Gioielli Rubati 75: Leopoldo Attolico – Villa Dominica Balbinot – Maria Allo – Massimo Belfiori – Marcello Comitini – Chiara Marinoni – Alexandra Bastari – Patrizia Schettini Natrella.

Capo Passero

Sarà un bellissimo settembre; la vita è gratis!
-mi diceva il lapis
che proprio perché accecato dalla luce
cominciava a nutrire qualcuno di quei santi dubbi
che guidano all’illuminazione.
Per fortuna le premesse c’erano tutte :
bevevo a sorsi una giornata tiepida, incantevole
e dal mare veniva un’aria come di serpentello sul viso.
Ci mancava soltanto il respiro degli dei sulla nuca
e sarei stato a bomba ! Magnifico magnifico -pensavo
e non si paga una lira ! che forza ! adesso mi scateno !
Fui così sopra al mare con piglio di libellula
veloce , radente , imbavagliato dal vento
respiravo a fatica, quasi quasi illuminandomi d’immenso
col Giuseppe ammiccante in gamma fulgida …

Fui , nondimeno , uno spettacolo -triste- di luce
perché l’occasione era la stessa
che fa l’uomo ladro di un po’ di musica celeste
quando lo strumento si richiude :
non mi smentivo mai;
avevo perso per strada il lapis

di Leopoldo Attolico, qui:
https://www.facebook.com/leopoldo.attolico1?__tn__=%2CdC-R-R&eid=ARD-419-Qw0jYY1Oqh8jetHZuF4fw88vD62S9VPKT_dRiIeg6F-BCpQ5VfQu61WXYnru19-iW-Z1xLyt&hc_ref=ARSVrnhKcrHD1_y3GSs4vK-wfDYI1hOeiBRwU9kkhyHzzITYSRchKF16sf2yhWzrEe0&fref=nf

*

GIACULATORIA

Smagliata
da tempo ciclico.
soggetta
a lunghe stasi,
di manierismi compassionevoli
mi armo,
e scantono
– quietista –
lo scialo di morte.
Guscio di lamiera
imbraco,
al protrarsi dello stridente
scasso del crucifige.
Al dunque
– in immemore immobilità –
ai vani conciliaboli
incalzata
dal tracimante
panico scorrevole
affronto infine scarna
l’ossatura ontologica
del puro niente,
io al niente adusa.

di Villa Dominica Balbinot, qui:
https://lostrettospeco.wordpress.com/2007/11/15/giaculatoria/

*

Tienimi

Questo è il mare oggi.
Penetra il futuro che ci aspetta
in bianchi flutti mentre la terra
risuona con la sua ombra
nel rogo di un’assenza.
Tienimi con te come un fruscio
di palpebre socchiuse
pulsa nel tuo respiro
finché il vapore dei fuochi
nei vortici del gelo
si offra a qualsiasi dolore
per una volontà più forte
in pieno volo meglio dell’amore
come darsi ancora seminudi
a tutti i venti dell’abisso.
Più reale di una voglia improvvisa
è questo mio vuoto tra le mani.
curvo a ogni tua luce nello sguardo.

© Maria Allo, qui:
https://nugae11.wordpress.com/2020/01/19/tienimi/

*

Priceless

Nella nebbia

Da solo
Guidare
Senza direzione
Divorato dai parassiti
Che mi crescono dentro.
C’è sempre una strada inesplorata
Nella pianura Padana.
È così
Che ho trovato
Quella vecchia bottega
Piena
Di ricordi
Che non mi appartengono.
Sul bancone
In bella vista
C’è una cosa soltanto
Priva di prezzo:
Il tuo sorriso.

di Massimo Belfiori, qui:
PRICELESS

*

Ignota notte

Tra mura erbose
nel vicolo stretto
da case grigie e anni
splendono luci gialle.

Nella sottile striscia di cielo
ignota notte ride
alle sue stelle.

Ai vetri ombre di volti.
I loro corpi dormono
sogni silenziosi.

Così nel cuore.

Un canto in amorosa eco
chiama
da un portone schiuso.

di Marcello Comitini, qui:
https://marcellocomitini.wordpress.com/2020/01/22/ignota-notte/

*

Grumi di assenze

Mancano i fiati
si adagia il silenzio
muto il passo, all’alba
si crede e poi, si cammina.
Scrivo e l’inchiostro macchia,
il calamaio non ha colpe
soltanto che col tempo secca
si accumulano le parole
illusione di passi nel vento.
Si diluisce con l’acqua?

di Chiara Marinoni, qui:
https://chiaramarinoni.wordpress.com/2020/01/21/grumi-di-assenze/

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ACCADEVA DI DIMENTICARMENE

Accadeva di dimenticarmene
come una spugna accanto al lavello.
Ebbi solo un sussulto: non ti vedevo da mille pianti.
Lurido cane – ci ricorderemo mai
di stendere la biancheria al rovescio?

