Lettera dalla Terra Bruciata

La Germania, la Curlandia, l’Abissinia, ogni terra ha i suoi poeti e li custodisce gelosamente, perché ognuno sa quanto sia importante la loro esistenza. Quelle nazioni che bruciano i loro poeti si negano a priori il futuro, poco dopo smettono di far figli e verso sera chiudono anche i propri porti. La pioggia, poi, non è la stessa: ogni giorno ha la propria tempesta, questo i poeti lo sanno. In questo paese le poesie, per essere lette e destare attenzione, debbono avere le dimensioni di un francobollo, per adeguarsi all’atrofia di lettori e alle loro sempre più limitate capacità di lettura. I poeti non sognano più, fanno gli imprenditori, i relatori, i leccaculo, tutto fuorché poeti. Gestiscono i loro sudati quartini di potere con la stessa ferocia dei grandi felini nella savana. Non importa più creare, quanto invece importa contare. E per contare ci si spoglia di ogni dignità, nella speranza di ogni comune mortale di essere immortale. A questo siamo ridotti. L’odore acre di plastica bruciata, la diossina che sprigiona, rendono l’aria irrespirabile a chiunque. Cosa resterà di questi irresponsabili tra qualche decennio? Soltanto l’oblio che già li avvolge. Il prezzemolo è dappertutto, lo si da per scontato, si trova facilmente in corposi mazzetti, se sparisce eccone altro, ecco la rucola. In poesia più che mai vale la Legge di Gresham, “moneta cattiva scaccia quella buona”: questo gli editorucoli attuali lo hanno ben compreso, e alcuni di loro ci fanno molto bene la giornata. La poesia non salva il mondo, il mondo non salva la poesia: chi l’abbraccia e se la porta a letto è il vero cortocircuito.

La Germania, la Curlandia, l’Abissinia, ogni terra ha i suoi poeti e li custodisce gelosamente, perché ognuno sa quanto sia importante la loro esistenza. L’Italia no.

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letture amArgine: la ricerca poetica di Irene Rapelli

Irene Rapelli scrive, lo fa cercando di lasciare uscire la musica che ha dentro, studiando, formandosi senza cercare protezioni o consorterie. Per sua stessa ammissione è nella fase della formazione, la sua ricerca stilistica specie sul sonetto mi sembra davvero a buon punto: il contenuto non diventa prigioniero della metrica. Penso sia questo il metodo migliore per crescere e imparare a saper dire e saper dare alla poesia, meglio autodidatta che partecipare a laboratori di scrittura dove tutti vengono appiattiti a scrivere allo stesso modo. Certo, il suo lavoro, è ancora un work in progress, una maturazione, ma merita di iniziare a trovare buoni lettori. Non voglio frappormi troppo, però una cosa mi sento di dirla con molta sincerità: continua così Irene!

Dimenticatoio

O notte, o lira degli usignoli,
dimmi: v’è l’ora sulla meridiana
il cui rintocco la morte consoli
e riavvolga i tempi e la vita strana?

O nave, o faro dei più storti voli,
parla: conosci la fatica vana,
il sangue e i versi degli uomini soli
e il gelo e la paura nella tana

e l’allerta al primo frusciar di serpi?
Quivi si brucia di fame in un campo
e votarsi non si sa a quali santi.

Conosci l’amore, che uccide tanti?
Quivi la quïete precede il lampo
e ossi non ci sono più fra gli sterpi.

*

L’ugola della luna

Inno blues – ora allegro, ora lento,
posa l’oro sulle foglie e s’infuria.
Il mio giardino tace nell’incuria,
la mia casa il giaciglio che non sento,

come naviglio d’una notte spuria
che vaghi – né le stelle, né il cimento
serale della quïete, né il vento
d’uno sbadiglio che dica « penuria ».

Io non so che diamine sia l’amore
del quale parla a vanvera la gente,
né riconosco il taglio di dolore

quando le spade dall’occhio lucente
pungono i ghiacciai che innervano il cuore
nel suo batter fra squame di serpente.

*

Viaggio di ritorno

I graffi sulla pelle
dicono di lotte, sotto le stelle
il pennino incide molle carne
senza saper che farne

e nel sangue di mondi
s’inargenta sopra profondi solchi
il manto delle mie ossa
spargendosi

in grani lucenti
per la celeste fossa.

