci in mente la Galbani la fiducia è una cosa seria che si da alle cose serie…

“Sembravamo tratti da una storia vera”
Ti dicevo che mi piace solo la scrittura che in qualche modo somiglia a chi la scrive. Vorremo tutti essere Buk beoni, dissoluti e sregolati e arrivare in là con gli anni

“È troppo tardi per ricominciare da zero”
Non credo in un carattere salvifico delle cose, tantomeno nella redenzione della scrittura, chi scrive contamina, inquina, indietro non torna.

“Aspettavo tu volassi in mio soccorso”
Che qualcuno ci venga a salvare infatti è la sindrome di Robinson, lo speri, ma poi ti adatti

Un caro saluto
Ale D.e tutti gli altri

Originariamente apparso su Neobar:
https://neobar.net/…/intervista-senza-domande-a-alessandro-assiri-di-flavio-almerighi/

A D. CHE NON BUTTA VIA NIENTE

facevi una vetrina coi tuoi sogni
soggiornavi nelle tue regioni senza orizzonte
chiamavi ogni cosa come da dietro una parete.
Mi facevano sorridere le tue inutili manovre per rimediare ai disastri
sembravi un bambino che per pulire allargava la macchia
un dito che stuzzicando allarga il buco.
Restavamo sempre lì come fossimo la prima parte di qualcosa da
[completare
restavamo insieme ad aspettare gli anni
così come si aspettano le idee per sempre inconcludenti
per timore di concluderci. Avevamo ancora un nome per ogni
[rivoluzione
stavamo a margine di tutto con quel modo inconsueto che hanno solo
i vecchi di rimanere in disparte
le battaglie perdute in un mazzo di carte.

letture amArgine: inediti di Francesca Lavinia Ferrari

La poesia di Francesca Lavinia Ferrari, almeno questa, è fatta di sguardi brevi molto intensi. Scarna forse, ma niente è fuori posto nell’emozione che crea e lascia al lettore. Sassolini ideali lanciati da un’amante del bello sui vetri di altri amanti del bello. Una poesia che invita ad aprire gli occhi su chi la scrive. L’autore, il poeta, compiono nel gesto di creare scrivendo, un atto di liberazione e di sconfitta. Liberazione dalle parole che insistono per uscire e giungono nei momenti più inaspettati. Sconfitta per tutto quanto è rimasto inafferrato. Ringrazio Francesca Lavinia Ferrari per la fiducia e e per i frutti creativi che ha donato a questo blog, anche e soprattutto per non avere perso il vizio di scrivere. (Flavio Almerighi)

NON SI SCONQUASSA

la mobilia tarlata.

Né al tuo debutto in stanza
né alla mia dipartita.

Tutto ascolta il discorso della polvere

e il gran rimbombo
mi ricorda il motore.

Quando partiva al primo colpo

*

UN CONO D’OMBRA

alle porte del tempo

ti sfavilla bastardo
in margine alla strada

ti prende dentro

e il male gocciola
il ticchettio dell’ora muta

poi sopisce la schiuma
iniettata dai dove.

Allungati a domani
e lecca il chiodo

che pianterai per nuovo
sulla tua croce

*

QUESTI OCCHI INFERMI

o testardi sul cielo

che non ti vedono
ma assetati ti vogliono

a discapito del lampo

che sega
ogni accenno di senso

*
RIMANI FUORI

per godere del sole, se è dolce.
La casa ha voci di sirene

***

DI SOLE AL GHIACCIO

i baci fermentati dal riposo
dopo la guerra.

Qualcosa è salvo

– origine del tutto che vedremo
scollinato il torpore

*

VOLATILE

la festa della spuma fuori il bordo
…e coliamo

coliamo a picco il giorno al suo cocciuto
spingere in posa.

Fetale

*

COME RESTARE TERSI

Né capo né coda

puntini prima
sospesi dopo.

Un’impressione brucia.
S’esprime

*

MUTA LO SPIGOLO

in_canto

e solo un angolo
rimane caldo

mentre sul muro spruzzi di profumo
come orina ci segnano.

Recinti mai recisi

*

IL NULLA CI CONOSCE

e osserva fisso
come squadriamo il cerchio.

Non vedete la nebbia
il fiorirvi torcigli

non vi accorgete che nel mentre
– sul bracciolo di plastica

avete sconfinato con le dita.

