Preparate i balconi 36

– Dici niente di Maradona?
– No, penso a tutti quei poveri grossisti di coca rimasti a spasso senza cassa integrazione o reddito di cittadinanza, e me ne sto in deferente silenzio.
– Dici niente di Antonio Conte?
– Aahahahhah è morto anche lui, finalmente! Dodici milioni l’anno per ottenere gli stessi risultati di Stramaccioni!
– No.
– Ah, volevo ben dire.
– Hai saputo degli Ufo?
– Son precipitati tutti come a Roswell?
– No.
– Ah…

Queste e altre avvincenti chiacchierate si tengono sul mio balcone, in attesa che la funivia riprenda a funzionare, ciaone!

Letture amArgine: Carlo Bordini Microfratture

Mi è tornato per le mani un prezioso libriccino di poesie di Carlo Bordini da cui vi propongo un brano.

MICROFRATTURE

L’idea della catastrofe, una catastrofe silenziosa,
appena avvertita, ma inevitabile.
Oppure le microfratture psichiche,
le microfratture di un’anima.
La mia anima è piena di
microfratture. Sono i piccoli traumi nascosti,
dimenticati, che tornano ogni tanto, quando l’anima è sotto sforzo,
quando non te ne accorgi. Dentro sono franato tutto. Non me ne accorgo,
ma lo sono. Magari quando attraversi una strada e un rumore ti fa rabbrividire,
quando tremi alla pronuncia di un nome, quando
hai un improvviso soprassalto di insicurezza. Le microfratture
sono le telefonate e gli appuntamenti che ti snervano,
improvvisamente,
l’andare in una stanza e chiedersi: che ci sto a fare,
ecc. ecc.
tutto un elenco dei nervosismi, dei soprassalti, delle cose che ti feriscono,
e le minuzie che ti snervano, ecc ecc
il cervello che funziona troppo

Io so

Io so
cos’è poesia,
nella luce più chiara del mattino
quando l’aria è fresca
prima di un giorno spettacolare e caldo,
aiuta a fare uscire il male
dal cervello, ecco,
è attimo di gioia,
l’acqua in mano sfugge,
la pelle si asciuga,
diventa liscia
molto più rispetto ai momenti d’ansietà
o noia, o il sabato sera
se non si sa, o è ben chiaro
che non ci sia più nulla da fare.

Preparate i balconi 35

Buonasera Buongiorno mondo! Todo bien? L’an va brisa bèn, parò a farè cont cl’a vega bèn!
Ho montato sul balcone la seggiovia e la tana del Bianconiglio per la Settimana Bianca che, dopo tanti mesi in bianco, ce la meritiamo. Suvvia! Settimana Bianca e shopping sono alcuni tra i più importanti e vitali capisaldi della nostra splendida civiltà.
Vedrete che splendore il prossimo anno, quando ci sarà il black friday delle settimane bianche per tutti i sopravvissuti! Prescindiamo da questo venti venti di merda, che è stato tutto un black friday, ma anche black saturday, sunday, monday. Roba da far venir voglia di mandare a fanculo il primo vescicone di astrologo di passaggio.
Il mio addolorato e deferente pensiero va a tutti quei poveri ortopedici a pagamento, ma convenzionati con le mutue, che senza sciatori della domenica non potranno fare soldi facili, ma anche a tutte quelle calotte craniche, così intonse, così vuote.

Ascolta & Leggi: Lou Reed, una canzone e una poesia.

“Ho avuto strane esperienze qui a New York, oscure, assurde, affascinanti e anche rivelatrici, utili. L’industria musicale è malata come tutti i business, ma in questo caso la situazione è più grave del previsto. New York è piena di gente triste e sofferente, e io non riesco a fare a meno di incontrarle. Ti tirano giù con loro, e non resisto. Devo partecipare, spiare, arrivo sul ciglio del burrone e faccio un passo indietro solo all’ultimo momento. Scoprire la propria brutalità è un’esperienza interessante. Interessante non è la parola giusta”. Lou Reed

Alla dolce memoria di Lou Reed (New York, 2 marzo 1942 – Southampton, 27 ottobre 2013)

Laurie ascolta tristemente

Laurie se tristemente ascolti
gli uccelli sono in fiamme.
Il cielo scintilla
mentre io sto in piedi sul mio tetto
e osservo
fissando la testa del ragno
carne ridotta in cenere, nauseante
mentre io sul tetto mi struggo
al tuo pensiero.

