Ascolta & Leggi: Una poesia e intervista a Nadia Alberici (con musica di Ennio Morricone)

SALA D’ATTESA

buongiorno io sono di Correggio

E lei di dov’è?
Io di Rivarolo del Re

Non ci possiamo frequentare
Peccato, stare lontani non aiuta

Però mi sarebbe piaciuto, lei come parla,
Le sue parole assomigliano ai miei pensieri

Questa solitudine per me non è da ieri
E se non stai attento, sbarra finestre e sentieri

Ma lei scusi, che la vedo sensata,
Che ne pensa del matrimonio da donna sposata?

Ohh nei primi tempi vivi con l’amore
Poi si scende in un alveare senza sapore

Beh dipende, va a fortuna
Ma spesso si spaccia amore per desiderio

Quanto vorrei parlare con lei
Mi creda, mi trovo bene, ha un bel profilo
La mascherina non lo rende

Io sarò operato martedì
Al cuore del ginocchio

Troppi calci alla mia vita!

E lei che intervento?

Io agli occhi per troppe lacrime
E un by pass coronarico
Per passare oltre e non guardare indietro.

*

Dove sta andando la tua poesia?

La mia poesia, non so dove stia andando, ma la tengo stretta e cara come risorsa importante di qualcosa che sono. Ho cominciato tardi a scrivere per un desiderio intrinseco a me, come forma mia che doveva uscire. Mi sono sempre cimentata con disegno, ceramica… e sono state passioni di cui avevo necessità.
Sono approdata alla poesia così, una forma artistica nuova e spontaneamente…
Sicuramente ho cominciato a scrivere sull’onda delle emozioni, ma questa cosa non può durare a lungo senza doverti ripetere ed è allora che cerchi di cambiare nella forma e nei contenuti. Tante volte mi ispiro ad articoli che leggo un po’ ovunque. Mi piace l’indagine introspettiva, il senso delle cose, la loro verità, indagare il tempo e le dimensioni del mondo di cui ancora provo meraviglia, e il vivere umano sforzandomi di andare oltre il giudizio e gli stereotipi.
Quando cominciai a leggere i grandi (Campana, Luzi, Emily Dikinson,la Merini, Cepollaro, Transtromer e tanti altri) ho provato la meraviglia. Allora mi sono cimentata. I primi passi con Campana cercando di riprodurre le sue poesie per comprenderne i passaggi, il percorso, gli aspetti più interiori
Poi ho scoperto lentamente che con qualche scrittore mi sentivo più in sintonia che con altri: ho notato una certa vicinanza, forse nel sentire, con alcuni e tuttora succede di immergermi in grande coinvolgimento e di innamorarmi dello scrivere di questi o anche soltanto di alcune loro poesie.
Oggi leggo molti poeti contemporanei sia sul blog che sulla carta e sono impressionata dalle diversità e dalle bellezze che ognuno mette in campo.
Io cambio continuamente, credo, subendo influssi da molti. Mi sono affinata forse. Trovo spazi di riflessione in più e con maggior consapevolezza. Dove vado non lo so ma sono sempre alla ricerca di qualcosa di meglio che mi dia soddisfazione. Mi accorgo quando cresco nel mio lavoro e se dovesse ristagnare la mia poesia entrerei in crisi per il timore di non aver più niente da dire.
Succede ogni tanto, ma l’importante è trovare altri stimoli o altre letture o qualcosa che mi sblocchi.

Puoi spiegare meglio il legame fra la tua terra e la tua poesia?