Che ancora per fortuna vi comanda
l’ombra

Francesca Lavinia Ferrari nasce a Modena nel 1974. È diplomata in grafica pubblicitaria e ha lavorato per diversi anni come Senior Designer di riviste di moda.
Nel 2010, dopo la fortunata conoscenza sul social network Facebook del neo-stilnovista Antonio Cosimo De Biasio, dal quale apprende la passione per lo studio della struttura metrica del verso, comincia a comporre haiku e sonetti secondo le forme classiche, per poi intraprendere la sua esperienza libera nell’universo della scrittura.
Nel 2013, selezionata in occasione del Premio Alessandro Tassoni, patrocinato dal Presidente della Repubblica, viene inserita con il suo componimento poetico nella raccolta “La Memoria”, a cura di Nadia Cavalera.
Dal 2013 fa parte del collettivo poetico Bibbia d’Asfalto e gestisce le pagine letterarie Anime di luna e Lavinia sul social network Facebook, dove condivide i suoi scritti e dà spazio alla poesia d’autore e ai talenti emergenti.
Nel 2014 è ancora tra i finalisti del Premio Tassoni e al Premio Nazionale “La Bormida al Tanaro sposa” si aggiudica il Premio Speciale “Anna Grenno”, dedicato alla miglior composizione poetica femminile.
Sempre nel 2014 il suo necrologio poetico viene selezionato ed inserito nella silloge a tema R.I.P. – Read in Peace (Matisklo Edizioni, Mallare 2014), a cura del collettivo Bibbia d’Asfalto.
“She’s Waiting for a Portrait” (collana Comete, Matisklo Edizioni 2014) è la sua prima silloge.
Sempre nel 2014 realizza il self-publishing “In Assenza di Gravità”, mini silloge poetica.
Dal 2014 al 2016 fa parte del collettivo poetico e Associazione Culturale “I Poetineranti” e viene inserita tra gli autori della corrispettiva Antologia 2016.
Nel 2015 si classifica terza con la silloge “I Morti”, al Premio Nazionale “La Bormida al Tanaro sposa”.
Nel 2017 è tra gli autori selezionati dell’antologia poetica “Aleppo c’è”, edita da Kipple Officina Libraria, a cura del collettivo Bibbia d’Asfalto.
A oggi, non ha ancora perso il vizio di scrivere.

Giorni Iblei di Angela Greco versione inglese di Adeodato Piazza Nicolai

A long poem or micro “poema” it doesn’t need categorizing. The writing of Angela Greco is rich, exaustive, but avoids excessive richness/length in its lines, attaining fascination and musica-lity. “The Iblei Days” is the telli of a summer vacation in Sicily, a short vacation. The heat, the fires, the rugged beauties of the Iblea area of Sicily. It is filtered through the eyes of the woman poet, alsays a sharp and accurate trasmutating into poetry. On the other, hand if her creativity did not pass through the eyesight, for the person behind that look we would have a product and not an art work. I invite you to reead this poem, listen to the assonance,to the powerful verses, so lovely to read beause devoid of dried-up branches and dead-end rail tracks. Angela Greco ha chosen very strong and suggestive verses for each stanza openingso so that the reading is not only fascinating but also self-aware. I think that poetry draws new lymph, because in its way this is a renewed style of writing. (Flavio Almerighi)

Iblei Days – inedited by Angela Greco (August 2017)

An owl flies over the awakening. Few cars
behind the glass; another age rises with the sun
from the stone. Voices from the tiny window barely open
instill in the ears absences and dissonance.
Beams seen far away and deep physiological drops
on the involuntary meridian; the zeroed shadow laughs
of the silence behind green reflectors barely slanted.
The parapet aligns the road and shopping bags; get on,
we have time to disinfect our own habits. Little else
rests waiting for us, the hibiscus and his white petals.

Each house has dead fixtures on the outside wall.
The bridge cuts the eyeview in diagonal, we proceed
parallel to the driedup river. On the right side, the wound
of the last recovery opens her eyes on the hillside
burn by August. We live with grasses left to the choice
of a huge, pityless sun. A crack moans un the road;
an olive tree anchors the earth and a agrasshopper
also awaits the sort at three o’clock in the afternoon.
The first floor is on sale held up by mouths that bluff
the muted eye of the nobles left to guard the collapse.

