Ascolta & Leggi: Ferlinghetti, i miei primi cent’anni, musica di Watermelon Slim & The Workers

Lawrence Ferlinghetti (New York, 24 marzo 1919) è un poeta americano, conosciuto anche per essere uno dei proprietari della libreria e casa editrice City Lights, che pubblicò i primi lavori letterari della Beat Generation, tra cui Jack Kerouac e Allen Ginsberg. La più famosa raccolta poetica di Lawrence Ferlinghetti è A Coney Island of the Mind, tradotta in nove lingue. Nel 2011 Lawrence Ferlinghetti per il 150º anniversario dell’Unità d’Italia inviò due poesie, fonte d’ispirazione per numerosi artisti nella grande mostra Lawrence Ferlinghetti e i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Qui sotto un link dove troverete in e book alcuni lavori di poeti della beat generation tra cui Ferlinghetti:

Fai clic per accedere a kerouac.pdf

Manifesto populista per i poeti, con amore

Poeti, uscite dai vostri studi,
aprite le vostre finestre, aprite le vostre porte,
siete stati ritirati troppo a lungo
nei vostri mondi chiusi.
Scendete, scendete

Dalle vostre Russian Hills e dalle vostre Telegraph Hills,
Dalle vostre Beacon Hills e dalle vostre Chapel Hills,
dalle vostre Brooklyn Heights e dai Montparnasse,
giù dalle vostre basse colline e dalle montagne,
fuori dalle vostre tende e dai vostri palazzi.
Gli alberi stanno ancora cadendo
E non andremo più nei boschi.
Non è il momento ora di sedersi tra loro
quando l’uomo incendia la propria casa
per arrostire il maiale.
Non si canta più Hare Krishna mentre Roma brucia.
San Francisco sta bruciando
La Mosca di Majakowskij sta bruciando
I combustibili fossili della vita.
La notte & il cavallo si avvicinano
Mangiando luce, calore & forza
E le nuvole hanno i calzoni.
Non è il momento ora di nascondersi per l’artista
Sopra, oltre, dietro le scene,
indifferente, tagliandosi le unghie,
purificandosi fuori dall’esistenza.
Non è il momento ora per i nostri piccoli giochi letterari
Non è il momento ora per le nostre paranoie & ipocondrie,
non è il momento ora per la paura & il disgusto,
è il momento solo per la luce e per l’amore.
Abbiamo visto le migliori menti della nostra generazione
Distrutte dalla noia ai reading di poesia.
La poesia non è una società segreta,
né un tempio.
Le parole & i canti segreti non servono più.
L’ora di emettere l’OM è passata,
viene l’ora di cantare un lamento funebre,
un momento per cantare un lamento funebre & per gioire
sulla fine in arrivo
della civiltà industriale
che è nociva per la terra & per l’Uomo.
Il momento ora di esporsi
nella completa posizione del loto
con gli occhi bene aperti,
il momento ora di aprire le nostre bocche
in un nuovo discorso aperto,
il momento ora di comunicare con tutti gli esseri coscienti,
tutti voi, “Poeti delle Città”
appesi nei musei, includendo me stesso,
tutti voi poeti del poeta che scrive la poesia
sulla poesia
tutti voi poeti di poesia da laboratorio
nel cuore giungla d’America
tutti voi addomesticati Ezra Pound tutti voi poeti pazzi, sballati, malconci,
tutti voi poeti della Poesia Concreta pre-compressa,
tutti voi poeti cunnilingui,
tutti voi poeti da gabinetto a pagamento che vi lamentate con graffiti,
tutti voi ritmatori da metropolitana che non ritornate mai sulle betulle,
tutti voi padroni delle segherie haiku nelle Siberie d’America,
tutti voi non realisti senza occhi,
tutti voi supersurrealisti autonascosti,
tutti voi visionari da camera da letto,
ed agitprop da gabinetto,
tutti voi poeti alla GrouchoMarxista e Compagni di ozio di classe
che restano inattivi tutto il giorno
e che parlano del lavoro di classe del proletariato,
tutti voi anarchici Cattolici della poesia,
tutti voi Neri Montanari della poesia,
tutti voi Bramini di Boston e bucolici di Bolinas,
tutti voi baby.sitters della poesia,
tutti voi fratelli zen della Poesia,
tutti voi amanti suicidi della poesia,
tutti voi capelluti professori della poesia,
tutti voi critici di poesia
che bevete il sangue dei poeti,
tutti voi Poliziotti della Poesia-
Dove sono i figli di Whitman,
dov’è la grande voce che parla ad alta voce
con un senso di dolcezza & sublimità,
dov’è la nuova grande visione,
la grande visione del mondo,
l’alta canzone profetica
dell’immensa terra
e tutto ciò che canta in essa
e il nostro rapporto con essa-
Poeti, scendete
Nelle strade del mondo ancora una volta
E aprite le menti & gli occhi
Con la vecchia delizia visuale,
schiarite la gola e parlate più forte,
la poesia è morta, lunga vita alla poesia
con occhi terribili e forza di bufalo.
Non aspettate la rivoluzione
o succederà senza di voi.
Smettete di mormorare e parlate ad alta voce
con una nuova poesia guidata
con una nuova comune-sensuale “comprensione-pubblica”
con altri livelli soggettivi
con altri livelli sovversivi,
un diapason nell’orecchio interno
per colpire sotto la superficie.
Del vostro dolce Io che ancora cantate
Ancora esprimete “la parola en-masse”-
Poesia il veicolo comune
per il trasporto pubblico
verso luoghi più alti
di altre ruote che possono portarla.
Poesia che ancora cade dai cieli
dentro le nostre strade ancora aperte.
Loro non hanno ancora alzato barricate,
le strade animate ancora con visi,
uomini &donne attraenti camminano ancora qui,
dovunque ancora attraenti creature,
negli occhi di tutti il segreto di tutti
qui ancora sepolto,
i selvaggi figli di Whitman qui ancora dormono,
si svegliano e camminano nell’aria aperta.