*

L’uomo dietro il fanciullo

Su di lui dorme un lago di farfalle
e gocciola oro dentro il nero cuore
fiammato che volteggia sulle calle
iperteso a stratosfere d’amore,

poi scende d’improvviso dalla sedia
svitata per un gioco di rotelle
incastrate nella tragicommedia
cerebrale danzante fra le stelle,

calpestando orme tintinnanti esperte
di quest’azzurra musica alberata
in lotta con le cicatrici aperte
lui scherza con la propria fronte alata

– tirando radici, ai ciuffi acerbi
per ora aciduli limoni imberbi.

*

Irene Rapelli nasce in provincia di Torino nel 1987, lontana da tutto ciò che si possa definire arte, poesia, stimolo e nutrimento. Coltiva fin dalla tenera infanzia una passione letteraria che la spinge a osare, conscia dei propri limiti stringenti, sulle orme dei veri maestri, i grandi autori del passato e del presente. Inizia con il verso libero, ma s’interrompe all’inizio dell’adolescenza, per riprendere 15 anni più tardi, quando approfondisce da autodidatta la sua verve. A 27 anni s’iscrive a Giurisprudenza, iniziando a indagare il nesso causale che dalla verità fa discendere due branche specialistiche molto distanti e in apparenza slegate: la via della bellezza e la via del diritto. Scrivere questa breve nota biografica è per lei fonte di pena, in quanto si definisce una simpatica nullafacente con la testa fra le nuvole e forse ben oltre, fra vituperate stelle e in spaziosi dubbi amletici. Sogna di combinare qualcosa di buono nel mondo, cominciando dall’umiltà personale.

letture amArgine: Pier Maria Galli qualche appunto

A me piace da anni la scrittura di Pier Maria Galli, esempio vivente (ogni tanto sparisce però) di quanto sia liquida l’arte poetica. Lo aspettiamo e nel mentre leggiamo assieme qualche suo vecchio appunto: il suo blog è qui, scavatelo che merita
https://piermariagalli.wordpress.com/

(trattato breve sul possibile)

potremmo riscrivere l’appuntamento. insomma fissarlo, se credi,
in un verso a tua scelta.
qui le pagine non contano più nulla.
o malvolentieri aggirano chimicamente le mani e tutto quello che si è detto e l’avvenuto evento.
forse dovremmo anteporre l’idea al concepimento. quella pienezza quella voracità
dei fieni dentro l’erba
nel suo verdissimo nome d’erba.
finire lì, in quell’agguato che placa. dove non c’è più giardino ed il latrato della rosacanina stana l’aprile delle faine.
ecco, dovremmo riscriverci così,
con le bocche di un’annata di vitigni sbagliati sull’orlo del bicchiere. intenti a sparire
in uno sguardo e incontrarci senza andare daccapo. come ogni parola fosse e che sia,
sino ad impaginarci su mani credute e diverse

*

ci sono luoghi inespressi.

il silenzio di un lavandino, i capelli in cima alle scale, l’asfalto nel nulla
del pomeriggio, lo studio serale delle onde, un nome proprio ad ogni stanza, una scena muta, diverse scene mute,
un timbro di voce nello sguardo, uno sguardo culminato nella voce, le labbra ricavate
in tutte le ore, un rumore di fragole dietro le spalle, nessun bosco più in là, l’idea assoluta che non esista la parola bosco, l’insistenza delle foglie sino all’infanzia, l’infanzia che è bosco, la pronuncia sfiorata di un movimento tra tanti, l’orbita segreta
di due caviglie, una stanza a mano a mano, i seni bambini ed una vetrina, la tela
su una scena muta, una scena muta priva
di tela, lo spazio della cronaca, la mancanza d’aria in uno spazio tra due parole, le parole che si aprono
perché qualcuno esca, le parole che si aprono e basta, il fragore di una sillaba in una poesia, la poca poesia in tutti
i giardini di una vita, l’atto unico di una vita, un compito scritto, l’ultima parola che si apre in tutte,
i due lati di una strada e lì ci innamoriamo

*

prima i tuoi seni smontati sul comodino. poi le singole parti di una caffettiera questa mattina alle 6.45.
come una trama a parte,
occorrerebbe ricostruire pezzo per pezzo in cima ai tuoi capelli il viso e

la distanza esatta tra il mio letto e la cucina, e l’occorrente per fare
la tua molteplice bocca.

