Ascolta & Leggi: Stella Sommer con poesie di Petr Král.

Festival
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Una rovina come un’altra. Siamo. Il sole bianco.
Frammenti ancora eretti verso il cielo.
Banchi di gelo abbagliati oppure soltanto i pallidi avanzi di purè
impantanati sul bordo del piatto. Intorno i ghiacciai sparpagliati
e l’anemico fantasma del volante al posto del centro. Saremmo stati,
ma non potemmo. La mano esita per un attimo, poi aderisce. La ringhiera delle scale
o la morbidezza della spalla. Celato, ma inesorabile il ticchettio. Nonostante la pazienza
delle cose inondate della domenica. Nonostante il silenzio.
Minimax, un po’ di sangue solidificato. Nuda e inviolabile
realtà. Visitare il mondo, i suoi parchi e le cliniche, il suo macello,
firmare con lo sguardo la vacuità di piastrelle ingiallite – qua e là con la macchia secca – negli afosi rifugi sospetti dei gabinetti di porcellana –
e ogni tanto chinarsi a raccogliere il guanto dal marciapiede gelato, ai piedi di colei,
il cui sesso, campanile imperlato e cupo, si sveglia lentamente in lontananza
dietro il sipario rigorosamente nero della gonna di una vedova.
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*
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L’oggi sarà
                 a Claude Gibbsy
Aspetto solo l’occasione per diventare capo onorario della stazione;
il crepuscolo cela nuovamente i campi da tennis,
i treni bolsi si scontrano negli sguardi di uomini
inchiodati a terra davanti ad alberghetti modesti
la città un po’ alla volta si accende grazie a gesti doppi nella penombra di una camera da letto,
se si aprissero di nuovo i velodromi, potremmo guardare gare d’ombre mai viste
(la questione più spinosa è quella del cambio di velocità),
la calda sfera vellutata scivola dalla mano, senza dubbio di sole,
il nostro unico padre è il cappello, lo dimentichiamo come tutto,
le ultime Queens agonizzano nobili nei porti, a spese delle agenzie marittime;
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comunque c’è bisogno di parlare, controbattere se stessi e il parlottare, la folla di prossimi,
il mondo e anche le sue raffigurazioni, la politica delle catastrofi,
mantenere un livello di bisbigli, a dispetto del pianeta,
il crepuscolo risuscitato dal crepitio di un vecchio disco, lui stesso prossimo alla morte,
le cantine urtano gli scogli, mani di pianisti saldano il loro corpo col fulmine
prima di disperdersi per sempre tra i tasti, così come noi,
Eden del sorriso forzato per sempre su una foto, sul ghiacciaio di una giubba bianchissima –
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forse è proprio questa la speranza: i punti bianchi del mondo
dilatati con testarda delicatezza,
in catacombe di memoria il fulgore di camici bianchi,
l’immacolata freccia dell’aereo sul Savoy lambito dalla pioggia, prima che tutto inizi daccapo
nella corrente d’aria e al sonoro scroscio delle palme dell’hotel.
.
*
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Notizia
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Attraversò la piazzetta deserta, gelò davanti a me sul margine di pietra
su due gambe troppo candide e dall’alto, come due piloni di frassino
le fece scivolare via sul selciato della carreggiata. Poi non mi rimase che voltarmi a guardarla,
mentre si affrettava a salire quella stessa strada che io discesi verso la piazzetta,
mentre saettava le lance dei polpacci al tramonto sotto gli alberi
e passava davanti a negozi vicino a mucchi di scatole vuote come i suoi
bagagli, che lì da qualche parte più in altro le erano di zavorra.
Tornai a casa; tra me e la mia vita nascosta, della quale era venuta a darmi notizia,
si ridistese ancora una volta l’intera superficie della città. Da qualche parte nella placidità del centro
continuano ad imperversare gli orbi e la loro risolutezza desolata,
l’ostinato ammassare di scatole. Solo al mattino quando sulla facciata dell’albergo di fronte
si muove lieve al vento la tenda di una finestra mal chiusa,
da lì la stanza senza ospiti punta qui il suo sguardo quasi attento –
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(testi tradotti da Antonio Parente)
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Petr Král è nato a Praga il 4 settembre 1941, dove è deceduto il 17 giugno 2020.
Poeta e scrittore ha iniziato a scrivere sotto l’influenza del surrealismo, ma dal 1970, i suoi libri dimostrano che essere totalmente appagati è qualcosa che il metodo surrealista non può dare. Scrive dell’eterno desiderio che si è autoalimentato, e forse si lega al consumo della persona che desidera. Le parole emblematiche di Král potrebbero essere: “Noi non moriamo, peggio: svaniamo. In altre parole, non siamo mai stati. Non c’è realtà.” 

11 pensieri su “Ascolta & Leggi: Stella Sommer con poesie di Petr Král.

  1. interessanti questi occhi su angoli di città apparetemente viva, dove gli incontri hanno doppia valenza, quasi che la vita fosse tutta un’immaginazione e il sogno il suo prolungamento. Poesie che abbozzano visioni in scorrimento, come un cortometraggio che a un certo punto fermi e riprendi dall’inizio con la convinzione che qualcosa ti è sfuggito. Grazie per averlo condiviso,tutt’altro che banale.

  2. Disfatti i lineamenti di ogni faccia, sfuggenti i contorni di ogni cosa, ambigui i percorsi e gli eventi; a restare solo l’inappagato “ammassare di scatole”. Questa la mia impressione ad una prima provvisoria lettura

  3. Lasciano trapelare, i versi di questo autore, un immaginoso accentuato, che si spegne lentamente, rientrando nella realtà della vita

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