*

Tutto cambia e niente cambia

Tutto cambia e niente cambia
Finiscono secoli
e tutto continua
come nulla finisse
Come le nubi ancora s’arrestano a mezzovolo come dirigibili presi tra venti contrari

E la febbre dell’efferata vita di città ancora strozza le strade

Ma ancora io sento cantare
ancora le voci dei poeti
mischiate agli schiamazzi delle troie
nell’antica Mannahatta
o nella Parigi di Baudelaire
echeggiare richiami d’uccelli
lungo i vicoli della storia
ora coi nomi cambiati
E ora siamo nel Novecento
e la Borsa è di nuovo crollata
E mio padre vagabonda qui vicino con il fedora in testa
occhi sui marciapiedi
un’unica lira italiana
e un centesimo che raffigura la testa di un indiano in tasca
Trafficanti di liquori e carri funebri passano al rallentatore
Risuona la campana di ferro di una chiesa
frammista agli allarmi delle macchine nell’anno duemila

Mentre abiti nuovi corrono al lavoro in grattacieli oscillanti
mentre gli strilloni ancora strillano annunciando l’ultima follia

E risate s’alzano
sul mare lontano

*******************

Il fascino sfinito del tempo

Ritratto non ritratto
di un ricordo in sua assenza,
un libro per passare indenne
altre mura.

Ogni condizione d’estorsione
è disonesta, tempo sfinito
senza sfogliare un’agenda.

Esistono case senza futuro.
Al netto del male, l’umano
non sarà mai più lo stesso.
Il melograno sembrò tutto spine,
lunghe come chiodi di Cristo.
La primavera mescolò i colori
col fosco nitido da Due Novembre.

Vorrei non tagliarmi le mani,
indossare una camicia nuova.
Guardala, bellissima la mia camicia,
disegno originale, il segno
sulla mano sinistra arrossa.

Gioielli Rubati 30: Watt (Savyasachi Singh) – Patrizia Schettini Natrella – Matteo Cazzaniga – Giovanni Baldaccini – Tramedipensieri – Marcello Comitini – Maria Marchesi – Emme_Vi.

Cognac di Kerouac

Delitti estatici e la nostra condizione eterna
Rallegraci, rallegraci!
Sai come l’aria fischia “Kathleen”
Più tardi è più grande che mai
Non accendi il fornello della cucina?
E vedi il blu fiammeggiante attraverso il metallo perforato.
Ya, ya, yay
Vanno il Neppytune e il bambino terrestre
Oltre il sistema spaziale
E le strade di Parigi rivendicano il passato
Oltre il punto morto Oh, Oh! Del vicino di estate.
Mi mancherà l’apertura dell’Alaska, mi mancherà per sempre.
Dovrei correre dalla grande vendetta delle droghe
degli uccelli del canyon,
delle loro penne di calcio,
di un uomo,
di una risata,
di un paradiso.
Muore come un milione di gare di montagna.
Nessuno è paragonabile a te, un grande ficcanaso
e non al tuo suono sibilante quando schiacci
la riva.
Ascoltami ascoltati!
Piccolo kip-up-up-Oh, niente silenzio ora.
Sembra tutto decente per i segni spezzati del mio dolore.
Dovrò sfondare la linea del domani.
Ti ricordi cosa prendi in prestito.
Di conseguenza non dovrò seguirti
attraverso la
caverna nebbiosa e vuota che chiami casa.

