l’ultima sigaretta (per un amico)

un dolore, uno dei tanti,
dentro il bar a parlare di idee
e donne anche immaginate,
ma pur sempre smagliate e pronte
a scavare un dolore:
il giorno dopo la sedia è vuota,
niente bicchiere,
altro dolore

siamo sempre quelli,
i soliti a parlare, anche forte
di un cinema, un libro
dell’Inter campione d’estate
ma poi finisce qualche punto sotto,
altro dolore
ma la fica sempre in testa,
spesso non va più giù

uomini di una certa età
orfani di molte cose,
eppure scoppia ancora dentro
la bellezza di parlare, fratelli
anche se assieme non stiamo mai;
vorrei poter essere così fortunato
da poterti dire del giorno
in cui fumerò l’ultima sigaretta

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poi è tornato bel tempo

il bianco e nero racconta insipienza,
il mondo nuovo narrato in ventinove secondi
è rimasto narrazione, lettera morta

c’è uno scenario vario,
ispido il feedback lancinato
di una chitarra ritmica giù per terra:
l’umanità si scatena
per quanto le manca
o si lascia mancare

possibile che Don Chisciotte sia morto,
Michele abbia venduto le ali
e il mondo sia diventato apocrifo?

continuo il mio vecchio mestiere
sperando di perderlo,
ma tutti i giorni si lascia trovare,
anzi mi trova;
sono il suo genere di lusso,
virtuosismi per malelingue,
uomini e donne, parenti tutti

possibile che non siamo più compagni
ma oneste carriere,
e chi ci potrà perdonare?

non si capisce come i popoli
abbiano potuto rinunciare
all’identità alla loro ricchezza
per quattro lire, due regate
un colpo partito male
dentro il confessionale
mentre ci si ripuliva l’anima

possibile che non ci siano altri fratelli,
le chiese non più granai vicini alla ferrovia
e tutto sia già accaduto?

sulla strada il qualcosa
è da prendere a calci
in buonafede con impazienza;
sono venuto qui per morire,
ogni qualcuno è da aggirare,
imparentati come siamo
potremmo riprendere un idillio

poi è tornato bel tempo

meridiana

Quale dignità
a quel fratellastro di Telemaco
ridotto in mare,
aviatore abbattuto
naufrago di stirpe
tentato dal ronzio delle sirene

non può vedere cosa accade
su un campo di calcio
perso intorno al tavolo
e assetato di calura,
dove ieri vociavano bambini.

Eterno divagare le stelle,
il tempo stringe, accelera
questa curva indecifrabile
della nave al largo

fotografie (le cose non cambiano)

coppia di lineamenti paralleli
tra sopraccigli spiegati, tesi
solchi di ogni giorno vissuto,
se dormire vicini è abbandono
mi lascerei ogni giorno

risvegliarsi in treno con mamma
straniera mal sopportata,
il cespo di capelli agitati
quanto i miei quand’ero te,
a gennaio avrò cinquantacinque anni

ma hyde park è bellissimo
dopo gli attentati in luglio
e gli studenti che ridono, mangiano
pensandola infinita giovinezza
da celebrare ogni giorno

cerco ancora il vecchio album
vittima di un riordino profondo,
quello con le fotografie di scuola
che nemmeno ricordano più
di quale buio saranno arrossite

LONDRA 1940

MEDIO ORIENTE 2018

Resistere o Contrattaccare?

Giuseppe Colzani

Milanese, giovane partigiano del rione operaio di Niguarda.

Una volta che avevo diciassette anni ed ero quasi a forza partigiano
trovammo nel perlustrare una cantina due fascisti
Senza le armi son come scatole svuotate
e a noi due morti in più portavan niente
Così li aiutammo a sparire a calcinculo
Ma poi anni dopo uno lo incontrai che aveva una bambina
e mi guardò e mi disse
Ti devo la mia vita e lei
E io pensai che se avesse vinto lui la guerra
non ci saremmo stati né io né i miei due figli.

*

L’inverno è già qui
Flavio Almerighi cittadino e antifascista

L’inverno è già qui, interminabile
ma pieno di mosche e zanzare
troppe, che le rondini si arrendono
senza condizioni, favole uccise
in nome di un ribaltabile
senso di rivalsa, la povertà
in ansia di un domani presente,
ogni giorno ogni momento
il futuro è sempre qui, scortese bussa:
qualcuno ancora chiede
chi parlerà in suo favore,
i più presi nell’odio verso chi viene
a espiare colpe non proprie.
La risposta migliore è
meglio contrattaccare che resistere:
la domanda ponitela tu.

dura madre

non sempre, quasi mai
furono gelsomini e mandorle,
belle donne argentate,
ma spesso eterno confondere carte
sulla linea del mare

il pelo dell’acqua, dapprima salato
ghiacciò
che non ci si poteva più tuffare
nemmeno durante i mesi delle vacanze,
qualcuno lo spaccava con un pugno
per potersi lavare in volto

il gran mare della democrazia
fu riempito di plastica riciclabile
tutta in piccoli pezzi,
pezze dismesse, nelle reti
il pescato non si agitava più

terminò la spiaggia libera,
finimmo anche noi, con poche lire
e asciugamano, di fare le lucertole
dentro la bonaccia d’agosto

finirono riforme e manovre ed eufemismi
finimmo d’invocare il risanamento
per bovini da asciugare,
stavamo tutti come pesci:
terminò l’avanspettacolo

l’acqua divenne molto più dura
da non spaccarsi più, ma
la si vedeva ridere
sotto quel qualcosa trasparente
ma del tutto infrangibile.
L’acqua c’era,
ma non ci fu più acqua.

Mia madre, la Democrazia,
divenne molto dura e poi santa
con me: ai suoi funerali
Steve mi trattenne a stento
dal discendere nella fossa
con lei