Plenaria

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Dopo la scadenza dell’ultima proroga
la Giunta, riunita in plenaria, unanime
votò accettabile l’obbligo non obbligo
e le delibere scesero a valle come torrenti
donando sommo refrigerio al popolo,
tutto contento, salvo lo scontento:
la democrazia è imperfetta, celebrarono
ognuno a suo modo il provvedimento
che stabiliva priorità, corresponsabilità,
aumento dei prezzi e calmieri,
punizioni severe e amnistie, una per tutte
e tutte per una. I turnisti felici
ripresero a battere e tagliare ferri,
un po’ come fanno le schiave sotto i pesi
di un debito inventato, decisivo.
Verso sera, tutti insieme
attorno a tavolate di influenze
imbandite per civiltà, con le mani in alto
per atterrare il tramonto.

Febbre di Klaus Kinski

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FEBBRE
 
Io me lo immagino così l’altro mondo:
acido fenolico, ghiaccio e merda.
 
Ubriachi delle loro pisciate gli uomini
non riceveranno mai il dono della febbre.
 
Io ho la febbre del mondo intero negli occhi –
spietata e oscura la febbre si morde
eruttando come del pus sifilitico,
e rantola tra gonfie lucide bacche il mio cuore ostinato.
 
Io brucio di schiuma febbrosa
e la mia bocca è straziata di passione,
come i genitali d’un animale braccato.
Io sono un neonato con la cenere ai fianchi –
al cordone ombelicale mia madre m’ha trattenuto,
scagliandomi come un martello
fin dentro al culo scarnito del sole!
 
io come la più giovane delle madri cammino a testa alta,
sfuriando e gridando con la cenere alla bocca,
gli occhi pieni della collera liberata dal cielo sprofondato –
luce! luce! fiamme nere io divoro!
io caco sulle vostre leggi! in me tutto è offuscato dal sole!
lui spruzza il suo fremente nucleo nella selva
gassosa del mio corpo! ribolle il mio sangue,
come se dei lucci impazziti fossero nella cloaca della mia anima!
 
io sono una placenta!
 
io godo nel farmi dilaniare da una materna tigre,
invece d’agitarmi ai suoi fianchi! dinamo! dinamo!
la mia pelle mi va stretta – lacrime esplodono
sotto di essa – e io sono come una rana in un bicchiere,
la luce mi colpisce alla testa e io vengo ancora
respinto da ciò che vedo –
 
sole – sole – lui m’ha sputato sulle parti sensibili
del mio cervello – raggi raggi – nere minacciose ombre –
sopra di me – sotto di me – dentro di me come nel petto urlante
d’una donna – nella piaga aperta del mio cuore come un pugnale –
 
in me fremono globi infuocati –
come grandiosi uccelli in gabbia
i soli divorano l’urlo che mi porto dentro
e intingono le loro ali ruggenti nella mia
anima ferita – via via via via via!
io non lascerò tramontare quel sole che bevve lo stesso
mio sangue di ragazza – e cenere cenere cenere.
 
Mi stanno spingendo al delitto –
io sono pieno di macchie –
io non posso più vedere se ci siano ancora dei fiori –
il cielo è stato ridotto a brandelli
e uno potrebbe restarci appeso ——–
 
 

Canzone per l’Estate – Francesco De Gregori

Con tua moglie che lavava i piatti in cucina e non capiva
Con tua figlia che provava il suo vestito nuovo e sorrideva
Con la radio che ronzava per il mondo cose strane
E il respiro del tuo cane che dormiva

Coi tuoi santi sempre pronti a benedire i tuoi sforzi per il pane
Con il tuo bambino biondo a cui hai donato una pistola per Natale
Con il letto in cui tua moglie non ti ha mai saputo amare
E gli occhiali che fra un po’ dovrai cambiare

Com’è che non riesci più a volare?

Con le tue finestre aperte sulla strada e gli occhi chiusi sulla gente
Con la tua tranquillità, lucidità, soddisfazione permanente
La tua coda di ricambio, le tue vergini in affitto
E le rondini di guardia sotto al tuo tetto

Con il tuo francescanesimo a puntate e la tua dolce consistenza
Le tue onde regolate in una stanza
Col permesso di trasmettere e il divieto di parlare
E ogni giorno, un altro giorno da scontare

Com’è che non riesci più a volare?

Con i tuoi entusiasmi lenti, precisati da ricordi stagionali
E una bella addormentata che si sveglia a tutto quel che le regali
Con il tuo collezionismo di parole complicate
La tua ultima canzone per l’estate

Con le tue mani di carta per avvolgere altre mani normali
Con lo scemo in giardino ad isolare le tue rose migliori
Col tuo freddo di campagna e il divieto di sudare
E più niente per poterti vergognare

Com’è che non riesci più a volare?