Ascolta & Leggi: Erik Satie con una ricognizione metafisica di Davide Inchierchia.

La scienza oggi, tra fenomenologia ed ontologia.
Una ricognizione metafisica
di Davide Inchierchia

Per rispondere alla domanda cruciale che incalza da più fronti del sapere contemporaneo – che ne è della Filosofia nell’epoca in cui «Sophia» si è compiutamente realizzata in Scienza? – sono oggi rintracciabili alcune prospettive di senso che individuano altrettante accezioni del “conoscere” filosofico.

1. Analitica semantico-concettuale e linguaggio.

Se si assume come del tutto evidente la piena identificazione tra scienza dell’essente e gnoseologia teoretico-linguistica; ovvero, se la Cosa coincide senza residui con il Concetto che definendola la determina oggettivamente – idea aristotelica che, attraverso il razionalismo della modernità cartesiana, si compie nella Logica dialettico- idealistica hegeliana e giunge fino ai logicismi e neoidealismi novecenteschi – filosofia
diventa qui il sapere della Totalità, in quanto “semantizzazione” assoluta dell’ente.
Per ogni DATO empirico esisterebbe un SIGNIFICATO razionale che ne descrive analiticamente lo statuto ontologico: ad una analisi di tipo epistemico delle proposizioni predicativo-referenziali si affianca, distinta ma non separabile, la sintesi epistemologica delle loro MEDIAZIONI sistemiche.
Si tratta di una linea interpretativa oggi per certi versi dominante che, a partire dalle discipline scientifico-naturali in senso stretto, si estende ai “linguaggi” che appartengono ad ambiti tra loro formalmente anche molto dissimili (come l’estetica artistica e l’intelligenza artificiale), ma tutti accomunati dal criterio cognitivista – con esiti nominalistici non di rado dalla forte connotazione convenzionalistica – secondo
cui conoscenza sarebbe atomisticamente la sola riduzione tecno-logica dell’ente alle sue “proprietà” strutturali ed elementari.

2. Critica trascendentale e fenomenologia

Laddove invece la stessa scienza si riconosce in termini non obiettivistici e deterministici bensì quantistico-probabilistici, tra il “manifestarsi” dell’essente e il “dire” che lo predica sopravviene una DIFFERENZA ONTOLOGICA che la filosofia ha cura di salvaguardare e tematizzare teoreticamente (non retoricamente).
Oggettività della conoscenza è possibile qui in virtù della inter-soggettività delle funzioni categoriali: l’essente è il FENOMENO che “appare” se e solo se sollecitato operativamente dal concetto; è l’OSSERVABILE la cui “forma” si trova in continua emergenza entro una prassi procedurale di necessaria “trans-formazione” modale.
Ad una scienza dell’ente in quanto SEMBIANTE – idea anch’essa di matrice aristotelica che, filtrata attraverso il criticismo kantiano, nutre il versante post-dialettico tardo-moderno, alla base delle varie declinazioni contemporanee del pensiero husserliano e heideggeriano – corrisponderà pertanto una filosofia ancora della Totalità, ma ora “aperta” alla IN-DETERMINAZIONE simbolica. All’ente nel suo apparire è del tutto costitutivo un “nascosto” quale condizione trascendentale del manifestarsi; la fenomeno-logia del mostrarsi non esaurisce l’onto-logia dell’ente che EX-siste sempre “differendo”; l’essente che si fa OGGETTO di rappresentazioni molteplici per il soggetto cela, in se stesso, la propria “invisibile” SOSTANZA, cui tuttavia il fenomeno fa necessariamente segno in ciascuna delle sue modalità “visibili”.

