Ascolta & Leggi: Vent’anni, musica di Marracash, inediti di Valerio Succi

Questo ventenne trae scrittura, rappa, alla stessa maniera con cui noi ne abbiamo tratta dai vari Claudio Lolli e Francesco De Gregori. Niente di male, va bene così, quel che importa è dare alla poesia continuità, contiguità, seguito, verità. Innamorarsi, vivere, dare voce agli occhi. Valerio ci prova e lo fa con le armi di cui dispone un ragazzo in formazione, costretto a vivere in un paese per vecchi e di vecchi. Auguro a lui e a quelli dell’attuale generazione di ventenni, di riuscire a trovare e superare il punto che noi, per paura e per comodo, siamo soltanto riusciti a raggiungere per poi ritrarci.

Croce chi, innamorato di professione, vive ogni amore.
Alla romana? No, pagherò tutto io… come l’altre volte.

La realtà è questa. Non quella dei giorni
dell’amore sconosciuto, coi testimoni all’oscuro
che il cuore odia il digiuno. L’urlo devasta l’intera stanza
alza alta l’asta | Alt! fin qui è abbastanza!

I versi resi lievi, mentre questa forza non si smorza.
Se n’amo quindi più nessuno, che vada allora a
il posacenere il suo dovere: alla forca le scritte degenere!
La pagina incomincia a infiammare; non cerca però d’evacuare,
un fumo che fu fumo, l’inchiostro immerso nel colostro.
Il nome dunque sbiadisce, lenta cenere perché lento accende
Ti voglio bene, ti voglio…
fino a quando la fatica non sarà estinta… Mi scalda
questo dio della solitudine

e mi parla
Il globo godrà di gioia un giorno, ma,
siccome il fusto tuo busto al Pantaleone è svelto, tu sei stato scelto; così
ho concesso ostello alla tua genetliaca scomunica.

Stasera sono bruciato.
Mi sono ucciso
finalmente
domani sarò nuovo nato.

*

Per le vie batterie. Scuderie. Sta per scadere il tempo…
Serena pensa parli come un vecchio dato l’abuso
d’imperfetto – amavo… avevo un amico… sentivi il pericolo?
se avessi venerato il monte invece del cemento… –
e del periodo ipotetico il terzo, detto del non detto.

Così è. A ogni legge capìta si accorcia la matita.
Più buia la mattina se la verità diventa bugia.
Inganno incappo inciampo.

E così sia. Non abita San Martino, là
si giunge alla fine del giro. Il cuore che trascino non dimora:
l’ospedale ospita fissi fossili che non pretendono di respirare;
perché non abbiamo avuto l’esigenza di muovere la mano?

A chi chiudo gli occhi dedico oggi un epitaffio. Lascio quindi,
comatorio spesso obitorio, che questo potere ci renda immortali.

*

Oggi mi hanno interrogato.

Era giorno era nevicato. In centro nulla era rimasto
ma a Pilastro il suolo era d’alabastro, sommerso
sovrastato da una coltre di nebbia, tipica dell’inverno caldo dei morti.
Così quel sangue amaro romagnolo nel rosignolo – che giù fu fra il rovo
nunc a lutto per il dolo – Cantate queste nottate!

I morti che credo morti sono vivi. In realtà
abitano la mia testa, domandando continuamente compagnia, la mia
di chi sia. Questa volontà è già assenza, una conseguenza
la cui sentenza è già presenza. – Ci hai sotterrati? – La prego, esca!

Cercano di farmi raccontare la nostra storia, ancora
per infilarsi nei miei pensieri. Sempre vie traverse se lo scopo è solo essere di nuovo.
Così però si preservano giusto i nomi, le nostre azioni. È felicità? mia? vostra?
Dove sistemano le nostre sensazioni? Io che vorrei avervi ancora attorno: ritorniamo
viventi insieme! I volti stanno sbiadendo: foto mosse lacrime percosse.

Perchè ci chiami morti? Noi siamo vivi ma in altri lidi.
Questo profumo mi ricorda te! Quella frase! Mi sei in mente! Non temporaneamente…
Da domani dunque nuova dieta, e mai più verso quella meta
perché devo salutarvi, congedarvi prima che mi trasciniate giù con voi
nel sottobosco subsconscio… Esco dal coma.

Diciannove in punto. Cielo nero. Il 20 libero
Brindiamo quindi alla partenza!
mi sta portando da voi.

*

Alle Scuderie la fila addormenta lenta.
Lucrezia, mentre un incontro in sala era in data,
spiegava, ma io non capivo, latino; un morto
può occidere un vivo?

Non
Sole alto, febbraio caldo asfalto
sai
alla fermata di Irnerio, sulla banchina
cosa
stesa, una ragazza senza vita c’era.

*
T>perdi.

Quando scrivo uccido: voi dal viso reciso,
i mastri madri, la Grande Mela, chi punta agli astri
– Ne sei capace? Seguendo quali passi? –
e, con in mano la biro, infine spiro parte di me – quanto sopravvivrò? –
totalmente te… Dopo domanda dove dormono i dolci dogmi,
e ora attendi l’abbraccio di chi ama i senza volto,
e riflessa e diversa si schiarerà chiarezza.

Ciò però non ho, se
l’importante è uccider sé per rimaner
felici.

*

Valerio Succi è nato nel 1998 a Lugo, Ravenna. Ha vissuto a Bagnacavallo, fino a quando ha iniziato a frequentare la facoltà di lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, città dove attualmente vive.
E’ presente in due diverse antologie: «Novecento non più – verso il Realismo terminale», La Vita felice, 2016 e «Nessun dannato orologio», SensoInverso Edizioni, 2015. Suoi inediti sono stati inoltre pubblicati sulle riviste online «Atelier», di cui uno tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti, e «LimesLettere». La sua opera d’esordio in versi si intitola «Primo», Terra D’ulivi edizioni, 2018.

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