Ascolta & Leggi: Pink Floyd con inediti di Carla Viganò

Mi piace la tersa e sana irrazionalità di chi si avvale della facoltà di essere nuvola, rinunciando alle pesantezze di tanto uniforme e maledetto neogrigio. Carla Viganò riesce ad appassionare il lettore con pezzi che non sono mai indeboliti da tirate diaristiche o eccessivamente liriche, ma semplicemente da operatività degli occhi e del cuore, che poi sono i punti nodali da cui da cui nasce Poesia che non invecchia precocemente, e sa dare emozioni niente affatto banali. Meno male che Carla Viganò a differenza di tanti poetini rinchiusi in Milano a evocare la bella città di una volta, o a ricordare la bottega del meccanico che c’era prima della filiale dell’ennesima banca strozzina, sa volare un po’ più in alto. Grazie, continua così.

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La salvezza

Io mi avvalgo del diritto
di essere una nuvola
E depongo testimonianze
brevi dei paesaggi surreali
Poi ammetto il reato
di stravaganze assurde

Non accolgo invece la sentenza
all’oltraggio dell’azzurro
Perché mi dichiaro innocente
e ho toccato il cielo per difesa
Ma condannata e argentea
sconto la pena iniqua nella pioggia

E se c’è il sole?
Non è affatto particolare essere felici

*

Non di poesia ma quasi

Quando a diciott’anni
all’AIED * con quella pasticca
sequenziata in giorni settimanali
io e una mia compagna di liceo
abbiamo raggiunto l’indipendenza di pensiero
e la fine dei problemi
Forse è per questo che si ha un ricordo
non di poesia ma quasi – di incontro.
Il tutto con una goccia di patchouly
E nel darsi la mano ci siamo promesse
la parte vulnerabile come scambio
Era un mattino del ’70
a Milano non ricordo in quale via

*AIED Associazione italiana per l’educazione demografica

*

Maître à penser

Ti eleggo mio filosofo
sulla “ mia” carne bianca
quando muovi le onde del pensiero
in un lago incosciente
e quando del mondo detestato
ne facciamo parte
E fare l’amore
sul niente
è l’incenso dell’angelo
il becco del corvo
e alati noi
senza l’anello al dito
abbiamo la grazia
di sorreggere un mondo malandato
in parte nelle nuvole
in parte nell’esercizio dell’intendersi
nel mondo dove si prepara
il pane quotidiano
e liberamente a noi precluso

*

La ragazza di Hipanema ?

Ti ho vista in un bar di Milano
Con la tua pelle
In una tuta di skai
Nelle cosce a tornanti
Scoprivi il fuoco tra i tavoli
Con un bicchiere in mano
Mentre “L’anno del gatto ”
Usciva da una radio
Come da un mare
E il tuo lui
Un tipo californiano
Mandava in bestia
Il tuo umore
E ballavi ballavi
Come la ragazza delle spiagge
E c’era un ragno
Che pendeva dal banco
– E sono presenti testimoni –
E io leggevo il giornale
Per tenermi in contatto
Con i gradini bassi
Delle scale dell’informazione

*

Al ristorante delle piccole porzioni

Quando sono andata
al ristorante delle piccole porzioni
non era ancora mezzanotte
oh le ricordo così bene
le pareti viola
e uno squallido dicembre
sui piatti fluttuava una foglia di basilico
da prendere con le mani
come un diamante grezzo da forgiare
per poi esplodere in stupore nella bocca

In ogni poesia di tono malinconico
togliere e aggiungere
indebolire o rafforzare le strofe
è presupposto d’incapace

Ma sono persone diverse
quelle che entrano
nel ristorante delle piccole porzioni
sono quelle che nel resto del giorno
oscillano tra l’essere felici
o far finta di esserlo
tra l’opulenza del niente
e il nulla gigantesco