(quasi spiegarsi a gesti per farsi capire
dalla parola amore)

*

[nell’oscurità di persiane] (ennesimo appunto)

facendoti nuda sotto la camicetta, disponi le sedie più recenti
su un lato della stanza, poi sul lato opposto
le sedie che sedevi un attimo fa. sarebbe una felicità priva di luoghi aggiungere altri 2 lati
dove metterci la mia scrivania
e sull’altro la mia figura che si perde in fondo ad una strada deserta,
e farci una stanza

*

[appunto n. 0 sulla mia metafisica]

mi turbano solo
le cose di questo mondo, oggettive e narrabili. l’incapacità delle mie parole
a dirle, ed uno squarcio nel peso

presero a dirsi una cosa. poi ne seguirono altre, fino a quando le parole
ebbero il sopravvento sulle cose. rimasero i corpi come una cosa che non era sospesa
ma nemmeno atterrata, come un leggero disordine tra i significati, nel dubbio, come una cosa che non c’era

Pier Maria Galli è nato nel 1962 e risiede a Orta San Giulio (Novara).
Ha pubblicato su diverse riviste tra cui Fiera, Il Segnale, Bloc Notes, Alla Bottega, ecc. e nell’antologia Discorso Diretto (Ed. Canova).
Le raccolte: Indizio (Ed. TAM TAM, 1987), Dilogia (Ed. del Leone, 1987), La parola, oltre i segni (Ed. Forum/Quinta Generazione, 1988), L’istinto delle cose (Ed. Forum/Quinta Generazione, 1989), Basso paesaggio (Quaderni di Poesia del Gruppo Fara, 1989), La trattoria modesta (in proprio, lulu.com), Di un tu e quasi noi (Ed. del Leone, 2005) , Ottanta piccoli studi da lavandino (Ed. I figli belli, 2005), Prima che sia autoritratto (Editrice Zona, 2008), Gli uomini belli ed altri cortometraggi (2009).

Volumi disponibili:

– Ottanta piccoli studi da lavandino (Ed. I figli belli,
2005)

ascolti amArgine: Taking it all too hard – Genesis

Da uno dei peggiori album in assoluto dei Genesis dell’era Collins, una delle loro più belle ballate. Il brano è tratto dall’album Genesis del 1983, un disco altrimenti da dimenticare; Mama, il singlo apripista dell’album, il brano più noto del disco, fa letteralmente schifo.

No, non è di nuovo confuso
No, non gli stessi errori di nuovo.
Stai prendendo tutto a cuore
Stai prendendo tutto troppo sul serio

Perché non riesci a vedere cosa sta succedendo?
So che non lo ammetteresti mai
Tu vorresti non essere mai stato da biasimare
Tutto è un gioco per te
I vecchi tempi se ne sono andati
Ed è meglio lasciarli andare
Non posso aiutarti, è troppo tardi

C’è sempre una ragione per cui è successo
Non hai mai fatto nulla di sbagliato, ma è così
E’ appena successo di cadere a pezzi
Stai prendendo tutto troppo sul serio

Ora che è buio, tutte le tue paure,
Come ombre che strisciano intorno.
Sei troppo spaventato per guardare in basso
Ed è solo per conto tuo

Ma mi manchi ancora
Lo tengo per me

Testo originale

No not this confused again
No not the same mistakes again.
You’re taking it all to heart
You’re taking it all too hard

Why can’t you see what’s going on?
I know you’d never admit
You would ever be to blame
Everything’s a game to you
The old days are gone
And they’re better left alone
I cannot help you, it’s much too late

No not this confused again
No not the same mistakes again.
You’re taking it all to heart
You’re taking it all too hard

There’s always a reason why it happened
You never never did anything wrong, but it
It just happened to fall apart
You’re taking it all too hard

Now that it’s dark, all of your fears,
Like shadows creeping around.
You’re much too scared to look down
And it’s lonely out on your own

The old days are gone
And they’re better left alone
But I still miss you
I keep it to myself

Oh no not this confused again
Oh no not the same mistakes again
You’re taking it all to heart
You’re taking it all too hard

Oh no not this confused again
Oh no not the same mistakes again
You’re taking it all to heart
You’re taking it all too hard
You’re taking it all to heart
You’re taking it all too hard

ascolti amArgine: The Flowers of Romance P.I.L. (1981)

Fatevene un’idea leggendone qui:
http://www.ondarock.it/pietremiliari/pil_flowers.htm

La title-track (qui proposta) complica l’arrangiamento introducendo violini e cori spettrali, insieme ad una lieve presenza dell’elettronica: ma a dominare la scena sono sempre le percussioni etniche di Atkins e il canto di Lydon, che mai come in questi brani (così come in molti episodi del precedente “Metal Box”) riesce davvero ad aggiornare lo “spleen” dei poeti maledetti alla psiche deragliata della generazione punk.

