Ascolta & Leggi: Roberto Vecchioni, Il Libraio di Selinunte – Bruno Bartoletti, quattro inediti

Amo la poesia di Bruno Bartoletti perché è il frutto maturo di una sincera ricerca interiore. Commuove, per la tenerezza carsica spesso emergente dal ricordo, su cui spicca la figura del padre, morto di lavoro quando Bruno era ancora un bambino. I suoi sono spaccati di vita malinconici, ma nel contempo pieni d’amore persistente, coraggioso e tenace. E’ la poesia di chi è amato, voluto e ne rende perenne testimonianza e gratitudine. La scrittura fluisce e scorre limpida, piacevole al lettore, e perenne, perché riesce ad andare ben oltre quella di una semplice e onesta vita.

La mia prima automobile

Non ho mai dimenticato la mia prima automobile
una Giulia milletré ti, verde, targa FO 159648,
quando ancora si usavano le targhe, quando
prima di cadere in questo anonimato ognuno
aveva la sua identità, cognome e nome,
quando si sapeva che quella era la mia automobile
e come la guardavo bella, lucente, pulita,
pulita tutti i giorni, la guardavo dalla finestra,
una dolce fresca carezza serale.

Poi venne il tempo della dimenticanza, il tempo
dell’abitudine, il tempo usurato dalle solite cose,
il tempo che non ti ammazza ma non ti serve,
il tempo che consuma ogni resistenza.
Così mi sono ritrovato a non guardare più.
Dalla finestra un vuoto, panorama piatto,
inconcludente, nemmeno l’ombra di una resistenza.

Abitudini, abiti dismessi, io che vestivo sempre
elegante, giacca e cravatta, ora che l’età
avanza, una maglietta, dei jeans, di quelli
da supermercato, io che li avevo sempre odiati.
Si cambia, mi dissero, si accetta quello che viene,
non c’è speranza, ogni giorno sempre.

Così mi annodo anche l’ultimo respiro,
guardo sempre dalla finestra che un giorno,
chissà, come un miracolo, non ricompaia
la mia automobile verde coi miei venticinque anni.

Anche tu ci sei salita, e come ci salivi sulla mia automobile,
gonna stretta così che nel sederti la gonna saliva oltre il ginocchio,
un movimento elastico, con grazia, affondavi la testa,
la mano dolcemente in abbandono sulla portiera
e il profilo che tagliava ogni visione, un profilo
di lontananze, uno sguardo veloce oltre la campagna.
E si correva, ma non tanto veloci, per assaporare
ogni momento, si correva e basta, si parlava,
radio bassa, poi ancora uno sguardo veloce
e una sosta. Il nostro fiume era solo un torrente
pieno di sassi, alla curva il solito piazzale,
qualche ginestra, il profumo negli occhi.

Ma ora… ora è tutto da inventare, una piccola
utilitaria, quanto basta per entrarci, e accanto
nemmeno il tuo profumo, gonna lunga,
un salirvi di fretta, sguardo attento e poi
la solita frase: Metti la cintura prima di partire.

Al risveglio

Fu il 19 aprile del 2005 quel piccolo intervento
al cuore, a tre mesi dalla morte di mio suocero.
Pensai fosse questa una felice coincidenza,
un segnale di salvezza…
ma da quel giorno, ogni notte, prima di addormentarmi,
mentre allungo un piede fino a sfiorare l’altro,
fino a sentire il respiro di lei che già dorme pesante…
da quel giorno ogni notte, prima di addormentarmi,
penso a come sarà il risveglio, se ancora potrò richiamarti.
Di notte, così, all’improvviso, senza nemmeno il tempo
di un saluto, senza nemmeno un bacio, andarsene,
quando fuori il vento e i fantasmi si rincorrono e sibila
l’acqua nel fiume.
E chissà se il nostro incontro sarà ancora felice!
Così per minuti e ore, mentre sento passare il tempo,
nel silenzio, nel respiro che mi prende alla gola.
No, non dormo, non ci riesco. E a quanti sarà venuta
la stessa ansia, quando non riesci a prendere sonno
e già ti pensi la mattina, immobile, mentre lei ti chiama:
«Bruno, che hai?» sempre più forte.
Così allunghi un braccio, ti giri, ma non dalla parte
del cuore, resti in ascolto, il soffio che viene
lungo la strada dove corrono i sogni,
e tacciono i pensieri, le cose…

Poi la mattina, un pallido sole si alza e tenta
tra la foschia un abbraccio. Tu guardi con gli occhi
appannati ancora pieni di sonno e senti la sua voce
lontana venire: «Hai riposato bene, amore?»


A mio padre

Ho camminato a lungo
costeggiato il torrente, l’altra riva
sempre era in ombra, sempre oscura,
mentre sgusciava l’acqua sotto il ponte.

