Brian Eno con inediti di Irene Sabetta

Monologo esteriore n. 3
.
Tocco la poesia negli intervalli,
nei ritagli, negli scarti
e mentre scrivo penso:
sono il neurone nella testa
o la mela, la scarpa, il filo d’erba nel prato?
La mente avvolge il corpo
e la parola nasce distante da me.
Mio fratello è una voce
che mi chiama di notte
e il suo numero di telefono
è una formula algebrica.
Mi sono svegliata due volte
alla stessa ora nello stesso giorno
e continuo a non capire.
La vita è un macchinario
in rodaggio,
io sono parte del motore
ma nessuno mi sa dire
quanto durerà la prova.
Ora che lo spazio d’incidenza
è minimo
e il fiato è corto per legge
non più di un metro
rifiuto questo pozzo contaminato
e mi rifugio in quello che riesco a vedere
dalla finestra:
le pieghe verdi tra le montagne,
le fragilità periferiche,
le chiese sconsacrate.
Mi arrendo con dolcezza alla paralisi
ed è un bene non conoscere mezze verità.

*

Disattenzioni

Sordi all’esplosione dei coralli
nelle notti di dicembre,
indovinammo dai topi
la strategia del faggio.
Non più complici dell’acqua che scorre
e dei semi sotto le foglie,
salimmo a stento sul monte
guidati dagli occhi del lupo.
Le piccole luci intermittenti,
più spente che accese,
brillarono tra gli alberi arsi,
fantasmi del fuoco.
L’incendio che bruciò la montagna
parlava aramaico
e le ossa dei dinosauri
esposte nei musei
sono forme astratte
ai nostri occhi bendati.
Accoglimi nella tua scia luminosa
e cospargimi dei petali gialli delle ginestre.

*

All’immaginazione preventiva

Se camminassi sulle parole
la tua poesia reggerebbe il peso.
Potrei usarla
per raschiare il fondo d’acciaio
o per piantare
chiodi alle pareti.
Potrei costruire città
o giardini accoglienti
impastando i tuoi versi
a calce viva.
Finalmente parole utili.
Se costruissi una scala d’avverbi
potrei salire fino all’ultimo gradino
e seguire la curva di luce.
Vedrei lontano
gli alberi cadere nella foresta
e saprei cosa fare.
Domani sarebbe adesso.

*

Qualcosa

Qualcosa si muoveva
tra i cespugli nel sottobosco
la consapevolezza del non oltre
dissetava a piccole stille
il nostro domani.
Mai sentito così bene
il piacere confortante dei segnali
il grigio umido del cielo
la distanza ragguardevole
da percorrere all’indietro.

Irene Sabetta vive ad Alatri dove insegna inglese al liceo. Suoi testi sono presenti in antologie curate da vari editori (Perrone, Poetikanten, Il Foglio Clandestino, LietoColle, Bertoni, La Recherche) e su blog e riviste   letterarie on line (Poetarum Silva, Parola poesia, Poesia Ultracontemporanea, Poesia del nostro tempo, Neobar, Transiti Poetici, Il giardino dei poeti, Carte nel vento).Nel 2018 la casa editrice LietoColle ha scelto alcune sue poesie per l’Antologia iPoet. Nello stesso anno ha pubblicato la plaquette Inconcludendo, ed. EscaMontage. Nel 2019, 2020 e 2021 sue opere, edite ed inedite hanno ricevuto segnalazioni al Premio Lorenzo Montano.  Nel 2020, ha pubblicato la raccolta Il mondo visto da vicino, ed. Il Convivio con la prefazione di Beppe Sebaste. Nel 2021 la sua raccolta inedita Nella cenere dei giochi si è classificata seconda al premio Antica Pyrgos e la sua silloge breve Errore cronologico è stata tra le opere finaliste del premio editoriale Arcipelago Itaca. Collabora con formafluens International Literary Magazine e con Poetanza Web Radio.Partecipa a reading e maratone poetiche.

