Ascolta & Leggi: John Giorno, poesie e video

John Giorno (New York, 4 dicembre 1936) è un poeta statunitense tra i più noti dell’area sperimentale. Ha prestato faccia ed espressività a questo video, che è stato il canto d’addio dei REM.

La morte di William Burroughs

William è morto sabato 2 agosto, 1997 alle 6:30 di sera, per le complicazioni di un massiccio attacco cardiaco, subito il giorno prima. Aveva 83 anni. Ero con William Burroughs quando è morto ed è stato uno dei momenti migliori che io abbia mai avuto con lui.
Con le pratiche di meditazione Tibetana del Buddhismo Nyingma, assorbii nel mio cuore la sua consapevolezza. Sembrava una brillante luce bianca, accecante ma attutita, vuota. La sua consapevolezza mi stava attraversando. Una gentile stella filante mi entrò nel cuore e su per il canale centrale, e fuori dalla testa in un puro campo di grande chiarezza e beatitudine. Fu assai forte – William Burroughs riposava in grande serenità, e nel vasto spazio vuoto della primordiale saggezza della mente.
Ero nella casa di William, stavo facendo le mie pratiche di meditazione per lui, cercando di mantenere buone condizioni e di dissolvere ogni ostacolo che potesse nascere in quel momento nel Bardo. Ero sicuro che William aveva acquisito un alto grado di realizzazione, ma non era un essere completamente illuminato. Indolente, alcolizzato, tossico William. Non permisi, neanche per un’ istante, che il dubbio potesse insinuarsi nella mia mente, poiché ciò avrebbe permesso al dubbio di crescere nella coscienza di William. Dovevo precedere senza paura con assoluta fiducia. Ora dovevo farlo per lui.

Cosa Andò Nella Bara di William Burroughs Con Il Suo Corpo Mortale

Verso le dieci del mattino di martedì, 6 agosto, 1997 James Grauerholz e Ira Silverberg vennero a casa di William per prendere gli abiti che il direttore dei servizi funebri avrebbe messo sul cadavere di William. Gli abiti erano in un armadio nella mia stanza. Scegliemmo anche le cose che sarebbero andate nella bara e nella tomba di William, per accompagnarlo nel suo viaggio nell’oltretomba.
La sua pistola più amata, una 38 special a canna corta, carica con cinque colpi. Lui la chiamava “The Snubby”. La pistola fu una mia idea. “Questo è molto importante!” William diceva sempre che non si è mai armati abbastanza in ogni situazione. Delle sue oltre 80 pistole di livello internazionale, questa era la favorita. Spesso la portava alla cintura durante il giorno, e quando dormiva l’aveva tenuta accanto, alla sua destra, carica, sotto il lenzuolo, ogni notte per 15 anni.
Cappello di feltro grigio. Portava sempre il cappello quando usciva. Volevamo che la sua consapevolezza si sentisse perfettamente a suo agio, da morta.
Il suo bastone preferito, un “bastone animato” con una lama dentro, in noce bianco con una leggera finitura di palissandro.
Giacca sportiva, nera con una sfumatura verde scuro. Cercammo in tutto l’armadio, il migliore dei suoi abiti malandati, che odorava dolcemente di lui.
Blu jeans, i meno usati erano gli unici puliti.
Una bandana rossa. Ne portava sempre una nella tasca posteriore.
Mutande a boxer e calzini.
Scarpe nere. Quelle che portava durante le performances. Avevo pensato a quelle marroni vecchie, che portava sempre, perché erano comode. James Grauerholz insistette, “Un vecchio detto della CIA dice che ricevere una nuova assegnazione significa ricevere scarpe nuove”.
Camicia bianca. L’avevamo comprata in un negozio di abiti maschili a Beverly Hills nel 1981 per il Red Night Tour. Era la sua camicia migliore, tutte le altre erano un po’ sdrucite, e sebbene si fosse ristretta, lui aveva perduto molto peso, e pensammo che gli sarebbe andata bene.
Cravatta, blu, dipinta a mano da William.
Panciotto marocchino, velluto verde con un orlo di broccato oro, datogli da Brion Gysin, venticinque anni prima.
All’occhiello della giacca, la rosetta di Commandeur Des Arts et Lettres del Governo Francese, e la rosetta dell’American Academy of Arts and Letters , onorificienze che William aveva molto apprezzato.
Una moneta d’oro nella tasca dei pantaloni. Una moneta d’oro da cinque dollari con la testa di indiano del 19° secolo, per simboleggiare la ricchezza. William avrebbe avuto abbastanza denaro per comprarsi la sua entrata nell’oltretomba.
I suoi occhiali nel taschino esterno della giacca.
Una penna a sfera, del genere che usava sempre. “Era uno scrittore”, e a volte scriveva a mano.
Uno spino di erba buonissima.
Eroina. Prima del servizio funebre Grant Hart fece scivolare un pacchetto di carta bianca nella tasca di William. “Nessuno l’arresterà”, disse Grant. William, ingioiellato con tutti i suoi ornamenti, viaggiava nell’oltretomba.
Lo baciai. Un vecchio disco di noi due insieme, 1975 si chiamava Mordere Via La Lingua Di Un Cadavere. Lo baciai sulle labbra, ma non lo feci. E avrei dovuto.

