Neve in Val Padana

Oggi neve in Val Padana, rimesto
appetiti da provetto cantautore.
L’effimero ha una certa durata,
dalla mano di Dio e giù per terra.
La neve è un pannicello caldo
se raffrontata all’uomo.
Nevica, o gli Ebrei stanno urlando?
Gli Omosessuali, i Dissidenti,
i Vagabondi, gli Arresi, gli Zingari,
i Matti, i Preti, invece?
Dirai tu.
Urlano insieme, polveri nell’aria,
ognuna dal suo triangolino.
Ricordo ancora il dolore a dachau.
Dopo il Carmelo un tedesco mi intimò
rauche nicht! Ero vicino al crematorio
di fronte alla baracca X.
Lo mandai, in perfetto italiano,
a cagare. Lui e tutti i suoi padri.
Se ne andò inseguito dalle Vittime.
Sono nell’aria, gridano tutte:
ognuna al proprio dio assente.

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Ascolta & Leggi: una poesia di Kurt Tucholsky una canzone di kuTso

Guerra alla guerra di Kurt Tucholsky
(trad. Riccardo Venturi)

Siete stati quattro anni nelle trincee.
Tanto, tanto tempo!
Gelando fra i pidocchi, e avete,
a casa, una moglie e due bambini.
Via, via!

E nessuno che vi dica la verità.
Nessuno che osi ribellarsi.
Mese dopo mese, anno dopo anno…

E quando una volta uno era in licenza
vedeva, in patria, tutte quelle pance grasse
mangiare a strippapelle, ballare
e ostentare lusso, i trafficanti d’armi.
E l’orda dei pennivendoli pantedeschi strepita:
„Guerra! Guerra!
Grande vittoria!
Vittoria in Albania e vittoria nelle Fiandre!”
Tanto morivano gli altri, gli altri, gli altri…

Vedevano cadere i compagni.
Di quasi tutti era la sorte:
Ferite, penare come bestie e morte.
Una piccola macchia rossa sporca,
lo si portava via e lo si sotterrava.
Chi sarà il prossimo?

E il grido di milioni di persone saliva alle stelle.
Gli uomini non impareranno mai?
Esiste qualcosa per cui ne valga la pena?
E chi è quello che troneggia lassù
infarcito di decorazioni dalla testa ai piedi,
e che comanda sempre: Uccidere! Ammazzare! –
Sangue, ossa stritolate e merda…
Poi all’improvviso si disse che la nave faceva acqua.
Il capitano ha fatto i saluti
e poi se l’è filata a nuoto alla chetichella.
E i grigioverdi non seppero più che fare.
Per chi è stato tutto questo? Per la patria?

Fratelli! Fratelli! Serrate le fila!
Fratelli! Non deve accadere mai più!
Ci danno la pace dell’annientamento,
e lo stesso destino è deciso
per i nostri figli e per i vostri nipoti.
E ancora dovranno innaffiare di rosso sangue
i fossati dei campi e l’erba verde?

Fratelli! Dite qualcosa ai ragazzi!
Non deve, non può andare ancora così.
Lo abbiamo visto tutti, tutti quanti
dove porta una simile follia.

Ardeva il fuoco che vi incenerisce.
Spegnetelo! Gli imperialisti,
quelli che nidificano lassù in cima,
ci mandano ancora nazionalisti.
E ancora una volta, dopo vent’anni
eccoli tornare con nuovi cannoni.
Non sarebbe pace,
sarebbe una pazzia.
La vecchia danza sul vecchio vulcano.
Non uccidere!, ha detto uno.
E l’umanità lo ha sentito, l’umanità piange.
Non vorrà mai essere altrimenti?
Guerra alla guerra!
E pace sulla terra.

Essere completato

Ogni segna ore è resoconto,
musica ferma, ore in affitto
fino al fondo della civiltà,
la speranza è una sporca rima:
l’estate arriverà.
Tutto in cambio, niente cambia,
siamo incorreggibili padano veneti
intolleranti fino alle ossa:
che quei negri là ci portano via
il sacro mestiere di rondini,
l’Essere completato finito da tempo,
senza donne perché
non abbiamo mezzo di capirle.
Ci mandavano in montagna
a respirare aria buona;
partigiani paranoici da irrobustire
con ferite d’amore e cicatrene.
La stagione rock finisce qua,
Clint sembra tagliato col flessibile,
la speranza cercata in chiesa
è musica ambient da cimiteri.
Gli estremi onori avranno luogo
in aeroporti deserti, inagibili,
la classe politica meritatissima
fino all’ultimo: ignorante,
trasformista, figlia di padre ignoto.

