Ascolta & Leggi: Erik Satie e una corrispondenza con Vincenzo Petronelli

Carissimo Vincenzo, ho letto con piacere e con vivo interesse le tue poesie che, deduco, siano state composte nell’ultimo periodo. A mio avviso il tuo lavoro è decisamente buono, e per fortuna sfugge tutti gli stilemi della cosidetta Noe: tutti possono essere buoni imitatori di una “scuola” che imbarca tutto e il contrario di tutto in nome di uno stile che non esiste. La tua poesia, al contrario, è molto ben scritta, rifinita, e marcia verso una originalità che definisce uno stile preciso, pittorico, descrittivo, narrante, di ottimo impatto. Insomma, a mio parere stai lavorando bene e sviluppi un modo di comporre che si muove e percorre la via di una personalità esclusivamente Tua, come ogni autore che si rispetti deve fare. Insomma, io ti incoraggio a continuare su questa strada, scevro da condizionamenti, ben fatto!

In viaggio verso Poggiorsini

La spessa linea di fumo
accompagna il passaggio del treno dal mare: il suo fragore
sull’orizzonte immobile del falco.

Il passo sospeso della formica: frammenti di lavoro,
aliti di vento tra anfratti di tempo.

Il mare è lontano da qui: in dissolvenza
il verso dei gabbiani in volo
oltre la coltre corvina.

*

La coppia

Una fessura tra due palazzi antichi:
inquadratura in campo lungo.
L’eco lontana di auto dalla valle.

Aengus il vagabondo
assorto in un silenzio di falene:
dietro le porte in legno dei vicoli,
i chiavistelli ancora aperti
in attesa del rituale.

Donna Eleonora abitò fra queste pietre:
ritorna ogni sabato per la liturgia popolare.
“É sopro da minha alma
este accento de esperança,
eco do Alentejo”.

Ha nevicato in abbondanza sui profili delle serre.
Felpati, nella notte di febbraio
i gesti degli amanti
lettere di polvere.

Il vento trascina sotto i piedi
un foglio di carta slavato
frammenti ingialliti di poesia:
“le mele d’argento della luna,
le mele d’oro del sole”.

Tela notturna: sulla strada del rientro,
le note di Ry Cooder
serrano le case alle finestre
in attesa del miracolo.

*

Notturno

L’ago della bussola continua a segnare il nord.

La notte baltica, conduce a Riga
lungo una distesa infinita di neve e stelle anti-russi.

Senza ragione
avanzano profili di edifici, spogli di vita.

Il silenzio è impari.
Il geometra prepara l’epitaffio per il suo progetto di eternità.
Il pescatore dorme con i muscoli tesi sulla fisarmonica.
Nei rifugi antipanico, gli attori si consegnano alla pace:
Il loro perimetro li inghiotte.

La bussola è ferma, inesorabilmente.
Svanisce l’ultimo scheletro di specchi:
è una sinfonia di alberi e boschi,
boschi e alberi, ed alberi
e boschi, del colore acceso del candore del fuoco.

Non importano la geografia, i nomi:
la sinfonia è una successione di accordi
e rivolti.
Fino alla resa dei conti
senza ragione
alla ragione delle armi.

Riappare il campo magnetico
al confine del Tavoliere.

*

Esodo

Tra i ruderi del castello
i versi lunghi della cornacchia.

Sulla Via del gelso
il nonno offre esportazioni senza filtro al parroco.

Le campane della chiesa
rifrangono la caligine nell’aria:
nubili e vedove avanzano a passo lento
pronte per l’estrazione della lotteria,
mentre il macellaio –
mitra avvolto sotto il grembiule –
si prende cura dei bambini.

Nella quiete del vento,
riecheggia ancora il verso della cornacchia,
sulla rotta dei treni dalla Siberia:
mercanti macedoni in cerca dei loro accenti
tra le voci delle “Sciescie” (1).

Nelle stanze del diluvio
specchi di rugiada.
_________________________________________________
1. Termine di origine araba utilizzato in molte cittadine del Sud Italia per indicare i classici vicoli antichi di conformazione labirintica