Traduzione: Raffaella Marzano

*

C’era un albero cattivo

C’era un albero cattivo, un albero cattivo, che la gente odiava.
Le foglie avevano un odore disgustoso,
e i fiori avevano un aspro fetore.
Se ti ci avvicinavi troppo, vomitavi.
I frutti erano veleno, un solo morso ed eri morto.
Tutti davvero lo detestavano. L’albero cattivo puzzava.
Continuavano a parlarne,
e decisero di abbatterlo. Liberiamocene.
Lo tagliarono con asce, e a malapena lo intaccarono;
indossando maschere antigas, picchiarono e picchiarono,
lo mordicchiarono e scheggiarono.
Una polvere oleosa dalle scintillanti foglie verde scuro,
cadde sulla loro pelle, le ricoprì di vesciche e dava un gran prurito,
che li fece grattare a sangue.
Indossarono un dispositivo protettivo con ossigeno,
e si avvicinarono con seghe elettriche e equipaggiamento pesante.
Lavorando con turni 24 ore su 24, alla fine lo tagliarono.
Tutti erano molto felici, e celebrarono la grande vittoria.
Una nobile impresa, ben fatto; e se ne andarono a letto esausti.
Il giorno seguente, l’albero cattivo era ricresciuto,
era rispuntato di nuovo e più grande, e più bello e orribile.
Erano molto scoraggiati. Ne parlarono a lungo,
e lo tagliarono di nuovo, e versarono benzina sulle radici,
e bruciarono tutte le foglie e i rami in un grande fuoco.
Dopo che le braci incandescenti si raffreddarono,
l’albero ricrebbe, più grande, più cattivo e davvero sontuoso.
Altra gente era rimasta a guardare dalle proprie case,
aspettando il loro turno. Pensavano di essere più in gamba,
con maggiori capacità intellettuali,
loro sapevano come liberarsi dell’albero.
Era una pianta che cresceva, un albero di legno che cresceva nel terreno.
Lo incenerirono, bruciarono le radici con prodotti chimici,
acidi evaporanti e laser robot;
presero a cannonate il terreno, bombardarono dall’alto,
colpirono con i loro missili intelligenti e bombardarono con radiazioni.
Fecero una tempesta di fuoco;
e ricoprirono il terreno con cemento e acciaio.
L’albero ricrebbe, più fresco, più elegante,
persino grazioso; e davvero terribile.
Il legno era più duro, più scuro, più brillante, forte muscolo rovente;
e le foglie, piene e lussureggianti, si muovevano come piante subacquee lussuriose nella brezza.
Tutti erano molto depressi, estremamente scoraggiati.
Era una catastrofe.
Avevano creato un mondo infernale.
Ne parlarono incessantemente, e giunsero a una decisione.
Il indaco diede le dimissioni in disgrazia,
quelli che avevano lavorato così duramente, se ne andarono, umiliati,
partirono, rimasero via, si trasferirono dall’altro lato della città.
Poi, dal blu, comparvero quelle belle persone,
erano semplici e umili, un po’ come pavoni,
e apparentemente ben intenzionati, con un grande senso dell’umorismo.
Radiosamente rilassati, trasudavano gentilezza amorevole e compassione,
si avvicinarono e cominciarono a mangiare le foglie.
Mangiarono le foglie e gli piacevano, divennero felici,
e risero e risero; e continuarono a masticare rumorosamente foglie.
Era evidente che gli piaceva davvero il loro gusto.
Si premevano i fiori sulle guance,
velluto nero spalmato di olio di trasmissione.
Leccavano i dolci succhi che colavano dai petali.
Il polline era polvere di carbone e gas di petrolio.
Sprofondando il naso, inspiravano profondi respiri,
mangiando il profumo, grande beatitudine.
Scoprirono il frutto nascosto sotto le foglie,
mango più che maturi con una buccia melanzana appicicatticcia, pendevano come testicoli;
e all’interno dei frutti c’era carne putrescente, come fegato.
Quella gente speciale avvicinava la faccia in quella melma puzzolente,
e ce la ficcava;
inalando con labbra, e denti e lingue.
Leccavano e bevevano il denso succo rosso.
I semi, come rubini carbouchon,
sembravano particolarmente potenti, e venivano masticati con grande delizia.
I frutti contenevano le cinque saggezze.
Gli uomini e le donne diventarono luminosi,
la loro pelle era dorata e i loro corpi, quasi trasparenti,
erano rivestiti di scintillanti luci arcobaleno.
Cominciarono ad avere sonno, a sbadigliare e si raggomitolarono sotto l’albero,
e fecero un sonnellino. Mentre dormivano, la musica riempì l’aria.
Abbandonati contro il tronco dell’albero nodoso e le radici sporgenti,
i loro enormi corpi colorati di rosso, giallo, blu, verde, bianco,
riposavano in grande serenità, ed irradiavano grande compassione.
Nell’albero c’erano le case segrete di molti semi-dei,
fantasmi affamati e spiriti della terra, che furono molto contenti
di tutte le attenzioni positive che gli venivano tributate.
Dopo anni di maltrattamenti, mutilazioni e distruzione,
si divertivano; anche se venivano devastati
e i loro fiori distrutti.
All’estremità delle radici, c’erano gioielli,
diamanti e smeraldi e rubini,
che erano stelle nel cielo del mondo sottostante.
Gli splendidi uomini e donne si svegliarono,
e ricominciarono a sgranocchiare le foglie.
Mangiarono le foglie, come cervi, facendo piccole pause fra i morsi,
guardando al vasto cielo vuoto.
Le foglie e i frutti aumentarono il loro chiarore e beatitudine,
e introdussero la natura della mente saggia primordialmente pura.

