Gentle Giant con poesie di Sylvie Fabre (da L’infinito approssimarsi, Macabor Editore)

Nous ne sommes personne, un nom
pourtant nous est donné.

Contre lui, ange profond, inavoué
nous nous serrons.
Il y a une origine, infime
 nom et corps se rejoignent
déroulent leurs arcanes
extase, plainte ardente
que révèle le poème.

Ton nom touche ta blessure.

 

Non siamo nessuno, eppure
un nome ci è dato.

Contro di lui, angelo profondo,
inconfessato, ci stringiamo.
C’è un’origine, infima
dove nome e corpo si riuniscono
spiegano i loro arcani
estasi, lamento ardente
che rivela la poesia.

Il tuo nome tocca la tua ferita.  

***

L’approche
le retrait, tu t’abandonnes

tu sens le glissement
la chute, l’encre du ciel
le brasier des étoiles, les nuages.
Sont-ils semblables très loin
là-bas ?
                                          

Tu t’abandonnes à l’espace
rare, l’approche.     

 

L’approssimarsi
stare indietro, abbandonarsi

tu senti lo scivolamento,
la caduta, l’inchiostro del cielo
la brace delle stelle, le nuvole.
Saranno simili da così lontano
laggiù
?

Ti abbandoni allo spazio
raro, l’approssimarsi.

***

Mystère du – oui.

Anneau, syllabe
sans habit ni regard
aile du Verbe
souffle bu – de bouche
à bouche recueilli
union, haleines
fanal du sens.

Sur mer, à terre
rebord des lèvres
en ciel de traîne

le son bleu
parole du oui

​                         irradie.

Mistero del  si.
Anello, sillaba
senza vestito né sguardo
ala del Verbo
soffio bevuto  di bocca
a bocca raccolto
unione, fiati
fanale del senso.

Per mare, a terra
sul bordo delle labbra
nel cielo di strascico

il suono blu

parola del 

                    irradia.

***

DA: L’INFINITO APPROSSIMARSI, di Sylvie Fabre G. – Traduzione di Gabriella Serrone, Prefazione di Fabio Scotto (Macabor, 2019)

Il libro è reperibile qui:

https://www.macaboreditore.it/home/libri/hikashop-menu-for-categories-listing/product/78-l%E2%80%99infinito-approssimarsi.html

*

Sylvie Fabre G. è nata a Grenoble nel 1951. Dopo essere stata docente di lettere per molti anni, ora si dedica alla scrittura. Le sue poesie sono state tradotte in molte lingue e dal 1976 compare in riviste e antologie in Europa e Canada. Ha pubblicato una trentina di raccolte di poesie con diverse case editrici e una quarantina di libri d’artista realizzati con pittori, incisori, calligrafi e fotografi. Per il suo libro Frère Humain (edito da l’Amourier), ha vinto il Premio Louise Labé nel 2013.
Fra le sue opere di poesia: Première Eternité, Paroles d’aube(1995); L’Autre Lumière,Unes, (1995); Dans La Lenteur, Unes, (1998); Le livre du visage, Voix d’encre, (2001); L’approche infinie, Le Dé Bleu, 2002; Le yeux levés, L’Escampette (2005); Quelque chose, quelqu’un, L’Amourier, (2006); Le Génie des rencontres, L’Amourier 2003: Corp subtil, L’Esampette, (2009); Frère humain, L’Amourieur (2012); Tombées des lèvres, L’Escampette (2015);  L’intouchable, Le Pré Carré, 2016; La Maison sans vitres, Parole d’aube, (2018); Pays perdu d’avance, L’Herbe qui tremble (2019).
Alcuni suoi componimenti sono stati pubblicati in Nuovi poeti francesi, 2011, l’antologia edita da Einaudi e curata da Fabio Scotto. 