LO STATICO NON HA RISPONDENTE,
ora che l’acqua mi ha lasciato.
NON ERO NULLA,
Dammi una ricerca o una domanda,
DAMMI QUALCOSA o ANCHE TUTTO
Lascia che le esplosioni nelle mani abbandonate
si plachino o sia LA FINE

di Watt, qui:
Kerouac’s Cognac

*

PRUNUS

Domani, dicono, sarà tempesta.
Ma oggi,
lasciatemi godere
della magia del fiorire.
Lenta. Inevitabile. Invincibile.

Domani,
forse,
il Vento strapperà foglie e petali.

E il pruno si piegherà.
È inevitabile che accada.
Ma,
dopo,
tornerà a fiorire.

Testardo.
Tenace.
Seguendo la sua natura.

ⒸPATRIZIA SCHETTINI-NATRELLA (HALIA), qui:
https://vagheria.wordpress.com/2019/03/11/prunus/

*

INCONTRI – SGUARDI

Un posto a sedere.
Un pendolare che si trasforma in viaggiatore.
Una scoperta magnifica…
Sguardi e sorrisi così spontanei, semplici, quasi infantili e velati…ma così pieni di significato, con una potenza travolgente.
Perdersi in una splendida, enigmatica figura.
Un mondo, anzi un universo da scoprire sotto quelle due lenti.
Due binocoli per l’anima…
Perderdersi ancora, in quegli occhi così pieni di vita e di curiosità.
Un calore improvviso ad ogni incontro fugace tra due realtà cosi vicine, ma al tempo stesso così distanti…
Chi sei?
Come un velo di seta che ti accarezza il volto, un rosso che dona calore, passione.
Secondi che sembrano ore…
E poi un suono bellissimo, le parole passano sullo sfondo, qualsiasi frase assume significato solo perché pronunciata e scandita da una voce che nasconde una grande moltitudine di esperienze e nello stesso momento racconta tutto.
Perdersi ancora in tutta questa meraviglia.
Chi Sei?

di Matteo Cazzaniga, qui:
https://matteocazzaniga.wordpress.com/2019/03/11/incontri-sguardi/

*

Penso piuttosto alla malinconia

E poi siamo fuggiti, come succede ai carcerati
senza scappare mai e nei musei
ci trovi i sorpassati,
quelli che sono scappati prima
e non possono più.
Parigi è morta nel ’43
Berlino due anni dopo
Londra, secondo me, non è neppure nata.
Di Roma non parlo: è da lì che fuggo.
Nei musei i sorpassati ti aspettano
(ti stanno davvero aspettando)
perché la tua fuga è la loro
unica opportunità di farlo ancora.
Fuggono nei pensieri, nei cataloghi,
nei ricordi che ti porti dietro.
Quando ti fermi almeno per dormire
(c’è sempre una stanza dove ci si ferma a dormire)
si accorgono di stare ancora nei musei.
Non ti amano più.
Quanto a me
penso piuttosto alla malinconia
alle stazioni ai treni alla valigia:
un viaggio inesistente.

di Giovanni Baldaccini, qui:
https://scrivereperimmagini.wordpress.com/2019/03/10/penso-piuttosto-alla-malinconia/

*

.ciò che desidero

Tutto ciò che desidero
è stare qui

su questa distesa
di sabbia e posidonia

.pensieri
.piedi scalzi
_che si nascondono_

.onde
cantilenanti
la stessa nota

.vento
rufolo avanza
.confuso

.tutto ciò che desidero
è stare

di tramedipensieri, qui:
https://tramedipensieri.wordpress.com/2019/03/06/cio-che-desidero/

*

Piume

Nuvole fuggono negli occhi vuoti della finestra.
Sopra i rami spogli dell’albero un pettirosso
terge
le piume macchiate di sangue.
Spalanca il becco in un grido e
trema
al più lieve soffio del vento.
Il mio sguardo insegue le nuvole
in quella piccola tela lucida
riquadrata nel telaio del tempo.
L’ombra dei corpi nascosti
tra le lenzuola bianche
della malinconia. Sono ricordi
che fuggono
e la finestra si colma
dell’azzurro del cielo. Un corvo in volo
lo taglia col nero delle sue ali.

di Marcello Comitini, qui:
https://marcellocomitini.wordpress.com/2019/02/11/piume-plumes-feathers/

*

Il prato è stato falciato. Domani
ci faranno giocare a girotondo.
Io mi nascondo nel braccio, nel naso,
nella mia camicetta ricamata. Così la luna
potrà calpestare gli indugi
funesti delle cariatidi. C’è uno stellato
stasera in cui si può nuotare facendo il morto.
La giostra ha il cuore grande dei bambini.

di Maria Marchesi, qui:
http://golfedombre.blogspot.com/2008/10/maria-marchesi.html

*

Stavolta Piano

Piano,
stavolta piano,
perché il gemito
non diventi affanno,
perché la salita
diventi piano,
per tornare ancora da te.