2001

Traduzione: Raffaella Marzano

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ascolti amArgine: The Trial – Pink Floyd (1979)

E’ uno dei brani meno noti e programmati di un album notissimo (The wall). È conosciuto in particolare per l’esecuzione vocale di Roger Waters, unito al particolare stile musicale, che lo rendono più simile a un’un’opera teatrale che ad una canzone rock, dato che è in gran parte musicato da un’orchestra, e solo verso la fine entra la chitarra di David Gilmour. Canzone particolarmente interessante per il fatto di essere stata scritta nello stile teatrale di Bertolt Brecht e Kurt Weill, e perché va oltre i canoni della forma “canzone”, una sorta di Bohemian Rhapsody solo molto migliore e molto meno celebrata.

Il Processo

[PM:] Buon giorno, vostro onore il Verme
La corona mostrerà chiaramente
Che il prigioniero al vostro cospetto
E’ stato colto in flagrante
nel mostrare sentimenti
nel mostrare sentimenti
di natura quasi umana
e questo non va bene

[Giudice:] Chiamate il maestro!

[Insegnante:] Ho sempre detto
che alla fine non avrebbe concluso
niente di buono vostro onore
Se mi avessero lasciato fare a modo mio
avrei potuto rimetterlo a posto
Ma avevo le mani legate
I cuori sanguinanti e gli artisti
gliel’hanno fatta passare liscia
Lasciate che lo martelli

[Pink:] Pazzo, giocattoli in soffitta, sono pazzo
sono davvero partito
Devono avermi rubato le biglie

[Coro:] Pazzo, giocattoli in soffitta lui è pazzo

[Moglie:] Tu piccolo stronzo, adesso sei fregato
Spero che gettino via la chiave
Avresti dovuto parlarmi più spesso
ma tu no! Dovevi fare a modo tuo
Hai rovinato qualche famiglia ultimamente?
Solo cinque minuti, Verme vostro onore,
Da soli, lui ed io

[Mamma:] Bambino!
Vieni dalla mamma, bambino mio,
lascia che ti stringa fra le braccia
Vostro Onore, non ho mai voluto
Che finisse nei guai
Perchè mai mi ha lasciato?
Verme vostro onore,
lasciate che lo riporti a casa!