Siedo sola al tavolo – picchia soffocata
una forchetta in più al nostro pranzo.
È così:
notte umida, confesso una presenza dal fondo.
E il vento che soffia mi chiedo da dove parta.

(Bologna, 23 gennaio 2020)

di Alexandra Bastari, qui:
https://alexandrabastariscrive.wordpress.com/2020/01/23/accadeva-di-dimenticarmene/

*

Fare poesia

In fondo è facile
fare poesia:
due parole in croce
impastate
d’anima e lacrime.
Lasciate lievitare
ma non appassire
e condite copiosamente
di aggettivi leggeri,
la lievità s’addice al gusto.

di Patrizia Schettini Natrella, qui:
https://formefree.wordpress.com/2020/01/24/fare-poesia/

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Ascolti amArgine: Everyday Life – Coldplay (2019)

Il brano racchiude tutti i messaggi e gli ideali che caratterizzano l’ultima produzione dei Coldplay: amore, uguaglianza, dolore, fatica, umanità, speranza. Mostra come tutti sono diversi, ma siamo tutti parte della stessa grande famiglia umana. Oh, fosse non soltanto nei sogni delle rockstar!

VITA DI OGNI GIORNO

Cosa faremo nel mondo?
Guada cosa stanno passando tutti
in quale tipo di mondo vuoi vivere?
Sono il futuro o la storia?

Perchè tutti soffrono
tutti piangono
tutti si dicono tutti i tipi di bugie a vicenda
tutti cadono
tutti sognano e dubitano
devi continuare a ballare quando le luci si spengono

Come potrò vederti in questo mondo
come mio fratello
e non come mio nemico?

Perchè tutti soffrono
tutti piangono
tutti vedono il colore negli occhi degli altri
tutti amano
tutti hanno i cuori strappati
devi continuare a ballare quando le luci si spengono
tieni duro per la vita di tutti i giorni

Alla prima luce
mi lancio a braccia aperte
Hallelujah, sì!

TESTO ORIGINALE

What in the world are we going to do?
Look at what everybody’s going through
What kind of world do you want it to be?
Am I the future or the history?

‘Cause everyone hurts
Everyone cries
Everyone tells each other all kinds of lies
Everyone falls
Everybody dreams and doubts
Got to keep dancing when the lights go out

How in the world am I going to see
You as my brother
…Not my enemy?

‘Cause everyone hurts
Everyone cries
Everyone sees the colour in each other’s eyes
Everyone loves
Everybody gets their hearts ripped out
Got to keep dancing when the lights go out
Gonna keep dancing when the lights go out
Hold tight for everyday life
Hold tight for everyday life

At first light
Throw my arms out open wide
Hallelujah
Hallelujah
Hallelu-halle-hallelujah
Hallelujah
Hallelujah
Hallelu-halle-hallelujah
Yes

Letture amArgine: Appunti sulla poesia italiana della Shoah Di Stefano Carrai.

Ho reperito qui:

Fai clic per accedere a carrai.pdf

questi importanti appunti sulla poesia della Shoah curati da Stefano Carrai.

Il famoso pronunciamento di Adorno che scrivere poesie dopo Auschwitz equivaleva a una barbarie è stato abbondantemente disatteso dai poeti del secondo Novecento, alcuni dei quali, a cominciare da Paul Celan, hanno scritto per giunta proprio sull’olocausto, a dimostrazione di come fosse necessario che anche il linguaggio della poesia ne rendesse testimonianza attuando così l’unica vendetta possibile. Nella letteratura italiana il tema ha dato vita a capolavori ben noti sia nella memorialistica, da 16 ottobre 1943 a Se questo è un uomo, sia nel romanzo, dal Giardino dei Finzi Contini a La storia, cui fanno riscontro film come Kapò o come la La vita è bella. Meno valorizzata risulta la poesia. Tuttavia i testi poetici italiani ispirati allo sterminio – anche solo quelli raccolti nella bella antologia allestita da Valeria M. Traversi – non sono pochi né di poco spessore e dunque reclamano uno studio specifico. (Primo paragrafo dello studio di Stefano Carrai) …

Vista l’imminenza del 27 Gennaio, lascio qui sotto lo Studio in pdf, che offre molti più spunti di riflessione.

