Ascolta & Leggi: Loredana Bertè, Professore – Poesie Antifasciste

Se è vero che l’ignoranza delle leggi non scusa, l’ignoranza della Storia scusa ancora meno.

Sette fratelli come sette olmi,
alti robusti come una piantata.
I poeti non sanno i loro nomi,
si sono chiusi a doppia mandata :
sul loro cuore si ammucchia la polvere
e ci vanno i pulcini a razzolare.
I libri di scuola si tappano le orecchie.
Quei sette nomi scritti con il fuoco
brucerebbero le paginette
dove dormono imbalsamate
le vecchie favolette
approvate dal ministero.

Ma tu mio popolo, tu che la polvere
ti scuoti di dosso
per camminare leggero,
tu che nel cuore lasci entrare il vento
e non temi che sbattano le imposte,
piantali nel tuo cuore
i loro nomi come sette olmi :
Gelindo,
Antenore,
Aldo,
Ovidio,
Ferdinando,
Agostino,
Ettore ?

Nessuno avrà un più bel libro di storia,
il tuo sangue sarà il loro poeta
dalle vive parole,
con te crescerà
la loro leggenda
come cresce una vigna d’Emilia
aggrappata ai suoi olmi
con i grappoli colmi
di sole.

Gianni Rodari – Compagni fratelli Cervi – 1955

*

ALLE FRONDE DEI SALICI

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo ?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

(Salvatore Quasimodo, “Giorno dopo giorno”, 1947)

*

Dove vai, rasentando i muri della città
sembri assorto in pensieri lontani,
forse stai ricordando la tua gioventù,
i tuoi vent’anni,
anche allora rasentavi i muri imbracciando un fucile,
qualcuno vestito di nero voleva impedirti di realizzare i tuoi sogni.
Qualcuno voleva impedirti
che altri uomini, altre donne, altri bambini
vivessero in un mondo diverso
fatto di lavoro, di benessere, di felicità
non so se oggi si possa dire
che tutto si sia realizzato..
ma i sogni restano
e quelli nessuno potrà toglierteli
vecchio partigiano.

Pietro Tajetti “Mario”

*

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’ Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce……

Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile….
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

Pier Paolo Pasolini

************************************

ubiquità

Dio non lo permetterebbe,
anche fosse vero non c’è più
dentro questa biblioteca,
nelle stanze riscaldate
preparate con amore,
tra lenzuola candide.

Ero, diminutivo di mistero.
Vattene a casa, tutto invita,
ogni volta la mano sul petto,
la stessa dolente
con cui reggo il braccio.

Senza età, il polline attira,
attiri polline. Paolina Bonaparte
adagiata non curante
sui tarli di vite andate,
liquori riconsegnati all’aria.

Mi sono perso. Restami vicino,
starò meglio.
Rimanga tra noi, ubiquità
è dono di Dio.

solo poco aceto

mi trovo a Castello,
derido tempo e luogo,
onoro buchi da gruviera,
uno in particolare
dove i ricordi
occupano poco spazio,
si assiepano nel cuore
formando lunghi tralci di vite:
non daranno vino,
solo poco aceto
a condire l’anima,
a renderla più forte:
almeno in sogno. perciò
Sta su d’animo, Bassilla,
nessuno è immortale.

Gioielli Rubati 35: Salvatore Leone – Bianca Bi – Tiziana Pizzo – Antonio Bianchetti – Janine Bonifacio – Tramedipensieri – Vicente Vives (Tin) – Giuditta Michelangeli.

White rabbit and Sandy rabbit on blue background

CARI TUTTI, NE APPROFITTO PER PORGERVI I MIEI MIGLIORI AUGURI PER QUESTI GIORNI DI PASQUA E DI LIBERAZIONE. PRENDO UN POCHINO DI RIPOSO: TORNO IL 23 APRILE. A PRESTO.