Eri partito troppo presto
e la strada dipingeva aureole infinite
dietro l’uscio di casa.

Forse anche questo era il tempo perduto
questo cercarti invano, questo andare
mentre il torrente ha ancora acqua.
Forse domani, se mai ci sarà questo
domani e il tempo e il suo ricominciare.

L’abbandono

Vent’anni insieme senza mai
una discussione, un litigio, niente,
vent’anni di amore perfetto, pulito.
Poi una mattina, in un cielo livido e pieno
di vento, lei all’improvviso,
senza un cenno, un preavviso,
sparire…

Dicono che il più grande dolore sia la morte
poi crescendo capisci. Non era vero.
Il più grande dolore è l’abbandono.
Un addio a uno sguardo di profilo
a rapire i ricordi, il capire che nulla
vale più di una stretta o di un perdono.

Senza perdono non si salva più nessuno.

*****

Bruno Bartoletti nasce a Montetiffi, una piccola frazione del comune di Sogliano al Rubicone (FC), dove tuttora risiede. All’età di 8 anni perde il padre, morto in un incidente in miniera in Francia, tragedia che lo segnerà per sempre.

Laureatosi nel 1967 in Materie Letterarie presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi su Giovanni Pascoli, nel 1974 è nominato assistente ordinario alla cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Torino, nomina a cui rinuncia per dedicarsi all’insegnamento negli istituti tecnici dove svolgerà dal 1981 la funzione di preside. Uomo di scuola e promotore culturale, presso l’Università di Aix en Provence ha svolto un dottorato di ricerca d’Etudes Romanes con un lavoro su Dino Campana. Si è sempre dedicato alla poesia fin da ragazzo, ma solo in età matura ha cercato di dare ordine e sistemazione al suo lavoro. Nel 1997 pubblica il suo primo volume, Trasparenze – Frammenti di memorie, nel 2000 Le radici, nel 2001 Parole di Ombre, nel 2005 Il tempo dell’attesa, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», nel 2012 Sparire in silenzio ritrovando il vento delle strade, Youcanprint Self – Publishing, nel 2017 I volti non hanno più nome, Giuliano Ladolfi Editore.

Numerosi i premi ricevuti e le pubblicazioni in riviste di settore.

Nel 2017 esce il saggio È sempre lunedì «Voglio ringraziarmi tutti per avermi concesso di insegnare», Youcanprint Self – Publishing, in cui affronta i principali temi culturali e scolastici di questo tempo.

Presiede l’Associazione culturale “Agostino Venanzio Reali” e l’omonimo premio nazionale biennale di poesia.

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24 pensieri su “Ascolta & Leggi: Roberto Vecchioni, Il Libraio di Selinunte – Bruno Bartoletti, quattro inediti

    • Bruno, en mi opinión, es un gran poeta, porque se las arregla para mantener la atención y el afecto en equilibrio sin expirar en la lamentación. Espero que pueda encontrar algún otro texto en la red y tal vez traducido al español.

      • Jugar a las escondidas

         
        Amaba la sombra, el borde de las paredes
        y la sensación de jugar a las escondidas, por miedo.
        Sabía que en la esquina, el más grande, se podría
        incluso ocultar y nadie
        vendría después a reemplazarme, sabía
        que ese era el lugar más seguro,
        por ello esta noche fui
        a buscarlo, me puse en la pared
        de lado, con las piernas cruzadas
        y en la espera contaba hasta diez como antes.
         
        Pero no tengo más los años en que jugaba,
        miro todavía lejos, crecí
        y con los años dejé de jugar,
        y ahora no puedo encontrar una razón,
        así espero
         
        espero que alguien vuelva a buscarme.
         
         

        También los padres

         
        También los padres no deberían morir,
        pensaba cuando era niño, y sin embargo
        crecí esperándolos siempre en la parada del autobús
        con su Guzzi,
        después desaparece cada cara y la voz
        no la recuerdo, no tengo nada en mi mano,
        nada y raíces, incluso aquellas, quemadas.
         
        Estoy ahí abajo, en el fondo las voces,
        ¿no oyen también las mismas voces?
        La casa se pierde detrás del diluvio, la carretera
        y el río, un riachuelo apenas corre por debajo del puente.
        Un agujero negro y el pico que golpea,
        una lámpara oscila, no hace luz.
        La chaqueta desgarrada, la cara sucia,
        este es el desgarro, la herida oscura,
        el sol que no habla.
         
        Y la casa mira allí abajo la carretera,
        el polvo que deja el sabor del andar sobre ella,
        el no retorno se tiñe de dolor.
        Demasiado pronto, demasiado pronto para entender,
        pero se apresura, crece poco a poco,
        se mete en las raíces, se esfuerza por encontrar razones,
        se oye sólo el grito, la rotura,
        rasgando detrás de la puerta.
         