The sun “barocca” [1] the heat; on the circle carved on the door
echoes a distant train towards nord-east.
The old man next door has cane and white hat
to use for morning shopping. On the tilted tile a nest
and a carrub tree sing. The light is blinding. We enter,
there are still dark corners talking to us. Night clings
with the cricket and the last star of an unberable August.
The crack on the wall and the eye far away; in the absence
of rain, a dryness unwanted. Walls without mortar
lie upon cut-down breasts. There is no shade and the road
is marked by one number only. An indication uprooted
like teeth biting lost feet along this place.

The ibean night has eyes of the plains far from the sea.
Outside it seems we can still survive. The corner
of light invests a bridge with many stumps; a river
rises to the south and swallows the earth, making us equal
and gives back transparencies known to your mouth. The morning
then, is a new climax. The wind narrows both eyes and breath;
shakes up the noons, ruffles the tea hour.
Absences ruminate. Here one doesn’t smoke. The breath
is laboring in your direction. The knots undone,
we are trempests beginning to form, waiting for rain.
The way is marked by small cemeteries; brief pauses
among almond fires and August. Time of one flower.
We’ll dry up at the next station ready for Veronica
to wipe away sweat and the road. The sea at our side
until the return.

[1] NOTE: In Italian the verse begins: “Il sole barocca l’afa”—it is na image that offers no translatable alternatives, hence the translator used “barocca” as in the original. The word is a neologism in Italian, from the adjective “barocco”, meaning baroque. (NdT).

© 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of GIORNI IBLEI written by Angela Greco.
All Rights Reserved both for the original and its translation.

BIOGRAPHICAL NOTE


ANGELA GRECO was born on May 1, 1976, in Massafra (Province of Taranto). She lives there with her family. In prose she has published Portraint of a Girl at theMirror (Stories, Lupo Editor, 2008); Arabesques Carved by the Sun (Terra d’Ulivi 2013); Personal Eden ( La Vita Felice, 2015, Intro by Rita Pacilio), Crossing me ( Limina Mentis, 2015), with a photography cycle realized with Giorgio Chiantini and an introductive note by Nunzio Tria. Anamorphosis Culture Project, Rome, 2017, Introduction by Giorgio Linguaglossa. Ready for September 2017, Contrary Currents (Ensemble ed. Rome). (© American translation by A. P. Nicolai. All Rights Reserved).

contributi amArgine: Davide Inchierchia “Essere Significato”

ESSERE e SIGNIFICATO
Ovvero, la dialettica infinita tra Filosofia e Scienza

Filosofia “è” scienza?

Può accostare la “filosofia” alla “scienza”, modernamente intesa (pura o applicata, sempre téchne è), solo chi non si sia mai veramente accostato alla filosofia (rigorosa e radicale: se non è tale, non è filosofia ma chiacchiera più o meno erudita, di cui si può e si deve fare a meno).
Se la filosofia è un «gioco serio» (cfr. Platone, «Parmenide» 137 b), le scienze sono giochi poco “seri”, ancorché molto seriosi ed utili: ma, si sa, che qualcosa sia utile, funzionante, efficace non dimostra che sia vero ma soltanto, tautologicamente, che è utile, funziona ed è efficace: e queste sono categorie pratiche, non teoretiche, come ognun vede (ma si noterà, altresì, che “utilità, funzionalità, efficacia” indicano lo esser mezzi, quindi asserviti e non liberi, rispetto ad un fine presupposto e condizionante).
Non sono seri perché sono ipotetici ed ingenuamente presuppositivi, presuppositivi quindi “ingenui” (cfr. Bacchin, «Anypotheton», p. 288: “L’ingenuità del senso non filosofico accomuna lo scienziato, nonostante la complessità e scaltrezza delle sue metodologie, all’«infante»: perché senza una preconcetta «fiducia» nell’immediato e nel «dato», nessuna scienza sarebbe mai possibile.”), quindi, astratti.
Ora, il problema è che il proprium dell’astratto è di credersi immediatamente concreto (si noti: *credere* di essere qualcosa che non si è, senza *sapere* cosa si è veramente – ma il vero *essere* sarebbe precisamente il *sapere di essere*, che passa attraverso [mediazione] la critica di ciò che immediatamente si assume [si crede, si opina: doxa, non episteme] di essere).
L’astratto è tale, proprio perché non sa di “essere” tale, l’astrattezza è il non-sapere in cui consiste la pretesa di “sapere prima di sapere” che si chiama “credere di sapere” o “immediatezza” (l’astratto rifiuta strenuamente di sapere la propria astrattezza, cioè di prenderne coscienza, ed esso “è” questo rifiuto): averne coscienza sarebbe già “essere” nel concreto (concretezza, infatti, non è altro che sapere l’astrattezza dell’astratto).
Nel rifiuto dell’astratto di sapersi tale sta TUTTO l’astratto: esso è tutto e solo (in) tale rifiuto, per questo è tragico e comico insieme.