Il luogo di nascita e dove si è cresciuti credo che resti incollato a tutti. Io avevo l’argine maestro del Po
dietro casa superato il largo cortile e l’orto. L’infanzia l’ho vissuta lì: corse e giochi e rotolate nell’erba alta, scorribande nella golena. Bagni estivi in un’ansa del Po e lunghe passeggiate fino al ponte vecchio e con parte della comunità viadanese a osservare lo spaventoso e quasi miracoloso spettacolo delle esondazioni.
Tutto questo appare di tanto in tanto nelle mie poesie: è inevitabile perché noi siamo i nostri luoghi, il Po è il grande fiume di cui ricordo lo scorrere, le schiume, i gorghi, la spiaggia, il torbido i tramonti. La mia grande sete e un grande amore. Poi impari ad amare anche luoghi dove ti trasferisci e qui non si contano i giri in bicicletta nelle strade secondarie tra le risaie e i fossi.
La poesia, che a volte è il noi più intimo, riporta questa parte interiore. Spesso la poesia che scriviamo esce dal quotidiano e porta in superficie, anche senza volerlo, l’esperienza e le sensazioni dei luoghi vissuti ed è proprio il legame che “fabbrica” la poesia.
La mia prima raccolta “TERRE INCOLTE” è molto legata alla natura dei luoghi che ho vissuto o solo incontrato e riportato in memoria

Su quali poeti ti sei formata?

Direi che quando si è spinti a scrivere poesia, anche se molte volte non la si può chiamare tale, è perché esiste qualcosa appreso durante l’infanzia, magari una sensibilità o una caratteristica dei propri genitori. Anni fa si scrivevano lettere in carta e penna e c’era l’usanza del diario che io ho tenuto. Sia mia madre che mio padre quando scrivevano avevano la tendenza, pur sgrammaticando, a scrivere “bene”, belle frasi, bei pensieri. C’era uno sforzo nel raggiungere una forma scritta toccando emozioni e soprattutto uno sforzo per essere cortesi con l’interlocutore. Si usava così. Mai negli scritti dei miei era apparsa un’offesa sgarbata o volgare, mai parole buttate a caso. La scrittura era una forma superiore d’espressione, era un rappresentare il meglio di sé. Alla scrittura si doveva rispetto come fosse ed è, una forma superiore d’espressione.
Io credo di cercare in me lo stesso sforzo perché alla base ho in mente questa sorta di rispetto nelle parole sgrammaticate ma tendenti al bello di mia madre e di mio padre.
In più mia madre dipingeva fin da giovane, era brava, nelle pause del lavoro dei campi. Ha dipinto fino a circa 94, 96 anni. C’è amore in questa passione, una volontà all’arte.
Da piccola, avevo imparato a memoria alcuni versi della Divina Commedia: un’edizione vecchia con i disegni di Doré.. ancora quando penso alla Divina Commedia sono quei disegni che vedo.
Poi Rodari, le filastrocche lette e rilette con quel senso del ritmo e incredibilmente belle.
Grande impressione Ungaretti, un po’ studiato a scuola, ma soprattutto ascoltato in tv in bianco e nero mentre recitava alcune sue poesie con quel marcato accento sui suoni e così scevre e scarne le parole.
E tanti piccoli incontri sia televisivi con la poesia (Paolo Poli che leggeva Palazzeschi) e con il teatro, che in letture di testi teatrali di Eduardo De Filippo, di Goldoni, di Ionesco e Bekett.
E devo dire anche un elogio (raro) della mia insegnate di lettere per un mio tema breve ma secondo me con senso poetico. Queste cose rimangono talmente tanto che solo adesso me ne rendo conto.
Io però ho cominciato a scrivere cercando la poesia in età avanzata con qualche raro esperimento, mal riuscito, di tanto in tanto. Da qui con sistematicità ho innaffiato e coltivato e dato da mangiare alla mia capacità espressiva con abbonamento ad una rivista e leggendo tutti gli autori italiani e stranieri che venivano proposti. E provando e trovando soddisfazione. Qualche volta seguendo certi autori come una traccia sui cui scrivere del mio. Io non posso definirmi autodidatta, sono improvvisata, istintiva e fuori da ogni corrente o schema o verso. Ciò che mi sento e mi piace al momento. Non voglio cambiare. Non sono una poetessa.
Da quando cominciai a scrivere regolarmente, prima di approdare al blog, alcuni autori mi avevano entusiasmato, come un innamoramento temporaneo: Papuska, Guillermo Fernandez, La Merini, Cepollaro, Luzi (gli stessi nominati prima), e Transtromer che tengo sul comodino, poi una bravissima poetessa mantovana Elia Malagò … Sicuramente ne dimentico moltissimi.
E di seguito i miei incontri con altri bravissimi, che leggo sui blog. Questa del blog ritengo che sia una palestra, un confronto quotidiano che mi spinge a crescere… perché credo che il percorso di formazione di ognuno sia perenne, credo che fino a ché si continua a leggere e scrivere non si arrivi mai ad essere completi.