*

Quando sai
che tremo in ogni giunta
e arrossisco come l’acero
che mano inopportuna
m’infili tra le gambe ?
E sempre sulla schiena s’incatena
il tuo divorare diamante
s’arresta il sole
e cade un nubifragio
un po’ di odio per il tuo regno
che in me l’ancella traccia
a chi nel comandare
impone alle stelle di brillare
Una mite amazzone
cavalca la passione
offesa nel recinto del piacere
ai finimenti sciolti della resa
Godere non è amare
e pesa poco il peso
del corpo amato
l’anima leggera

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Sono nata a Milano dove vivo, da sempre interessata alle arti figurative, maturità artistica nel 1976.
Mi sono avvicinata alla poesia, prima leggendola assiduamente poi componendo haiku e in seguito scrivendo testi quando il maggior tempo a disposizione me lo ha permesso.
Nel 2016 ho pubblicato la mia prima raccolta “Soffio nelle crepe” per Terre d’ulivi e nel 2019 “Ritocchi marginali” per Lepisma Floema – Controluna

Dolci e pane nuovo

A tempo di sirtaki
ballato sopra un campo di mine,
con calpestio deciso
su testa e cuore ancora indietro
ad attendere lo scoppio
del definitivo macello,
aggiungere dov’è già abbastanza:
guerra è la nostra casa,
tanto vale limare un po’ di cielo
fare brillantini per decorare
dolci e pane nuovo,
viverlo come tributo
quando il nulla più sordo
è in costante agguato.

Il Vaccinone 66

Maremma maiala! Ci mancava anche che da un momento all’altro il Sig. WordPress togliesse la possibilità di utilizzare l’editor classico, vigliaca strazona! E mò, noi narcos dalle possibilità limitatissime a quale tram ci attacchiamo? Faremo come al solito, si usa in questo paese: ognuno per sè e vaccinone per nessuno. Questo editor è da interpretare, come i piani vaccinali del Generalissimo: fabbriche, caserme, galere, navi da crociera: tu scopri il culo che noi ti vacciniamo?! Ecco, anche questo è un bel dilemma, se scopro il culo, finirà poi che me lo fanno nuovo: ciao argonauti, la terra è pur sempre come le tette di una mia antica compagna di scuola, ha sessant’anni ed è ancora piatta.

Qui sotto una mia breve recensione delle mia prima esperienza sul nuovo editor.

Ascolta & Leggi: Andrea Cavallo con un ricordo di Ivan Fassio

La sospensione dell’incredulità
Tentata tante volte
Con il flusso di coscienza,
Con la canzone popolare
Con la casualità
Il colpo dei tuoi dadi
E poi la tradizione
Con le geometriche sequenze.
Ho scritto odi, elegie, sonetti
Senza tempo, inattuali,
Imbarazzanti.
Ho ritagliato ed incollato,
Usato terra grezza
E la preziosa,
Il corpo, la persona,
Le scale, le ginocchia,
La musica ed il canto
La preghiera
Lallazione.
Ho chiuso con le rime,
Ho ritmato le cadenze,
Ho tolto tutto, il palpito
Sfilato da ogni sangue,
Sono riapprodato giù al lamento,
Radice e porto del mio testo,
Ho pesato carne e massa
Fino al pianto,
Lievemente e amplificando.
Che senso avesse un verso,
Oggi come oggi,
Se non filtrato fino al cielo
Da un meccanismo logico,
Superiore tragico
Magico maggiore
E di comunicazione
Informazione per gli dei,
Indetto, predetto
Infetto:
Non mi avete mai compreso. Mai.
Essere un poeta è diverso
Dal dolore, dal parlare.
Macinare senza sosta
Nell’attesa: l’arte è questo
Nostro soltanto
Non lasciare,
Ma agire nel futuro,
Sentire strenuamente
Che adesso è sempre
Troppo presto.

*

Dichiaro e dissimulo Ammetto e rinnego: Riaffiora con meraviglia L’unica grande ferita Che tu non ci sei. Soltanto Dio esiste, Direi, Ed un po’ ti somiglia: Si fa indovinare, Attendere invano E nominare.