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Sogno goloso di Saverio Caruso

Dove sono? Che faccio? Cos’è?                                                 
Così, senza annunciarsi, mi è comparsa                                           
Ma no, l’odore l’avevo sentito                                             
Una sfogliatella tutta plissettata si mette in mostra, incipriata com’è, mi vuole tentare                            
Non ce n’è bisogno, mi è venuta già la voglia                         
E peggio di una donna incinta, questa voglia me la devo far passare                          
Si presenta sopra una guantiera d’argento, una nasprata, Seno di Venere        
Liscia liscia e con una ciliegia per capezzolo; ma allora è domenica! Zio Tanuccio ha sfornato!                           
Un morso grande, alla crema di cannella voglio arrivare                                             
La sequenza continua: una cesta piena di zeppole pasciute e inzuccherate                      
Le mie mani sono già grasse; ma allora è San Giuseppe!                                       
Una pila di tòrtani ho di fronte, uno sopra l’altro, trapuntati di mille colori                                            
Che subito voglio sentirne il sapore; ma allora e Pasqua!                                           
Tarallucci dolci, a serte appesi, e mostaccioli sparsi, dritti e sdraiati                        
sopra una bancarella, me li mangio con gli occhi; ma allora è Sant’Anna!                            
Un piatto grosso a centro tavola stracolmo di zèppole infioccate                              
Sono ancora cocenti, e il miele le ha incollate, mi ci scotto le labbra                               
chi se ne importa; ma allora è Natale!                                
E poi mi rinfresco con quella bella ragazza di una volta                                                 
Un bacio appiccicaticcio di zucchero e imbrattato di miele; ma allora son ragazzo!                                          
L’orologio del campanile mi suona anche dal di dentro; che peccato, è solamente mattina!                                
Sì, sì, che peccato. Sì, sì, solamente: Bestemmia!                            
Svegliarsi al mattino non è mai peccato, non è mai solamente.                             
Si dice: non credere ai sogni, ma come si fa a non crederci: ho sentito l’odore, il sapore e pure la voglia                                
E poi io ci credo perché mi sento sazio, mi sono riempito: ah!

.

(titolo originale Suonno leccùccio, testo originariamente in vernacolo tradotto dall’autore; tratto dal libro Scario Flash Back di Saverio Caruso)

Pink Floyd con Carcere della terrestrità di Francesca Fiorentin (Macabor Editore)

In questa raccolta di Francesca Fiorentin, Carcere della terrestrità (Macabor Editore, 2021) tutto è calibrato: nessun eccesso creativo, nessuna esibizione, nessun trascinamento lirico. Eccola l’esistenza e il mondo che irrompono in una quotidianità per certi aspetti furiosa e l’unica arma per l’autrice è affidarsi in qualche modo alla parola che accoglie inesorabilmente ciò che è, senza sconti, senza illusioni curative (Scrivo i cocci dell’esistenza/ nessuna idea traina le altre/ si muovono urtando come onde.).

Ciò che viene fuori da queste pagine di “emotività sconnessa”  alla fine è un ritratto “non meno folle della reatà” e la sofferenza che “inquina” la scrittura non placa l’inquietudine ma l’accentua. Ci si sente perseguitati, e forse lo si è; il dilemma è se in ogni caso non si faccia il gioco dei persecutori considerando la scelta di partecipare volontariamente a questo gioco da cui non si ha il coraggio di sottrarsi.

Bonifacio Vincenzi

 

Umano è conservare pietre radioattive
presso il giardino dei cipressi
terrapieno del mio argine di socialità
e le virtù della comprensione
che un dio muto
insegnò di fronte agli orrori.

*

Il concerto dei pesci (H. Laxness)

Per lungo tempo il silenzio
fu un colpo nelle reni quotidiano
serali manie di fantasmi
tramortivano la mente
uno stato di perduta lucidità
trent’anni di follia.

Lessi dei pesci, del loro concerto
non solo abboccare, risi
e lessi di più, di tutto, da zero,
forsennatamente.
Una nuova vita, un angelo
dalla remota Islanda.

*

Corpo carta che assorbe
macchie di petrolio della cultura
la pompa carica di benzina nell’orecchio:
ascolta, non parlare
se parli, se scrivi la prima persona singolare
tagli il vento
e il turbine di voci come un fischio infligge
nel suo gorgo vorace di voler dire tutto
il dire niente.

*

Oggetto sterminato
furiosamente mondo
in ogni angolo uguale
ti chiudo dietro la mia porta
il paese dell’anima è qui con me
unica opposizione possibile.

