Ascolti amArgine: Toiler on the sea – Stranglers (1978)

Gli Stranglers nei loro anni migliori, nel loro disco più bello.

LAVORATORE SUL MARE

Avevo una nave donna
L’ho portata in mare aperto
Ha lasciato la stiva spalancata
Ho dovuto trovare un approdo
Ero un lavoratore sul mare

Non abbiamo usato parole crudeli
Per navigare in mari cattivi
Il vento mordeva forte
A volte ho dovuto urlare
Ero un lavoratore sul mare

E quando abbiamo raggiunto terra
Ci siamo arenati sugli scogli
Divenne un relitto insabbiato
Divenne un ovile

Ci siamo avventurati via terra
Combattuti gli alieni
I giovani usavano le mani
Indicavano la strada a un gregge

Un gregge di gabbiani

Poi abbiamo ripercorso i nostri passi
Ricostruito la nave donna
L’ho riportata al nord
L’ho persa nella nebbia
Ero un lavoratore sul mare

TESTO ORIGINALE

I had a woman ship
I took her overseas
She left her hold unlocked
I had to find a dock
I was a toiler on the sea
I was a toiler on the sea

We didn’t use cruel words
To navigate cruel seas
The wind was biting hard
At times I had to scream
I was a toiler on the sea
I was a toiler on the sea

And when we reached the land
We went aground on the rocks
Became a wreck in the sand
Became a home for a flock

We ventured overland
Fought with the aliens
The young ones used their hands
Pointed the way to a flock

A flock of seagulls
A flock of seagulls
A flock of seagulls

Then we retraced our steps
Rebuilt the woman ship
I took her back up north
I lost her in the fog
I was a toiler on the sea
I was a toiler on the sea

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Roma Antica: musica dell’antica Roma, epigrammi e poesie di Marziale.

