Ascolta & Leggi: Roberto Vecchioni, Il Libraio di Selinunte – Bruno Bartoletti, quattro inediti

Amo la poesia di Bruno Bartoletti perché è il frutto maturo di una sincera ricerca interiore. Commuove, per la tenerezza carsica spesso emergente dal ricordo, su cui spicca la figura del padre, morto di lavoro quando Bruno era ancora un bambino. I suoi sono spaccati di vita malinconici, ma nel contempo pieni d’amore persistente, coraggioso e tenace. E’ la poesia di chi è amato, voluto e ne rende perenne testimonianza e gratitudine. La scrittura fluisce e scorre limpida, piacevole al lettore, e perenne, perché riesce ad andare ben oltre quella di una semplice e onesta vita.

La mia prima automobile

Non ho mai dimenticato la mia prima automobile
una Giulia milletré ti, verde, targa FO 159648,
quando ancora si usavano le targhe, quando
prima di cadere in questo anonimato ognuno
aveva la sua identità, cognome e nome,
quando si sapeva che quella era la mia automobile
e come la guardavo bella, lucente, pulita,
pulita tutti i giorni, la guardavo dalla finestra,
una dolce fresca carezza serale.

Poi venne il tempo della dimenticanza, il tempo
dell’abitudine, il tempo usurato dalle solite cose,
il tempo che non ti ammazza ma non ti serve,
il tempo che consuma ogni resistenza.
Così mi sono ritrovato a non guardare più.
Dalla finestra un vuoto, panorama piatto,
inconcludente, nemmeno l’ombra di una resistenza.

Abitudini, abiti dismessi, io che vestivo sempre
elegante, giacca e cravatta, ora che l’età
avanza, una maglietta, dei jeans, di quelli
da supermercato, io che li avevo sempre odiati.
Si cambia, mi dissero, si accetta quello che viene,
non c’è speranza, ogni giorno sempre.

Così mi annodo anche l’ultimo respiro,
guardo sempre dalla finestra che un giorno,
chissà, come un miracolo, non ricompaia
la mia automobile verde coi miei venticinque anni.

Anche tu ci sei salita, e come ci salivi sulla mia automobile,
gonna stretta così che nel sederti la gonna saliva oltre il ginocchio,
un movimento elastico, con grazia, affondavi la testa,
la mano dolcemente in abbandono sulla portiera
e il profilo che tagliava ogni visione, un profilo
di lontananze, uno sguardo veloce oltre la campagna.
E si correva, ma non tanto veloci, per assaporare
ogni momento, si correva e basta, si parlava,
radio bassa, poi ancora uno sguardo veloce
e una sosta. Il nostro fiume era solo un torrente
pieno di sassi, alla curva il solito piazzale,
qualche ginestra, il profumo negli occhi.

Ma ora… ora è tutto da inventare, una piccola
utilitaria, quanto basta per entrarci, e accanto
nemmeno il tuo profumo, gonna lunga,
un salirvi di fretta, sguardo attento e poi
la solita frase: Metti la cintura prima di partire.

Al risveglio

Fu il 19 aprile del 2005 quel piccolo intervento
al cuore, a tre mesi dalla morte di mio suocero.
Pensai fosse questa una felice coincidenza,
un segnale di salvezza…
ma da quel giorno, ogni notte, prima di addormentarmi,
mentre allungo un piede fino a sfiorare l’altro,
fino a sentire il respiro di lei che già dorme pesante…
da quel giorno ogni notte, prima di addormentarmi,
penso a come sarà il risveglio, se ancora potrò richiamarti.
Di notte, così, all’improvviso, senza nemmeno il tempo
di un saluto, senza nemmeno un bacio, andarsene,
quando fuori il vento e i fantasmi si rincorrono e sibila
l’acqua nel fiume.
E chissà se il nostro incontro sarà ancora felice!
Così per minuti e ore, mentre sento passare il tempo,
nel silenzio, nel respiro che mi prende alla gola.
No, non dormo, non ci riesco. E a quanti sarà venuta
la stessa ansia, quando non riesci a prendere sonno
e già ti pensi la mattina, immobile, mentre lei ti chiama:
«Bruno, che hai?» sempre più forte.
Così allunghi un braccio, ti giri, ma non dalla parte
del cuore, resti in ascolto, il soffio che viene
lungo la strada dove corrono i sogni,
e tacciono i pensieri, le cose…

Poi la mattina, un pallido sole si alza e tenta
tra la foschia un abbraccio. Tu guardi con gli occhi
appannati ancora pieni di sonno e senti la sua voce
lontana venire: «Hai riposato bene, amore?»