Alle spalle di Alicudi

Credevo che i giganti mi sentissero
anche da lì, alle spalle d’Alicudi, dove finisce il mare.
Troppo giovane per gridare lontano, chiedere alghe d’oro
alzando braccia d’azzurro che mente.
Sapevo della pece sui gomiti, degli abbandoni alle pietre,
lamenti che diventano inni, o delle mani fatte di sale.
Mi chiedevo cosa ci fosse di così divertente
a giocare nel mare, nei gridi spensierati delle feste più calde,
come avrei potuto sorridergli.

Speravo che i giganti mi sentissero
anche da lì, dove l’acqua sanguina tramonti.
Che gli dessero la colpa.
Troppo giovane per mandare Bronte
a spaventare il mare che si prende tutto
e restituisce il cattivo odore
dei silenzi alla conchiglia, brezza più cruda
che si ferma addosso.

di Salvatore Leone, qui:
https://ssalvatoreleone.wordpress.com/2019/03/31/4684/

*

Io devo dirti una cosa

io devo dirti una cosa
ma dopo che l’avrò detta
la chiuderò dentro un baule
sotto tutti i panni in disuso
l’adagerò sulla spuma del mare
perché sia tortura per i sassi lontano da bocche
umane
da orecchie sorde all’agonia di un’onda.
resisterà come le disperate cose
che non hanno fine.
dopo che l’avrò detta non potrò più
guardare nei tuoi occhi
che mai sono stati miei
ma che ho tenuto stretti stretti
in un centimetro di pelle,
volerò nel vento
insieme a qualche piuma
come una paziente formica
porterò il mio fardello senza peso.
dopo che l’avrò detta io sarò
più sola che mai, poi
non avrò più voce: ti amo.

di Bianca Bi, qui:
https://biancabiblog.wordpress.com/2019/04/02/io-devo-dirti-una-cosa/

*

dico di risucchio lieve alla gola

vorrei qualcuno a svinarmi il dentro
quello liquido per scelta, sgrondato alla bocca
da salvazione vorace o da
spaccio d’endovena

non parlo d’errata corrige, o di camuffo

dico di risucchio lieve alla gola
a tirar fuori reliquie d’accenti inesatti, marciume
d’iride, muco taciuto alle mani, ristagno
umido per saliva sprodiga
non certo mia

così da restarmi asciutta e scollacciata
e pronta
per travaso d’annate mai ingollate prima
dell’alba (come si conviene) quando
il nero ancora non si slabbra
il mare menzogna

e persino l’infimo che mi sono
pare poesia

di Tiziana Pizzo, qui:
https://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?opereid=130491

*

L’INDACO

Anche la sera
scende a confondere
il senso della sua malinconia
a lavare inutilmente
strati di pelle
colorata appena dallo sforzo
di pulirsi ancora
e ancora vivere
tra i vetri
smerigliati del presente

Anche la seta
ricopre questi corpi
avvolti nel deliquio
vicino al disincanto
che in silenzio ripropone
la realtà insieme all’illusione
Noi guardiamo soltanto
perché dietro le sbarre
non ci sono le iene
l’attrazione è sempre
la vasca delle sirene

di Antonio Bì, qui:
https://antoniobianchetti.wordpress.com/2015/11/11/lindaco/

*

MANI FREDDE

Da allora,
ogni volta che le mie mani si raffreddano,
Nanay mi tiene per mano

Così, quando le mani di Nanay si raffreddano,
ho imparato a fare lo stesso.

7 mesi fa,
in una fredda e piovosa notte di agosto
in ospedale,
le mani di Nanay sono diventate così fredde.
Così fredde che ha fatto
accorrere tutti a nella sua stanza

Ero così spaventata.
Mi bloccai per un momento.

Cosa è andato storto??

Ho provato a tenere le mani
per alcuni secondi,
per pochi minuti,
per quasi un’ora

ma quella notte era diversa,
la mano di Nanay rimase fredda per molto tempo.

quella notte,
ho capito che le sue mani possono diventare ancora più fredde.

e quella notte,
mi resi conto che non
avrei mai più, sentito il calore di Nanay.