Stefano Carrai Appunti sulla poesia italiana della Shoah

Ascolti amArgine: Beatles – Eleanor Rigby (1966)

Eleanor Rigby è la seconda traccia dell’album Revolver, pubblicato dai Beatles il 5 agosto del 1966, stesso giorno di pubblicazione come primo singolo “Doppio lato A” con Yellow Submarine. La canzone fu scritta principalmente da Paul McCartney con un arrangiamento per ottetto d’archi di George Martin. Un testo centrato sulla solitudine. La canzone segnò la trasformazione del gruppo, da icona giovanilista della musica da ballo rituale a gruppo più sperimentale.

ELEANOR RIGBY

Ah, guarda tutte le persone sole
ah, guarda tutte le persone sole

Eleanor Rigby raccoglie il riso
nella chiesa dove c’è stato un matrimonio
vive in un sogno
aspetta alla finestra
indossando il volto
che di solito conserva
in una brocca vicino alla porta
per chi è?

Tutte quelle persone sole
da dove vengono?
Tutte quelle persone sole
a che terra appartengono?

Padre McKenzie scrive
le parole di un sermone
che nessuno ascolterà
nessuno viene qui
guardalo lavorare
rammenda i suoi calzini di notte
quando lì non c’è nessuno
di cosa gli importa?

Tutte quelle persone sole
da dove vengono?
Tutte quelle persone sole
a che terra appartengono?

Ah, guarda tutte le persone sole
ah, guarda tutte le persone sole

Eleanor Rigby morì nella chiesa
e fu sepolta con il suo nome
non venne nessuno
Padre McKenzie si pulì
le mani sporche di terra
mentre si allontanava dalla tomba
nessuno fu salvato.

Tutte quelle persone sole
da dove vengono?
Tutte quelle persone sole
a che terra appartengono?

TESTO ORIGINALE

Ah, look at all the lonely people
Ah, look at all the lonely people

Eleanor Rigby
Picks up the rice in the church where a wedding has been
Lives in a dream
Waits at the window
Wearing the face that she keeps in a jar by the door
Who is it for?

All the lonely people
Where do they all come from?
All the lonely people
Where do they all belong?

Father McKenzie
Writing the words of a sermon that no one will hear
No one comes near
Look at him working
Darning his socks in the night when there’s nobody there
What does he care?

All the lonely people
Where do they all come from?
All the lonely people
Where do they all belong?

Ah, look at all the lonely people
Ah, look at all the lonely people

Eleanor Rigby
Died in the church and was buried along with her name
Nobody came
Father McKenzie
Wiping the dirt from his hands as he walks from the grave
No one was saved

All the lonely people (ah, look at all the lonely people)
Where do they all come from?
All the lonely people (ah, look at all the lonely people)
Where do they all belong?

Oltre

a volte il rumore delle scale
bussa forte alla porta, entra
senza attendere altro invito:
c’è tutto un fuori, oltre
la scorza di questo dentro,
la vita passa e non ha voglia
di attendere invito

di noi tutti, sorpresi
dalla minuzia del freddo
e dai tanti viventi incapaci
di sopravvivere al riparo,
gli stessi, verdi e floridi
fuori, al prossimo caldo

ho un cuore inadatto,
eredità di mio padre;
ma non dimentico come si saluta;
fuori la calma non parla,
dentro il tumulto
e scogli sott’acqua

Ascolta & Leggi: Mina/Fossati con poesie di Mario Benedetti

Mario Benedetti è nato a Udine il 9 novembre 1955. Dopo i primi venti anni trascorsi nel paese di Nimis (UD), si trasferisce nel 1976 a Padova dove si laurea in Lettere con una tesi sull’opera complessiva di Carlo Michelstaedter, diplomandosi poi in Estetica presso la Scuola di Perfezionamento della stessa Facoltà universitaria. Si dedica all’insegnamento sia a Padova che a Milano, città in cui si trasferisce e dove attualmente risiede. La sua esistenza, la sua poesia ed il suo modo di essere sono fortemente connotati dalla presenza di una malattia cronica: una particolare forma di sclerosi multipla che lo accompagna dall’infanzia. Gravi episodi dovuti a questa patologia si verificano nel ’99 e nel 2000. In seguito ad un ictus avvenuto nel 2014 è ospite presso una struttura sanitaria milanese.

Che cos’è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sugli alberi, una panchina vuota.

Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro.
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri.
Il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

*

Guardare prima, guardare dopo.
Cadere fuori pagina, mentre un’altra penna
guarda. E non sapere come
da sogno a sogno le figure quasi si raccolgano:
la via con la casa da poter comprare
prima, la via con i terrazzi in alto
dopo: il dopoguerra, la nostra passeggiata.
Il vuoto si rigira qui e fa ombre
esili quanto esile è la pagina.

*

Se le vite si ritraggono ognuna
nel suo continuare o nel rimembrarsi
avremo sempre le parole in posa.
Vedi, il libro ti è davanti, le frasi
mozze bene assottigliate sussumono
anni di giornate con le loro ore.
Getta quel libro, è odore della carta:
e il bimbo apriva e ripiegava, apriva
e ripiegava l’odore d’inchiostro
e delle figure: la madre giovane
ma il bambino la vedeva una morta
ma anche non era una morta, davanti
quell’angolo di muro che si apriva
e ripiegava, apriva e ripiegava.

*

Vedere nuda la vita

Vedere nuda la vita
mentre si parla una lingua per dire qualcosa.
Uscire di sera rende la vita più bella
ma è il poco sole obliquo la sera senza parole.
Vedere nuda la vita quando c’eri con le tue cose.
Adesso le cose sono sole,
non c’è la promessa del tuo svegliarti
e continuare con le ciabatte, le tazze, i cucchiai.
Non è valsa la pena affaccendarsi.
Il gioco dei giorni è la promessa che non sapevi
a perdere sempre da prima.

*

Colori 10

E dalle tue foglie viene la vita,
dalle foglie vedute nel muro che guardi.
E niente è qui di quello stasera.
Oh gli anni che hai e che ho.
Lunga non è la mia vita, quanto la tua.
Quello che resta, dopo avere parlato, c’è.
Non qualcuno. Che alberi erano quelli,
mano e nervature, morbide, fresche.
Dove sei? fondo di casa, fermo e vagolante,
nel colore bianco della sera a dicembre.

*

Colori 11

E ora è stupore, il bambino.
Guarda negli occhi i suoi occhi.

Si aggrappa alla terra, col bianco dei fiori.
Libro della via Pál, melograni davanti,

tra noi che non eravamo.

Nato da visi, da corpi, da tenera coppia.
Dentro, inseparati, oh, ma gli altri uguali insieme.

Spaccati, già morti, a uno a uno, a due.
E l’idea di vita pervade, trionfa.

Mondo non mondo, mio mondo nero.

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Del perdono di Darwin

Vestaglia, pagine di giornale
fischiate nel vento.
Una sequela di epifanie,
infiniti d’abitudini,
memoria in amori da ricordare
una volta l’anno.

Untori di parole tacciono tutti
in attesa del cenno di bacchetta.
I vicini si svegliano,
i primi odori di cucina
richiamano sapori e appetito.

Siamo bene attrezzati
contro i fattori esogeni:
testa bassa, sguardo da combattimento.
Sugli endogeni l’unico sollievo
è attesa del perdono di Darwin.

A noi crostacei
il guscio crea imbarazzo.

ascolti amArgine: Lady of the dancing water – King Crimson (1970)

Lady Of The Dancing Water, la dolcezza della melodia dà sollievo ai sensi: il pezzo è dominato dal flauto di Collins, che nel finale dialoga magnificamente con il trombone di Nick Evans. E’ il preludio alla lunga suite “Lizard” che dà il nome all’album.

Signora dell’acqua danzante

Erba tra i capelli distesa come leone al sole
Irrequieta si gira, inumidite le labbra con la lingua.
Versando il mio vino nei tuoi occhi ingabbi il mio splendore
Sfiorando il mio viso, le dita si allontanarono sapendo.
Ti ho chiamata Signora dell’acqua danzante.

Le foglie di autunno si sono riversate sul fuoco dove mi hai posto
Brucio lentamente in cenere, come sembrano essere i miei giorni.
Ti sento sempre sempre con i tuoi occhi brillanti
Ricordo le ore del sale, la terra e i fiori che scorrono
Addio mia Signora dell’acqua danzante.

Grass in your hair stretched like a lion in the sun
Restlessly turned moistened your mouth with your tongue.
Pouring my wine in your eyes caged mine glowing
Touching your face my fingers strayed knowing.
I called you lady of the dancing water.

Blown autumn leaves shed to the fire where you laid me
Burn slow to ash just as my days now seem to be.
I feel you still always your eyes glowing
Remembered hours salt, earth and flowers flowing
Farewell my lady of the dancing water.

Di tanta melassa scaduta

Vagisce infinito il treno
lanciato tra i sentori della Bassa.

Facciamo amore vero
di tanta melassa scaduta.