Ringrazio Almerighi per avermi dato modo di spiegare un poco come affronto la poesia, un invito inatteso
e sicuramente immeritato, vista la quantità e la qualità delle scrittrici e degli scrittori che producono magnifiche cose.

Nadia Alberici

a pioggia

un girino
attraversa a nuoto pozze e condotte.
cresce, irrobustisce spalle da nuotatore
non parla se non l’indispensabile.
a ridere a far star bene:
tutto si spegne terminata l’eco.
domani, crede di non avere futuro,
mentre cammina sull’erba,
innocente e ignaro al pericolo del falco
che l’afferri verso l’alto per lasciarlo andare.
tutto si getta ad appesantire il gorgo.
sulla strada quando piove

ce la siamo fatta 43

Ci sono momenti nella vita in cui ti senti tradito persino dalla mamma. Oggi in moschea facciamo penitenza e preghiamo Buddha a reti unificate, perché quel tragico equivoco sui carabinieri di Piacenza sia subito chiarito. La colpa è stata sicuramente del vairus e soprattutto della mamma di uno dei carabinieri. Ma veniamo a quanto riportato dai media:
L’inchiesta non ha precedenti: una caserma dei carabinieri azzerata visto che su sette militari che la compongono, sei sono stati arrestati. La Stazione Carabinieri Levante di Piacenza, antica istituzione che ha competenza su parte del centro storico cittadino, è stata sequestrata. Nell’edificio che avrebbe dovuto essere un baluardo della legalità, secondo la Procura della Repubblica, sarebbe invece accaduto di tutto: spaccio di droga, arresti falsificati, perquisizioni illecite solo per citarne alcune. E poi tanta violenza, brutale e gratuita, fino alle torture, sui pusher che non volevano collaborare, ma anche festini.
I fatti sono facilmente confutabili, spaccio di droga? Macchèèè era zenzero. Arresti falsificati? Obbedivano agli ordini. Perquisizioni illecite? L’uomo non è di legno. Torture? Ma dai, erano innocue partite di piccia il bigolo! Festini? Le ragazze erano volontarie.
Insomma trattasi di un gigantesco equivoco, nulla può inficiare la cristallinità di questa antica istituzione sabauda. E poi i pavimenti? E’ che i pusher scivolavano sulla cera grey! La mamma di uno dei militi passava abitualmente la cera senza poi dare la lucidatrice. Su dai, ‘ssò ragazzi! Dai diciamo le litanie:
San Vittore prega per loro!
Regina Coeli prega per loro
! ….

Ascolta & Leggi: Claudio Monteverdi e poesie di Amalia Guglielminetti

Un grande talento prestato alla poesia italiana di un secolo fa, buona lettura.

Vortice

Noi ci fissammo, con un folgorio
d’occhi tenace. Io so che in quel momento
il cuore ti tremò del tremor mio.

Eravamo seduti con il mento
nella mano, in un’ombra di veranda,
in qual tempo, in qual giorno, io non rammento.

Rammento che giungeva a ondate, blanda,
una lontana musica e che spesso
ripeteva un motivo di domanda.

A un tratto ci trovammo così presso
da provarne vertigini, e smarriti
impallidimmo del pallore stesso

come su un buio vortice che inviti.

*

Pallore

Oggi mi trovi pallida, ma sai
che un poco sempre io son pallida. È strano
come il mio volto non s’accenda mai.

Solo la bocca un fior di melagrano
sboccia sotto il tuo bacio, e il cuore pulsa,
– oh così forte! – sotto la tua mano.

Ma goda o soffra l’anima convulsa,
il marmo della fronte non confessa
gioia di amore o strazio di ripulsa.

Quanto più sfatta io piego su me stessa,
più s’impietra la maschera del volto.
Ma quando cedo dall’angoscia oppressa,

piango non vista il mio pianto raccolto.

*

La solitudine

Siamo soli nel mondo: ciascun vive in mezzo a un deserto.
Nulla per noi è certo fuorchè questo vuoto profondo.