Caro Flavio

Il consuntivo dice basta,
affrettiamoci a riguadagnare il cielo,
sempre lo stesso coi suoi oroscopi
sulla superficie del nulla
per due sovrane a rigo.

C’è chi parlò di effemeridi,
vagabondi, libri allerta.
Come mai mi trovassi sul suo tappeto
con lei addosso, mi chiedo ancora.
Continuo a non rispondermi.

Mi addormentai,
quando, sveglio di soprassalto,
vidi che era sera, maledissi
il tempo gettato in sonno.

Farò il pensionato da grande,
ho tenuto in serbo questo conforto
tutta la vita. Caro Flavio,
smetti di guardare il culo alle signore
e impara a far di conto.

Il terreno è fangoso,
ieri notte ha piovuto di nuovo.
Però che bello
fumare col vento in poppa,
il destino tende la mano e scrocca
un’altra sigaretta.

Per me, oggi fanno Sessanta ed entro ufficialmente nella vecchiaia. Ho due volte trent’anni, tre volte vent’anni ed è tutto dentro una persona sola. Meglio quattro volte quindici anni, sei volte dieci, dodici volte cinque.

Gioielli Rubati 21: Nadia Alberici – Giovanna Sicari – Italo Bonassi – the50yearoldpoet – Gjoko Zdraveski – Vicente Vives – Luca “Yok” Parenti – Loredana Semantica.

SCARPE SPAIATE

Alberi davanti alla finestra
Madison Ave 96
portata qui, proprio qui
mi chiedo
mi chiedo io che …
refrattaria eppure
Il portinaio cappotto lungo e cappello
tettoia verde all’ingresso
come nei film
e una punta d’imbarazzo
l’assenza del me che sono
invisibile fenditura
nella mia piazza i comizi le bandiere
l’Unità
Di rosso qui i fanali prima dell’alba
api operaie immagino
faticoso stare a galla qui
mi chiedo io che … il lusso
tradisco? Scivolo attraverso
non è di me
che ti devo dire papà?
Ho le scarpe spaiate.

(3-1-19) di Nadia Alberici, qui:
https://sibillla5.wordpress.com/2019/01/09/scarpe-spaiate/

*

(Gesù proteggimi dalla distrazione)

Gesù proteggimi dalla distrazione
dagli occhi ormai tracciati col piccone
dai corpi picconati
dai corpi scavati nella roccia
e la figura cade gonfia nella materia grezza.
Proteggimi dal nero metallico
dei rami e delle trame
proteggimi, come oggi
che la Tiburtina non ha macchie
e risplende di rari colori
questa è la tua periferia
questa è la periferia degli umani.

di Giovanna Sicari, qui:
https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/12/19/due-limpide-voci-femminili-della-poesia-italiana-contemporanea-giovanna-sicari-e-gabriela-fantato/

*

LA SEDIA ANNA

Ho appoggiato la testa allo schienale
di una sedia, e t’ho pensata,
immagine dell’Assenza. Sai che gioia,
abbracciato seduto sulla sedia
ti chiamavo per nome, e non sapevo
ch’era il nome della sedia che chiamavo.
Eri come una cosa fatta in legno,
con quattro gambe dritte e uno schienale,
eri la luce che riverberava
dalla finestra, erano le stelle,
era la luna o Dio solo sa che cosa
sopra la sedia, e anche tu eri bianca
come la luce, e pallida sedevi
e ti cercavo dove tu iniziavi,
ma ti trovavo dove tu finivi.
Eri di carne, ed ora sei di legno.

Questa sera ci sta con me una sedia,
ma è come fosse Anna. Sì, è una sedia,
ma è come se parlasse e mi dicesse
che anche una sedia può chiamarsi Anna,
Anna, posta in mezzo alla mia camera,
s’una morbida parquet, ed io, seduto
sopra di lei, abbracciato, e a dirle: Oh Anna…

Sì, c’è una sedia in ogni desiderio.
C’è un desiderio in cerca di una sedia.

di Italo Bonassi, qui:
https://italobonassi.wordpress.com/2019/01/10/la-sedia-anna/

*

ALCOOL A BUON PREZZO (mia libera traduzione)

Un frigo vuoto ti guarda,
non è rimasta birra per consolarti.

