Gioielli Rubati 37: Paolo Beretta – Loredana Semantica – Erospea – Giovanni Baldaccini – Matt Taggart – Marco G. Maggi – Anna Maria Curci.

UN BRAVO SCRITTORE

un bravo scrittore
non è un filosofo
né un curatore.
ha in mano
bisturi da chirurgo
cosmetici da visagista.
gli dicono: falla più bella.
se ci si mette, però
la cosa gli prende la mano.
allora apre, scava
disseziona.
infine richiude, cuce
ricompone ciò che ha fatto a pezzi con cura.
e conclude: non c’è più niente da fare.
un bravo scrittore
va fino in fondo
dopo tanto imbrogliare
cincischiare invano
lui gira le carte
e vede
il disfacimento
l’annullamento
che mette tutti in fila per uno
sopra lo zero.
perché è solo da lì
che si vede
anche il più esile stelo.

di Paolo Beretta, qui:
https://uncielovispodistelle.wordpress.com/2019/04/12/un-bravo-scrittore/

*

In questo giorno santo

In questo giorno santo
della Madonna nera
a cono coperta
da un manto tutto d’oro
invoco la benedizione celeste
sugli amici passati e presenti
falsi virtuali veri promettenti
sul futuro di questi mondi
invasi dall’inumano sui mori
palestinesi e persiani
sulla fratellanza smarrita
acché presto sia ritrovata
ingrottata nella mangiatoia
sotto il fiato d’ asino e bovino
davanti a uno stuolo di pecore
belanti il gloria dei cristiani
sulle carovane seguaci di correnti
curiose fastidiose scodinzolanti
che accorrono agli eventi
con scorci tragici o dementi
sulle nature eremitiche che coltivano
l’autentico sempre più fragili
ignote ignorate ignoranti
vacillanti di tosse isolate e infine
sui miei polmoni fracassati
e il mio torace in forse.

di Loredana Semantica, qui:
https://lunacentrale.wordpress.com/2018/12/10/in-questo-giorno-santo/

*

16/07/2019

Ci si relega in una camera oscura. vederci da fuori
dovrebbero, incastrati nelle mezze di stesse
parole. […] smettere a scrivere,
dovrei, e un modo a ripetere
l’irripetibile. Riproducimi
produsse finora l’enigma dei
buchi neri, ed io sola
camera scura nelle parole.

di Erospea, qui:
https://erospea.wordpress.com/2019/04/17/16-7-2019-2/

*

Nessuno

Il legno doveva essere tenero
altrimenti ci sarebbe voluto
troppo tempo.
Non ne volevo.
Me lo dissero quasi subito
ma lo avevo già capito
in qualche luogo oscuro della mente.
La mente è come un lago
ma non ne trovi il fondo
come il tempo
che non ha modo d’essere se stesso
senza il tuo.
Per questo non rappresenta un’alternativa.
Quando manca è niente
come il niente.
Ci andavo a pesca in quel lago
ma non ho mai camminato sulle acque
e nemmeno sul fondo.
Lì, non cammina nessuno
perché questo è il modo in cui
nessuno può camminare.

di Giovanni Baldaccini, qui:
https://scrivereperimmagini.wordpress.com/2019/04/13/nessuno/

*

Sto guardando le mie foto
Non sono belle
Sono state scattate durante il
matrimonio di mio fratello
Un ciccione si è tolto i vestiti
e si è buttato nel fiume
Era alla festa di nozze
Prima che mi accompagnassero
al negozio di liquori

al negozio
La morte era dietro di me.
Voleva che io guardassi di
nuovo

di Matt Taggart, qui:
https://mtaggartwriter.wordpress.com/2019/04/11/poem-185/

*

CECITA’

La malattia si posava già
sugli auguri scritti da tua madre
gli occhi sconfitti dalla macula:
righe storte, lettere snodate,
a volte aperte, altre schiacciate,
come le movenze del mantice
d’una fisarmonica.

Padre, oggi che anche tu mi guardi
con questa eredità inalienabile, **
adesso che lo stesso disordine
si palesa nei biglietti di Natale
che hai donato ai miei figli

allora l’astio in me scompare
e vorrei esserti guida
offrirti qualcosa di prezioso
un tempo insostituibile
che metta in pausa il dolore
riducendo a una sintesi minima
qualsiasi rancore del passato.

Solo schivando il male
il nostro cuore
vede.

di Marco G. Maggi, qui:
https://mandolinom.wordpress.com/2019/04/07/cecita/

*

Del padre

Mio padre coltivava le tagete
nell’orticello lungo il litorale.
Non la capivo, allora, devozione,
mutevole com’ero e come sono.

Da queste scaturigini negate
riparto, padre, da lotte e silenzi.
Lembo di lutto circonda le spalle.
Compianto, paradosso dello sprone.

Fu quando ritoccasti quella foto
che compresi lo strazio a noi occultato.
Gorgogliava lo squarcio senza fondo
la maculata trasfigurazione.

Sorride quella foto già placata
per il combattimento perso e vinto.
Partivi con la strazio nella carne
e un segreto di trionfo e abbandono.

Che ne sapevi tu, dei Procol Harum,
quando lasciavi andare “Senza luce”
sul piccolo vinile a squarciagola?
Canto da allora e forse tu mi senti.

Non solo i grandi divi, pure gli altri
tutti li conoscevi e disquisivi:
era meglio Glenn Ford o Joseph Cotten?
Li hai poi incontrati ai “cancelli del cielo”?

All’indomani della candelora
c’era la festa del tuo nome, padre.
Con la benedizione della gola
nutrivamo speranza e il suo conforto.

di Anna maria Curci, qui:
https://ws081amcu.wordpress.com/2019/04/01/del-padre/

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