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Nato a Barletta l’8 novembre del 1970, sono laureato in lettere moderne con specializzazione storico-antropologica, risiedo ad Erba in provincia di Como, dove sono approdato diciotto anni fa per amore di quella che sarebbe poi diventata mia moglie, ho una figlia di 13 anni.
Dopo un primo percorso post-laurea che mi ha visto impegnato come ricercatore universitario nell’ambito storico-antropologico-geografico e come redattore editoriale, ho successivamente intrapreso un percorso professionale nel campo della consulenza aziendale, che mi ha condotto al mio attuale profilo di consulente in tema di comunicazione ed export; nel contempo proseguo nel mio impegno come ricercatore in qualità di cultore della materia, occupandomi in particolare di tematiche inerenti i sistemi di rappresentazione collettiva, l’immaginario collettivo, la cultura popolare e la cultura di massa. Inoltre abbraccio un ampio spettro di interessi culturali nei opero come divulgatore, storyteller ed organizzatore di eventi, spaziando dalla letteratura, alla linguistica, alla musica, al cinema, allo sport.
Dal 2018 sono presidente del gruppo letterario Ammin Acarya di Como, impegnato specificamente nella divulgazione ed organizzazione di eventi nell’ambito letterario e poetico.
Per quanto concerne in particolare la poesia, è una passione che mi accompagna ininterrottamente dall’età di sedici anni e che ho coltivato in modo febbrile nel corso del tempo, divorando letture di poeti dalle più disparate tradizioni ed aree geografiche, per poi cominciare a comporre mie poesie in modo più consapevole dall’età di ventinove anni.
Alcuni miei scritti sono comparse nelle antologie “IPOET” 2017 ed “Il Segreto delle Fragole” 2018 entrambi a cura dell’editore Lietocolle, “Mai la Parola rimane sola” edita nel 2017 dall’associazione Ammin Acarya di Como e sul blog letterario internazionale “L’Ombra delle Parole” a cura del critico letterario Giorgio Linguaglossa.

29 pensieri su “Ascolta & Leggi: Erik Satie e una corrispondenza con Vincenzo Petronelli

    • Grazie mille per il Suo commento: mi interessano molto i rilievi critici e nella mia vita li ho sempre tesaurizzati per crescere. Come scrivo nel mio intevento di qualche minuto fa, il mio percorso di scrittura è in continuo divenire, per cui è sempre perfettibile e suscettibile di miglioramenti ed accetto sicuramente suggerimenti. In realtà l’uso della punteggiatura nel mio caso è funzionale al tentativo (che naturalmente può riuscire o meno) di creare una musicalità, un ritmo, che con questo tipo di scrittura non sempre si crea automaticamente nel passaggio tra un verso e l’altro, accorgimento che per la mia esperienza di lettore, trovo comune nella poesia – non solo italiana – a partire dalla seconda metà del ‘900. Ripeto pèrò di essere assolutamente aperto ed entusiasta della possibilità del confronto personale. Capisco decisamente meno, invece, l’altro Suo intervento, poiché non riesco a capire in cosa possa consistere un’eventuale “etnicità” della scrittura pugliese: un po’ per le notevoli differenze esistenti all’interno della regione, un po’ perché non esiste una vera scuola poetica pugliese, per quanto ci siano tanti validi poeti nalla mia regione. Personalmente poi (in quanto studioso di antropologia) trovo sempre un po’ “urticante” l’idea di un’omogeneità etnica. Aggiungo che nel mio caso, ho vissuto in varie parti del mondo e leggo poesia (in molti casi nelle lingue originali) di varie aree geografiche, dalla poesia anglosassone (specie nord americana ed irlandese) a quella ispanica, lusofona, slava, cinese, di varie aree africane, ecc. ed ho cominciato a scrivere partendo da questi modelli, con un’impronta personale, senza influenze di scuola. Laddove però il Suo commento fosse riferito ai cosidetti “dialettismi”, proprio per l’amore che nutro per la “lingua” come fenomeno e non solo per le “lingue”, li amo e ne faccio uso (scrivo anche in alcuni dialetti) perché ritengo che arricchiscano da sempre l’italiano. Grazie ancora per l’attenzione ed a presto.