“Ti depili il petto, le gambe e le braccia,
e hai rasato i peli che ti cingono la minchia.
Fai ciò, oh Labieno -chi non lo sa?-
per la tua amante. Per chi, oh Labieno,
ti depili il culo?” (II, 62)
*
“Oh Basso, le vecchie ti eccitano,
le ragazze non ti interessano,
ti piace una vecchia vicina alla tomba
e non una bella donna. Non è questa,
di grazia, una follia, non è pazzo il tuo pene,
dal momento che con Ecuba
puoi godere e con Andromaca no?” (III,76)
*
“Oh Galla, mi chiedi perché non ti voglio sposare?
Sei troppo colta: il mio membro fa spesso errori di grammatica.” (XI,19)
*
“Un mattino si presentarono a Fillide
due uomini per fotterla, e ciascuno
desiderava possederla nuda per primo.
Fillide promise di concedersi ad entrambi
nello stesso tempo e lo fece:
uno le alzò il piede e l’altro la tunica.” (X,81)
*
“Oh Ligeia, perchè ti depili la vecchia fica?
Perchè tormenti le ceneri del tuo cadavere?
Tali raffinatezze si addicono alle fanciulle;
ma tu ormai non puoi pensare
neppure di essere una vecchia.
Questo, oh Ligeia, credimi, non si addice
alla madre di Ettore, ma alla sposa.
Ti sbagli se pensi che questa tua sia una fica,
per cui nessun pene sente più interesse.
Perciò, oh Ligeia, se hai un po’ di pudore,
non strappare la barba a un leone morto.” (X,90)
*
“All’ingresso della Suburra, là dove pendono
le sferze insanguinate dei carnefici,
e molte botteghe di calzolai si affacciano
sull’Argileto, sta seduta una barbiera.
Questa barbiera però, oh Ammiano,
non fa la barba, ti dico che non fa la barba.
Allora cosa fa? Rade!” (II,17)
*
“Con te son passati trecento Consoli, Vetustilla,
e ti accompagnano tre capelli e quattro denti,
il petto di una cicala, le zampe ed il colore d’una formica;
mostri una fronte piena di grinze più della stola (d’una matrona)
e le tette assomigliano alle reti dei ragni;
un coccodrillo del Nilo ha la bocca
angusta se comparata al tuo mascellone,
e le rane del ravennate borbottano più piacevolmente,
e le zanzare sibilano nell'(ampio) atrio più dolcemente,
e vedi quanto i vecchi gufi riescono a vedere alla mattina,
e puzzi come quel marito delle capre,
ed hai le chiappe di un’anatra macilenta,
e la tua fica smunta supera il vecchio Cinico;
il guardiano dei bagni ti ammette insieme alle puttane
che alloggiano nelle tombe sol quando la lucerna è spenta;
per te Agosto è un mese d’inverno
e neanche la febbre pestilenziale può scongelarti:
ed ancora dopo la morte di duecento mariti hai il coraggio di andare a nozze
e come una pazza cerchi un uomo che si ecciti
per le tue reliquie. Chi desidera il sasso (tombale) di Sattia?
Chi mai si unirà a te, chi ti chiamerà moglie,
quando Filomelo non tanto tempo fa’ già ti chiamava nonna?
Se pretendi che qualcuno scavi fuori il tuo cadavere,
che si prepari il letto del triclinio infernale
il solo adeguato al tuo talamo nuziale,
e il crematore porti dinnanzi alla nuova sposa la torcia:
solo la fiamma ardente può penetrare codesta fica”. (III,93)
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Marco Valerio Marziale (in latino: Marcus Valerius Martialis; Augusta Bilbilis, 1º marzo 38 o 41 – Augusta Bilbilis, 104) è stato un poeta romano, comunemente ritenuto il più importante epigrammista in lingua latina. Dappertutto, nella sua opera, l’autore è presente in prima persona ed è sempre possibile scorgere la sua personalità. Ciò che risalta spesso è la sua insofferenza verso la vita da cliente, che vive come una vera e propria mortificazione, che contrasta fortemente con le aspirazioni e i sogni della sua vita.
Ciò che prevale, comunque, è l’aspetto comico-satirico, spesso reso dal fulmen in clausula, o in cauda venenum (in italiano stoccata finale), ovvero la tendenza a concentrare gli elementi comici e pungenti nella chiusa dei componimenti, terminati con una battuta inaspettata, chiamata aprosdoketon. Gli epigrammi sono brevissimi (come voleva la tradizione): l’elemento comico è concentrato nella seconda parte del componimento. Si tratta di una struttura bipartita. Tale tecnica è lo strumento privilegiato della sua poesia: il senso stesso e lo spirito di moltissimi componimenti sono da ricercare nel finale dell’epigramma, «che a volte riassume i termini di una situazione in una formulazione estremamente incisiva e pregnante, altre volte li porta ad una comica iperbole, altre volte li costringe a un esito assurdo o a un paradosso, altre volte li pone all’improvviso sotto una luce diversa e rivelatrice» (Mario Citroni). Marziale dimostra di riuscire sempre a cogliere la comicità che si annida nelle situazioni reali, specie nei vizi e nei difetti umani. È così che si delineano nei suoi versi molti tipi umani: dal pervertito al finto ricco, dalla lussuriosa all’ubriacona e così via. I componimenti di Marziale rivelano l’influenza della filosofia epicurea della sua epoca, con la ricerca di una vita semplice e il disimpegno politico, con la metafora esemplare della lode alla tranquillità e al calore del focolare, mentre fuori dalle mura domestiche infuria la tempesta.
Non mancano però esempi di elevata delicatezza e lirismo: è il caso della poesia funebre (non molto frequente) che ci permette di scoprire un Marziale insolitamente delicato e raffinato: è il caso dell’epigramma dedicato a Erotion (V 34), una fanciulla morta sei giorni prima del suo sesto anno, per la quale il poeta chiede alla terra di non gravare sul suo piccolo corpo, giacché lei non l’ha fatto su di essa. Di grande originalità si rivelano i componimenti caratterizzati dalla commistione di elementi di comicità a motivi funebri.
Con Marziale si ha l’affermazione dell’epigramma come strumento letterario: prima di lui l’epigramma, risalente all’età greca arcaica, aveva una funzione essenzialmente commemorativa e veniva usato per ricordare positivamente una cosa o una persona (ed infatti la parola “epigramma” deriva dal greco e significa “iscrizione”); grazie alla sua opera invece esso, pur conservando la sua brevità, si occupa di nuovi temi quali la parodia, la satira, la politica e l’erotismo.
Dal punto di vista stilistico egli contrappone la mobilità dell’epigramma sia al genere epico, sia alla tragedia greca, che con i loro temi illustri e “pesanti” si tenevano lontani dalla realtà quotidiana. Costante è infatti nei suoi versi la polemica letteraria, spesso usata per difendersi da chi considerava il genere epigrammatico di scarso valore artistico, ma anche da coloro che gli rimproveravano di essere aggressivo o osceno.
La lingua da lui usata risulta colloquiale e quotidiana. Il suo costante realismo gli permette però di sviluppare un linguaggio ricco facendo passare nella letteratura molti termini e locuzioni che non avevano mai trovato posto prima. Riesce, infine, a dimostrare grande duttilità nell’alternare frasi eleganti e ricercate a frasi sconce e spesso vernacolari. La novità di Marziale consiste nell’eliminazione della mitologia, considerata falsa e inverosimile. Il fine poetico sta nel rifarsi totalmente alla realtà.