Ora, in estate,
potrei essere felice o in difficoltà
A seconda della società
Sulla veranda
Parlare del futuro o ricordare
Dietro il dialogo
Siamo in un pasticcio
ho inviato fiori
volevi cioccolatini invece
I fiori del romanticismo
I fiori del romanticismo

Ho un binocolo
in cima a Box Hill
potrei essere Nero,
Vola l’aquila:
ricominciare tutto da capo
non posso contare su questi cosiddetti amici
E’ un peccato è necessario per difendermi,
mi prendo i mobili
per ricominciare tutto da capo

Now in the summer
I could be happy or in distress
Depending on the company
On the veranda
Talk of the future or reminisce

Behind the dialogue
We’re in a mess
Whatever I intended
I sent you flowers
You wanted chocolates instead

The flowers of romance
The flowers of romance

I’ve got binoculars
On top of boxhill
I could be Nero
Fly the eagle and start all over again
I can’t depend on these so called friends
It’s a pity you need to defend
I’ll take the furniture and start all over again

ascolti amArgine: The tracks of my tears – Smokey Robinson & The Miracles


L’altra sera ho rivisto Platoon di Oliver Stone, un film che trent’anni fa mi piacque moltissimo per il dualismo tra bene e male per il possesso dell’anima di quel paraculo di Taylor, protagonista e voce narrante del film, interpretato da Charlie Sheen. A distanza di trent’anni rimane un buon film di genere per alcune scene, specie quella delle violenze perpetrate ai danni di un villaggio viet e per la battaglia finale. Per il resto qualche buona musica e molto melò invecchiato maluccio. Apocalypse Now e Hamburger Hill Collina 937 sono di un altro pianeta. Il brano è tratto dalla colonna sonora del film, un grande successo fine Sixties del grande Smokey Robinson.

La gente dice che sono l’anima della festa
Perché racconto una barzelletta o due
Anche se posso ridere forte e cordiale
Nel profondo sono triste
Quindi guarda bene la mia faccia
Vedrai che il mio sorriso sembra fuori posto
Se guardi più da vicino, è facile notare
Le tracce delle mie lacrime

Ho bisogno di te
Da quando mi hai lasciato se mi vedi con un’altra ragazza
Sembra che mi stia divertendo
Anche se può essere carina
Lei è solo un ripiego
Perché tu sei quella che rimane
Quindi guarda bene la mia faccia
Vedrai che il mio sorriso sembra fuori posto
Se guardi più da vicino, è facile notare
Le tracce delle mie lacrime

Ho bisogno di te
Fuori mi sto mascherando
Dentro la mia speranza sta svanendo
Solo un pagliaccio oh sì
Dal momento che mi hai buttato via
Il mio sorriso è il mio trucco
L’indosso fin dalla mia rottura con te
Quindi guarda bene la mia faccia

Vedrai che il mio sorriso sembra fuori posto
Se guardi più da vicino, è facile notare
Le tracce delle mie lacrime

IL TESTO ORIGINALE

People say I’m the life of the party
Because I tell a joke or two
Although I might be laughing loud and hearty
Deep inside I’m blue
So take a good look at my face
You’ll see my smile looks out of place
If you look closer, it’s easy to trace
The tracks of my tears

I need you, need you
Since you left me if you see me with another girl
Seeming like I’m having fun
Although she may be cute
She’s just a substitute
Because you’re the permanent one
So take a good look at my face
You’ll see my smile looks out of place
If you look closer, it’s easy to trace
The tracks of my tears

I need you, need you
Outside I’m masquerading
Inside my hope is fading
Just a clown oh yeah
Since you put me down
My smile is my make up
I wear since my break up with you
So take a good look at my face

You’ll see my smile looks out of place
If you look closer, it’s easy to trace
The tracks of my tears

felici ugualmente

il genio della bellezza
scava profumi, colori
le basi degli argini prima del Po,
tutto acceso in quanto non sa
dove arrivare

fino in fondo alla sala
il silenzio mastica a salvare
le schiene agli astanti,
tutti presi in un bavaglio
di assenso e sorrisi

l’illusione del capolavoro
trascina oltre il parapetto:
ai lucci
seguiranno pesci molto più affamati

il sole, il danaro, roba d’altri,
gli uccellini zampettano un po’
prima di restare immobili
e gli incolumi tutti intorno

riprenderanno il volo
felici ugualmente