*

Si dilapidino le energie della tua furbizia
per perdita di memoria
ideatore di malintesi.
Per metà vivi come racconti
per metà sei tu mezzo e sei tu fine
di una grande bolla in corsa casuale e impazzita
che imprigiona noi, per essere tu – mai.

da Carcere della terrestrità, Macabor Editore, 2021

Il libro è reperibile qui:

https://www.macaboreditore.it/home/libri/hikashop-menu-for-categories-listing/product/160-carcere-della-terrestrit%C3%A0.html

Francesca Fiorentin si è laureata in Filosofia all’Università Statale di Milano e ha conseguito un master di “Perfezionamento in discipline filosofiche” presso l’Università Bocconi. Una sua silloge poetica è apparsa su Nazione Indiana. Nel 2017 è uscito il suo libro di poesie Gli alfabeti intatti edito da Arcipelagoitaca. finalista al premio Tirinnanzi della città di Legnano nel giugno 2018. Nel gennaio 2020 esce il volume di poesia Legami cedenti ossigeno per Oedipus. E nel 2021, Carcere della terrestrità (Macabor Editore).

 

 

 

 

Daniel Herskedal con la mia postfazione ad AMAR-SI di Paolo Beretta e Ivanna Pedretti.

Qui sotto la mia postfazione ad AMAR-SI poesie d’amore di Paolo Beretta e Ivanna Pedretti uscito quest’anno per Terra D’ulivi Edizioni. Seguiranno quattro estratti dalla raccolta scelti dagli autori. Il libro è reperebile qui:

http://www.edizioniterradulivi.it/amar-si/279

Le risa esplose
con fragore nel petto
ne lambiscono i margini.

Se siete arrivati in fondo, ora vi tocca leggere anche questa pagina, e in genere qualcosa la lettura lascia. In questo caso consiglio una rilettura, perché questo libro la merita, soprattutto per l’amore con cui è stato tessuto, composto e poi colorato. Avete letto una silloge di poesie d’amore scritta a quattro mani da un uomo e da una donna che, come in ogni amore che si rispetti, non hanno più una linea di demarcazione che definisce separatamente i soggetti, diventano in poesia due di uno. Quel che mi piace e mi colpisce già da subito, epidermicamente di questo libro, è stata la volontà dei due autori di non separare le proprie poesie per mettersi in luce, uno a discapito dell’altro, quanto quella di metterle assieme. Uno dei primissimi assiomi in amore è proprio questo: due, ma uno. Spero abbiate apprezzato la dolcezza lirica di questi pezzetti di poesia che formano un singolo canto armonioso, efficace, lieve, come può esserlo soltanto la volontà di prendersi cura e rispettare la poesia, così come il valore dell’amore che qui è stato cantato. Io mi auguro che non l’abbiate letto come si può leggere un articolo di giornale o un romanzo. La poesia si legge diversamente, saltando pagine, tornando indietro, rileggendo e portando via, per tenere nel cuore i momenti che più hanno colpito e sono penetrati. Se non lo avete fatto, ricominciate da capo, rileggete, partecipate, perché amore è soprattutto prendersi cura, e ci si può prendere cura anche di un libro, amarlo, per il gesto d’amore che rappresenta. Il resto non conta, quel che importa è una cosa sola, e rimane dentro, la si pone dentro l’anima. E infine mi rivolgo agli autori. Siete stati bravi, siete riusciti a livello poetico nel formare di due corpi un’anima e questo non è poco.

*

Se capissi

Se capissi il dono
del tuo mancare
non alzerei polveri inutili
né strida di corvi.
Nemmeno ti sottoporrei
all’incessante gocciolio
del mio peso.
Mi dileguerei per le stanze
ingombrandole
di baci e carezze
che non sempre so dare.
 
 
Senza anestesia

Mi appello inutilmente
ad un passato che ancora scava lacrime.
Farei fuori conti in sospeso
che passeggiano sulle mie notti insonni.
Ma freddi e amari i sogni
si presentano al mio capezzale.
Succulenti alla mia insufficienza.
È un azzardo
una partita persa in partenza.
Un due di picche.
I giorni che stanno dopo
sono l’eco di un lagnoso rimpianto.
Ci vorrebbe un punto di sutura
uno di quelli senza anestesia.
Sostituirei il dolore vecchio
con uno nuovo.
 
 
Next stop Kagran
 
La ruota disarmata
sta ferma. Negli occhi
cristalli di fiume
lacrime d’amorino
ghiacciate nella sabbia
mentre colonne di fumo
sorreggono il cielo.
Next stop Kagran.
I panni asciugano
tu dormi rannicchiata.
La tua pelle sulla tela del letto
ispira l’immortalità di una caduta.
Noi non siamo
ma rimarremo.
 
 
Somewhere
Sei come la sabbia
sotto le ciglia austere dei palazzi.
Capita spesso a Parigi
per questo la amo.
E amo te
la tua assenza
le mie origini contadine.
So di poter tornare a casa, se voglio.
Fai in modo che questo non avvenga.
 
