Il Vaccinone 105 (gli ultimi 10 mesi di storia patria in quattro scatti)

C’era una volta un piccolo naviglio che, non voleva, non voleva navigar…
Ti hanno vista alzare la sottana, la sottana fino al pelo
State attenti tutti quanti
Non fa tanti complimenti
Chi non balla o balla male
Lui lo manda all’ospedale
A mi me gusta bailare contigo, oh vacinada
Io faccia a faccia sta veccia muchacha immunizada
Miro al tu cuerpo da cineteca
Con l’anticuerpo dell’AstraZeneca stanoche se freca

Noccioline & Banane: finale e titoli di coda di Underground di Emir Kusturica

Nel 1941, dopo il primo raid aereo tedesco su Belgrado, comincia l’ascesa del compagno Marko (Manojlovic), partigiano e borsanerista. In due anni lui e il suo amico Nero (Ristovski) accumulano una fortuna e la fama di eroi della resistenza finché convincono il loro clan a rifugiarsi in un sotterraneo e a fabbricare armi e altri prodotti per il mercato nero. Fa credere a tutti che la guerra continua, e intanto diventa un pilastro del regime socialista di Tito. L’inganno dura fino al 1961, e nel trentennio successivo muoiono di morte violenta l’attrice Natalija, Marko, l’innocente suo fratello Ivan (Stimac) e Jovan (Todorovic), figlio di Nero che, tornato nel sotterraneo, sbuca attraverso un tunnel sul Danubio dove ritrova tutte le persone scomparse che ha conosciuto. È difficile stringere in una definizione di genere un grande film visionario come il 5° lungometraggio del serbo Kusturica, che fa pensare ad Alice nel paese delle meraviglie riscritto da Kafka, con Hyeronimus Bosch come scenografo e Francis Bacon direttore della fotografia. È una tragicommedia musicale con le musiche tzigane di Goran Bregovic che di un racconto straripante di feste nuziali, riti collettivi e baccanali sono il filo conduttore e gli danno il ritmo. “C’era una volta un paese…” è il sottotitolo. La Iugoslavia, naturalmente. Kusturica dice che non è un film nostalgico, ma un necrologio. Forse il Paese di cui ha cercato di raccontare 40 anni di storia non è mai esistito. Underground è il sogno di un incubo, quello della Storia e del suo tempo sporco. 2ª Palma d’oro a Cannes dopo quella del 1985. Presentato come film della Comunità Europea. Esiste un’edizione di 7 ore, vista per la 1ª volta al Torino Film Festival.

Il marito della sposa

Erano presenti il maresciallo, il sindaco,
il nobiluomo di paese, tutti ben pettinati
e la zia suora, accompagnata
da alcune struscia corone sui banchi
troppo anziane e vergini
per essere vere.
 
Lui, abito scuro cucito dalla madre,
camicia bianca senza cravatta
e una penna biro nel taschino
da intellettuale un tempo comunista,
baciato dalla fortuna
e dalla più bella delle spose.
 
Il mare li accoglierà
nelle braccia del moto ondoso
in amplessi infiniti di tenerezza,
ogni attimo sarà diverso dall’altro
baci saporiti, e pesci stupiti
da tanta grazia e salinità.
La strada sarà larga e diritta
per ognuno dei primi anni
e lastricata di bambini,
piccole stelle di mare inafferrabili.
 
Lei, abito bianco, imene,
e tutto quanto intatto in un impeto
di seni intonsi con la promessa
di non lasciarlo mai solo
sui riccioli, onde mosse e capricciose,
del più dolce degli sposi.
 

Ricordo di Sebastiano A. Patanè Ferro (1953 -2021)

Apprendo oggi la notizia della scomparsa di Sebastiano A. Patanè Ferro, che ho apprezzato, per quel poco che l’ho conosciuto, anzitutto come persona e poi come poeta. Tra i troppi che usurpano e si fregiano dell’appellativo di poeta, Seba è stato uno dei pochi che lo meritava davvero.

Ciao, la terra ti sia lieve.