«Essere» non è (non può venire ridotto a) «significare»

Parimenti, sinonimizzare in senso scientifico (ossia in senso concettuale, non solo linguistico) «essente» e «significato», cioè considerare l’essere di ogni ente come un significato, che assume “significanza” e, quindi, “è” se stesso ovvero “è quel che è” solo in (cor)relazione ad ogni altro significato, ebbene tale prospettiva teoretica postula una dogmatica [presuppositiva] è però impossibile [contraddittoria] assolutizzazione ( = estensione all’intero) del significare ossia, in ultima analisi, della Relazione quale Fondamento.
Che è come dire: il significare non può assurgere al rango di “originario”.
Potremmo sintetizzare il tutto anche così, direi: l’Intero non è e non potrà mai essere un significato, non è significabile, non ricadrà mai nella “struttura” del significare.
E perché l’Intero non può decadere a “significato”?
Per la semplice ragione che l’Intero non può patire divisione alcuna (distinzione né da altro da sé, né in se stesso per propria auto-determinazione, come molti “teologicamente” opinano, non potendolo dimostrare).
E non può venire diviso, perché la “divisione dell’intero” risulta inintelligibile (impensabile); e risulta impensabile, perché comporta contraddizione: la contraddizione di un intero (uno, essere) che – per dividersi in se stesso, restando però se stesso – dovrebbe essere, insieme, il suo stesso atto del dividersi (chi altri potrebbe dividere l’intero se non l’intero stesso?), atto che come tale deve essere un atto INDIVISO, ed essere, tuttavia, anche risultato di tale atto di DIVIDERSI, quindi anche (e sub eodem respectu, ché vi è un unico “respectus”: l’Intero stesso, che è necessariamente il Tutto: non si danno due interi) DIVISO.
Che l’Intero (medesimo, sé, autò) sia “indiviso e diviso” (“medesimo e non medesimo”) è la palese contraddizione di un intero che non è tale… e quindi ogni discorso su un intero divisibile od originariamente diviso (cfr. E. Severino, «La struttura originaria») è un discorso che poggia su un assunto contraddittorio, quindi è discorso nullo, vano… è mero “discorso” (parola senza concetto, sofisma).

La Verità (l’Intero concreto) non conosce “progresso”