E i contigüi casi degli uomini, e i sogni e le cose
son come ombre fumose vanenti su torbidi occasi.

Talvolta amor mezzano avvicina due solitari,
li illude un’ora e ignari e ignoti li avventa lontano.

Ciascun ch’ami il suo orgoglio la sua verità o il suo errore
è un mesto viaggiatore superstite sopra uno scoglio.

S’illude egli alle prime carezze dell’onde e del vento,
ma tosto lo sgomento dello spazio enorme l’opprime.

Né v’ha cosa più triste della non colmabil lacuna,
dell’ombra che s’aduna fosca fra chi esiste e chi esiste.

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per saperne di più

https://it.wikipedia.org/wiki/Amalia_Guglielminetti

Inverni

Consumati tra un divano sporco e il nulla.
Inverni truci e miti abitano il piano sopra
che altro sopra non ha,
fino al volarsene via di rondini già partite.
Non aspettano più tempo di semina.

Ricevono, rispondono a lettere disperate,
mai lette,
mai spedite.

ce la siamo fatta 42

Alieni ascoltano rapidi movimenti oculari, vecchi dischi neri retaggio di una civiltà che ha passato la mano. Stanno cercando Kenneth per sapere su quale frequenza andare a cercare erba spinella.
Intanto, ossuto si fa per dire, osservo il culo grosso di una viaggiatrice distratta.
Si viaggia verso le Pleiadi, ho fatto casino col viagra, che è da là da cui veniamo tutti. Penso che il gioco delle coppie sia pronto.
Barman dammi una Union bella fredda, che il distributore automatico mi ha inculato la due euri, e ho dovuto aver sete fino al primo anello di Saturno!
Dunque, Eva e Adamo, Sansone e Dalilah, Tom e Jerry, Carlo e Diana: vai Dj metti su un bello strappa mutanda che ci divertiamo! A proposito, il lockdown ha prodotto effetti devastanti sulle curve femminili, pare che il 17% delle donne abbia rinunciato al reggipoppe, inaudito! Si vedono sulle praterie di Marte certe robe a borsa da far spavento! Cobra, Monnezza e Agone sono molto fermi su questo punto, ed è meglio che non riferisca i commenti coloriti che fanno al rientro in moschea dopo le loro uscite clandestine. Anche i maschietti sono talmente scoglionati da aver rinunciato pure al sospensorio, ma dove andremo a finire? Nel caos creativo tanto invocato da quel servitore delle banche che è stato l’ex premier Monti? Boh… qui non se ne esce.
Intanto il vairus, su sta prateria di asteroidi, assume sembianze da Indy in abito color aviatore e cambia continuamente posto.

Poi mi sveglio con le palle in albireo, comme d’habitude.

Gioielli Rubati 102: Luigi Paraboschi – Juan Terenzi – Cristina Bove – Raffaella Lanzetta – Davide Morelli – Nievdinessuno – Nina Sadeghi – Mario Banella.

Si ringrazia Daniela Cerrato per la preziosa collaborazione, potete trovare la rubrica anche qui:

https://ilmondodibabajaga.wordpress.com/

Segmenti

Sai come succede, no ? Passi dal Vetril
all’alcool, cerchi l’ammoniaca, prendi
uno strofinaccio appena ruvido, ma
quella macchia resta e non la togli,
sembri un picchio che, dopo due beccate,
corre dall’altro lato per vedere se ce l’ha fatta

alla fine afferri che quel segno non se ne va
dal vetro perché è stigma di fabbricazione
un vizio interno e non c’ è mano che possa fare
piazza pulita dei residuati di guerre perse.