A mio padre

Ho camminato a lungo
costeggiato il torrente, l’altra riva
sempre era in ombra, sempre oscura,
mentre sgusciava l’acqua sotto il ponte.

Eri partito troppo presto
e la strada dipingeva aureole infinite
dietro l’uscio di casa.

Forse anche questo era il tempo perduto
questo cercarti invano, questo andare
mentre il torrente ha ancora acqua.
Forse domani, se mai ci sarà questo
domani e il tempo e il suo ricominciare.

L’abbandono

Vent’anni insieme senza mai
una discussione, un litigio, niente,
vent’anni di amore perfetto, pulito.
Poi una mattina, in un cielo livido e pieno
di vento, lei all’improvviso,
senza un cenno, un preavviso,
sparire…

Dicono che il più grande dolore sia la morte
poi crescendo capisci. Non era vero.
Il più grande dolore è l’abbandono.
Un addio a uno sguardo di profilo
a rapire i ricordi, il capire che nulla
vale più di una stretta o di un perdono.

Senza perdono non si salva più nessuno.

*****

Bruno Bartoletti nasce a Montetiffi, una piccola frazione del comune di Sogliano al Rubicone (FC), dove tuttora risiede. All’età di 8 anni perde il padre, morto in un incidente in miniera in Francia, tragedia che lo segnerà per sempre.

Laureatosi nel 1967 in Materie Letterarie presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi su Giovanni Pascoli, nel 1974 è nominato assistente ordinario alla cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Torino, nomina a cui rinuncia per dedicarsi all’insegnamento negli istituti tecnici dove svolgerà dal 1981 la funzione di preside. Uomo di scuola e promotore culturale, presso l’Università di Aix en Provence ha svolto un dottorato di ricerca d’Etudes Romanes con un lavoro su Dino Campana. Si è sempre dedicato alla poesia fin da ragazzo, ma solo in età matura ha cercato di dare ordine e sistemazione al suo lavoro. Nel 1997 pubblica il suo primo volume, Trasparenze – Frammenti di memorie, nel 2000 Le radici, nel 2001 Parole di Ombre, nel 2005 Il tempo dell’attesa, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», nel 2012 Sparire in silenzio ritrovando il vento delle strade, Youcanprint Self – Publishing, nel 2017 I volti non hanno più nome, Giuliano Ladolfi Editore.

Numerosi i premi ricevuti e le pubblicazioni in riviste di settore.

Nel 2017 esce il saggio È sempre lunedì «Voglio ringraziarmi tutti per avermi concesso di insegnare», Youcanprint Self – Publishing, in cui affronta i principali temi culturali e scolastici di questo tempo.

Presiede l’Associazione culturale “Agostino Venanzio Reali” e l’omonimo premio nazionale biennale di poesia.

baci e abbracci

Mamma, presto uscirai, e
mio Dio, nemmeno ti riconoscerò
dopo così tanto tempo.
Vent’anni senza poterci vedere
a parte qualche sogno.

Ricordo come sei stata,
soprattutto quanto sei stata.
Amata fin dal dopoguerra
per via di riccioli color carbone
e il nido rimasto freddo.

Inseguirti per le scale a chiocciola,
sapendo chi eri, ma non vedevo.
I vasi di gerani sugli spalti del forte,
quelli pronti a cadere
al primo alito di vento.

Oggi sono grigio anch’io, mamma,
non ho perso i capelli,
la vista poco più incerta,
il cuore un pochino smagliato.
Il tuo bimbo è cresciuto come ha potuto.

Il resto è nelle risposte mai date,
mai avute. E’ dire,
senza avere voglia di parlarne,
continuo lamentarsi del tempo
senza confini definiti.

