All’Ipotetico Lettore, poesie di Margherita Guidacci

All’ipotetico lettore – Margherita Guidacci

Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.

Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa’ che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.

*

È come una mancanza
di respiro ed un senso di morire,
quando mi stringe improvviso
il desiderio di te tanto lontano
e nulla può calmarlo, altro pensiero
non può occuparmi, tranne il Paradiso
che sarebbe per me lo starti accanto.
Ma poiché ciò m’è negato, più cara,
molto più cara d’una fredda pace
mi è la stretta indicibile
quasi marchio di fuoco che proclami
ancora e sempre quanto sono tua.
A nessun costo vorrei separarmi da questo mio dolore.

*

se il muro fosse di pietra e non d’aria,
se attraverso il muro non si toccassero gli alberi,
se le alte sbarre d’ombra che ti rigano l’anima
fossero l’ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare,
se ricordassi lo scatto d’una porta che si chiude
alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi
alla cintura del carceriere che si allontana:
quale sollievo ne avresti nell’orrore!

perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi,
la rocca più imponente può essere distrutta.
ma dove sei non è porta, e nessuna porta s’aprirà.
e non è muro: nessun muro sarà abbattuto.
le sbarre d’ombra sono le vere sbarre,
non saranno divelte. tu confini con l’aria,
tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera,
e sei tu stessa la tua prigione che cammina.

******************************************************

Margherita Guidacci (Firenze, 25 aprile 1921 –Roma, 19 giugno 1992). Figlia unica, rimane orfana in tenera età. Cresce in campagna, in compagnia del poeta Nicola Lisi, suo cugino. Si laurea in letteratura italiana all’Università di Firenze, con una tesi su Giuseppe Ungaretti, specializzandosi poi in letteratura inglese ed americana, ha tradotto le opere di John Donne e le poesie di Emily Dickinson. Nel 1945 diventa insegnante, prima liceale e successivamente docente universitaria.

Pubblicazioni in poesia:

La sabbia e l’angelo, Firenze, Vallecchi, 1946
Morte del ricco: un oratorio, Firenze, Vallecchi, 1954
Giorno dei santi, Milano, All’insegna del pesce d’oro, 1957
Paglia e polvere, Padova, Rebellato, 1961
Le poesie, Milano: Rizzoli, 1965
Neurosuite, Vicenza, Neri Pozza, 1970
Il vuoto e le forme, Quarto d’Altimo, Rebellato, 1977
L’altare di Isenheim, Milano, Rusconi, 1980
Brevi e lunghe, Città del Vaticano: Libreria editrice vaticana, 1980,
L’orologio di Bologna, Firenze, Città di Vita, 1981
Una breve misura, Chieti, Vecchio faggio, 1988
Il buio e lo splendore, Milano, Garzanti, 1989
Anelli del tempo Firenze, Città di Vita, 1992

L’ultima silloge, Anelli del tempo, consegnata nelle mani dell’amico fraterno padre Massimiliano Rosito qualche mese prima della morte, apparve nei tipi di «Città di Vita» nel primo anniversario della morte. Appartenente alla raccolta postuma, “All’ipotetico lettore”, rappresenta per molti aspetti il testamento spirituale di Margherita Guidacci.

17 pensieri su “All’Ipotetico Lettore, poesie di Margherita Guidacci

  1. incommentabili per grandezza, compreso quel “sentiero in salita nell’erba alta”, mi permetto caso mai di aggiungerne una che mi piace altrettanto. Grazie Flavio

    Guado

    L’anno contiene quest’unico guado verso di te.
    Ogni volta lo trovo un poco più sommerso,
    l’onda più gonfia,la corrente più minacciosa.
    Eppure io t’ho raggiunto ancora,
    ed ogni breve istante che trascorro accanto a te
    diviene un “sempre”
    e se ne nutrirà anche il tempo deserto.
    Se una dura legge c’imporrà un “mai”,
    noi condannati ed immobili sulle opposte rive
    intrecceremo tuttavia i richiami
    di un desiderio tramutato in splendore.
    Così la Tessitrice ed il Pastore si rispondono:
    Vega ed Altair tra cui si snoda
    l’alto stellato fiume.

    Margherita Guidacci
    da Anelli del tempo, Edizioni Città di Vita, 1993

  2. Non c’è niente da fare, ci sono delle liriche che riconosci subito come “poesia” già dai primi passaggi, soprattutto quando i versi diventano un canto, e il canto si trasforma in una ipnosi da musicalità, per poi perdersi nei contenuti e nella metafora espressa. Il finale, per esempio, è descritto con una drammaticità e una delicatezza veramente sorprendenti.
    Come sempre: grazie Flavio !

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