Il Vaccinone 104

Il genere umano è formato di varie razze: gialla, rossa, bianca, nera, olivastra, pigmea e poi ci sono i rompicoglioni. Essi costituiscono buona parte dell’umanità: loro principale caratteristica è che sono puntuali, assidui, inopportuni. Il vero guaio è che non li riconosci subito, perché mimetizzati nelle varie razze di cui l’umanità è composta. Capita spesso che da una coppia normalissima possa nascere un impenitente rompicoglioni. Non hanno un minimo di sensibilità, sparano battute a ripetizione, molte tratte dal repertorio scolastico, rompono le palle nei modi più inusuali e raffinati. Sono quelli che interrompono chi sta tentando di spiegare un concetto, non capiscono un’emerita sega e poi danno la colpa a chi spiegava: infine si rivolgono al compagniuccio di banco, ovviamente interrompendolo in continuazione per capirci qualcosa, questi sfondacoglioni! Sei in fila per il vaccinone? Sicuramente è quello dietro di te che inizierà a raccontare di quel suo conoscente cui hanno sparato inavvertitamente dodici dosi di Astralaminchia, oppure di quel parente che a vedere soltanto la siringa si è preso una trombosi cranica preventiva. Ora che riaprirà tutto, compresi i bordelli, sarà sicuramente quello mai visto nè conosciuto che, in attesa del turno, si metterà a raccontare di quel tizio che dopo un’epica scopata, si è svegliato il giorno dopo e sullo specchio del bagno ha trovato scritto Benvenuto nel mondo dell’Aids.

Giusto Pio con poesie di Mila Kacic

Cercami
.
Nei giorni di solitudine
cercami tra le cose
che si possono dare per amore.
Nel volo primaverile degli uccelli,
nelle nubi e nel tramonto
sanguigno,
mentre si fonde con il sole.
Nei falò estivi,
tremolanti,
quando li inghiotte
il buio del cielo.
Nella furia dei venti,
intrecciati tra loro
e nei rami degli alberi,
mani che abbracciano.
In tutto mi trovi.
Quando t’immergi nell’acqua,
cercami nell’onda
e m’insinuerò tra le tue gambe.
La conchiglia
che si è attaccata allo scoglio
e non lo lascia più
sono io.
Cercami nel fruscio delle erbe
che il vento piega
e gli si abbandonano estatiche,
mi trovi nelle radici
che invadono il cuore della terra.
In tutte le cose
che si possono dare per amore
e per amore prendono,
cercami.
Dovunque sono io,
è il mio amore.
.
*
.
Spine
.
Nere spine di dolore –
all’imbrunire
centuplicano le punte.
.
Rosse spine di desiderio –
di notte
gli aculei penetrano più a fondo.
.
Bianche spine di disinganno –
all’alba
concentrano il loro veleno.
.
Spine
che mai conoscono pietà.
.
I fiori accanto
sono belle menzogne.
Mascherano.
Come il sorriso
un brutto pensiero.
.
O nere spine dei tramonti!
O rosse spine notturne!
O bianche spine di albe disperate!
.
*
.
Nei giorni di solitudine
.
Nei giorni di solitudine
cercami tra le cose
che si possono dare per amore.
Nel volo primaverile degli uccelli,
nelle nubi e nel tramonto
sanguigno,
mentre si fonde con il sole.
Nei falò estivi,
tremolanti,
quando li inghiotte
il buio del cielo.
Nella furia dei venti,
intrecciati tra loro
e nei rami degli alberi,
mani che abbracciano.
In tutto mi trovi.
Quando t’immergi nell’acqua,
cercami nell’onda
e m’insinuerò tra le tue gambe.
La conchiglia
che si è attaccata allo scoglio
e non lo lascia più
sono io.
Cercami nel fruscio delle erbe
che il vento piega
e gli si abbandonano estatiche,
mi trovi nelle radici
che invadono il cuore della terra.
In tutte le cose
che si possono dare per amore
e per amore prendono,
cercami.
Dovunque sono io,
è il mio amore.
.
*
.
Come un miracolo
.
È come un miracolo il contatto di due pelli,
la percezione di un profumo
che è anche il tuo profumo,
lo aspiri con le narici dilatate
per non scordarlo mai più.
È come un miracolo la mano che
scivola carezzevole sulla tua spalla,
sui seni
che non sono altro
che attesa.
Una mano che si fa strada
oltre il ventre, là
dove può andare solo chi
è il tuo uomo,
da sempre una parte di te
che vuole solo visitare i suoi paesaggi.
Il contatto di due pelli
è come una unione,
è desiderio
ed è appagamento.
Ma peggio della morte
è quando nessuno più
ti tocca.
.
************************************
.
Mila Kačič attrice e poeta, è nata il 5 ottobre 1912 vicino a Ljubljana, dove ha studiato canto e pianoforte al Conservatorio, e recitazione all’Accademia di arte drammatica. Per tutta la carriera ha fatto parte del teatro stabile Drama di Ljubljana. Anche dopo il pensionamento ha collaborato a lungo con il teatro, la radio, la televisione e il cinema sloveni.  
Le sue poesie sono state pubblicate finora in otto raccolte di poesia: Neodposlana pisma (Lettere non spedite), 1951; Letni časi (Stagioni), 1960; Spomin (Ricordo), 1974; scelta antologica Okus po grenkem (Sapore d’amaro), 1987; Minevanja (Provvisorietà, nel senso trascorrere del tempo e della vita), 1997. Sillogi postume: la raccolta bilingue sloveno-croata V šelestenju trav me išči – Traži me u šuštanju travki (Cercami nel fruscio dell’erba), 2004; Skoz pomladni dež bom šla (Andrò attraverso la pioggia primaverile), 2005 e, nello stesso anno, Prigodnice (Poesie d’occasione – non prive di umorismo e spesso di pungente arguzia, scritte prevalentemente per i suoi colleghi e colleghe di teatro, da cui salta agli occhi la sua indole solidale e comunicativa, aperta al mondo e alle amicizie.
È morta il 13 marzo 2000.  

