sotto la pelle

un piccione stirato
sventola poche piume ai barlumi
dei lampioni nella brezza serale

penso a non gettare cenere sul balcone,
agli infiniti destini
sempre pronti ad attraversare la piazza vuota
e al restante senso di niente
sotto la pelle

ai problemi insoluti dell’umanità
penserà la nettezza domattina

le campane di Forte Interrotto

sulla via di Forte Interrotto
fossili di vita trascorsa
e lo squillare senza fonte
di campane mosse dal vento.
sono venuto a vivere il silenzio
di fantaccini falciati,
derubati anche del nome
e dispersi nella furia della Vaia

in attesa del rientro
a morire di cicale e zanzare,
anche noi carne da cannone:
questa volta
non prenderanno prigionieri
ma siamo già in gabbia,
poveri e illusi

Metà Estasi

Metà Estasi quasi metastasi
fuoco, inizio e fine, lunazione
tra gli altari di San Francesco
chiusa perché è freddo
o troppo caldo.

Il tempo inventato spunta
e si fa sera, qui, altrove,
un susseguire di fini.
Nessuno pensa il silenzio,
il moto degli astri
e degli abbracci.

Ripetersi. Insetto sotto vetro
da regalare al ritorno
da un luogo dov’è comune.
Passata la strada
diventa esotico.

scartato
gettato
senza voce

non più terrestre

ispirata a storie vere, piscinette bucate.
l’acqua da risata sguaiata in mille rivoli
si perde per congiungersi al maltempo,
racconta buona musica

raccomandando, genitrice buona e premurosa,
di non trascurare ogni singola zolla
e niente polvere sui gemelli profumati
dentro il cassetto della biancheria

pioverà di nuovo fino a noia,
lasciando acquitrino viscido ogni sentimento.
annullando slanci nati piantati
da una gravità non più terrestre

Altrove

con tante stelle che ancheggiano
non ha voglia di uscire,
proibito andare per qualcosa
con tutto il caldo che salta addosso
ammalato di ottusità

dentro, così lontano,
spaccherebbe un po’ d’ossa
malgrado non desideri accecare la luce,
gli elaborati pretesti
rimangano altrove

nel mondo del chi l’avrebbe detto
qualche cantante ignoto
ruba un po’ di ritmo,
qualche parola
da abbellirsi e spacciare

poter dire, invocare,
portami via, rosa di violoncello,
portami via

Un’isola

un’isola a tutti scomoda
confitta nel mare, rocca,
fortilizio inespugnabile di soldati ombra
in vista dell’imminente macello
quando le storie diventano ignote
e le scorie affliggono
sempre più alte, fino al pensiero
dell’impossibile zattera
malgrado mille tronchi lasciati morire
dall’infinita tempesta
cui sospiro non è dato

al sentire del risveglio

soffermi sul poco rimasto,
non è l’invito ricevuto per cena
cui è possibile preparare
in liscio dettaglio
ogni singola piuma

specialmente dopo cena
mai riflettere sfiora l’infinito
ricevuto in dono

tripudio di colori e dolori
tutto quanto è in dote
al sentire del risveglio

Cassia Aleutina

La Cassia Aleutina segue sogni
che s’interrano verso il mare
dove i sentieri sono più stretti,
oltre i pini l’azzurro è immenso,
sereno guardabile
come fosse la prima volta.

Sono belli i giri di valzer,
lasciano ubriachi e sul posto.

Ma non ci siete.

Chi se ne va per primo
riapre la strada, nel silenzio
qualcosa c’è,
basta non avere paura
di impersonare qualcuno.
Le strade inventate
portano verso dove, ovunque.

Inverni

Consumati tra un divano sporco e il nulla.
Inverni truci e miti abitano il piano sopra
che altro sopra non ha,
fino al volarsene via di rondini già partite.
Non aspettano più tempo di semina.

Ricevono, rispondono a lettere disperate,
mai lette,
mai spedite.