Aquileia nel tempo degli Unni

Ninna, oggi sei in antenna?
Storie sì, ma provvisorie,
i dubbi invece, sintomi di progresso:
rovistare una trappola per topi
non fa bene alle dita.

Sai, potresti provare
una di quelle pettinature cotonate
molto in voga nei primi Ottanta;
coprivano bene il pensare,
specie a chi teneva in borsa
un cuore di amante.

Aquileia fu un assedio bellissimo,
venne un terremoto lo stesso giorno
della partenza degli Unni:
e vivaddio! Non ripartirono più,
trapassarono tutti i cristiani,
praticando il ben noto adagio.
Ai tuoi fedeli, signore
la vita non è tolta, ma stiracchiata.
Piero, ritrova tu il fervore.

Non cambiano nemmeno oggi
le circostanziate domande, le risposte;
se hai bisogno di un leguleio
troverai sterco in abiti costosi.
L’oceano è attraversabile
a nuoto con una mano sola,
l’erotismo cede confuso,
niente t’aspetta oltre.

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Vagabondi Istriani

non che la chiglia tagli,
la barca ondeggi in nome nostro
verso un futuro prossimo e diviso
e non trattarsi di due parentesi
al fronte, divise dal ricordo
terra di nessuno

l’orizzonte equidistante marca
l’acqua verde azzurra, turchese
quando più profonda: ancora mare
ma con la voglia di mollare
e risalire da Vagabondi Istriani
disposti alla preda,
al vino e all’olio
a un abbraccio della Dominante

sia ghiaccia la notte,
bruciante il giorno,
quando pesa il passo
tutto sembra fatto per amore
in nome di Chi
chiunque Esso sia

ognuna rosa è un giorno,
il colore non implica la scelta,
muovono bianco e nero:
qualcuno mangia
altri attendono i resti del pasto
inutilmente, e a un tempo migrano
nella speranza di ritrovarsi
dentro un paese nuovo

e giusto sia far dispetto ai potenti,
alle loro barche lustre
di belle donne tanto scalze
quanto inutili ma tutto.

Sotto, una profondità silenziosa,
libera di ogni pensiero umano,
pronta ad assalire i pescatori.
Disposta al nulla

il Palazzo d’Inverno

L’umanità si divide per tre,
uomini, donne, esuberi.
Agli uomini spettano
i propri Diritti Universali.
Alle donne più o meno lo stesso
ma facciamo un po’ meno.

Agli esuberi spettano ovunque
parcheggi, niente ombrelloni,
legati agli umori e alle briciole
che cadono dall’altrui privilegio.
Sono inutili a parte quando
servono a dilatare il profitto.

Maggioranza in aumento,
il solito caffè alle Tre
ci si intrattiene ancora un po’.
Maledizione, penso sempre
a quando decideranno di assalire
il Palazzo d’Inverno.

letture amArgine: Luca Cenacchi su Caleranno i Vandali

“Caleranno i Vandali” di Flavio Almerighi e l’ironia – di Luca Cenacchi

Flavio Almerighi, con “Caleranno i Vandali”, propone una poesia dal piglio ironico e polemico, ma che non si chiude nel suo conflitto personale e, anzi, attraverso personaggi – protagonisti principali “dell’aneddotica” del poeta – si cerca sempre di accorciare la distanza, che è effetto dell’indifferenza ormai endemica di questo tempo.

Il Nostro sembra voler opporre all’indifferenza generale un quadro umano le cui storie, assieme ai soggetti stessi di queste ultime, hanno come comune denominatore dolore e precarietà a tempo indeterminato: “l’anima nel sacco nero \ conserva leggerezza \ sotto le spalle indolenzite.”

Specialmente nella poesia sopra citata [1], di cui ho riportato la chiusa, il poeta delinea il ritmo alienante del pulitore di carrozze. Egli è prigioniero della lunga “apnea” lavorativa che lo martoria e gli impedisce l’anelito verso qualsiasi bellezza, che la logica del lavoro tramuta in velleità: “io non godo le stelle / all’uscita prendo un po’ d’aria / prima di un’altra vettura”.

Interessante è quell’ironico “non godo le stelle”, il quale, in virtù della chiusa, è a un tempo provocazione, ma anche tragica presa di coscienza, non tanto dei limiti della propria umanità, ma di ciò che si sacrifica per la sopravvivenza.

Nel contesto alienato e indifferente della società di massa, quindi, si muovono due profili fondamentali – oltre la divisione dell’autore [2] – i quali delineano due facce di ciò che chiamerei “quotidianità”: una parte, in cui il poeta ironizza e polemizza su aspetti di una sterile esistenza massificata e, in generale, sulla condizione media delle persone; dall’altra, la quotidianità sofferente di coloro che cercano di sopravvivere, ma che, anche in virtù del loro stretto rapporto con sofferenza, dolore e precarietà, sono quei soggetti che si rivelano più pregni di umanità.