 

Nino Rota con tre poesie di Silvia De Angelis

Arcano silenzio
.
Sull’incipit della sera
nel mormorato di vortici lontani
s’assiepano vibranti schiume d’oceano
mosse da lumi di cose già narrate.
Pesanti tocchi di neve
impalmano tacite astrazioni
scivolate su anse di buio….
Gelide ne quietano l’ardire
nell’assenza di pochezza
approdata su un pallore d’abbandono.
Un arcano silenzio nel viola del pensiero
è interrotto da un suono di campana
scivolato su perfetti sgarbi
naufragati su lingua prosciugata…

*

Controllo delle emozioni
.
Incisioni sulla pelle
nella linea che s’incurva
lasciando un fremito dolente
su ventre ceduto alla fiamma.
Mozioni tenute a bada
nella matrice che scandisce passi
sul tempo affusolato d’un narciso.
Abbaglia voci antagoniste
nell’inganno senza licenza
scivolato su trucchi non riusciti…

*

La destinazione
.
Nelle pulsazioni d’aria metallica
spulcio il tuo dire silenzioso
inteso come una sberla alla vita che accade.
Affilo gli occhi in caduta libera
sul tuo ego riciclato
da una quasi ibernazione voluta.
Gazzelle si muovono velocemente
fuori del muto dogma
senza raggiungere la traversa
che ti attraversa …
proseguono imperterrite la corsa
mutando destinazione …

*

@Silvia De Angelis 2022

*

Silvia De Angelis è nata a Roma, sempre invogliata dal contatto con la gente per il suo carattere estroverso e comunicativo. Dopo un inizio poetico rivolto a elaborati dai toni “scarniti”, cresce notevolmente, modificando lo stile e delineandone il fascino, con scritti più congrui e completati da una struttura più armoniosa.Gioisce al contatto con la natura, in tutte le sue manifestazioni, dedicandole svariati elaborati poetici, in particolare, un volume, completamente riservato agli animali “CONOSCIAMOLI MEGLIO”. Ne pubblica poi un secondo, “CORALLI DI PAROLE INTAGLIATE COL FIATO”, in cui si sofferma volutamente su tratti d’inconscio. Ancora un terzo libro, stavolta in vernacolo, dedicato alla tradizione della sua città nativa, Roma, dal titolo “’N’ANTICCHIA DE’ ROMA MIA”. Segue un libro di poesie del profondo “INGANNI TRAVESTITI D’INCANTO” e infine un’ultima pubblicazione, di emozioni poetiche, dal titolo “SCREZI NEL VENTO”

 

Alan Silvestri con poesie di Angela Botta

MADRE DI LUCERICORDO
IRRECUPERABILI
.
Procedo al recupero
di ogni immagine
tutti gli steli
tutti i tramonti
tutte le grida
le risate
.
Mamma di vento
non trovo
più i tuoi occhi
Uccisi dal male
.
Possono gli occhi
Vedere troppo?
.
Forse i tuoi l’hanno fatto
nel viola che amavi
so ancora piangere
l’impossibilità del respiro
di un volto negato
.
In eterna luce ricordo
Liberami dal male
E dal tormento
Tu che mi hai trasformata
In carne della tua carne
.
Possano i miei occhi
accendersi del tuo amore
Infinito
nell’ infinita fine
che attende le tue mani
coi guanti di plastica rosa
.
2011

*

Oltre ogni materia creata
dio non basta a definire la madre
oltre il sangue congiunta
Corpo tessuto nel vuoto
tracima gravido e quieto
.
Mutevole il volto solcato
Muto s’affaccia al giorno
e dove s’accosta il figlio rimane
e la vive dove il nulla sa nascere
e la tocca dove nessun uomo sa giungere
.
2020

*

Non la conoscevo, tratteggiavo a volte,
la sua straziante calma
fermando la contrazione che toglie il respiro.
Il cibo risaliva fino alla testa bianca,
apnea infinita, così idiota da non soccorrersi,
tossiva figure di carta, lutti da ceramica sporca.
Bicchieri riversi da specialisti del “dovresti essere”
le cantavano in bocca nel suono strozzato dai vetrai.
Il pianeta nano è abituato ai “satelliti del non è abbastanza”
La soddisfazione anoressica dai troppi caffè,
(in)nata ogni giorno, pur di non mangiare scatti a vuoto.
Foto troppo mosse impauriscono gli autori del perfezionismo cosmico,
ed è così che vede il mondo elettrico del “non vali abbastanza”
Ed è così che vede la bellezza delle tribù mangiate dai morti,
trascinate nel letamaio ingombro delle nuove malattie dei secondini.
La sua galera sussurra tra le dita una generosità da dolore conclamato.
Non la conoscevo, tratteggiavo a volte, solo, la sua straziante calma.
.
2020