Piano,
stavolta piano,
cercando il tempo
per sfiorarci,
cercando la bocca
per baciarci,
cercando i nostri corpi stesi

Piano,
stavolta piano,
perché l’onda
ci sorprenda,
e di brividi attraversi
i nostri cuori affranti,
in cerca di un riparo.

Piano,
ma ora non più piano,
quando arriva il vento
che travolge i sensi,
valanga dalla cima
che cerca il porto,
per venire assieme a te.

di Emme_Vi, qui:
http://www.domenicapoetica.it/poesia/stavolta-piano/

****************************************************

Primo giorno di una nuova esistenza

Sembra ieri, nessun divisorio,
qualche ragione, poca,
insegue la noia che precede:
imprendibile deretano di topo.
Tutti, allo stesso modo,
lavorano in banca, fanno la guerra,
operano, cantano, si disoccupano,
coprono morte fresca
nel più o meno
che la contraddistingue.
Politici, guardoni, insegnanti,
vogliono attaccar discorso purché sia;
il treno per Castello è carico
di ritardo e portoghesi a salve.
La violenza sulle donne,
sui bambini troppo presi
a impararla, solita follia. Stanca.
Prima di dormire l’assillo,
un dubbio rode ogni certezza.
Morirò domani?

Ascolta & Leggi: Primo giorno di primavera – Dik Dik (1969) / Gino Scartaghiande da Sonetti d’amore per King Kong (1977)

Mi sia perdonato l’azzardo di questa accoppiata, ma non ho saputo resistere, sarà la primavera.

“Coltiva questa frantumazione vetrosa
all’interno di te. Frantuma i milioni
di finestre divisorie, lascia che lo sfaldamento
prenda luogo dove entra l’esistenza.”

Gino Scartaghiande

Primo notiziario da ieri mattina

Quale la tua ora dove
dormi? Hai ricordi di spazi?
Quest’ora questo spazio
ti presagisce come suo signore.
Caro mostro ristretto
al più ampio. Incamminati
insieme verso l’anfora
che gli universi serrano
nel loro fondo blu.
A portare il miele
raccolto tra una stella e l’altra.
Io sarò per te la più
avventurosa prostituta.
In verità già ieri mattina
la mia casa sorrideva
d’universi bambini. Ma quale
la tua ora dove dormi? Hai
ricordi di spazi?

*

Sono fumose identità

Era ancora un’identità fumosa.
La pelle per esempio: scaglie
verdi, lucertole. Il genoma,
questa puttana perseverante
(sui marciapiedi di quale
cellula?)
Mai avrebbe smesso. Ma io
t’amo King Kong. Sconoscenza
altrettanto brutale del
pendolo galileiano.
Vieni con la narice dilatata.
Come un altro verbo in codice
tra il grattacielo e
l’elettrocardiogramma.
Ma io t’amo. Tu m’ami.
Mi baci, mi penetri,
penetro in te. Antimateria
ancora più violenta del corpo.
Come l’angelo coprofago
che rincorre la sintesi.

*

Il conto delle sere

Son contento che stai bene.
In quanto a me, mi rapisce
a tratti alterni. Ieri mattina
mi piacquero molto gli occhi
di un ragazzo. Non ti va più
di parlare, lo so. È strano almeno,
non ti sento. Siamo diventati
più reticenti entrambi.
Non mi urli più nell’animo, né io
alzo la voce contro di te.
Che cosa ancora, quale altra
intromissione dovremo accettare?
L’accetteremo?
Erano belli i nostri discorsi
di una volta. Io ti amo.
O mio Kong, mio re dell’isola
sperduta, mio occhio io ti amo.

*

L’immagine

Dovrai darmi un nome. Tutto ciò
qui fatto non mi interessa, continuerò
ad ucciderti, a scriverti e riscriverti.
L’immagine è l’universo delle nostre fughe,
è l’escrescenza terrestre con viali d’alberi,
uomini, formiche. Io devo cullarti ancora parola
a venire, devo santificare i tuoi cimiteri
e cercarti con più ardore, te menzogna, te
falsità. Io dovrò darti e darmi pace; ti
aspetto da un momento all’altro, non so
nemmeno se mi allontano o mi avvicino;
perché farmi paura perché non farmene.

*

I due tempi della poesia

Vedi le rose fiorire.
Rubale. Sali sui muri
e rubale.
Verso i nove anni
in un boschetto di
gelsomini masturbavi
ragazzi. Immagini
del sesso. Cronistoria
di un sarcofago
trasportato da Parigi
a Catania. Vincenzino
si masturba nella
tomba e tu cogli
rose, rosa casta diva
come la spina e il
petalo benvenuta sia
la materia dialettica.

*

Perché l’ultimo?