Laurie se tristemente sei in ascolto
egoisticamente mi manca la tua mancanza
i confini del nostro mondo che stanno cambiando
l’aria è piena
delle ragioni malate di qualcuno
e io pensavo
che una bella stagione vegliasse su noi.

Laurie se tristemente ascolti
i telefoni non funzionano
gli uccelli sono in fiamme
il fumo si arriccia, nero
io sono sul tetto
la statua della libertà alla mia destra ancora in piedi
Laurie lo scarno desiderio del male è su noi.

Laurie se tristemente ascolti
sappi una cosa su tutte quante
tu sei tutto ciò a cui ho pensato davvero
mentre la TV amplificava le urla
i fiocchi di neve cinerei
le sirene che strillano.
Tutto ciò che ho desiderato
eri tu da stringere
corpi congelati nel tempo che saltano
gli uccelli sono in fiamme
solo una cosa sto pensando
Laurie se tristemente sei in ascolto
ti amo
Laurie se tristemente sei in ascolto
ti amo.

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Questa è la mia preferita, ma qui sotto ne trovate molte altre.

https://www.loureed.it/poesie/

Muoriti stella! (reprise)

Muoriti stella sfondata!
Disse lui spingendola contro un muro,
oltre il balcone
oltre il nulla

verso quanto non è nebbia,
dove si smette di sentire
di pensare, molto molto buio
ma più nessun tormento.

Il nero è troppo erotico
per essere nulla senza accatti,
muoriti stella! Il mio stellicidio
verrà dopo il tuo, crepa tu
che io son dio!

La spinse oltre i gerani,
oltre la pioggia che non cadeva
dentro un pomeriggio oppresso
di sole fondente e aria ferma.

Sparì in fretta, oltre gerani
sole fuso e aria ferma,
oltre la pioggia che non veniva,
lei non cadde, volò via.

Preparate i balconi 34

La sanità è un bel tegamone di ragù che cuoce a fuoco lento e gorgoglia, gorgoglia…, e tutti attorno famelici e con pezzi di pane per fare la prima scarpetta di giornata.
Sembra un catino di lava più che un tegamone di ragù a fuoco lento. , ma non si chiamava Servizio Sanitario Nazionale? Un calabrese non avrà mai le possibilità di salute e cure di un emiliano romagnolo, eppure entrambi sono italiani.
Così, mentre anche il cantante Tiziano Ferro, l’attrice Ambra Angiolini e e lo show man Renzo Arbore, hanno declinato l’invito a rivestire la carica di Commissario Straordinario alla Sanità in Calabria, si pensa seriamente di prendere, estraendolo a sorte, un disoccupato per catapultarlo a Catanzaro col miraggio di un contratto di tirocinio.
La parola d’ordine è sempre la solita, Italiani state sani! Altrimenti son cazzi.

Ascolta & Leggi: Michael Kamen con un omaggio ad Annamaria De Pietro

lunga è la vita, brevissima è l’arte.

Un piccolo, tardivo, omaggio alla memoria di Annamaria De Pietro, poetessa schiva, gentile, selvatica. Ricordo di averla incrociata qualche anno fa su un blog con il quale all’epoca collaboravo, e fui colpito dalla bellezza della sua poesia. Cara Annamaria De Pietro, la terra le sia lieve.

Prosopopea della parlante ninfa Eco

Voi che parlate in voi che è a voi la voce,
non ramo estremo di ramoso bosco,
non fretta e via che segue ala veloce
delle ultime parvenze in specchio fosco

– voce di fronte che in sé parla e svela,
volto di fronte d’acqua, e sia Narciso
la voce nella bolla che apre e gela
– volto d’acqua di specchio, finta e viso.

Oltre la mezzeria niente rivela
voce battente di salto diviso,
niente fra gli usci liquidi trapela.

Ed io non so dove si pone il posto
che dopo i passi spalanca la foce
– il senso del mio dire io non conosco

*

La perfettissima madre

Da lei accompagna i cani chiusi fuori,
i gatti che alla porta
aspettano, alla figlia dei suoi amori,
al suo sguardo che ascolta
fole di volpi, di rane racconta,
leggende di castori.

Così era mia madre, Carla occhi di nebbia.