        Y mi madre todavía de perfil,  imprime en la ventana
        su mirada, perdida en lejanías
        ignoradas.
         

  1. Aquel niño de pantalones cortos

     
    Me imaginé siempre niño,
    como entonces,
    en aquella  vieja foto de hace tantos años.
     
    Aquel niño de pantalones cortos,
    los brazos descuidados como ramas,
    el pecho desnudo y su sombra sobre la piedra,
     
    no tiene palabras,
    sólo una sonrisa cansada
     
    marcada en los labios contra el sol.
     
     

    No hay nada más qué decir

     
    Siempre llegué a las citas,
    puntual,
    pero siempre esperé aquella llegada.
     
     
    No hay nada más que decir,
    mi estado es un destino de expectativas,
    y de fugas -a veces-
    necesarias. No decir nada más
    es también demasiado claro que la vida
    te deja sabores amargos
    y lecciones para no olvidar.
    Un día alguien vendrá a la cita,
    cerrará la puerta y girará la llave
    doblemente,
    a veces es preferible la oscuridad,
    la bisagra que cierra,
    sin dejar espacios.
     
    Pero, no hay nadie que me pueda indicar una salida,
    nadie que me pueda morder los dedos,
    pues incluso eso me haría bien.
     
    Así ando sin rumbo, permanezco debajo del portón,
    miro el reloj,
    una manecilla rota, inmóvil, como este día
    que no se decide a morir.
     
     
     

    Los rostros no tienen más nombre

     
    Que algo fijo está cambiando
    lo comprendí en las horas de insomnio
    y las veces que de noche voy al baño.
    Con dificultad, me esfuerzo por encontrar la salida,
    tambaleo intentando otras puertas
    y apenas encuentro, de nuevo, la entrada.
    Hubo un tiempo en que podía señalar la puerta de memoria
    con los ojos vendados, sin dejar rastro,
    un tiempo no muy lejano.
     
    Y los veo –las sombras en las paredes–
    aquellos rostros que regresan.
    Los rostros no tienen más nombre
     
     
     

    En la noche

     
    En la noche
    prospectiva delatada de figuras
    de presencias y sonidos  -lejanías.
     
    Quien muere olvida, quien permanece
    está a la espera de un último mensaje.
    Nuestra desnudez está tomada
    por la ineludible presencia
    de lo efímero del tiempo de la miseria.
    Me asusta la muerte,
    sin embargo me recoge
    un pequeño respiro una presencia.
     
    La presencia de tantos
    que en silencio
    se fueron casi caminando de puntillas.
    Aquí yace inmóvil una calesa,
    tiene las riendas sueltas mientras oscila
    una señal en el viento.
     

  2. Una vieja Guzzi y mi padre

     
    Una vieja Guzzi y mi padre
    -me parecía un gigante-  sus curvas.
    Me decía apuntando a una rendija muy azul
    tallada lejos entre los montes:
    «¿Ves? Por allí está el mar».
    Y soltaba una sonrisa limpia de tranquilidad
    mi padre que apenas conocía
    y vuelvo a sentir aquel dulce sabor
    de azul tallado entre los montes.
     
    La vida se encumbra y a veces se destroza,
    pero siempre quedan los más dulces
     
    recuerdos.
     
    Las manos que buscan la sombra.

  3. No hay nada más qué decir

    Siempre llegué a las citas,

    puntual,

    pero siempre esperé aquella llegada.

    No hay nada más que decir,

    mi estado es un destino de expectativas,

    y de fugas -a veces-

    necesarias. No decir nada más

    es también demasiado claro que la vida

    te deja sabores amargos

    y lecciones para no olvidar.

    Un día alguien vendrá a la cita,

    cerrará la puerta y girará la llave

    doblemente,

    a veces es preferible la oscuridad,

    la bisagra que cierra,

    sin dejar espacios.

    Pero, no hay nadie que me pueda indicar una salida,

    nadie que me pueda morder los dedos,

    pues incluso eso me haría bien.

    Así ando sin rumbo, permanezco debajo del portón,

    miro el reloj,

    una manecilla rota, inmóvil, como este día

    que no se decide a morir.

    Los rostros no tienen más nombre

    Que algo fijo está cambiando

    lo comprendí en las horas de insomnio

    y las veces que de noche voy al baño.

    Con dificultad, me esfuerzo por encontrar la salida,

    tambaleo intentando otras puertas

    y apenas encuentro, de nuevo, la entrada.

    Hubo un tiempo en que podía señalar la puerta de memoria

    con los ojos vendados, sin dejar rastro,

    un tiempo no muy lejano.

    Y los veo –las sombras en las paredes–

    aquellos rostros que regresan.

    Los rostros no tienen más nombre

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