*

Ritrarsi – dipingersi o tirarsi indietro? Io mi ritraggo ossessivamente, propongo un’immagine di me che si discosta progressivamente dall’originale… Io mi ritraggo ossessivamente, ad ogni mano che mi cerca indietreggio di un passo…

Io ritratto, forse nego, mento, tradisco… Umana è questa dispersione, che è scissione: ad ogni effigie, un’interpretazione – ad ogni comunicazione, un’incomprensione! L’identità è linguaggio: attributo cangiante sull’assoluto sostantivo, dove il verbo è sempre transitivo. Messaggio scorrente su esistenza vuota consente il vettore di energia, che sposta senza oggetto la casa dell’attore: il viaggio!
Una volta scoperto l’ingranaggio, manifestato il meccanismo, io non tratto più, resto senza credenziali, sono puro, circolare, esprimo ciò che anelo… Ad un tratto, sono autenticamente il velo! Candidamente, non mi devo ri-velare…

*

Molto ha imparato l’umano dalla stretta del fiato, troppo dimenticato, poco ne ha inteso in realtà, dacché il mattino si è fatto più cupo col passare del tempo. Non era l’aurora cambiata da sé, ma la nostra visione, poiché siamo colloquio per vivere in pace, con equilibrio: mai questa consueta ragione tramata e poi tramandata, un linguaggio deviato. Non temiamo del canto il presto avvenire, oramai, da sempre monito interno del fuori, un respiro soltanto. Funzione dei palpiti, tacito conteggio di termini codici, improponibili all’altro se non per fusione.

Infine, oh sacre potenze, è vincolo in voi, in noi, il segno d’amore. Ancora! L’estasi e la sostanza che ci implicate, nel sogno, nella cara illusione. Sapere, mio cuore, non è essere ovunque, vedere. Sarebbe, semmai, sensazione, adesione abissale della coscienza, ma dove? Speranza cresciuta al momento, effetto perenne di azione: un tuffo nel sangue toccato, non fatto, non detto, né confidato.
Un silenzio di luce.

Affinché tutto ciò torni avverato, abitanti del mondo a voi destinato, sarete una tavola, uno specchio di legge da non ingannare, a partire dal giorno della risoluzione:

I Non credere all’abbaglio esteriore, alla regola e alla misura – dal principio di tutte le cose
II Provare sui sensi la distanza dovuta, giocare con forza per limite intrinseco
III Affidarsi al suono del canto, una volta, per imparare.
IV Contare i sospiri, lasciare che vibri la pelle. Allenare polpastrelli, gengive: l’orecchio è ciò che aderisce
V Parlare agli occhi dell’altro, allo spirito. Preparare l’abbraccio.
VI Conoscere i segni di età, condizione, stupore. Esplicitarli da desto.
VII Dominare la carne, finché non divenga presagio. Poi farsi linguaggio.
VIII Ordinare il miraggio, per quello che è nel deserto: la verità.
IX Scoprire l’evento fra le pieghe della natura: mai lingua, soltanto beltà, meraviglia.
X Privare della bocca il lamento: tentare preghiere.
XI Bramare l’utile e il necessario, innalzarli: la creazione nobilita
XII Non leggere riproduzioni, né ad alta voce, né mai scrivere un testo da ereditare: è tutto, si sa.

*

“Verrò alle quattro”. Le otto. Le nove. Le dieci.
Ma fai mai quel che dici?
Io, che sono puntuale, ho plagiato
Le cinque parole più inutili
Di Majakovskij.
Il tutto, per metterti in bocca un sorriso
Pensando ai miei aneliti foschi.
Così, se a scriver discorsi non sono capace,
All’istigazione almeno potresti rispondere:
Ché tra i ladri ci sono soltanto i poeti, gli artisti
E gli amanti.