Ascolti amArgine: Got to Get You into My Life – Beatles, 1966.

Got to Get You into My Life è un brano dei Beatles scritto da Paul McCartney (ma accreditato come da consuetudine al duo Lennon-McCartney) e contenuto nel settimo album della band, Revolver. Un pezzone. Nella sua autobiografia del 1997 scritta a quattro mani con Barry Miles, Paul McCartney: Many Years from Now, l’autore dichiara che il tema della canzone riguarda il suo consumo di marijuana all’epoca: Got to Get You into My Life era una di quelle che scrissi quando fui iniziato alla marijuana… Molte frasi del testo suggeriscono infatti questa interpretazione.

Debbo averti nella mia vita

Ero solo, ho fatto un viaggio
Non sapevo cosa avrei potuto trovare
Un’altra strada dove forse
Avrei potuto incontrare altri modi di pensare
Ooh, e poi improvvisamente ti vedo
Ooh, ti ho detto che ho bisogno di te
Ogni singolo giorno della mia vita?

Non sei scappata, non hai mentito
Sai che volevo solo stringerti
E se te ne fossi andata, già sapevi
Che ci saremo rivisti, perché ti avevo avvertita
Ooh, eri fatta per starmi vicino
Ooh, e voglio che tu mi senta dire
Staremo insieme ogni giorno
Debbo portarti nella mia vita

Cosa posso fare? Cosa posso diventare?
Quando sono con te voglio stare lì
Se sono fedele, non me ne andrò mai
E se lo faccio so come ritornare

Debbo portarti nella mia vita

TESTO ORIGINALE

I was alone, I took a ride
I didn’t know what I would find there
Another road where maybe I
Could see another kind of mind there
Ooh, then I suddenly see you
Ooh, did I tell you I need you
Every single day of my life

You didn’t run, you didn’t lie
You knew I wanted just to hold you
And had you gone, you knew in time
We’d meet again for I had told you
Ooh, you were meant to be near me
Ooh, and I want you to hear me
Say we’ll be together every day

Got to get you into my life

What can I do, what can I be
When I’m with you I want to stay there
If I’m true I’ll never leave
And if I do I know the way there
Ooh, then I suddenly see you
Ooh, did I tell you I need you
Every single day of my life

Got to get you into my life

I was alone, I took a ride
I didn’t know what I would find there
Another road where maybe I
Could see another kind of mind there
Ooh, then I suddenly see you
Ooh, did I tell you I need you
Every single day…

Sposta il carrello.

Sposta il carrello. Spegni le luci
dopo aver letto. Il letto è lontano,
impellente la voglia di scriverci sopra,
tornare in cantina, rompere due bottiglie,
ma le bottiglie non ci sono,
e il tuo letto è lontano, nubi nerastre.
Le rondini usano prudenza. Sette rondini,
autorizzano a dire è primavera!

Ricordati i piedi nella riconquista
della posizione eretta,
quando gli spiccioli cadono a terra
e non c’è voglia di abbandonarli al destino,
non ce n’è peggiore
nel pezzetto di rame inutile,
del barbone morto di freddo e cherosene
nel tirarlo su da terra.