Che cosa rotta. Spezzata la creta.
Ne avremo cura un’altra volta,
badate a che il primo violino
non ci sfugga. Un soffio tra
la guancia e l’occipitale.
Tutti gli universi non possono
bastare. Questo è assiomatico.
Ricreare è la nostra condanna.
Ed è l’ultimo dei sonetti d’amore.

**********************************

per saperne di più:

https://it.wikipedia.org/wiki/Dik_Dik

Gino Scartaghiande è nato nel 1951 a Cava dei Tirreni (Salerno) ed ha studiato presso “La Sapienza” di Roma. Ha pubblicato due libri di poesia, Sonetti d’amore per King Kong (Cooperativa Scrittori, Roma 1977) e Bambù (questioni di provincia) (Rotundo, Roma 1988) Per i commenti critici si veda E. Pagliarani – “Periodo ipotetico” n° 10/11 – G. Sica “Avanti!” – 13/02/77 – A. Giuliani – “La Repubblica” – 23/04/77 – F. Cordelli – “Il poeta postumo” (Lerici, Roma 1978) A. Zanzotto, “Corriere della sera” 07/06/96 – S. Caltabellotta, dall’antologia “Ci sono fiori che fioriscono al buio” – Frassinelli 1977.

in Grappa

Due anni fa scalai il Monte Grappa
nell’ipotesi non fosse stato possibile
risalirlo attorno ai costoni tormentati
di ricordi vecchi cent’anni almeno.

Mi incantarono le malghe, il morlacco,
il bastardo, gli abitanti del posto
travestiti da militi austro ungheresi.
Prima gli italiani, ma non ci sono più.

Una pioggia piacevole e incombente
ricordava ogni tanto di bagnare
boschi e prati, dove un sole in ombra
riusciva a far pace con l’oscurità.

In tanto silenzio ricordo poche parole.
Le trincee vuote, come zebre,
non riuscivano a dormire sole.

Ascolta & Leggi: John Giorno, poesie e video

John Giorno (New York, 4 dicembre 1936) è un poeta statunitense tra i più noti dell’area sperimentale. Ha prestato faccia ed espressività a questo video, che è stato il canto d’addio dei REM.

La morte di William Burroughs

William è morto sabato 2 agosto, 1997 alle 6:30 di sera, per le complicazioni di un massiccio attacco cardiaco, subito il giorno prima. Aveva 83 anni. Ero con William Burroughs quando è morto ed è stato uno dei momenti migliori che io abbia mai avuto con lui.
Con le pratiche di meditazione Tibetana del Buddhismo Nyingma, assorbii nel mio cuore la sua consapevolezza. Sembrava una brillante luce bianca, accecante ma attutita, vuota. La sua consapevolezza mi stava attraversando. Una gentile stella filante mi entrò nel cuore e su per il canale centrale, e fuori dalla testa in un puro campo di grande chiarezza e beatitudine. Fu assai forte – William Burroughs riposava in grande serenità, e nel vasto spazio vuoto della primordiale saggezza della mente.
Ero nella casa di William, stavo facendo le mie pratiche di meditazione per lui, cercando di mantenere buone condizioni e di dissolvere ogni ostacolo che potesse nascere in quel momento nel Bardo. Ero sicuro che William aveva acquisito un alto grado di realizzazione, ma non era un essere completamente illuminato. Indolente, alcolizzato, tossico William. Non permisi, neanche per un’ istante, che il dubbio potesse insinuarsi nella mia mente, poiché ciò avrebbe permesso al dubbio di crescere nella coscienza di William. Dovevo precedere senza paura con assoluta fiducia. Ora dovevo farlo per lui.