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Ivan Fassio è stato scrittore, performer, critico d’arte, curatore, organizzatore di manifestazioni artistiche e letterarie. Dal 2017 ha gestito «Spazio Parentesi» a Torino, libero luogo di esposizione, condivisione e presentazione di progetti artistici e letterari contemporanei. Ha collaborato con le versioni cartacee e digitali di Exibart, Juliet Art Magazine, Verso l’Arte, AR?, ArticoloTre, Canale Arte, Neutopia, Protagonisti Piemonte. Ha gestito indipendentemente una serie di progetti creativi e critici per gallerie di Torino, Asti e Genova. Il suo primo libro, «Fuori fuoco», fu pubblicato per le Edizioni Smasher nel 2012 con prefazione di Ezio Gribaudo. Ha pubblicato testi poetici e creativi nell’antologia «Fragmenta» (Smasher) e su «Paraboliche dell’Ultimo Giorno. Per Emilio Villa» (Le Voci della Luna Dot.com Press). Si è spesso esibito con il pianista Andrea Cavallo in letture e improvvisazioni poetico-musicali. Ha curato la serie di mostre di arte e poesia contemporanea nel laboratorio di poesia «Era Aurora» con il poeta Davide Bava. Ha collaborato con Ennio Bertrand, docente di Sistemi Interattivi all’Accademia Albertina, per una serie di mostre nell’ambito del progetto «Spazio Parentesi Itinerante».

*

Il torinese Andrea Cavallo, 46 anni, è pianista e compositore. Dopo aver fatto parte di varie band giovanili, nel 1995 ha formato i Contrappunto, gruppo rock progressivo di cui è anche cantante. Nel 2001 ha pubblicato con una variante della band il secondo album «Lilith». In seguito, ha scelto di dedicarsi solo al pianoforte registrando una serie di concerti, da cui è nato un album di improvvisazioni dal vivo «Racconti piano e forte» per l’etichetta americana Eroica Classical Recordings. Segue l’album «Desire», un ritorno alla composizione. Nel 2010 si dedica alla scrittura, e pubblica il libro di critica musicale «51 Dischi per vivere meglio» (Ananke), cui allega un nuovo album del Contrappunto Project, «Come balle di fieno». Importante risulta anche la collaborazione con la produzione tra il magazine finlandese Colossus e la casa discografica francese Musea in relazione ad alcune compilation, cui Cavallo ha collaborato con suoi brani pianistici.

Le volpi

Le volpi hanno tolto
clamore allo sciopero generale
a oltranza, i pochi
che ancora lavorano
hanno a carico due pensionati
e molti meno figli,
soprattutto hanno paura di parlare
tanto non li ascolta nessuno
e chi lo fa è nemico,
che se lo porta via non visto
durante il coprifuoco imposto
verso le quattro del mattino,
quando anche i teorici della rivoluzione
dormono esterrefatti
dalla mancanza di coraggio e idee:
meglio commemorare
la caduta del nazismo nel Quarantacinque
cantando da un balcone
e ritrarsi prontamente
al primo cenno di sole.
I figli non avranno figli.

Il vaccinone 65 (un anno dopo)

Il 24 marzo 2020, scrivevo:

Vi è mai capitato di tentare di scaricare un pornazzo con e mule e di ritrovarvi invece con Via col vento? Allora ho dovuto ripiegare su Arma letale 2, consigliatomi dar Monnezza, il film si lascia notare per la ricercatezza nei dialoghi:
Mel Gibson: Prendi quel figlio di puttana!
Danny Glover: Figlio di puttana!
Mel Gibson: E’ proprio un gran figlio di puttana!
Danny Glover: Quel dannato figlio di puttana!
Intanto il figlio di puttana se la svigna indisturbato.