Il letto ti sta chiamando
ma non puoi sentire,
ne hai bisogno ancora
per alleviare la paura.

Una bottiglia di whisky
attira la tua attenzione,
forse questo può offriti sollievo.

L’apri, ne versi una misura,
offri un brindisi
alla vita di cui non fai tesoro.

Hai perso il conto
delle possibilità che hai sprecato
insieme a tutto l’alcool a buon prezzo
che hai assaggiato.

Hai paura di pensare
cosa può portare il domani,
non sei nemmeno sicuro
se è estate o primavera.

La vita ti ha superato
in un batter d’occhio
e tu sei stato lasciato solo
qui, a morire.

di the50yearoldpoet, qui:
Cheap Alcohol

*

è tranquillo anche quando non ci sei

stamattina una gazza
è arrivata in volo sul grande terrazzo
e si è posata accanto al vaso di gerani
rimasti sin dalla mia nonna

non ho dormito di nuovo

vorrei che mi insegnassi
come si entra nel sogno di qualcuno
e come vi si sta lì seduti e svegli

laggiù è già estate

terzo giro per l’acquisitore ambulante di cose vecchie
la sua lingua è fittizia
non ci capisco nulla

la mia barba e le mie dita odorano
di garofano marocchino

la mia anima di tè nero e miele di acacia

tu sogna serene le colline
le città e le vite passate

è tranquillo anche quando non ci sei

di Gjoko Zdraveski, qui:
Gjoko Zdraveski, Inediti

*

Rinascita (Alumbramiento)

Accendi la luce, colma i tuoi abissi,
illumina il giaciglio delle tue paure
e sento che spuntano tra le mie dita
le carezze timide dei bambini.

Accendi la luce, non abbiamo tempo
e non possiamo essere chi non siamo stati.
Riesco a vederti a malapena e non capisco,
ti trovo tra la notte dei miei sogni.

Accendi la tua luce, ho bisogno
di tornare da te per poter rimanere,
continuare con te ogni mattina.

Accendi la luce, senza il tuo chiarore non vivo,
senza non esisto e sono nulla.
Apri alla luce e lascia che ti accenda.

di Vicente Vives, qui:
https://poesiainstante.wordpress.com/2019/01/12/alumbramiento/

*

ricorda di tirare la corda

tenta l`azzardo
affonda lento e profondo
scala la montagna
sperimenta la purezza del cielo
non invaghirti di fighette chic
(anche se la palestra crea sculture
anche dei cuori più aridi)
ricorda che ogni bella donna è sopravvalutata
che le donne brutte possono anche essere sciocche
che le poetesse al reading
fanno vedere le belle cosce e i seni colti
che i poeti saranno quasi tutti di sinistra
anche se votano o non votano
la parte detta avversa
avranno una tessera
per aprire
tutte le serrature
vorranno tutti la consacrazione
vendendo tante copie
e la targa del presidente demerito
imbalsamato sul comodino
avranno tutti una teoria
naturalmente errata
ricorda che poetesse e poeti
in fondo pensano solo a chiavare
(non necessariamente tra loro)
e vorrebbero tanto bestemmiare
abbracciare lieti la volgarità unica santità
crederanno nel libero mercato
e saranno pieni di parole
per volarsene in paradiso
ridendo e bevendo con gli dei
o con le sole nuvole piangenti
le scie chimiche, o il becchino disoccupato.

di Luca Parenti, qui:
https://yoklux.wordpress.com/2019/01/15/ricorda-di-tirare-la-corda/

*

Resistenti irriverenti ma
prostrati restiamo
in questo stadio pavone
pendulo renitente recessivo
falso più che malvagio
al quale siamo ancorati
come il tendone al carrozzone
la gabbia al leone le maschere
di Brighella e Arlecchino
al Carnevale.

Vedo le serrande calare
sulle giare e salvagenti
i sacchi di carbone gli ortaggi
le pietanze appetitose
della tavola calda
chiude il supermercato
la cartoleria il salone da
parrucchiere il gioielliere.