Ascolta & Leggi: Been To Canaan di Carole King – ‘All’arrivo’, di Anne Michaels e ‘La trappola del telefono’, di Vanesa Pérez-Sauquillo

All’arrivo

Sarà in una stazione
con il tetto in vetro
fuliggine fuligginosa
dei treni e
abbracciato miglio per miglio
dell’arrivo. Non lo so
lasceranno andare tutto il lungo viaggio,
il suo braccio nella curva
del suo desiderio. Passeggiando per una città
che difficilmente conosci,
guardando le donne con le borse a tracolla
dare monete a un prete per veterani di guerra;
quando incontro la chiesa in un buco
del vecchio muro che attraversa la città, la cupola
occupando esattamente il buco,
come un occhio Nell’alloggio
d’inverno, sotto una tana
di coperte, lo riscalda
quando salta dall’aria.
C’è un modo in cui il nostro corpo
smette di appartenere a noi e quando lo trova
c’è finalmente una locanda
per chi ama,
nel posto che trova
che trova, ogni parola della pelle
una decisione
C’è terra
che non ti toglie mai le mani
pioggia che non si ferma mai
nelle tue ossa Parole consumate che vengono fuori
da noi perché possono solo
cadere. Loro non lo sanno
lasceranno andare perché c’è un tipo di amore
che viene fuori dall’amore,
come le pietre della pietra,
la pioggia della pioggia,
come il mare
dal mare

*

La trappola del telefono

Questa è la mia segreteria telefonica.
Per ferire, digita semplicemente 1.
Per dire bugie e che mi credi, premi 2.
Per le confessioni obsolete, componi 3.
Per spettacoli letterari alcoolici, comporre 6.
Per poesie, segnaposto.
Per chiudere definitivamente la comunicazione,
Non premere nulla, ma non riagganciare nemmeno
esita al telefono (preferibilmente per diversi mesi)
fino a quando non mi accorgo che sto utilizzando l’apparecchio
a intervalli di tempo sempre più lunghi
Non disperare, sopporta.
Aspetta che mi arrenda.
Eviterà ogni rimorso.
Grazie

*******************

per saperne di più:

https://it.wikipedia.org/wiki/Anne_Michaels

http://www.vanesaperezsauquillo.com/

https://it.wikipedia.org/wiki/Carole_King

data inizio

data inizio, data fine
si avvicina la data di scadenza,
il catalogo delle sorti
cade sul pavimento del salotto Steiner

senza doversi vergognare più
degli angoli bui, del malmesso,
del vociare dileguante
lasciato da rondini fuggite

ogni dipinto è nudo,
purché la dignità dei salvati sia pari
a tutto quanto perduto;
è ancora buongiorno

oggi a pranzo avremo guerra ai ferri,
già dalle finestre irrompe la cucina,
qualcuno cadrà
altri rimarranno, buongiorno

alle chimere ancora sotterrate
ai cocci dell’altro ieri,
alle spine così altruiste.
spesso vorremmo fosse già domani

anonime e dimenticate

vivere è mancanza quieta,
segnata da lievi tratti di pianoforte,
una bava di vento
attraversa dolcemente rami
e foglie riemerse in primavera

è tutta silenzi l’attesa del libraio:
faccia arrivare presto
volumi altrimenti introvabili.
Olio per tirare avanti,
quando nulla procurerà sorrisi
oltre il pensiero di dover poter vivere,
lettere frequenti, lettere più rare
anonime e dimenticate,
rianimano fuochi devianti
non dicono, non si sa dove, quando

andare a capo spezzando
croste di pane, poi l’urlo:
chi ha talento scagli la prima pietra!
Seguono sorrisi grigio azzurrognoli,
i ciottoli rotolano a terra

Ascolta & Leggi: Poesie tradotte di Raffaello Baldini e la Moldava di Bedřich Smetana.

1938

La maestra di Sant’Ermete
delle volte, il pomeriggio,
si chiude in camera e accende una Giubek.
Non fuma.
Sdraiata sul letto
la guarda consumarsi.
Le piace l’odore.
Delle volte le viene da piangere.

