Il Vaccinone 18

Il Clementorum Mastellatus è il vertebrato più longevo al mondo: per lui è stata stimata un’età di 512 anni. Raggiunge la maturità sessuale intorno ai 150 anni. E’ indistinguibile, ma ogni tanto torna all’onore delle cronache, specie se fa il ministro della giustizia in un governo da far cadere, la sua presenza equivale a Dracula presidente dell’Associazione dei Donatori Sangue. La sottospecie del Tabaccius Abbrunatum Forse Onestus è invece ridotta a un unico esemplare che, così solo, non può nemmeno formare un gruppo parlamentare.
Il Matteus Tartufus Renzottis Porcellum è la naturale evoluzione del Mastellatus, appartengono entrambi all’ordine degli invertebrati, mammasantissima, democristi di lungo corso, intrallazzatori nati. Nella foto è ripreso al momento della stagione dell’unico amore tanto che, quando si guarda allo specchio, tenta di limonarsi. Se il Mastellatus è più facilmente individuabile per la sua grossa mole, il Renzottis è molto mimetico, depone le uova nei nidi altrui e, al momento giusto, tac! Butta giù il nido, cade col nido, sbatte il culo per terra, ma rimbalza. La specie è stata dichiarata “nociva” anche dal WWF.

Noccioline & Banane: Jona che visse nella balena (1993) Gam Gam

Jona è un bambino ebreo di quattro anni che vive ad Amsterdam prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Nel 1940, dopo l’occupazione della città da parte dei tedeschi, viene deportato insieme ai suoi genitori ebrei dapprima nel Campo di concentramento di Westerbork e quindi in quello di Bergen-Belsen, dove trascorrerà l’intero periodo della guerra. A Bergen-Belsen vive in una baracca con la madre, mentre il padre è assegnato ad un altro settore del campo.
Il bambino soffre freddo, fame, paure, angherie anche da parte degli altri ragazzi. Sono rarissimi i casi in cui viene trattato con garbo: solo il cuoco, che dopo morirà, e il medico dell’ambulatorio sono gentili con lui. Il destino dei genitori di Jona è tragico: il padre muore per stenti e denutrizione. Negli ultimi giorni di guerra, Jona e la madre vengono evacuati dal campo a bordo di un treno che vagherà per giorni nel territorio tedesco prima di essere liberato dalla truppe sovietiche. La madre non si riprende dalle sofferenze subite; impazzisce per la morte del marito e muore in un ospedale, nei giorni seguenti alla liberazione. Jona torna ad Amsterdam dove viene adottato da una famiglia di amici. La didascalia finale dice che Jona è ancora vivo e fa lo scienziato.

Ascolta & Leggi: Arbeit macht frei poesie con musica degli Area

Ventisette Gennaio 1945,

una sopra l’altra, anime ossute protese verso un dio qualsiasi, siamo più innocenti del latte nell’effimera planimetria del cielo. Fotografie da un’interminata tregua. Liquidata la buna, i camini non fumano più. La sirena suonava alle cinque, finito il lavoro c’incontravamo ai cancelli. Dalla mia cuccia vedo strati di cenere grassa addosso ai volti di un tempo, e sugli amori consumati dietro un portone. Vedo la notte scendere su ogni possibile presente. Il campo evacua come i miei visceri. O le silfidi in menopausa alla divisione della gioia. Fosse ancora ieri mi mangerei le labbra, i denti, per sedare un po’ di male. Mangerei le strisce del mio carcere che indosso insieme al sangue secco, ma non la fame. Rimane poco di me oltre la febbre, orgoglioso souvenir di chi ero. Visto dalla tua parte del foglio, sono poco più di carta sporca, ma senza odore né prurito. Sid Vicious rifarà My way, i cinesi rifaranno Sid Vicious. Non ho più dolore adesso. Sono l’altare gonfio di luce a cui non chiedere memoria.

(Flavio Almerighi, da “durante il dopocristo” Tempo al libro Faenza, 2007)

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Aprile

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.
Non le case o i tetti, ma il cielo.
Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere Felice.

(Anna Frank)

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Un paio di scarpette rosse

C’è un paio di scarpette
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
‘Schulze Monaco’.
C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buckenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’ eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.
C’è un paio di scarpette rosse
a Buckenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

(Joyce Lussu)

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Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi sarò contento,
a che serve essere tristi, a che serve.
Perché soffia un vento cattivo.
Perché dovrei dolermi, oggi, del domani.
Forse il domani è buono, forse il domani è chiaro.
Forse domani splenderà ancora il sole.
E non vi sarà ragione di tristezza.
Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi, oggi sarò contento,
e ad ogni amaro giorno dirò,
da domani, sarà triste,
Oggi no.