*

Sorella mia dagli occhi di giada,
fuori qualcosa ha scavato il mio sorriso.
Dentro la terra tu hai vita
e io non so più sorriderti ora.
Dio mi ha dimenticata
dentro la guerra più semplice,
nell’unica battaglia che nessuno conosce.
Di questo io vivo e solo tu ora
ne conosci il segreto.
.
2022

**************

Angela Botta nasce nel 1962 a Roma, dove ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti e canto jazz alla Scuola Popolare di Musica di Testaccio. In questi ultimi anni ha intrapreso, al Cineteatro di Roma, con i maestri Alessia D’Errigo e Antonio Bilo Canella, un percorso teatrale e performativo basato sull’improvvisazione e l’atto poetico. Ha partecipato insieme ad altri artisti, alla presentazione e al progetto del film “La Fine del Mondo” di Demis Sobrini. Molti i suoi testi poetici, tra questi ricordiamo: “Le Parole Ascoltano” finalista nel 2012 al Premio della critica – Festival di poesia di Genova, “L’Amore è un’Apocalisse degli Sguardi”, “Teatro di Carne”, “The Negative Dark Book” scritto con Toni Contiero, e il romanzo fantapoetico, “Il mio nome è Emily, come Emily Dickinson”. Angela scrive tuttora sulla rivista Nova di Antonio Limoncelli e ha collaborato a lungo con il poeta Giovanni Caria. L’ultimo suo lavoro, “La Prospettiva Invisibile” è stato vincitore assoluto per il tema della musica nel concorso di poesia de “ilmiolibro. it”, legato al Festival di Poesia di Genova: Parole Spalancate. Nell’ottobre del 2018, insieme agli artisti Mauro Magni e Pier Maurizio Greco, nella settimana di Rome Art Week, ha contribuito, in qualità di performer, a “Come Isole”, progetto espositivo curato da Maria Arcidiacono, con la collaborazione di Roberta Melasecca, e presentato a Roma presso l’Associazione TraleVolte. Sempre con Maria Arcidiacono e con la pittrice Renata Maccaro, è nata la bellissima esperienza pittorica e performativa “Corpi narranti” al MagmaLabSpace di Roma.

 

 

 

 

Lalo Schifrin e poesie di Lucio Piccolo

Mobile universo di folate

Mobile universo di folate
di raggi, d’ore senza colore, di perenni
transiti, di sfarzo
di nubi: un attimo ed ecco mutate
splendon le forme, ondeggian millenni.
E l’arco della porta bassa e il gradino liso
di troppi inverni, favola sono nell’improvviso
raggiare del sole di marzo.

Da 9 liriche.


Scirocco

E sovra i monti, lontano sugli orizzonti
è lunga striscia color zafferano:
irrompe la torma moresca dei venti,
d’assalto prende le porte grandi
gli osservatori sui tetti di smalto,
batte alle facciate da mezzogiorno,
agita cortine scarlatte, pennoni sanguigni, aquiloni,
schiarite apre azzurre, cupole, forme sognate,
i pergolati scuote, le tegole vive
ove acqua di sorgive posa in orci iridati,
polloni brucia, di virgulti fra sterpi,
in tromba cangia androni,
piomba su le crescenze incerte
dei giardini, ghermisce le foglie deserte
e i gelsomini puerili – poi vien più mite
batte tamburini; fiocchi nastri…

Ma quando ad occidente chiude l’ale
d’incendio il selvaggio pontificale
e l’ultima gora rossa si sfalda
d’ogni lato sale la notte calda in agguato.

Da Canti barocchi e altre liriche.