Salti su la Luna, stanchissima,
interrompa ogni vaniloquio.

Ripetitiva e sgarbata
com’è sopra ogni strada.

Indecisa sul da farsi,
esitante in mille rivoli di luce.

Le implicazioni saranno moltissime
sul ritardo già accumulato.

Ascolta & Leggi: Genesis e Poesie di Roberta Borgia

Non è certo la poesia a odiare il poeta, in genere è chi si fregia abusivamente del titolo di poeta a odiare la poesia, a farne un proprio fine. Con sollievo ho letto e apprezzato i buoni lavori di questa brava autrice, versi freschi, spesso emozionanti, alcuni sanno colpire con forza ed esattezza, come se Roberta Borgia sapesse fin da subito quali corde e quali sensibilità toccare nel lettore. Le Poesie sono tratte tratte dalla raccolta La condizione acerba, chi volesse approfondire può reperire qui l’intero lavoro su carta:

http://sillabedisale.it/shop/poesia/la-condizione-acerba/

L’appartamento

Sulla tavola
solo bicchieri rotti,
trappole per le mie mani.

Ma, in fondo, le dita per cosa schioccano
se non per incidere una nota
sul mio ventre?

Cigolano, tacitano, mancano
persino, le porte aperte
di fronte alla mia mente.

E specchi e bugie ovunque,
aspirazioni rincorse e poi
soppresse.

Ed è il ritmo del mio respiro
che mi censura
nel giorno e nella notte.

*

La vera bellezza

Se d’un tratto divento quiescente
finché mutano il mio sangue e il mio
prezzo, linee d’ombra insidiano il tragitto
nascondendo fessure e rilievi.

Cos’è questa pena già espiata, questa
tratta di vergini aforismi, come ancora
di chi si vende ad una ressa
ma nell’agio di un incontro pregresso?

E poi nel chiedermi se resistere
schivando e scivolando via carponi
scorgo presto in quel timido vocio
un dubbio, una domanda, una pulsione.

Sottomessa e spinta da un vago
rimprovero, mi accosto
accondiscendente e privilegiata.

*

L’abitudine

La finestra di una casa
non si apre mai
se non è certa di affacciarsi
allo stesso panorama, che
sia il mare a pochi passi
o la stanza di un vicino.
E trattiene le impronte
di chi angosciato
avverte le vibrazioni
della vita, sui vetri.
Prova che lì al di fuori
è il vento che muove tutto.

*

PLATEA

Aspettavamo seduti. Come
seduti sui piedistalli

immaginiamo, nei ritratti,
i morti. E la necessità

divincolava. Ci intimavano
di non tossire. Non era più

un’attesa: l’impulso bastava
a non sentirci compromessi.

Il panneggio delle
quinte ci viziava.

*

IL POETA FEMMINA

Il poeta femmina
tornò all’eco

dopo aver richiuso
la finestra.

E l’aria aveva già
contaminato le dita.

Passò delicatamente
l’odio fra i capelli.

Li distese, li attorcigliò.
Seguitò strappandoli.

*

La poesia

La poesia odia il poeta che l’assiste
senza lo sguardo a quell’altrove intimorito.
Odiava anche l’arma vuota d’inchiostro

mentre parlavi di te e io annuivo,
fingendo di costruirti una memoria.
“Stare fuori, chiusi d’aria e di rumori”

Solo questo hai lasciato impresso,
un pensiero tronco.
Ma bene ai poeti che s’amano

per gioco, compagni di birra
e annegati nei consensi.
Io preferisco l’acqua, così scontata

e sporca dei detriti che ha limato.
La inghiotto così, sotto sguardi perentori
e lucidati. E ho un po’ vergogna

quando m’attardo e sbadiglio, per
l’eccitazione del brindare alle preghiere
soporifere di queste anime accese.

*****************************************************

Roberta Borgia nasce a Messina nel 1982.
Le sue liriche sono state inserite in riviste, laboratori e blog letterari, quali Isola Nera- diretta dalla scrittrice Giovanna Mulas;
Bottega di Poesia del quotidiano La Repubblica, a cura di Gian Luca Favetto;
presso il laboratorio di Poesia del Nostro Tempo.
Menzione di merito al Premio Internazionale Salvatore Quasimodo, la poesia Messina viene recitata da Alessandro Quasimodo, nell’ambito del progetto “Alessandro Quasimodo legge i poeti contemporanei”.
Risulta finalista al Premio Internazionale Città Di Como, con la silloge edita La condizione Acerba, pubblicata nel maggio 2019 presso la casa editrice Sillabe di Sale.