Mare Imbrium

Niente dura più a lungo
di un momento di emo centrismo,
talmente presuntuoso
da ritenersi unico,
e ogni altro n’è replica vedovile.

Affascinante algoritmo
dell’isola lasciata sola
a spegnersi, tramortita Atlantide,
sul fondo di un oceano inesistente
coperta di sale del Mare Imbrium.

Penna senza poesia
buona a scrivere soltanto lettere.

ce la faremo 24

Feierliche Vereidigung der Freiwilligen des Deutschen Volkssturms in Berlin
In Berlin fand heute die feierliche Vereidigung der Freiwilligen des Deutschen Volkssturms statt. UBz Volkssturmmänner mit ihren Waffen während des Vorbeimarsches an Reichsminister Dr. Goebbels.

Ecco gli eroici Assistenti Civici marciare compatti per il fronte: non vanno verso oriente, ma alla movida più prossima. Hanno affrontato una durissima selezione:
a. dopo aver presentato un curriculum in cui evidenziavano la loro appartenenza al Corpo Canterini da Balcone, il possesso del brevetto da pilota da elicotteri di Barbara D’Urso, e almeno quattro prove scritte di delazione sui social contro i tragressori della quarantena, i superstiti si sono apprestati alla seconda prova.
b. I sopravvissuti hanno affrontato un duro tema scritto: “Il candidato spieghi cos’è l’amuchina e ne esponga la formula di fabbricazione”.
c. Dopo aver superato la prova scritta, ecco la prova orale e pratica, consistente in vocalizzi prolungati per tenere distanziata la folla, e soprattutto come insegnare agli avventori dei locali a bere caffé o birra o quant’altro, senza togliere la mascherina e soprattutto com sbrigarsela coi gelati. A parroci e diaconi a lanciare l’ostia in stile freesbee.
d. Dopo avere ricevuto il bracciale e il panzerfaust d’ordinanza, questi indomiti volontari già marciano ordinati e compatti verso i fronti della movida, delle piazze, delle chiese e dei lungomare, incuranti e sprezzanti del pericolo.
La vittoria finale è una certezza e sarà nostra.

Ascolta & Leggi: Samuel Barber Adagio for strings e Poesie di Luigi Paraboschi

Ricevo e pubblico volentieri queste belle, commoventi, poesie inedite di Luigi Paraboschi, poeta piacentino la cui conoscenza risale a molti anni fa. Luigi ha alle spalle diverse pubblicazioni e numerosi riconoscimenti, collabora e fa parte della redazione di Versante Ripido.

E’ marzo il mese più crudele

E’ il grigio di queste pozze
a intorbidire la speranza
è l’acqua che inzuppa il cotto
e riga con vibrazioni di chitarra
i rossi accesi delle carrozzerie
a dirmi che non è l’aprile
il mese più crudele

ma questo marzo d’acqua
in cui le rondini sono alibi
per i poeti domenicali

e anche il lombrico che scalzo
con la vanga dal letargo
è infreddolito e pigro
a districarsi nella zolla.

No, non ti voglio celebrare
primavera, non sono Botticelli,
oggi tu fai solamente dondolare
i fogli degli avvisi dei decessi
negli angoli arrugginiti delle bacheche.

*

N.C.R.
non candidabili alla rianimazione

Li conducono qui stremati e assetati
d’aria, con gli occhi acquosi di paura
e chiedono del luogo e se potranno
comunicare col sangue del proprio
sangue rimasto fuori, esclusi da quei
legami _ unico sostegno _ e si vorrebbero
aggrappare alle nostre mani purtroppo monche,
e intanto chiediamo gli anni e valutiamo
le debolezze che il tempo gli ha inciso
dentro e fuori, poi li sediamo per togliere
le sofferenze di questa stagione che
ci invecchia tutti sopra le nostre lontananze.

Così ora dopo ora si fa sottile il pensiero
in cui inventare ricordi pervicaci e onde
di capelli scuri, e corrono i giorni verso
quell’incontro che se scriveremo sia
N.C.R.
sarà quello finale verso un altro pneuma,
il più profondo, ma dover decidere
chi salvare e scegliere quelli che lasceremo
navigare nello Stige è il dramma di delitto
senza colpe commesso per involontario tradimento
al giuramento di operare per la salvezza.

*

in memoria di Pino il madonnaro

Quante ore/giorni/anni hai trascorso abbrutito
dalla fame e dallo sporco, inginocchiato
a dipingere santi e madonne sul selciato,
ore di rimpianti hai fatto scorrere
dentro la mente, e la nostalgia di una casa,
gli errori, gli abbandoni, i rimbrotti, le maledizioni
e gli insulti, tutto affogato nel bicchiere
di quella birra diventata ormai sangue.