[Pink:] Pazzo, sopra l’arcobaleno
sono pazzo
Sbarre alla finestra
Ci deve essere stata
una porta nel muro
Quando sono entrato

[Coro:] Pazzo, sopra l’arcobaleno lui è pazzo

[Giudice:] Per questa corte le prove sono inequivocabili
non ritengo necessario che la giuria si ritiri
In tutta la mia carriera da giudice
Non ho mai visto nessuno
più meritevole della massima pena prevista dalla legge
Il modo in cui hai fatto soffrire
La tua dolcissima moglie e tua madre
Mi fa venire voglia di defecare
Ma per il fatto
che tu abbia svelato
la tua paura più profonda
amico mio, ordino che ti espongano
al cospetto dei tuoi pari

Abbattete il muro!

TESTO ORIGINALE

[PM] Good morning, Worm your honor.
The crown will plainly show
The prisoner who now stands before you
Was caught red-handed
showing feelings
Showing feelings
of an almost human nature.
This will not do.

[Judge] Call the schoolmaster!

[Schoolmaster] I always said
he’d come to no good
In the end your honor.
If they’d let me have my way I could have
Flayed him into shape.
But my hands were tied,
The bleeding hearts and artists
Let him get away with murder.
Let me hammer him today.

[Pink] Crazy…toys in the attic I am crazy,
Truly gone fishing.
They must have taken my marbles away.

[Chorus] Crazy, toys in the attic. He is crazy.

[Wife] You little shit you’re in it now,
I hope they throw away the key.
You should have talked to me more often
Than you did, but no!
You had to go your own way.
Have you broken any homes up lately?
Just five minutes, Worm your honor,
Him and Me, alone.

[Mother] Baaaabe!
Come to mother baby,
let me hold you in my arms.
M’Lord I never wanted him
to get in any trouble.
Why’d he ever have to leave me?
Worm, your honor,
let me take him home.

[Pink] Crazy, over the rainbow,
I am crazy,
Bars in the window.
There must have been a door
there in the wall
When I came in.

[Chorus] Crazy, over the rainbow, he is crazy.

[Judge] The evidence before the court
is incontrovertible
There’s no need for the jury to retire.
In all my years of judging
I have never heard before
Of someone more deserving
of the full penalty of law.
The way you made them suffer,
Your exquisite wife and mother,
Fills me with the urge to defecate!
Since, my friend,
you have revealed your deepest fear
I sentence you to be exposed
before your peers.

Tear down the wall!
Tear down the wall!

Monto su

Madonna Santa,
ho appena scelto
casa nuova per mamma.
Mentre aspetto il treno
ne passa un altro,
sparato, che a momenti
mi si rovescia la bici.

Un merci stipato di auto nuove,
furgoni tutti bianchi.
Mi chiedo chi
comprerà tanta roba,
quanti sacrifici, cambiali,
discussioni da morirci la sera
anziché cenare.

Bestemmie da quantificare,
donne da lavorare sui sedili dietro.
Qualcuno, magari,
vorrà cambiar colore.

Arriva il mio treno.
Una giovane canta muta
con gli auricolari
conficcati in testa.

Avrei voglia di cioccolata,
di dormire, non di squadrare
tutte quelle facce indebitate.
Va bene dai, facciamo giornata!
Monto su altri pensieri.

Ascolta & Leggi: Eloise, Barry Ryan (1968) – La mia gonna corta, Eve Ensler.

LA MIA GONNA CORTA

La mia gonna corta
non è un invito
una provocazione
un’indicazione
che lo voglio
o che la do
o che batto.

La mia gonna corta
non è una supplica
non vi chiede
di essere strappata
o tirata su o giù.

La mia gonna corta
non è un motivo legittimo
per violentarmi
anche se prima lo era
è una tesi che non regge più
in tribunale.

La mia gonna corta, che voi ci crediate o no,
non ha niente a che fare con voi.

La mia gonna corta
è riscoprire
il potere dei miei polpacci
è l’aria fredda autunnale che accarezza
l’interno delle mie cosce
è lasciare che viva dentro di me
tutto ciò che vedo o incrocio o sento.

La mia gonna corta non è la prova
che sono una stupida
o un’indecisa
o una ragazzina manipolabile.

La mia gonna corta è la mia sfida.
Non vi permetterò di farmi paura.
La mia gonna corta non è un’esibizione,
è ciò che sono
prima che mi obbligaste a nasconderlo
o a soffocarlo.
Fateci l’abitudine.