      • Caro Vincenzo, questo intervento ti merita un “ottimo” alla patente di scolaro in lingua italiana. Il ragionamento che apporti illumina la tua “Ragione” analitica di cui sei composto, e della quale hai nutrito. La Ragione è un linguaggio tecnico per esprimere un concetto compiuto come hai fatto, (filologico) ma i “concetti” essendo prodotti della meditazione sono sempre relativi a se stessi, alla propria ragione. Quando un ragionevole esprime la propria ragione ha sempre ragione con se tesso e gli altri. Dallo scritto allegato vedo che sei ragionevole e sai ragionare. quindi, quando si descrive una “visione” extra Ragione, il linguaggio scientifico della Ragione non sempre è idoneo a ciò che dipingi. Esiste in poesia una colpa latente del poeta quando crede di essere poeta ma che poeta non è. Mi spiego.
        La letteratura del novecento fu aggredita da un folto gruppo di intellettuali che avevano il compito di monopolizzare la Poesia, cosi come i pittori la pittura moderna, come gli scultori, i musicisti, i romanzieri, insomma, il loor Cartello doveva essere il monopolio della cultura del 900. Per fare ciò tutti studiarono profondamente le parole, le note, disegni, stili, armonie, recitazioni ecc insomma le Arti, I futuri poeti invece studiarono il senso implicito delle parole stesse codificandole e inventandone di nuove. Dopo gli studi terminati con ottimi voti linguistici si sono dedicati alla poesia per primeggiare come classe sociale: “i Poeti. Intellettuali” . Proprio perché utilizzano l’intelletto per istruire e dominare gli intelletti altrui, si sono cimentati a impastare con le parole, una gamma elevata di sofismi cimentandoli in prodotti monolite. Ciò ha dato modo di mettersi al servizio di un ideale nobile più alto nella manipolazione del pensiero ricevendo a fine carriera addirittura il “Nobel per la Poesia”.
        Ora, leggendo le poesie dei Nobel, l parola “Sangue” è d’uso e d’obbligo. ma il sangue è un prodotto del corpo umano non in vista, solo alle donne è permesso di vederlo mensilmente e ciò dovrebbe dare “Ragione” alle poetesse, le quali, invece, ne parlano in modo metafisico (amore) a differenza degli uomini che ne parlano in modo fisico. (guerra). Ognuno del sangue proprio od altrui ne fa una “Ragione”.
        Ma la Poesia è un territorio astratto per chi non la vede. Per chi invece la vede, La poesia è tangibile in ogni luogo. Purtroppo, la fotografia, separando in diaframmi l’esistenza dandoci una goccia separata dall’armonia continua, ha condizionato i poeti a proiettare una serie di diaframmi fotografici mai pertinenti uno dall’altro. La maggior parte delle poesie moderne sono album fotografici dove ogni frame è una piccola foto (non poetica). L’insieme delle immagini deframmate dall’occhio che guarda per captare si chiamano Flash. L’insieme dei Flash quando sono sprovvisti del filo logico invisibile che allaccia le immagini sequenziali, diventa una narrazione occasionale priva di calore corporeo. Quella che è Poesia per te perché parte integrante della tua memoria deframmata, non lo è per il lettore che deve sforzarsi di immaginare scenari assenti. I punti e le virgole sono respiri, i Rap non ne fanno uso appunto perchè de-forme – azioni di zaping televisivi già impresse il giorno prima dal programma televisivo risvegliandone l’immagine aggiungendogli il senso politico. Invece la poesia che piace ai Nobel è una poesia epica che narra fatti avvenuti sotto la loro regia. Quindi il ragionamento estruso dei poeti Nobel è un ragionamento, come dici tu: Non importano la geografia, i nomi:
        “la sinfonia è una successione di accordi/
        e rivolti./
        Fino alla resa dei conti/
        senza ragione /
        alla ragione delle armi.”

        La Poesia non tende alla Ragione, la Poesia non vuole avere Ragione, la poesia è evidente nell’attimo fulgente di chi segue attentamente tutte le sue sequele unite nel “filopoetico” sapiente.

  1. Caro Flavio, anzitutto mi scuso per il ritardo con cui ti invio queste mie riflessioni, ma purtroppo queste ultime due settimane sono state particolarmente dense di impegni lavorativi. Ti ringrazio infinitamente per l’attenzione e lo spazio riservatomi: è per me motivo di gratificazione e di stimolo nel proseguio del mio percorso di ricerca poetico (e come sai per me è veramente un percorso interiore, che mi piace condividere con poeti accomunati dalla mia stessa visione della poesia, ma che non nasce dal proposito di approdare a reading, premi, pagine facebook di facile visibilità autoreferenziale, e così via) che in questi ultimi anni ho deciso di approfondire, attraverso l’individuazione di una mia fisionomia linguistica e di scrittura peculiari. Ti ringrazio anche per la scelta dell’abbinamento musicale con Satie: ho anche grandi passioni musicali ed amo Satie, ma ciò nonostante non avevo mai pensato ad un accostamento tra la sua musica e la mia poesia: è il potere della lettura e dell’interpretazione, che riescono spesso ad inoltrarsi più in profondità delle intenzioni dell’autore stesso, soprattutto da parte di chi è dotato di una sensibilità artistica come la tua. Ti ringrazio anche in particolare per quanto riguarda la tua osservazione sull’originalità del mio stile, che mi inorgoglisce essendo èffettivamente la peculiarità che maggiormente cerco di perseguire, in quanto per me il linguaggio poetico è l’espressione culminante della versatilità di interessi che caratterizza la mia formazione e che mi porta ad affrontare in poesia vari temi, contesti, motivi di ispirazione, in un disegno che amo definire di “poesia antroplogica”. Questo retroterra, si traduce inevitabilmente anche in tanti riferimenti poetici di varie tradizioni e canoni espressivi ed è questo il motivo che mi ha condotto ad una profonda revisione della mia scrittura, nella consapevolezza di dover individuare una strada originale, rispondente a questa molteplicità di intrecci, metabolizzando lezioni tra loro diverse e ricostruendole in contorni del tutto autonomi – ed è ciò che ho fatto anche con gli stimoli provenienti dalla Noe, che mi hanno aiutato nel ri-plasmare la mia versificazione – il che già di per sé mi rende incompatibile con l’idea dell’imitazione. Grazie ancora Flavio ed a presto.

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