Plumelia

L’arbusto che fu salvo dalla guazza
dell’invernata scialba
sul davanzale innanzi al monte
crespo di pini e rupi – più tardi, tempo
d’estate, entra l’aria pastorale
e le rapisce il fresco la creta
grave di fonte – nelle notti
di polvere e calura
ventosa, quando non ha più voce
il canale riverso, smania
la fiamma del fanale
nel carcere di vetro e l’apertura
sconnessa – la plumelia bianca
e avorio, il fiore
serbato a gusci d’uovo su lo stecco,
lascia che lo prenda
furia sitibonda
di raffica cui manca
dono di pioggia,
pure il rovo ebbe le sue piegature
di dolcezza, anche il pruno il suo candore.

Da Plumelia.

*************************

Lucio Piccolo è nato a Palermo, il 27 ottobre 1901, dal barone Giuseppe, discendente da una facoltosa famiglia radicata da alcuni secoli a Ficarra, a Naso e a Capo d’Orlando, e dalla contessa Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò, appartenente a una delle più importanti famiglie aristocratiche siciliane. Teresa è la più giovane di cinque sorelle, tra le quali si ricorda, Beatrice, madre del futuro scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Nel 1953 moriva la madre. Nel 1954 Piccolo stampava a proprie spese le 9 Liriche, presso il piccolo stabilimento tipografico «Progresso» di Sant’Agata di Militello, e le inviava senza affrancatura a Eugenio Montale che, incuriosito, le lesse e le apprezzò decidendo di presentare quello che riteneva dovesse essere un giovane autore al Convegno di San Pellegrino Terme dedicato al confronto fra due generazioni. Ma la sorpresa fu naturalmente constatare, quando l’autore delle 9 liriche arrivò accompagnato dall’ancora inedito cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa, di trovarsi di fronte a un poeta maturo e coltissimo. Ebbe inizio così il successo di Piccolo che pubblicava nello Specchio Mondadori Canti barocchi e altre liriche (1956)  con la prefazione di Eugenio Montale; nel 1960, Gioco a nascondere. Anche in tal caso, come già per la prima raccolta, si tratta di una selezione di nove poesie.  Nel 1967, egli dava infine alle stampe la terza e ultima raccolta,  pubblicata in vita (sempre costituita da nove poesie), Plumelia, edita da Scheiwiller. Nello stesso anno pubblicava, su «Nuovi Argomenti», n. 7/8, L’esequie della luna, una “Prosa per un balletto” (così è sottotitolata l’operetta). Morì nel 1969.

The Monochrome Set con poesie di Anna Pinto

Prima
.
 In cerca di cielo,
 fisso il muro di fronte, le foto dei miei trent’anni, tutto ciò che non sapevo
 s’apre un varco nella materia ventricolare,
 il liquor liquore trascina in orizzontale,
 in un altro mondo vorrebbe ungermi di linfa affettuosa
 in questo aspro contesto sparge come le rotte acque di una nascita prima la voglia di girare le lancette,
 il sogno di una corsa all’indietro ed io mi struggo.
 Si screpolano le dita, si spezzano le unghie.
 La gabbia resta.

*

Resistenza
.
Non è che il petalo stanco di un fiore piegato ai bordi di una strada senza nome.
Non è più nel sangue, non è più nella lacrima, non c’è nel cuore.
Diserta ogni colore.
Vedo un letto, in molti l’hanno abitato,
sfatto, umido, con macerie nel mezzo
La lotta mostra la resa così…
Si sente nel tortuoso giaciglio il rumore di una guerra perduta.
Affiora l’ombra sulle pareti di un capo chino e mani in preghiera.
Il bordo della resistenza, in ultimo, ha cercato Dio.

*

Sguardo
.
Sulle parole che emozionano e lottano in una sonorità infelice in gesti sacrali
ma irrisolti da svenire di dolore.  
Sono in una nebbia fitta priva di calore e tatto,
i fantasmi rammendano mancanze, si distruggono contro il muro.
Altro è il desiderio di anime in festa e vicinanze e sospiri e abbracci.  
L’esibire diritto in fronte non traghetta,
è girone infernale.
Poco male.

