I miei padri: Dario Bellezza. (con musica dei CSI)

INIZIO QUI UNA RUBRICA DEDICATA A TUTTI QUEI POETI/PAROLIERI CHE MI HANNO FORMATO.

Oggi fare il poeta in Italia significa essere pazzi, ma non nel senso vero della parola, positivo: i poeti sono tutti pazzi, no, ma nel senso che significa scrivere nel deserto, in un paese che ha dimenticato la poesia, che non studia né manda a memoria più i suoi poeti classici nella scuola, che affama i poeti viventi, come ha affamato quelli del passato che pur vengono tenuti in gran conto. Basti pensare al Foscolo finito senza soldi in Inghilterra, o Leopardi che dovette subire le angherie per sette anni di un mediocre come Ranieri. Per cui vivere la poesia significa suicidarsi, non partecipare ai riti del gregge, e per sopravvivere fare un qualsiasi mestiere, perfino scrivere romanzi, o fare il cinema come fece Pasolini.
Diciamolo, anche se sembrerà poco poetico: scrivere poesie non dà pane, ma non per questo bisogna rassegnarsi e non seguire la propria vocazione, anche se il poeta non ha l’udienza che suscita in URSS, la poesia se non altro salva dal far la fine di un Arbasino, poligrafo che deve per scrivere articoli farsi tanti viaggi inutili a Londra o a New York, girando per boschi e stupidi teatrini…
La società letteraria è gerontofila: meglio, se uno vuole continuare a scrivere, non vederla: incontrare la Ginzburg potrebbe rovinarti per sempre lo stomaco; la sua cattiveria è proverbiale, e quando non riesce a distruggerti si attacca al telefono di Garboli per vedere se ci riesce lui. Meglio lasciare stare certi morti viventi: andarsene a passeggio al sole, cercare di convincere un ragazzino che la vita è bella… (Dario Bellezza, stralcio da un’intervista)

Prima un bacio

Diranno che ero un gran depravato:
ma dammi lo stesso prima un bacio
e poi uno schiaffo. Unico sentimento
non furtivo che ancora alberga
nel mio cuore ossidato di cittadino
spento che sogna la campagna
è la pace dei Sensi, la vittoria

Forse unico impegno sublime
è l’ancoraggio ad una stenta
lettura di me stesso, ad una triste
meta di decadenza accidiosa.
Ma un giorno diversamente dall’oggi
fuggimmo per terrestri mondi
desiderando della giovinezza
un profumo allegro e violento
talvolta, fra manifestazioni
e partiti!

Noi fummo la lucente generazione;
le periferie, le borgate furono
il nostro regno, la fortuna ci arrise
come volemmo, fra case contadine
e parrocchie cattoliche solatie.

Siamo qui ora davanti al sonno
che ci prenderà lentamente
per lasciarci in un ultimo gemito
di follia che non vuol dire ancora
ancora di salvezza.

*

Da Morte segreta

Salgo e scendo le scale di una casa non più
castello di forti speranze o robusti amori, ma
che tessendo le fila dei miei disfatti giorni
annunzia inesorabile la voragine della sventura.
Lì, durante la scalata faticosa al vecchio
maniero abitato dai fantasmi sento voci precise
che appartengono all’incubo di notti cadute
addosso alla mia infanzia celeste nutrita
di ardori sconosciuti e angelici languori.

Fantasmi di amori morti, amicizie consumate
dal tempo rapitore di gioventù, inesorabile
abitatore di malate menti sconvolte dal nulla.
Dio non c’è, non c’è speranza per me se rientro
a casa furtivamente, sospetto di morire
per mano di un giovane assassino dietro
un angolo buio. Così appena arrivato, pieno
di sgomento ed eccitato dal mio sangue
non versato, alzo a me stesso la preghiera
solitaria di chi noti’ s’innamora più
del suo assassino innocente e reale.

*

IL PADRE

Isole vidi nel sogno dal mare
uscire inerti e deserte e squallidi
solstizi ed equinozi lavorano
il cielo buio. Dal sonno uscii

ancora ragazzo, beato di tale
sapermi. Qualcuno mi baciava:
un uomo magro, alto, mio

padre perduto amico
delle vecchie età.

Non mi svegliai.
E la speranza seppelliva
quel me stesso che ero stato
e che non sarò mai più. Non

c’era costanza nel bacio
e la mia bocca baciava
una prostrata immagine di morte.

*

da “Sesso”

Niente si offre per l’ultima volta,
perché tutto dopo il sonno ricomincia.

si riforma il seme dei ragazzi. Le
polluzioni sono infinite. Compagni,

ragazzi morituri, orfani matricidi
spegnete la sete che è in me d’amore
deluso in questi versi rattrappiti.

*************************************

Dario Bellezza nasce nel 1944 a Roma, la città che ha fatto da sfondo a tutta la sua esistenza, personale ed artistica. Poco più che ventenne comincia a scrivere sulla rivista Nuovi Argomenti, stringendo legami di stima e di amicizia con autori come Moravia, Pasolini, Elsa Morante e con Sandro Penna. Nel 1970 Moravia scrive la presentazione del suo primo libro Di narrativa (L’innocenza). Pasolini lo lancia come poeta nel 1971 con Invettive e licenze, definendolo “ il miglior poeta della nuova generazione”. Nel 1976 vince il Premio Viareggio con Morte segreta. Le sue tematiche sono spesso intrise della disperazione di una sofferta condizione omosessuale. Negli anni successivi continua a pubblicare opere sia di poesia ( Libro d’amore, Io, Serpenta, Libro di poesia, Testamento di sangue, L’avversario, Proclama sul fascino…) sia di prosa ( Lettere da sodoma, Il carnefice, Angelo, Morte di Pasolini, Nozze col Diavolo…). Malato di AIDS, muore a Roma nel 1996.

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7 pensieri su “I miei padri: Dario Bellezza. (con musica dei CSI)

  1. Non avevo visto il suo nome a fine stralcio, ma non importa, resto del parere che non occorra disquisire sul fare poesia o sulla resa in termini di guadagno. Se ascolti l
    ‘intervista che ho messo sotto, lui stesso dice che la poesia è un prolungamento della vita. La poesia, e questo lo dico io, che sono nessuno, non è un modo di essere o di fare , ma è vita che si esplica attraverso le parole di chi è Poeta, è bellezza, pienezza, ma anche vuoto quel vuoto che rende capaci di assimilare, appunto, bellezza, per renderla intatta a chi ha la fortuna di leggere un Poeta.

  2. di lui mi è rimasto in mente il finale di una sua lirica che non ho mai dimenticato:

    “…il pane muffo e le patate bollite che mangiai
    con uno di voi sonnolento buffone meritano
    la muffa eterna della vigliaccheria o
    la forza della misericordia che s’elimina
    crescendo verso la dolcezza estrema
    del suicidio più lento: vivere.

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