Non erano trattini di sospensione
i segmenti che ho sparso per mesi
ma pezzi di vita stesi sul terreno
speranze di ritrovare la via persa
ma troppi erano i passaggi a livello
incustoditi, ed è bastata un distrazione,
il non capire che talvolta i gatti hanno
crisi d’astinenza e s’arruffianano
per due crocchette, e allora i segmenti

si sono fatti più minuti, segni ( o sogni)
microscopici privi di spazio per respirare
bagliori senza luce riflessa, lucciole
sopraffatte dall’inquinamento.

di Luigi Paraboschi, qui:
https://www.facebook.com/profile.php?id=100018279588942&__tn__=%2CdC-R-R&eid=ARBjG6f3uXkTUjKLGKmQBi5YCGQmWI4Jg9P3KwpAE2TPG_2IC23JGg1pzDk0gvwLTrpjJDtp8ABUdUI2&hc_ref=ARQsZF54oBz_hiK4rDQx72TB9k4eYQtple7_TqzxZQyI6iZTfb-90x2_umH4SEyypAU&fref=nf

*

Due dubbi

un telefono
squilla
una mano
risponde
una voce
sono io
l’altra
ciao
un’appuntamento
tocco
tocca
bagno
bagna
si accoppiano
un’addio
labbra
labbra
occhi
occhi
la strada
fissa la traccia
delle ruote
i corpi
pungono
il dubbio

di Juan Terenzi, qui:
Juan Terenzi, Tre poesie (autotradotte)

*

Cominciò da lontano

Il tempo: un trampolino per il salto
una lunga caduta all’incontrario
e nel precipitare verso l’alto
volava capovolta
e invece d’atterrare attraversò
galassie e stelle

con anime faville
accesero le luci d’un salotto
che s’affacciava sopra la via lattea
_ in un abbraccio ch’era sospensione _
un ritrovarsi nell’immenso

la musica diceva
il coro delle voci accompagnava
e per un po’
fu il cielo a soggiornare nella stanza

di Cristina Bove, qui:
https://tragicoalverman.wordpress.com/2020/07/23/cristina-bove-la-simmetria-del-vuoto/?fbclid=IwAR1_Ioq95hEU2o-ohM4MHMiNaUJltutLRlO6a-Tg6-Oq1XSS9oN4OJZCAXs

*

Mi agguanti il cuore
ogni volta che sei quella musica,
ti vedo dipinto in ogni nudo.
Spegni un nuovo “ti amo”
se mi rubi ogni addio.
Il ciglio con piglio afferra
il sorriso stropicciato
ad ogni rimpianto.

di Raffaella Lanzetta, qui:
https://www.facebook.com/raffaella.lanzetta.9?__tn__=%2CdC-R-R&eid=ARDKRN3nKf-1r4qqom3dMiaUC1IVFMWcop9y5P5yENmTpxOdMXGoFk7C6vfEInCuqXOExfp5R31Bu1HL&hc_ref=ARQw7kt8HO39nLyAovhs2Nhb76QRifm3jkwjbMSKC32SjcyK_cAw5Xy8Mh0BnDrG_34&fref=nf

*

Due simboli

Non è più tempo di vagheggiare.
Abbiamo bisogno solo di due simboli:
lo specchio per l’identità e la falce per la sorte.
Se ogni rintocco non fosse un presagio,
se il salice non si piegasse alla tempesta,
se le mille porte socchiuse che ho aperto
non mi avessero mostrato un misfatto,
se la luna avesse il volto di una donna
potrei ancora essere un sognatore senza sogni,
potrei ridere degli inganni dell’esistenza,
degli occhi e delle mani che mi daranno la morte.

di Davide Morelli, qui:
https://www.poeticous.com/davide-morelli/due-simboli?locale=it

*

L’ECO

Nei paesaggi dei pensieri
mi viene in mente
l’elastico che hai usato
per appuntarti i capelli
quell’ultima volta.
Era il gesto perfetto
nella tua imperfezione,
la splendida devozione delle dita
che si promettono un tocco.
Oggi ho raccolto da terra
il suono dei tuoi passi
che si allontana
ed ho sentito ancora
il rintocco dei tuoi battiti
avvicinarsi al mio orecchio
come la voce di ritorno
che si è fermata ed appesa
sulla porta che hai sbattuto
dietro le paure dei tuoi drammi.
Ricorda che fra quei drammi
c’ero anch’io, sottoforma di un passo,
un battito, un eco.

di © Nievdinessuno, qui:
https://www.rossovenexiano.com/blog/nievdinessuno/leco-0