*

TOM

Quanto abbiamo giocato con Tom,
quel che mi sono divertito,
ma intelligente, era il cane di mio zio,
piú intelligente di lui.

Raffaello Baldini
Intercity
Einaudi, 2003

*

Metti

Metti che venga la fine del mondo, domani,
dopodomani, e moriamo tutti, metti che la terra
s’infradici, si sbricioli,
che si riduca un polverone, che si perda nell’aria,
e la luna lo stesso, si spegne il sole,
le stelle, viene un buio,
non c’è piú niente, e in tutto quel buio il tempo
andrà ancora avanti? da solo?
e dove andrà?

Raffaello Baldini
La Nàiva Furistír Ciacri
Einaudi, 2000

*

Viaggiare

Ma viaggia tu, io sto bene dove sono,
che vengono da fuori, qui, poi c’è Sogliano,
Verucchio, Perticara, che non ci sono mai stato
a Perticara, neanche tu? ma allora
cosa vai a cercare in giro, che io, solo il letto
forestiero, il cuscino, che se non ho il mio,
poi tutto, vai via col sole, arrivi che piove,
non conosci nessuno, devi sempre chiedere,
e le gambe quando è notte,
vedere il mondo?
che dopo sei più coglione di prima,
mi ricordo Curio, con quel viaggio a Londra,
una cagnara, poi è tornato, e il giorno dopo
giocavamo a boccette, che pareva
fosse stato a San Vito, e adesso dice che va in Kenia,
ci vuole una bella voglia, e tu dove vai?
a Montecarlo e a Nizza? hai capito,
e tutta la Costa Azzurra, quanto stai fuori,
dieci giorni? ma cosa vuoi che provi, lo so già,
sta’ buono, fare la valigia,
portarsela dietro, che io la domenica in piazza
mi dà fastidio il giornale, e poi il mangiare,
mi diceva Curio, tutta roba fritta,
una puzza, l’agnello con la marmellata,
gli spaghetti che ci bevono dietro il caffelatte,
e io che sono un viziato, no, neanche a parlarne,
sto a casa mia, meglio di qui?

che poi viaggio anch’io, arrivo da Carghín,
vado al gioco delle bocce,
che non gioca più nessuno, è tutto pieno di foglie,
ma a me piacciono anche i posti dove non succede niente,
dentro si sente suonare un flipper,
i passerotti che erano scappati via ritornano,
c’è quel manifesto sempre penzoloni
al muro di Canzola, «Viva… », viva che?
e lui ride, cosa ridi? che d’estate
quando vedo quei disgraziati, la Rocca, l’Arco
la Pieve, tutti sudati, io lì avrei voglia
di fermarli, venite con me, ai Cappuccini,
il giro delle mura, piano, in mezzo all’erba,
e ogni tanto una sosta, c’è una salitella,
basta allungare una mano, delle susine
più dolci del miele, i frati non le raccolgono,
poi, verso Savignano, il viale,
dei cipressi, un odore, e in fondo niente,
si esce nell’erba spagna, che di lí
delle volte, già che ci sono, per i campi
calo giù nel Marecchia,
uno slargo, vai dove ti pare, e tutti quei sassi,
ma ce n’è che hanno dei colori,
rilucono, sott’acqua, queste sono le città!
o sono balengo? e piú in là due bambine
con un gran mazzo di fiori gialli, ridono, corrono,
a piedi nudi, sui sassi, ma come fanno?

Raffaello Baldini
La Nàiva Furistír Ciacri
Einaudi, 2000

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La Moldava è un poema sinfonico del 1874 composto da Bedřich Smetana facente parte del ciclo sinfonico Má vlast (“La mia patria”) insieme ad alre cinque composizioni. Venne composto negli anni della malattia del compositore. Il poema sinfonico è diviso in sette parti: le sorgenti, che sono una di acqua fredda e una di acqua calda che vanno a incrociarsi; la caccia agli animali; le danze allegre degli uomini al matrimonio; la danza delle ninfe al chiaro di luna (che è la parte più fantasiosa della sinfonia); le rapide di san Giovanni; il castello di Vyšehrad accompagnato dall’inno nazionale; infine, l’ingresso nella città di Praga. La Moldava è inserita nella colonna sonora del film The Tree of Life di Terence Malick in alcune tra le più suggestive scene.