Cosa Andò Nella Bara di William Burroughs Con Il Suo Corpo Mortale

Verso le dieci del mattino di martedì, 6 agosto, 1997 James Grauerholz e Ira Silverberg vennero a casa di William per prendere gli abiti che il direttore dei servizi funebri avrebbe messo sul cadavere di William. Gli abiti erano in un armadio nella mia stanza. Scegliemmo anche le cose che sarebbero andate nella bara e nella tomba di William, per accompagnarlo nel suo viaggio nell’oltretomba.
La sua pistola più amata, una 38 special a canna corta, carica con cinque colpi. Lui la chiamava “The Snubby”. La pistola fu una mia idea. “Questo è molto importante!” William diceva sempre che non si è mai armati abbastanza in ogni situazione. Delle sue oltre 80 pistole di livello internazionale, questa era la favorita. Spesso la portava alla cintura durante il giorno, e quando dormiva l’aveva tenuta accanto, alla sua destra, carica, sotto il lenzuolo, ogni notte per 15 anni.
Cappello di feltro grigio. Portava sempre il cappello quando usciva. Volevamo che la sua consapevolezza si sentisse perfettamente a suo agio, da morta.
Il suo bastone preferito, un “bastone animato” con una lama dentro, in noce bianco con una leggera finitura di palissandro.
Giacca sportiva, nera con una sfumatura verde scuro. Cercammo in tutto l’armadio, il migliore dei suoi abiti malandati, che odorava dolcemente di lui.
Blu jeans, i meno usati erano gli unici puliti.
Una bandana rossa. Ne portava sempre una nella tasca posteriore.
Mutande a boxer e calzini.
Scarpe nere. Quelle che portava durante le performances. Avevo pensato a quelle marroni vecchie, che portava sempre, perché erano comode. James Grauerholz insistette, “Un vecchio detto della CIA dice che ricevere una nuova assegnazione significa ricevere scarpe nuove”.
Camicia bianca. L’avevamo comprata in un negozio di abiti maschili a Beverly Hills nel 1981 per il Red Night Tour. Era la sua camicia migliore, tutte le altre erano un po’ sdrucite, e sebbene si fosse ristretta, lui aveva perduto molto peso, e pensammo che gli sarebbe andata bene.
Cravatta, blu, dipinta a mano da William.
Panciotto marocchino, velluto verde con un orlo di broccato oro, datogli da Brion Gysin, venticinque anni prima.
All’occhiello della giacca, la rosetta di Commandeur Des Arts et Lettres del Governo Francese, e la rosetta dell’American Academy of Arts and Letters , onorificienze che William aveva molto apprezzato.
Una moneta d’oro nella tasca dei pantaloni. Una moneta d’oro da cinque dollari con la testa di indiano del 19° secolo, per simboleggiare la ricchezza. William avrebbe avuto abbastanza denaro per comprarsi la sua entrata nell’oltretomba.
I suoi occhiali nel taschino esterno della giacca.
Una penna a sfera, del genere che usava sempre. “Era uno scrittore”, e a volte scriveva a mano.
Uno spino di erba buonissima.
Eroina. Prima del servizio funebre Grant Hart fece scivolare un pacchetto di carta bianca nella tasca di William. “Nessuno l’arresterà”, disse Grant. William, ingioiellato con tutti i suoi ornamenti, viaggiava nell’oltretomba.
Lo baciai. Un vecchio disco di noi due insieme, 1975 si chiamava Mordere Via La Lingua Di Un Cadavere. Lo baciai sulle labbra, ma non lo feci. E avrei dovuto.