Lo so, tanta paura in giro, che non si sa mai
quando verranno giorno e ora.
Il mercato non fornisce vuoti a rendere,
soltanto indurite pigne cadute.
Odiami, tieni la boccetta in borsa.
Sposta il carrello. Il binario è fisso.

Ascolta & Leggi: Jacques Brel – Isabelle; Tiziana Pizzo tre poesie.

Francamente mi piacerebbe sapere che fine abbia fatto Tiziana Pizzo a dieci anni di distanza dalle sue ultime poesie e a qualcuno in più dall’uscita del suo probabile unico libro “Del mio scriverti muto. Parole puttane”, EditoreLiberodiscrivere edizioni. Scriveva pezzi forti e, secondo me, la sua poesia a distanza di dieci/quindici anni sta invecchiando bene. Probabilmente appartiene al genere rarissimo di quegli autori che, quando non hanno più nulla da dire, capiscono quanto sia buono e opportuno mettersi da parte e dedicarsi alle cose migliori della vita. Ha scritto pezzi sporchi, imbrattati di vita, qua e là qualche crepa, ma ancora buoni da leggere. Di più non so. Buona lettura.

Il libro, a chi interessi, a me piacque molto, è ancora reperibile qui:
https://www.ibs.it/libri/autori/Tiziana%20Pizzo

Il perché di questo preambolo

lei, questa tizia,
era bionda,
abitava in una microcasa
/due stanze sovrapposte
e un’impraticabile scala a chiocciola
a riappacificarle/
e si diceva facesse
[la tizia]
i pompini migliori della città

lui, questo tizio,
era alto,
negava di abitare nella microcasa
/ma qualcuno giura di aver visto
il suo spazzolino da denti, lì/
e fingeva di non sapere
[il tizio]
che lei faceva
i pompini migliori della città

ignoro io stessa
il perchè di questo preambolo
= perfidia del pettegolezzo, forse =
ma quello che volevo raccontarvi
*ora*
è che la tizia (tramite il tizio)
una sera di tantitanti anni fa
mi invita a una cena
{dimenticavo,
oltre ai pompini si diceva
fosse divinamente capace
di una ’’norma’’ spettacolare}

io,
dell’ennesimo sentimental-crak
ancora stupidamente discinta,
vado-nonvado-vado-nonvado-vado

vado

eccomi ignominiosamente schizzata a forza tra
reti di calze
e spilli di tacco
e perle circumnaviganti eterei colli di femmine ciarliere
e polsi di rolex-incanto subalterni a sorrisi di corteccia di radica

io
con la t-shirt del torso nudo di jim morrison
le mie unghie senza smalto
e i piedi sconciamente nudi
in angolo di terrazza
a pormi quei due-tre quesiti
che mi tormentano
da quando sono nata
(ai quali, prepotentemente,
si aggiungeva un ovvio
#checcazzoccifaccioqui?#)

insomma, abbrevio,
stavo per andar via

del mio silenzio avevo appena contaminato
la maniglia della porta d’ingresso
(già con la mente al lungomare
da percorrere in sordina)

invece
sbrrrrrrang

mi arrivano in faccia
|| es/im-plodendo ||
trentadue parole a forma di naso
(si, di naso)
e virgole e asterischi
mi si impigliano tra le ciglia
e suffissi indecenti e profumati
mi leccano le labbra
e avverbi in guisa di prepotenza
a fottermi gli occhi