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Raffaello Baldini (Santarcangelo di Romagna, 1924 – Milano, 2005) ha pubblicato diversi libri di poesie (il primo E’ solitèri, Galeati, 1976) poi raccolti in La nàiva di Furistír. Ciacri, Einaudi, 2000; Ad nòta, Mondadori, 1995, e l’ultimo Intercity, Einaudi, 2003. Ha scritto anche monologhi teatrali: Carta canta. Zitti tutti! In fondo a destra, Einaudi, 1998, e, uscito postumo, La fondazione, Einaudi, 2008.

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il talento dell’esattore

arriva inaspettato, che è tardi,
navigatore cieco, fanali spenti
s’incista, ovunque può, stagna

il lume non è acceso subito
si siede un po’ e attende, nemmeno
una tibia fuori lo rende incredulo

potremmo dire ogni giorno
io lo conoscevo bene, è mio amico,
ma scriverne è un’infezione

ogni notte, passeggiando sugli spilli,
puntuale, arriva il dolore, è suo
il talento dell’esattore

ascolti amArgine: Carnation – Jam (1982)

I Jam sono stati la band in cui nacque musicalmente Paul Weller. Gruppo fin troppo accostato all’ondata punk del 1977, senza averne mai fatto parte ideologicamente ed esteriormente, visto che si consideravano mod. Fu per loro un lustro di copiose pubblicazioni e grande successo. Finché nel 1982, per volontà di Weller, il giocattolo venne frantumato. Questo brano è tratto dall’ultimo album del Gruppo, The Gift, incoscienza e coraggio è sciogliere una band in cima alle classifiche del momento, Carnation è una classica canzone d’amore al contrario.

GAROFANO

Se mi hai dato un garofano fresco
Vorrei solo schiacciare i suoi teneri petali
Con me non avrai scampo
E allo stesso tempo non ci sarà nessun posto dove stabilirsi
Ho calpestato tutta la vita nella mia scia
Lo mangio e prendo la torta
Ho appena distolto gli occhi dal dolore
Della perdita di qualcuno che mi aiuta

Se mi hai messo in tasca un sogno
Dovresti collegare la presa sbagliata
Con me non c’è spazio per il futuro
Con me non c’è spazio per nulla
Sono fuori stagione tutto l’anno
Ascolta i macchinari ruggire del mio stesso vuoto
Tocca il mio cuore e senti l’inverno
Prendimi la mano ed essere condannata per sempre

E se ti stai chiedendo ormai chi sono
Non guardare oltre l’apparenza
Perché io sono avidità e paura
E ogni grammo di odio in te.

TESTO ORIGINALE

If you gave me a fresh carnation
I would only crush its tender petals
With me you’ll have no escape
And at the same time there’ll be nowhere to settle –

I trample down all life in my wake
I eat it up and take the cake
I just avert my eyes to the pain
Of someone’s loss helping my gain
If you gave me a dream for my pocket
You’d be plugging in the wrong socket
With me there’s no room for the future
With me there’s no room with a view at all –

I am out of season all year ‘round
Hear machinery roar to my empty sound
Touch my heart and feel winter
Hold my hand and be doomed forever –

If you gave me a fresh carnation
I would only crush its tender petals
With me you’ll have no escape
And at the same time there’ll be nowhere to settle.
And if you’re wondering by now who I am
Look no further than the mirror –

Because I am the Greed and Fear
And every ounce of Hate in you.

anche stanotte

niente e nessuno
è mai stato qui, tutti
in proscenio ricordano
di aver dimenticato la parte

Tino si sbracciava, ripeteva
la stessa battuta.
il cuore perduto, là dove
nemmeno un occhio di bue
riusciva a colpire

in realtà compete al buio
la capacità di riconoscere
persone vere.
la notte è passata
anche stanotte