Se volessimo descrivere (sapendo che nessuna “descrizione” è come tale teoretica… ma nel “saperlo” sta la coscienza teoretica), se volessimo descrivere il movimento della teoresi (filosofia) rispetto al procedere delle scienze, potremmo immaginare l’azione di quest’ultime come un moto di “svolgimento” orizzontale (extensive), mentre il movimento dell’atto teoretico è la verticalità (intensive) dello “approfondimento”.
La verticalità non è una orizzontalità ortogonalmente ribaltata, ma è un, anzi, il trapassamento dell’INTERA orizzontalità, che viene risolta e dissolta nel senso della trascendentalità dall’approfondimento: il quale propriamente non è né passaggio [processualità, svolgimento, accrescimento, gradualità] né stasi [definitività]… poiché è negazione sia della incompiutezza sia della compiutezza.
Ed è per questo che chi si occupa del procedere orizzontale “perde tempo”, o meglio “si perde nel tempo” (perché si dispone nel tempo: si dis-pone, quindi si colloca nel tempo, che è appunto successione progressiva), mentre chi si occupa dell’atto teoretico non ha tempo da perdere, proprio perché – parafrasando un’espressione che Karl Barth riferiva a Dio stesso – “ha sempre tempo”, ovvero ha TUTTO il tempo (lo controlla non immergendovisi, dominandolo).
La filosofia non si contrappone al tempo né sta fuori dal tempo, bensì controlla il tempo (esistenza, storia personale, storia mondana…e tutto ciò che in esso è coinvolto, scienze incluse) e lo domina con un semplice “sguardo”, lo sguardo del Necessario (come tale né utile né inutile).
La filosofia, quindi il filosofo cioè l’uomo che si “asservisce” sovranamente alla libera “autorità” [augere = far crescere] del pensiero autentico ed incondizionato, intende solo la Verità (intero essere) e nient’altro: non si accontenta di essere soltanto “uomo” ed, anzi, guarda con “riso e pietà” (parafrasando Leopardi) le autoesaltazioni dell’uomo: poiché esse non sono il (necessario) superamento dell’uomo, in cui consiste la effettiva dignitas hominis (che è tensione al Valore, al Vero, indipendente dall’uomo), bensì sono il grottesco prolungamento della miseria di essere-uomo, “protesi” della sua impotenza doxastica (tronfia e vana, insieme), di cui le scienze sono, per l’appunto, la longa manus – e, proprio per la loro essenziale coappartenenza, la doxa (non la teoresi) le applaude e le osanna.
È questa la ragione per la quale una “filosofia”, che si (pre)occupasse del “progresso”, si occuperebbe di qualcosa d’altro, che, di certo, non è il Vero ossia l’Intero.
Sarebbe ed è mera antropologia o protesi della umana “volontà di potenza” (che è, come tale, ammissione di im-potenza, cioè di disparità tra volere e potere: la volontà è irrilevante al cospetto della Verità), quindi celebrazione della miseria dell’uomo… la quale, pur esaltata ed esaltantesi, resta miseria.
Per il “progresso” (utilissimo epperò teoreticamente irrilevante, anzi a-teoretico) vi sono già le sedicenti “scienze” e lasciamo volentieri la cura di tale “progresso” a loro ed alla loro funzionale (o “finzionale”?) ingenuità speculativa – ché, se non fossero ingenue (presuppositive, astratte), come potrebbero pro-gredire?
«Il cammino delle singole esperienze è segnato da questa perdita (nell’astratto) che niente può compensare: la scienza, come esperienza di questo cammino, è la più colossale mistificazione del concreto.
Si capisce perché la scienza “eluda” la filosofia e perché solo emancipandosi dalla filosofia essa sia potuta progredire; progredire è procedere integrando le parti ed importa la “divisione”: il concreto non progredisce perché non ne ha bisogno, progredire è il segno non del valore, ma dell’assenza di valore.
Mette conto di osservare come la scienza sia, nella sua formulazione moderna, appunto perché funzione logica dell’integrazione, la più manifesta (im)potenza dell’azione nei confronti dell’Intero e come la concretezza della filosofia sia una cosa sola con la sua impossibilità di valere nella progressione che ne temporalizza i termini.»
(R. Bacchin, Metafisica originaria, p. 114).

Filosofia: scienza del “limite”

Un’ultima considerazione.
Oggi la filosofia corre continuamente il rischio di ridursi a semplice “dossologia”, a mera “storia delle idee”, in una parola, a “scienza del linguaggio”: ciò accade quando la filosofia rinuncia alla propria ‘scientificità’ nelle interminabili decostruzioni critiche del significato (come nel pensiero “post-metafisico” di area francese), o quando la filosofia si illude di ‘scientificizzarsi’ trasformandosi in tecnica d’analisi formale dei concetti (come nel “neo-empirismo” di area anglosassone e americana).
Non v’è dubbio che la sfida contemporanea della filosofia risieda ancora (come per Husserl e per la tradizione tedesca della “fenomenologia”) nel suo rapportarsi alla scienza autentica: il “fatto” scientifico è ancora il “dato” di cui il sapere filosofico deve poter fornire le condizioni trascendentali di “possibilità”.
Eppure ciò non può che avvenire, al nostro tempo, nel senso di una assoluta “differenza” rispetto al passato: oggi al filosofo spetta la responsabilità di riconoscere il “differire” in-finito della Cosa, la sua concreta “e-sistenza” – l’esistere “e-statico” della Cosa – come il radicalmente Altro da ogni Oggetto “de-finito” tramite le categorie o le leggi della scienza.
Ritornando a questa sua Origine abissale, ritornando al suo Inizio – in senso teoretico: al suo “cominciamento” – solamente, la filosofia potrà ritrovare la propria essenza: il proprio essere un “pensiero” che pensa l’Impensabile, il proprio essere un “dire” che dice l’Indicibile, il proprio essere “scienza” del Limite di ogni discorso scientifico.
(cfr. M. Cacciari, «Della cosa ultima»).