Se con la precedente poesia presa in considerazione, in parte, abbiamo già illuminato la concretezza della seconda suggestione, il componimento che da nome alla raccolta [3] è significativo per illuminare la prima ipotesi.

Chi sono, dunque, i Vandali che sono “scagliati dai mari alla penisola”?

Sono le persone disumanamente indifferenti, la cui caratteristica primaria è quella di essere passivi, ovvero non essere mai, o quasi, soggetti di azione, ma oggetti e, dunque, incapaci di generare qualcosa di vitale o genuino: “qualche idea da collezione / nasce morta, già rubata /paia di ciabatte all’ombra / di vecchie colonie estive”.

”Almerighi, con piglio polemico, cerca di smascherare la quotidianità dei vandali, che, nella sua visione, diviene un feticcio, non diverso dai prodotti dei supermercati e, per questo, inevitabilmente sterile.
A questa genericità, a questo piattume che, per chi non lo sapesse, riecheggia tante discussioni intorno al linguaggio della poesia contemporanea, nate nella rivista / blog “l’ombra delle parole”, viene contrapposta, non casualmente in successione, la poesia-aneddoto, forse autobiografica, del pulitore di carrozze – personaggio ben definito nella sua fisionomia umana, tutta, se mi è concesso un parallelismo, carnevalesca –, cui si affiancano anche altre vicende intente, similmente, a cogliere la tragicità della sopravvivenza (il pittore di strada protagonista del poema Dante Esposito pittore, il muratore etc…): “io non canto fiordalisi, /ma una spiaggia / di profondità estreme / perduta nel sotto sopra / di chi è smarrito / da sempre, ovunque / senza nome tace” [4] […] “giacinti non fiordalisi, / anime che porto addosso”.

Nella contrapposizione floreale si riassume lo scontro di queste due realtà, logica conseguenza del conflitto delineato precedentemente. [5]

Non mancano tuttavia le eccezioni: ad esempio componimenti più programmatici [6], o le poesie mosse dalla rievocazione della memoria nella seconda parte del libro [7].

Una di questa è la toccante poesia “Inverni già passati” dove i toni polemici e sofferenti si attenuano, senza dimenticare quella tragicità quotidiana, sempre presente in filigrana, e riaffiora un sentimento che si conforta di quelle poche sicurezze: “Ami il radicchio rosso / servito ogni domenica sera / in quantità industriali”, sprofondando in una notte e in un’ombra ristoratrice, in cui si schiude sofferente l’umanità.

Anche lo stile, infine, da un estremo all’altro della raccolta è declinato in modi diversi: nei poemi caratterizzati da pungente ironia e polemica il dettato, seppur riproponga un registro colloquiale, tende a manifestare la propria forza sovversiva, non tanto in una disarticolazione vistosa del discorso logico, quanto in accostamenti: così si dispiega una gran copia di ossimori, ambiguità, ma soprattutto di slanci metaforici.
Luca Cenacchi

Ami il radicchio rosso
servito ogni domenica sera
in quantità industriali,
ami i margini dove cresce
quell’umidità buia,
sorridi aggrappata al piatto
all’atmosfera, la stessa
che si attacca ai vestiti
in estati alquanto dubbie
sbuffi, accaldi, corri
cercando deserti veri
complice un desiderio
senza calore, carezze
la fastidiosa umidità
pesante come due figli,
lo stesso buio dei fossi
alle mani strette dice amore
ed è probabile che al ritorno
l’unico pensiero sia
mettere più baci
in pochissimo strazio,
seri puntuali e anniversari
inverni già passati.
Acquista “Caleranno i Vandali” di Flavio Almerighi sul sito della Samuele Editore
[1] Cfr. Memorie di un pulitore di carrozze p.26
[2] parole cambiano-parole finiscono
[3] Cfr. Caleranno i Vandali p. 25
[4] Cfr. Canto la morte spaccata p. 60
[5] Cfr Terra di Nessuno p. 20
[6] Cfr. Paradosso della Poesia p. 73
[7] Cfr. Fammi una cena affabile p. 77 & Piero Ciampi p. 78

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Di tutti i ricordi che ti ho dato

Alla mia età si diventa orfani
dei figli, ma
di tutti i ricordi che ti ho dato
terrei per noi quell’eroe di guerra,
Onestini mi sembra si chiamasse,
morto di spagnola nel Ventuno,
la sua edicola dimenticata accesa
incubava tuorli di passero,
tu li vedevi vivi, curiosa salivi
a osservare i becchi aperti e muti
nel via vai infinito della fame
del bisogno di mettere piume
avere voce e diventare cattivi.

Al tuo ritorno saranno hqdefaultripartiti.