Mi manca mia nonna.

di Janine Bonifacio, qui:
https://huedspirit.wordpress.com/2019/03/18/cold-hands/

*

Radici d’albe

.viviamo
.stretti
tra albero e radici
cerchiamo fiori
e ali verdi
su cui posare stelle
in firmamento d’albe

viviamo
.vicini
tra terra e nuvole
sgretoliamo il mare
c’immergiamo
nella sua voce

viviamo
a due passi
dal cielo
tra vento e lampi
d’umore

d’amore .viviamo

di Tramedipensieri, qui:
https://tramedipensieri.wordpress.com/2017/07/14/radici-d-albe/

*

No lo consigo

Perso nel passato, continuo, ci provo
Quella verità che giace e che vorrei.
Dimenticato nella fede della mia chimera
Mi convinco solo, mento anche a me stesso.

Posso iniziare la voce del mio lamento,
sconfiggere il trambusto dell’attesa.
Posso essere di nuovo per te
e tormentarti mentre mi tormento.

Posso scavare in me stesso e convincermi
che tutto è possibile, che niente
vale la pena se non sei con me.

Posso trovare me stesso e allo stesso tempo perdere me stesso
in quella profonda luce dei tuoi occhi.
Potrei, ma non l’ho mai capito.

di Vicente Vives, qui:
https://poesiainstante.wordpress.com/2019/04/08/no-lo-consigo/

*

PICCOLI MOMENTI D’ESSERE

Troverò una vecchia donna
davanti allo specchio,
no – non una donna
ma un essere asessuato
ed ermafrodito.

Gli dirò:
– hai trovato il simmetrico
senso? Il gesto finale
in cui converge il perimetro
di una formula eterna?
Mi risponderà: – no,
ma ho lucidato quel paio
di scarpe lasciate alla porta
dopo l’uggiosa tormenta
di giugno,
avevo l’inguine stanco
per tanta corsa.
Erano accanto
all’ombrellino di seta blu
che portava gli occhi
di mia madre
come un serto nuziale
di stelle.

Solo questo ora so.
Ricordo il non nitido,
il momento d’essere
non accessoriato,
l’inutile rivolgersi sempre
allo stesso sole
e sentirlo accecante solo
un’unica vera volta
inaspettata
come un graffio di epifanica
rivelazione sulla pelle.

di Giuditta Michelangeli, qui:
https://giudittamichelangeli.wordpress.com/2019/04/08/piccoli-momenti-dessere/

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Ascolti amArgine: The Nile Song – Pink Floyd (1969)

Un brano, tutto sommato, singolare per il sound dei Pink Floyd: hard rock, contenuto nella colonna sonora del film More. Uno dei pochi casi in cui è più famoso il soundtrack del film. Alzi la mano chi ha visto More: in palio ricchi premi e cotillon (e non fate i furbi su youtube)

LA CANZONE DEL NILO (trad. Francesco Komd)

Stavo in piedi accanto al Nilo
quando vidi la ragazza sorridere
avrei voluto afferrarla per un momento
per un momento

Le mie lacrime scorrevano come quelle di un bimbo
come ondeggiavano disordinati i suoi capelli d’oro
poi spiegò le ali per volare
per volare

Alzata in alto dai venti
sempre andando dove le piace
raggiungerà le isole nel sole

Seguirò la sua ombra
l’osserverò dalla finestra
un giorno si accorgerà di me

Sta chiamando dal profondo
chiamando la mia anima in un sonno infinito
è destinata a trascinarmi giù
trascinarmi giù.

TESTO ORIGINALE (ROGER WATERS)

I was standing by the Nile
when I saw the lady smile
I would take her out for a while
for a while.

Oh, my tears wept like a child
how her golden hair was blowing wild
then she spread her wings to fly
for to fly.

Soaring high above the breezes
going always where she pleases
she will make it to the islands in the sun.

I will follow in her shadow
as I watch her from my window
one day I will catch her eye.

She is calling from the deep
summoning my soul to endless sleep
she is bound to drag me down
drag me down”.