La mia gonna corta è felicità.
Mi sento in contatto con la terra.
Sono qui. Sono bella.
La mia gonna corta è una bandiera
di liberazione nell’esercito delle donne .
Dichiaro queste strade, tutte le strade,
patria della mia vagina.

La mia gonna corta
è acqua turchese con pesci colorati che nuotano
un festival d’estate nella notte stellata
un uccello che cinguetta
un treno che arriva in una città straniera.
La mia gonna corta è una scorribanda
un respiro profondo
il casqué di un tango.
La mia gonna corta è
iniziazione, apprezzamento, eccitazione.

Ma soprattutto la mia gonna corta
con tutto quel che c’è sotto
è mia, mia, mia.

****************

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Eve Ensler (New York, 25 maggio 1953) è una drammaturga statunitense.
Il successo da drammaturga è legato principalmente all’opera I monologhi della vagina, scritta nel 1996 e premiata con un Obie Award nel 1997. I monologhi (tradotti in 35 lingue) sono stati portati in scena a Broadway (con Susan Sarandon, Glenn Close, Melanie Griffith e Winona Ryder) e a Londra (con Kate Winslet e Cate Blanchett) e in altre città europee. Da questa pièce teatrale è nato il V-Day, contro la violenza sulle donne.
La Ensler è anche poetessa, sceneggiatrice e regista.

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Barry Ryan, pseudonimo di Barry Sapherson (Leeds, 24 ottobre 1948), è un cantante pop. figlio di Marion Ryan, una cantante melodica che ebbe il suo momento di gloria intorno al 1950, debuttò nella musica insieme al fratello gemello Paul, formando con lui il duo Paul & Barry Ryan, che portò al successo negli anni 60 diverse canzoni, in gran parte composte da Paul: Don’t Bring Me Your Heartaches (1965), Have Pity on the Boy (1966) e Missy Missy (1966). A causa dell’esaurimento nervoso che poco dopo afflisse Paul, ebbe inizio la carriera da solista di Barry, col fratello che seguitò comunque a occuparsi dei testi e delle musiche. Nel 1968 Barry Ryan lanciò Eloise, una canzone dalle atmosfere melodrammatiche e particolarmente lunga (quasi 7 minuti), destinata a conquistare la vetta delle hit-parade di mezzo mondo, compresa l’Italia.
Il cantante ebbe ancora grande successo negli anni seguenti con pezzi come Love Is Love (1968), The Hunt (1969), Magical Spiel (1970) e Kitsch (1970), ma nessuno di essi poté eguagliare la fama di Eloise. Da diversi anni Barry Ryan lavora come fotografo.

in basso a destra

qualcuno, sempre in basso a destra,
ha un’aria da fine impero, all’ultimo
sopravvive ammaccato: giù da terra
guarda e si nota parecchio tormento.
era così, anche durante l’occupazione,
innamorato delle maestrine, pronto
a fuggire al primo soffio d’aria cattiva,
diario nascosto, pantaloni cortissimi,
troppo per la sua età, e oggi
sembra dire, sono qui e non mi va
perché sono venuto male,
per tutta la vita mi rideranno dietro:
com’eri buffo! Sei tu in questa foto?

La virata in bianco e nero, insolente
scoloritura d’autore che, potendo,
nuoce ancor più, soprattutto in basso
a destra, dove i reietti irrigidiscono.
non parlano, non fanno domande,
specie quelle inutili, senza risposta
a destra dentro la busta della spesa,
a sinistra nel sacchetto dell’immondizia

Ascolti amArgine: Bitter Sweet Symphony – The Verve (1997)

Prima traccia dell’album Urban Hymns. Pubblicata come singolo il 16 giugno 1997, ha raggiunto la seconda posizione nella classifica inglese Official Singles Chart.
Il pezzo è stato inserito al 382º posto nella lista delle 500 migliori canzoni di tutti tempi secondo la rivista Rolling Stone.

A parere di chi scrive, accetto contestazioni, questo è il più bel singolo in lingua inglese uscito negli anni Novanta del secolo scorso. Acido il giusto, pomposo il giusto, beatlesiano il giusto, rollingstoniano il giusto (detengono loro i diritti dopo aver fatto causa per plagio ai Verve), british il giusto. Fantastico. Irripetibile.