 
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Tim Hecker con inediti di Gisella Canzian

FIBROMIALGIA
.
Una vita a zoppicare
cercando il baricentro
nello strazio delle ore.
Dormire è sogno vano,
mi sveglio incompleta.
.
L’alba arriva a tratti e
colmo il grido afono,
arrugginito, teso
a smorzare domande
come fossero precipizio senza ritorno.
.
Do poco peso alle croste.
Freme solo la sete d’esserci.
.
*
.
Ero il piede costretto a marciare nelle tua scarpa.
La via crucis di una vita spaccata a metà.
.
*
.
Chiudiamo porte in faccia
strimpelliamo parole e poi
poi la musica pizzica i sogni.
Gli occhi e le mani sentiranno
quanto vuoto resta
attorno al mai detto.
Maledetto.
.
*
.
La ferita tinge le parole
di un travaglio impensato.
.
Solo la mano trema e
la penna si fa corpo.
.
*
.
Sotto i miei denti la delusione stride
non si dilegua
rimescola il sangue.
E’ zona infetta pure la gola
che fascia stretto il pomo d’Adamo.
Sono pilastro di pietra
che staglia nel cielo voce.
Così resto: ferma e attenta
reclamando ascolto.
.
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Gisella Canzian è nata a Valdobbiadene (Treviso). Ora vive a Lamon (Belluno). Tutta la sua biografia è raccolta tra i versi che scrive. Ha pubblicato due raccolte di poesia “2 Ottobre” e “Il mio passo si fa strada”.
.
*
 

 

Kælan Mikla con un inedito di Lucia Triolo

Pezzi di vita
.
“Sognavamo con i vermi
sotto un Braille di stelle” 
(S. Armitage, da “Possiamo concederci un breve periodo di esultanza” ora in “In cerca di vite già perse” p.99)
 
.
Lina non era una persona seria
e nemmeno non seria
.
aveva atteso invano come un
rumore
che qualcosa accadesse
che i figli si sistemassero
che gongolassero almeno un po’
una timida esultanza
tipo lo scodinzolio di un cane
che non desta invidia
.
ce n’era una senza caroselli in testa
che non riusciva proprio
a spruzzare coriandoli sulla vita e nemmeno su qualcuno e
comprava scarpe rossoscuro
anche naftalinizzate
-sindrome da millepiedi-
per lei aveva desiderato
-scherzi a parte-
un portafoglio a fisarmonica,
.
un’altra senza lavoro e tanti guai
le diede finalmente
la notizia
aveva deciso di prendersi un cane
“forse -disse all’ ago sotto l’unghia-
sul marciapiede di fronte
c’è ancora un po’ di spazio,
basta che
si metta d’accordo col clochard
più anziano”
.
degli altri 
quando me ne parlò
non ricordava più bene
uno, credeva, facesse in qualche teatro all’aperto
lo spettatore
sotto un Braille di stelle:
guardava gli altri recitare
grandiosi copioni ad inchiostro simpatico
cioè vivere
e non rubava la scena a nessuno
.
Non era particolarmente amareggiata:
.
“sono stata tutta la vita sopra i piedi
come una ciliegina su uno stronzo”

.

LETTERE – Flavio Almerighi

Un bell’articolo di Antonio Bianchetti su Lettere, grazie di cuore.

Intonations Cocktail Club 432

lettere-di-flavio-almerighi

Flavio Almerighi è una di quelle persone che ha avuto la fortuna di vivere due esistenze: una pre-digitale e un’altra successiva. Fa parte di quella generazione cresciuta attraverso due modi differenti di percepire la vita, e ha la possibilità di sentirsi giudice di un certo comportamento che ci appartiene e che in un certo modo ci ha formato, attraverso le esperienze della crescita.

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Brian Eno con tre poesie inedite di Maria Allo.

