roastbeef al sangue

by Georgi Andinov

“Sa che io per l’appunto
sono semplice, so scherzare.
Semplice da ferire
da guarire. E mi lascia fare
una coorte di errori
tenendomi per mano”

È stupido che, come noi
milioni di limoni
giudizi pressanti e diversi
rispettino casette
buone a nulla, allineate
dipinte dello stesso colore.

Ignobile tempo prestato
alla tranquillità dell’abbaglio,
non c’è retribuzione
nessun imponibile sufficiente
a saldare un conto, un
roastbeef al sangue.

Niente e nessuno è più grande
di noi. Tutti sappiamo,
spaccare teste non è bene
ma lo facciamo ugualmente.

ascolti amArgine: Emidio Clementi Notturno Americano 2015 (Santeria / Audioglobe)

Dopo la quarantina, quando si diventa troppo giovani per morire/troppo vecchi per il rock’n’roll, si diventa più sensibili alle foglie e alla poesia. Quella vecchia, ma saggia, puttana che è la poesia. Quella cosa che nessuno sa meglio definire, ma interpreta, adatta, adopera. Finisci anche per arrivare a distinguere il paroliere dal poeta, uhm… progressi su progressi. Poi cerchi per due anni un disco di Emidio Clementi, ex Massimo Volume, finisci che lo trovi e finisci per ascoltarti le poesie di Emanuel Carnevali.

Cito la recensione di Michele Palozzo da http://www.ondarock.it/recensioni/2015_emidioclementi_notturnoamericano.htm

Emidio Clementi Notturno Americano 2015 (Santeria / Audioglobe)
La mente e il cuore di Mimì hanno sempre guardato all’America. Vede e non giudica, non ridimensiona, non politicizza – malattia tutta italiana – lascia che il racconto si difenda da sé, ove possibile. Votato ai maledetti, ai reietti e agli infami, il suo occhio dimesso e compassionevole è lo stesso di Edward Hopper, Capote, Carver e Shepard (indimenticabile la sua lettura di “Motel Chronicles”). Ma è il fantasma di Emanuel Carnevali ad averlo inseguito tutta una vita, portando sui palchi “Il primo dio” con i Massimo Volume e sempre lasciandosi ispirare da quel decadentismo apparentemente ingenuo ma forse, in verità, il più autentico e dolente.

America! Quasi riuscisti a schiacciarmi, ma io ogni tanto mi rimettevo in piedi. […]
America! Non sono mai stato forte abbastanza per farti una vera ferita.

In ogni frase di Carnevali rimbomba lo schianto dell’American dream contro il muro della realtà. Il suo viaggio oltreoceano diviene da subito un calvario, scandito da una sequela infinita di pidocchiosi lavoretti da cameriere, lavapiatti, addetto alle pulizie, la miseria più nera soffocata dentro stanze ammuffite e infestate da cimici. New York, “sogno di chi non sogna”: vagando per strade luccicanti o scurissime, come gironi al confine tra inferno e paradiso, il giovane Emanuel sopravvive soltanto grazie all’ormai scomparsa istituzione dei free lunch-counter, bar che offrivano pasti per accalappiare nuovi clienti.
È il ritratto nudo e senza sconti di un’America spietata, che non lascia scampo a chi intende affrontarla da solo, disarmato: Carnevali le si rivolge come all’immagine personificata di un Padreterno crudele, cieco e sordo di fronte alla sofferenza di un suo figlio disperso (“Se tutte le ore che ho passato in camere ammobiliate potessero diventare dure come grani di rosario, esse formerebbero le note di un grido senza fine, che, forse, raggiungerebbe le orecchie di Dio”).

La scarna sonorizzazione è affidata alla chitarra di Corrado Nuccini e al violino di Emanuele Reverberi, entrambi dai Giardini di Mirò: fotogrammi sbiaditi di un notturno novecentesco, capaci di esercitare un enorme effetto anche quando non ci facciamo troppo caso, rapiti dalla morbosa crudezza della narrazione di Clementi. Da sempre il suo stile non cede a sensazionalismi, trattiene a lungo la rabbia e lo sconforto per poi lasciarli traboccare ne “I camerieri”, delirio grottesco solcato da un intreccio melodico dilaniante.
Le venature elettroniche di “Chicago”, controparte inerte della rutilante metropoli, sono la prima avvisaglia della pazzia incipiente di Carnevali, che d’un tratto vede “saltare l’interruttore nella macchina della realtà”. Disilluso anche in amore, la sua “Chanson de Blackboulé” è un sommesso slowcore da bettola suburbana, la patetica dichiarazione di un outsider sottoscritta da fiati in stile Antlers.
Come il prologo, anche il finale è una sequenza immaginata da Clementi: l’esibizione al Playhouse di Milwaukee, un locale per bevitori annoiati e oratori in cerca di attenzione; è qui che il poeta va incontro alla sua sconfitta, tra lo stridore di corde tormentate, e come vittima sacrificale – in nome dello “splendido luogo comune” – prorompe alfine nella più banale delle canzoni napoletane. Sipario.