(Poesia di un ragazzo trovata in un Ghetto nel 1941)

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Varsavia 1944

E dopo verranno da te ancora una volta
A contarti a insegnarti a mentirti
E dopo verranno uomini senza cuore
A urlare forte libertà e giustizia.
Ma tu ricorda popolo ucciso mio
Libertà è quella che i santi scolpiscono sempre
Per i deserti nelle caverne in se stessi
Statua d’Adamo faticosamente.
Giustizia è quella che nel poeta sorride
Bianca vendetta di grazia sulla morte
Le mie parole che non ti danno pane
Le mie parole per le pupille dei figli

(Franco Fortini)

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Vehuda Amichai

Dopo Auschwitz non c’è teologia:
dai camini del Vaticano si leva fumo bianco,
segno che i cardinali hanno eletto il papa.
Dalle fornaci di Auschwitz si leva fumo nero,
segno che gli dei non hanno ancora deciso di eleggere
il popolo eletto.
Dopo Auschwitz non c’è teologia:
le cifre sugli avambracci dei prigionieri dello sterminio
sono i numeri telefonici di Dio
da cui non c’è risposta
e ora, a uno a uno, non sono più collegati.
Dopo Auschwitz c’è una nuova teologia:
gli ebrei morti nella Shoah
somigliano adesso al loro Dio
che non ha immagine corporea né corpo:
Essi non hanno immagine corporea né corpo.

Paul Celan

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Il Vaccinone 16 bis

Io non uso mai il diciassette nei post “diario”, per un un motivo molto semplice, quel numero porta iazza e di questa ce n’è sempre in abbondanza. A proposito, il Duca Conte si è dimesso, e subito il Matta gli ha conficcato un paletto di frassino nel cuore, poi lo ha messo in freezer a disposizione del medico letale. Dimissioni. Dimissioni per formare un governo ter? Dimissioni con trombata e incarico a un vampiro istituzionale? Ecco come si sono pronunciati gli italiani nell’ultima sondaggella:
il 57,2% degli italiani crede che l’attuale premier dovrebbe dare le dimissioni dopo la maggioranza assoluta ottenuta alla Camera e quella relativa avuta in Senato. Il 39,4%, inoltre, vedrebbe di buon occhio un ritorno immediato alle urne, nonostante la pandemia in corso. Il 40,7% degli interpellati, invece, pensa che Conte non dovrebbe lasciare il suo incarico. Dunque il 137,3% degli italiani ha preso posizione sulla crisi di governo.
Proprio quello che ci voleva, no? Resto dell’idea che il diciassette porti iazza, che i Beatles non si riformeranno, e che coi tempi che corrono la miglior risposta della politica è stata una bella crisi di governo. Politici italiani, siete normali?

Muro

cos’é Muro?
area fabbricabile dove oggi
c’é una paninoteca in apnea
per l’epidemia, prima ancora
case sventrate dalla guerra,
un rogo di berlinesi
con il loro passato

Muro, ermetico imperforabile
che marcava due mondi,
uno di luci sfavillanti
multicolori e pubblicità,
tenuto assieme dai collanti
del ponte aereo;
l’altro di candele
e moltissimi posti di blocco,
bianco e nero,
acqua ghiaccia

mondi che si sono annusati
con sospetto, senza parlarsi,
in fondo si invidiavano,
qualche sparo ogni tanto,
qualcuno voleva saltare,
un giorno
tutti uscirono di casa
e terminò la Storia