C’era un po’ di talento dentro i tuoi gessi
inginocchiato non in preghiera ma per esprimere
contorni e visi, ma l’hai smarrito nel cammino,
-anche tu come tanti -non hai creduto
che dipingere non era pitturare i marciapiedi
per ritrarre visi, era fare segni di incisione
che parlassero di te e raccontassero la tua gioventù
prima di annegarla dentro la bottiglia.

Forse il talento vero non l’avevi e forse hai capito
in tempo la tua mediocrità di aspirante artista
ma dove ora sei tutto t’appare chiaro e definito
come dentro tutte le Madonne di Raffaello.

*

8 marzo 2020 – nostalgia di un fiore

Il conforto talvolta viene a sera
nel riposo quando basta la mano
distesa sotto le coperte e tocca
un braccio, o il polso oppure il piede
di qualcuno con cui hai mangiato
il pane da una vita, e non hai più
paura di ritrovarti sola, ma oggi

che lo guardi al di là di un vetro
sotto protezione vedi le sue grandi
mani da maniscalco o da ferraio
ancora con la morchia sotto l’unghia
che non sa mai come togliere
perché tu non sopporti l’odore
del candeggiante, quelle stesse

mani che non ti hanno mai portato
un omaggio anche minuto per questo giorno
oggi le vedi stese sopra il lenzuolo
separate dal suo respiro, stai qui
piegata nel timore stringi quel rametto
giallo comprato sul mercato
e lo accarezzi come fossero
le sue sotto le tue nel riposo.

*
Sottotono

Un soffio di vento _ colpo d’ala sopra i fiori bianchi
del tarassaco_ li porta leggeri a disperdersi nel volo,
così sei andata via, forse senza neppure la coscienza
che stavi pronunciando ad-Dio e che ti stavi avvicinando
a quella casa ove eri da sempre attesa, e sei scomparsa
senza neppure un ciao- fattivedere -non passi mai, forse
neppure una giaculatoria di quelle che mormoravano
sempre i nonni prima di appoggiare le teste sui cuscini,
passare senza saperlo dall’alfa all’omega, da un letto
di corsia dal quale mi raccontavi i tuoi ricordi per la casa
sull’Appennino di provenienza, ad un sonno confuso
anche un poco ottuso dalla morfina e scivolare piano
sottotono per non disturbare o fare rumore.

(Alla memoria di Anna B. scomparsa il 30.3.2020)

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ce la faremo 23

Parafrasando Gaber, non temo il tanto il vairus, ma il vairus che è in me. In fin dei conti siamo tutti portatori asintomatici di una qualche forma di crudeltà, quella stessa che ci ha battezzato e ci guiderà verso la fine. Le giornate ventose fanno venire il nervoso e tolgono la voglia di riderci su. Che poi anche Agone deve stare attento, perché prima o poi gli si scoperchierà l’edicola ma, lui previdente, l’ha zavorrata con tutti gli arretrati di Corna Vissute che non mi ha mai voluto vendere. Avete sentito dei cosidetti “assistenti civici”? Una sorta di ossimoro, se per spiegarti le “distanze” poi si avvicinano: a me ricordano tanto la wolkssturm tedesca, cos’era? Una specie di milizia popolare male armata composta di anziani, invalidi e adolescenti, che avrebbe dovuto fermare i russi nel 1945. Ahahahahah vedrete che gli assistenti civici avranno lo stesso successo.

Noccioline & Banane: Music Box (prova d’accusa) di Costa Gavras (1989) TRAILER ORIGINALE

Ti fidi di quel che senti nel cuore, ma ti ritrovi con il cuore a pezzi.

Questo è uno dei dieci film che porterei con me sulla classica isola deserta.

Mike Laszlo (Armin Mueller-Stahl), cittadino ungherese naturalizzato americano, padre e cittadino esemplare viene accusato di essere un criminale di guerra nazista dal governo degli Stati Uniti che minaccia di rimandarlo nell’allora Ungheria comunista dove verrebbe senza dubbio giustiziato. Ne assumerà la difesa in ambito processuale la figlia Ann Talbot (Jessica Lange), affermato avvocato di Chicago.

Ispirato ad un fatto realmente accaduto ovvero il processo a John Demjanuk, immigrato ucraino che dopo aver lavorato per diversi anni nella città di Cleveland come operaio in una fabbrica d’auto venne accusato di essere il famigerato «boia di Sobibor» complice del massacro di 28.000 ebrei durante il secondo conflitto mondiale, Music Box di Costa-Gavras unisce magistralmente dramma giudiziario, thriller e melodramma familiare in un film dal profondo significato politico. (Gabriele Repaci.)