*

Volta
.
Il lenzuolo si gonfia come vela per un gioco tra bimbi
il cielo delle navate dei luoghi sacri è gonfio così di aliti, sospiri e nascosta gioia.
Ed è una danza un soffio, l’avvitarsi in braccio, l’invito all’alto
per ritornare a terra in modalità felice.
Sotto il cielo protettore della volta alata.  

*

Fasmide Audax
.
Mi adatto alla moltitudine di bugie, in ginocchio di fronte alla conoscenza tripartita,
un copricapo da giullare
per l’ilare e l’anestetico.
Ecco appare prima della nuova folata di vento
prima del dolore violento
appena la tenda è richiusa,
sposta l’immagine nell’antro di Medusa.
Questo nome è spento, resta un’ombra smembrata sulle pareti.

****************

.

Anna Pinto, di origini baresi, ha vissuto fin da piccola in contatto con cinema e teatro. Ha frequentato con profitto il Dams Arte, oltre che di cinema e teatro si è occupata di linguaggio del corpo e si è accostata alla scrittura. Autrice completamente inedita, vive a Bologna.

Una vita in scrittura: Flavio Almerighi

Ringrazio Limina Mundi per l’attenzione che ha prestato a questo memoriale sulla mia vita in scrittura.

LIMINA MUNDI

“Omaggio a un poeta”, olio su tavola, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di…

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Edward Elgar con una nota di Marta Celio sul libro Influssi (delle Metamorfosi e dei Mutamenti) di Alessandro Cabianca edito da Macabor

È a partire dall’etimo di Influssi (Macabor editore, 2022) che siamo nel cuore della “narrazione”: quella “eterna narrazione” in altri tempi chiamata, “L’eterno racconto”, come suggerisce il gioco della sineddoche, appunto: la poesia tutta di Alessandro Cabianca. Una parte per il tutto, dunque, un racconto, Influssi, nella narrazione ininterrotta del poeta vicentino. Qui, nell’esordio con Macabor, l’etimo stesso  che è titolo dell’opera, costituisce la questione “fondante” della silloge: a partire dalle suggestioni della classicità (frutto di un patrimonio di idee assunto nello studio delle culture greca e latina e poi allargata alla letteratura italiana ed europea), la poesia viene vista da Enzo Santese, in una recentissima nota  di lettura (Amicando Semper n. 37- febbraio 2022), qui parafrasata, (e per molti versi ripresa in toto, per altri ri-scritta ex novo), poesia quale “presagio”, “prefigurazione” di accadimenti che nella circolarità del tempo vedono inanellarsi presente-futuro-passato, alla luce di una misteriosa energia, che è poi quella della natura. La duplicità fisionomica intrinseca al testo spinge ad una ri-lettura che ne svela l’autenticità e ricchezza. Assistiamo, con il poeta vicentino ad una scansione, more geometrico, labirintica degli spazi, che spinge il lettore a diverse prospettive e a inseguire ipotesi, senza mai giungere alla dimostrazione della tesi. Nessuna pretesa risolutiva, dunque, bensì apertura al senso e al mutamento. La triplice scansione dei testi (Metamorfosi, Mutamenti, Canti d’amore) risponde sia ad una esigenza di omogeneità significante dei versi raggruppati, sia ad una articolazione precisa del pensiero. A partire da sollecitazioni concettuali connesse con un percorso di crescita negli elementi fisici e dello spirito, per arrivare all’universo più interno, quello che connota la personalità del soggetto. Sullo sfondo: Ovidio, come innesco di un’orbita di riflessione sulle sorti dell’esistente nella concretezza della fisicità e nella rarefazione dell’astrattezza. Sempre aderente all’universo del finito, tuttavia, Cabianca tocca e si addentra nelle prime propaggini dell’infinito, senza perdersi, conservando – anzi – la chiara memoria del ritorno al concreto, dove il soggetto creante ha sempre la chiave per risolvere lo spaesamento. Il gioco (aggiungiamo noi: serio) della parola espressa e inespressa è nel poeta vicentino, gioco di profondità e sviamento. Lo schema delle opposizioni nasce dai Ching, libro sapienziale cinese, metro culturale del vissuto, che agisce in senso prettamente naturale, (contrariamente al senso morale nel mondo orientale). In Cabianca, emergono interessi culturali ma che si rivelano essere sempre la filigrana di un pensiero disteso tra paesaggio interno ed esterno, con riverberi su ogni motivo il poeta vada a fissare lo sguardo, che è sempre, sguardo dell’anima.