Il Vaccinone 16


Dopo quasi una settimana, emergono le prove di un non sereno trasloco di drumpo dalla Casa Bianca. La storia della valigetta coi codici nucleari che drumpo si era portato via, è un fake, visto e considerato che il suo vice gli aveva dato un fac simile, ma conteneva una copia rarissima di Corna Vissute e un cambio di calzini. Nell’Air Force One donaldo ha tentato di scatenare un conflitto nucleare, ma poteva solo permettersi di cambiarsi i calzini, quelli sporchi sono stati immediatamente gettati dall’aereo presidenziale visto che puzzavano come cadaveri, planando su una tranquilla cittadina della Georgia hanno provocato 4000 contagi di vairus immediati. I momenti più drammatici della giornata non sono stati rappresentati dalle mise di Lady Gaga e Jennifer Lopez, rispettivamente travestite la prima da vairus e la seconda da George Washington, o la penosa poesia della poetina obamiana. Il dramma vero è stato convincere drumpo ad andarsene dalla Casa Bianca, perché l’impresa di pulizie doveva pulire bagni che puzzavano come i calzini gettati dall’Air Force One. Eh, lo so, c’é chi nasconde i cadaveri nell’armadio, drumpo li nascondeva nei cessi. Hanno dovuto rimuoverlo a forza, come da filmato girato dar Monnezza travestito da avvocato divorzista.

Ascolta & Leggi: Huberth Bath (Cornish Rhapsody) con tre poeti americani

Lettera a un Bacio che è morto per noi

Sto scrivendo le tue memorie.
È come abbandonare il mondo
eppure trovarti ancora lì
come ci hai ricevuto e formato,
diventando all’istante irripetibile.
Continuo a pensare di poter scrivere una guancia
contro di te, se non proprio labbra. Una guancia magnetica
in modo che il suo clangore riecheggi
per un po’. T’induco in tentazione con nudità
in terrazza, con i tamburelli, con tutti i miei vezzi
da gitana. Con gli slanciati fianchi del desiderio
induco in tentazione te che te ne sei andato per sempre,
un pensiero che riesco a formulare
perché questa lettera è scritta
al di fuori di qualunque morte.

di Tess Gallagher

*

Paesaggio con un personaggio di Checov

I. Esterno

Vista con lago, montagne come dune di sabbia;
querce sulla destra, coi tronchi squamati di funghi;
in primo piano, sulla riva, due donne,
le fotocamere appese al collo, scattano e catturano
il lago da ogni angolo; laggiù, sull’altra sponda,
mio padre, seduto, ancora a guardare il sole tramontato,
la sua faccia colpita dalla luce arancione; mia madre
dentro casa, aggiungendo acqua allo scotch.
Alle mie spalle, un secondo paesaggio:
la segale che cresce, una strada di tigli,
una casa con terrazzo e, un po’ più in là, il cortile:
la maestra Lydia, con la frusta in mano.

II. Interno

Quattro sedie vuote, quattro sgabelli vuoti, una scala a due pioli,
un vassoio di vetro con dentro un solo muffin,
e dietro alla cassa, sulla parete, un disegno a matita
che richiama la Malinconia di Dürer, ma meno simbolico;
tredici scaffali di libri ordinati per genere,
e al loro interno prati, pomeriggi, merli che gracchiano,
uno sparo a freddo, lo Studente afflitto
schiacciato tra le pagine, preso nel solco della rilegatura,
miserabile – e più in fondo, nell’amido, un libro più vecchio,
un giardino più scuro, e poi ancora pomeriggi, più lunghi,
più noiosi, rifiuto, fiamme e pianto, e risoluzione.

di Todd Portnovitz

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BRODSKY AL CAFFÈ DANTE

Un locale del Village, nei pressi di Morton Street,
ci avevi dato un party proprio la settimana
prima, la torta di compleanno una replica
della copertina di A Part of Speech. Una
burla? Non era il tuo libro più recente, stroncato,
o quasi, da recensioni contundenti. Ma la fortuna
è banderuola, e la mia pure, quell’anno, era
messa male, o andata a male, come certo sapevi.

Strano: l’ampia tua fronte (la tempia sfoggiava
un riccio scarmigliato, Romantico prestito
da Puškin o da Chateaubriand ) era liscia,
scevra dalle trincee che scavano gulag o esilio.
Irradiava, invece, una malinconia dinamica
sui nostri temi – nessuno, in verità, cupo.
Ovidio più vulnerabile di Mandelshtam;
quel che Byron provò davanti alla tomba di Dante.

Chiesi se avevi associato il Leone di San Marco
all’edificio di St. Marks Place, dove Auden
aveva vissuto per decenni. Solo a sentirne il nome
sfoderasti un sorriso… Infatti, il pezzo di torta
che t’avevano tagliato esibiva l’ala di zucchero scuro
del Re di Gatti. Spinte di pistone dalla sagometta,
bilanciavano gli espressi che sorbivamo –
la sua caffeina ancora in circolo, mi piace pensare.

di Alfred Corn

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