Traduzione: Raffaella Marzano

*

C’era un albero cattivo

C’era un albero cattivo, un albero cattivo, che la gente odiava.
Le foglie avevano un odore disgustoso,
e i fiori avevano un aspro fetore.
Se ti ci avvicinavi troppo, vomitavi.
I frutti erano veleno, un solo morso ed eri morto.
Tutti davvero lo detestavano. L’albero cattivo puzzava.
Continuavano a parlarne,
e decisero di abbatterlo. Liberiamocene.
Lo tagliarono con asce, e a malapena lo intaccarono;
indossando maschere antigas, picchiarono e picchiarono,
lo mordicchiarono e scheggiarono.
Una polvere oleosa dalle scintillanti foglie verde scuro,
cadde sulla loro pelle, le ricoprì di vesciche e dava un gran prurito,
che li fece grattare a sangue.
Indossarono un dispositivo protettivo con ossigeno,
e si avvicinarono con seghe elettriche e equipaggiamento pesante.
Lavorando con turni 24 ore su 24, alla fine lo tagliarono.
Tutti erano molto felici, e celebrarono la grande vittoria.
Una nobile impresa, ben fatto; e se ne andarono a letto esausti.
Il giorno seguente, l’albero cattivo era ricresciuto,
era rispuntato di nuovo e più grande, e più bello e orribile.
Erano molto scoraggiati. Ne parlarono a lungo,
e lo tagliarono di nuovo, e versarono benzina sulle radici,
e bruciarono tutte le foglie e i rami in un grande fuoco.
Dopo che le braci incandescenti si raffreddarono,
l’albero ricrebbe, più grande, più cattivo e davvero sontuoso.
Altra gente era rimasta a guardare dalle proprie case,
aspettando il loro turno. Pensavano di essere più in gamba,
con maggiori capacità intellettuali,
loro sapevano come liberarsi dell’albero.
Era una pianta che cresceva, un albero di legno che cresceva nel terreno.
Lo incenerirono, bruciarono le radici con prodotti chimici,
acidi evaporanti e laser robot;
presero a cannonate il terreno, bombardarono dall’alto,
colpirono con i loro missili intelligenti e bombardarono con radiazioni.
Fecero una tempesta di fuoco;
e ricoprirono il terreno con cemento e acciaio.
L’albero ricrebbe, più fresco, più elegante,
persino grazioso; e davvero terribile.
Il legno era più duro, più scuro, più brillante, forte muscolo rovente;
e le foglie, piene e lussureggianti, si muovevano come piante subacquee lussuriose nella brezza.
Tutti erano molto depressi, estremamente scoraggiati.
Era una catastrofe.
Avevano creato un mondo infernale.
Ne parlarono incessantemente, e giunsero a una decisione.
Il indaco diede le dimissioni in disgrazia,
quelli che avevano lavorato così duramente, se ne andarono, umiliati,
partirono, rimasero via, si trasferirono dall’altro lato della città.
Poi, dal blu, comparvero quelle belle persone,
erano semplici e umili, un po’ come pavoni,
e apparentemente ben intenzionati, con un grande senso dell’umorismo.
Radiosamente rilassati, trasudavano gentilezza amorevole e compassione,
si avvicinarono e cominciarono a mangiare le foglie.
Mangiarono le foglie e gli piacevano, divennero felici,
e risero e risero; e continuarono a masticare rumorosamente foglie.
Era evidente che gli piaceva davvero il loro gusto.
Si premevano i fiori sulle guance,
velluto nero spalmato di olio di trasmissione.
Leccavano i dolci succhi che colavano dai petali.
Il polline era polvere di carbone e gas di petrolio.
Sprofondando il naso, inspiravano profondi respiri,
mangiando il profumo, grande beatitudine.
Scoprirono il frutto nascosto sotto le foglie,
mango più che maturi con una buccia melanzana appicicatticcia, pendevano come testicoli;
e all’interno dei frutti c’era carne putrescente, come fegato.
Quella gente speciale avvicinava la faccia in quella melma puzzolente,
e ce la ficcava;
inalando con labbra, e denti e lingue.
Leccavano e bevevano il denso succo rosso.
I semi, come rubini carbouchon,
sembravano particolarmente potenti, e venivano masticati con grande delizia.
I frutti contenevano le cinque saggezze.
Gli uomini e le donne diventarono luminosi,
la loro pelle era dorata e i loro corpi, quasi trasparenti,
erano rivestiti di scintillanti luci arcobaleno.
Cominciarono ad avere sonno, a sbadigliare e si raggomitolarono sotto l’albero,
e fecero un sonnellino. Mentre dormivano, la musica riempì l’aria.
Abbandonati contro il tronco dell’albero nodoso e le radici sporgenti,
i loro enormi corpi colorati di rosso, giallo, blu, verde, bianco,
riposavano in grande serenità, ed irradiavano grande compassione.
Nell’albero c’erano le case segrete di molti semi-dei,
fantasmi affamati e spiriti della terra, che furono molto contenti
di tutte le attenzioni positive che gli venivano tributate.
Dopo anni di maltrattamenti, mutilazioni e distruzione,
si divertivano; anche se venivano devastati
e i loro fiori distrutti.
All’estremità delle radici, c’erano gioielli,
diamanti e smeraldi e rubini,
che erano stelle nel cielo del mondo sottostante.
Gli splendidi uomini e donne si svegliarono,
e ricominciarono a sgranocchiare le foglie.
Mangiarono le foglie, come cervi, facendo piccole pause fra i morsi,
guardando al vasto cielo vuoto.
Le foglie e i frutti aumentarono il loro chiarore e beatitudine,
e introdussero la natura della mente saggia primordialmente pura.

2001

Traduzione: Raffaella Marzano

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Biciclette a mano

Camminando appaiate
due ex bambine si confidano il futuro,
ancora non è chiaro, passerà.
Intanto il custode del convento,
sant’uomo, perde la pazienza
cercando la chiave che non trova.
Il traffico sibila ogni giorno,
ogni notte, tutti hanno fretta
di correre altrove.
La sorte relegata in un cantuccio.
Il tizio prende a calci
una birra mezza piena
in piedi sul ciglio del marciapiede,
un randagio di passaggio
si scuce camminando sopra i cocci.
Qualcuno chiede: quanto mi vuoi bene?
Eterno universo, l’altro risponde,
causando un tamponamento a catena;
lavori in corso, il cartello impone
biciclette a mano. Qualcuno equivoca,
i più fingono di non sapere.

ascolti amArgine: The Trial – Pink Floyd (1979)

E’ uno dei brani meno noti e programmati di un album notissimo (The wall). È conosciuto in particolare per l’esecuzione vocale di Roger Waters, unito al particolare stile musicale, che lo rendono più simile a un’un’opera teatrale che ad una canzone rock, dato che è in gran parte musicato da un’orchestra, e solo verso la fine entra la chitarra di David Gilmour. Canzone particolarmente interessante per il fatto di essere stata scritta nello stile teatrale di Bertolt Brecht e Kurt Weill, e perché va oltre i canoni della forma “canzone”, una sorta di Bohemian Rhapsody solo molto migliore e molto meno celebrata.