*

Immobilità mobile

Nell’immagine dell’immobilità
tremano respiri arsi
della poetessa
assediata
dal penetrante flusso della vita
con i seni gonfi di intimi baci
e i capelli inquieti
lasciati alle torbide acque
incurante della limpidezza
dell’immagine immobile
nello specchio.
La poetessa è tornata
come un sogno che sfugge
dal controllo
ed io
l’ho incontrata nel mio ventre
l’ho guardata negli occhi
e quel triste legame tra me
e la castità del mio amore
divenne un canto
estraneo ai miei versi,
ero sull’orlo dell’ignoto
scese una lacrima straniera
e poi
null’altro!
lei se ne va
e lascia nelle mie mani
l’incertezza della libertà
come un caro dono,
e alle mie labbra una memoria
per costruire il frastuono dei baci
nell’immagine dell’immobilità
dello sguardo
colmo d’amore!

di Nina Sadeghi, qui:
https://collettivoalma.wordpress.com/2015/03/30/immobilita-mobile/

*

Ci sono ancora
le domeniche d’un tempo
con quel cielo mezzo sbronzo
attraversato da nuvole empatiche
arrivano all’improvviso
occhi spiritosi
dietro angoli smussati
puoi raccoglierle tra le dita
lanciarle in aria
e ritornare ciò che eri
passando per il presente.
Non è proprio
un giorno qualunque
con il suo passo lento
ci rammenta
l’attesa
il dondolio
il dormiveglia dell’anima
e il sole che non vuole andarsene
perché l’amore
non apprezza il lunedì.

di Mario Banella, qui:
https://www.facebook.com/mario.banella

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Letture amArgine: Andrea Ponso (un edito e quattro inediti rubacchiati)

Dispensiamo oggi un po’ del verbo di Andrea Ponso, giusto così per non fare audience. Avanti così dunque, vedrai, ti leccheranno il culo, se non per un favore sarà per ignoranza.

[…] E basterebbe reggere il moccolo alla loro messa in scena per trovarsi miracolosamente non più reggitori solitari e onanisti del proprio moccolo altrui, ma perfettamente integrati, accoppiati e in buona compagnia tipo locale per scambisti. Si, locale per scambisti: la dinamica mi sembra proprio la stessa; una esagerazione di più o meno finti orgasmi, peggio quando sono veri, in cui lo scambio è scambiato per conoscenza reciproca e il movimento sudato o gelido dei corpi per performance ad alto tasso d’eros nel senso penosamente più platonico del termine. E giù a discutere del testo e dello stile che non ci sono: meglio la Gazzetta dello Sport o uno qualsiasi dei quotidiani locali.
Che, a questo punto, mi dico che è meglio passare le mie innumerevoli serate al bar peggiore della zona, però aperto 24 su 24, a parlare con espertissimi e saggi semianalfabeti o ninfette che non hanno mai aperto un libro che non sia, quando va bene, quello della patente: si respira molto meglio e si può sempre tranciare di netto, ma con gentilezza, un discorso o un incontro pubblico facendo uso del pubblico cesso o millantando che è tardi e che domani si lavora. (A.P.)

*

‘na broca de giazo che se spaca in
tel selase: e ti che te scondi i tochi
drio le rosare brusà de polvare.
‘na bisa che fin che te dormi la se
slonga pian tra i nizoi e pare che
a zuga. Inveze a te ciapa e misure.

/ Una brocca ghiacciata che si spacca in
cortile: e tu che nascondi i pezzi
dietro i roseti bruciati di polvere.
Una biscia che mentre dormi si
allunga piano tra le lenzuola e sembra che
giochi. Invece ti prende le misure. /

da I ferri del mestiere (Mondadori, 2011)

*

Bruciate le orbite: un bugno, orbate;
camminava la bava nella camicia a terra,
strappata e sporca – diceva: accetta –
una luce chirurgica, precisa, sulla cicatrice;
del fenolo, dei ferri; il freddo refertuale,
millimetrico e infinito.

*

Forse. Preso nel bozzolo scuro, acino
o capezzolo: dovrai, rampicante,
umiliarmi, pestare le due nature come
le more; farne sineddoche, sangue …
a volte l’occhio del salvatore rivela
un azzurro verderame, di morte.