Mirta

Cuciva, sapeva tutto sugli uomini,
sbuffi di panna montata
sulla sola fragola benedetta
dal sorriso del sole
su ogni singolo seme, diceva,
difficili da digerire,
facili da dimenticare.
 
Indugiava a lungo lo sguardo
su lunghi campi di frumento e mai,
come in quei giorni,
avrebbe voluto un altro figlio.
Sorrideva da donna della sua età.
 
Spezzava pane nero e glabro,
rimaneva immobile sulla soglia
dopo averne spazzate le briciole
sulla strada. Non l’interessava
il mondo americano fuori.
 
In realtà non sapeva degli uomini:
uno soltanto e mai dimenticato.
Al figlio, quando rientrava,
ogni sera chiedeva
cosa facesse il tempo.
Lui le rispondeva talvolta
passa …

Ricordo di Tarcisio Burgnich

Gentile Tarcisio “Roccia” Burgnich, Lei è stato parte di quel leggendario Undici che mi fece innamorare dell’Inter, l’amore più lungo di tutta la mia vita. Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair; Mazzola, Milani (Peiró, Domenghini), Suárez, Corso. Allenatore Herrera. Non c’era attaccante che non la temesse; come mordeva Lei i garretti avversari non lo fece più nessuno: Giubertoni? Riccardo Ferri? No, nessuno come Lei. Era un altro calcio, il difensore raramente passava nella metà campo avversaria. Lei lo fece una volta sola e segnò contro la Germania Ovest nella partita del secolo, quel 4 a 3 memorabile di cui si parla ancora. La ricordo molto bene in quello svogliato giorno di luglio 1995, quando venne a Castelbolognese per partecipare, come un castellano qualsiasi, ai funerali di Mondino Fabbri. Io ero dietro di Lei mentre accompagnavamo il feretro al cimitero del capoluogo, avrei voluto tanto chiederle un autografo, ma non volli disturbarLa. Ora, da qualche parte lassù col Cipe, si è riformata la più grande coppia di terzini del calcio mondiale. Grazie di tutto Signor Brugnich, la terra Le sia lieve.