.
Marta Celio
 .
*
.
Da Influssi (delle Metamorfosi e dei Mutamenti), Macabor Editore 2022
. 
L’INFEDELTÀ
.
Noi non sappiamo dire se l’anno è cominciato bene
o se ci aspetta la bufera,
se un forte sole spezzerà le nubi
o soprattutto il caso;
non sappiamo se ancora lo sposo sarà raggiante
e se noi due potremo riprendere
i fili persi della discussione.
.
Eppure, uomini obbligati alla vita,
non così alla felicità, sempre siamo stati
fedeli, perfino al sogno,
quando il tuo corpo al mio s’avvicinava
sull’erba umida, a dare e raccogliere umori.
.
(Memoria di tutte le memorie, Pound, la scoperta
infinita, il miele finissimo e l’arsenico:
ad ogni incrocio uno strappo, e via per altra strada).
.
Amica, così non ti sarò, come credi
o come vuoi che sia;
e le spose infelici attendano fiduciose.
.
Giù nella piena dello Scamandro,
dalla torre, Andromaca segue la battaglia,
stringe a sé il piccolo dio, che chiede
quali siano le armi di Achille e quali del Telamonio;
.
risponde di loro due bambini, di Ettore,
il migliore nei giochi, il più veloce nella corsa,
e lo sguardo scruta nella mischia più a lungo,
velato da neri presagi.
.
I monaci consumano da soli vitalità
e innocenze, portano lente calibrate insanità,
a contatto dell’estasi e del sogno:
bruciano corpi e anima ad un passo dall’infinito.
.
Altri hanno colorate sciarpe
e cappelli a larghe tese
e una fottuta paura della catastrofe improvvisa,
come del raffreddore:
tracciano continui, improbabili percorsi.
.
*
.
NOTTE (del nibbio, delle nuvole e dell’indifferenza)
.
Si parla con maggiore intimità
a luci basse o a lume spento,
allungando la veglia fino all’alba
in chiacchiere o in calde maldicenze.
.
Canti dell’anima con suono delicato,
come ombre severe fin sugli occhi,
dicono della vita che passa, del tempo che rimane,
più con dolcezza che per desolazione.
.
Si gioca con maggiore indifferenza,
le facce aguzze dal fumo e dalla fame,
e quando sonno e noia son quello che rimane,
un altro calice si colma, che l’ebbrezza duri.
.
La notte, passato che si spegne,
per come l’alba accende un medesimo futuro,
di ombre che frugano la mente, in giù,
di ghiaccio che sferza gli occhi, in sù,
verso la casa del nibbio e delle nuvole.
.
*
.
SALOMÈ
.
Per quante mani ti hanno toccato,
sporcando non solo le tue vesti,
con l’odore acre del tabacco da pipa,
dei sigari havaiani o dei profumi
fortissimi di Saigon, per quante labbra
.
hanno creduto di possederti, chiedendoti
il gusto delle cose, senza trovarlo mai,
per quanti veli tu hai regalato
all’insaziabilità di Erode, per quante arti
t’hanno insegnato, nella consuetudine dei corpi,
.
per quante risa sulla stupidità dei maschi,
impacciati e timidi, facili da prendere
negli esperti giochi della seduzione,
non riuscirai a dimenticare il giovane
.
dal viso scarno che scrutò in fondo
ai tuoi pensieri, e conobbe la pena.
.

****

 

L’autore Alessandro Cabianca

Chet Baker & Paul Bley (Diane) con poesie inedite di Luigina Bigon

VAIA
.                    
 
Boschi decapitati
pianto di caprioli di lepri,
fuga disperata di torrenti
a strappare strade case ponti. 
.
Rocce spettrali nubi rabbiose,
mano rapace a smembrare
la carezza della vita.
.
Un requiem muto si propaga
tra le genti,
un orare nella pena
soffoca lacrime,
genera la volontà di risorgere.