*

Ore, imbastardito, a pestare
lo strame: cosa ho a che fare
io con il sapere – l’acqua
piovana viene, divaricata dal
vento, alluvione. Il muso teso,
annusa, butterato; i lobi cascanti,
sbriciolati ormai i denti. Tiene
la roncola in mano: minaccia
lucente e suono.

*

Al lettore crudele, al suo credo
crepato nel patto; alla carta carbone
dei suoi polmoni, ai calanchi
degli occhi; al criterio della morte
indigente, che non trova parole –
il cranio riempito di cardi, d’ortiche
e rampicanti: diroccata chiarezza –
sospesa sull’argine, una casa in rovina.

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Andrea Ponso è nato a Noventa Vicentina nel 1975. Dopo studi letterari (laurea in teoria della letteratura a Padova e dottorato di ricerca in lingue e letterature comparate a Macerata) sta concludendo quelli teologico-liturgici all’ILP di S. Giustina di Padova. Si occupa di letteratura, teologia e traduzione dall’ebraico biblico. Ha pubblicato testi di critica, teologia e poesia in varie riviste, mentre il suo ultimo libro in versi, I ferri del mestiere, è uscito per Lo Specchio Mondadori nel 2011. Una sua nuova versione dall’ebraico del Cantico dei cantici è uscita per Il Saggiatore nel 2018, mentre Qohelet o del significante è uscito per le Edizioni San Paolo nel 2019. Ha recentemente tradotto Thierry Metz, Diario di un manovale, Ed. Degli Animali, 2020

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Lettera da un paese diviso

Io non ho la vostra luce, né voi la mia,
ho qualche pietra arrotata e un po’ d’acqua,
mentre gli alberi si sbracciano, sfiorano
giorni perduti o rubati.

Enrico rivide tutto poco dopo che a Giovanna
si spensero gli occhi. Raccontava
di una guerra mai vista, dove chi scampava
la mitraglia lo ammazzavano i carabinieri.

Ubriachi di dolore si torna un po’ bambini:
la verità non basta, né il vuoto può riempire
certe notti di pioggia dove i piccoli dormono
e le madri non vegliano.

ce la siamo fatta 41

Ahò, se adesso non ci si può più fidare dei carabbinieri di chi potremo fidarci? Della Spal?, no, già è retrocessa in serie B, della juventus, ossignur, lasciamo perdere. Giustizie e democrazia sono roba da ricchi: chi ci ha la robba vive in democrazia ed è tutelato, chi non ci ha la robba provi a votare Italia Viva, ahahahahahahah! In tempo di vairus le cose funzionano così: non c’é lavoro, ma se alla scuola servono 400.000 banchi nuovi non c’é tempo e non c’é modo di farli entro il 14 settembre prossimo, ma daiiiii allora seghiamo i vecchi, oppure seghiamo gli alunni che, in tempo di distanziamento sociale costa meno.
Il vecchio Agone, ha compiuto un miracolo di giornalismo ruspante e sul campo, raccogliendo indiscrezioni sui sistemi usati dal Duca Conte per ottenere così tanto credito da quelle due vecchie lenze di Ursula e Anghela.
In primo luogo è andato da Macron, che come tutti sappiamo è uno che va a cuccare nelle case di riposo, promettendogli le grazie di sua suocera Ewa Aulin. Con un Macron per amico, è stato facilissimo convincere Ursula e Anghela. Si è presentato al loro cospetto travestito da Pasqualino Settebellezze, e quando Anghela gli ha chiesto:
– Sporco italianen pizza, spachetti, maffia e mantolino, cosa tu folere da noi? – Il vecchio Duca Conte ha risposto:
– Mi sono innamorato di voi, io vi amo… –
Dopo che una luce ha illuminato lo sguardo di Anghela, ella ha risposto: – Anch’io mein liebe! Cuanto fuoi? Fanno pene zento milliardonen di reichsmark? – La risposta di Conte è stata secca e chirurgica: – Facciamo 209 e in Euro, io i miei trenta centimetri mica li do via per poco! –
E dopo avere incluso pure Ursula nel pacchetto… è andata come sapete.