=strano ma vero=

lui

uno di quelli che, presumibilmente,
aveva già verificato di persona
le varie abilità della padrona di casa,

lui
che sorvolava altero
le reti gli spilli i colli e i polsi di cui sopra

lui
aveva deciso (bontàsua)
di dedicarmi le sue attenzioni
nude di zirconi e di idiozia

lui
inaspettatamente con me
ad architettare la fuga

lui deliziosamente
solo con me

oltre

[ah, però, una precisazione va fatta
io la norma non la so fare]

sorrido

*

femmina di poesia inferta

fluttuo come posso in tua
eclissi di lingua mi faccio sillaba
carnosa come se
in invadenza disarmonica
e a forza di bocca
potessi puntellare tutte
tutte le rughe del tuo viso amaro

o avessi modo – volendomi a farlo –
di riordinare uno ad uno
i paragrafi divelti della tua vita
che non so

azzero gli avanzi malsani
dei miei fantasmi di ieri
solo impugnando – nuda –
una manciata di sassi piccoli sassi
aguzzi da scaraventarti in gola
o sulle dita impudiche che
forse è meglio

e sarò femmina di
poesia inferta
o sbaglio bello bello in unghie
da mangiarsi domenica
mattina

*

Altro che sillabe rifratte

in tedio d’acqua trapassata
diserto l’enigma dei polsi
(tre volte miopi
e di molto scadente fattura)
rifiutando le fiabe/fobie
del tuo più che perpetuo non esserci

– nessun disincanto disponibile
dietro le ciglia e le dita –

l’appoggio qui, la lingua,
tra una scusa e l’altra
a decifrarti il labiale squisito
nel riverbero estremo
di ogni tua evidente finzione
o sul confine disatteso
del tuo collo in delizia

– non sbiadisce lo strazio
né sbraita –

altro che sillabe rifratte
e multipli di te
urgo di alchemica melodia
o – se possibile –
di estasi in frasi
da sbalordirmi i pugni sbarrati
e fottermi (ripeto, fottermi)
ogni singolo patetico
poro

ora, ho detto

ora

********************************

barbari

Sbarcano barbari con passo di felpa,
li trovi ovunque a buon prezzo.
Il vecchio sa di dov’è.
Il giovane non sa dove va.

Parlammo a sproposito di lettere:
le monete caddero non si sa dove
tutte in successione, testa, croce.
Noi altrove, infreddoliti e scossi,
senza trovarle.

Il sogno americano scavallò lucido
aree di sepolcri imbiancati
dentro giardini ornati a maggio.
Poi fai l’amore, scalci,
appena sfiorata di brezza.

In principio fu Gregor Samsa
poi la metamorfosi, ricordi?

La bonaccia d’Agosto doppiò dicembre,
le sedie fuori stremate di brine.
La noia al governo ci sapeva fare.
Questi barbari non sono Brenno,
non aspettano, sanno procurarsi.

Mentre scriviamo nessuno legge,
già detto tutto:
emozione perfida in chi non può
rinunciare nemmeno a un quarto d’ora.

Ascolti amArgine: Have you got it yet? (1968) e il licenziamento di Syd Barrett.


Il 6 aprile di 51 anni fa i Pink Floyd licenziarono Syd Barrett, salvo poi ricordarsi di lui quando, in piena crisi da successo, gli rivolsero l’omaggio tardivo e peloso di Wish you were here.
Durante una delle prime prove in studio dei Pink Floyd da quintetto, verso gennaio 1968, Syd se ne esce con un nuovo pezzo, scritto di suo pugno. Si chiama Have You Got It Yet? ed è una schitarrata dal ritmo sostenuto, quasi allegro. Il testo consiste in Syd che ripete la domanda “Have You Got It Yet?” (“ce l’hai?” in italiano). Sulle prime la band si mostra entusiasta perché suona bene, lineare. Ben presto però si accorgono tutti che c’è qualcosa che non va nel pezzo. È come se struttura e accordi cambiassero ogni volta che uno prova a impararli. Dopo qualche tentativo inutile, gli altri si rendono conto che Syd sta cambiando ogni singolo elemento della canzone, rendendola impossibile da imparare e suonare. L’unica cosa che rimane invariata è il “ce l’hai?” che si ripete in continuazione. Ora è tutto chiaro, è una presa per il culo. «Ci abbiamo messo un po’ per capirlo» ha raccontato Gilmour a proposito del pezzo, che non è stato mai registrato ma qualcuno si è preso la briga di interpretarlo. «Ricordo perfettamente la scena e pure la canzone. Era composta da appena 12 battute ma secondo Syd ogni nostro tentativo era sbagliato. Alcune parti del suo cervello erano ancora perfettamente intatte. Il senso dello humour era fra queste.»