*

Di spalle

Rapido è il giro del sole. In istanti
pochi si sposta sul tavolo la linea d’ombra
in progresso che anticipa gli esitanti
progressi di tramonto contro l’ora che sgombra.

È mia abitudine seguire sul campo di gioco del tavolo della cucina, che è molto
accostato alla finestra, progrediente e regrediente con il ciclo delle stagioni la linea
di sole e d’ombra, la sua carriera di conquista e perdita a cadenza lentissima del
territorio strategico del tavolo di cucina. È come giocare coi soldatini, Washington,
Kutuzov, Napoleone nel loro quartier generale; i maschi lo fanno da piccoli, le
femmine da grandi.

*

La discesa

Alla prima transenna la supplente
chiese il lasciapassare. Non lo avevo.
Tentai l’imbroglio di una carta bianca.
Lei si volse di fianco, e fu evidente
che era quella la carta, che potevo.
Così passai alla terra di nessuno
esca di una transenna, che si allarga
a coltivi selvaggi e a gigli d’acqua
fra prode asciutte che palude sfianca.
E tutto il verde sfinito vedevo,
e gli specchi dei serpi a umido fumo
doppi altamente in fermissima targa –
e il passare tardante di un canale
di costa dal fogliame in trita placca
riversa da una patria naturale –
e il filare avversario alla corrente
di alti pioppi seguaci che urge e ranca
per l’acqua lenta in celeste rilievo.

Alla seconda transenna la spia
finse di non conoscermi. Io sapevo
che era un trucco segreto, un gioco d’anca
in danza di curiale prosodia,
e a quella curia io fui sagace allievo
al passo per la terra di qualcuno.
Entrai passando una feroce marga
che pascolavano pecora e vacca,
che inverdivano piante a ricca branca
e vigne vaste d’impianto longevo,
e a cinque petali ventava il pruno.
Era dolce passare quella larga
fascia di pausa da ogni avaro male,
dove la mela e la mora di macchia
diversamente di un giardino uguale
erano sconfinata sagrestia.
E me ne andai per quella terra franca
finché la notte impose il suo prelievo.

Alla terza transenna il bracconiere
mi chiese caccia, ma io non volevo
perdere penna e sangue di vivanda,
unico patrimonio, unico avere
secco dal tempo che fuggí leggero,
per quella terra dubbia di digiuno,
per quella notte non decisa parca.
Fitta al fucile gli mostrai la tacca
che la mia sola preda segna e vanta,
e gli bastò per negare il diniego.
La terra era un tristissimo raduno
di baracche sottili come carta,
sole a ridosso di croci di scale,
pallide come neve e come biacca –
e luce non passava davanzale,
e voce non batteva le ringhiere.
Dentro la notte filava una stanca
bava di vento un labile sentiero.

Alla quarta transenna quattro cani
molossi rigiravano il severo
giro delle catene per la lanca
umida di confine. Le mie mani
sguardo quadruplice di acuto spiedo
guardava, e dalle lingue scolo bruno
gocciava fame come il cuore squarta.
Non avevo che l’offa di una bacca,
e in guerra l’uno e l’altro latra e scianca,
di me perduta rabbia di pensiero.
La terra era le strade a cerchio, e uno
era il centro del centro per cui varca
unica strada di spina radiale,
ma non di qua, ma non di là si stacca
dalla circonferenza equatoriale.
Al mezzo sta la casa dei divani
e del grammofono acceso che canta
un canto che potrebbe essere vero.

*

LA BRICIOLA

Fu di una parte la minima parte,
fu il fallimento di un coltello, e il dente
non ne avrà parte mordendo, né il cuore
della fame profonda alla sua fiamma
accenderà il camino. Nel diagramma
dell’alimentazione è fatuo errore,
è scheggia persa a canone eccedente –
lunga è la vita, brevissima è l’arte.

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dove il tempo non passa

dove il tempo non passa
sulle rondini eterne, e le strade
non portano in centro, lontano
si vede dall’alto la felicità
urlando terra

navigatori, dal capitano al mozzo,
interpretano vaghi segnali,
raccontando storie
ai serpenti marini, leggendari,
insistenti nel non farsi vedere

sia il tempo a dire
di questo farsi e scomporsi
in mille dannati rivoli suoni
cos’é amore,
dov’è terra