La Belva

da far paura, il ruggito
compie tormenti già pronti
a rivedere luce non appena
la Belva si avvicina, carica,
cromata di felicità apparenti,
una bella donna stretta al pilota,
entrambi ignoti, nessuna mai
ha saputo far correre
tanta certezza e protezione
nell’abbraccio di guancia
e schiena, lungo l’infinito
aroma saturo di strada
e sassolini agitati, poi sollevati
tra due ruote e il vento.

L’attimo del ruggito
sibilante struscia sotto casa,
scoperchia sapori fastidiosi
di un’estate già pronta,
ancora addormentata e in cerca
del giusto motivo
di grande successo.

È passata.

Il ruggito, spento in fretta,
lascia un po’ d’ossido
e altrettanta solitudine.

Ascolta & Leggi: Nils Petter Molvaer con poesie inedite di Lucas Garcete

Lucas Garcete è il primo autore millennial che mi capita di incontrare, è nato infatti in Paraguay a Ciudad Del Este il 12 gennaio del 2000.Ha lasciato il suo paese con la sua famiglia per emigrare in Spagna, ha vissuto parte della sua infanzia a Ciudad Real, Castilla-La Mancha. Anni dopo si è trasferito a Madrid, dove h iniziato a consolidare la sua poesia. Già a 12 anni a scuola – guidato dal libro Platero y yo di Juan Ramón Jiménez – iniziò i suoi primi passi scrivendo favole, storie senza finale e poesie senza titolo nelle ultime pagine del suo taccuino. Da allora ha maturato la sua tecnica, cercando uno stile basato sulla semplicità, sull’uso delle parole, dando una voce personale e malinconica ai suoi scritti. Ha pubblicato il libro El Boulevard.

il suo blog:
https://lucasgarcete.wordpress.com/

NOMBRES ENVEJECIDOS

Sabemos la existencia de la lluvia,
pero en el desierto del corazón
las lágrimas construyen los oasis.
No conocemos todavía a la muerte
que sigilosamente llegará
envolviéndonos con su telaraña.
Quién me devuelve cada año que pasa,
si cada invierno nuevo llega envejecido.
Quién me devolverá cada beso que di,
si los labios que encuentro sólo dicen adiós.
La tierra se nutre de nosotros mismos,
porque donde antes hubo un cementerio
ahora es un bosque verde que calla nombres
y sólo la niebla es capaz de pronunciarl

NOMI INVECCHIATI

Conosciamo l’esistenza della pioggia,
ma nel deserto del cuore
le lacrime costruiscono oasi.
Non conosciamo ancora la morte
che arriverà di soppiatto
avvolgendoci con la sua rete.
Chi mi restituisce ogni anno,
se ogni nuovo inverno arriva invecchiato.
Chi restituirà ogni bacio che ho dato,
Se le labbra dicono solo addio.
La terra è nutrita da noi stessi,
perché dove prima c’era un cimitero
ora è una foresta verde che chiude i nomi
e solo la nebbia è in grado di pronunciarli

*

HIJA DE UNA LOBA

Yo sé que en mis pupilas
sólo veía un otoño baldío,
y que en sus pupilas
siempre habitaba el invierno.
Hija de una loba,
amiga de los pájaros.
Todavía la oigo aullar
desde la ventana de mi árbol.
Por sus ojos solía caer el océano,
por sus labios caía la nieve.
Al mirarla me envolvía una ventisca
y sus pestañas eran mil agujas de hielo.

FIGLIA DI UNA LUPA

Lo so nelle mia pupille
Ho visto solo un autunno libero,
e nelle sue pupille
è sempre stato inverno.
Figlia di una lupa,
amica degli uccelli.
La sento ancora ululare
dalla finestra del mio albero.
L’oceano le cadeva negli occhi,
la neve cadde dalle sue labbra.
Quando la guardai, una tempesta di neve mi avvolse
e le sue ciglia erano migliaia di aghi di ghiaccio.