Della terra e del mare
.
Cercare gli dei della terra e del mare
nel sole che sorge o nel chiarore lunare
in ogni fenditura o in una pagina vuota
quando da una gioia nasce sulle gote
una piega musicale da assaporare
nel fumo azzurro delle lontananze.
Cercare gli dei della terra e del mare
sulle sabbie ardenti nel deserto
[mai quanto avrei pensato]
o nella luce fredda di una casa.
Mettersi alla prova quando la nebbia
si infittisce e dopo un poco ci si accorge
che chi possiede  il tuo cuore
si è fermato nel lungo labirinto
con l’infinito alle spalle
.
*
.
Follia umana
.
Un più grande silenzio regna
poco lontano dalle coste.
Mani screziate di vene volteggiano
come ceneri contro onde
indifferenti e un’occhiata fugace
rimuove la preziosità della vita
.
*
.
Declino
.
Tutti proveniamo dall’acqua ma non tutti apparteniamo all’acqua.
Il silenzio e il vento mi appartengono
sono  vene innaffiate di sale
in ogni suono muto incoraggiano
il biancospino a resistere
come il mio corpo di mirtillo selvatico
con gli stessi gesti di quando si resta
mentre gli occhi hanno guizzi di gabbiani
e ricordi inaspriti nel mare di corallo.
C’è il riverbero di terra incolta
di un parco in abbandono con la bocca secca
della fontana del Nettuno in ogni nome
stagliato contro la siccità dei rovi
sabbia e cenere tra rami e pietre
Intanto cigolano scaglie di bacche
                                                        [sulla pelle.
.
*********************************
visitate il suo blog:
https://nugae11.wordpress.com/

Flavio Almerighi, alcuni estratti da Lettere

Ringrazio Angela Greco e il blog Il Sasso nello Stagno

Il sasso nello stagno di AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Flavio Almerighi, estratti da LETTERE (Macabor Editore, 2021)

Con affetto
.
Gesù Cristo, mi piacerebbe
essere di nuovo felice!
Salire su un autobus
e, dopo la colletta, tornare a casa.
.
Non è più lo stesso senza te.
Preferisco non sentire
gli anni sbagliarmi addosso,
vorrei ascoltare altra musica.
.
Qui il più legale è bandito.
Spiana la canna sotto il mento,
alzi le mani d’istinto
mentre ti vuota le tasche.
Sorride prima di spezzarti i denti.
.
In ogni epoca tutti sono amici,
fino a quando cominciano i soldi.
La scena si consuma,
l’avarizia divora, strappa ogni piuma
d’inutili orpelli ai vivi.
.
Con affetto.
.
.
.
Dimenticare tutto
.
Cosa raccontiamo. Smembrata la Compagnia,
ognuno ha ripreso la propria strada
oltre i campi, verso la nuova età dell’oro.
in fondo, servono guerre per arrivare alla Luna.
Le divergenze parallele porgono cordiali saluti.
.
Salgono docili le biciclette…

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Gene Deer con poesie di Daniela Cerrato.

Infrango il tacito patto, infatti la rubrica Gioielli Rubati non include brani miei o di Daniela Cerrato, dunque oggi la derubo un po’ io.

Un foglio racconta
.
Un foglio bianco
raccoglie il pigolare
che stanzia sui tetti,
piazza di racconto
al centro e ai bordi,
spazio vuoto che resta
per ragionare silenzi,
in parentesi tonde
coriandoli di festa,
apostrofi e accenti
se opportuni. Qualche
ghirigoro per ricordare
che anche un foglio
è cuore, sa esser bambino.
.
*
.
Acqua terra e luce
.
Incisioni d’una lapide solitaria
riapparse a vista dopo la pioggia,
lacrime tardive han rimosso l’oblio
ridestando un nome emarginato.
L’identità si ripresenta
vestita di foglie gialle cucite a pietra
“eccomi son sempre qui – pare dica –
non scordate che esisto e resisto
tra le pieghe del tempo a dimora,
da tanto non coglievo attenzione
non posso dirvi quanto mi rincuora”
.
*
 

Il tuo Es (a un’amica)

.
Prova a non sopprimere per una volta
quella  parte di te che sempre fuggi
gradita o sgradita ti potrà apparire
ma non potrai di continuo oscurare
ciò che agli occhi altrui talvolta appare
non cercar pretesto, osserva l’ombra
che vive interagisce alberga in te
guarda il suo volto  ascoltane la voce
almeno per una volta non deluderla
asseconda il suo desiderio primario
chissà che tu non abbia sempre eluso
volontariamente la tua parte migliore.
.
*
.
Abbraccio
.
Sotto edicole di sospiri
sostano silenzi accomodanti
attese mai lasciate sole,
sui fianchi crescono rose
minute e profumate, bottoni
che aperti spogliano a vista
l’anima, offerta nuda
a mani ausiliatrici.
Benedici labbra adoranti
martiri del morso in entrata,
una scossa in scia vertebrale
apostola di eterno desiderio
spinge a declinare amore
nella forma meno grammaticale.
Nessun rituale è più dolce
del solleticare un fiore
appena schiuso alla vita.

.

*

visitate il suo blog:

https://ilmondodibabajaga.wordpress.com/