*

Frammenti
.
I
Ancora siamo sogni
solco che sogna mari, golette da salpare,
monti vallate fiumi, cieli
cui salire oltre le nubi sonore
dove Vivaldi ci adombri di stagioni.
 
II
 
L’incontro con le Anguane
ha reso allegro il fringuello,
frizzante il vino di Carmen
fatto ridere il bancomat vuoto.
I desideri corrono come treni.
 
III
 
Non c’erano proprio gli uomini
quando il sole cominciò a sbucare,
poi andarono per foreste
nudi come il mare.
.
I   – spinta alla vita
II  – velato erotismo
III – flash primordiale

*

Quinto giorno
.
Una cartolina sbiadita,  muffa sulle parole
scaglie di pietra, zoccoli di cavallo.
.
Grandine.  Il telefono tace  – rumore
di carri sullo sterrato.
.
Davanti al capitello il vecchio prega.
.
Candele spente. Suona la campana.
L’asfalto grida, l’uomo tace.
.
Più si allontana più si avvicina.
La viola del pensiero è un abisso.

*

La mosca di Strand
.
La mosca di Strand ti vola addosso
come la sua alla fine del tramonto.
.
Anche l’ombra scompare,
se ti tocchi la fronte senti che è fredda.
.
Galleggi nell’acqua parola alla deriva
anche se oggi ti sei vestita di rosso.
.
Il pensiero vola come un uccello vagabondo
in un cielo slegato mentre le anatre
.
starnazzano nelle pozze di periferia.
.
Fa freddo, la brace incenerisce come la nucleare
su Hiroshima. Uno spettro sulla parete,
.
la mosca vi si posa sopra. 

*

La solitudine delle panchine
 
La solitudine delle panchine,
dei giochi dei bambini,
dei sentieri
e degli alberi spogli.
Un aereo sorvola le nubi,
forse un uomo a tenere la dritta
verso altre solitudini.
 .
Nemmeno un passero
a radere le foglie senza vita.
Forse il silenzio
a dirmi di chissà quale altrove.
 .
Con la maschera sul viso
e gli occhi bendati
vago in questo tempo
senza volto senza meta.

*

Acqua di torrente
e pane
. 
Un fiore s’è preso la parola.
È il giglio di Sant’Antonio
fiorito sopra le macerie.
Senza amore non ci sono
parole nuove, se non di chi
regge l’aurora di un nuovo
cantico che risuoni nella valle
storta e riempia di luce
l’albero di nostra madre
rifiorita in vita. E poi
 .
acqua di torrente
e pane.

*

Giorni limbali
.
Rombano aeroplani
tra nembi scuri.
Nessuna visione nutre.
Soltanto il frastuono
accompagna questo viaggio.
.
Il futuro a sghimbescio
non ha gambe né ruote,
solo uragani compulsivi 
tra vaccini e no vax
che irridono tra maskeruole
e gel scaccia virus.
.
Un ceppo d’anni ci trascina
a piombo lungo questa strada
faticosa a salire. Il tempo
consuma mente deboli,
lacera confini e metri
lambisce ogni spazio
inghiotte ogni forma di vita.
.
Pasque senza risorto e gemiti
nei tre giorni limbali.
.
Perché non Ritorni?

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Luigina Bigon è nata a Padova, dove risiede. La sua professione si è svolta nell’ambito dell’Alta Moda. Sue creazioni sono esposte nella Saletta Egizia del Museo della calzatura femminile ROSSIMODA di Stra (VE) vedi Europena a Collections e Luigina Bigon – Google Arts & Culture. Dal 1980 fa parte del Gruppo letterario Formica Nera partecipando alle molteplici antologie e quaderni di poesia del Gruppo. Nel 1989 è stata cofondatrice del Gruppo poeti Ucai di Padova e curatrice delle Antologie poetiche del Gruppo. Ha ideato e curato la collana di aa.vv. “… in versi” realizzando le antologie Camminando… in versi; Gelato… in versi e Occhiali… in versi. Ha pubblicato le sillogi: Barattare Sogni; Lucenèra; i poemetti Cercando ‘O’ e Diacronicità, con traduzione in inglese di Adeodato Piazza Nicolai. Promotrice e curatrice di Vajont – Padova e i suoi artisti, tradotta da A. P. Nicolai. Sue liriche sono state tradotte e pubblicate nelle riviste newyorkesi “Chelsea”, “Gradiva”, Foro “Italicum” e altre italiane tra cui “Scorpione Letterario” voluta da Alfredo De Palchi e curato da Antonia Arslan.