*

EL ÚLTIMO

La soledad habita
en el jarrón con flores mustias,
en el silbido de las ventanas,
en el granizo sobre el coche,
en el columpio oxidado,
en la pecera llena de hojas
y de peces muertos.
La soledad habita
en la sombra del patio
donde enterraron a los perros,
y en la caseta de madera
donde morirá el último
que ahora ladra solo.

L’ULTIMO

Vive in solitudine
nel vaso con fiori appassiti,
nel sibilo delle finestre,
nella grandine sulla macchina,
sui tergicristalli arrugginiti,
nella vasca dei pesci piena di foglie
e pesci morti.
Vive la solitudine
all’ombra del patio
dove hanno sepolto i cani,
e nella capanna di legno
dove morirà l’ultimo
che ora abbaia solo.

*

Acqua alle spine

Camminiamo sulla Luna
inciampando sulla Terra.
stupendo!
Il sorriso muore quasi subito
tra i denti. E
ho paura, sono triste.
Ho fame… Cosa ti andrebbe?
Niente.
Subito dopo,
stanotte non dormo qui.
Non lontane dal cuore
vivono parole chiare.
Indubbio il senso
che tutto avvizzisce
l’indefinita urgenza di felicità.

e diamo acqua alle spine

Ascolta & Leggi: Ivano Fossati Discanto, Francesco Sassetto Inediti

L’uomo ha camminato sulla Luna, inciampa sulla Terra. I poeti inutilmente indicano buche, le colmano, altrettanto inutilmente. Perché il destino di un poeta vero è quello di ritrovarsi solo, nudo, inascoltato. Francesco Sassetto, ecco lui sì, è un poeta; per il dono della sintesi nell’esperienza e il filtrarla in una sua personalissima, costruttiva, malinconia. Forse per questo siamo così affini. Le nuove poesie, qui sotto in anteprima, tutte in lingua (non dimentichiamone la straordinaria capacità di versificare in dialetto veneziano) sono lo specchio fedele dell’attuale, brillante momento poetico di questo autore. Anteprima di una nuova raccolta di prossima realizzazione dal titolo “Il Cielo sta Fuori”, l’uscita per i tipi della Samuela Editore, è prevista per il prossimo futuro. In questi inediti c’è tutto il sapore della poesia di Francesco, la sua forte e singolare capacità di saper osservare: una forte affinità, pur nella diversità, con le straordinarie visioni del quotidiano di Emanuel Carnevali o, con maggiore levità, di Raffaello Baldini. Non posso che dire bene di questo bouquet di poesie di Francesco Sassetto, buona lettura.

Mani di rosa

Le ragazze cinesi stanno là, notte e giorno,
chiuse nel semibuio delle camerette,
prigioniere di un congegno di mercato,
obbedienti al gestore, il padre padrone.

Le ragazze accarezzano la pelle del pagante
con movimenti sapienti, con
cortesia sorridono sfiorando gli occhi
del consumatore ad intuirne il consenso,
il grado di appagamento.

Matteo dice che nel regno dei cieli
loro andranno avanti, intanto
annegano le mani nel sudore
e negli umori del cliente.

Il cielo sta fuori, in alto
e non dice niente.
*

Ossario

Nessun silenzio sull’Ossario, nessuna pace
per i trentamila ammazzati sull’Altopiano.

Una fila infinita di nomi sulle lapidi di marmo
lucidato, ossa sparpagliate gettate
in loculi giganti, nella penombra
d’una geometria infernale.

Nell’azzurro i soldati sull’attenti
a presidiare il monumento, tricolori
al vento, cannoni e bombarde
tutt’attorno, cimeli del macello
ancora puntati sulla valle.

Il busto di Benito sovrasta l’immane
cimitero che chiamano Sacrario,
capolavoro del regìme, gli avanzi
accatastati alla rinfusa
del massacro passato a nutrire
quello successivo.

Famiglie in passeggiata, carrozzine e palloncini
colorati, i selfie a immortalare la scampagnata.

Si chiacchiera, si fuma, si levano i maglioni
sudati al sole abbagliante del primo agosto.