Insomma, qui è tutta vita. Stamane sono uscito per comprare roba pesante, tipo pacco d’acqua e lettierona all’aloe per il siamese. Per Castello non c’è quasi nessuno a parte un bancario che mi sta sulle palle (oltretutto) e qualche anziana signora a comprare un tozzo di pane. La novità di oggi è che i contagiati sono saliti a undici. Me ne starò buono, buono, almeno fino a domani. Mi metto una copertina sulle ginocchia e aspetto che il rompiglioni del siamese si metta sotto anche lui, poi gli mollo una bomba in faccia, vedeste come schizza via! E così è bella e pronta la nuova sceneggiatura dell’ennesimo Arma Letale.

E cos’è cambiato? Niente

Ascolta & Leggi: Eluvium con quattro poesie a caso

Bruciare di noia e accanimento.
Contare buffamente tutti i pensieri.
Accamparsi a stento nel desiderio.
Il ricordo del tuo cazzo mi esaspera,
si prende gioco di me,
mi trasforma in un banale rigagnolo di
questa poesia balorda.

(Eliane Michoud)

*

Didascalia esemplare

Per quanto liscio il mare è sempre orlato
di crestine spumeggianti sull’onda.
Nel caso la veduta fosse aerea,
complessiva, da distante la costa
è sempre frastagliata:

la terra sa che il mare è suo,
e solo i confini comuni.
Così quel che sappiamo,
interdetto ai limiti del sapere,
allunga il perimetro.

Si sofferma fra ottantamila veli

(Chiara Adezati)

*

Quando ti dicevo: piano piano… infilarli
sempre dalle dita, poi il pollice, il medio… poi
sistemare il polso, la prima volta infilzarli
lentamente.
Non sono i guanti ma è il gesto che decide.
Che fai cadere gli angoli
dell’aria per durata e distinzione,
che ti porti alla bocca le dita
per poi lasciarle andare

dimmi, amore, c’è qualcosa di apicale?

(Mary Barbara Tolusso)

*

A pochi passi dall’infinito, una piccola volpe mangia dalla ciotola del cane

(…)