Gioielli Rubati 25: Mariangela Ruggiu – Annalisa Rodeghiero – Alfonsina Caterino – Marcello Comitini – Mario Benedetti – Franco Bonvini – Fernando Della Posta – Irene Rapelli.

tu, stai bene

guarda com’è luminoso il giorno

ci sono cose sospese
in questo attimo che scivola
e lascia aspettative inconsuete

che sia tutto meglio
che non sia un peccato, l’amore,
di uomo, di donna, carezze
che non uccidano

è pensiero sacro
vedere oltre il gesto
l’Amore e l’Errore

sapere che ognuno impara
perché c’è un tempo
che i veli cadono dagli occhi

a volte è un salto
a volte è questo andare sicuri

tu, stai bene,
usa il potere che hai
cambia il mondo

ama

di Mariangela Ruggiu, qui:
https://www.facebook.com/mariangela.ruggiu?__tn__=%2CdC-R-R&eid=ARAVqKn1yKBvYCwKUNT-84fT7dXq2gC01y_zGiNONNW9m1ZQtxzee7fE-P259FWBFQ6NWVItbzEg-X2R&hc_ref=ARRGeKy46C_RWeYNFDScmnA85cRaaqVJ3iHlIBekHsp3DBBqDQgpfHOnDEIdG6H6ziI&fref=nf

*

L’UNICO BATTITO

Apparteniamo,
me l’ha detto stasera il suo pianto
disperato
come un bambino che si perde.
Si era persa infatti
seppure stretta nella presa dolce
del mio abbraccio inutile.
Lei cercava la sua casa piccola
l’aria di latte, i suoni noti
nelle stanze. L’unico battito
che era il suo, dentro la bolla.

Ho seguito lo scorrere lento
della mancanza, goccia dopo goccia
sotto le tempie
fino ai bordi piegati delle labbra,
verso sentieri di solitudine.
Conosco l’aridità del paesaggio
attorno -anche se in fiore-
se una soltanto
è la voce che cerchiamo.

Apparteniamo
forse per nascita, predestinazione o scelta
a un genitore a un figlio a un uomo,
ognuno a modo nostro.

È il nostro modo di vivere il mondo
in fondo
– quasi sempre o quasi mai –
soli.

di Annalisa Rodeghiero, qui:
https://www.facebook.com/annalisa.rodeghiero?__tn__=%2CdC-R-R&eid=ARBB-6S6Gs5TANC4x0kt8fSlyJ381XjiIuKBESN8nmzTptG7RBZs3fUmneIXNWfnwAC4o3LfEwYS3t-t&hc_ref=ARQFR7bzeXoOF0f9UMiqR8omOK-bRmOpTendmZ6UaOnlS_Loku7TbvaGscsj70zCIUk&fref=nf

*

…FITTIZIA LA PELLE

sopravvive ai pesi delle convalescenze
lunghe funestate dai giocattoli vedovi
delle primavere
sbattute tenere tombe
nel grembo della terra

Smarrita pelle fittizia
tra il disgusto e il senso vedovo
sopravvive male giorno
nel contenitore
mai prosciugato seme
interrato nella pausa dei fiori

E tu Angelo
postato nella rete
spinata dei luoghi in Croce
nel tentativo di bilanciare gli equilibri
con le ali
non obliare le spalle impassibili
accoppiate sotto ai cuori degli uomini
infelici che mutano e saltano
nel vuoto
dei loro scavi

di Alfonsina Caterino, qui:
https://www.facebook.com/titti.barbato.3?__tn__=%2CdC-R-R&eid=ARAsDVRmifPtP7NItvTt3SEDvQoT3cBPzTLRGWwZzgxrFZgX60w0Arfd_4HKdUDJPmTqY3wkukhzPmz9&hc_ref=ARQTGgKK-z_NbrP07iGozKaIh6-MEQLA_SgdfjQdzfPTSsBYxvXBvihmfA7Mt5TwwZk&fref=nf

*

Tra le stelle

Sono in piedi e avanzo lentamente
i piedi sepolti dalla sabbia.

Guardo in alto. Vedo nello spazio immenso
tra una stella e l’altra
l’oscuro nulla della notte immobile.