Un sole sbagliato.
Un sole fuori posto.
*

Parco Rodari

Luci in fila e tralicci dell’alta tensione
nel mattino deserto del Parco Rodari.

Abbracci di rami gelati e foglie cadute
aggrappate a grovigli di radici.

Ragazzi in bici vanno veloci, altri portano
i cani a pisciare, tre africani infagottati nei
giacconi stanno scaricando da un camion
tubi, assi e mattoni.

La bocciofila è chiusa da tempo, i vecchi
che sapevano il colpo se ne sono andati
o stanno chiusi nelle case
con le badanti moldave.

È stato un comunista Gianni Rodari, il mondo
che sognava è rimasto

un sogno

chiuso nel pugno
dei suoi libri di fiabe.
*

Capirsi

sarebbe come capire quest’acqua di laguna
che ora corre rapida al maestrale ora lenta
scivola nell’afa, acqua che sa di fiume e
di sale, risale le barene, il suo mistero
di riflussi, la sua quiete apparente.

Stare così, alla riva, ad osservare il moto
dell’onda che si allarga a tondo nell’aria
sospesa squarciata da grida di gabbiani.
Quest’acqua che ti porti nel cuore e nelle

vene, acqua che non sai e conosci bene,
tu ne ignori i vortici che alzano la melma
dei fondali, polvere grigia viene a galla

poi scompare
in un fremito di scaglie di sole.

È in questo balenare il suo grande amore,
il tuo amore di pescatore immobile
a contemplare la voce di questo mare
senza sosta, quest’acqua senza risposta.

È nei tuoi occhi inquieti il senso del tuo indagare

perché l’amore
vive nella tua sete di conoscenza, nella
tua ignoranza
nel divenire
che non sai e non puoi capire.
*

L’ultimo tuo regalo

andando via, è stata una lampadina
al fosforo per la notte.
L’accendo
ogni sera, bianca, immobile, da corsia
d’ospedale. Diecimila ore e il corridoio
dalla camera al bagno da fare
senza timore.

Quando passo in quel gelido chiarore
s’illumina ancor più il vuoto, ansima
una vertigine.

Spengo l’interruttore.

Meglio il buio, meglio camminare a tentoni
urtando gli spigoli dei muri

meglio andare alla cieca
come si va nella vita.
*

Andare via

Andremo via anche noi, un giorno o l’altro,
come sono già andati in tanti, mio padre
sparito a quarant’anni, un crollo al cuore,
e mia madre, molto tempo dopo, per lento
scivolamento, Asako volata in un istante
e Maria precipitata giù per un burrone.

Dovrà arrivare anche per noi il giorno
che si dovrà finire, chiudere un portone.

Non sarà quello il momento di contare
l’avuto e il dato, quello che abbiamo
rubato e regalato, ci sarà forse ancora
da camminare per qualche altro deserto
sconosciuto o sarà finalmente
un modo migliore di viaggiare.

Terminate le corse affannate, le parole
dette tanto per parlare, i goffi
voli presuntuosi

il nostro insensato continuare.

Si spegnerà ogni voce, qualcuno avrà
il tempo per un’orazione, un saluto,
occhi svuotati.

Andremo soli come soli
siamo sempre andati.
*

Che nulla ritorni

e tutto si ripeta lo sapevi bene,
era scritto sul biglietto che ti hanno
dato all’ingresso del girone, neanche
poi tanto male per noi
anime poco prave.

Noi mediocri, bravi a scansare gli artigli
e le nerbate, a ballare la tresca collettiva
dell’autoassoluzione da peccati perlopiù
veniali, portatori sani di modesti mali

noi ci mettiamo in riga, obbedienti
ai segnali imbocchiamo direzioni
sempre uguali, noi ci sposiamo,
produciamo prole, lavoriamo,
abbiamo viaggi a buon mercato,
gonfiamo i cellulari con sequenze
di paesaggi e volti traballanti,
l’audio gracchia un poco, fotogrammi
inutili e banali come le nostre esistenze
oscillanti e per niente a fuoco.

I più sciocchi riempiono le carte
di queste ed altre cose senza scopo.