 
 

Johann Sebastian Bach con poesie di Lara Pagani

Scrive Lara Pagani, sono di Lugo di Romagna, nata nel 1986 e laureata in lingue straniere. Lavoro nell’azienda di mio padre. Scrivo poesie dall’adolescenza. Non ho mai, finora, pubblicato una silloge. Ho il piacere di proporvi tre sue poesie che, tanto gentilmente l’autrice mi ha inviato, nella speranza che possano riscuotere il vostro interesse, così com’è stato per me. Questa poesia è una piccola ventata di freschezza.
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Non parli
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Ma al posto tuo rifugge ogni mio nervo
e laddove non osi pronunciarti 
sono io che scrivo. Vedi io mi dibatto
nel coacervo di suoni che trattieni —
vieni, non aver timore. Tacere
guardandomi attraverso adesso e sempre
è il modo — l’unico plausibile — 
che rimane a conoscerci. 
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tra tutti i “se” che esistono al mondo:
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se potessi donarti sangue mio,
intatto-fluido-giovane-insolente
e se potessi domattina regalarti 
l’angolo pervicace e tutto verticale 
del meglio che ho dentro la mente;
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ti si potesse donare la lingua 
che taglia, incide, fonde il ferro 
e scompiglia la faccia al dirigente,
quello che si crede Dio e dispone
persone come piatti a tavola!
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Se potessi donarti l’organo vitale
da viva e pulsante ancora, il finale —
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muterebbe sempre e comunque 
a dispetto della mia supponenza 
a nostro sfavore: poiché te proprio amo
come sei ora e se mi cambio la pelle 
perdo me stessa e smarrisce
l’amore che abbiamo ogni motivo di esistere.  
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divagazione
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Ma al mondo non esisti tu soltanto.
Ci sono inverni miti, estati crude,
esiste il cardellino col suo canto.
Esiste la mattina che ci illude
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nella bocca dorata; il firmamento 
sopra le teste cieche non conclude 
la sua svolta celeste dentro al pianto 
di stelle trapassate, bensì incede.
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Tutto un mondo scalpita se trapela 
allo sguardo stupito alla finestra.
Sfrigola sotto a vene verdiazzurre 
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la bellezza e sa bene riprodurre 
sé stessa nuova: certo non maldestra,
conosce ogni segreto e non lo svela.
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Flavio Almerighi – Lettere, Ed. Macabor, 2021

Un’interessante recensione di Lettere con poesie scelte da Anna Maria Bonfiglio.

LIMINA MUNDI

Con Lettere Flavio Almerighi aggiunge un altro importante tassello alla sua produzione poetica. La raccolta, suddivisa in quattro sezioni, si presenta come una corrispondenza epistolare senza un preciso destinatario, un monologo per tutti e per nessuno, nel quale ogni lettore può riconoscere qualcosa di sé. La scrittura poetica di Almerighi è un arco che si flette in direzioni infinite, sempre riuscendo a centrare il bersaglio, ora con frecce appuntite di ironia, ora con amarezza o polemica verso un modus vivendi in cui non si riconosce, infine con lo sguardo amorevole verso gli affetti personali e con l’abbraccio dettato dall’umana pietas. Una cifra stilistica, quella di Flavio Almerighi, che sopravanza ogni stilema avanguardistico, pur avendone introiettato la lezione, e che ricusa la sovrabbondanza sentimentale conservandone il valore intrinseco. Nel corpo dei testi rinveniamo la durezza della condizione esistenziale (Messo al mondo, legato, in prova) e la tenerezza dell’affetto taciuto …

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