Il Processo

[PM:] Buon giorno, vostro onore il Verme
La corona mostrerà chiaramente
Che il prigioniero al vostro cospetto
E’ stato colto in flagrante
nel mostrare sentimenti
nel mostrare sentimenti
di natura quasi umana
e questo non va bene

[Giudice:] Chiamate il maestro!

[Insegnante:] Ho sempre detto
che alla fine non avrebbe concluso
niente di buono vostro onore
Se mi avessero lasciato fare a modo mio
avrei potuto rimetterlo a posto
Ma avevo le mani legate
I cuori sanguinanti e gli artisti
gliel’hanno fatta passare liscia
Lasciate che lo martelli

[Pink:] Pazzo, giocattoli in soffitta, sono pazzo
sono davvero partito
Devono avermi rubato le biglie

[Coro:] Pazzo, giocattoli in soffitta lui è pazzo

[Moglie:] Tu piccolo stronzo, adesso sei fregato
Spero che gettino via la chiave
Avresti dovuto parlarmi più spesso
ma tu no! Dovevi fare a modo tuo
Hai rovinato qualche famiglia ultimamente?
Solo cinque minuti, Verme vostro onore,
Da soli, lui ed io

[Mamma:] Bambino!
Vieni dalla mamma, bambino mio,
lascia che ti stringa fra le braccia
Vostro Onore, non ho mai voluto
Che finisse nei guai
Perchè mai mi ha lasciato?
Verme vostro onore,
lasciate che lo riporti a casa!

[Pink:] Pazzo, sopra l’arcobaleno
sono pazzo
Sbarre alla finestra
Ci deve essere stata
una porta nel muro
Quando sono entrato

[Coro:] Pazzo, sopra l’arcobaleno lui è pazzo

[Giudice:] Per questa corte le prove sono inequivocabili
non ritengo necessario che la giuria si ritiri
In tutta la mia carriera da giudice
Non ho mai visto nessuno
più meritevole della massima pena prevista dalla legge
Il modo in cui hai fatto soffrire
La tua dolcissima moglie e tua madre
Mi fa venire voglia di defecare
Ma per il fatto
che tu abbia svelato
la tua paura più profonda
amico mio, ordino che ti espongano
al cospetto dei tuoi pari

Abbattete il muro!

TESTO ORIGINALE

[PM] Good morning, Worm your honor.
The crown will plainly show
The prisoner who now stands before you
Was caught red-handed
showing feelings
Showing feelings
of an almost human nature.
This will not do.

[Judge] Call the schoolmaster!

[Schoolmaster] I always said
he’d come to no good
In the end your honor.
If they’d let me have my way I could have
Flayed him into shape.
But my hands were tied,
The bleeding hearts and artists
Let him get away with murder.
Let me hammer him today.

[Pink] Crazy…toys in the attic I am crazy,
Truly gone fishing.
They must have taken my marbles away.

[Chorus] Crazy, toys in the attic. He is crazy.

[Wife] You little shit you’re in it now,
I hope they throw away the key.
You should have talked to me more often
Than you did, but no!
You had to go your own way.
Have you broken any homes up lately?
Just five minutes, Worm your honor,
Him and Me, alone.

[Mother] Baaaabe!
Come to mother baby,
let me hold you in my arms.
M’Lord I never wanted him
to get in any trouble.
Why’d he ever have to leave me?
Worm, your honor,
let me take him home.

[Pink] Crazy, over the rainbow,
I am crazy,
Bars in the window.
There must have been a door
there in the wall
When I came in.

[Chorus] Crazy, over the rainbow, he is crazy.

[Judge] The evidence before the court
is incontrovertible
There’s no need for the jury to retire.
In all my years of judging
I have never heard before
Of someone more deserving
of the full penalty of law.
The way you made them suffer,
Your exquisite wife and mother,
Fills me with the urge to defecate!
Since, my friend,
you have revealed your deepest fear
I sentence you to be exposed
before your peers.

Tear down the wall!
Tear down the wall!

Monto su

Madonna Santa,
ho appena scelto
casa nuova per mamma.
Mentre aspetto il treno
ne passa un altro,
sparato, che a momenti
mi si rovescia la bici.

Un merci stipato di auto nuove,
furgoni tutti bianchi.
Mi chiedo chi
comprerà tanta roba,
quanti sacrifici, cambiali,
discussioni da morirci la sera
anziché cenare.

Bestemmie da quantificare,
donne da lavorare sui sedili dietro.
Qualcuno, magari,
vorrà cambiar colore.

Arriva il mio treno.
Una giovane canta muta
con gli auricolari
conficcati in testa.

Avrei voglia di cioccolata,
di dormire, non di squadrare
tutte quelle facce indebitate.
Va bene dai, facciamo giornata!
Monto su altri pensieri.