Emanuel Carnevali “accarezza il sogno, ma non riesce a stringere la presa”: al rientro in Italia seguiranno vent’anni di malattia e ricoveri, nel 1942 la morte a Bologna. Con “Notturno Americano” Clementi conferisce al suo alter ego di lunga data – del quale condivide le iniziali – e alla sua tragica esistenza, tutta la dignità umana e letteraria che merita. E davvero, c’è forza nelle loro parole.

stravaganza

pensavo fosse la corriera di Riolo
invece è un’ambulanza
ho alzato il dito
e ho finito per grattarmi,
cupa l’Ardeatina figuriamoci l’Emilia
ci confondono, ci confondiamo
sarà la nebbia forse il vino
le puttane che non fanno più la vita
limitandola al servizio
di chi le ha fatte schiave,
pensavo fosse strada
invece è un debito a portare lontano
senza dire dove, perché è segreto.
Talvolta mi venderei per un bacio
altre volte no, è solo un morso

Il fronte interno

Potrai andare al video tra 3 – 2 – 1.
La strada è dentro, marciano i tamburi
la cadenza del passo
tra rovine vetrine tenute insieme
da polizze cristalli,
nessuna ragione per odiare
più di quante già ne abbiano.
Giovani senza futuro,
case di riposo affari loro
per anziani senza memoria.
I senatori ladri si salvano la vita,
soldati senza uniforme
indossano mimetiche, nemmeno le madri
li riconosceranno.
Il museo di Buchenwald fa orario continuato,
vuoi provare l’emozione? Farai la doccetta?
Il fronte interno barcolla
dentature affamate di modelle pronte
ad altra fame per placare la propria.
Sarà una bellissima vacanza.
Portami verso l’estate
ci diremo tutto
il semenzaio sputerà vite nuove,
il vento le porterà, il caso è prezioso.
Le imposte e il danaro mantengono
ottima la piega ai pantaloni.
Troppe domande, il romanticismo non è
una scienza esatta.
E’ finita non fai più parte della mia vita.
Posa la mano troverai che sono un uomo.

solo le macchine non soffriranno

siamo stati europei
figli a vita nominati da Pertini
nipoti, pronipoti
clienti utenti

siamo stati piccoli e grassi
poi grandi

siamo diventati padri
abbiamo perso treni
sopportato ritardi
smarrite chiavi e ombrelli

qualcuno ha trovato un bel musetto
altri no

solo le macchine non soffriranno
più che una doccia
servono due belle tasche:
una per il thermos
l’altra per il Candido di Voltaire

L’Inter è una bellissima donna

(nella foto il leggendario Virgilio Fossati)

“Nascerà qui al ristorante l’Orologio, ritrovo di artisti e sarà per sempre una squadra di grande talento. Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro sullo sfondo d’oro delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo.”
(Giorgio Muggiani 9 marzo 1908)

nota amArgine: Antonin Artaud / DJ Fabo divergenze parallele

dj-fabo“L’uomo è malato perché è mal fatto.
Bisogna decidersi a metterlo a nudo per raschiargli via quell’animalculo che gli prude
mortalmente,
dio
e con dio,
i suoi organi.
E legatemi se volete,
ma non c’è nulla di più inutile di un organo.
Quando gli avrete fatto un corpo senza organi,
lo avrete allora liberato da tutti i suoi automatismi e reso alla sua autentica libertà.
Allora gli insegnerete di nuovo a danzare all’inverso
come nel delirio delle balere
e l’inverso sarà il suo autentico luogo.”
[Pour en finir avec le jugement de dieu, XIII, 103-104]

antonin_artaud_3Dj Fabo “ha morso un pulsante per attivare l’immissione del farmaco letale: era molto in ansia perché temeva, non vedendo il pulsante essendo cieco, di non riuscirci. Poi però ha anche scherzato”.

“Chi sono?
Da dove vengo?
Sono Antonin Artaud
e che io lo dica
come lo so dire
immediatamente
vedrete il mio corpo attuale
cadere in pezzi
e raccogliersi
sotto diecimila aspetti
notori
un corpo nuovo
dove non potrete
mai più
dimenticarmi.”
[Post-scriptum a Le Théâtre de la cruauté, XIII, 118]