Anche fare versi è forse solo un gioco.
*

Francesco Sassetto risiede a Venezia, dove è nato nel 1961. Si è laureato in Lettere nel 1987 presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia con una tesi sul commento trecentesco di Francesco da Buti alla Commedia dantesca, pubblicata nel 1993 dall’editore Il Cardo di Venezia con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante.
Ha collaborato in qualità di cultore della materia alla cattedra di Filologia Dantesca ed ha conseguito nel 1998 il titolo di dottore di ricerca in “Filologia e Tecniche dell’Interpretazione”. Insegna Lettere presso il C.t.p. (Centro territoriale per l’educazione in età adulta) di Mestre.
Scrive componimenti in lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto premi e segnalazioni.
Ha partecipato a presentazioni, incontri e pubbliche letture di testi poetici, anche in ambito scolastico. Suoi testi sono presenti in antologie e riviste ed ha pubblicato le raccolte di poesia: Da solo e in silenzio (Milano, Montedit, 2004) con prefazione di Bruno Rosada, Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice, 2010) con prefazione di Stefano Valentini, Background (Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012) con prefazione di Fabio Franzin, Stranieri (Padova, Valentina Editrice, 2017), con prefazione di Stefano Valentini, Xe sta trovarse (in dialetto veneziano) (Samuele Editore, Fanna, 2017), con prefazione di Alessandro Canzian.
Una silloge di poesie in veneziano, intitolata Semo fati de sogni sbregài è stata ospitata nel volume antologico Poeti in lingua e in dialetto. La Poesia Onesta 2007, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale La Guglia, Agugliano 2007.
Una raccolta di testi in veneziano, intitolata Peoci, è stata edita nel volume antologico Poeti e narratori in italiano e in dialetto. La Poesia Onesta 2012, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale Versante, 2012.
Una silloge di poesie in lingua e in dialetto veneziano, intitolata Di ordinari galleggiamenti è stata pubblicata, con una introduzione critica di G. Lucini, nel volume antologico Retrobottega 2, a cura di G. Lucini, Edizioni CFR, 2012.
Suoi testi compaiono nelle antologie tematiche La giusta collera, Edizioni CFR, 2011, Ai propilei del cuore. Poeti contro la xenofobia, Edizioni CFR, 2012, Il ricatto del pane, Edizioni CFR, 2013, Keffiyeh. Intelligenze per la Pace, Edizioni CFR, 2014, tutte a cura di Gianmario Lucini.
Sue liriche sono state ospitate nell’antologia 100 Thousand Poets For Change, Roma, Albeggi, 2013; nell’antologia Sotto il cielo di Lampedusa. Annegati da respingimento, Milano, Rayuela, 2014; nell’antologia In classe, con i poeti, a cura di M. Casagrande, Puntoacapo editrice 2014; nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, a cura di M. Cohen, V. Cuccaroni e altri, Camerano, Gwynplaine edizioni, 2014.
Suoi testi sono presenti nelle riviste online Versante Ripido e Sagarana, in blog e siti web.

in nome di Narciso

Spesso è darsi fradicio
in nome di Narciso
sconfinato e nascosto:
Napoleone imbattuto a Lipsia
avrebbe riamato Giuseppina.
Il tempo, per sua stessa natura,
non ha nome, per sua ammissione
chiede anni:
non so per quale modo tempo
dovrei spremermi,
e spremermi,
e spremermi,
e spremermi ancora
limone miracoloso in tutto
per quanto inutile.
Portato il mondo sulle spalle
per quattordici stazioni almeno,
voglio la mia quindicesima.
Conquistarla a tentoni
dentro un cinema buio.
In Giappone cambierà era,
nel mondo tornerà crisi,
e altri lavoratori inutili,
buoni solo a morire:
i figli, teneri cuori di carciofo,
da vendere schiavi.
Domani mattina sarà pioggia,
tutti la vogliono per piacersi.
Metti gli stivali,
siano lievi i tuoi passi
che mi consumano i sensi
nella verità della sera.