3. Negazione e decostruzionismo ​

Le costellazioni di pensiero appena delineate, protagoniste del grande dibattito filosofico-scientifico attuale, appartengono entrambe al medesimo orizzonte ermeneutico, non privo di interne contraddizioni. Nella prospettiva analitica così come nell’impostazione trascendentale, per quanto non sovrapponibili nella definizione e nel metodo, il REALE consiste unicamente nella RELAZIONE delle sue espressioni “potenziali”. In effetti sia esso un “fatto” performativo già qui e ora logicamente e tecnicamente disponibile, oppure sia esso indeterministicamente una virtuale “sopravvenienza” di là da venire, l’ente conosciuto scientificamente può “essere” solamente in rapporto ad “altro” da sé: la Cosa della scienza “ri-vela” – non in astratto, ma nella concretezza del suo oggettivo apparire – l’indicabile eppure mai generalizzabile, inattuale SINGOLARITA’ dell’esistente.
«Determinatio est negatio», affermava Aristotele: ogni episteme dell’Universale è possibile alla sola condizione del “negarsi” ontologico del Singolo.
Ora, davanti a tale perturbante “a-poria” dell’essente – l’insondabile “abissalità” insita nella ricerca di un FONDAMENTO che, nel momento del suo ESSER-FONDANTE, si mostra al tempo stesso IN-FONDATO – sono oggi filosoficamente alquanto inefficaci le reazioni irrazionalistiche talvolta rifiorenti del Pensiero Negativo che, nel solco di Nietzsche, vorrebbe riesumare i passati fantasmi del Nichilismo ma che, risolvendosi nella mera retorica del “Nulla nientificante”, non ha più né la forza teoretica né la cogenza storico-epocale delle note istanze nietzscheane.
Sembrano altresì peregrine ed ormai ineffettuali le pur suggestive e prolifiche teorie della Finitezza o del cosiddetto Nuovo Realismo. Il tentativo volto a decostruire genealogicamente i retaggi “mito-logici” di ogni Logos è operazione certo benemerita ed anzi doverosa, ma non sufficiente ed utile fintantoché non diventi autoreferenziale o dai toni patetico-sentimentali: l’umbratile “parvenza” dei nostri limiti conoscitivi –
limiti psicologici, antropologici, culturali – offusca sì il Finito ponendolo costantemente a sospetto d’illusorietà, ma non riesce affatto ad annientare tuttavia il problema del rigenerarsi – idealmente infinito – della sua “manifestatività”.

4. «Physis» e metafisica della presenza

Una discussione filosofica che si dichiari all’altezza della Sophia moderna, un sapere cioè che intenda “pensare” in coerenza e rigore “alla luce” dell’essente – questa radicale “trasparenza” è ciò cui l’Idea del sapiente da sempre va in cerca nella Cosa che “concreta-mente” gli appare – sarà allora di necessità un sapere certo contingente ma che saprà vedere nella scienza (anziché un temibile ostacolo da oltrepassare) una fonte viva ed incessante d’intellegibilità.
Senza pregiudiziali ideologiche di sorta, e a stretto contatto con le genealogie critiche e le semantiche del Linguaggio, la Metafisica può (forse deve) riscoprire così tutta la sua classicità. Ma ciò significa, tornando non ad un pensiero arcaico ma ad un “pensare archeico” – il pensiero dell’Originario – tornare a ricongiungersi e a dialogare nel profondo con la “metafisicità” immanente, seppur spesso inconsapevole, a tanta Fisica del contemporaneo (al contemporaneo dibattito post-relativistico sull’ontologia della materia/energia), la quale – a sua volta rinunciando agli stereotipi dello scientismo dogmatico – sappia beninteso riconoscere la medesima “scientificità” della Filosofia.
Nessun concetto, filosofico o scientifico, nasce concettuale.
Autentica conoscenza sorgerà sempre di nuovo a partire dalla “natura” di Aletheia: da quella primigenia PRESENZA dell’essente, la cui “ulteriorità” è possibile di scorcio RAPPRESENTARE, ma non de-terminare né com-prendere poiché già da sempre l’ente SI PRESENTA speculativamente, riflettendosi nella “interiorità” del pensante.
Potremo dire dunque con Heidegger, parafrasando il Platone del mito della Caverna
(cfr. M. Heidegger, «La dottrina platonica della verità», 1942):
non ci si libera mai davvero dalle “ombre” dei sensi e dell’intelletto, se non uscendo
una volta ancora nell’ “Aperto” di Physis.