europa

barba e capelli di tagliati di fresco,
facciamo musica all’intorno di sedie vuote,
accatastate su nomi
di chi non è più tornato.
lo stesso suono canta ancora
sotto le mani, quelle di un tempo.
il nemico vive, ha cambiato tempi e modi
lo sappiamo bene:
questa europa non lascerà eredi,
poche mazzette di banconote
rimarranno sulle strade a macerare,
sciogliere nella pioggia di marzo,
a volare sulle ali di venti estivi,
a tremare nelle tempeste invernali

ce la faremo 22

E mentre ve ne state, placidi ippopotami a scambiarvi pessimismi d’occasione nel fiume della merda che scorre, io sono qui indefesso a lavorare per voi, a brevettare nuovi mottetti e nuove ricette. Mentre ascoltavo Pandemy is my sister di Covid Bowie, uno dei cantanti che preferisco, ho pensato anzitutto al lievito madre e a sua sorella, quella troia del lievito zia. Ho anche ideato la nuova ricetta dei Saltinculo ai Cazzi Vostri: ricetta economica e ipocalorica. Dopo aver portato una tegame pieno d’acqua in ebollizione, gettate dentro 6/7 mascherine usate, possibilmente trovate per strada. Quando le mascherine saranno ben frollate, passatele al passaverdura e aggiungetele al loro brodo di cottura. Aggiungete ditalini rigati ascellari e lasciate bollire finché la pasta non sarà cotta. Ah, importante, durante tutta la preparazione del piatto ascoltate una o più volte la XVII Raccolta di Fausto Papetti. Servite in tavola guarnendo il piatto con pipistrelli vivi e tamponi anali usati, possibilmente sorridendo come Anthony Hopkins. Successo garantito!

Ascolta & Leggi: Syd Barrett e poesie di Maria Marchesi

E’ una strana vicenda poetica la mia. Scrissi le prime poesie in un ospedale psichiatrico. Scrivevo e strappavo. Trasformavo in versi tutto ciò che mi accadeva, pensavo o percepivo. (Maria Marchesi)

Imparare a morire per rinascere
sul pavimento tra polvere e sputi.
Nebbie e caimani combattevano
per lunghe notti e lunghi giorni.
Sui bastioni grugnivano i maiali
in bare di cristallo. un imbuto assetato
corrompeva le stelle
che bivaccavano nella neve. Il grido
si ripeteva. Io assente me ne ridevo
guardando in faccia il muco del dopo.

*

Non mi ascolto più, non ascolto.
che secchino tutti i fiori
e il cielo s’incartapecorisca
e arrivi l’uomo nero
su una lettiga tutta d’oro.
Il mio cuore ha perduto la luce,
il verde s’è dissolto.
Il primario m’incoraggia a scrivere.
Per chi dovrei farlo?
Per te stessa, innanzi tutto per te stessa.
Povero boia imbecille, se scrivessi per me
morirei in meno di tre giorni.

*

Io non sono poetessa
ma mi piace scrivere e affermare
di esserlo. Da piccola ho sentito dire
che i poeti sono pazzi e allora
perché non secondare il detto?
E poi, da quando scrivo
mi è più facile avvicinare
gli uomini; cominciano a trovarmi
interessante, d’animo gentile.
Così mi vengono sopra
con giusta violenza, temono di sciupare
una bella pagina o di finire
nei miei versi con nome e cognome.

*

A volte lo psichiatra mi guarda
come se fossi una donna e gli svelassi
l’arcano della creazione e dell’amore.
Gli faccio notare che io sono appena una parola,
un indizio di vita, una cicala sbandata
ch’è stata scambiata per formica.
Ride, mi pone la mano nella mano, si scuote.
E io che lo consolo dicendo che scherzavo,
suoni pure le campane della sua abiezione
quotidiana, ecco, sono pronta, la vena
è aperta ancor prima che arrivi l’infermiere.
Mi mette un dito nel culo, poi chiude la porta,
ha i brividi d’un animale.

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“Tra me e la luce/ c’è una possibilità che io resti immortale.”

Di Maria Marchesi si sa che nacque in Veneto probabilmente nel 1925. Laureata in Lettere Classiche, per un breve periodo insegnò greco e latino nella scuola. Soffrì di gravi disturbi psichici, fu ricoverata in manicomio dal quale uscì dopo la legge Basaglia.
Due soli volumi di poesia pubblicati: “L’occhio dell’ala” e “Io non sono più mia”

Storia d’estate

Passò molti mesi seduto
sotto una veranda a chiedersi perché.

Un piccolo disperarsi in quotidiani risvegli
malgrado non fosse necessario vegliare.

La similitudine col buio chiedeva lumi,
nemmeno speranza, le agonie non sono tutte uguali.

Nessuno strumento, per emulazione tutti
pensavano allo stesso modo, stessi amori, stesso fumo.

L’inizio inconsapevole andava verso un ignaro sfociare?
Stesse onde dentro un piatto di minestra tiepida.

Dai tavoli diffondeva senso d’abbandono.
Il più profondo era passato e futuro senza presente.