Temo che il buio ostacoli i miei passi
che un po’ di vento freddo mi rovisti il cuore,
che un soffio più deciso lo disperda
come polline sul mare.

Temo.

Ma nell’oscuro nulla il vento mi spingerà
più in alto.
Io ancora esisterò.

di Marcello Comitini, qui:
https://marcellocomitini.wordpress.com/2019/01/09/tra-le-stelle-parmi-les-etoiles-among-the-stars/

*

Il fegato di Dio

Venne scomunicato per aver difeso
il fegato di Dio
Roque Dalton

Dio padre / gioviale
nello stile di Giovanni ventitré
disse / lasciate che gli scomunicati
vengano a me / lasciateli

abortisti / eretici
adulteri o gay
marxisti / sacerdoti sposati
guerriglieri
venite a me / liberissimi
che è vostro il regno
dei miei cieli

in certo modo devo compensarvi
per i soprusi innumerevoli
per le offese con enciclica
che i miei vicari
vi infliggono

fin dall’Inquisizione
ho il fegato dolente

venite da me scomunicati
figli miei

di Mario Benedetti, qui:
https://rebstein.wordpress.com/2019/02/02/il-fegato-di-dio/

*

Multietnica

Guarda!
Irina ha un accento russo
suona sous le ciel de paris alla fisarmonica
nel sottopasso de cavalleggeri al Vaticano
ti sorride, al passaggio
e ti chiede una monetina.

Intanto Guendaliña sta senza denaro e senza passaporto
passati di mano sul metrò
ma ha gli occhi che brillano mentre lo racconta
perchè intanto ti racconta tutto il suo paese.

Carmelo non lo conosco
ma non è qui
e non ci dev’ essere neanche nella vita di Cettina
che l’ ha tatuato sul braccio
e tira il riso ai piccioni
da una panchina della grande piazza.

Se ti volti,
il tevere, più in là, scorre come sempre
tranquillo
e se non ne sai il nome
somiglia tanto al tuo fiume.
Vedi amore?
C’è bellezza da vedere dappertutto.

Solo al rientro, in albergo,
mi son accorto che non c’eri.

di Franco Bonvini, qui:
https://bonvinifranco.wordpress.com/2019/02/03/multietnica/

*

Szymborskiana

La verità è che passa il tempo
e abbiamo sempre meno da scambiare
con le strade, con le case, con gli uomini
con gli odori, con i colori, con tutti i nostri noi
che vivono rinchiusi
lontano dallo sguardo del mondo.

Scrivere è prima di tutto stupirsi
tenere il capo della miccia
che s’infila sotto tutte le montagne
e che raggiunge tutte le vallate.
Il fuoco che sfida il nero del sogno
l’oro del lustro, il ghigno del giorno.

Scrivere è ritrovarsi in una casa altra
votarsi naturalmente ad essa
rassettare tutte le sue stanze
con l’ottimismo della tigre:
l’inconsapevolezza che tratta incautamente
tutte le consapevolezze.

Ma il gesto si fa sempre più controllato
e l’edificio necessita d’interventi
sempre più particolareggiati,
o forse le crepe danno troppa luce.

di Fernando Della Posta da Gli anelli di Saturno, Edizioni Ensemble srls – Roma, 2018: qui
https://unpostodivacanzasite.wordpress.com/2019/01/15/fernando-della-posta-gli-anelli-di-saturno/

*

La montagna

Le fragranze dei pini martellano la casa
portandovi clangore d’inerte solitudine
esistente e l’ebbrezza d’ogni morte e travasa
dall’alta recinzione l’inconscia moltitudine

ed è quasi picchiare con un’aguzza incudine
sulla testa di cielo la prigioniera evasa
oscillando pian piano nella similitudine
di labirinti al freddo di luna che si sfasa

nell’argento fremente sciolto in cima all’abisso
degli aghi conficcati dentro un sangue rovente
di vette abbandonate nel buio ove l’amore

dello sguardo ghiacciato come la neve e fisso
al centro del nonsenso profumava di niente
ogni luna ubriaca di quel suo alieno cuore.

di Irene Rapelli, qui:
https://ilcielostellatodentrodime.blog/la-montagna/

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