Come posso toccare ciò che non riesco a dire?
Dove posso leggere il tuo corpo se non al di qua della scrittura?
Mi affido alla slealtà delle parole,
ne condivido le periferie, i canali di scolo;
emergo dall’instabilità del pensiero e mi lascio trasportare da
una volontà folgorata, claudicante.
La tua presenza mi accade, là dove il
sesso delle cose evoca il ritorno, la ripetizione.
Ho fame di te.
Ho voglia di precedermi in te –
infilarti una mano tra le cosce e
sentirti foce, stagno, pozza d’ombra.
Andare fino in fondo all’arbitrio possibile della tua materia.
Guardarti negli occhi e sentire un branco di vertigini
che sequestra tutta la luce del giorno.
Voglio scoparti.
Voglio metterti a quattro zampe
e scoparti;
introdurti di frodo nel mio corpo
e uccidere tutte le parole superflue.
Sono stufo della poesia,
della misura;
eppure, non riesco a condurmi fino alla soglia dell’intransigenza.
La porta è stata abbattuta da tempo,
ma io continuo a cercare la chiave
senza che i segni possano mai affidarmi a una sufficienza.
Lo so,
sarebbe stato meglio aderire a un corpo consolidato,
a una mappa usuale,
ma i muri crollano e la voglia di te sciama in ogni dove.
Affrontare seriamente il giorno quando t’installi nella
mia testa: come potrei?
Mi ritrovo più nudo del cielo,
e col sole che va a imboscarsi tra le pieghe della tua carne.
Voglio scoparti,
voglio amarti come se ormai dovessimo cancellare la
stessa parola amore dalla faccia della Terra –
eliminare le vestigia di tutti gli
amori passati,
presenti.
Affondare il cazzo tra le tue parole,
nella tua bocca,
e concepire una tenerezza senza tempo,
squassante, intollerabile.
Figli di una serietà bastarda,
ci avevano detto di uccidere il bambino
e di seppellirlo insieme alla nostra amicizia per il mondo,
ma noi non siamo di quelli che si stabiliscono nel fallimento.
Dammi le labbra, sorridimi con tutto il corpo,
stregami,
chiavami fino a cancellare ogni traccia di colpa.
La soglia, l’intransigenza,
la porta che cigola,
l’ultima stanza in fondo alla bellezza del mondo.
Accorgermi che l’oggetto del desiderio è un
punto tra me e te:
uno spazio, un passaggio,
un nodo di affermazioni erotiche che
sovvertono ogni idea dell’amore,
ogni amore ideale.
(L’essere è il lupanare dei vigliacchi).
Passare attraverso la mancanza e
non mancare al passato.
Restare molto al di qua dell’effetto poetico
e rinunciare alla gloria prendendoti per mano.
La tua pelle,
i diversi gradi di poesia della tua voce,
la facilità con cui mi riduci a uno smarrimento essenziale:
tutto questo è il rovescio dell’enigma e
finisce per riavvolgere il nastro del possibile.
Se volessimo uscire dal Labirinto,
sfidando ogni legge del rimpianto,
dovremmo uccidere la poesia che è in noi
e fregare così ogni stronzata sull’infinito.
Se proprio volessimo,
i giorni sarebbero come penne remiganti di poiana
o come frammenti di specchio
ficcàti in tutti gli angoli della fantasia.
Spalancarti le gambe nude
e leccarti l’interno delle cosce.
Ingoiare la sobrietà della luce insieme al
muschio vivo della frenesia
e finire travolto dalla valanga che porta a
valle il tuo piacere.
La luce singhiozza tra i veli del pudore,
l’eternità ci dimentica,
la paura chiede rinforzi.
Tutto questo non farà di
me un poeta civile,
un adoratore della fica a buon mercato,
né tanto meno un vigliacco.
Pretendere di trovare il senso della vita,
impedire alla materia di morire:
è come afferrare l’ombra di un sasso che
sta cadendo accanto a noi.
Vorrei cacciarti la lingua nella carne,
e starmene lì,
ad ascoltare il suono più intimo dei tuoi abissi.
Al cospetto dei miei orizzonti,
metto a fuoco i tuoi tanti corpi,
li raccolgo in un disordine amoroso
e faccio in modo che continuino a
proliferare dentro la mia carne.
Sei il mio disastro di stelle,
la cocciutaggine della poesia che mi tira giù dai
piani alti della speranza,
il fuoco più nudo,
la rabbia che si trasforma in un arcobaleno nero,
l’intransigenza della donna,
l’apocalisse ironica dell’amore,
il sangue al quadrato, al cubo,
l’equazione malata dello stupore,
il guanto di sfida lanciato dal tuo sesso,
i cuccioli di lince delle mie visioni,
la notte insostenibile,
la grazia irresponsabile,
il tumulto senza padroni,
la scatola terribile della mia costernazione erotica,
l’adiacenza,
il gancio cui appendo le nostre ombre,
l’odore delle tue parole,
lo strazio di non averti,
il velluto notturno che si prende cura del nulla,
la voglia di toccarti,
il corpo irredimibile che mi espone senza rimedio,
la volontà di poesia,
lo sforzo quantistico di eliminare ogni idea del tempo a
partire dall’esistenza della tua fica.

(…)

(Carmine Mangone)

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Campioni in erba

Chi non avrebbe voluto
fare il cantante o l’astronauta
in epoche remote davanti allo specchio
facendo finta di urlare
con una bottiglietta in mano
e una musicassetta sparata alta?
Qualcuno era un ottimo spadaccino,
campioni in erba sui campi di calcio
il sole ci ha dato spesso del tu;
finimmo i più a far finta di studiare
sui piani alti di un istituto tecnico,
presi, impacchettati e spediti
da un sogno all’altro
con sempre meno convinzione.
E’ stato così bello perdersi di vista,
dopo un saluto eterno scesi dall’autobus
o dall’ultimo treno, ognuno preso
da un futuro trascorso alla svelta
chi più chi meno.