DAVIDE INCHIERCHIA è nato a Mantova il 7 giugno 1983, risiede a Curtatone, si è laureato in Scienze Filosofiche a Bologna nel 2008, è libraio (mestiere che francamente gli invidio) presso il palazzo Ducale di Mantova.

9 pensieri su “Ascolta & Leggi: Erik Satie con una ricognizione metafisica di Davide Inchierchia.

  1. Non voglio certo togliere la parola a Davide, ma credo non intenda assolutamente alludere a “qualcosa di simile alla negazione dell’io”. Laddove scrive: “l’umbratile “parvenza” dei nostri limiti conoscitivi – limiti psicologici, antropologici, culturali – offusca sì il Finito ponendolo costantemente a sospetto d’illusorietà, ma non riesce affatto ad annientare tuttavia il problema del rigenerarsi – idealmente infinito – della sua “manifestatività”, credo alluda, con felice intuizione ed efficace espressione, alla necessità esperienziale del singolo come unica via per far emergere la luce della conoscenza dall’abisso esistenziale del finito. Filosofia, scienza e poesia trovano una radice comune nella visione che si apre alla manifestazione, in cui l’io accoglie la rivelazione non come un privilegio personale o un approdo psedoreligiiso di una deviata volontà di potenza, ma come coincidenza tra il fisico e il metafisico. È uno dei temi portanti del mio ultimo saggio L’ipotesi generativa (Mimesis, 2020), a cui, forse indirettamente, Davide si riferisce.

  2. SINGOLARITÀ
    Grazie Flavio per avermi ospitato ancora una volta nella tua Rivista.
    Ringrazio anche Claudio per il suo commento puntuale, che evidenzia con precisione il nodo cruciale della questione non facile che cerco qui di affrontare.
    Con l’espressione “negarsi ontologico del Singolo” non mi riferisco in effetti a nulla di astratto o vagamente esoterico, che riguarderebbe una dimensione intimista del nostro “Io” celata misteriosamente al Mondo.
    Al contrario – appoggiandomi alle riflessioni di Massimo Cacciari, forse il pensatore contemporaneo che in Italia ha con più radicalità messo a fuoco il problema – la Singolarità è il MANIFESTARSI concreto e realissimo di ciascun essente, dall’infinitesimo granello di sabbia alla costellazione più remota: ciò che per la filosofia fin dai suoi albori è la “tremenda meraviglia” (il Thauma) che ci afferra e ci costringe a PENSARE, ovvero a porre ogni volta di nuovo la fatale domanda platonica: “che cos’è…?”
    Il fatto che tale dimensione manifestativa “si neghi” all’osservazione empirica e, a maggior ragione, alla determinazione scientifica non deve stupire, nè va frainteso ancora una volta in un qualche senso sovrannaturale: significa molto più radicalmente che il Singolo – l’Uno plotiniano – è PRESENZA viva ed immanente in ogni Rappresentazione dell’intelletto o, in linguaggio kantiano, è l’IN SÉ di ogni Cosa che posso “indicare” in ciascun Fenomeno oggettivo che, purtuttavia, mai può esaurirne l’infinita Sostanza.
    E proprio da questo punto di vista il dibattito metafisico oggi non solo può, ma a mio avviso deve riaprire un dialogo, certo non sprovveduto (come in taluni deragliamenti parascientifici), rigoroso ma del tutto entusiasmante con la più aggiornata epistemologia della scienza contemporanea: è il caso nella fattispecie degli studi di Claudio Borghi sul Tempo-Energia quale ESSENZA GENERATIVA dell’intera realtà, “presente” fin dalle profondità della Materia atomica e che – con timbro bergsoniano – qualifica, senza astratti irrigidimenti dualistici, ogni forma espressiva del Vivente, per arrivare alle manifestazioni più sublimi, ma non per questo meno ontologicamente “reali”, della Mente umana (i testi poetico-speculativi di Claudio, paralleli a quelli di fisica cosmologica, ne sono una felice quanto oggi non scontata conferma).

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