Abbiate la compiacenza
di tacere l’arretramento
la risacca dello smarrimento
quanto meno di non scrivere
d’amore.

di Loredana Semantica, qui:
https://www.facebook.com/loredanasemantica?__tn__=%2CdC-R-R&eid=ARCm4LmJi-iUwKIHwky7EYb72E9z3_mDuHrheqt_RHEsQhQewBFs9wXX7V5clKe3yrm7aFb6G7dW00v7&hc_ref=ARRUlAxQy72OoIalSvwbfehgesRtZFYqRwG5zHfbELJNIjzYHoOQ6ai9R_z4kkmYnnw&fref=nf

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Sciostakovic’

Mica è mai stato Natale in città.
Luci vampire, poco niente, poco più,
a far la guardia ai supermercati,
vere catene di oblazione e natività:
a Toledo sono appese sui muri maestri
figlie alle madri e, mio dio,
troppo scure le braccia, curve le schiene.
Ferme per un panino e una boccata d’aria
senza poter fare a meno
di doversi accostare ai marziani.
Talmente marziani da maledire i figli.
I cittadini implorano buoni servizi,
l’Amministrazione pensa, al contrario,
di far bene: Gesù proteggici,
c’è un nuovo superego in città!
Alla stazione un pianista evoca motivi
per cui varrebbe la pena rimanere ancora,
Sciostakovic’ è uno dei pochi,
ma avrà grossi problemi
con la fatturazione elettronica.
Chi non ne ha?

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Ascolta & Leggi: Tre poesie di Umberto Bellintani – Mood For a Day (Yes)

Per un bambino che non conosce più i passeri

Urlavan lungi dei cani (o eran gufi?).
Urlavan lungi dei cani e c’eran gufi;
e come assassini i morti si muovevano rasenti i muri del cimitero
quando il ragazzino si trovò
solo solo nella notte.

E allora egli aveva un urlo strozzato nella gola,
ché un fruscio d’erbe lo soffocava come un serpente
e la luna veramente era cupa tra le fronde degli alberi.
Come assassini i morti si muovevano rasenti i muri e i fianchi degli argini,

e fu allora che il bambino perse l’uso della parola,
e perse la vista comune delle viole e dei giocattoli
e il senso naturale delle cose.

Così ora tentenna il capo e nei suoi occhi è una nuvola,
ma pare un angelo divino contemplante
profonde luci assorte in se stesso.

Povera madre che lo sorvegli lungo i sentieri del tuo orto
e ora lacrimi al suo riso ebete sugli asparagi,
io non so dirti s’è sfortuna a lui toccata
o s’è migliore la sua sorte, più benigna
che al fanciullo intento a suddividere
in bianchi e neri i dadi del suo gioco.
*

Dolce chiude l’ora di sera

Forse non esiste Dio. Forse
solo il rapporto
fra noi esiste e gli alberi
annosi o appena d’anni
uno e le erbe
e i coccodrilli e il buon tepore
della sera. Non v’è
che poi la morte ed altro ancora
innanzi ad essa da soffrire. Ma poi tutto
per lei si placa; e in noi s’alterna
timore d’essa e quieta attesa
del suo riposo:
così
oggi è da porre questo giorno fra non quelli
di sofferenza e sgomento: dolce chiude
l’ora di sera col risorgere di una
ampia stellata. Dunque
forse soltanto un dolcissimo rapporto
fra noi e il tutto fa ponte e il tempo passa
lento e veloce.
*

Poiché veramente sono fratello

Poiché veramente sono fratello
del topo nella bocca della gatta
che svelta se ne corre via
e sopportare non posso il ragazzo
scemo che inchioda al tronco
dell’acero la lucertola

ecco che uccido il ragazzo
con il cuore e gli tronco le mani,
poi rendo la testa della gatta
in poltiglia con colpi di pietra

ed è davvero perché sono fratello del fossato
della latta arrugginita e dei ciottoli
della strada e di ogni essere che vive o non vive
ecco che amo e odio follemente il mondo.

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Nel 1954 Eugenio Montale scrisse: “Bellintani, che vive in campagna, è un raffinato uomo di popolo, uno di quei poeti che sembrano essere saltati dalla Bibbia e da Omero ai più astrusi lirici stranieri conosciuti solo attraverso le traduzioni… spesso la poesia si rifugia in uomini come lui, non professionisti, senza le carte in regola.”
per saperne di più:
https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Bellintani

Gli Yes, proponendo un sofisticato rock sinfonico e romantico che fa largo uso di strumenti elettronici innovativi come il sintetizzatore, il moog ed il mellotron, simboleggiano lo stile progressive e definiscono insieme ad altre formazioni, tra le quali King Crimson, Genesis e Gentle Giant, i canoni stessi del progressive rock.
per saperne di più:
https://it.wikipedia.org/wiki/Yes