SINFONIA DOLCE AMARA

perché’ è sinfonia dolce amara questa vita
che cerca di far coincidere gli estremi
che ti fa diventare schiavo del denaro e poi morire;
ti porterò sull’unica strada che io abbia mai percorso
lo sai, quella che ti conduce nei luoghi in cui
tutte le cose si ritrovano

Nessun cambiamento, io non posso cambiare
sono qui fermo nella mia posizione,
sono tra un milione di persone diverse
giorno dopo giorno
non posso cambiare la mia posizione

non pregherò mai
ma stanotte sono in ginocchio
ho bisogno di udire alcuni suoni che mi facciano riconoscere il dolore che c’è in me
lascio che la mia melodia risplenda, che purifichi la mia anima, mi sento libero ora
ma le strade sono pulite e non c’è nessuno che canti per me

non posso cambiare la mia posizione
non posso cambiare
non posso cambiare il mio corpo

ti porterò sull’unica strada che io abbia mai percorso
su cui sei mai stata

TESTO ORIGINALE

Cause it’s a bittersweet symphony, this life
Try to make ends meet
You’re a slave to money then you die
I’ll take you down the only road I’ve ever been down
You know the one that takes you to the places
where all the veins meet yeah,

No change, I can change
I can change, I can change
But I’m here in my mold
I am here in my mold
But I’m a million different people
from one day to the next
I can’t change my mold
No, no, no, no, no

Well I never pray
But tonight I’m on my knees yeah
I need to hear some sounds that recognize the pain in me, yeah
I let the melody shine, let it cleanse my mind, I feel free now
But the airways are clean and there’s nobody singing to me now

No change, I can change
I can change, I can change
But I’m here in my mold
I am here in my mold
And I’m a million different people
from one day to the next
I can’t change my mold
No, no, no, no, no
I can’t change
I can’t change

‘Cause it’s a bittersweet symphony, this life
Try to make ends meet
Try to find some money then you die
I’ll take you down the only road I’ve ever been down
You know the one that takes you to the places
where all the things meet yeah

You know I can change, I can change
I can change, I can change
But I’m here in my mold
I am here in my mold
And I’m a million different people
from one day to the next
I can’t change my mold
No, no, no, no, no

I can’t change my mold
no, no, no, no, no,
I can’t change
Can’t change my body,
no, no, no

I’ll take you down the only road I’ve ever been down
I’ll take you down the only road I’ve ever been down
Been down
Ever been down
Ever been down
Ever been down
Ever been down
Have you ever been down?
Have you’ve ever been down?

Ascolti amArgine: Each man kills the thing he loves – Jeanne Moreau (1983)

Jeanne Moreau (Parigi, 23 gennaio 1928 – 31 luglio 2017) è stata un’attrice notissima, oltre che regista e cantante. Questo brano è ispirato alla Ballata del Carcere di Reading, di Oscar Wilde.

Eppure ogni uomo uccide ciò che ama,‎
ognuno ascolti dunque ciò che dico:‎
alcuni uccidono con uno sguardo d’amarezza,‎
altri con una parola adulatoria,‎
il codardo uccide con un bacio,‎
l’uomo coraggioso con la spada!‎ (Oscar Wilde)

Ogni uomo uccide ciò che ama

Ogni uomo uccide ciò che ama,
e tutti lo sappiamo:
Alcuni lo fanno con uno sguardo di odio,
altri con una parola carezzevole.

Il vigliacco lo fa con un bacio,
chi è spavaldo con una spada.
Alcuni uccidono il loro amore,
quando sono ancora giovani,
Altri quando sono già vecchi,
Alcuni lo strangolano con le mani del desiderio,
Altri con le mani dell’oro,
I più gentili usano un coltello, così che
i cadaveri gelino al più presto…

Si ama eccessivamente
o troppo poco,
l’amore si vende o si compra.
Talvolta si compie il delitto con tante lacrime,
qualche altra volta senza un sospiro,
perché ognuno di noi uccide ciò che ama
eppure non è costretto a morirne.

TESTO ORIGINALE

Each man kills the thing he loves,
by each let this be heard.
Some do it with a bitter look,
some with a flattering word.

The coward does it with a kiss,
the brave man with a sword.
Some kill their love
when they are young,
some when they are old.
Some strangle with the hands of lust,
some with the hands of gold.
the kindest use a knife because,
the dead so soon grow cold.

Some love too lit.
Some too long,
some buy and other sell.
Some do the deed with so many tears,
and some without a sigh.
for each man kills the thing he loves,
yet each man does not die.